Marzo 21st, 2016 Riccardo Fucile
I TRE FILONI DELL’INCHIESTA IN CUI E’ INDAGATO IL PADRE DELLA BOSCHI
Una richiesta formale al giudice per ottenere il sequestro della cifra concessa come indennizzo all’ex direttore generale Luca Bronchi.
E così ottenere la certificazione che quell’accordo per l’esborso di un milione e duecentomila euro tra il consiglio di amministrazione e il manager era illegittimo.
Per questo la Guardia di Finanza ha già acquisito la delibera di approvazione dell’intesa e adesso verificherà quanto accaduto nel corso della seduta del consiglio del 30 giugno 2014, prima dell’uscita del manager dall’istituto di credito.
I tre filoni
La Procura di Arezzo procede spedita nell’inchiesta sulla bancarotta di Banca Etruria che ha fatto finire nel registro degli indagati i quindici componenti del consiglio di amministrazione in carica prima del commissariamento deciso nel febbraio 2015, guidato dal presidente Lorenzo Rosi e dai suoi vice Alfredo Berni e Pierluigi Boschi, padre del ministro per le Riforme Maria Elena
Ed esamina le contestazioni contenute nella dichiarazione di insolvenza del tribunale e nella relazione degli ispettori di Bankitalia, concentrandosi su tre filoni: gli esborsi per gli altri «stipendi d’oro»; le consulenze elargite a pioggia, spesso inutilmente; i finanziamenti concessi a società che erano in conflitto di interessi con gli stessi amministratori. La convinzione è che queste operazioni siano state autorizzate nonostante fosse evidente che avrebbero portato l’istituto al fallimento vista la situazione patrimoniale già drammatica
L’istanza al gip
Con la richiesta al gip i pubblici ministeri guidati dal procuratore Roberto Rossi cercheranno di bloccare i beni di Bronchi e lo accusano di concorso nel reato di bancarotta proprio con i membri del cda. La decisione è prevista dopo pasqua, ma non è escluso che possa arrivare addirittura entro la fine di questa settimana. Un’accusa analoga potrebbe scattare a questo punto per il responsabile Marketing Fabio Piccinini che aveva percepito una buonuscita da 125 mila euro. Ma non solo. Ci sono infatti altre due contestazioni degli ispettori. La prima riguarda «la partecipazione alle spese legali e processuali dell’ex presidente del cda Giuseppe Fornasari decisa dagli amministratori senza prevedere l’eventuale ripetizioni di dette spese in caso di soccombenza».
Ma ancor più grave viene ritenuto quanto stabilito per «la definizione e remunerazioni del nuovo direttore generale Daniele Cabiati».
Denuncia infatti Bankitalia: «Non sono state rispettate le policy aziendali. In particolare si è rilevato che la lettera inviata l’8 agosto 2014 al dottor Cabiati, a firma dell’allora presidente Lorenzo Rosi, introduce la possibilità di riconoscergli una retribuzione variabile da 300 mila euro contrariamente a quanto indicato nel documento sulle “politiche di remunerazione” approvato dall’assemblea dei soci del 4 maggio 2014. Si aggiunge che gli obiettivi aziendali a cui detta retribuzione è subordinata si sarebbero dovuti indicare in una successiva comunicazione che invece non è stata rinvenuta agli atti».
I «fidi» agli amici
Un filone dell’inchiesta, dove sono indagati Rosi e il consigliere Luciano Nataloni per non aver dichiarato il conflitto di interessi, contesta la concessione di finanziamenti a società che erano riconducibili agli stessi due amministratori e su questo sono già in corso da tempo le verifiche della Guardia di Finanza.
Adesso dovranno essere svolti nuovi accertamenti sul ruolo di altri componenti del cda che hanno invece dichiarato espressamente il conflitto ma hanno ottenuto ugualmente i «fidi» per verificare la regolarità delle procedure e soprattutto l’esistenza di garanzie. Si tratta, come denunciano gli ispettori di Bankitalia, di «198 posizioni per un importo totale accordato al 30 settembre 2014, di circa 185 milioni di euro».
Nella relazione si evidenzia che «non sono state osservate da parte di vari esponenti aziendali le prescrizioni in tema di conflitti di interesse» specificando come «la proposta di definire un perimetro dei potenziali interessi degli esponenti era stata rigettata dal cda perchè – come riferito in una relazione della Compliance – avrebbe rischiato di “ingessare” l’attività dell’organo di supervisione strategica» del quale faceva parte lo stesso Boschi.
