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ANONYMUS ATTACCA IL SITO DI NCD DOPO LE PAROLE DI ALFANO SULLE ADOZIONI “CONTRO NATURA”

Febbraio 25th, 2016 Riccardo Fucile

“IL MASSIMO DISPREZZO PER LA TUA PERSONA E IL TUO PARTITO”

Mentre al Senato andava in scena il voto di fiducia sul ddl Cirinnà , la legge sulle unioni civili riscritta in extremis con un maxi-emendamento frutto di un accordo all’interno del governo, in rete partiva il contrattacco di Anonymous contro il Nuovo Centrodestra.
Il sito del partito di Angelino Alfano è stato hackerato in risposta alle parole pronunciate dal minsitro, che in mattinata si era detto felice di aver «impedito una rivoluzione contronatura».
Sul sito Nuovocentrodestra.it, il logo del partito e la foto del suo leader sono state affiancate a una svastica, con un messaggio rivolto direttamente ad Alfano.
«Siamo costretti nuovamente a perdere tempo per te e le tue stronzate – scrivonmo gli hakcer di Anonymous – Le tue frasi propagandistiche sono sempre più simili a quelle fasciste, e gli scandali giudiziari del tuo partito sempre più rivolti ad associazioni mafiose. Da solo tu rappresenti due mali storici in Europa e in Italia. Non smetti mai di stupirci. Le tue ultime frasi non posso essere ammissibili in una società  civile e sufficientemente evoluta. Per tale riteniamo doveroso far sentire il nostro disprezzo per la tua persona e il tuo partito».

Francesco Zaffarano
(da “la Stampa”)

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PARTITI, FINO A 150.000 EURO PER UN SEGGIO: IL TARIFFARIO DELLA DEMOCRAZIA IN VENDITA

Febbraio 25th, 2016 Riccardo Fucile

LE CHIAMANO “EROGAZIONI LIBERALI”, IN REALTA’ SONO OBBLIGATORI IN FORZA DI SCRITTURE PRIVATE E ATTI NOTARILI: SE VUOI CANDIDARTI DEVI PAGARE… BIANCONI: “SI TRATTA DI ESTORSIONE”

