Giugno 16th, 2016 Riccardo Fucile
PESA IL TASSO DI INTERESSE APPLICATO AL PRESTITO… IL NODO DELLA POLIZZA ASSICURATIVA
Quasi un quarto di pensione in meno.
Lasciare il posto di lavoro tre anni prima significa rinunciare almeno per vent’anni a 400 euro al mese. E recuperarne, dal ventunesimo in poi, la metà . A quasi 87 anni suonati. Ma con tre anni di riposo aggiuntivi alle spalle.
È tutto qui lo scenario base dell’Ape, l’anticipo pensionistico pensato dal governo come risposta all’esigenza di flessibilità in uscita, seppur sperimentale nel triennio 2017-19, poi si vedrà .
Un dipendente pubblico o privato, nato tra il 1951 e il 1953, dal prossimo anno potrà chiedere di andare in pensione fino a tre anni prima rispetto al requisito di vecchiaia pari a 66 anni e 7 mesi.
Ottenendo così un anticipo sull’assegno futuro, in pratica un prestito dalle banche (ma erogato tramite Inps), garantito da un’assicurazione in caso di morte, che poi restituirà in vent’anni, a un tasso di interesse da fissare, finendo così di pagare a 86 anni e 7 mesi.
La pensione anticipata subirà per forza di cose una penalizzazione: non esplicita, da norma ad hoc, ma implicita (e logica) perchè nel calcolo verranno a mancare da uno a tre anni di versamenti contributivi
Nel caso base descritto da Progetica, società indipendente di consulenza, si ipotizza un tasso di interesse (il costo pagato alla banca per il prestito) all’1,5%, considerato ragionevole dagli esperti di Palazzo Chigi.
Altre elaborazioni, come quelle diffuse ieri dalla Uil – Servizio politiche previdenziali, azzardano addirittura un 3%.
In questo caso, per il segretario confederale Domenico Proietti, il pensionato da 2.500 euro netti mensili rischia “un taglio dell’assegno fino al 20%” per l’anticipo di tre anni. Una rata di restituzione cioè pari a un quinto della sua pensione netta e al 15% di quella lorda, tetto massimo fissato dal governo. “Se così fosse, l’anticipo non sarebbe conveniente per il lavoratore “, conclude il sindacato.
Ma non sarà per tutti così. Esodati, bassi redditi, vittime di ristrutturazioni aziendali potranno contare su detrazioni fiscali selettive e graduate “in base al reddito”, ipotizza Palazzo Chigi, per un costo pubblico entro il miliardo di euro.
In grado di coprire in tutto o in parte la quota interessi del prestito e in alcuni casi anche un pezzetto della quota capitale, così da alleggerire la rata.
Ma è chiaro sin da ora che la nonna desiderosa di trastullarsi col nipotino (l’esempio fatto da Renzi) – e tutti gli altri pensionati che scelgono di uscire prima non perchè costretti – dovranno mettere in conto di pagare l’Ape come fosse un piccolo mutuo, interessi compresi. Soprattutto se benestanti.
Il calcolo di Progetica è illuminante.
Un lavoratore nato il primo giugno 1953, con reddito netto mensile da 2 mila euro, può contare su una pensione di vecchiaia di circa 1.703 euro (ipotizzando una carriera tranquilla e senza salti, con inizio a 25 anni, retribuzione cresciuta dell’1,5% nel corso del tempo).
Se sceglie però l’Ape e anticipa l’uscita di tre anni (il primo gennaio 2017 anzichè nel maggio 2020), si assicura un assegno decurtato del 10%, pari a 1.542 euro.
Finito il triennio di anticipo della pensione, inizia a restituire il prestito, con rate pari a 240 euro.
Il suo assegno scivola così a 1.301 euro per vent’anni. Dopo risale a 1.542.
Rispetto ai 1.703 euro di pensione “potenziale”, per due decenni incassa il 24% in meno, ma con tre anni in più di pensione.
Se anticipasse solo di due anni, il taglio sarebbe del 15%. Se preferisse uscire giusto un anno prima, rinuncerebbe al 7% di pensione.
Troppo? Giusto? Accettabile? Lo decideranno i lavoratori, almeno 30-40 mila interessati, secondo le prime stime.
Specie i nati nel 1953, visto che le classi ’51-’52 sono state già aiutate con diversi interventi correttivi della Fornero.
Quali i nodi sul tappeto? La questione dell’assicurazione in caso di morte, su tutti. Il governo ipotizza un periodo di 20 anni per restituire l’Ape.
Ma la speranza di vita, calcolata dall’Istat, è ora ferma a 19 anni (media ponderata tra i 17,3 anni degli uomini e i 20,6 delle donne). Questo significa che le assicurazioni dovranno coprire almeno un anno in media.
E chi paga il premio? Lo Stato? Altra questione, il tasso applicato dalle banche (del cui intervento non si può fare a meno, dice il governo, se non si vuole spendere 10 miliardi l’anno). Un tasso troppo alto rende l’Ape meno appetibile. O troppo impegnativa la copertura pubblica.
Valentina Conte
(da “La Repubblica”)
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Giugno 16th, 2016 Riccardo Fucile
I NUOVI HOOLIGANS NON HANNO NULLA A CHE FARE CON L’IDEOLOGIA ULTRAS: SONO VERI E PROPRI COMBATTENTI, USANO STRATEGIE MILITARI, NON BEVONO, SONO ULTRA-ORTODOSSI, NEONAZISTI E OMOFOBI
Qualche centinaio di loro hanno seminato il panico al Vieux Port di Marsiglia. Altri 4o sono stati fermati e
messi in cella mentre da Cannes si stavano trasferendo a Lilla. Arresti preventivi, perchè ora i tifosi russi fanno paura. E polemica. Che quando si parla di Cremlino spesso e volentieri diventa politica.