Fiorenza Sarzanini
(da “il Corriere della Sera“)
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Marzo 21st, 2016 Riccardo Fucile
L’IMPORTANZA DI SENTIRSI PARTE DI UN TUTTO
Per chi almeno una volta è stato su uno di quei bus Erasmus lo sgomento per la tragedia della Catalogna,
se mai possibile, è ancora più forte.
Perchè sa quanta vita, quanta gioia di vivere, quante speranze, quanti progetti sono stati portati via da un pullman uscito fuori strada.
Dire che oggi se ne è andato un pezzo di futuro non è una frase retorica, ma la verità . E chi, come me, è stato in Erasmus, può capirlo alla perfezione.
Oggi la famosa generazione Erasmus, il programma di scambio europeo tra studenti di diverse università e paesi, si stringe in un abbraccio forte e doloroso che supera i confini e non bada alla nazionalità delle vittime.
Su quell’autobus in Spagna c’erano Valentina, Lucrezia, Elisa, solo per citare i nomi di alcune delle vittime italiane della strage.
E di fianco a loro c’era il mondo intero, il mondo del futuro.
Oggi la generazione Erasmus ha perso le sue figlie. E noi, i giovani di quella generazione, abbiamo perso le nostre sorelle.
Era il 2008 quando sono partito per la Finlandia, 4 mesi all’estero.
L’autobus degli Erasmus io l’ho preso per andare da Helsinki a San Pietroburgo. E poi in Lapponia: dodici ore di viaggio, notte e giorno. Eravamo in 50, solo 4 italiani.
Si parlava inglese anche tra di noi, ma io che lo masticavo poco rispetto agli altri ogni tanto mi lanciavo in espressioni azzardate.
Chi parlava meglio la lingua non mi derideva. Mi correggeva, mi aiutava: “Forse volevi dire così?”.
In un solo autobus c’era la Spagna con suoi odori, la Francia con il suo accento, la Germania e l’Austria, dall’inglese provetto.
Il viaggio era parte integrante del divertimento, il pullman risuonava di gioia, di canti, di cori. Di spensieratezza.
Sarà stato così anche in Catalogna. Perchè in fondo la generazione Erasmus, anche se passano gli anni, conserva sempre la sua peculiarità : sentirsi parte di un tutto, indefinito, ma pur sempre un tutto.
Sui pullman degli Erasmus c’è la vita: noi ci raccontavamo i progetti futuri, i nostri sogni.
Chi sarebbe voluto diventare un avvocato, chi avrebbe voluto trascorrere la vita viaggiando, chi avrebbe voluto insegnare e chi diventare un importante manager. Io volevo fare il giornalista.
A distanza di anni con molti ho perso i contatti, con alcuni ho ancora legami.
Tutti però mi hanno lasciato almeno un ricordo. C’è chi è diventato avvocato, chi manager, chi ancora viaggia.
Questa mattina, dopo aver letto la notizia della strage, ho riaperto le fotografie vecchie di 8 anni. In una siamo sul bus per la Lapponia, giochiamo a carte.
Sul tavolino tra i sedili un cubo di Rubik e un foglio per gli appunti.
“Non è giusto – riuscivo solo a pensare – non è giusto che ieri sia andata così”
Gerardo Adinolfi
(da “La Repubblica”)
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Marzo 21st, 2016 Riccardo Fucile
RESA PUBBLICA LA MAPPATURA DEGLI IMMOBILI DAL COMMISSARIO TRONCA: MANCATI INCASSI PER 4,5 MILIONI…. C’E’ ANCHE CHI HA UN REDDITO DI UN MILIONE DI EURO E PAGA 220 EURO DI AFFITTO
Nel centro storico di Roma, l’85% degli inquilini che vivono nelle case del Comune di Roma e dei negozianti che utilizzano immobili comunali non paga l’affitto e risulta quindi moroso.
I mancati guadagni per le casse pubbliche ammotano a 4,5 milioni di euro.
È quanto emerge dalla mappatura del patrimonio immobiliare del I Municipio disposta dal commissario straordinario Francesco Paolo Tronca.
Nel 2015, emerge dalla mappatura, il Campidoglio ha chiesto agli affittuari canoni per 50 milioni di euro, ma ne sono stati riscossi appena 25 milioni, appena il 50%.
Dal campione analizzato emergono anche redditi personali o volumi di affari d’impresa elevati: ad esempio un reddito superiore a 700mila euro per un canone pari a 220 euro, o superiore a un milione di euro per un canone pari a 380 euro.
“È stato fatto un lavoro attento, meticoloso e impegnativo”, ha spiegato il commissario straordinario Tronca durante la presentazione della mappatura.
