Giugno 21st, 2016 Riccardo Fucile
LO STUDIO SUI RISULTATI, LE CAUSE DELLA SCONFITTA DEL PD
Milano vinta da Sala per 19mila voti, Napoli che riconferma De Magistris mobilitando però solo il
37% degli elettori.
L’affluenza a questo giro di amministrative è ancora protagonista assoluta delle scelte degli italiani, insieme all’imposizione dei Cinque Stelle.
Le analisi dei flussi diranno presto dove sono andati i voti ma alcune riflessioni si impongono, soprattutto guardando a ottobre.
“In questi risultati iniziano a intravvedersi i segni dei tanti errori commessi dal PD e da Renzi che rischiano di materializzarsi in modo definitivo tra quattro mesi”.
A sostenerlo, con una assertività quasi inusuale, è il direttore dell’Istituto Bruno Leoni Alberto Mingardi che accetta volentieri una chiacchierata di ordine politologico sui risultati delle amministrative: cause, effetti e riflessi sul prossimo futuro.
Partiamo dall’affluenza, il partito dell’astesione è maggioritario
Su questo pesano molti fattori ma sicuramente quella che era era nata come un furbizia si è ritorta contro il furbo, cioè il governo. La data delle elezioni non è stata certo scelta per favore la partecipazione elettorale: abbiamo votato al primo turno nel ponte del due giugno, il ballottaggio scavalla verso una parte del mese in cui molti italiani hanno ben altro per la testa. Non è un bel regalo neppure per i nuovi sindaci: faranno molta fatica perchè la loro legittimazione è stata molto parziale. Poi è stata una campagna elettorale relativamente povera, fatta sui social media-tv e non con grandi mobilitazioni che colpissero grandemente la fantasia della gente. Per non parlare dei programmi.
No, parliamone
Beh, con l’eccezione di Milano da ambo le parti, nella maggioranza dei casi i programmi erano opuscoli o collezioni di slide. Per curiosità , ora che se ne può parlare senza essere fraintesi, andate sul sito di Lettieri: è una collezione di slide, quello di De Magistris erano sette pagine in tutto. Giusto una collezione di intenzioni appiccicaticce solo perchè la legge ti obbliga a depositare un programma. Ecco, i contenuti a questo ballottaggio spesso non si sono proprio visti, in favore di una polarizzazione forte con o contro il governo.
Dove ci porta questa disaffezione?
E’ evidente che si è rotto un certo equilibrio che faceva perno sul territorio e sulle strutture di partito. Ma, se mi è consentito, chi ha perso ha commesso anche degli errori specifici che non sono legati a queste dinamiche generali. Penso a Renzi e al suo rappresentare sempre l’alternativa da sè come impercorribile. E’ evidente che il Pd guidato da lui sia rimasto spiazzato dall’avanzata dei Cinque Stelle. Ma molto lo si deve a una sottovalutazione che non è tanto delle loro potenzialità , che sono evidenti, quanto dell’effetto collaterale di una rappresentazione estremista che identifica l’abisso con la propria alternativa. Renzi continua a dire “o me o Salvini e i Cinque Stelle”, o me o i populisti. La sonora lezione che arriva dai ballottaggi per lui è che agli italiani non piace stare con la pistola alla tempia. Non obbediscono a qualcuno che chiama al non voto a prescindere, in antitesi, e soprattutto vogliono provare. In questo sono molto più adulti di quanto li vogliano i partiti.
Dove è andata la partecipazione?
La destra, diciamocelo, non l’ha mai avuta. Forza Italia è un partito liquido che coincide con una persona e il Pd di Renzi non è diverso, l’ha persa per strada. A Milano ha avuto capacità di mobilitazione però credo che abbia davvero commesso molti errori di valutazione. E mi fa un po’ specie che proprio Renzi abbia sottovalutato la potenza della rottamazione. Che per altro potrebbe provare presto sulla sua stessa pelle, tra una manciata di mesi.
