Maggio 9th, 2016 Riccardo Fucile
NUOVI SCENARI SE FOSSE CONFERMATA L’ESCLUSIONE DELLA LISTA DI FASSINA
A Roma, secondo i sondaggisti, l’esclusione di Stefano Fassina (in attesa del ricorso) avrà delle
ripercussioni sull’esito delle amministrative.
Secondo Enzo Risso, direttore della triestina SWG, può “fornire un aiutino al primo turno al candidato del Pd, Roberto Giachetti” dice intervistato sul Messaggero.
“Ma non credo che la quantità di voti in gioco possa poi essere decisiva per il risultato del ballottaggio. Questo indipendentemente da quali saranno i due candidati selezionati dagli elettori”.
Per Antonio Noto, di Ipr marketing “Giachetti, Marchini e Meloni al momento, dunque ad un mese dal voto e con una città ancora distratta, dispongono di consensi intorno a quota 20%. Per questo il ritiro forzato di Fassina potrebbe produrre un vantaggio per il candidato del Pd per staccare gli altri due nella corsa verso il ballottaggio”.
Gli elettori di Fassina si possono dividere in tre categorie: gli “arrabbiati” che potrebbero quindi votare i 5 stelle, gli antirenziani che però pur di non fare vincere la destra si turano il naso e votano Pd e infine quelli che ripiegano nell’astensione se l’offerta politica non li convince.
Al momento comunque Fassina viene accreditato dai sondaggisti tra il 3 e il 7% quindi è ragionevole pensare che Giachetti possa raccogliere fra la metà e un quarto dei suoi consensi.
(da agenzie)
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Maggio 9th, 2016 Riccardo Fucile
CARAMASCHI (PD) 22,32%, TAGNIN 18,39% AL BALLOTTAGGIO… IL PRIMO PARTITO RESTA LA SVP CON IL 16,98%, RADDOPPIA IL CONSENSO DEL M5S, CASA POUND AL 6%
Si sono chiuse le urne alle 21, e a Bolzano si è svolto per tutta la notte lo scrutinio delle elezioni per il sindaco e il consiglio comunale.
E alla fine il responso è questo: il 22 maggio ci sarà il ballottaggio tra il candidato sindaco del Pd Renzo Caramaschi – già city manager del capoluogo altoatesino ed appoggiato da Partito Democratico, Sinistra e dalla sua lista civica – , che ha ottenuto il 22,32 % (9.507 voti), e Mario Tagnin, medico dentista – Il Centrodestra-Uniti per Bolzano, appoggiato dalla Lega Nord-Salvini – che ha ottenuto il 18,39% (7.833).
In vista del ballottaggio Caramaschi ha già lanciato il suo appello al partner di sempre, la Suedtiroler Volkspartei (Svp).
Considerati i numeri in campo, si preannunciano ancora difficoltà per la formazione della squadra di governo della città più a Nord d’Italia con in prospettiva il rischio di nuove elezioni forse già in autunno.
Complessivamente sono andati bene Movimento 5 Stelle e Casapound. Il M5S ha quasi raddoppiato il numero dei seggi portandolo dai quattro delle consultazioni del maggio 2015 a sei.
Casapound ottiene oltre il 6% dei consensi e passerà da uno a tre consiglieri comunali. Sette liste sulle diciassette complessive (quasi tutte di centrosinistra) non sono riuscite ad entrare in consiglio comunale.
Per quanto riguarda i partiti, la Svp è però il primo nel neo eletto consiglio comunale di Bolzano con il 16,98% dei voti.
Secondo i dati ufficiosi al termine dello scrutino, il Pd ha ricevuto il 15,83% dei consensi.
Terzo partito è il Movimento 5 Stelle con il 12,07%, davanti alla Lega Nord con l’8,96% dei voti.
La lista Il centrodestra uniti per Bolzano ha ricevuto il 7,60%. Seguono Casapound (6,70%), i Verdi (6,12%), Bolzano con Holzmann (4,96%), Io sto con Bolzano (4,52%) e la Lista civica Caramaschi (4,42%).