E’ successo anche questa volta. La Russia, infatti, ha convocato l’ambasciatore francese a Mosca, Jean-Maurice Ripert, per protestare contro gli arresti. A riferirlo è stato il ministero degli Esteri russo in una nota in cui, tra le altre cose, si legge che “altre espressioni anti russe legate alla partecipazione della nostra nazionale ai campionati europei potranno danneggiare in modo sostanziale le relazioni bilaterali”.
Tutto ciò dopo che il ministro Sergei Lavrov, in un intervento alla Duma, aveva denunciato come “inaccettabile” il fermo dei 40 hooligans russi a Cannes.
Dopo i 200mila euro di multa e l’espulsione dal torneo con la condizionale (pena che diventerà effettiva solo in caso di altri incidenti all’interno di uno stadio) la questione russa ha acquistato anche contorni diplomatici.
Al netto delle sanzioni decise dalla Uefa dopo le violenze di Marsiglia, con la federcalcio europea che può prendere provvedimenti solo per quanto accade negli impianti e non per quello che succede fuori.
Intanto però, fuori continuano a menarsi. A Lille un gruppo di hooligans russi ha attaccato tifosi di Inghilterra e Galles, i quali a loro volta hanno tirato monetine e umiliato quattro bambini, forse rom, forse rifugiati, che mendicavano per strada. Lo schifo è ovunque.
La violenza però, per quello che si può capire dalle immagini e dai video postati sui vari siti e social network di riferimento, è principalmente russa.
Stupisce lo stupore della stampa italiana e internazionale che si accorge di un fenomeno, la violenza delle tifoserie organizzate russe, che esplode a inizio anni Novanta con la dissoluzione sovietica e si è riorganizzata in nuova forma da almeno una decina di anni. La nuova leva degli hooligans russi, quelli che abbiamo visto in azione a Marsiglia, ha poco a che fare con l’ideologia ultras di chi li precedeva, sono veri e propri combattenti: spesso straight edge (niente fumo nè alcool), sempre ultraortodossi, omofobi e neonazisti. Le prime forme di tifo organizzato in Russia nascono negli anni Settanta e Ottanta come imitazione degli inglesi, da qui i nomi anglofoni che resistono ancora oggi (Gladiators, TroubleMakers, Old Butchers, Snakes Firm etc.), l’esposizione di striscioni in lingua inglese il medesimo abbigliamento di riferimento.
Se le tendenze politiche sono già di estrema destra, si tratta ancora di gruppi cosiddetti Ultras, che seguono la squadra e puntano al controllo del territorio inteso come stadio e città .
Negli anni Novanta cominciano le prime connessioni con i partiti minoritari ultranazionalisti, di estrema destra, sinistra, o rossobruni tout court, e con la criminalità organizzata.
I gruppi di tifosi sono reclutati per spedizioni punitive di carattere politico o criminale che poco o nulla hanno a che fare con la squadra o lo stadio.
Cominciano a farsi conoscere anche all’estero con spedizioni in puro stile hooligans, con il sogno proibito di prendersi lo scettro degli inglesi in disarmo come sovrani del terrore. Ma è negli ultimi anni che la nuova leva assume la sua attuale fisionomia totalmente extracalcistica.
I nuovi membri delle tifoserie organizzate russe sono persone che hanno fatto la Cecenia, ex soldati che si strutturano in vere e proprie organizzazioni paramilitari e che poi si ritrovano come manovalanza in Crimea o nel Donbass.
Lo stadio diventa palestra di ardimento, come i boschi o le pianure innevate.
Si studiano tecniche di combattimento, lotta a mani nude, resistenza fisica e spirituale al dolore attraverso arti marziali come il Systema. Salta completamente la rivalità calcistica. I nuovi scontri sono su base etnica e religiosa, slavi contro caucasici, cristiano-ortodossi contro infedeli.
Dallo stadio la violenza tracima e si riversa nelle strade, come a Mosca nel 2010 quando la tifoseria dello Spartak mise la città a ferro e fuoco.
Questi gruppi spesso si alleano tra di loro, negli assalti omofobi ai Gay Pride, nelle spedizioni punitive contro le minoranze etniche, nelle battaglie nazionaliste e di retroguardia come quelle del Donbass.
A Marsiglia era presente una specie di Russian Union che vedeva insieme tifosi di Lokomotiv, Spartak e Cska di Mosca con quelli dello Zenit di San Pietroburgo.
In un paio di azioni si sono uniti a loro, per affinità elettive neonaziste, anche membri della Boulogne, dissolto gruppo del Paris Saint Germain.
Mentre ha agito per i fatti suoi, in un paio di azioni notturne, la tifoseria dell’Olympique Marsiglia, di estrema sinistra e multietnica, che non si è alleata con gli inglesi per il ricordo del 1998 e perchè gli stessi tifosi inglesi davano la caccia agli arabi al grido di “spazzeremo l’Isis”.
Proprio i precedenti del 1998, i durissimi scontri a Marsiglia tra ragazzi delle banlieues e gli hooligans inglesi, così come gli scontri tra tifoserie a Italia ’90 e a Germania ’96, prima ancora di quelli recenti culminati con la battaglia russo-polacca del 2012, dovrebbero spazzare via ogni sociologia d’accatto sulla violenza figlia della crisi economica o della fragile tenuta dell’Unione Europea.
Così come è assurdo sostenere che questa ondata di violenza russa a Euro 2016 faccia parte di una strategia antieuropea di Vladimir Putin, al netto dei deliri del deputato e membro della federcalcio russa Igor Lebedev che sui social ha inneggiato agli scontri. Importante invece mettere in evidenza le falle macroscopiche del sistema di sicurezza francese nel non prevedere quanto sarebbe successo, nel lasciare campo libero agli hooligans mentre si attacca chi protesta contro la Loi Travail, e nell’intervenire maldestramente alla fine sparando gas lacrimogeni a casaccio.
