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GIAMPAOLO PANSA: “QUELLO CHE PENSO DI ALFIO MARCHINI”

Maggio 2nd, 2016 Riccardo Fucile

IL GESTO INATTESO E I PROBLEMI DOPO LA VITTORIA

Prima di tutto, devo rendere onore al soldato Guido Bertolaso.
Dopo un lungo percorso dentro la giungla della grande burocrazia pubblica, una foresta piena di tigri e sciacalli, ma anche di scimmie ridanciane, si era ritirato in Africa a fare il medico.
Silvio Berlusconi, alla ricerca disperata di un candidato per le elezioni di Roma, gli aveva chiesto di ritornare in Italia per sobbarcarsi questo nuovo impegno.
Lo sventurato poteva di dire no, senza correre il rischio di essere deportato in un gulag per riottosi, allestito accanto al villone di Arcore.
Ma Bertolaso ha riposto sì, credo per lealtà  nei confronti di un leader politico con il quale aveva lavorato da capo della Protezione civile.
Confesso di non essermi stupito. Appartengo a una generazione allevata sotto il segno di alcuni principi fondamentali, oggi diventati carta straccia
Uno di questi veniva definito, pensate un po’, il senso del dovere.
Nell’ Italia di un tempo c’ era gente che moriva per non tradirlo. Bertolaso si è comportato nello stesso modo. Per fortuna sua e dei famigliari, non ha tirato le cuoia.
Ma ha incontrato una sorte che, nella società  dell’ immagine, può anche essere peggiore. Il Cavaliere, un super cinico come tutti i capi partito, dopo averlo arruolato se ne è disfatto quasi subito. Bertolaso poteva reagire in malo modo, però si è comportato da signore.
Dunque, onore a lui. Il Bestiario, per quel pochissimo che conta, gli offre il saluto delle armi.
Messo da parte quel candidato, Berlusconi ne ha scelto un altro: Alfio Marchini.
Tutti i lettori ne conoscono la storia e la figura, grazie al ritratto che anche noi ne abbiamo tracciato. Ma alle tante parole scritte in questi giorni, voglio aggiungere la mia impressione personale.
Non lo avevo mai incontrato, però mi era capitato di parlare di lui   in qualche intervista.Dicendo che mi sembrava l’ uomo giusto per la battaglia di Roma. E che l’ avrei votato volentieri, se fossi un elettore della capitale, una megalopoli sfasciata da dove sono fuggito in tempo, dopo esserci vissuto per un quarto di secolo.
IL GESTO INATTESO
A quel punto, Marchini mi ha telefonato per ringraziarmi, un fatto che con i politici di prima fila non succede mai, proprio mai. Sul loro conto puoi scrivere di tutto. Dicendo che sono degni di un Premio Nobel oppure briganti di strada pronti ad ammazzare il primo bambino che passa. È un comportamento che non mi meraviglia più. Lo considero uno dei sintomi espliciti di una tragedia che ci riguarda tutti.
La Casta odierna è diventata di pietra. Abbiamo di fronte esseri umani ormai incapaci di qualsiasi reazione. Non hanno più nervi, cuore, carattere. Forse è vero che sono diventati altrettanti robot, purtroppo senza nessuno che li guidi.
Marchini non è così. Infatti un giorno l’ ho visto arrivare nella nostra casa, in un piccolo paese lontano da Roma.
In quel momento non era ancora il candidato del Cavaliere, ma soltanto di se stesso e della lista civica che intendeva partecipare alla battaglia per il Campidoglio.
Abbiamo parlato a lungo e ne ho ricavato un’ impressione che non mi aspettavo.
L’ ingegner Alfio era, anzi è, animato da un forte entusiasmo pulito. Vede la propria città  immersa dentro un gigantesco dopoguerra. Distrutta non dalle bombe di una potenza militare avversaria. Bensì dall’ incuria di milioni di romani.
E si è dato la missione di salvarla e rimetterla all’ onor del mondo.   Anche la parola “missione” è desueta, fuori moda. Ma non per Marchini, credo.
È un signore ricco, dunque non avrà  bisogno di mazzette o di finanziamenti illeciti. È ancora giovane, ha compiuto da poco i cinquantuno anni, è un tipo di bella presenza, con una famiglia che immagino lo renda felice. Nessun medico gli ha ordinato di fare il sindaco di Roma. Ma credo che disponga di una squadra di amici intelligenti e pratici, il contrario dei sognatori.
DOPO LA VITTORIA
Tuttavia anche Marchini ha un problema gigantesco. Non è quello di vincere e sedersi in Campidoglio. Qui siamo nelle sabbie mobili dell’ incognito, dal momento che nessuna grande coalizione di sondaggisti sarebbe in grado di prevedere come finirà  la guerra elettorale di Roma.
Il vero problema di Marchini si presenterà  dopo una possibile vittoria. È sarà  il suo rapporto con un altro signore che siede nel posto più importante della capitale: Palazzo Chigi. Sto parlando del premier Matteo Renzi. Due anni di governo gli hanno rivelato una verità  che non si aspettava di incontrare. E la verità  è la seguente. La rottamazione si sta rivelando uno slogan sempre più debole.
Possono essere rottamati i tantissimi migranti che sbarcano di continuo in Italia? Può essere rottamata la rabbia giovanile che sta affiorando? I probabili atti di terrorismo decisi dalle cellule del Califfato nero? I tanti episodi di corruzione che rischiano di travolgere la struttura periferica del partito guidato da lui? Le difficoltà  di uscire per davvero dalla crisi economica globale, un’ impresa molto difficile per un paese fragile come il nostro?
LA GRANDE SFIDA
Gli avvisi di burrasca non stanno ancora affissi nella bacheca di Palazzo Chigi, ma non tarderanno molto ad apparire. E Renzi si sta blindando. Come? Affidando al proprio cerchio magico quote di potere sempre più importanti. E mettendo le mani sui media, su quelli pubblici come la Rai e su quelli privati, a cominciare da Mediaset. Per restare nel campo della carta stampata, è facile prevedere che gli editori verranno messi sotto pressione. I giornali ritenuti antirenziani non avranno più vita facile. E verranno sterilizzati. Si comincia ad avvertire un ventaccio di normalizzazione.
Nell’ ipotesi che diventi il sindaco di Roma, come si comporterà  Marchini davanti a questo grumo di poteri renzisti? Oggi è impossibile prevederlo.
Ma se non vuole ridursi a riparare le buche delle strade, a raccogliere i rifiuti e a dare la caccia ai topi, deve fare del Campidoglio un soggetto politico in grado di parlare all’ Italia. Il ruolo di una capitale prevede anche questo.
Dunque su di lui grava un’ incognita forte, proprio per il suo profilo, il suo entusiasmo pulito, il suo desiderio di non apparire una meteora destinata a spegnersi presto. Marchini ha i numeri per riuscire a essere un protagonista della politica italiana? Gli auguro di sì. In caso contrario il suo slogan sul civismo operoso, innestato sull’ estremismo del buonsenso, come usa dire, si rivelerà  soltanto uno specchietto per le allodole.