Non entreranno invece in consiglio comunale, a causa dello sbarramento, Bolzano sull’onda (2,32%), Artioli sindaca (1,94%), I Love my Town (1,71%), Rifondazione comunista (1,59%), Sà¼dtiroler Freiheit (1,62%), Sinistra (1,49%) e Pensionati.
(da “La Repubblica”)
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Maggio 9th, 2016 Riccardo Fucile
LAVORANO COME FACCHINI, RIGATTIERI, ELETTRICISTI: DUE ANNI FA HANNO DATO VITA A HUMANITAS, UNA VERA E PROPRIA OFFICINA SOLIDALE
“No, non è ancora troppo tardi per noi”. Non è troppo tardi per One Biafall, che viene dal Senegal, e ha 31 anni. Non è troppo tardi per Kajame Mutomb, 45 anni, arrivato dal Congo. Non è ancora troppo tardi per Rajah, originario dello Sri Lanka, che vanta 67 primavere.
A Roma un gruppo di senzatetto ha deciso di smetterla con l’elemosina e di tornare a mettersi in gioco. Sono in 20, tra italiani e stranieri, tutti con un regolare permesso di soggiorno.
Da 2 anni hanno fondato un’associazione culturale, dal nome Humanitas, con l’obiettivo di fare un lavoro utile per loro e per la città . Una vera e propria officina solidale, con cui guadagnare “grazie al sudore della nostra fronte”, raccontano.
“Non vogliamo più solo ricevere, ma anche dare”. È questo il motto dei senzatetto: tutti, per un motivo o per l’altro, vivono alla giornata, lavorando come facchini, rigattieri, elettricisti.
Andre ha 47 anni e nel Camerun era un professore di Matematica. Daniele, 50 anni, era autista in Burkina Faso. Rehamat, per tutti Alì, viene dal Pakistan e di professione faceva il fornaio.
Si sono incontrati per la prima volta in una struttura di accoglienza della capitale, vicino la stazione Ostiense. “Vogliamo dimostrare ai romani, ma anche a noi stessi, che abbiamo ancora le potenzialità per lavorare. Che siamo ancora in grado di reinventare la nostra vita”, aggiungono con orgoglio.
L’idea di raggrupparsi in un’associazione è venuta a Kajame, padre di 3 figli e leader del gruppo. “Per 2 anni abbiamo promosso iniziative culturali con i rifugiati in arrivo nella capitale. Abbiamo poi stretto rapporti con le cooperative della città per aiutarle nello smaltimento dei rifiuti”, spiega.
Ora, però, è il momento di strutturarsi. “Vogliamo unire le nostre diverse capacità per dare vita ad uno spazio comune, una vera e propria officina solidale”, continua. Un’esperienza di lavoro comunitario, insomma, basata sulla raccolta dei materiali usati (riutilizzabili e riciclabili) donati all’associazione dalle famiglie e dagli enti.
“Non si tratta di assistenzialismo — ci tengono a precisare — ma di dare la possibilità , a chi ne è in grado, di mantenersi col frutto del proprio lavoro”.
Parliamo di armadi, comodini, reti, sedie, ma anche poltrone, divani, vestiari ed elettrodomestici da ritirare direttamente a casa, secondo un accordo stipulato con il Comune.
Con quei materiali, poi, Kajame e compagni metterebbero in piedi un mercatino solidale, organizzato e controllato, rivolto per lo più ad altri immigrati residenti nella capitale, che sono sempre alla ricerca di oggetti di prima necessità da comprare a buon prezzo. “Si tratta anche di una questione igienica — insiste Kajame —. Tanti rom in città raccolgono materiale direttamente dai cassonetti, per poi rivenderlo in mercatini illegali”.