Importante anche, come ha fatto il network antirazzista Fare, monitorare questa nuova leva di hooligans guidati dal vecchio Alexander Shprygin (in possesso di regolare accredito e pass della federcalcio russa), un neonazista russo che fin dai primi anni Duemila ha lavorato alla trasformazione delle vecchie tifoserie organizzate russe in battaglioni d’assalto reazionari extracalcistici.
Questa è la nuova leva che da qualche anno infesta il continente. Picchiatori che si definiscono loro stessi “fighters” in opposizione ai vecchi “ultras”, che non adottano certo nuove strategie militari (basta guardare i video, in pantaloncini e maglietta si dispiegano in un semplice “mordi e fuggi” già visto e rivisto) ma attaccano per ribadire una supremazia etnica e religiosa.
Ideologia molto simile a quella proposta da Hogesa (Hooligans gegen Salafisten) gruppo multi-squadre natio in Germania e che da qualche anno sta cercando di fare proseliti in Europa.
Non è solo la Russia il problema.
Luca Pisapia
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 16th, 2016 Riccardo Fucile
“IL MONDO NON SARA’ PIU’ LO STESSO, L’AUMENTO DEI DISOCCUPATI FARA’ ESPLODERE LE DISEGUAGLIANZE”
“Se vincerà la Brexit il mondo non sarà più lo stesso». Lo scozzese Angus Deaton, Premio Nobel per l’economia 2015 per i suoi studi su diseguaglianza e povertà , in questi giorni si trova in Italia, a Iseo, per la Summer School, il corso di studi che ogni anno riunisce oltre 70 giovani laureandi da molti Paesi del mondo per assistere alle lezioni di diversi Premi Nobel. La possibile uscita di Londra dall’Ue lo preoccupa.
Come cambierà il mondo con la Brexit?
«Negli ultimi 40 anni il mondo è diventato più uguale. Le diseguaglianze si sono ridotte e una grande fetta delle classi più povere è ascesa a classe media. Questa evoluzione però non è dovuta alle decisioni della politica ma è un effetto della crescita economica e della globalizzazione. Ora lo sviluppo economico sta via via perdendo velocità . Allo stesso tempo stanno aumentando le diseguaglianze all’interno dei singoli Paesi. È un paradosso. E la Brexit aumenterà maggiormente le disuguaglianze nei Paesi».
Che cosa succederà dopo il 23 giugno?
«Difficile fare previsioni. Tanto che non ci sono piani specifici dei governi sullo scenario di una possibile uscita inglese. E’ pensabile che l’economia della Gran Bretagna rallenterà con un conseguente calo dell’occupazione. A rimetterci saranno probabilmente le classi meno agiate che soffriranno decrescita e disoccupazione».
A votare per la Brexit sono soprattutto i meno abbienti. Quali sono le loro ragioni?
«Chi vuole l’uscita dalla Ue lo fa perchè non ha visto un miglioramento nella propria condizione economica e avverte un disagio per la diseguaglianza. Pagheranno con il portafoglio il loro voto. La Brexit potrebbe paradossalmente peggiorare questo quadro. Le ragioni del rifiuto per l’Europa vanno però anche cercate nella delusione per la politica tradizionale che non ha saputo trovare risposte giuste su temi come la crisi economica e l’immigrazione. Non sono però soltanto le classi meno agiate che vedono con favore un addio di Londra alla Ue. Il malessere è in tutti gli strati della società . Domina la paure per il futuro e i timori per le incertezze su quello che sarà il domani dei più giovani».
Si deciderà una partita importante per l’idea che abbiamo dell’Europa. Che futuro vede per l’euro?
«Penso avrà una chance soltanto se ci muoveremo verso gli Stati Uniti d’Europa ma per arrivare a questa tappa occorre che i Paesi siano disposti a rinunciare a parte della loro indipendenza. E in questa fase non sembra sia così».
Cosa cambierà nelle politiche di Londra in caso di Brexit?
«Di sicuro il governo britannico acquisirà più controllo sulla questione dell’immigrazione. È un tema che spaventa molto e che chiede risposte immediate».
Qual è il rischio più grande che corre l’Unione Europea ?
«C’è un susseguirsi di eventi che potrebbe derivare dall’addio di Londra. All’uscita britannica potrebbe seguire una separazione dall’Unione anche dei Paesi del Nord, quelli scandinavi in particolare. A questo si aggiunge la possibile elezione di Trump in America che porterebbe a un mix pericoloso. Il rischio peggiore per l’Europa è di fare un rovinoso salto indietro fino agli anni ’30 del Novecento, quelli che hanno preceduto l’avvento di Hitler e la Seconda Guerra Mondiale».
Qual è la sua previsione, chi vincerà ?
«L’esito è ancora tutto aperto. Difficile capire cosa davvero uscirà dall’urna e la confusione che vediamo nei sondaggi non aiuta. Quello che mi auguro è che alla fine prevalga il Remain, il voto per restare».
Sandra Riccio
(da “La Stampa”)
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Giugno 15th, 2016 Riccardo Fucile
“CHE SI PARLI SOLO DI QUESTO LA DICE LUNGA SUL DEGRADO DEL DIBATTITO POLITICO IN ITALIA”
Uno scambio di battute “amene” sulla situazione politica, un “siparietto”, durante il quale “non sono certo
mancate le iperbole e le reciproche scherzose invettive”. Ma “nulla di più”.
Gaetano Quagliariello descrive così un colloquio avuto lunedì scorso con Massimo D’Alema, il cui contenuto sarebbe all’origine del retroscena di Repubblica che ha attribuito all’esponente Pd l’intenzione di votare per Virginia Raggi o anche “per Lucifero” pur di dare un colpo a Matteo Renzi.