“Quando ho assunto questa responsabilità ho avuto la percezione che in determinati settori non ci fosse, per dirla in modo elegante, una perfetta padronanza nel rispetto delle regole”.
E ancora: “Ho percepito che la situazione non fosse proprio sotto controllo — spiega — Per questo ho creato una segreteria tecnica composta da appartenenti allo Stato e al mondo accademico che mi potesse dare professionalità utile a capire come stavano le cose nei settori che ritenevo più sensibili e uno di questi è quello del patrimonio”.
La capitale va al voto in primavera, dopo la caduta della giunta Marino. “Mi auguro che la prossima amministrazione possa continuare a seguire questo metodo perchè così credo si possa avere una visione completa di tutte le posizioni”, ha concluso Tronca.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 21st, 2016 Riccardo Fucile
PER LEGGE DOVREBBERO PUBBLICARE TUTTI I NOMI, MA LO HANNO FATTO SOLO GARAVINI (PD) E GALLETTI (AP)
La stragrande maggioranza dei parlamentari preferisce comunque coprire i nomi dei finanziatori, il totale
delle somme ricevute, e non specifica se si tratta di privati, aziende o altri soggetti giuridici.
Secondo Openpolis erano solamente quattro i deputati che non sbianchettavano questi dati ma ora sono rimasti solo in due — Garavini del Pd e Galletti di Ap — dopo la recentissima marcia indietro della metà dei «trasparenti».
Contribuiscono a generare una confusione, che inficia la linearità e la veridicità del panorama, anche i metodi di rendicontazione che non sono omogenei tra loro, essendo numerosi e disparati i moduli da depositare al collegio regionale di garanzia elettorale e i partiti politici.
Quest’ultimi con una mano danno in termini di sostegno e con l’altra prendono, generalmente con lo strumento del tesseramento obbligatorio con la conseguenza di comparire in entrambe le voci del bilancio.
Partendo dalle fonti vediamo come le campagne elettorali dei singoli candidati siano state finanziate in larga parte da «terzi», cioè da soggetti diversi dai partiti e dai candidati stessi.
La definizione generica cela la natura reale dei privati, che fanno la parte del leone con il 72% dei contributi a fronte di un minuscolo 6,49% coperto dal partito e un 21% erogato dal candidato stesso.
Tra i gruppi parlamentari è quello della Lega ad avere la maggiore percentuale di entrate da terzi con il 91,72% , seguono Forza Italia con il 78,60% e il Partito Democratico con il 75,43.
Il Movimento 5 stelle è invece appena sotto questo podio con il 73,6.
Per quanto riguarda i costi, i gruppi che mediamente hanno speso di più per le campagne elettorali dei singoli sono Fratelli d’Italia alla Camera con 29.910 euro e Area Popolare (Ncd-Udc) al Senato con 30.023.
I più virtuosi in entrambi i rami del Parlamento, sono i pentastellati con, rispettivamente, 662 e 455 euro spesi dai propri eletti.
Restando sempre in ambito di uscite, la maggior parte dei politici spende in materiali e mezzi di propaganda, costati poco più di un milione e 200mila euro.
La seconda voce è l’obolo versato al partito, non sempre e non da tutti ottemperato, con sommo disappunto dei tesorieri che comunque raccolgono oltre 863mila euro, a fronte di soli 88mila spesi per sostenere le spese elettorali dei loro candidati.
Il partito con il saldo più consistente tra dare e avere, nonostante le «minacce» di Maria Rosaria Rossi ai colleghi morosi, è Forza Italia, in attivo di quasi 261mila euro. Seguono Area Popolare con 196mila e, staccato di parecchio, il Partito Democratico con 36mila.
Gli unici in rosso sono i grillini che, secondo il rendiconto, non chiedono nulla ai loro deputati e senatori rimettendoci 574 euro.
Un ultimo dato interessante riguarda il comizio di piazza che sta quasi passando di moda.
Le manifestazioni sono costate appena 494mila euro complessivi. In tempi di social network rapidi e semplici e con l’antipolitica che spesso ricorre a vivaci contestazioni, meglio evitare di esporsi.
Manuel Fondato
(da “il Tempo”)
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Marzo 21st, 2016 Riccardo Fucile
LA STRAGE DEGLI STUDENTI IN SPAGNA: SI SCHIANTA IL BUS IN GITA ERASMUS
Sette studentesse italiane tra le tredici vittime dell’incidente a Tarragona durante la gita.
Venivano da diverse regioni, quasi tutte erano arrivate a gennaio a Barcellona per uno stage di sei mesi in facoltà diverse, da Economia a Farmacia.