Già in passato i membri dell’associazione si sono messi al servizio della città . A settembre, ad esempio, stanchi di vedere la galleria Margherita sempre sporca (nei pressi della stazione Termini, ndr), si sono armati di guanti, scope e buona volontà per ripulire tutto. E in tanti partecipano come volontari a iniziative ecologiche e giornate di mobilitazione, come quella promossa lo scorso 12 marzo dall’associazione Retake Roma.
Di mollare, insomma, non c’è proprio voglia. Ad ottobre i membri dell’associazione hanno scritto una lettera firmata al governatore Zingaretti, senza avere risposta.
A novembre, invece, si sono incontrati con Emiliano Monteverde, assessore alle Politiche Sociali del I Municipio. Ma la situazione sembra ancora bloccata.
“Dopo Mafia Capitale — spiega Kajame — ci hanno fatto capire che non ci sono più fondi”. Eppure il progetto non sembra essere così lontano dalla realtà . “A Milano, ad esempio, è nata un’esperienza simile, dal nome Di mano in mano, finanziata anche dal Comune — aggiunge il presidente —. Lo stesso succede a Bruxelles, dove sono più di 40 gli operai impiegati nell’officina solidale”.
La vita a Roma non è semplice. “Mi manca il lavoro, senza quello non posso vivere”, sorride amaro Andre.
“Discriminati? Non ci badiamo — risponde Kajame —. Anzi, quando succede cerchiamo di prenderla con un sorriso”.
Per ora gli iscritti si appoggiano ai locali della chiesa S.Lucia del Gonfalone, nel rione Regola, in centro. Ma sognano di riunirsi presto nella propria officina.
Nei prossimi mesi, poi, ci sarà la possibilità di partecipare ai bandi della Regione Lazio nel campo dell’inclusione sociale e dell’innovazione. “In tanti, nel gruppo, erano tentati di spostarsi altrove — conclude Kajame —. Ma è proprio questa la nostra sfida: riscattarci qui, a Roma, nella città che ci ha accolto. E sono sicuro che ce la faremo”.
Raffaele Nappi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 9th, 2016 Riccardo Fucile
DAL 2005 CALANO LE DONNE TRA I 30 E I 34 ANNI: “TRAPPOLA DEMOGRAFICA SENZA PRECEDENTI”…”PER METTERE AL MONDO UN FIGLIO LE FAMIGLIE CHIEDONO UNA SICUREZZA CHE IL LAVORO NON DA'”
Hanno tra i 30 e i 34 anni, sono donne e sono sempre di meno. 
Nate a metà degli anni Ottanta, quando la popolazione in Italia già iniziava a crollare, sarebbero oggi, per età , le nuove “potenziali madri”.
Numericamente però assai inferiori delle loro genitrici, e, viste le circostanze di vita atipiche e precarie, assai in difficoltà (insieme ai potenziali padri) nel progetto di mettere al mondo dei figli.
Sorelle più grandi delle millennials, laureate ma in grande affanno sul lavoro, le trentenni di oggi sono protagoniste di quella che gli esperti chiamano la prossima e vicina “trappola demografica”.
Nella quale, secondo una previsione del laboratorio di Statistica applicata dell’università Cattolica di Milano, l’Italia rischia di perdere una “potenziale madre” ogni cinque.
E questo mentre i nati nel 2015 sono stati 478 mila, al di sotto deicinquecentomila bambini l’anno considerati la soglia minima per sopravvivere al declino demografico. Perchè non soltanto le donne tra i 30 e i 34 anni sono meno numerose: erano 2.263.843 nel 2005, sono 1.797.049 nel 2015 (un quinto in meno), ma a giudicare dalla tendenza attuale metteranno al mondo un solo figlio a testa, non di più e non tutte.
A meno di non invertire la tendenza. A meno di non riuscire a sostenere davvero la maternità . E la paternità . E il lavoro femminile, perchè nonostante tutti gli sforzi l’occupazione delle donne in Italia è ancora al 46 per cento, e al Sud le senza lavoro sono, drammaticamente, l’80 per cento del mondo femminile.