In effetti molti pensano sia l’antipasto per il referendun di ottobre
Su questo ho un’opinione radicatissima. Il referendum di ottobre è perso per Renzi, nella situazione attuale. Non riesco a capire come facciano a non accorgersi. Se lei stima una partecipazione del 60% alla consultazione di ottobre, significa 30 milioni di voti. Se prende il referendum Trivelle sono andati in 15 milioni. La stragrande maggioranza ha votato contro le trivelle e sono quelli sicuramente contro la riforma costituzionale. Ma anche quelli che hanno votato a favore delle Trivelle sono sostanzialmente la vecchia area industrialista di quello che era il Pci. Ed è tutta gente che fa naturalmente parte del fronte del no.
E dunque?
Ora, uno non può pensare di farcela. La sinistra solo una volta ha preso 15 milioni di voti, con L’ulivo. E c’era dentro tutto, da Dini a Bertinotti. E dall’all’altra una destra divisa. Come si fa a pensare che lui riesca a portare a casa più di 15 milioni sulla riforma costituzionale? L’ottimismo sparso in questi mesi era surreale, dopo le amministrative vien da dire che davvero quando si è al governo perdere lucidità è molto facile. Il referendum, a mio avviso, non passerà neppure con la mobilitazione di tutto il governo o con l’annunciata battaglia quartiere per quartiere.
Perchè è tanto sicuro?
La verità ? Il tema della riforma è arcano, complesso. Interessa una quota minima di persone che per altro hanno opinioni estremamente radicate e sono dalla parte del no. L’elettore d’opinione che cambia idea va bene se capisce la riforma del Senato, ma non è una cosa alla quale si applichi o appassioni. Se fosse “aboliamo il Senato” sarebbe anche facile, ma con la sostituzione di quello delle regioni anche questo argomento fa meno presa. Ecco perchè il referendum potrebbe essere il colpo mortale per Renzi. Salvo sorprese, s’intende.
Cosa intende, scusi. Cosa si aspetta che faccia ora Renzi?
Credo che se vuol avere qualche chance deve inventarsi una cosa straordinaria che coinvolga ampi strati dell’elettorato, fuori dalla legge elettorale. Una misura del governo che accenda i cuori delle persone, chesso’ io: una riforma delle pensioni, una grande riforma fiscale. Qualcosa che accenda l’entusiasmo delle persone e gli consenta di riproporre l’alternativa dicendo: guardate, se non votate per me al referendum questa cosa qui non la posso fare. E siamo ancora al ricatto. Magari non è “normativamente” bella, ma almeno c’è qualcosa come contropartita. Non semplicemente “non puoi votare per i cattivi”.
Altrimenti?
Se non gioca una carta che mobilita ampi strati dell’elettorato deve fare una partita di palazzo che non può prescindere da una legge elettorale che è criticata da tutti tranne che da lui. Per altro in una situazione pericolosa, perchè mettiamo che vinca il no, ci troviamo con due leggi elettorali diverse per Camera e Senato che non è il massimo per andare ad elezioni.
E quindi, la cambierà ?
Qui c’è un paradosso interessante con cui il Pd dovrà fare presto i conti. La riforma elettorale porta la firma di Renzi, questo referendum no. Renzi ha chiuso un lavoro che era già in fieri. Quindi si gioca il tutto per tutto su una riforma costituzionale che ha portato a compimento ma che era cominciata prima e che doveva essere una riforma molto più condivisa di quelle che l’hanno preceduta, cosa che non è. E se la gioca con tutto il gruppo del centro destra del Paese che non è più quello di dieci anni fa, ma è una quota di elettori che potrebbe fare la differenza o non votare, perchè con una maggiore astensione si abbassa l’asticella. E se la gioca contro il centrodestra, per salvare un Italicum che sembra fatto apposta per i Cinque Stelle. Non a caso tutti i ballottaggi che ha fatto il Pd contro M5S li ha persi. E avendo questo record di sconfitte ai ballottaggi contro i Cinque Stelle fa di tutto per difendere una legge elettorale che lo penalizza. Da questo punto di vista Renzi e il Pd sembrano a un punto cieco.
Thomas Mackinson
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 21st, 2016 Riccardo Fucile
TELEGRAPH E GUARDIAN SI SCHIERANO
Ormai ci siamo, dopo domani la Gran Bretagna voterà sulla Brexit.
Uscire o non uscire dall’Ue? Gli ultimi sondaggi pubblicati oggi dal Telegraph parlano di un 53% di britannici favorevoli al “remain”, ovvero rimanere dentro l’Europa, mentre il 46% sarebbe preposto per il “leave”, lasciare.