All’obitorio di Tortosa il dolore delle famiglie giunte nella notte da tutta Europa
I voli sugli aeroporti della Catalogna accompagnano da tutta l’Europa i familiari delle tredici studentesse morte nell’incidente del bus che le riportava a Barcellona dopo una gita a Valencia.
L’iniziativa era parte del programma del soggiorno Erasmus in Spagna, un’opportunità per i ragazzi di allargare i propri orizzonti, migliorare la propria preparazione, conoscere un altro ambiente rispetto a quello di provenienza. Un sogno, per alcuni di loro, interrotto bruscamente all’alba di domenica.
Il portavoce del governo catalano ha confermato quanto anticipato ieri sera dalla Farnesina: sette delle vittime sono ragazze italiane che studiavano all’università di Barcellona.
Le altre vittime sono due studentesse tedesche, una francese, una romena, un’austriaca e un’uzbeca. Tutte avevano tra i 22 e i 25 anni.
La prima vittima italiana identificata è Valentina Gallo.
Fiorentina, 22 anni, era iscritta alla facoltà di Economia per uno stage di sei mesi. Era arrivata in Spagna
alla fine di gennaio e sarebbe dovuta rientrare in Italia all’inizio dell’estate. La famiglia è in Spagna da ieri.
Nella notte, invece, la seconda brutta notizia: le condizioni di Elena Maestrini, 21 anni, di Gavorrano (in provincia di Grosseto) si sono aggravate e alle alle 4 del mattino la giovane è stata dichiarata morta. Studiava Economia e managment, era a Barcellona da un paio di mesi e sarebbe dovuta rientrare in Italia per le vacanze di Pasqua. Con ogni probabilità erano amiche e per questo erano salite sullo stesso autobus. Più fortunate altre due giovani toscane.
Altre due ragazze in Erasmus nella stessa facoltà erano a casa a Firenze, perchè erano rientrate dalla Spagna per il weekend per motivi familiari.
E’ deceduta anche Serena Saracino, 23 anni, torinese.
Frequentava a Barcellona la facoltà di Farmacia. Dopo l’incidente era stata ricoverata, ma le sue condizioni erano gravi e non ce l’ha fatta. Serena avrebbe compiuto 23 anni il 28 marzo, il giorno di Pasquetta: “Era un angelo dai capelli lunghi, molto studiosa e ubbidente come oggi è difficile trovare – ha detto il padre – Amava molto Barcellona che però le è costata la vita e ha ucciso anche il suo papà e la sua mamma”.
Non ce l’ha fatta neanche Frabcesca Bonello, 24 anni, genovese, residente nel quartiere di Castelletto. Studiava Medicina ed era in Erasmus da pochi mesi a Barcellona, dove frequentata la facoltà di Medicina.
Le procedure per l’identificazione sono state molto complesse.
A bordo c’erano 56 studenti di 14 nazionalità diverse. La maggior parte dei ragazzi dormiva quando – poco dopo l’alba – è avvenuto l’incidente sull’autostrada Ap7 che collega la Catalogna alla Francia.
Molti di loro non avevano i documenti addosso e rispetto al viaggio di andata alcuni avevano cambiato pullman per riunirsi con gli amici.
I corpi sono stati trasferiti all’obitorio dell’ospedale di Tortosa e qui, nel centro allestito dalle autorità , un gruppo di psicologi da ieri notte ha iniziato ad accogliere le prime famiglie arrivate per il riconoscimento delle salme.
I 34 feriti sono stati invece portati in diversi ospedali della regione. Tre sono le italiane ricoverate, alcune di loro in condizioni definite dai medici “gravi”.
Tra i feriti italiani c’è un’altra ragazza toscana, proveniente da Greve in Chianti. Una studentessa piemontese è ricoverata: Annalisa Riba, 22 anni, originaria di Dronero (Cuneo); frequenta a Barcellona la facoltà di farmacia. Le sue condizioni destano preoccupazione.
(da agenzie)
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Marzo 20th, 2016 Riccardo Fucile
UNA TURBA DI MORTI CHE CAMMINANO HA DECISO DI AFFRETTARE LA PROPRIA FINE, FACENDO CASCARE LA CATAPECCHIA DOVE SI ERANO RIFUGIATI… PRESTO DOVRANNO TROVARSI UN LAVORO DI RIPIEGO PER CAMPARE
Ve lo ricordate quel marito che per far dispetto alla moglie si taglia gli zebedei?