“Due fondazioni culturali, Italianieuropei e Magna Carta, da circa un anno – premette Quagliariello in una nota – stanno lavorando a un grande convegno per tracciare un bilancio del bipolarismo italiano degli ultimi vent’anni. Periodicamente si svolgono riunioni del comitato scientifico dell’iniziativa, alle quali prendono parte colleghi docenti di storia, economia, sociologia e relazioni internazionali. All’ultima, tenutasi lo scorso lunedì, in qualità di presidenti delle rispettive fondazioni abbiamo partecipato anche l’onorevole D’Alema ed io. Alla fine della riunione, sull’uscio, ci si è fermati a scambiare qualche amena battuta sulla situazione politica, e non sono certo mancate le iperbole e le reciproche scherzose invettive. Nulla di più.”
“Ovviamente – prosegue il fondatore del movimento Idea – tutto ciò potrà essere agevolmente confermato da almeno cinque o sei docenti che con me hanno partecipato al siparietto. Che tutto questo diventi il centro dell’attenzione a quattro giorni dai ballottaggi, la dice lunga sul degrado del dibattito politico nel nostro paese. Avrei tenuto per me queste considerazioni se non avessi ricevuto nella giornata di oggi ben 12 telefonate di eminenti e stimati colleghi giornalisti che mi hanno interrogato sulla vicenda. A questo punto preferisco raccontare apertamente come sono andate le cose senza aspettare le prevedibili paginate di domani mattina”.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 15th, 2016 Riccardo Fucile
ROBERTO ESPOSITO, 31 ANNI, EX BLOGGER, HA SEGUITO LE CAMPAGNE DI DELUCA, DI MAIO E GIACHETTI
L’impresa poteva riuscire solo a uno «spindoctor digitale» con i fiocchi: mettere insieme Vincenzo De Luca,
Luigi di Maio e Roberto Giachetti, tre che più agli antipodi di così non si può.
Divisi su tutto, li unisce il nome dell’uomo che supporta le loro campagne elettorali sul web.
Si chiama Roberto Esposito, ha 31 anni ed è campano come i primi due.
Ara la politica per ripiego perchè ha un passato da blogger dei record ma amministra anche una sua azienda, la DeRev, che si occupa di comunicazione e di crowdfunding, la raccolta di fondi in rete. Il suo vero pallino.
Quattro slide in tasca
L’esordio non è meno sorprendente. Lo racconta così. «Con quattro slide e un’idea in tasca ho bussato a tutte le porte che riuscivo a farmi aprire. Alla fine mi sono ritrovato con più di un milione di euro».
Nel 2012 è stato uno dei più importanti investimenti del settore. «Un bel gruzzoletto che mi è servito per correggere il tiro, quando ci siamo resi conto che il mercato italiano delle piattaforme non era sufficiente per far stare in piedi un’impresa da 15 dipendenti».
Chi sa fiutare l’aria
È così, che per necessità , fiuta un’altra gallina dalle uova d’oro: le competenze per la comunicazione in rete di cui soprattutto la politica italiana è completamente digiuna. Non si tratta di ripulire la reputazione sul web, non basta qualcuno che eviti post o tweet che scatenano valanghe di insulti.
Serve come il pane qualcuno che sappia navigare fiutando l’aria che tira e soprattutto quali parole utilizzare per bucare gli algoritmi di social e motori di ricerca. Uno spindoctor digitale, insomma.
L’onda del pubblico
Roberto può vantare buone credenziali. Nella sua carriera di blogger è riuscito ad azzeccare parecchie volte l’onda del pubblico della rete.
Nel 2009, quando in risposta alla «legge bavaglio» lancia un blog di informazione satirica che in 6 mesi supera i 180.000 lettori al giorno.
Nel 2011 si è portato a casa il primato per il maggior numero di commenti ad un singolo post di Facebook (560.000 commenti).
Di lui si accorgono anche al quartier generale di Facebook, quando per conto di Greenpeace International partecipa alla campagna di protesta «Facebook: Unfriend coal» per convincere il social network ad adottare fonti di energia pulita.
L’iniziativa raccoglie oltre 80.000 adesioni in poche ore e in sedici lingue diverse, diventando il nuovo Guinness World Record per maggior numero di commenti in 24 ore.
Il laboratorio è in casa
Il laboratorio per traslare queste capacità in politica lo ha in casa. De Luca si gioca l’osso del collo per farsi rieleggere governatore.
Deve smarcarsi dalle solite accuse dei politici sospinti da poteri forti e la campagna di crowdfunding di Esposito diventa una delle chiavi fondamentali dell’operazione. Roberto ne cura la regia. La raccolta aveva come obiettivo 50 mila euro, in cambio i cittadini ricevevano una ricompensa che ai più potrebbe sembrare poco attraente: caffè o cene con il candidato.
Può sembrare pazzesco ma l’obiettivo è stato raggiunto e quasi stato raddoppiato: «L’attacco a tutti i candidati al tempo — racconta Esposito – era di essere assoggettati a lobby e il crowdfunding servì a De Luca per dire «Io non rispondo a nessuno, solo ai cittadini».
Le raccolte fondi online
Il crowdfunding, stando alla teoria che Esposito vende ai suoi clienti, in una campagna politica ha tre forti valori: uno puramente economico, un altro è fortemente politico: «Se vado alle elezioni e cerco voti e consensi e intanto ottengo dalla gente 73.000 euro (vedi la campagna di De Luca) è una validazione elettorale prima del voto. I cittadini vogliono quel candidato a tal punto da dargli più soldi di quanti lui ne chiede. È un forte segnale. Il terzo fattore è di comunicazione e strategia rispetto alla trasparenza su chi finanzia la campagna».
Le difficoltà
A quale specie animale appartiene uno spindoctor digitale? Roberto Esposito incarna perfettamente quella generazione di professionisti della comunicazione web che tanto fa inorridire l’editorialista di Repubblica Michele Serra, il quale davanti a uno sfortunato incidente lessicale del senatore Gasparri qualche settimana fa si è meravigliato dell’esistenza di staff che twittano e postano al posto del politico di turno.