C’è un 1% di margine non definito.
Lo stesso Telegraph pubblica i sondaggi sottolineando però come la faglia sia davvero irrisoria e alle urne tutto potrebbe cambiare. In più, proprio il Telegraph, con un editoriale si schiera a favore del no all’Ue.
Il giornale conservatore da’ il suo endorsement al fronte del Leave: “Se il referendum è una scelta fra paura e speranza, allora noi scegliamo la speranza. Un mondo di opportunità attende un Regno Unito pienamente libero. Sostenendo un voto per lasciare l’Ue noi non vogliamo tornare a una qualche era aurea della Gran Bretagna perduta nelle nebbie del tempo, ma guardare avanti a un nuovo inizio per il nostro paese”.
Di tutt’altra opinione il progressista Guardian che si schiera invece per rimanere in Europa. “Votare per restare”, titola in grande.
Poi, rivolgendosi al lettore, scrive: “L’Ue incarna il meglio di noi come persone libere in un’Europa pacifica. Questa settimana vota. Vota per un Paese unito che allarga le braccia al mondo. Vota contro una nazione divisa che si ripiega su se stessa”
Oggi apertura stabile per lo spread fra Btp e Bund tedesco.
Il differenziale segna 138 punti sullo stesso livello della chiusura di lunedì quando ha perso 6 punti sulle attese di un voto contrario alla Brexit nel referendum di giovedì.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 21st, 2016 Riccardo Fucile
“SERVE UNA RIFLESSIONE”
“Accorciare le distanze tra periferia e centro. Il segnale elettorale è questo. Le periferie hanno
voluto un cambiamento perchè sono state abbandonate”.
È la linea di Paolo Berdini, assessore all’Urbanistica nella futura giunta di Virginia Raggi a Roma.
Nei primi cento giorni, dice, farà un “piano per il rilancio della rete su ferro, tranviaria e metropolitana”, mentre su Olimpiadi e stadio invita alla riflessione.
“Intanto bisogna capire se davvero questi Giochi rappresentino un futuro per Roma”, afferma. “La nostra è una città notoriamente in grave sofferenza economica e sociale. Sembra dunque giusto che ci sia da parte del nuovo sindaco una riflessione per comprendere se davvero non ci siano altre priorità “.
“Se dobbiamo costruire lo stadio della Roma ho sempre detto che vanno rispettate le leggi dello Stato, che permettono alle società di calcio, come ha fatto la Juventus a Torino, di avere stadi di proprietà “, aggiunge.
“Il problema di Tor di Valle è molto differente, perchè lì per tenere in equilibrio la bilancia economica sono stati concessi un milione di metri cubi di uffici. Mi chiedo se questa non sia un’alterazione del mercato immobiliare in una città che vive un grave malessere dell’edilizia”.
Quanto al piano regolatore, “ha visto la luce nel 2008, l’anno della più grave crisi economica e finanziaria che sta vivendo l’Occidente. Prima di quella data era sembrato che con il comparto immobiliare si potesse rimettere in moto tutta l’economia di una città . Gli esempi straordinari che esistono in Europa ci hanno dimostrato che le città che hanno saputo guardare a un’articolazione dei segmenti produttivi, privilegiando la qualità alla quantità , hanno superato la crisi in modo molto più veloce che Roma. Il vulnus sta qui”.
“Non c’è più bisogno di costruire”, osserva.
(da “Huffingtonpost“)
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Giugno 21st, 2016 Riccardo Fucile
GIRO DI TANGENTI PER GESTIONE CAMPI NOMADI
Arresti e perquisizioni per dipendenti del Comune di Roma e imprenditori coinvolti in una vicenda di corruzione.
Una inchiesta della Procura su un giro di mazzette, che non ha alcun legame con la maxinchiesta su Mafia Capitale, e che riguarda la gestione di alcuni campi nomadi della Capitale.
Il giro di tangenti riguarda funzionari del dipartimento politiche sociali e salute del Comune e risale al periodo compreso tra la fine del 2013 e il marzo del 2014.