Giampaolo Pansa
(da “Libero”)

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NO EURO, SI’ SCORTA A SPESE DEI CONTRIBUENTI: 19.000 EURO AL GIORNO, LA FOLLIA DELL’EUROSCETTICO FARAGE

Maggio 2nd, 2016 Riccardo Fucile

LA DENUNCIA DEL DAILY MAIL: “ATTINGE AI FONDI EUROPEI PER FARSI PAGARE LA SCORTA PERSONALE”

Tra gli argomenti della sua campagna per uscire dall’Unione europea, Nigel Farage parla spesso dello spreco di soldi che si fa a Bruxelles.
Ed è per questo che adesso dovrà  rispondere alle pesanti accuse mosse dal Daily Mail: il leader euroscettico spenderebbe 15mila sterline (più di 19mila euro) al giorno per la sua scorta personale, secondo quanto riporta il quotidiano britannico.
Il tutto a carico dei contribuenti: per le spese, infatti, Farage ha attinto ai 2 milioni e mezzo di sterline di fondi europei destinati al gruppo Europe of Freedom and Direct Democracy, lo stesso a cui è iscritto il Movimento 5 Stelle.
Per proteggersi da eventuali aggressori l’europarlamentare si appoggia a un’agenzia privata, la Secura Associates, composta da ex militari. E il conto è salatissimo.
La scorta segue Farage ovunque e dalla fatture emesse emerge un mondo: per partecipare a cinque eventi nell’Essex, di cui uno in una bocciofila, l’europarlamentare è arrivato a spendere ben 58mila sterline (oltre 74mila euro).
Di manifestanti o contestatori neanche l’ombra ma, per difendere il porta insegne della campagna referendaria a favore della Brexit, questo e altro.
Tra le fatture emesse dall’agenzia e inviate al Parlamento europeo, stando ai documenti ottenuti dal Daily Mail, ci sarebbero anche 10mila sterline (12mila euro) per proteggere Farage durante un animato comizio al piano sotterraneo di uno strip club.
Anche qui nessun manifestante, ma non si può mai sapere.