Con 150mila euro il Pd è quello che, a conti fatti, propone il seggio al prezzo più caro. Segue la Lega, che ai suoi candidati ne chiede 145mila, poi i Cinque Stelle, 114mila euro più quanto avanzato della diaria (che versano però allo Stato).
Forza Italia, ormai in declino, si accontenta di 70mila euro.
Ecco il “tariffario” della democrazia in Italia, dove dal 2008 —   complice il Porcellum e i listini bloccati — tutti i partiti impongono ai propri candidati ed eletti una tassa sullo scranno in Parlamento, nei consigli regionali e nei comuni.
Le chiamano “erogazioni liberali” ma di libero, in realtà , hanno ben poco: quei “contributi” sono tanto obbligati da fungere come condizione stessa della candidatura e della permanenza nelle Camere in forza di scritture private, atti notarili e contratti. Da corrispondere anche in comode rate.
Chi non sottoscrive l’impegno decade dalla lista. L’eletto che non versa viene deferito alle “commissioni di garanzia” e non ricandidato al prossimo giro, salvo conguaglio. Così i partiti, senza eccezioni, si vendono i seggi alla luce del sole, così li vincolano poi in forza di statuti, regolamenti finanziari e perfino di pretesi “codici etici”.
Un pratica che non fa scandalo e non tramonta mai. Tanto che già  si preparano i nuovi “contratti” in vista delle prossime amministrative.
Il commercio delle candidature passa sotto silenzio. Non come la famosa “multa” da 150mila euro con cui i Cinque Stelle pensano d’imporre ai propri eletti il vincolo di fedeltà  per arginare transfughi e dissenzienti.
Quel “patto di candidatura” che viene proposto — senza eccezioni — da quasi dieci anni a questa parte non è però migliore: si fonda sempre sulla preventiva sottoscrizione di obbligazioni patrimoniali della persona, con l’aggravante (semmai) di agire non sul vincolo di mandato quanto sull’accesso dei cittadini all’esercizio democratico dell’elezione.
“E’ una pratica estorsiva”, arriva a dire l’ex tesoriere del Pdl Maurizio Bianconi che all’ultima tornata delle politiche stracciò assegni e contratti in via dell’Umiltà .
Di sicuro è un veleno altrettanto fatale per la vita democratica che incrocia, non a caso, analoghi dubbi di incostituzionalità .
Ma mica per ragioni “alte”, come può essere l’insindacabilità  del mandato elettivo: per la pretesa dei partiti di esentare dal Fisco le “restituzioni” dei loro eletti.
Beneficio che, manco a dirlo, hanno prontamente concesso (a se stessi). Per legge.
PD
Il benefattore n. 1 del Pd è l’onorevole Giuditta Pini. Nel 2013, con i suoi 28 anni, ha contributo allo svecchiamento dei deputati dem.
L’anno dopo ha ricambiato la cortesia versando alle casse del Nazareno un assegno da 58mila euro, cifra che la proietta in cima alla lista dei contributi dem che, insieme, hanno versato quell’anno 7,5 milioni. Sempre di “erogazioni liberali” si tratta, secondo lo statuto e i tesorieri che si sono succeduti negli anni. Partiamo da qui perchè nella speciale “boutique della democrazia” il Pd è il partito che propone il seggio al prezzo più caro: 150mila euro.
Come funziona? Il candidato deve sottoscrivere due obbligazioni. Una tra 30 e 50mila euro in base alla posizione nel “listino” da corrispondere anche a rate entro il termine della legislatura.
I soldi andranno alle federazioni. Per un seggio sicuro, solitamente, il pagamento è anticipato. Poi ci sono 1.500 euro da versare alle casse del Nazareno ogni mese. In tutto, un seggio del Pd può costare 140-150mila euro.
Per ripagare la sua elezione la giovane Pini, dunque, si è portata avanti: nel 2014 ha ricevuto 98.471 euro di competenze parlamentari e più della metà  le ha “girate” al partito che gliel’ha permesso. Di tasca sua, per quello scranno, aveva sborsato 196 euro in “spese di propaganda”.
“Questo è il punto”, dice Antonio Misiani, tesoriere dal 2009 al 2013, che non vuol sentir parlare di “commercio delle candidature”. Con il Porcellum, sostiene, sono venute meno le preferenze e le campagne elettorali “vengono fatte solo dal partito, non dai singoli candidati. Per questo chiediamo loro di contribuire, come fanno gli altri partiti. E’ un impegno politico verso la comunità  di cui l’eletto fa parte”. Tuttavia tutti i partiti hanno ricevuto dallo Stato fior di rimborsi a refusione di quelle spese, in forma di cinque euro per ogni voto espresso dagli elettori.
L’ultima volta, a fine 2015, si sono concessi altri 10 milioni aggirando anche, con la famosa legge Boccadutri (Pd), il visto di regolarità  della Commissione di vigilanza.
LEGA NORD
Cambiamo partito, la Lega Nord. Il Porcellum l’han scritto loro, va da sè che siano i più esperti in materia di “tassa sul seggio”.
Gli eletti tra le fila del Carroccio sono tenuti a versare nel salvadanaio di via Bellerio poco più del 40% del loro stipendio, tra i 2.000 e i 2.400 euro.
Non si paga, invece, il contributo una tantum per la campagna elettorale. Un seggio del Carroccio vale dunque 145mila euro. L’impegno viene sancito davanti a un notaio con una scrittura che vale come riconoscimento di “debito” e costituisce anche titolo per l’emissione di un decreto ingiuntivo, in caso di inadempimento.
Lo spiegò ai magistrati di Forlì l’ex segretaria della Lega Nadia Dagrada che insieme a Francesco Belsito custodiva la cassaforte del Carroccio. Si urlò alla scandalo, ci furono le note condanne su diamanti e quant’altro, ma la vicenda ebbe anche uno strascico a livello tributario e normativo tutt’ora pendente.
Gli onorevoli che contribuivano alla causa, bontà  loro, trovavano ingiusto pagare le tasse su quei versamenti. Il problema fu risolto allora alla radice, con un colpo di spugna in Parlamento benedetto da tutti i partiti.