Il gip Flavia Costantini, accogliendo le richieste dei pm Maria Letizia Golfieri, Carlo Lasperanza, Edoardo De Santis e Luca Tescaroli, coordinati dall’aggiunto Paolo Ielo, ha disposto il carcere per Roberto Chierici e Massimo Colangelo, rappresentanti di fatto di alcune cooperative, per Loris Talone, imprenditore nonche’ assessore all’Agricoltura al Comune di Artena e per Salvatore Di Maggio, presidente del Consorzio ‘Alberto Bastiani Onlus’. I reati ipotizzati dal gip Flavia Costantini sono corruzione, falso in atto pubblico e turbativa d’asta.
Ai domiciliari sono finiti Eliseo De Luca, vigile urbano dipendente del Dipartimento e Alessandra Morgillo, altra dipendente comunale. La misura interdittiva e’ stata applicata a carico di Vito Fulco, funzionario del Comune legato alla Salvatori. L’inchiesta, portata avanti dai carabinieri della compagnia di Roma Eur, ha come arco temporale il periodo che va dalla fine del 2013 alla fine del 2014, quasi in coincidenza con la prima tranche di arresti di ‘Mafia Capitale’.
(da “La Repubblica“)
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Giugno 20th, 2016 Riccardo Fucile
A 31 ANNI L’ESPONENTE DELLA DESTRA ALTERNATIVA DIVENTA IL PIU’ GIOVANE SINDACO DELLA STORIA DELLA CITTA’
Pippi Mellone, a soli 31 anni, diventa il più giovane sindaco della storia di Nardò.
In piena notte, appena i numeri provenienti dalle sezioni scrutinate confermano la tendenza già dimostrata fin dalle prime ore, nel Comitato di Pippi Mellone, in via Duca degli Abruzzi, dalle centinaia di sostenitori e amici radunati in trepidante attesa è salito, liberatorio, l’urlo di gioia e di soddisfazione per il risultato, per certi versi storico, raggiunto
La vittoria di una coalizione di liste civiche, composta per lo più da giovani, che è riuscita a sconfiggere il Centrosinistra di Marcello Risi che, in occasione del ballottaggio, aveva il sostegno anche dei Conservatori e Riformisti.
Partiti tradizionali, quindi, contro la “rivoluzione” guidata da Pippi Mellone, che è riuscito a coinvolgere tanti ragazzi che, con il loro entusiasmo, hanno contribuito a raggiungere lo storico risultato.
Recuperare il gap di oltre 2mila voti del primo turno, infatti, non era affatto semplice.
«Sarò il sindaco di tutti i neritini! — dice Pippi Mellone – Siamo arrivati alla fine di una lunga corsa con la certezza di aver dato il via ad una operazione mai provata prima. Ben 8 liste ci hanno portati, fuori da ogni schema di schieramento tradizionale, ad un grandioso risultato già al primo turno. Si tratta di un vero e proprio miracolo politico — continua – che ha segnato uno stravolgimento del quadro locale. Un gruppo di ragazzi, partito da lontano, in opposizione ad un sistema consolidato, è stato in grado di unire una città . Ora pensiamo alla messa in sicurezza della discarica. È stata una battaglia al cardiopalma seguita, sezione per sezione, dai nostri volontari. In queste settimane — prosegue – ci siamo rivolti all’elettorato alternativo al sistema di potere. È una vittoria dedicata a tutto il gruppo, da chi mi ha dato fiducia ai tempi di Azione Giovani, fino alla magnifica Andare Oltre e all’Alleanza per il Cambiamento. Abbraccio tutti i neritini, soprattutto quelli che hanno legittimamente votato per gli altri candidati, e li ringrazio per la fiducia che mi hanno voluto e vorranno corrispondere. Vi daremo l’anima».
Poi lo spazio alla festa e alla gioia. Con il nuovo sindaco di Nardò e migliaia di amici che si sono ritrovati sulle scalinate di Palazzo Personè.
Bandiere, striscioni, abbracci e anche lacrime di commozione.
Fino all’alba.
(da “il Quotidiano di Puglia“)
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Giugno 20th, 2016 Riccardo Fucile
LA CREDIBILITA’ E’ FONDAMENTALE PER UN SINDACO, MA QUANTO A TRASPARENZA VIRGINIA, CON LE SUE OMISSIONI, NON HA ESIBITO UN BEL BIGLIETTO DA VISITA
Una donna di 37 anni sindaco di Roma. Bel colpo. Anche se per Virginia Raggi sarebbe stato davvero più difficile perderle che vincerle, queste elezioni.