(da “La Stampa”)

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PAZIENTI SBAGLIATI E TERAPIE SCAMBIATE: TROPPI ERRORI IN SALA OPERATORIA

Maggio 2nd, 2016 Riccardo Fucile

NEGLI ULTIMI 25 ANNI IL NUMERO DELLE DENUNCE E’ AUMENTATO DEL 300%

Gli incidenti In base ai dati del Rapporto del ministero della Salute su 753 eventi avversi accaduti in sette anni, più di 100 l’anno si sono verificati nei reparti di degenza.
Il numero e la tipologia delle segnalazioni appaiono assai variabili tra le diverse Regioni e tra le diverse strutture sanitarie
In 7 anni negli ospedali italiani si sono verificate 26 operazioni sulla parte sbagliata del corpo e 16 su un altro paziente.
Sono gli errori chirurgici segnalati al Ministero della Salute e contenuti nel database ufficiale del dicastero
Ci sono stati 159 casi di materiale dimenticato all’interno del paziente durante gli interventi, con conseguenti nuovi interventi e 135 decessi o danni imprevisti.
Mentre sono state 471 le cadute che hanno provocato la morte o gravi danni e 295 suicidi o tentati suicidi.
Duemila segnalazioni
In totale le segnalazioni arrivate sono state quasi 2.000 tra il settembre 2005 e il dicembre 2012, tramite il sistema Simes, il Sistema informativo per il monitoraggio degli errori in sanità  che il ministero della Salute ha raccolto nel quinto Rapporto di monitoraggio degli eventi sentinella.
A volte si tratta di errori chirurgici, nelle terapie farmacologiche e nelle trasfusioni, decessi o gravi conseguenze per errata attribuzione del codice del Triage e durante il trasporto, all’interno o fuori dalla struttura sanitaria.
Poi ci sono i casi di violenza, ai danni degli operatori o dei degenti.
Troppo spesso i problemi si verificano in sala operatoria. Porte scorrevoli che si aprono e si chiudono e che per errore fanno arrivare sotto i ferri la persona sbagliata.
Diverse e con conseguenze variabili anche le complicazioni legate agli interventi chirurgici: si sono registrate 26 procedure chirurgiche in una parte del corpo sbagliata, 32 procedure errate nel paziente giusto, oltre che 16 in quello sbagliato.
Errori in parte evitabili
Volendo fare ricorso a dati più recenti, durante un convegno dello scorso anno organizzato dall’Associazione Salute e Società  Onlus e dall’Ospedale San Giovanni Addolorata di Roma, sugli otto milioni di ricoveri che si verificano ogni anno in Italia si registrano 320.000 casi di danni o conseguenze più o meno gravi per il paziente provocati da errori in parte evitabili
In circa due casi su tre gli incidenti sono diretta conseguenza di problemi organizzativi, solo in un terzo dei casi c’è una negligenza o imperizia da parte del personale sanitario. Nonostante questo, negli ultimi 25 anni il numero di denunce a carico dei professionisti è cresciuto del 300% e in tutta Italia le cause pendenti sono 12.000, per richieste di risarcimento danni superiori a 2,5 miliardi di euro a cui si aggiungono circa 13 miliardi di spesa per il Servizio Sanitario Nazionale dovuti alla medicina difensiva
A «macchia di leopardo”
In base ai dati del Rapporto del ministero della Salute, su 753 eventi avversi accaduti in sette anni, più di 100 l’anno si sono verificati nei reparti di degenza, e a seguire, 359 in sala operatoria.
Molti gli incidenti quando il paziente va in bagno: sono stati 130 in 7 anni. L’esito di questi episodi in 683 casi è stato il decesso, ma per fortuna il dato è in diminuzione rispetto al rapporto precedente, seguito da traumi conseguenti a una caduta (305) e nuovo intervento chirurgico (203).
Il rapporto sottolinea inoltre che «il numero e la tipologia delle segnalazioni appare assai variabile tra le diverse Regioni e tra le diverse strutture sanitarie» e che gli errori, quindi, ci sono ma «a macchia di leopardo».

Flavia Amabile
(da “La Stampa“)

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TOTI “RICATTATO” DA DUE INQUISITI DI LEGA E FRATELLI D’ITALIA PER PECULATO: “NON DEVI PRENDERE POSIZIONE SU MARCHINI O CADE LA GIUNTA”