Ci sono capi e capetti del centrodestra italiano che si comportano esattamente così. Vogliono disfarsi del vecchio Silvio Berlusconi, un ottantenne senza forze, capace di dare segni di vita soltanto se gli capita di imbattersi nel pelo fresco di una ventenne.
Così testardo da non voler passare il mazzo di carte a qualche erede meno sfasciato di lui. Ma nella speranza di ricoverarlo alla Baggina, il famoso ospizio milanese per i vegliardi, questi dirigenti, personaggetti da quattro soldi, stanno montando una baraonda che distruggerà anche loro.
La politica italica ci sta offrendo un caso da manuale che fino a oggi non conoscevamo. Una turba di morti che camminano ha deciso di affrettare la propria fine, facendo cascare la baracca dove si erano rifugiati.
Succede nel centrosinistra dove gli ex comunisti, un tempo campioni di arroganza feroce, si mettono in fila davanti al boia arrivato da Firenze per accopparli. E lo pregano tremebondi di tagliare tutte le teste che gli fanno ombra.
Ma succede soprattutto nella catapecchia di centrodestra. Qui si assiste a un fenomeno pressochè unico al mondo. Quello di un gruppo dirigente che ha deciso di eliminarsi da solo, in modo autarchico, senza nessun intervento esterno.
Neppure quello dei kamikaze del Califfato nero che, prima o poi, faranno una visitina a Roma. E tra qualche settimana i piccoli boss dovranno trovarsi un lavoro di ripiego per riuscire a campare.
Debbo confessare che il Bestiario e il suo autore, considerati dalla Casta un esempio da manuale del giornalismo criminale, è preoccupato soprattutto della sorte che toccherà alla star del momento: la Giorgia Meloni, ragazzona bionda, dai singolari occhi azzurri, una vulcanica rompiscatole. Si è candidata a fare il sindaco della capitale. Ma è matematico che neppure Santa Scarabola, la patrona delle imprese impossibili, la aiuterà ad arrivare almeno al ballottaggio.
Madama Meloni lo pensa anche lei. Infatti, ecco un’altra maxi sciocchezza senza precedenti, si è già affrettata a rivelare per chi voterà nel duello tra i candidati che riceveranno più voti: la grillina Raggi, la sconosciuta uscita dal cilindro di Casaleggio che tutti danno per vincente.
Che cosa potrà fare la signora Meloni dopo la sconfitta, se non vorrà arruolarsi nei reparti femminili della Legione Straniera per espiare la sua fenomenale ingenuità ?
Il mago Otelma ha rivelato al Bestiario che ha già trovato un mestiere alternativo: andrà in tivù a fare la cuoca.
Viviamo in un’epoca di suprema stoltezza che vede gli chef imperversare su tutte le emittenti pubbliche e private. Ma di solito sono maschi, quasi sempre panciuti e barbuti. Giorgia bucherà il video e porterà alle stelle l’audience di qualunque boiata in cucina.
Il suo collaudato spin doctor, il missino Fabio Rampelli, architetto e campione di nuoto, indosserà anche lui il grembiulone bianco.
E assisterà Giorgia nel preparare primi, secondi e terzi piatti, felice di servire quella che fu la sua leader.
Voleva un impiego analogo un altro degli scudieri meloneschi, il satanico Ignazio La Russa, ma Giorgia l’ha considerato troppo demoniaco. E così anche lui andrà in tivù, ma a interpretare il mostro cattivo di Guerre Stellari.
Spaventerà i bambini che poi la cuoca consolerà con merende elaborate, il giusto alimento per i futuri Fratelli d’Italia.
E Matteo Salvini che cosa farà , dopo aver tentato invano di conquistare Palazzo Chigi? Non lascerà la politica, ma aprirà una stagione cruenta di lacrime e sangue. Il Matteo leghista si è già confezionato una divisa strabiliante: da Dittatore dello Stato Identitario di Bananas.
E comincerà ad accoppare tutti i capi leghisti che gli fanno ombra.
Ammazzerà il vecchio Umberto Bossi, soffocandolo con il sigaro toscano che insiste nel fumare. Liquiderà il Roberto Maroni, uno zitellone che non si vergogna di portare occhiali rossi. Il colore preferito dai gay comunisti che Salvini vorrebbe rinchiudere in un lager apposito, costruito alle sorgenti del Po.
Poi farà pugnalare il fantasioso Roberto Calderoli. Costui ha ricevuto un assaggio di quanto gli toccherà . Il dittatore leghista ha già cacciato la presidente della provincia di Cuneo, Gianna Gancia, che guarda caso è la moglie del Calderoli.