Divisa la destra, più interessata alla successione a Silvio Berlusconi che alla battaglia per il Campidoglio, al punto da dissipare un patrimonio di consensi che avrebbe potuto significare quantomeno il ballottaggio.
Spappolata la sinistra, reduce dalla stagione controversa di Ignazio Marino.
Il Partito democratico, con pesantissime responsabilità nello sfascio della città , commissariato e lacerato dalle spaccature interne, a leccarsi le ferite di Mafia Capitale.
Mentre il fuoco amico di Stefano Fassina & co. era sempre in agguato.
Un disastro che ha costretto Roberto Giachetti a fare tutta la corsa in salita. E se resta il dubbio di come sarebbe andata a finire per il Pd se la scelta fosse caduta su un candidato più autorevole e meno identificabile con l’attuale gruppo dirigente, la pera era comunque matura
Donna, per giunta giovane: almeno in un Paese dove la pubertà si supera a quarant’anni. Evviva. Ma ora si fa sul serio.
Per il Movimento fondato da Beppe Grillo è la prova cruciale, che potrebbe pesare non poco nella prospettiva delle prossime elezioni politiche. Perchè governare una città come Roma è forse più complicato sotto certi aspetti che tenere in mano il timone del governo centrale.
Di Virginia Raggi sappiamo poco o nulla.
Per quasi tre anni è stata in consiglio comunale, in uno sparuto plotone apparso molte volte privo di potere decisionale. Come quando, dopo l’estromissione del democratico Mirko Coratti dalla presidenza dell’assemblea perchè coinvolto in Mafia Capitale, avevano accettato informalmente l’incarico di vicepresidente per uno di loro, salvo poi ritirare la disponibilità ad assumersi tale responsabilità in seguito all’intervento del triumviro Alessandro Di Battista. Sempre più l’uomo forte del Movimento a Roma. Dove la partita si annuncia durissima.
E le idee, almeno a giudicare dalla campagna elettorale, non sembrano così chiare: come dimostra la circostanza che a dispetto degli annunci iniziali l’organigramma della giunta non è ancora completo
Virginia Raggi ha puntato soprattutto a rassicurare.
Prima i dipendenti del Comune. Poi i tassisti, che hanno rappresentato per il Movimento 5 Stelle una solida base elettorale come già lo erano stati otto anni fa per il centrodestra.
Quindi i dipendenti dell’Atac, un’azienda delicatissima per la funzione che ha ma letteralmente allo sbando da anni, strozzata com’è nel groviglio di interessi politici, sindacali e affaristici.
E ora per il Movimento 5 Stelle arriverà inevitabilmente il momento di onorare le promesse.
Avendo ben chiaro che il nuovo sindaco non potrà contare minimamente sull’aiuto di Palazzo Chigi, dove la tentazione di mettere in difficoltà la giunta grillina della Capitale sarà , temiamo, una costante. I nodi verranno subito al pettine.
Virginia Raggi ha detto di voler rinegoziare il vecchio debito del Comune, che costringe i cittadini romani a pagare le addizionali Irpef più alte d’Italia.
Ma intanto quel debito è affidato a un commissario straordinario nominato dal governo: oggi è Silvia Scozzese, già assessore al Bilancio della giunta di Ignazio Marino.
I debiti sono poi in gran parte costituiti da mutui con la Cassa depositi e prestiti, banca controllata dal Tesoro. E per rinegoziarli bisogna che il governo sia d’accordo. Ancora? La questione del salario accessorio, che aveva provocato un contrasto durissimo fra Marino e i sindacati, di sicuro riesploderà , visto che il ministero del Tesoro ha considerato illegittima la distribuzione a pioggia di quelle somme aggiuntive rispetto allo stipendio.
Per non parlare della rotazione dei vigili urbani, bloccata da una curiosa sentenza del giudice del lavoro.
O dei lavori della Metro C, l’opera pubblica più costosa e problematica, con il pandemonio di carte bollate, contenziosi e veleni che li accompagna: il governo sta cercando di scalzare il Comune
Con Matteo Renzi si annuncia perciò una partita a scacchi con il rischio di finire costantemente sotto scacco.