Maggio 1st, 2016 Riccardo Fucile

A GIUGNO INIZIERA’ IL PROCESSO A LORO CARICO PER PECULATO, MA HANNO ANCORA IL CORAGGIO DI MINACCIARE LA CRISI IN LIGURIA

Saranno guai per Toti se appoggerà  il candidato sindaco Alfio Marchini, anzichè Giorgia Meloni.
Questo il senso dell’avvertimento che gli è stato fatto pervenire dal segretario regionale ligure della Lega, nonchè assessore, Edoardo Rixi e dal consigliere regionale di Fratelli d’Italia Matteo Rosso.
Questo il testo dell’esilarante comunicato: “Toti sa bene che Giorgia Meloni, sostenuta da Matteo Salvini, è la migliore della rosa (lo hanno deciso loro n.d.r.). Visto il ruolo di presidente di una coalizione di centrodestra in Liguria, riteniamo che non debba esprimersi nell’appoggio a candidature romane non condivise dagli stessi partiti nella nostra regione e che potrebbero mettere in discussione l’attuale condivisione della maggioranza in Liguria”.
Poi l’autogol classico di due pippe:   “Da parte nostra, ribadiamo il pieno sostegno alla candidatura a sindaco di Roma di Giorgia Meloni che rappresenta la svolta vera e vincente per il futuro della Capitale”.
Ovvero : Toti non può dire che sostiene Marchini “per rispetto alla coalizione che regge la Liguria”, ma loro invece possono pur facendo parte della stessa coalizione.
Senza contare un dettaglio: mentre a Toti forse qualcuno potrebbe anche chiedere il suo parere su Roma, loro due non li considera nessuno, quindi il problema non si pone.
A dir la verità  qualcuno a loro pensa: il tribunale che a giugno dovrà  giudicarli entrambi per peculato nell’inchiesta sulle “spese pazze” in Regione ( qualcosina come 80.000 euro di spese taroccate).
Una ragione di più per tacere, riservandosi le parole per rispondere presto ai giudici.
Comunque “don Abbondio” Toti si è subito premurato di rassicurare i due “bravi”: “le vicende politiche di queste ore non influenzeranno in alcun modo il patto di governo che ci lega ai liguri. Il nostro compito è far ripartire la nostra regione che deve rimanere al riparo da ogni fibrillazione”.
La commedia è finita, le poltrone e gli stipendi sono salvi (per ora).