Gli onorevoli Calderoli e Bisinella proposero un emendamento ad hoc alla legge che aboliva il finanziamento pubblico ai partiti — governo Letta, fine del 2013 — che dall’anno di imposta 2007 disponeva retroattivamente la “detraibilità  delle erogazioni in favore dei partiti”.
Il marchingegno aveva lo scopo dichiarato di sottrarre la generalità  dei parlamentari dal fare i conti col Fisco, facendo passare come “donazioni” e atti di liberalità  versamenti che in realtà  sono il prezzo di una candidatura certa. Inutile dire che passò a pieni voti.
La faccenda, come detto, non è chiusa. Alcuni senatori, nel frattempo, erano stati chiamati in giudizio di fronte alle commissioni tributarie provinciali e nei loro ricorsi hanno preteso di far valere il “salvacondotto” attrezzato per loro dai colleghi.
Alcune commissioni, in Piemonte ad esempio, hanno però ravvisato nella decisione del legislatore di allora una “contraddizione irragionevole” che hanno rimesso poi alla Corte Costituzionale. Il ragionamento: volendo abolire il finanziamento pubblico e regolare in modo trasparente le donazioni ai partiti, quella norma finiva di fatto per creare “un illegittimo privilegio che dovrà  essere rimosso dalla Corte, perchè non corroborato da ragioni oggettive che ne giustifichino la sussistenza”.
Detto altrimenti: quel decreto partito dai partiti (e destinato ai partiti) “non tutela esigenze di carattere generale bensì interessi del tutto particolari e personali”. Per questo, a settembre, la commissione tributaria di Biella ha rimesso la questione alla Corte, dove pende tutt’ora. Se un domani passasse quella linea, per i donatori forzati del Parlamento sarebbero dolori.
FORZA ITALIA
Sono passati quasi tre anni, lui ancora s’incazza. “Salgo le scale di via dell’Umiltà , al quarto piano vedo un impiegato con un banchetto. Con una mano fa firmare contratti ai candidati, con l’altra incassa assegni o contanti. Lo fermo, li prendo uno a uno e li faccio restituire. Nossignori, la democrazia non si vende!”.
Maurizio Bianconi è l’ex tesoriere del Pdl, una vita al fianco di Silvio Berlusconi e nel centro nevralgico del partito. Finchè, in occasione delle ultime politiche, s’è messo di traverso al commercio delle candidature.
Forse anche per questo siede oggi tra i banchi dei Conservatori riformisti, ma non ha cambiato idea. “Capite che questa roba è un’estorsione?”, urlò allora attirandosi attenzioni poco benevole in chi era arrivato coi soldi in mano a comprarsi il seggio e chi tenendo il cappello in mano già  faceva i conti dell’incasso.
“Ho fatto l’avvocato per 40 anni, so benissimo che questa cosa di pretendere soldi per una candidatura rasenta l’estorsione. Molti poi girarono i soldi direttamente, so anche di qualche bischero che lo fece senza poi essere eletto”.
Parliamo di quotazioni. Un seggio alle politiche 2013 veniva via per circa 25mila euro (Verdini ne chiedeva però 50 per un posto sicuro nel listino di Fi).
A differenza del Pd, devono essere versati immediatamente, all’atto della candidatura. Più un impegno, previsto dalla statuto, a versare 800 euro al mese al partito. Comprarsi lo scranno con Forza Italia, alla fine, costa circa 70mila euro.
Ciò nonostante non tutti pagarono, anzi.
Chi aggirò Bianconi alla fine raggirò Berlusconi. Ciclicamente, in questi tre anni, è venuto fuori il bubbone dei parlamentari inadempienti.
Quando il Pdl si è sciolto in Forza Italia si è aperto un buco nei conti da quasi 70 milioni, in parte dovuto proprio ai mancati “contributi” dei suoi parlamentari. Nelle casse dovevano arrivare circa 800mila euro al mese, ma il 40% degli eletti non aveva versato l’obolo.
CINQUESTELLE
I Cinque Stelle fanno delle “restituzioni” materia di vanto e un tratto distintivo. Ma anche queste sono imposte come vincolo a chi vuole esser “democraticamente eletto”. L’impegno, a conti fatti, vale almeno 114mila euro, una cifra non molto diversa dagli altri partiti ma con una differenza non da poco: gli altri versano la quota al partito, il M5S la restituisce allo Stato. Ecco i conti.
Ogni mese i parlamentari grillini possono percepire 5mila euro lordi, più gli altri benefit. E’ quanto prevede il “Regolamento” o codice di comportamento dei futuri parlamentari a Cinque Stelle comparso in occasione delle politiche 2013 sul blog di Grillo.
A conti fatti rinunciano quindi a 2.500 euro lordi, circa 1.900 netti. Più quanto riescono a non spendere della diaria da 8mila euro circa.
In un anno, mediamente, siamo intorno ai 114-130mila euro. Una cifra non così lontana dai candidati della Lega, un po’ inferiore di quella versata al Pd dai democratici. Anche in questo caso si parla di “contributi volontari” che in realtà  sono obblighi imposti dal codice di partito. In caso di mancanto versamento, infatti, scatta l’espulsione.
Danilo Puliani è il fiscalista che si occupa di compensi e restituzioni per i gruppi (e di circa il 70% dei parlamentari a Cinque Stelle).
Spiega che poco dopo l’elezione, tra fine aprile e inizio marzo 2013, ci furono diverse assemblee aventi ad oggetto il tema delle restituzioni.
Tra i più sentiti, il fatto che le tasse sul reddito dei parlamentari dovessero essere pagate per intero, pur percependo loro una parte soltanto dei compensi.
“Allora, di comune accordo, si decise di stabilire una sorta di agio per chi ha figli a carico o condizioni economiche più svantaggiate, consentendogli in via straordinaria di trattenere qualcosa di più dello stipendio in busta paga. Ma parliamo di piccole cifre”.
Quanto ai rapporti con il Fisco per le restituzioni “il problema non esiste”. Quei soldi vengono versati direttamente su un conto Tesoro per il microcredito. “Per questo ai parlamentari del M5S non si è mai posto il problema di fare un versamento e poi farlo rientrare sotto forma di detrazione”.