Di fatto però in pochi potrebbero pensare che Vincenzo De Luca sia in grado di mandare una email: «De Luca da un lato è una persona molto rigida, ma anche molto lungimirante quindi anche se su una cosa magari non è ferratissimo ne intuisce il potenziale. Dire facciamo crowdfunding a un politico in campagna elettorale vuol dire esponiti adesso, se la campagna va male fai una figuraccia. L’altra cosa difficile è stato convincerlo a fare un video di presentazione per chiedere soldi perchè, soprattutto uno come De Luca che ha un carattere forte, ti risponde che gli fai chiedere l’elemosina, che figura faccio?».
I team e i candidati
Dopo questo primo banco di prova in ambito politico il ramo di consulenza di De Rev è esploso e ora l’azienda conta su diversi team che seguono i vari candidati.
A Esposito tocca un ruolo di coordinamento e, naturalmente, il rapporto diretto con i leader più importanti.
Mentre racconta la sua storia tiene sempre sottocchio lo smartphone. E lì, attraverso whatsapp, che ha i filo diretto con i clienti big.
Per le amministrative del cinque giugno, tra le altre, ha curato una campagna di crowdfunding di un altro esponente piddino, il candidato sindaco di Roma Roberto Giachetti, ma l’impegno che gli fa brillare gli occhi è il lavoro di consulenza che ha fatto per Luigi Di Maio.
Insomma, per Roberto la vera sfida è quella di aiutare l’uomo che il Movimento Cinque Stelle vorrebbe utilizzare per scalzare Matteo Renzi da Palazzo Chigi.
Il lato umano
Per Di Maio DeRev ha misurato il «sentiment» della rete: quali argomenti è meglio evitare, quali i temi sui quali intervenire per captare l’attenzione del pubblico: «Ci sono dei software alla base, ma ciò che ci rende forti è il lato umano: conosciamo bene i candidati che rappresentiamo e dobbiamo avere una sensibilità politica a riguardo, stabilire cosa dire e soprattutto come dirlo e quando dirlo in rete. C’è tutta un’attività di interazione con il pubblico che noi spingiamo molto. È lì che si crea il consenso».
La nuova comunicazione
Anche la campagna elettorale che si sta chiudendo ha materialmente dimostrato che la comunicazione si è spostata dalla strada sulle dorsali che trasportano sotto forma di bit i messaggi politici.
Siamo nella prima campagna post-attacchinaggio? «No, il web sta modificando i flussi della comunicazione. Una volta vedevo le affissioni poi andavo a casa e vedevo la persona in tv. Oggi le affissioni non hanno valore finchè uno non fa la foto e la mette online. Da 100 persone che vedono l’affissione, sul web la vedono in 10.000. Con il costo di un manifesto che vedono tutti indistintamente oggi in rete posso arrivare al pubblico che mi interessa risparmiando tempo e risorse».
Apparentemente in questo campo di battaglia il movimento di Grillo, nato in rete, dovrebbe avere gioco facile, ma le cose si sono modificate parecchio e ora anche il Pd di Renzi ha delle carte importanti da giocare perchè il radicamento sul territorio è ancora molto utile e può essere utilizzato anche per influenzare la comunicazione via web.
Le leve del consenso
Tutte leve preziose per il consenso, soprattutto in un futuro molto vicino: tra un anno verrà meno il finanziamento pubblico ai partiti e il tema per tutti sarà come raggranellare risorse spremendo i privati.
Il crowdfunding, a quel punto, sarà un potente strumento per garantire fondi e trasparenza: «Io penso che fra due anni alle politiche il crowdfunding sarà un po’ il preorder delle elezioni».
La chiacchierata sta per giungere al termine mentre Di Maio ha appena postato un proposta per introdurre il job act della politica, controlliamo lo smartphone di Esposito: «No, non sono stato io, non ero informato».
Abbozza un sorriso e ci lascia il tempo per la domanda irriverente quanto naturale: ma scusa, Esposito, non ti vergogni a chiedere soldi ai cittadini per la Casta?
«No, non mi vergogno perchè non succede. Se va un personaggio identificato come appartenente a una èlite non li prende i soldi. La Casta non si espone e non li cerca, farlo sarebbe controproducente. Prendi Scilipoti, uno così non ha sostenitori». Consiglieresti a Razzi di fare una campagna? «Forse per una nuova canzone, non una campagna elettorale».
Maurizio Guagnetti e Gianluca Pellizzoni
(da “La Stampa“)
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Giugno 15th, 2016 Riccardo Fucile
“SIAMO VECCHI, SOTTOPAGATI, CON LE DIVISE LOGORE E I MEZZI DA ROTTAMARE”
Vecchi, sottopagati, con le divise logore e gli automezzi da rottamare.
Sognano la pensione, alla quale arrivano con cinque anni di ritardo rispetto alle altre forze dell’ordine, corsi di aggiornamento e visite mediche che attestino la loro idoneità a un lavoro per niente semplice.
Sono i vigili del fuoco, oggi di nuovo in piazza per chiedere la parità del trattamento retributivo e pensionistico rispetto agli altri corpi dello Stato.
«Dopo aver protestato davanti alla sede nazionale di NCD il 18 maggio scorso e davanti alla sede del PD il 25 maggio, oggi busseremo alla porta del ministro Madia – spiega Antonio Brizzi, segretario generale del Conapo – Non chiediamo privilegi, ma siamo stanchi di essere presi a pesci in faccia dalla politica, trattati come un corpo di serie B. Percepiamo ogni mese 300 euro in meno rispetto agli altri corpi, ma rischiamo la vita come e più di altri».
Non solo. Grave e decennale la carenza di uomini, circa 3000 su un totale di 30 mila in servizio, che ha portato a turni più lunghi e alla chiusura di 25 sedi di servizio ordinarie, di 7 nuclei sommozzatori e al depotenziamento del servizio antincendio nei porti.