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IMMIGRAZIONE, I CONFINI DEL NOSTRO SCONTENTO

Maggio 1st, 2016 Riccardo Fucile

UN PROGETTO SULL’ACCOGLIENZA PER GUARIRE DALLE NOSTRE PAURE

O sono ciarlatani gli scienziati che studiano la demografia o sono ciarlatani coloro che buttano lì formulette di soluzioni facili facili.
«Se i Paesi ricchi “blindassero” le loro frontiere», scrivono nel saggio «Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione» (Laterza), Stefano Allievi e Gianpiero Dalla Zuanna citando i dati ufficiali della Population Division delle Nazioni Unite, «nel giro di vent’anni i loro abitanti in età  lavorativa passerebbero da 753 a 664 milioni».
Ottantanove milioni in meno.
Più o meno la popolazione in età  lavorativa della Germania e dell’Italia messe insieme.
Nel nostro specifico, «nei prossimi vent’anni, per mantenere costante la popolazione in età  lavorativa (20-64), ogni anno dovranno entrare in Italia, a saldo, 325 mila potenziali lavoratori, un numero vicino a quelli effettivamente entrati nel ventennio precedente. Altrimenti, nel giro di appena vent’anni i potenziali lavoratori caleranno da 36 a 29 milioni».
Con risultati, dalla produzione industriale all’equilibrio delle pensioni, disastrosi.
Vale anche per l’Austria che vuole chiudere il Brennero: senza nuovi immigrati nel 2035 la popolazione in età  20-64 calerebbe lì del 16%: da 5,3 a 4,4 milioni.
Con quel che ne consegue.
Semplice, barricarsi: ma poi? Chi vuole può pure maledire i tempi, ma poi?
E allora, ringhierà  qualcuno, «dobbiamo prenderci tutti quelli che arrivano?».
Ma niente affatto. Sarebbe impossibile perfino se, per paradosso, lo accettassimo.
Se fossero i Paesi poveri a chiudere di colpo le loro frontiere infatti «nel giro di vent’anni la loro popolazione in età  20-64 aumenterebbe di quasi 850 milioni di unità , ossia più di 42 milioni l’anno». Brividi.
Nessuno ha la formula magica per risolvere questo problema epocale.
Nessuno può ricavarla dalla storia. Gli uomini si spostano, come spiega il filosofo ed evoluzionista Telmo Pievani, «da quasi due milioni di anni».
Ma mai prima c’era stato uno tsunami demografico di questo genere.
Questo è il nodo: se possiamo tenere i nervi saldi e prendere atto con realismo della difficoltà  di individuare qui e subito soluzioni salvifiche, un po’ come quando la scienza brancola dubbiosa davanti a nuovi virus, è però impossibile rassegnarci a certi andazzi. Di qua il tamponamento quotidiano e affannoso delle sole emergenze con la distribuzione dei profughi a questo o quell’albergatore (magari senza scrupoli) senza un progetto di lungo respiro.
Di là  i barriti contro gli immigrati in fuga dalla fame o dalle guerre con l’incitamento a fermare l’immensa ondata stendendo reti e filo spinato.
E non uno straccio di statista che rassicuri le nostre società  spaventate mostrando di essere all’altezza della biblica sfida.
Dice un rapporto Onu che «chi lascia un Paese più povero per uno più ricco vede in media un incremento pari a 15 volte nel reddito e una diminuzione pari a 16 volte nella mortalità  infantile»: chiunque di noi, al loro posto, sarebbe disposto a giocarsi la pelle per «catà r fortuna», come dicevano i nostri nonni emigrati veneti.
Anche se, Dio non voglia, ci sparassero addosso. Tanto più sapendo che in Europa e in Italia, grazie a una rete familiare e a un welfare che comunque garantisce quel minimo vitale altrove impensabile, c’è ancora spazio per chi è pronto a fare i «ddd jobs», i lavori «dirty, dangerous and demeaning» (sporchi, pericolosi e umilianti) rifiutati da chi si aspettava di meglio.
Non basterebbe neppure una miracolosa accelerazione nel futuro: nella California di Google e della Apple, ricordano ancora Allievi e Dalla Zuanna, «ogni due nuovi posti di lavoro high tech ne vengono generati cinque a bassa professionalità : qualcuno dovrà  pure stirare le camicie dei benestanti, curare i loro giardini, prendersi cura dei loro anziani». Altro che i corsi di formazione per baristi acrobatici.
Come ne usciamo? Soluzioni rapide «chiavi in mano», a dispetto di tutti i demagoghi, non ci sono.
Ci vorranno tempo, pazienza, fermezza, lungimiranza. Alcune cose tuttavia, nel caos, sono chiare.
Primo punto, nessuno, se può vivere dov’è nato, affronta le spese, le fatiche, i rischi e le umiliazioni di certi viaggi: occorre dunque «aiutarli a casa loro» sul serio, non con le ipocrisie, gli oboli (il G8 dell’Aquila diede all’Africa i 13 millesimi dei fondi dati alle banche per la crisi), i doni ai dittatori o la cooperazione internazionale degli anni Ottanta che finì travolta dagli scandali (indimenticabili i silos veronesi sciolti sotto il sole sudanese) dopo che Gianni De Michelis aveva ammesso alla Camera che il 97% dei fondi al Terzo mondo finiva (spesso a trattativa privata) ad aziende italiane che volevano commesse all’estero.
Mai più. Meglio piuttosto cambiare le regole del commercio internazionale che per proteggere lo status quo dell’Occidente inchiodano i Paesi in via di sviluppo a non crescere.
Citiamo Kofi Annan: «Gli agricoltori dei Paesi poveri non devono solo competere con le sovvenzioni ai prodotti alimentari d’esportazione, ma devono anche superare grandi ostacoli a livello di importazione. (…) Le tariffe doganali Ue sui prodotti della carne raggiungono punte pari all’826%. Quanto più valore i Paesi in via di sviluppo aggiungono ai loro prodotti, trasformandoli, tanto più aumentano i dazi».
Qualche anno dopo, la situazione non è poi diversa.
Secondo: basta coi traffici di armamenti verso Paesi in guerra.
Quanti eritrei che arrivano coi barconi scappano da casa loro dopo aver provato sui loro villaggi e le loro famiglie la «bontà » delle armi vendute al regime di Isaias Afewerki anche da aziende italiane ed europee, come dimostrò l’Espresso , nonostante l’embargo? Pretendiamo che restino a casa loro e insieme che si svenino a comprare le nostre armi?
Terzo: parallelamente a un percorso accelerato per mettere gli italiani in condizione di fare più figli sempre più indispensabili, a partire da una ripresa vera del ruolo educativo della scuola anche su questo fronte, è urgente arrivare finalmente alle nuove norme sulla cittadinanza.
Forse ci vorranno decenni per realizzare il sogno di Mameli («Di fonderci insieme già  l’ora suonò») allargato a tanti nuovi italiani che vogliono sentirsi italiani, ma certo non è facile pretendere che sia un bravo cittadino chi cittadino fatica a diventare.

Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera”)

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I CANDIDATI “CIVICI” SEGNALI DI UNA POLITICA FONDATA SULLA PARTECIPAZIONE FUORI DAGLI SCHEMI PARTITICI

Maggio 1st, 2016 Riccardo Fucile

LA GENTE E’ STANCA DEL “CAPORALATO” DELLA POLITICA: MARCHINI E LETTIERI HANNO UN APPROCCIO PRAGMATICO E NON IDEOLOGICO PER IL GOVERNO DELLE LORO CITTA’