Il governatore veneto, l’esangue Luca Zaia, con quel suo eterno vestito nero che lo fa sembrare un becchino triste, si prepari a espatriare in Austria: i killer di Matteo prima o poi gli andranno addosso e lo faranno sparire.
Il secondo tempo della pulizia etnica decisa da Salvini prenderà di mira i fedelissimi di Berlusconi.
Il tecnico delle emergenze, Guido Bertolaso, sarà costretto a chiedere asilo politico al premier Renzi, che lo spedirà a velocizzare gli eterni lavori della Salerno-Reggio Calabria.
La senatrice badante del Cavaliere, Maria Rosaria Rossi, per salvarsi la ghirba si rinchiuderà in un convento di suore di clausura. I servizi segreti salviniani daranno la caccia persino alla fata bionda di Bolzano, la statuaria Michaela Biancofiore, che ha osato parlare di «un centrodestra suicida».
E il povero Cavaliere? Il dittatore leghista non oserà toccarlo. Ma lo sfratterà dalla villa di Ancore.
Poi deciderà di mandarlo al tappeto con l’affronto più velenoso: fare una proposta di matrimonio alla fidanzata di Silvio, la solare Francesca Pascale.
Infine manderà i propri scherani a impadronirsi dell’Impero televisivo di Mediaset. Marina verrà costretta a cercarsi un impiego da segretaria. Pier Silvio dovrà rassegnarsi a fare l’usciere.
L’unico a salvarsi sarà il grande Fedele Confalonieri. Scriverà un libro di memorie dal titolo: «I miei sessant’anni con Silvio». Lo stamperà la Mondazzoli che ne venderà un milione di copie.
Travolti da questo suicidio collettivo, spariranno nel nulla le figure di secondo piano del centrodestra.
L’ingenuo Storace, solitario e immarcescibile. I capi e i gregari di CasaPound, monaci generosi della militanza in camicia nera. Stefano Parisi che a Milano perderà la battaglia contro quel furbone del Sala. Osvaldo Napoli, rottamato dal Dittatore come candidato sindaco a Torino, dovrà limitarsi a sfoggiare le sue belle cravatte nei talk show, ammesso che vogliano ancora invitarlo.
Una volta scomparso il centrodestra, l’Italia starà meglio o peggio di prima.?
Nessuno lo sa. A meno che non si avveri una previsione che molti stanno già facendo.
I due dittatori rimasti in campo, il Ganassa fiorentino e il Bananista della Lega, si metteranno d’accordo e firmeranno il cosiddetto patto del Doppia Emme.
Le conseguenze si vedranno subito. Un regime autoritario con una coppia di ducetti in grisaglia. Nessuna opposizione. Caccia ai dissidenti. I posti di potere soltanto ai fedeli del Matteo nazionale e di quello leghista.
Resterà un problema.
Che cosa fare delle tante donne che avevano militato nel centrodestra del Cavaliere, anche a titolo privato?
La soluzione la scoverà Filippo Sensi, il super consigliere renzista. Lui si rammentò che Denis Verdini era un vecchio sottaniere e coltivava il sogno di farsi un harem. Le femmine di Silvio passarono a Denis.
Il Grande Voltagabbana le concentrò in un villone sui colli di Firenze. E tutte si rivelarono il trastullo allegro della sua vecchiaia.
Giampaolo Pansa
(da “Libero”)
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Marzo 20th, 2016 Riccardo Fucile
MOLTI A DESTRA NON VOGLIONO VOTARE L’EX “ZECCA ROSSA” LUCIA BORGONZONI, UN LUNGO PASSATO NEL CENTRO SOCIALE LINK E ORA CANDIDATA SINDACO DA SALVINI E DALLA MELONI
“Un cumulo di macerie”: così Giuliano Cazzola definisce il centrodestra di Bologna a pochi mesi dalle
elezioni comunali che decideranno sul secondo mandato di Virginio Merola.
L’ex deputato del Pdl, ammette di essere tentato dall’astensione al primo turno.
Cazzola dice però ai microfoni dell’agenzia Dire che “Solo in caso di ballottaggio, tra il sindaco uscente e il Movimento 5 Stelle, a quel punto voterei Merola”.
Cazzola precisa che non si è mai astenuto prima d’ora, ma che la tentazione sul primo turno c’è. Sul centrodestra bolognese si esprime in modo severo: “Lo vedo come un cumulo di macerie, come Berlino alla fine della seconda guerra mondiale”.