Thomas Mackinson
(da “il Fatto Quotidiano”)

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SPENDING REVIEW, PER RENZI E’ DI 25 MILIARDI, MA IN REALTA’ LA MANOVRA NE HA TAGLIATI SOLO 7

Febbraio 25th, 2016 Riccardo Fucile

E LE USCITE CORRENTI SONO AUMENTATE… I DATI DELLA RAGIONERIA DI STATO SMENTISCONO IL PREMIER

“Dovendo fare la spending review, a mio avviso giusta, è chiaro che abbiamo meno soldi degli altri da spendere e la crescita è più bassa degli altri”.
Così Matteo Renzi, martedì, ha attribuito al taglio delle uscite della pubblica amministrazione lo stentato progresso del pil italiano.
Il premier ha citato i dati del Tesoro, che venerdì scorso, dopo l’allarme della Corte dei Conti sul “parziale insuccesso” della revisione della spesa, ha diffuso un documento in cui sostiene che l’anno scorso la spending è ammontata a 18 miliardi e quest’anno i risparmi arriveranno a quota 25 miliardi.
Ma secondo la Ragioneria generale dello Stato gli interventi dell’ultima legge di Stabilità  contengono le uscite di soli 7,2 miliardi, contro i 10 auspicati dall’esecutivo fino allo scorso autunno e i 34 previsti dal piano dell’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli.
E a stretto giro il centro studi di Unimpresa ha risposto con un’analisi secondo cui “lo scorso anno la spesa pubblica è aumentata di 52 miliardi di euro e le tasse sono cresciute di quasi 26 miliardi”. Come stanno davvero le cose?
Il Tesoro somma i risultati di cinque leggi
Il ministero dell’Economia, per arrivare a 25 miliardi, somma i risultati di cinque diverse leggi, la prima delle quali peraltro — si tratta di un decreto sull’emersione dei capitali detenuti all’estero — varata a gennaio 2014 dal precedente esecutivo Letta.
Ci sono poi il decreto 66 del 2014, quello sul bonus degli 80 euro (che prevedeva tra l’altro tagli ai ministeri, razionalizzazione degli immobili della pubblica amministrazione e un tetto di 240mila euro agli stipendi dei manager pubblici), il decreto di Marianna Madia con le prime misure di riforma della pubblica amministrazione e le manovre finanziarie per il 2015 e il 2016. A questo va aggiunta la voce “revisione politiche invariate”, cioè ad esempio i soldi destinati annualmente a 5 per mille, missioni di pace e non autosufficienze, il cui ammontare, spiega XX Settembre a ilfattoquotidiano.it, “è stato ridotto rispetto a quanto rifinanziato per prassi”.
L’impatto dell’ultima finanziaria è quantificato in effetti in 7,17 miliardi. Il contributo maggiore, 13 miliardi, consiste invece nelle ricadute della Stabilità  precedente, varata nel dicembre 2014 dopo che il governo ha dato il benservito a Cottarelli.
Oggetto delle battute del presidente del Consiglio secondo il quale la sua proposta di ridurre le uscite per l’illuminazione pubblica avrebbe creato “allarme sociale pazzesco”. Salvo che, come chiarito dall’economista, per risparmiare basta spegnere i lampioni nelle aree industriali, senza effetti sulle strade in cui di sera circolano i cittadini.
Il resto arriva per 2,8 miliardi dal decreto 66, per 1,3 dalle “politiche invariate”. Più di 560 milioni derivano poi dal decreto del 2014 con Disposizioni urgenti in materia di emersione e rientro di capitali detenuti all’estero e 113 milioni dal decreto Madia dell’agosto 2014, che ha previsto tra l’altro lo stop alle consulenze a pagamento per i pensionati e la mobilità  obbligatoria per gli statali.
Unimpresa: “Spesa su di 52 miliardi, tasse aumentate di 26″
I dati di Unimpresa sono in contrasto solo apparente con il risultato rivendicato dal governo. Si riferiscono infatti alla somma delle uscite correnti dello Stato, dagli stipendi ai trasferimenti a famiglie e imprese, come gli sgravi contributivi per le assunzioni a tempo indeterminato.
Secondo dati della Banca d’Italia esaminati dall’associazione delle piccole e medie imprese nel 2015 il totale si è attestato a 536,4 miliardi, in crescita di 52,6 (+10,87%) rispetto ai 483,8 del 2014, mentre il totale delle tasse versate da famiglie e imprese è stato di 433,5 miliardi contro i 407,5 del 2014.
La Ragioneria: “Stanziati 570,4 miliardi, 14 in più rispetto al 2014″
Per tagliare la testa al toro conviene comunque consultare il rapporto “Il bilancio in breve” della Ragioneria generale dello Stato relativo al 2015.
Secondo il quale “le risorse stanziate per le spese finali dello Stato per il 2015 ammontano a circa 570,4 miliardi di euro, con un incremento di circa 14 miliardi rispetto alle previsioni della legge di bilancio 2014 e circa 11 miliardi rispetto al valore del bilancio assestato”.
Quanto al 2016, “gli stanziamenti di bilancio si riducono rispetto all’anno precedente (di circa 4 miliardi)”. Nel 2015 “crescono i trasferimenti correnti a famiglie in conseguenza della stabilizzazione dell’assegno di 80 euro”, “aumentano i redditi da lavoro dipendente in conseguenza delle disposizioni della legge di stabilità  per l’attuazione del piano La buona scuola” e “i consumi intermedi registrano una flessione rispetto alle previsioni dell’esercizio precedente, per effetto delle riduzioni di spese di funzionamento delle Amministrazioni centrali e in modo particolare quelle del ministero della difesa”.
Tra le altre voci che determinano incrementi di spesa ci sono poi “l’istituzione di un fondo, con una dotazione di 6,4 miliardi di euro nel triennio, destinato a far fronte agli oneri derivanti dall’attuazione dei provvedimenti normativi di riforma degli ammortizzatori sociali” nonchè a “finanziare l’attuazione dei provvedimenti normativi volti a favorire la stipula di contratti a tempo indeterminato a tutele crescenti”.

Chiara Brusini
(da “il Fatto Quotidiano”)

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TRA I PROFUGHI NELLA “GIUNGLA” DI CALAIS: “LE RUSPE NON CI MANDERANNO VIA”