Il “civismo” di ‪Marchini‬, a Roma, e di ‪Lettieri‬, a Napoli, sta dimostrando che il “popolo sovrano”, che le persone, hanno sì voglia “di esserci” e “di partecipare”, ma in una logica del tutto diversa e del tutto nuova rispetto al vetusto schema partitico…
La politica è partecipazione. Voglia di sognare. Capacità  di cavalcare le necessità  della storia e delle delle idee appassionate, irriverenti, irriguardose e lungimiranti.
Di plasmare le anime ed i sentimenti, razionali ed irrazionali, per convogliarli li verso il futuro.
Di far diventare esse stesse, “domani”, palpabile e democraticamente rivoluzionario.
La gente è stanca del “caporalato della politica”; di quelli che si arrogano posizioni e (pseudo)poteri di veto.
Quelli che stanno là  giusto perchè hanno qualche altro scopo da perseguire, non sempre propriamente nobile o di “alta visione” valoriale e programmatica…
Le persone vogliono partecipare. Vogliono diventare storia che si muove. Idee che camminano. Rediviva speranza.
Ma vogliono farlo in un modo del tutto diverso dal “populismo” lepenista o pentastellato.
Marchini e Lettieri potranno anche non piacere “ai più”, ma hanno l’indiscusso merito di essere rimasti al “loro posto”; di non essersi arresi all’esito delle ultime tornate amministrative per continuare una “battaglia” di aggregazione e partecipazione – finalmente – sviscerate dal basso.
E che la strada sia quella giusta lo dimostra la rincorsa dei vari partiti “d’area” nell’appoggiarli.
La politica si fa per vincere. Si fa per governare. Il tempo del “chi sia più dotato”, quelle mere discussioni accademiche è ampiamente passato.
Al nostro Paese, dalle grandi tradizioni e dalla grande storia, dalle grandi ricchezze e dalle immense potenzialità , serve una ventata di freschezza, sia dal punto di vista delle idee, che da quello propriamente metodologico.
La grande rivoluzione liberale non si fa “sulla carta” ma appassionando i cuori delle persone e volando alto, tutti insieme
E allora delle due l’una: o si imboccherà , finalmente, e fino in fondo, il nuovo sentiero tracciato dalla storia di un popolo che, anche se pallidamente, pare ridestarsi da un lungo letargo, oppure continueremo ad essere sistematicamente travolti, tutti, dallo sterile onanismo concettuale e metodologico fino ad oggi vissuto.
Se la destra ha un senso, esso riposa in chi crede nella libertà , nell’affrancazione dal socialismo e dalla massificazione delle coscienze…
Un futuro di libertà  che, dopo mesi e mesi di sterili discussioni meramente accademiche, grazie al “civismo” di uomini che non si sono arresi, finalmente sembra prendere un po di quota…

Salvatore Castello
Right BLU – La Destra Liberale

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IL PRIMO MAGGIO CHE NON E’ FESTA: SONO 150 MILIONI I BAMBINI OPERAI

Maggio 1st, 2016 Riccardo Fucile

LA PIAGA DEL LAVORO MINORILE: IL 16% DEI BAMBINI TRA I 5 E I 14 ANNI NEL MONDO COSTRETTI A LAVORARE

Per 150 milioni di bambini nel mondo, ovvero tre volte l’intera popolazione italiana, da festeggiare non c’è davvero nulla: vivono in Paesi poveri e sottosviluppati, sono costretti a lavorare come schiavi per portare a casa pochi soldi che spesso non bastano neppure a garantire un pasto alla famiglia.
Per non parlare di quelli che vivono in balia di trafficanti e sfruttatori, quelli costretti ad imbracciare un fucile e a combattere per guerre di cui non capiscono nulla.
E’ per tutti loro che l’Unicef   è sceso in piazza con l’iniziativa orchidea Unicef, una vendita di piante nelle principali città  italiane – le location sono 1700 – per raccogliere fondi a sostegno dei progetti di tutela dell’infanzia violata.
I bambini-operai
Il lavoro minorile è purtroppo ancora una realtà  fortemente presente in gran parte del mondo. Centocinquanta milioni di bambini tra i 5 e i 14 anni ne sono schiavi nei Paesi in via di sviluppo, circa il 16% di tutti i bambini e i ragazzi in quella fascia di età .
«E’ una delle piaghe più difficili da eliminare – commenta Giacomo Guerrera, presidente di Unicef Italia -. L’Unicef lotta contro lo sfruttamento del lavoro minorile con programmi di sensibilizzazione, prevenzione e reinserimento scolastico o lavorativo per bambini lavoratori, ex-bambini soldato e bambini di strada, che prevedono orari flessibili, metodologie didattiche partecipative e un apprendimento che contempla competenze utili per la vita quotidiana e per la formazione professionale. L’obiettivo è proteggere la vita di tutti i bambini vulnerabili, i più poveri tra i poveri, aiutandoli a costruire un futuro dignitoso».
I numeri
Nei Paesi meno sviluppati circa un bambino o ragazzo su quattro lavora – fa sapere l’Unicef – correndo seri rischi per la sua salute e il suo sviluppo.
La più alta percentuale di bambini lavoratori si trova in Africa Subsahariana (il 25% di quelli tra i 5 e i 14 anni); in Asia Meridionale il 12% dei bambini nella stessa fascia d’età  svolge lavori potenzialmente dannosi. In Asia Meridionale sono 77 milioni i bambini lavoratori: in Pakistan l’88% dei bambini tra i 7 e i 14 anni che non vanno a scuola, lavora; in Bangladesh sono il 48%, in India il 40%.