Nel frattempo, anche se formalmente si dice che occorre attendere l’ok da Roma per sposare la candidatura della Lega per Palazzo D’Accursio, a Bologna l’asse tra Fratelli d’Italia e Lucia Borgonzoni si sta saldando sempre più, con Forza Italia che fa un passo indietro.
Ma perchè votare la Borgonzoni per molti di destra è improponibile?
Di rosso ora le sono rimasti solo i capelli. E tuttavia Lucia Borgonzoni, candidata sindaco della Lega a Bologna, le tanto odiate “zecche rosse” dei centri sociali pare averle frequentate a lungo negli anni giovanili.
Un vecchio conoscente dei tempi del Link (uno dei principali centri sociali bolognesi), Mauro, ha postato su Facebook una vecchia foto del 2000, scattata in un “casale occupato”.
Nel post, Mauro ironizza sulla nuova Borgonzoni e lancia l’hashtag #sindachessadellafattanza, termine che a Bologna ricorda certe notti passate in compagnia della marijuana.
La candidata, intervistata da Repubblica Bologna, non ha potuto che confermare di essere stata per anni barista al Link.
Oggi tutto è cambiato per la giovane consigliera comunale, con in tasca una laurea all’Accademia di Belle Arti e un presente da pittrice e interior designer per locali pubblici.
Un passato ingombrante, però, per la candidata di un partito che a quel mondo ha dichiarato guerra. E in effetti in città l’argomento è sulla bocca di tutti.
Sui social network spuntano anche racconti di vicini di casa del tempo, nel centro storico. “Averla come vicina nella mansarda sopra il mio appartamento è stato indimenticabile”, racconta una signora. “Musica a tutto volume e viavai notturni da chiamare i Vigili per il rumore, cani che lasciavano le loro deiezioni sul mio/nostro pianerottolo e che nessuno puliva…la signora inavvicinabile fino alla tarda mattinata, perchè sai sta dormendo…ho cambiato casa”. Non è proprio un profilo “legge e ordine”, quello che sta venendo fuori.
E del resto, anche Salvini da ragazzo ha frequentato le serate al Leoncavallo. Insomma, la Borgonzoni sembra in buona compagnia, condividendo certi trascorsi con il Capo
Li vogliamo vedere quelli di Fdi andare a votare per la sindachessa della fattanza…
(da agenzie)
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Marzo 20th, 2016 Riccardo Fucile
SONDAGGIO SCENARI POLITICI: CONTRARI A UNA PRESENZA IN LIBIA IL 58,5%, FAVOREVOLE IL 30,7%
Se nell’ambito di un’operazione internazionale l’Italia dovesse intervenire in Libia con la sua forza militare, i cittadini temono attentati per rappresaglia.
E’ quanto rivela un sondaggio di Scenari Politici condotto per l’Huffington Post.
Secondo il 49,7 per cento della platea intervistata, ci sarebbe da temere il rischio di attacchi da parte dello Stato Islamico.
Il 42,9 per cento, invece, prevede delle ripercussioni per il nostro Paese ma confida nei servizi segreti e nella loro capacità di prevenirle.
Nel complesso, quasi tutti concordano che un’operazione militare esporrebbe l’Italia al rischio attentati, quindi. Solo il 7,4 per cento si dice sicuro di non correre alcun rischio.
La situazione libica è caotica: dopo lo stop arrivato da Tripoli al governo designato di Fayez Sarraj, fortemente spinto dalla comunità internazionale, anche Tobruk ha fatto sapere che non accetterà governi imposti da forze straniere.
Tuttavia il premier Renzi ha ribadito che l’Italia non interverrà militarmente in Libia senza “una esplicita richiesta da parte del governo locale”.
Gli italiani sono per la maggior parte contrari all’intervento: secondo il sondaggio Sp, il 58,5 per cento dice di no alle truppe o partecipazione militare in Libia.
Si dice favorevole, invece, il 30,7 per cento.
POLITICA
Tornando alle vicende di casa nostra, SP registra un contro-sorpasso sul fronte politico rispetto alla settimana scorsa. In caso di ballottaggio alle elezioni, il Pd sarebbe sopra il Movimento 5 Stelle: i dem infatti raggiungerebbero il 51 per centro contro il 49 per cento dei grillini.
Sul fronte della fiducia nei leader, invece, nel panorama di sinistra l’ex premier Romano Prodi riscuote, seppur di poco, maggiore consenso rispetto all’attuale presidente del Consiglio Matteo Renzi: 36 per cento a 34.