«Condivido la definizione di “trappola demografica”», dice Barbara Mapelli, docente di Pedagogia delle differenze all’università Bicocca, «perchè una trappola è qualcosa in cui si finisce anche senza volerlo ».
Le ragazze, in realtà , «i figli li vorrebbero, anche due o tre, ma nel nostro Paese è sempre più alta la distanza tra il desiderio di maternità e la possibilità di realizzarla ». Dietro questo sogno che spesso diventa rimpianto, non ci sono soltanto la precarietà , l’assenza di welfare, le aziende ostili alle gravidanze, la mancanza di congedi maschili, ma anche fattori culturali.
«L’idea sempre più radicata nelle coppie è che al figlio si debba dare tutto. Altrimenti è meglio non farlo nascere. Le donne oggi vivono una contraddizione: da una parte la maternità è ostacolata da fattori oggettivi, dall’altra è enfatizzata all’estremo. Così, spesso, si finisce per rinunciare».
Un quadro noto, eppure poco o nulla si è mosso.
Lo sottolinea, con amarezza, Valeria Fedeli, vicepresidente del Senato, ex sindacalista con una conoscenza profonda dei nodi che bloccano la realizzazione della maternità (a due anni dalla nascita di un figlio una donna su quattro non è più occupata).
E, per Fedeli, le parole chiave sono due: lavoro e padri. «Con il Jobs Act abbiamo provato a dare delle risposte, abbiamo ripristinato la legge contro le dimissioni in bianco. Ma è ancora troppo poco. Il cuore è nel lavoro delle donne: se non si investe sull’occupazione femminile, e sulla possibilità delle potenziali madri di “dividere” il carico della famiglia, i bambini continueranno ad essere pochissimi».
Per diventare genitrici, chiarisce Fedeli, le ragazze vogliono essere prima di tutto autonome.
«Ma la gravidanza è ancora vissuta dalle aziende come un costo insostenibile e, quindi, scoraggiata. Così per non restare disoccupate le ragazze rimandano». E quando coraggiosamente un figlio lo mettono al mondo, e si trovano a dover conciliare la famiglia con la professione, vengono emarginate.
«I ritmi del lavoro sono pensati al maschile: più ore dai all’azienda, più vieni premiato. Ma questo, se hai un bambino, non puoi più farlo». E qui entrano in gioco mariti e compagni, per i quali Fedeli ha presentato una proposta di legge di congedo di paternità obbligatorio di 15 giorni. «Le esperienze europee ci dimostrano che se si condivide, le donne fanno i figli. E allora è da qui che si può cominciare »
Ci sono però esperienze virtuose. Arianna Visentini fa parte di un team specializzato nella conciliazione tra maternità e lavoro.
«Sono sempre di più le aziende che ci chiamano, di solito multinazionali. Ci occupiamo di gestire sia l’assenza della lavoratrice- madre sia il suo rientro. Durante la gravidanza l’aiutiamo a restare in contatto con l’azienda, al suo ritorno la sosteniamo nell’ottica dello smart-working, lavoro da casa e flessibilità . Abbiamo visto che nelle aziende che applicano queste buone pratiche crescono le maternità ». Dimostrazione dunque che la conciliazione è una realtà possibile.
Maria Novella De Luca
(da “La Repubblica”)
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Maggio 8th, 2016 Riccardo Fucile
E’ POSSIBILE CHE UNA MACCHINA ORGANIZZATIVA ESPERTA COME QUELLA DI SEL COMPIA ERRORI COSI’ MADORNALI?… A CHI GIOVA RIMETTERE IN CIRCOLO IL 6% DEI CONSENSI DI FASSINA?
Partiamo dai fatti: Stefano Fassina, il canddiato sostenuto da Sinistra Italiana, è stato escluso dalle liste dei candidati per le elezioni a sindaco di Roma.
Le sue liste sono state respinte dalla commissione elettorale circondariale per vizi formali «non sanabili» e la sua candidatura ora dipende dall’esito del ricorso al Tar.