(da “il Corriere della Sera“)

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E’ UFFICIALE, STORACE: “STO CON MARCHINI, LA MELONI PUNTA ALLA SCONFITTA E FA IL TIFO PER LA RAGGI”

Maggio 1st, 2016 Riccardo Fucile

“DAI FRATELLI D’ITALIA SOLO CHIACCHIERE, SARO’ CAPOLISTA DE “LA DESTRA” A ROMA, COME LA MUSSOLINI LO SARA’ DI “FORZA ITALIA”… “MARCHINI HA UN PASSATO DI SINISTRA? LO DICE SALVINI CHE ERA UN COMUNISTA PADANO?

“Concorrerò come capolista della Lista Storace nella coalizione che sosterrà  Alfio Marchini. Guiderò la mia lista così come la Mussolini guiderà  quella di Forza Italia”. Francesco Storace annuncia che alle elezioni comunali di Roma appoggerà  la candidatura di Alfio Marchini a sindaco e quindi non è più in corsa per diventare il primo cittadino della Capitale.
Come è arrivato a questa decisione?
“Ho chiesto per mesi l’unità  della coalizione, prima attraverso le primarie per far decidere agli elettori il candidato, poi attraverso incontri con i candidati sollecitati ma rifiutati, tranne l’unico atteggiamento rispettoso da parte dello stesso Marchini. Arrivati a due settimane fa ho proposto pubblicamente a Giorgia Meloni di accettare i nostri voti attraverso la Lista Storace, non ha risposto e da quello che leggiamo in questi giorni si capisce il veto che ha messo alla nostra partecipazione alla sua candidatura. Alfio Marchini ha sollecitato l’incontro con noi per un programma finalizzato alla città  ed è evidente che chi ha chiesto l’unità  di fronte al ritiro della candidatura di Guido Bertolaso non poteva far altro che dire di sì”, spiega Storace.
Il Centrodestra può ancora trovare l’unità ?
“E’ la mia speranza. Io spero che almeno al ballottaggio ci sia una ricomposizione, ma dai toni che sto vedendo e che usano gli esponenti di Fratelli d’Italia mi pare che loro puntino alla sconfitta. E d’altronde è comprensibile, dato che la Meloni aveva manifestato una simpatia per la Raggi”.
Anche Salvini in realtà …
“Il problema è la Meloni, Salvini a Roma ha un po’ meno voti”.
Che cosa imputa alla Meloni?
“Di aver rifiutato i nostri voti. Ogni tanto inventa qualche scusa strana. Io ho una storia di pulizia morale conclamata e vorrei capire come si permette di rimproverarmi alcunchè. Qual è il motivo per cui i miei candidati non possono stare a sostegno della Meloni? Non si capisce. C’è un generico riferimento a Fini e Alemanno che non sono candidati e non stanno facendo campagna elettorale. Tutte chiacchiere”.
Invece Salvini conta poco a Roma…
“Non voglio ironizzare pesanetemente su Salvini, mi ha meravigliato il suo rifiuto a far ragionare la Meloni. Da uno che dice che vuole essere il capo della coalizione mi aspetto che prenda l’iniziativa per far ragionare la Meloni, anche perchè Marchini – ricordo – è il candidato che ha preso più voti alle primarie della Lega”.
Marchini aveva detto tempo fa di sentirsi di Centrosinistra, non è imbarazzante per lei?
“Nel ’94 votammo un ricco imprenditore che si diceva socialista”.
Silvio Berlusconi…
“Esatto”.
Sì, ma craxiano…
“E che vuol dire? Sempre di Centrosinistra parliamo. Sempre dall’altra parte stava. E poi Marchini ha detto che ha sempre votato repubblicano, pure nel curricolum di Salvini c’è una militanza nei comunisti padani ma non è che per questo non gli rivolgiamo la parola”.
Se si votasse a febbraio per le Politiche, chi potrebbe essere il candidato premier del Centrodestra?
“Io adesso penso a chi fa il sindaco di Roma fra un mese. Quella è una partita politica, questa è una partita amministrativa che avrà  sicuramente riflessi politici perchè se la sinistra perde per Renzi è un problema e non una soluzione”.