E la storia insegna che governare la Capitale avendo un governo politicamente ostile non è affatto semplice.
Per tutto questo servirebbe un fisico bestiale. Ma pure autorevolezza e credibilità , condizioni necessarie per quell’autonomia decisionale della quale molti hanno dubitato.
Sono qualità che adesso auguriamo a Virginia Raggi di riuscire a dimostrare, facendo dimenticare le troppe omissioni del suo curriculum.
Per chi giustamente predica la trasparenza assoluta, quelle non sono certo un bel biglietto da visita.
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera”)
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Giugno 20th, 2016 Riccardo Fucile
SCONTRO AL FEMMINILE CON LE RIVALI LOMBARDI E LA FIDANZATA DI DI MAIO CON STIPENDIO A CARICO DEL M5S
Virginia Raggi non ha vinto, ha stravinto. Il che da oggi la carica di una forza politica ma anche di
una responsabilità doppia: è da Roma che, dice Beppe Grillo, «partiremo per conquistare Palazzo Chigi, stiamo facendo la storia d’Italia».
Governare Roma non significa solo governare Roma, significa incarnare, agli occhi di milioni di italiani, l’altra opzione possibile rispetto a Matteo Renzi.
Naturalmente, per dare l’assalto a Palazzo Chigi e a Renzi prima bisogna governare bene Roma, o comunque anche solo governarla senza esser travolti dal disastro amministrativo e dalla condizione fallimentare del Campidoglio.
Roma è la ribalta più grande, ma anche l’insidia terminale.
La Raggi diventa fondamentale per fornire la prova che il Movimento sa essere qualcosa di governo, e non solo di protesta.
Il no euro? È già andato in soffitta.
I soldi pubblici? Vengono già ampiamente usati, dai cinque stelle.
Il divieto di doppio mandato? Chissà se resterà in piedi.
La squadra di governo? Se Raggi metterà un tecnico al bilancio, Di Maio è mesi che sparge rassicurazioni in giro che, in un loro governo, all’Economia e agli Esteri andrebbero due grand commis, non due no euro.
Grillo vince perchè in un certo senso ha perso: vince nel momento in cui i suoi ragazzi hanno messo in soffitta lui e il M5S originario
La prima domanda allora è: quanto Virginia sarà autonoma, dal direttorio, dalla Casaleggio, e dal fronte vasto (anche se ai più ignoto) dei suoi oppositori interni dentro il Movimento, quelli che vogliono condizionarla, o abbracciarla per condizionarla?
L’ascesa della Raggi è stata politicamente il frutto di un appeasement, dentro il M5S romano: da una parte gli attivisti delle origini, quelli che hanno dato anima e corpo al Movimento quando non era niente, animandone i meet up, i forum (che all’inizio erano due, ora praticamente zero), e sono stati progressivamente rasi al suolo dall’altro fronte, quello che a Roma è da sempre incarnato dalla capa romana, Roberta Lombardi, molto legata alla Casaleggio, dotata di un rapporto personale con Beppe Grillo, in buon rapporto con Luigi Di Maio, ma ultimamente oscurata dall’ascesa di Virginia.
La Lombardi per ora ha abbozzato, ha accettato di portare l’acqua alla campagna elettorale della Raggi, ma sappiamo che è pronta – alle prime difficoltà della sindaca – a muoverle contro per aprirsi più potere possibile in questa dialettica.
Con la prima sindaca donna di Roma, si delinea anche una guerra tra donne.
La Lombardi non ha puntato i piedi sulla giunta, non ha chiesto nomi suoi – anche se l’inserimento di Marcello De Vito pare un pegno politico che la Raggi dovrà pagare. In questa fase la ex faraona cercherà di imporre nomine di seconda linea, ma più operative: non gli assessori, ma i direttori, i capi dipartimento, le Asl, la polizia municipale, l’Atac o l’Ama. Il vero sottopotere romano.
La prima volta che vedremo come il Movimento gestirà il nodo annoso di Roma, le clientele
In campagna elettorale, per bilanciare alcune vicende che la ricollegavano al mondo della destra romana – gli studi legali Previti e Sammarco – la Raggi ha scelto diversi assessori pescandoli nel mondo della sinistra romana, dall’urbanista Paolo Berdini a Paola Muraro, all’assessore alla cultura Luca Bergamo.