Febbraio 25th, 2016 Riccardo Fucile

NELLA BARACCOPOLI VIVONO 4.000 PROFUGHI COL SOGNO DI RAGGIUNGERE LA GRAN BRETAGNA

Assonnato, spunta fuori da un container bianco scintillante. È mezzogiorno e piove fitto. Hamza è stanco: ci ha provato anche stanotte. «E mi è andata male. Ho cercato di saltare su un camion. Peccato che poi siano arrivati i poliziotti. Niente Inghilterra, ma non finisce qui».
Potrebbe avere vent’anni, ma ne ha appena 14. Ha viaggiato da solo dall’Afghanistan dritto fino a Calais, il capolinea dell’Europa: «Mio fratello vive da dieci anni a Londra. Lavora: anch’io voglio rifarmi lì una vita». Come se già  ne avesse vissute chissà  quante di vite.
Scivolano via giorni di ansia alla «giungla», baraccopoli di 4 mila persone (molti di più secondo le Ong), che si estende sulle dune a ridosso del mare.
Il governo francese ha deciso di smantellare la parte sud, più vicina all’autostrada, dove i migranti cercano di introdursi di notte nei Tir, che di lì a poco si infileranno su un ferry destinato all’Eldorado: il Regno Unito.
Ma 250 profughi e una decina di associazioni hanno fatto ricorso, per bloccare l’operazione. Non per difendere quell’ammasso di baracche, costruite con i teli di plastica, tra pozzanghere nere e rifiuti ormai disaggregati, aggrappati ai cespugli.
Ma perchè ritengono che sia troppo presto. E che si potrebbe scatenare un fuggi fuggi generale: la riproduzione di nuovi campi, ancora peggio di questo.
Al tribunale competente, quello di Lilla, era previsto che prendessero una decisione lunedì. Quel giorno le ruspe dovevano entrare in azione. Ma è stato tutto rimandato.
Non è chiaro quando i giudici si pronunceranno: oggi, forse. O anche più tardi.
«Siamo impazienti che diano il via libera», sottolinea Philippe Mignonet, vicesindaco di Calais, governata dai Repubblicani, il partito di Nicolas Sarkozy. «La città  è esasperata».
Neppure uno straccio di turista viene più a Calais, già  destinazione di shopping low cost per gli inglesi. «Hanno gli occhi puntati contro: se entreranno in azione, comunque, lo faranno con il guanto di velluto», afferma Raphaà«l Etcheberry, di Mèdecins Sans Frontières (Msf), nella giungla con un pool di medici, già  attivi nelle zone di guerra, qui a curare le dermatosi ricorrenti e l’epidemia perenne di scabbia.
Intanto, comunque, furgoni di polizia anti-sommossa si allineano silenziosi all’entrata del campo. Ieri pomeriggio, un sole smorto ha fatto capolino tra le nuvole. E un elicottero ha iniziato a ronzare basso sulle teste dei profughi. L’atmosfera è sospesa, irreale: si aspetta.
«Sogniamo Londra»  
Hamza, il ragazzo afghano, che in Inghilterra vuole diventare medico, sbadiglia. E Barbara Jurkiewicz, volontaria di La Vie active, scuote la testa. «Glielo dico tutte le sere: ragazzi, non andate a rischiare la vita, a saltare sui treni o sui Tir. Ma invano».
Nel Regno Unito sperano di trovare un lavoretto al nero più facilmente che in Francia e di subire meno controlli. La Vie active gestisce il campo container, dove vive anche Hamza, inaugurato lo scorso novembre.
Ci sono 1500 posti letto disponibili. Ieri sera ce n’erano ancora 203 liberi. Ma nell’area sud, che deve essere distrutta, vivono mille persone secondo lo Stato (3.455, dicono le Ong).
Dove andranno gli altri? «Si sta proponendo il trasferimento in centri di accoglienza in tutto il Paese — sottolinea Franà§ois Guennoc, dell’associazione L’Auberge des Migrants — ma la maggior parte dei profughi vuole andare in Inghilterra e non si sposterà  di qui. Creeranno nuovi campi, dovranno ricominciare tutto da capo». I curdi si stanno spostando a una quarantina di km, a Grande-Synthe, dove già  2 mila persone sopravvivono nel fango.
Nascosti nei Tir  
Pierre Cami è pronto per la sua «ronda». Infermiere, ha 28 anni. «La scorsa estate ho iniziato a lavorare per Msf, volevo andare in Africa». Ma lo hanno mandato qui a Calais.
Nel sud della giungla lo conoscono tutti. Vede un ragazzino zoppicare, uno dei minorenni senza famiglia del campo. «Alì, cosa è successo?», gli chiede. Ma lo sa già , è caduto da un Tir in corsa. «Domani vieni all’ambulatorio a farti vedere».
A Pierre non scappa nulla. Sale verso la chiesa ortodossa, vicino al «quartiere» degli etiopi e degli eritrei (qui ci sono le poche donne della baraccopoli: alcune si prostituiscono per cinque euro).
Poi scende verso una «scuola laica» creata da rifugiati e volontari (nessuna presenza scolastica francese nella giungla). L’atmosfera si fa animata in una grande struttura a forma di igloo, dove i famosi Jo e Jo, due giovani omonimi inglesi, organizzano incontri e spettacoli.
Ieri sera facevano la satira di un processo contro la giungla, nell’attesa del giudizio vero, quello sul destino delle baracche intorno.
Un ragazzo traduceva in persiano, mentre iraniani e afghani ridevano assieme a Jo (giacca di pelliccia nera), l’altro Jo (cravatta multicolore) e un gruppetto di dandy british. Scampoli di umanità  e di improbabili convivenze.
Mentre inesorabile e fastidioso l’elicottero continuava a ronzare sopra.

Leonardo Martinelli
(da “La Stampa”)

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LE ADOZIONI GAY SI FARANNO, MA SENZA CHE SI SAPPIA IN GIRO

Febbraio 25th, 2016 Riccardo Fucile

IPOCRISIA ITALICA: SI LASCERA’ AI GIUDICI DECIDERE CASO PER CASO

Sulle unioni civili, la realtà  è un po’ diversa da come viene narrata.
Secondo la versione prevalente, la sinistra Pd sarà  costretta a inghiottire non uno, non due, ma addirittura tre rospi.
Il primo boccone è lo stralcio della «stepchild adoption» che, dopo il «voltafaccia» grillino, non avrebbe speranza di passare.
Il secondo rospo consiste nella riscrittura dell’articolo 3, da cui verrà  purgato qualunque vago riferimento alle adozioni gay.
Il terzo rospo (quello più pesante da digerire) arriverà  col voto di fiducia, quando verrà  sancito l’ingresso anche formale di Verdini nella maggioranza di governo. Che d’ora in avanti si reggerà  grazie all’apporto di 50 senatori candidati ed eletti tre anni fa dal Cavaliere.
Questa, perlomeno, è la vulgata più diffusa.
Ma se si scava sotto la superficie, ecco spuntare una realtà  un filo diversa: lo stralcio della «stepchild adoption» salva il salvabile (le unioni civili) dal naufragio della Cirinnà . E in assenza di legge provvedono i giudici, che da un paio di anni hanno equiparato le coppie gay a quelle etero per quanto riguarda le adozioni speciali.
Il mondo Lgbt ci teneva a metterla nero su bianco per non dover dipendere dalle oscillazioni degli indirizzi giurisprudenziali . Alle coppie gay interessa poter adottare.
E in attesa della legge che prima o poi riformerà  le adozioni, a colmare la lacuna ci penseranno i giudici, come e più di quanto abbiano fatto finora.
Nel segno dell’ipocrisia.