L’età media del personale operativo ha superato i 47 anni e, evidentemente incompatibile con la prestanza fisica richiesta alle squadre di soccorritori, ha portato a un’impennata di infortuni sul lavoro.
Non è cambiato nulla, oltretutto, in termini di adeguamento del parco auto: dopo l’inchiesta de Il Tempo pubblicata a dicembre del 2014, l’età degli automezzi di soccorso è continuata ad aumentare.
«A causa dei tagli – spiegano dal Conapo – autoscale, autobotti e autopompe serbatoio sono spesso in riparazione e fuori servizio, così come quelli di nuova assegnazione, la maggior parte dei quali già fermi in officina. Gli elicotteri sono utilizzabili solo di giorno e non abilitati al volo notturno per carenza di personale e di formazione».
E poi, tornando a qualche riga più in su, non esiste un valido addestramento a causa della mancanza di fondi specifici: «Molti vigili del fuoco hanno scelto di addestrarsi gratuitamente durante il tempo libero per loro sicurezza», conferma Brizzi.
Quindi le divise: sbiadite e vecchie, cambiate negli ultimi 20 anni solo quattro volte con la conseguente assenza di ricambi.
Arrivate le nuove polo, simili a quelle della Polizia di Stato, sono però senza le mostrine e senza lo stretch per mettere i gradi.
Le attrezzature per la Difesa Civile Nbcr (soccorso a seguito eventi terroristici non convenzionali) sono in gran parte scadute e le visite periodiche di controllo sanitario vengono effettuate al risparmio.
«I vigili del fuoco italiani non vengono sottoposti nemmeno ad un ecg sotto sforzo nella loro vita lavorativa – sottolinea Brizzi – e non sono pochi i decessi a seguito di malattie cardiovascolari».
Unificazione in tutte le regioni dei servizi di elisoccorso sanitario e di elisoccorso tecnico/sanitario integrando e potenziando 118 e 115, unificazione nel ministero dell’ Interno delle direzioni centrali amministrative-contabili dei dipartimenti della pubblica sicurezza e del soccorso pubblico, lasciando inalterate autonomia e funzioni della Polizia di Stato e dei vigili del fuoco, razionalizzazione della legge quadro sugli incendi boschivi (oggi di competenza delle regioni) e incentramento sui vigili del fuoco del coordinamento delle operazioni di spegnimento, alcune delle richieste avanzate dal Sindacato.
Silvia Mancinelli
(da “il Tempo”)
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Giugno 15th, 2016 Riccardo Fucile
LA LANZETTA HA LASCIATO NEL 2015 L’ESECUTIVO RENZI E HA RIFIUTATO UN POSTO IN GIUNTA REGIONALE PER NON STARE CON UN IMPRESENTABILE
Capita anche che un ex ministro torni a lavorare. Succede a Monasterace, nel cuore della Locride, quel
pezzetto di provincia di Reggio Calabria stretta fra l’Aspromonte e il mar Jonio conosciuto come una delle zone a più alta densità mafiosa del mondo.
Lì, in centro affacciata sulla litoranea, c’è una farmacia dove dietro al bancone, in camice bianco, c’è Maria Carmela Lanzetta, ex titolare del dicastero per gli Affari regionali dell’attuale governo.
Capita anche che una delle persone più esposte nella lotta alla criminalità organizzata venga prima allontanata, poi isolata e infine dimenticata dal proprio partito: quel Pd al cui interno il segretario Matteo Renzi pur ammettendo l’esistenza di “una questione morale”, lascia per strada chi della battaglia per la legalità ha fatto la sua ragione di vita e ne paga ancora il prezzo.
LA VITA SOTTO SCORTA E LE MINACCE DEI CLAN
Davanti alla farmacia c’è posteggiata una Lancia Thesis blindata, lo stesso modello che ha salvato la vita a Roberto Antoci, il presidente del parco dei Nebrodi vittima di un recente agguato mafioso in Sicilia.
Dentro al negozio, seduto su una sedia da cui si può vedere l’ingresso, un carabiniere in borghese fa finta di leggere una rivista. Nel marsupio, messo a tracolla sul petto, la sua arma di ordinanza è carica.
I locali sono stati completamente rinnovati nel 2011 quando un incendio doloso distrusse ogni cosa. Ai tempi la Lanzetta era sindaco del paese e l’attentato voleva essere un messaggio della ‘ndrangheta nel confronti di un’amministrazione che aveva deciso di non chinare la testa di fronte allo strapotere della cosca Ruga.
“Molti cittadini mi chiamano e mi vengono a cercare in farmacia solo per stringermi la mano e non nascondo che ogni volta mi vengono le lacrime agli occhi”, racconta mentre si leva il camice.
“Vi offro una cosa da bere, ma non al bar qui di fianco, perchè a quest’ora, ogni giorno, da quando è stato scarcerato l’anziano boss del paese viene a prendere il caffè”.
Meglio salire nell’appartamento di famiglia al secondo piano dello stesso palazzo del negozio. Ci si accede da una porta sul retro che dà direttamente sulle scale. Lei ha scelto di vivere lì, insieme ai suoi genitori, anche per limitare i suoi movimenti in modo da rendere più facile il lavoro degli agenti deputati alla sua sicurezza.
Distante anni luce dai politici di professione, Maria Carmela Lanzetta è anche quanto di più lontano si possa immaginare dallo stereotipo delle icone antimafia, quelle che, gettata la maschera della legalità , stanno finendo nella polvere una dietro l’altra.
A iniziare dalla spasmodica ricerca di visibilità . Da “ministro invisibile”, come è stata bollata dal Movimento 5 Stelle, a inizio 2015 ha accettato di buon grado la retrocessione alla carica di assessore regionale pur di stare più vicina alla sua Calabria, ma, una volta appreso che in giunta figurava un esponente del Pd sfiorato da un’indagine per voto di scambio, ha rifiutato l’incarico dimettendosi contestualmente anche dal ministero.