C’è tanta fetta di Movimento che non è entusiasta di questo, perchè non vuole vedersi «infiltrare» dalla sinistra romana.
Eppure, Raggi è stata del tutto autonoma dal direttorio. Ha scelto lei, e se ne è fregata anche di chi storceva il naso per alcuni suoi contatti politici con l’ambiente ex Rifondazione comunista (la ex Lavanderia e l’occupazione all’ex manicomio al Santa Maria della Pietà ). Saprà continuare sulla strada di questa autonomia
È certo che da Milano vogliono guidarla, che l’hanno preparata a comportarsi in tv (molto recitato, il suo stile), che Luigi Di Maio le ha messo alle calcagna la sua fidanzata, la coach tv Silvia Virgulti, in una specie di marcatura alla Claudio Gentile a Spagna 1982.
Ma da oggi la Raggi non è più la consigliera comunale alle prime armi nella politica. È il sindaco di Roma; se vuole, in una possibile dialettica anche con lo scalpitante Luigi Di Maio.
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)
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Giugno 20th, 2016 Riccardo Fucile
A TORINO DETERMINANTI PER LA APPENDINO… E A BOLOGNA I GRILLINI RICAMBIANO IL FAVORE AL CENTRODESTRA MA GLI VA MALE
Il partito non ufficiale del “tutti tranne Renzi” si conferma anche nei ballottaggi delle amministrative 2016.
Lo rivelano i flussi elettorali analizzati dall’Istituto Cattaneo.
Gli elettori di destra, davanti al duello a Torino tra il candidato del Pd, Piero Fassino, e quello del MoVimento 5 stelle, Chiara Appendino, preferiscono in gran numero quest’ultimo.
Ma se questo dato era già stato confermato da altri appuntamenti passati, per esempio a Livorno e Parma, il dato nuovo di questa tornata elettorale è che anche gli elettori che al primo turno scelgono M5s, al secondo poi tendono a preferire il candidato conservatore.
È la fase del MoVimento 5 stelle che l’Istituto Cattaneo chiama “politica”.
In questa fase la lealtà degli elettori verso il partito non è più legata esclusivamente ai temi (prima fase) o all’affermazione della propria alterità (seconda fase): il legame è piuttosto con gli obiettivi di vittoria politica del partito.
In quest’ottica, i “giochi” politici, i vincoli e le opportunità del contesto politico non sono più rifiutate in nome della purezza identitaria, ma contribuiscono in modo decisivo alle scelte degli elettori.
I casi di ballottaggi del 2016 tendono dunque a corroborare l’ipotesi di una nuova fase nella storia dell’identità del MoVimento 5 stelle caratterizzata da considerazioni di tipo “politico” nel suo elettorato.
L’intenzione di “punire”, attraverso i voti alle amministrative, il governo Renzi ha fatto sì che nelle città considerate molti (in alcuni casi la maggioranza) degli elettori che al primo turno avevano scelto M5s, al ballottaggio si sono spostati verso i candidati di centrodestra.
Tale fase viene confermata dall’analisi dei flussi in alcune citt�
Novara: tra coloro che avevano scelto il Movimento 5 stelle al primo turno, al ballottaggio la quota maggiore si è diretta verso il candidato di centrodestra (40%). Una quota di poco inferiore ha optato per l’astensione (38%) e solo una quota minoritaria (21%) ha optato per il candidato di centrosinistra.
Novara è un caso particolarmente interessante perchè consente di fare un confronto col 2011: qui il Movimento 5 stelle aveva ottenuto una discreta quota di voti già in quell’occasione. Cinque anni fa, però, il comportamento al ballottaggio degli elettori del M5s fu ben diverso da quello odierno: in quell’occasione le scelte premiarono di gran lunga (75%) il candidato di centrosinistra.
Bologna: gli elettori che avevano scelto Bugani al primo turno, nel ballottaggio hanno scelto in maggioranza per l’astensione (45,5%), ma una quota solo di poco inferiore (42,8%) ha scelto la candidata leghista Borgonzoni.
Il flusso in uscita verso Merola è largamente minoritaria (11,7%).