Entro le prossime ore la commissione elettorale trasmetterà la notifica degli esiti negativi alle varie liste: ricusazione o richiesta di modifica.
Per rispondere i soggetti politici hanno tempo fino a mezzogiorno di martedì.
Nel caso specifico la decisione del Tar arriverà entro tre giorni dal ricorso.
Dalle prime informazioni pare che ci sia stato un duplice problema: sulla lista civica mancherebbero le date (o la data) in cui sono state raccolte le sottoscrizioni; sulla «politica» la commissione elettorale avrebbe ritenuto valide meno firme del minimo necessario (1.300).
Se ciò fosse confermato, si tratterebbe di errori “non rimediabili”, come ha precisato la commissione.
Aggiungiamo errori fin troppo grossolani per provenire da una macchina elettorale ben oliata come quella di Sel.
Per una serie di ragioni che ben comprenderà chi ha un minimo di dimestichezza con la materia e sulle quali non si può che restare basiti:
1) quando si controlla la modulistica, prima di consegnarla alla commissione, la prima cosa che si verifica è che sia indicata la data delle sottoscrizioni. Come in questo caso possa essere sfuggita è un mistero.
2) In previsione che alcune firme possano essere contestate, se ne raccolgono sempre qualche centinaia in più. Cosa non certo difficile per un candidato accreditato a Roma di un 5-6%. Ci sono riuscite piccole liste, come mai Sinistra Italiano no? Qua si parla infatti di appena 1.300 firme che non sarebbero state raggiunte, una volta cassate quelle non valide.
3) A voler essere maligni sembrerebbe più un suicidio perfetto che un omicidio orchestrato da terzi.
A chi andranno, nel caso l’esclusione di Fassina fosse confermata, quei voti?
In una battaglia “capitale” in cui i sondaggi danno Giachetti, Marchini e Meloni racchiusi in 2% variabile di differenza, pare evidente che se anche solo la metà dei consensi di Fassina, ovvero il 3%, dovesse orientarsi verso uno dei tre, il gioco sarebbe fatto.
A voi immaginare a quale degli aspiranti sindaco potrebbero essere dirottati quei voti.
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Maggio 8th, 2016 Riccardo Fucile
“MI DICEVANO DI NON FARE LO SBIRRO, CONTRO DI ME IL PD LOCALE”…UNA DELLE DUE LISTE SI RIFA’ A UN EX SINDACO DI UNA GIUNTA SCIOLTA PER ‘NDRANGHETA
Con la benedizione del premier Renzi, Anna Rita Leonardi era stata presentata come futuro
sindaco di Platì sei mesi prima delle elezioni amministrative.
Ma il giorno che avrebbe dovuto segnare l’inizio della sua cavalcata trionfale, la dirigente Pd l’ha passato a guardare altri presentare le liste che lei non è riuscita a chiudere.
Nel piccolo paese calabrese, che andrà ad elezioni dopo dieci anni quasi ininterrotti di commissariamento, non ci saranno candidati del Pd.
A sfidarsi saranno due civiche in odor di centrodestra.
«Questa – dice Leonardi – è probabilmente l’unica vittoria ed è mia personale. Se oggi si vota è anche perchè ho stimolato la partecipazione politica».
Oggi ci sono Ilaria Mittiga, «che si è presentata – spiega Leonardi – dopo che la Bindi ha dichiarato inammissibile candidatura del padre Francesco, perchè in passato sindaco dell’amministrazione sciolta per mafia» e Rosario Sergi, di “Liberi di ricominciare”, un movimento civico noto per le feroci campagne contro l’accoglienza dei migranti in citt�
Anna Rita Leonardi, Cos’è successo a Platì?
«Per quanto tu abbia determinazione e voglia, se non hai firme e candidati non c’è niente da fare. Avevamo trovato quattro giovani che sarebbero stati disponibili ad impegnarsi con noi, poi avremmo completato la lista con degli esterni. Ma poi hanno fatto un passo indietro
Lì ha deciso di mollare?