LE DIMISSIONI DA MINISTRO E LA RINUNCIA A ENTRARE IN GIUNTA
Il tutto si è consumato in sole 24 ore e per la prima volta Lanzetta ricostruisce cosa è successo: “Ho appreso della mia nomination nella giunta calabrese dai giornali. A quel punto, molto stupita, chiamo prima Graziano Del Rio, poi Lorenzo Guerini e infine Luca Lotti, ma nessuno ne sapeva niente. Butto il cuore oltre l’ostacolo e telefono a Renzi che mi dice di pensare a me come anello di congiunzione fra palazzo Chigi e la Regione”.
Le parole del premier trovano conferma in quelle del neo-governatore Mario Oliverio. A quel punto lei accetta: “Non ho pensato a cosa mi conveniva perchè mi reputo una persona ‘a servizio’ di un’idea di politica.
E poi le deleghe (Riforme, Semplificazione, Cultura, Istruzione, Pari opportunità , ndr) mi entusiasmavano perchè avrei potuto lavorare sui giovani e soprattutto provare a riscrivere la legge regionale di riordino del territorio nel segno della lotta all’abusivismo edilizio”.
Peccato che quando escono i nomi della giunta Oliverio, la Lanzetta scopre di essere in compagnia di Nino di Gaetano il cui nome era apparso in un’informativa sulla cosca Tegano di Reggio Calabria.
“Così ho comunicato che non volevo più farne parte e, visto che quelli erano i giorni dell’elezione del nuovo capo dello Stato ho voluto dimettermi subito anche dal dicastero in modo che il primo atto da firmare per il nuovo presidente Sergio Mattarella non fossero le mie dimissioni”.
Dopodichè il silenzio: non una telefonata o un sms nè con Oliverio, nè tantomeno con Renzi nonostante lei avesse chiesto una discussione pubblica all’interno del partito. “Non c’è mai stata e non se n’è più parlato. E’ finita così”.
IL DISASTRO DEL PD CALABRESE E LA “QUESTIONE MORALE”
Eppure anche senza nomine e con di nuovo indosso il camice da farmacista, non ha rinunciato a dire la sua nella Direzione nazionale del Partito democratico, dove nel 2013 è stata eletta in rappresentanza della corrente che faceva capo a Pippo Civati.
E da donna “profondamente di sinistra” continua a fare politica dentro al Pd contro quelli che lei definisce “i maggiorenti”, ovvero i gruppi di potere a lei ostili: i dirigenti di quel partito calabrese responsabili del disastro delle ultime amministrative.
“Hanno preferito costituire dei comitati elettorali mortificando quei germogli di democrazia diretta che esistono anche in Calabria — spiega — E i risultati sono sotto gli occhi di tutti: a Platì, San Luca e Rosarno, paesi simbolo del potere delle cosche, i dem non sono stati in grado di presentare neanche una lista, mentre a Cosenza la ‘santa alleanza con Denis Verdini’ ha umiliato il partito relegandolo al 7 per cento. Per non parlare di Lamezia Terme, Gioia Tauro e altre città importanti dove il Pd ha sistematicamente perso”.
Secondo la Lanzetta, il lanciafiamme evocato dal segretario-premier dopo il primo turno delle elezioni andrebbe usato per riproporre con forza il tema della questione morale: “Sì, ma alla Enrico Berlinguer e cioè imponendo comportamenti politico-amministrativi trasparenti e decisioni improntate alla coerenza. Un esempio? Attuare scelte urbanistiche che abbiamo come stella polare la difesa del territorio”.
Sarà un caso, ma la Lanzetta non è stata invitata a nessun comizio elettorale in nessuna amministrazione calabrese in cui si è votato.
Lorenzo Galeazzi e Lucio Musolino
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 15th, 2016 Riccardo Fucile
LEGALITA’ NON FA RIMA CON PROCESSI SOMMARI… LA STORIA LA FANNO LE IDEE ARDITE, NON BASTA ESSERE ONESTI
Molti uomini e donne di ‪destra‬, nel tempo, non hanno smarrito (soltanto) il concetto di ‪legalita‬’ quale condotta conforme al “tipo”, ma anche tutti i suoi corollari.
Il principio dell’innocenza “fino a prova contraria”, per esempio, da valore costituzionalmente garantito è diventato sempre piu’ un optional che ha lasciato campo libero alla cultura del sospetto, dell’inciucio, del dileggio facile e dei “processi sommari” consumati (anche) tra un caffè e l’altro…
Una continua guerra intestina che, ormai, ha schiacciato la parte più profonda dei cuori, delle anime e degli stessi intelletti…
Che in passato – ed anche nel presente – dei politici (da una parte e dall’altra) abbiano agito illegalmente è un dato storicamente dato, purtroppo.
Da qui a generalizzare ne passa di acqua sotto i ponti…
La sottocultura del sospetto ha generato mostri molto più indegni di quelli che si pensava di combattere col risultato che uomini e donne serie, per il sol fatto di dichiararsi di destra (o di sinistra, a seconda dei casi) non sarebbero più, nè seri, ne’ – tanto meno – credibili…
È un datio indegno far pagare ai “figli” le colpe dei “padri”. È una brutalità disumana portare il conto ai giovani (o meno giovani) che scendono in campo in nome di un ideale perchè, chi li ha preceduti, non sarebbe stato degno…
La patente dell’onestà non appartiene solo a ‪‎deMagistris‬ o ai ‪grillini‬: essa vive nel cuore di tutte quelle persone, soprattutto silenziose, che non hanno mai rinnegato, nè i valori dello Stato, nè il rispetto per se’ stesse…
L’odierno scenario elettorale è indegno; assurdo… Ancora più assurdo che lo assecondino la sedicente borghesia e chi, alle ragioni di un tempo, ha sostituto la rabbia e la frustrazione “dell’oggi…”
Non è la presunta onestà a fare la storia.