Grosseto: gli elettori del candidato del M5s al secondo turno hanno premiato maggiormente il candidato di centrodestra (43,4%). Una quota simile si è diretta verso l’astensione (42,5%) e solo il 14,1% ha premiato il centrosinistra.
Brindisi: il maggior flusso in uscita dal M5s (71,2%) va verso l’astensione. Un flusso minore, ma comunque rilevante, premia il centrodestra (28,8%). Assente è il flusso in uscita verso il centrosinistra.
Un caso a parte è quello di Napoli, dove si afferma per la seconda volta al ballottaggio Luigi de Magistris, con un ampia vittoria sul candidato del centrodestra, Gianni Lettieri.
Per l’Istituto Cattaneo De Magistris ha vinto soprattutto perchè è riuscito a confermare l’elettorato che lo aveva scelto al primo turno: l’86% di chi lo ha votato al primo turno ha ribadito il suo sostegno al ballottaggio.
Inoltre, il risultato positivo di De Magistris si spiega grazie alla sua capacità attrattiva nei confronti dell’elettorato del M5s: un consistente flusso in entrata proviene dagli elettori che al primo turno hanno votato il candidato del M5s (Brambilla).
Si tratta di un ulteriore flusso che conferma l’appeal di De Magistris nei confronti dell’elettorato del M5s, già emerso nei flussi analizzati dall’Istituto Cattaneo al primo turno.
Per quanto riguarda l’astensione, a Napoli c’è stato un vero e proprio crollo della partecipazione con circa 20 punti percentuali in meno rispetto al primo turno (da 54,11% a 35,97%, quindi circa un terzo degli elettori ha votato al ballottaggio). A disertare le urne, come era ampiamente prevedibile, sono gli elettori che al primo turno hanno votato candidati che non sono andati al ballottaggio.
(da “Huffingtonpost“)
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Giugno 20th, 2016 Riccardo Fucile
MA NON POTEVANO PARLARSI IN CASA A VOCE?
Il marito di Virginia Raggi, neo sindaco di Roma, primo sindaco donna della Capitale, con perfetto
tempismo ha pubblicato subito dopo la notizia della vittoria della moglie una lettera alla consorte.
Lo ha fatto sul suo blog di cittadino e poi l’ha diffusa attraverso il suo profilo Twitter. C’è una bella foto della Raggi, in apertura del post.
C’è una rievocazione del suo percorso politico, partito “da un tavolino acquistato per fare un infopoint”.
Poi però ci sono un paio di note stonate. “Ti rendi conto? Quello che ho sempre saputo si è realizzato” comincia Andrea Severini.
Molta fiducia nella moglie, certo, ma anche a quanto pare una certa capacità medianica.
E poi, la parte che trovo più imbarazzante: “Sono 21 anni che ti conosco, ora per noi è un momento difficile è inutile nasconderlo, ma io sarò sempre accanto a te. Cercherò di proteggerti il più possibile anche da lontano”.
Senza conoscere nè la Raggi nè suo marito, senza voler sapere niente del loro matrimonio (come immagino la maggior parte dei cittadini romani, sia quelli che l’hanno votata sia quelli che non l’hanno votata), e pure tenendo conto delle stesse dichiarazioni della neo sindaca, che ha ammesso un momento difficile della lunga relazione con il marito, negando però di avere altre relazioni, sinceramente la sera della vittoria elettorale non mi pare il momento migliore per scrivere una lettera pubblica sulle difficoltà del loro rapporto.
E mi sono chiesta: ma se la Raggi fosse stata un uomo, la consorte si sarebbe mai comportata così? O avrebbe magari taciuto questo aspetto, facendogli godere la vittoria?
Che cosa ne dobbiamo inferire, noi donne, così superficialmente e senza sapere nulla di più? Che il prezzo che si paga, ancor prima di cominciare a lavorare da sindaco, è che la famiglia entra in crisi? E che il marito ne diventa vittima?
“Ah, una cosa ancora, mi manchi da morire, tuo marito, Andrea” finisce la missiva.
Sarò io bacchettona, perchè l’esposizione pubblica dei sentimenti mi infastidisce, ma sarei curiosa di sapere cosa pensa Virginia Raggi di questa lettera.
E se qualcuno giudicherà che sono malfida e che penso male, pazienza.
Lara Crinò
(da “L’Espresso”)
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