«È stata convocata una riunione a Roma. C’eravamo io, il segretario regionale Ernesto Magorno, il responsabile calabrese dell’organizzazione Giovanni Puccio e il vicesegretario Lorenzo Guerini. Alla fine, è emerso che non c’erano più le condizioni per presentare una lista a Platì. Non c’era tempo per cercare nuovi candidati e provarci con soli esterni non avrebbe avuto alcun senso. Sarebbe stato come proseguire con il commissariamento. Noi volevamo riportare il paese a fare politica».
Perchè non siete riusciti a farlo sotto le bandiere del Pd?
«A Platì non c’è solo un’alta densità mafiosa, ma anche un’enorme diffidenza nei confronti della politica. Non sono stata messa nelle condizioni di rompere questa cappa. Per un anno sono stata boicottata non solo da una parte del paese, ma anche da una parte del mio partito regionale. Il segretario provinciale Sebi Romeo, e Magorno mi sono stati vicini, come tutto il nazionale, ma molti dirigenti locali mi hanno apertamente osteggiata e questo mi ha reso poco credibile. In più il circolo è stato aperto e chiuso nel giro di un mese e io ero lì da sola. Una parte del Pd calabrese ha lavorato apertamente perchè questo progetto non funzionasse.
Può fare qualche nome?
«Per adesso no, ma mi riservo di delineare un quadro completo e dettagliato molto presto.
Si rimprovera qualcosa?
«Inizialmente forse ho sbagliato approccio nei confronti dei quadri locali del Pd. Credo che alcuni abbiano letto la mia candidatura come un tentativo di scavalcarli, ma nessuno mi ha mai chiesto apertamente un passo indietro. Per il resto, ho voluto fare tutto da sola. E forse avrei dovuto disturbare il mio partito e pretendere maggiore impegno».
Come mai non si è riusciti a coinvolgere la maggior parte del paese?
«Platì è un territorio complesso, dove molti, pur incensurati, hanno parenti o amici che hanno avuto problemi con la giustizia. In paese ho sempre parlato con tutti, ma fin dal principio ho messo paletti molto chiari per la formazione delle liste. Forse ho pagato la mia rigidità . C’era chi diceva che fossi lì a fare “lo sbirro”».
La ‘ndrangheta ha mai creato problemi?
«Nè io, nè i miei candidati abbiamo mai ricevuto minacce, tanto meno siamo stati avvicinati. Questa storia non ha nulla a che fare con la ‘ndrangheta, è solo un fallimento politico».
Alessia Candito
(da “La Repubblica”)
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Maggio 8th, 2016 Riccardo Fucile
I RETROSCENA: MOVIMENTO IN SUBBUGLIO PER L’AVVISO DI GARANZIA AL SINDACO DI LIVORNO… DI MAIO TENTA DI MEDIARE E GLI CONCEDE UNA FIDUCIA A TEMPO
Un vicolo cieco. “Se Nogarin si dimette, perdiamo voti – ammette pragmaticamente Davide Casaleggio con i pochi fedelissimi che riescono a contattarlo nel bel mezzo della bufera – ma se non si dimette rischiamo di perdere le elezioni…”.
Ecco i tormenti del Movimento Cinque Stelle, colpito al cuore dallo scandalo di Livorno. Perchè un conto è sostenere a caldo il sindaco, come fa Beppe Grillo.
Altra cosa è reggere un’intera campagna elettorale, bombardati dall’accusa di “garantismo a giorni alterni”.
Mollare il sindaco per salvare le amministrative, dunque, oppure mandare al macero anni di intransigente giustizialismo?
Tocca a Luigi Di Maio cercare la via d’uscita da questo tunnel, rompendo l’equazione “avviso di garanzia uguale dimissioni”. Il compromesso diventa una fiducia a tempo a Nogarin, in nome di una svolta elaborata dal vicepresidente della Camera alla vigilia della bufera: “E’ chiaro che dopo la vicenda di Quarto abbiamo aperto una riflessione al nostro interno – confidava solo pochi giorni fa alla Camera – Siamo a un passo dal conquistare Roma, vicini al governo del Paese. Diciamo che esiste una questione di garantismo che dobbiamo affrontare. L’obiettivo è trovare le soluzioni migliori, caso per caso”.