PARTITI
In testa sempre il Pd al 32,4%, segue il M5S al 23,6%, in calo la Lega al 12,9%, poi Forza Italia al 9,8%, Sinistra Italiana al 6,6%, FdI al 5,5%, Ncd al 3,4%
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 20th, 2016 Riccardo Fucile
SONDAGGIO IPSOS: LA SINISTRA RADICALE NON SFONDA, SE NASCESSE UNA FORMAZIONE SI FERMEREBE AL 9%
Il tema dello spazio politico a sinistra del Pd è da tempo presente nel dibattito politico. Renzi e la sua
modalità di condurre l’azione di governo e di gestire il partito, le sue scelte spesso criticate da quell’area hanno provocato un progressivo e in qualche caso risentito allontanamento della minoranza pd (non di tutta).
È un pezzo di ceto politico che ha avuto un ruolo rilevante nella storia recente, ma non solo, del Paese, spesso proveniente dalla tradizione postcomunista.
Oggi quel ceto vede fortemente ridimensionato il proprio ruolo.
Le linee di frattura
Numerose sono le linee di frattura tra minoranza e maggioranza del Pd: dal Jobs act alla scuola, dalla riforma del Senato a quella elettorale, tutti i principali atti di governo sono stati criticati e a fatica sostenuti dalla sinistra.
La scorsa settimana c’è stato un incontro a San Martino in Campo, in Umbria, in cui la minoranza ha cercato di definire il proprio posizionamento nel Pd.
Convegno preceduto da un’intervista fortemente critica di Massimo D’Alema su questo giornale, anche se l’ex premier ha poi negato che essa preannunciasse ipotesi di scissione.
Tuttavia abbiamo voluto testare l’impatto di una possibile forza di sinistra alimentata anche dalla minoranza proveniente dal Pd.
Uno su cinque immagina la scissione
La previsione di una scissione è molto contenuta: solo il 19% degli intervistati la accredita.
Lo fanno soprattutto gli elettorati lontani dal Pd, mentre gli elettori di questo partito sono profondamente scettici: solo il 12% vede all’orizzonte questa possibilità . Ammesso che questa scissione si verifichi, emergono diffusi dubbi sulle effettive potenzialità elettorali di una nuova forza che aggreghi la sinistra.
Solo per il 13% potrebbe raccogliere una messe importante di voti dai delusi di Renzi. Un terzo pensa che forse la scissione potrebbe portare qualche voto in più rispetto a quelli già consolidati dalla sinistra (lo credono un po’ di più gli elettori del Pd), mentre altrettanti sono certi che un’operazione di questo genere è destinata a non avere risultati di sorta.
Lo spazio a sinistra
Che oramai lo spazio a sinistra si sia sensibilmente ridotto è confermato anche dai dati relativi alla simpatia che una formazione di questo genere riscuoterebbe tra gli elettori.
Oggi solo il 6% degli intervistati guarderebbe con consistente simpatia a un’operazione simile. Una percentuale dimezzata rispetto al gennaio 2015, che segnò la vittoria di Tsipras in Grecia e inferiore anche alla simpatia suscitata dalla presentazione della coalizione sociale di Landini, esattamente un anno fa.
Anche il gruppo che guarderebbe con qualche simpatia a questa realtà si contrae: oggi è il 17% contro il 31% degli inizi di gennaio. Non cresce il rifiuto netto: la percentuale degli apertamente antipatizzanti (47%) non è molto diversa dalle rilevazioni precedenti. Cresce il «non so», che manifesta freddezza.
L’elettorato pd mostra qualche simpatia in più, ma nessuna passione: la percentuale di chi esprime molta simpatia è all’8%, nella media, mentre cresce il numero di chi guarda con qualche attenzione.
Tra astensione e M5S
È quindi basso l’appeal elettorale di una forza che nascesse dalla scissione a sinistra del Pd: il 2% dichiara che la voterebbe sicuramente, il 7% potrebbe farlo.
Convertire in voto effettivo questa probabilità non è affatto facile: sostanzialmente un bacino potenziale del 9%, che si dimezza o più all’atto del voto.
Il perimetro del consenso della sinistra in questi ultimi anni, senza segnali di allargamento. La sinistra oggi ha uno spazio limitato nel Paese.
Da un lato chi è uscito a sinistra dal Pd difficilmente ha poi deciso effettivamente di votare una forza di sinistra.
Molti si sono rifugiati nell’astensione, una parte ha deciso di dare il voto ai 5 Stelle. Dall’altro lato se l’insofferenza verso Renzi è molto chiara, non altrettanto sono i programmi politici conseguenti.
Il dibattito appare molto chiuso nel ceto politico. E non conquista elettori.
Nando Pagnoncelli
(da “il Corriere della Sera”)
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