(da “Affari Italiani”)

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AUGURI A PANNELLA, 86 ANNI DA LOTTATORE

Maggio 1st, 2016 Riccardo Fucile

DOMANI E’ IL COMPLEANNO: NELLA CASA DI RONA E’ UN HAPPENING DI AMICI… LUI BEVE CAFFE’ E PORTA AVANTI “SOS STATO DI DIRITTO”

Ufficialmente non ha figli,anche se una volta mi ha detto di non poterlo escludere, anzi.
Al capezzale di Marco Pannella – che domani farà  86 anni – di simil-figli se ne avvicendano tanti, da ovunque, per fargli flebo d’affetto.
È una processione continua,che spesso termina anche con le foto di rito, ma quelli che vanno in via della Panetteria, non lo fanno per un selfie.
Con Marco ci sono sempre Matteo e Laura, mix tra figli devoti, discepoli, infermieri, cuochi e collaboratori.
Al mattino il vecchio è sempre di cattivo umore. E come non capirlo dopo due mesi chiuso in casa perchè la salute è andata in pensione. Matteo e Laura sopportano gli scatti d’ira di Pannella, fanno colazione con lui, ascoltano insieme la rassegna stampa di radio radicale, poi leggono, sempre insieme, qualche articolo di giornale, soprattutto quelli internazionali.
E in tutto questo riescono tutti insieme «hic et nunc», a portare avanti l’iniziativa del partito radicale «Sos stato di diritto».
C’è anche il tempo per un’occhiata alla tv, ma per poche decine di minuti, con Marco che preferisce pellicole d’antan ai telegiornali.
Da due mesi ormai, a metà  mattinata iniziano le visite di amici, politici, vecchi militanti, giovani studenti. Sarebbe più giusto chiamarle udienze, con abbracci, foto e caffè di rito.
Penso che Marco beva una decina di caffè al giorno, non proprio una mano santa, ma guai a privarlo della sua tazzina calda e delle sue zollette di zucchero.
Non è mai stato un uomo facile, ma come paziente è un disastro. Ne sa qualcosa il suo amico medico, Claudio Santini. Intanto perchè evita con cura le medicine, che respinge con sdegno certo di essere superiore ai malanni, o protetto da lassù.
Per Matteo e Laura ormai notte e giorno sono pure convenzioni, col leader che si addormenta all’alba, per rialzarsi tre ore dopo. In via della Panetteria, che poi è casa sua, sempre presente Mirella Parachini, storica compagna di vita del leader radicale.
Lo guarda con dolcezza, ma non è solo amore. Lo visita, lo perlustra, fa una sorta di Tac senza portarlo in ospedale. Ad un bravo medico come lei non sfuggono i significati di un colorito giallognolo, di quegli occhi spiritati ma stanchi, i gonfiori sempre più marcati sul corpo del malato, dalla pancia ai piedi. E anche se come sempre è radiosa, soffre.
Non abbandona mai Marco, Rita Bernardini, che gli fa compagnia stimolandolo su come risolvere problemi.
C’è, spesso, Sergio D’Elia, alfiere della storica battaglia radicale contro la pena di morte e le condizioni carcerarie.
Lo fa commuovere, leggendogli le lettere dei detenuti di Opera che ammoniscono Pannella: «Non fare scherzi, continua a combattere con noi perchè vi sia diritto e umanità  anche dietro le sbarre. Senza di te per noi non c’e’ speranza».
E c’è spessissimo Alessio Falconio, con la sua faccia sempre allegra, che riesce nell’impresa di interrompere le elucubrazioni di Pannella, mentre esalta l’eroismo di monsignor Romero e il suo coraggio, e lo riporta ai temi di Radio radicale.
Spesso Marco si alza, quasi di scatto, perchè è convinto di essere in diretta e comincia a fare elucubrazioni che partono dai problemi del comune di Ostia per arrivare alle lotte nel Tibet e all’amicizia col Dalai Lama.
Presenze fisse anche quelle di Maurizio Turco e Maria Antonietta Coscioni. Con Marco lunghi conciliaboli, letture, scritture e qualche risata.
La mansarda di via della Panetteria non è mai deserta. A furia di frequentarla in queste settimane, mi sono reso conto che è proprio bassa e pericolosa.
Fa interrogare chi vi si avvicenda su come fare ad uscirne vivi. Se poi si pensa allo spilungone di Teramo, vien da chiedersi quante capocciate abbia dato nei decenni da inquilino.
Lui smentisce: ho un sonar che mi fa schivare ogni ostacolo e mostra orgoglioso una via crucis napoletana, che probabilmente amerebbe mostrare a Papa Francesco.
Domani Pannella compirà  86 anni. In via della Panetteria arriveranno centinaia di mail e telegrammi.
Sicuramente non andrà  a dormire prima di averli letti tutti.

Clemente Jacky Mimun
(da “il Tempo”)

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