E dire che questa volta il direttorio aveva avuto il tempo di allacciare le cinture.
Era stato lo stesso Nogarin a mettere in guardia i vertici dei Cinquestelle dal rischio di un imminente intervento degli inquirenti.
Se la batosta era annunciata, nessuno poteva invece prevedere l’ora esatta dell’impatto.
E infatti la notizia piomba nel bel mezzo della missione “legalitaria” del Movimento a Lodi. E si diffonde, paradosso nel paradosso, mentre il comico genovese lancia sul blog l’hashtag #IoVotoOnesto.
La prima reazione della Casaleggio associati a questo disastro di comunicazione, allora, è un imbarazzatissimo silenzio radio.
Per qualche ora nessun grillino commenta, tutti tacciono di fronte all’incidente. Il blog, intanto, si tiene a debita distanza dal nodo giudiziario livornese e preferisce puntare su un intervento di Carla Ruocco sui derivati.
Si scatena invece la contraerea del Pd, mirando dritto al punto. “Chi di manette ferisce – ironizza ad esempio Ernesto Carbone, membro della segreteria renziana – di manette perisce…”.
Il cellulare di Di Maio, invece, è rovente.
Da Napoli a Torino, passando per Roma arrivano telefonate drammatiche: i responsabili delle campagne elettorali chiedono di sapere come comportarsi, perchè da domani ai banchetti per le liste non si parlerà d’altro.
Il reggente si consulta con Casaleggio jr., poi chiama Nogarin. Il sindaco ripete al vicepresidente della Camera quanto assicurato anche a Grillo: nessuna condotta illegale, in poco tempo l’ipotesi di reato si sgonfierà .
Invoca soprattutto tempo, promette novità importanti dal concordato allo studio del cda dell’azienda di raccolta di rifiuti livornese.
In pochi minuti il capo del direttorio mette a punto la strategia. Di fatto, si concede al primo cittadino una sorta di fiducia a tempo, sfidandolo a dimostrare nel più breve tempo possibile la propria estraneità ai fatti.
Non tutti sono entusiasti.
Alessandro Di Battista, che a Roma combatte la sfida della vita per conquistare il Campidoglio al fianco di Virginia Raggi, invoca pubblicamente un rapido chiarimento, non escludendo il passo indietro del sindaco.
E’ una prima reazione, una trincea scavata in attesa di capire l’effetto che fa.
“Per molto meno – ricorda un ex grillino di peso come il toscano Massimo Artini – espulsero il consigliere regionale dell’Emilia Romagna Defranceschi “.
Anche Di Maio, naturalmente, conosce bene i rischi di una guerra di logoramento, testata sulla propria pelle in occasione dello scandalo di Quarto.
Anche allora si tentò di salvare Rosa Capuozzo, salvo poi sacrificarla con un provvedimento d’espulsione.
Stavolta, se possibile, è anche peggio: dopo Parma, Livorno è la città più popolosa governata dai cinquestelle. Quella con maggior peso politico.
Per questo, il reggente mette in cantiere anche un’exit strategy, da mettere in atto se la pressione mediatica e politica dovesse farsi talmente insostenibile da mettere a repentaglio la corsa delle amministrative.
Prevede le dimissioni concordate di Nogarin, considerato un “soldato” nel Movimento. Perchè va bene la svolta garantista, ma le elezioni sono pur sempre le elezioni.
Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica”)
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Maggio 8th, 2016 Riccardo Fucile
RITENUTE VALIDE SOLO 1.300 FIRME, IL PROBLEMA E’ SERIO… ACCREDITATO DEL 6%, QUEI VOTI IN LIBERA USCITA POTREBBERO CONVERGERE ALTROVE E CAMBIARE LA CORSA A SINDACO DI ROMA
Colpo di scena nella corsa al Campidoglio. 