Ugo Magri
(da “La Stampa”)

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CRESCE L’ITALIA CHE DISERTA LE CHIESE, UNO SU CINQUE NON ENTRA MAI IN UN EDIFICIO DI CULTO

Febbraio 25th, 2016 Riccardo Fucile

LA SECOLARIZZAZIONE AVANZA

Tra piazze sulle unioni civili, appelli alla tradizione natalizia e fede islamica la religione è da tempo al centro del dibattito politico e sociale del Paese.
Ma non è detto che questa sua esposizione mediatica si trasformi poi in un rinnovato interesse degli italiani. Anzi, guardando i freddi dati la tendenza sembra tutt’altra.
L’Istat ha di recente fotografato la nostra propensione alla pratica religiosa e il quadro che ne viene fuori è quello di un Paese che viaggia verso la secolarizzazione.
Non spinta come in altri Paesi europei, è vero, ma tale da mostrare un’evidente disaffezione. Le chiese sono vuote, si dice sempre. È vero come per le moschee e le sinagoghe e ora lo certifica anche la statistica.
Nel 2006 una persona su tre (esattamente il 33,4%) dichiarava di frequentare luoghi di culto almeno una volta alla settimana. La percentuale, però, oggi è scesa al 29%. E il calo è stato costante negli anni.
Al contrario le persone che dichiaravano di non frequentare mai luoghi di culto sono passate dal 17,2 al 21,4%. In pratica oltre una ogni cinque.
Il dato, messo così, mostra una tendenza generale. Ma se guardassimo più nel dettaglio, noteremmo cose interessanti.
Innanzitutto i numeri risultano un po’ “drogati”. Un po’ perchè nelle statistiche si tende a dichiarare quel che si vorrebbe fare e non quello che si fa davvero.
Un po’ per la presenza dei bambini tra i 6 e i 13 anni che con il loro 51,9% del 2015 spingono in alto una percentuale che altrimenti sarebbe più bassa.
Il crollo della frequentazione dei luoghi di culto ha colpito ogni fascia d’età .
Quella in cui si “perde” la fede per eccellenza resta tra i 20 e i 24 anni. La curva, poi, tende a risalire lentamente fino a quella che potremmo definire l’area della “scommessa di Pascal”.
Ma il confronto con il 2006 ci dice che la fascia d’età  più disillusa è quella tra i 55 e i 59 anni che nell’ultimo decennio ha perso il 30% dei frequentatori di luoghi di culto. Fascia che potrebbe essere estesa ai 60-64enni, dove il calo è stato del 25%.
Il sociologo Franco Garelli, uno dei massimi esperti dell’argomento, spiega: «Questo fenomeno può essere dettato da due dinamiche: da una parte in quella fascia d’età  molti si costruiscono una seconda vita alternativa. I figli sono grandi, la carriera è agli sgoccioli, i nuovi impegni allontanano dalla pratica religiosa. Dall’altra può essere un portato della crisi: persone uscite dal ciclo produttivo impegnate a rientrarci».
Ma sono le nuove generazioni che offrono gli spunti più interessanti.
È probabile che da adulti saranno meno vicini alla fede di quanto lo sono gli adulti di oggi.
Se è vero che i bambini sono ancora i frequentatori più assidui dei luoghi di culto, le famiglie sembrano sempre meno inclini a far rispettare loro impegni religiosi assidui. Oggi un bambino su dieci non frequenta più come una volta e gli adolescenti tra i 14 e i 17 anni sono calati del 17,6%.
Di converso quelli che non frequentano mai sono aumentati del 57% tra i bambini e del 33% tra gli adolescenti. «È molto interessante notare come i 18enni e 19enni, che restano lo zoccolo duro dell’associazionismo cattolico, tengano (siamo intorno al 15% di frequentatori abituali, ndr) ma la loro erosione è importante» dice ancora il professor Garelli.
Guardando alla geografia, l’Italia appare molto divisa tra Nord e Sud.
Se la Sicilia risulta la regione più religiosa (oltre il 37% va almeno una volta a settimana in un luogo di culto), la Liguria è quella più agnostica e atea (oltre una persona su tre non frequenta mai e solo il 18,6% lo fa con assiduità ).
Siamo lontani dalle percentuali della Svezia (90% si dichiara religioso e 3% praticante), ma la tendenza è ad avere una religiosità  sempre più ritagliata sul personale e che non segue i precetti che non ritiene necessari.
Sul fronte delle professioni quadri, impiegati, casalinghe e pensionati sono le più religiose.
Dirigenti, imprenditori, liberi professionisti, operai e studenti quelle meno.
«Chi riceve stimoli o è impegnato in lavori concettuali o manuali più impegnativi si dedica meno al trascendente» spiega Garelli.

Raphaà«l Zanotti
(da “La Stampa”)

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DE LUCA E L’ESERCITO DELLE 13 POLTRONE: L’ESECUTIVO PARALLELO DEL GOVERNATORE DELLA CAMPANIA