La storia la fanno le idee ardite, incendiarie ed appassionanti: quelle che camminano sulle gambe degli uomini onesti e realmente capaci.
Ritrovare il senso dei valori fondanti del nostro Stato e della nostra civiltà non è un lancio di dadi, una scommessa al totocalcio o un caffè da offrire agli amici…
E’ molto di più! Involge una necessità “urgentemente urgente…” La conservazione del senno. La voglia del domani.
Quel senso di umanità che sembra diventare sempre più lontano…
Salvatore Castello
Right BLU – La Destra Liberale
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Giugno 15th, 2016 Riccardo Fucile
CON SILVIO IN TERAPIA INTENSIVA I NOTABILI PENSANO A STRAPPARLE IL POTERE DI FIRMA SUL SIMBOLO CHE PERMETTE DI PRESENTARE LE LISTE… IN REALTA’ LA ROSSI HA SEMPRE FATTO QUELLO CHE BERLUSCONI LE DICEVA DI FARE
Lasciato il San Raffaele è tornata a Milano, per qualche ora di sonno. 
All’amica che l’ha portata a mangiare, per distrarsi un po’, Maria Rosaria Rossi è apparsa amareggiata, provata.
Per la salute di Silvio Berlusconi, ma anche perchè è additata come la principale responsabile del tour elettorale che lo ha fiaccato e del declino politico: “Guarda quanti giornalisti mi chiamano — si è sfogata — ma io non voglio parlare. Sono due anni che non gestisco l’agenda di Berlusconi”.
È appena terminato l’ufficio di presidenza in cui è stata messa nel mirino da Paolo Romani e Altero Matteoli, che hanno minacciato di non votare il bilancio, il che avrebbe rappresentato la chiusura di Forza Italia visto che la scadenza fiscale era prevista per oggi.
Attorno alla “badante”, custode di molti segreti di corte, per anni principale collaboratrice del Capo è iniziata la grande manovra, si consuma con Silvio Berlusconi ancora in terapia intensiva.
Un parlamentare azzurro, uscito dall’ufficio di presidenza qualcuno evoca l’immagine di Kostantin ÄŒernenko, all’epoca segretario generale del Pcus: “Quando era attaccato al respiratore il Politburo preparava la successione: vogliono far fuori la Rossi per prendersi Forza Italia”.
Perchè la potente “tesoriera” ha un potere cruciale, il vero snodo del “dopo”.
Che non è l’agenda, gestita interamente da altri collaboratori, Alessia Ardesi e la portavoce Deborah Bergamini, artefice del comizio a Ostia e dei ritmi di questa campagna elettorale.
Il potere è la firma sul simbolo di Forza Italia, di cui la Rossi è il rappresentante legale: “Guarda — ha detto Maria Rosaria Rossi all’amica — io sono molto tranquilla. Il mio mandato è nelle mani di Berlusconi, non dell’ufficio di presidenza. È lui che me lo ha dato in modo fiduciario, mica si è votato. E nelle sue mani, se vorrà , lo rimetterò, con la lealtà di sempre”.
Il simbolo è l’oggetto della feroce tensione all’interno del Politburo. Perchè ormai è acclarato che la famiglia ha fatto del “basta politica” un imperativo categorico, riconosciuto da tutti.
E che, al massimo, “Berlusconi avrà un ruolo onorario e non operativo” spiega una fonte aziendale di alto livello.
Simbolo significa chi farà le liste e i capolista, chi resterà capogruppo, insomma — in assenza di un erede nominato dal Cavaliere o dalla famiglia – chi comanderà e gestirà le spoglie di Forza Italia.
Da giorni il capogruppo al Senato Paolo Romani interpreta il suo ruolo come quello di un numero due, per anzianità e status.
Come il presidente del Senato fa le veci del capo dello Stato in caso di impedimento, si sente una sorta di numero due del partito. È amareggiata anche con lui la Rossi, che riceve telefonate di senatori che, a loro volta, hanno da ridire sui bilanci del gruppo al Senato, sui collaboratori.
Nell’Unione Sovietica attorno a ÄŒernenko, c’era la ferocia e la gelida compostezza del Pcus. Attorno a Berlusconi veleni, chiacchiere, ambizioni di un partito da sempre sguaiato.
Asse del Nord, partito del Sud, cerchio magico anch’esso diviso: la famiglia ha chiuso la porta di fronte agli schiamazzi, il Politburo azzurro li alimenta, nel grottesco della situazione.
Far fuori la Rossi è il primo passo, per poi procedere a un “direttorio a 5” di cui già circolano i nomi: i capigruppo Paolo Romani e Renato Brunetta, il governatore della Liguria Giovanni Toti, Mara Carfagna (nelle intenzioni dei promotori, ma non è stata interpellata) e la portavoce Deborah Bergamini, la vera regista dell’ultima fase.
Già artefice della grande cacciata di collaboratori che gestivano l’agenda in modo oculato come Paolo Bonaiuti, del ridimensionamento di Antonio Palmieri che si occupava di web, ariete della guerra Toscana con Denis Verdini, ora immagina un ruolo di cerniera tra vecchio e nuovo.
Nella geografia del cerchio figura lei da un lato insieme ad Alessia Ardesi, dall’altro Maria Rosaria Rossi e Francesca Pascale.
La famiglia ha chiuso la porta agli schiamazzi e Berlusconi pure.
L’amica della Rossi racconta che la tesoriera, anzi la “debitiera” si prenderà qualche giorno. Durante la cena il telefono era preso d’assalto dai giornalisti: “Io non parlo. Quello che dovevo dire l’ho detto a Berlusconi. Il mio mandato è nelle sue mani. Ho sempre rispettato la sua volontà e lui lo sa e per questo mi ha dato il potere di firma. Certo non lo metto nelle mani dell’ufficio di presidenza. Così questi preparano le liste, mentre il presidente è in terapia intensiva”.
(da “Huffingtonpost”)
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