Il candidato di sinistra Stefano Fassina rischia di essere tagliato fuori dalla competizione dopo che le liste in suo sostegno non sono state ammesse dalla commissione elettorale.
“Si tratta di una decisione che, se fosse confermata, altererebbe pesantemente l’esito delle elezioni amministrative nella Capitale. Presentiamo subito ricorso e nelle prossime ore decideremo quali ulteriori iniziative intraprendere”. Ha spiegato lo stesso Fassina su Facebook.
Come spiega il Corriere della Sera l’ex dem sarebbe incappato in un duplice errore
Galeotta, per Fassina, è stata la presentazione degli elenchi all’ufficio elettorale del Campidoglio, in via Petroselli: i tecnici amministrativi hanno dichiarato «inammissibili» le liste del candidato sindaco: prima quelle per i Municipi, poi la «civica» e la «politica» (cioè Si-Sel) per il Comune.
Dalle prime informazioni pare che ci sia stato un duplice problema: sulla lista civica mancherebbero le date (o la data) in cui sono state raccolte le sottoscrizioni; sulla «politica» la commissione elettorale avrebbe ritenuto valide meno firme del minimo necessario (1.300).
E’ evidente che se il ricorso di Fassina venisse respinto a questo punto il 6% di cui era accreditato nei sondaggi sarebbe “in libera uscita” e, fermo restando qualcuno che si attesterebbe sull’astensione, una buona parte potrebbe confluire su altre candidature considerate “meno peggio”.
E’ facile pensare che a guadagnarci potrebbero essere Giachetti e in minima parte la Raggi.
(da agenzie)
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Maggio 8th, 2016 Riccardo Fucile
ORA CI SARANNO I RICORSI: MODULI SBAGLIATI E MANCANZA DELLA DICHIARAZIONE DI NON RIENTRARE NELLA INCANDIDABILITA’
“Abbiamo appreso con stupore che la commissione elettorale ha respinto le nostre liste dalla competizione per Roma. Si tratta di una decisione che, se fosse confermata, alterebbe pesantemente l’esito delle elezioni amministrative nella capitale. Presentiamo subito ricorso e nelle prossime ore decideremo quali ulteriori iniziative intraprendere”.
E’ quanto dichiara Stefano Fassina, candidato sindaco di Roma per Sinistra Italiana. Ieri alle 12 la chiusura dei termini per la presentazione delle sottoscrizioni.
A Milano stesso problema per la lista di Maria Teresa Baldini (Fuxia People), unica donna in corsa per la poltrona di sindaco, e per la lista di Fratelli d’Italia, a sostegno del candidato Stefano Parisi.
L’annuncio della ricusazione delle due liste da parte della commissione elettorale circondariale è arrivata nella tarda nottata di sabato: il modulo di dichiarazione di accettazione della candidatura alla carica di consigliere comunale da parte dei 38 soggetti aderenti alla lista civica Fuxia People e da parte di Fratelli d’Italia sarebbe infatti un modello «antiquato», e conterrebbe riferimenti normativi non aggiornati al 2012 (la cosiddetta «legge Severino») per quanto riguarda le condizioni ostative alla candidatura.
«La Commissione Elettorale Circondariale di Milano ha emesso un provvedimento di ricusazione della lista di Fratelli d’Italia – AN per il Consiglio Comunale, poichè nella accettazione di candidatura di tutti i 48 candidati, per un puro errore materiale ascrivibile ad un dato tecnico, mancava per ognuno la dichiarazione di non rientrare nei casi di incandidabilità previsti dalla legge Severino – spiega un comunicato del coordinamento milanese del partito -. Tale dichiarazione è invece presente nelle accettazioni di tutti i candidati di Fratelli d’Italia nelle nove liste per i municipi, a riprova che si è trattato di mero errore materiale».
(da agenzie)
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