Febbraio 25th, 2016 Riccardo Fucile

UNA CAMERA DI COMPENSAZIONE DEGLI EQUILIBRI DEL PD CHE FORSE HA PIU’ POTERE DEI NOVE ASSESSORI

In barba alla scaramanzia, Vincenzo De Luca ne ha scelti 13. Sono “i consiglieri del presidente della Regione Campania”. Tantissimi.
Per capirci, come ricorda Simona Brandolini sul Corriere del Mezzogiorno, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è fatto bastare 11 consiglieri.
Ma De Luca è l’uomo dei record. Ed è un record questa giungla di personaggi che affolla una camera di compensazione degli appetiti della politica e degli equilibri di partito, fino a formare un esecutivo “parallelo” e ingombrante rispetto ai 9 assessori ufficiali.
Molti dei quali perfetti sconosciuti e con deleghe leggere (le più importanti sono rimaste a De Luca e al vice Fulvio Bonavitacola).
Infatti tra i consiglieri del Governatore, confusi tra tecnici di valore, troviamo: trombati, assessori mancati, eletti in consiglio, segretari di partito, ras delle preferenze, impresentabili. I nominati sono felicissimi, anche se l’incarico in qualche caso è a titolo gratuito.
In certi casi però, pesa come e più di un assessorato.
Prendete l’ultimo della combriccola, Franco Alfieri, il deluchiano sindaco Pd di Agropoli (92% al primo turno), il furbetto della multa.
Voleva candidarsi in Regione senza dimettersi da primo cittadino e si inventò il ricorso a una contravvenzione per decadere e lasciare la giunta al suo vice. Fu tolto dalla lista dem in extremis anche perchè indagato per corruzione (accuse poi cadute in prescrizione). Così ha ritirato il ricorso, è rimasto sindaco, ha puntato a un ingresso in giunta regionale, ma alla fine De Luca lo ha nominato “consigliere alla caccia, pesca e agricoltura”, settore che dispensa fior di finanziamenti.
Ambivano a diventare assessori e hanno dovuto ripiegare a consiglieri il Pd Mario Casillo, mister 31.307 preferenze, delegato al Grande Progetto Pompei; l’Udc Biagio Iacolare (delega al Demanio), mediatore del patto tra De Luca e De Mita; forse anche Aniello Di Nardo, segretario campano delle macerie di Idv. Di Nardo, dentista, è “consigliere alla Protezione Civile”, di cui è stato già  direttore della scuola regionale, all’epoca nominato da Antonio Bassolino.
Luca Cascone, ex assessore ai Trasporti a Salerno, è stato eletto consigliere regionale, De Luca lo ha voluto proprio “consigliere ai Trasporti”. Enrico Coscioni, candidato in “Campania Libera”, invece non ce l’ha fatta.
Ma De Luca lo ha ripescato: docente di scienze infermieristiche, nominato “consigliere per la Sanità ”.
Infine: Sebastiano Maffettone (Cultura), Costantino Boffa (alta velocità  Napoli-Bari), Patrizia Boldoni (Turismo), Mario Mustilli (Economia), Paolo De Joanna (Rapporti Istituzionali),Francesco Caruso (Relazioni Internazionali), Uberto Siola (Governo del Territorio).
C’è chi pensa che i 13 siano la vera giunta, e gli assessori fanno solo contorno.

Vincenzo Iurillo
(da “il Fatto Quotidiano”)

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VIRGINIA, LA CANDIDATA CINQUESTELLE CHE LAVORA NELLO STUDIO DEI DIFENSORI DI PREVITI

Febbraio 25th, 2016 Riccardo Fucile

AVVOCATO, 38 ANNI, CONSIGLIERE IN CAMPIDOGLIO

Virginia Raggi è la candidata sindaco del Movimento cinque stelle a Roma: ha ottenuto il 45,5% (1764 voti) contro il 35 di Marcello De Vito (1347 voti).
Ma chi è questa giovane avvocatessa romana che potrebbe davvero conquistare Roma, se sono vere le percentuali a cui è dato il M5S?
Virginia è ormai una “anziana” militante cinque stelle, consigliera uscente in Campidoglio. È molto apprezzata da Casaleggio. È avvocato e lavora per lo studio Sammarco a Roma, in questo non c’è nessuna scoperta, e ovviamente nulla di male: lo comunicò lei stessa nel 2013, nel suo curriculum quando fu eletta consigliere in Campidoglio.
Ma è un dettaglio che è bene raccontare meglio, perchè politicamente rilevante, e ci aiuta a capire di più sul possibile futuro sindaco di Roma.
Gli avvocati Sammarco non sono uno studio qualunque, e a Roma evocano certi mondi anzichè altri.
Lo studio ruota attorno a un piccolo team di avvocati, innanzitutto Pieremilio, civilista; e – consulente esterno – Alessandro, penalista; il quale si assunse la parte penale delle difese di Previti, Berlusconi, Dell’Utri, in importanti processi.
Alessandro subentrò anche nella difesa di Luciano Gaucci, facendo infuriare l’ex legale del vulcanico Gaucci, l’avvocato Montone, che in un’intervista al Fatto accusò: «L’avvocato che mi ha scavalcato (nella difesa) è Alessandro Sammarco, legale del premier Silvio Berlusconi, di Dell’Utri e di Previti». Montone era convinto che la vicenda Gaucci fosse usata politicamente per attaccare Fini e aiutare Berlusconi.
La giovane avvocato Virginia Raggi, arrivata in studio Sammarco nel 2009, non è entrata in questi processi; si occupa di diritto dell’informazione, nuove tecnologie, diritti di proprietà ; e, quando ieri la cosa ha cominciato a circolare molto, ha messo le mani avanti su facebook, minacciando querele: «Stanno facendo di tutto per screditarmi, e così, dopo la bufala di Mafia Capitale (fu fatto filtrare che il suo nome fosse nella relazione prefettizia, e non era assolutamente vero, nda.), eccone un’altra. Ma le bugie hanno le gambe corte. I miei colleghi avvocati sono molto contenti di poter lavorare finalmente a qualcosa di leggero e facile. Ma quanta paura vi faccio?».
La bufala a cui allude è che lei lavori per Forza Italia, cosa palesemente infondata. Mentre risulta tuttora – come abbiamo verificato telefonando in studio – in forze allo studio Sammarco.
Tra Roma Nord, la Lazio, la tribuna all’Olimpico e i Parioli, quello è un mondo di vera destra romana, qualcosa che politicamente entusiasma molto poco la base originaria del Movimento cinque stelle.
Che la candidata sindaco del Movimento lavori in quello studio suscita perplessità  in molti simpatizzanti cinque stelle.
Raggi peraltro è un personaggio interessantissimo anche per altri profili. A Roma ha saputo lavorare astutamente anche col mondo di Sel, con associazioni come la Ex Lavanderia, con occupazioni solidali di luoghi come l’ex Manicomio Provinciale Santa Maria della Pietà .
Ha insomma anche un cotè radical (i suoi avversari dicono radical chic), mercatini biologici e gruppi d’acquisto equosolidali, che la rende spendibile a sinistra.
E poi, d’altra parte, lavora nello studio degli avvocati che difesero Previti e restano a lui legati per il briciolo di memoria collettiva che resta.
È come se si ripetesse l’eterna storia di dottor Jekyll e mister Hyde, stavolta il remake è l’ascesa di una giovane donna.

Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)

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I BOIA EGIZIANI CONDANNANO A MORTE ANCHE UN BAMBINO DI 4 ANNI

Febbraio 24th, 2016 Riccardo Fucile

IERI ALTRI 116 CONDANNATI ALLA PENA CAPITALE, SONO 45.000 I PRIGIONIERI POLITICI, 1.500 LE PERSONE SPARITE

Tra i tavoli dei bar del Cairo, mentre fino a qualche giorno fa tutti gli avventori citavano Giulio e la necessità  di fare chiarezza, ora il clima è cambiato.
«L’Italia non fa la voce grossa», si sente ripetere. In verità , due sono i motivi per cui il pressing del governo Renzi sul presidente al-Sisi non sembra affatto significativo.
L’Italia è pronta a sostenere l’Egitto in caso di guerra in Libia.
Questo è ormai uno dei punti più delicati della politica estera italiana dopo la formazione di un governo di unità  nazionale che non accenna a decollare e i raid Usa su Sabrata.
In secondo luogo, gli accordi economici per lo sfruttamento dei giacimenti di gas Eni, a largo di Port Said, sono tra le priorità  in politica economica.
Ieri il ministero del Petrolio egiziano ha dato il via libera definitivo ad Eni per lo sviluppo di Zohr XI, la storica scoperta dello scorso settembre che cambierà  gli equilibri economici nel Mediterraneo orientale.
Pochi giorni dopo il ritrovamento del cadavere di Giulio Regeni era prevista proprio la firma dei contratti attuativi per procedere con i lavori, che dovrebbero chiudersi entro il 2017, tra Eni e autorità  egiziane.
Tutto questo rende la verità  nel caso Regeni più difficile da esigere e nelle mani delle autorità  egiziane che hanno tutto l’interesse a depistare e insabbiare il caso.
Nei giorni scorsi, gli egiziani erano tornati a protestare proprio sulla scia dell’indignazione per la morte del giovane dottorando italiano.
Dopo le richieste di fare chiarezza sulla vicenda, avanzate la scorsa domenica dal premier Renzi, il ministro dell’Interno, Abdel Ghaffar, ha fatto riferimento all’intesa con l’Italia e alla necessità  di «arrestare i responsabili».
Ma sembra che le autorità  egiziane non vogliano collaborare davvero con il team di investigatori italiani (Ros, Sco e Interpol), che si trova ormai da quasi tre settimane al Cairo. Gli inquirenti resteranno ancora, come richiesto anche dalla famiglia del giovane friulano in un’intervista rilasciata nei giorni scorsi.
L’Egitto è tornato ad alzare la voce per gli abusi compiuti dalla polizia.
Decine di familiari di prigionieri politici e desaparecidos si sono radunati alle porte del Sindacato dei giornalisti per chiedere «processi giusti».
Alcuni dei manifestanti tenevano tra le mani le foto dei loro familiari, detenuti nella prigione di al-Aqrab, quasi tutti processati da tribunali militari e condannati a morte.
Non solo, i dirigenti del Centro per la riabilitazione delle vittime di Violenza e Tortura (Nadeem) hanno annunciato che resisteranno al provvedimento di chiusura della clinica, disposta direttamente dal governo.
Secondo Amnesty International sono 41mila i prigionieri politici in Egitto, circa 1500 i casi di sparizioni denunciate e migliaia le condanne a morte.
Solo ieri il Tribunale del Cairo ha condannato a morte 116 persone per gli scontri del 3 gennaio 2014 tra sostenitori dei Fratelli musulmani e polizia che causarono 13 vittime. Tra i condannati a morte figurerebbe anche un bambino di quattro anni che all’epoca dei fatti ne aveva due.
Questo dimostra ancora una volta che i giudici procedono a condanne sommarie senza neppure studiare i casi dei condannati o leggere i nomi degli imputati in aula.
In una lettera dal carcere, uno dei leader del movimento 6 aprile, Ahmed Maher, ha criticato la repressione che ha impedito migliaia di egiziani di tornare a protestare contro il regime militare lo scorso 25 gennaio.
Nel giorno in cui Giulio Regeni è sparito, quinto anniversario dalle rivolte del 2011, non ci sono state significative manifestazioni di piazza.
E dopo le proteste dei giornalisti e gli arresti di comici e fumettisti, ieri lo scrittore Ahmed Naji è stato arrestato dopo aver subìto una condanna a due anni di prigione per linguaggio osceno.
Le accuse si riferiscono al suo ultimo romanzo Istikhdam al-Hayah (Usando la vita) del 2014. Naji ha respinto le accuse.
Secondo lo scrittore, autore di Rogers (2007), i giudici continuano a riferirsi al testo come a un articolo mentre si tratta di uno dei capitoli del suo libro.
Anche il caporedattore del quotidiano Akhbar al-Adab, Tarek al-Taher, che lo ha pubblicato, dovrà  pagare una multa di 1500 euro.
Il sindacato dei giornalisti ha definito la sentenza un attacco all’«immaginazione degli scrittori».

Giuseppe Acconcia

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