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COMUNALI, HA VINTO IL PD O IL M5S? CHI COMANDA LE 1.342 CITTA’ ANDATE AL VOTO

Giugno 8th, 2016 Riccardo Fucile

LE 1.100 LISTE CIVICHE CHE HANNO FATTO ELEGGERE UN SINDACO

Pd e M5s non si troveranno mai d’accordo su chi ha vinto le elezioni amministrative di domenica.
In oltre 1100 Comuni, infatti, a vincere è stato un candidato di una lista civica. Magari camuffata, la cui ispirazione (di destra o di sinistra) è chiara fin dal nome e dal simbolo: “Civita Democratica” con i colori del Pd, “Forza Civita” con l’azzurro libertà ”.
Liste civiche finte, magari, ma che confondono i contorni già  poco chiari di un Paese quasi balcanizzato, nel quale la situazione politica di ciascuno delle 1342 città  e paesi che sono andati al voto cambia già  rispetto al Comune confinante.
Ilfattoquotidiano.it, con tutte le difficoltà  del caso che danno diritto a un minuscolo margine d’errore, ha cercato di dare una carta d’identità  alle varie amministrazioni che si insedieranno già  dopo il primo turno, sia pure dentro un quadro dipinto quasi con il puntinismo
Lo scontro Pd-M5s: “Abbiamo vinto noi”, “Macchè”
Sei italiani su 10, tra quelli intervistati in un sondaggio dell’istituto Piepoli per la Stampa, il vincitore delle Comunali è stato il Movimento Cinque Stelle.
Beppe Grillo e Lorenzo Guerini litigano sui voti assoluti.
Secondo il leader dei Cinquestelle, il Movimento ha raccolto 956.552 voti e quindi è il primo partito davanti al Pd che ne avrebbe 953.674.
Il vicesegretario del Pd risponde l’istituto Cattaneo ma limitandosi “ai Comuni capoluogo e superiori”: “Il Partito democratico prende 940.348 voti, mentre il M5s 866.793″.
Sempre per Grillo i Comuni con un sindaco del Pd sono “appena 18″, mentre Matteo Renzi ha rivendicato che “al primo turno abbiamo portato a casa quasi mille sindaci”. Nonostante la diversità  di periodi e situazioni Istituto Cattaneo e Ipr Marketing hanno cercato di disegnare almeno i flussi di voto rispetto alle Politiche 2013 (quelle della non vittoria di Bersani) e alle Europee 2014 (quelle del 40 per cento del Pd). L’aggravante ulteriore è che i Cinquestelle hanno presentato candidati sindaco solo in un quinto dei Comuni.
Il Paese sbriciolato nelle fazioni infinite
Ma ci sono due aspetti che rendono impossibile mettere d’accordo Pd e M5s (e tutti gli altri) su come sono andate le elezioni comunali.
Primo, le Comunali 2016 compongono un sistema dipinto quasi con il puntinismo, dove ciascuno delle 1342 città  o paesi presenta una situazione diversa da quello confinante.
Una specie di balcanizzazione dovuta no solo alla tripolarizzazione del sistema politico nazionale (Pd, M5s, centrodestra), ma anche alle alleanze variabili a livello locale soprattutto per la litigiosità  delle coalizioni di centrodestra e centrosinistra e la disinvoltura delle alleanze di alcune forze politiche.
Ilfattoquotidiano.it ha contato 28 combinazioni diverse negli oltre 120 ballottaggi (126) che chiuderanno la tornata elettorale il 19 giugno: Pd-M5s, Pd-centrodestra, centrosinistra-centrodestra, centrosinistra-M5s fino alle più improbabili come Psi contro Sel (a Monserrato in Sardegna), Udc e Sel insieme contro una lista civica (San Giorgio Ionico in Puglia), Fratelli d’Italia contro Forza Italia (Isernia, Molise). E poi M5s contro liste civiche, Lega Nord contro liste civiche, Pd contro liste civiche, centrodestra o centrosinistra contro liste civiche.
L’esercito sterminato delle liste civiche
Già , le liste civiche: ecco il secondo punto. In oltre 1100 casi (1105 su 1342) non è stato un candidato dichiaratamente sostenuto dai partiti nazionali a diventare sindaco. Di molte di quelle liste è chiara l’ispirazione: “Insieme per Civita”, “Civita democratica”, “Unione per Civita” da una parte, “Forza Civita”, “Fratelli di Civita”, “Civita Libera” dall’altra. Ma non esce fuori nè il nome del Pd nè quello di Forza Italia.
Si tratta di una prassi che non hanno invece nè il Movimento Cinque Stelle nè la Lega Nord che anche nei paesi più piccoli — se non minuscoli — propongono i nomi del loro partiti in modo dichiarato.
Quindi ilfattoquotidiano.it ha scelto questo metodo: assegnare le vittorie a chi ha avuto davvero il simbolo in campo. La presidente della commissione Antimafia Rosy Bindi aveva spiegato prima delle elezioni che “è la politica che ora deve metterci la faccia. I partiti nazionali non hanno esibito i propri simboli, si sono ‘nascosti’ nelle liste civiche, a volte anche in modo innaturale, con centrodestra e centrosinistra che si sono trovati insieme”.
In certi casi – come quello di Gaggio Montano, raccontato dal fatto.it – può esserci dietro uno spirito di comunità , in molti altri il rischio è quello paventato dalla Bindi cioè che le liste “mascherate” possano essere un varco per chi ha intenzioni meno nobili. Resta da capire se sia per coincidenza oppure no che tutti gli impresentabili di questa tornata elettorale, indicati dall’Antimafia, erano in liste civiche.
Le liste civiche del Pd
Per questo ora il Pd si arrabbia e rivendica per sè successi che sulla carta non ci sono, ma nelle urne — in potenza — magari sì.
A Milano, per dire, la lista Noi, Milano, la più vicina al candidato a sindaco Beppe Sala, ha raccolto 38mila voti, oltre il 7 per cento, ed è inevitabile che in un appuntamento elettorale diverso (come le Politiche) quei voti prendano la direzione del Pd.
Lo stesso può valere per il 4 per cento e i 15mila voti di Per Fassino a Torino o l’altro 4 per cento e 48mila voti di RomatornaRoma — la lista di Giachetti — che peraltro non raddrizzano il crollo del Pd nella Capitale.
E lo stesso — e di più — avviene al livello di paesi piccoli, un’abitudine che hanno anche i partiti delle destre.
L’esempio plastico è quello di Salerno, dove il partito ha deciso di non presentare il proprio simbolo inserendo i candidati in due liste civiche che “tradizionalmente” hanno sostenuto l’era quasi geologica di Vincenzo De Luca e che ora hanno sparato sulla poltrona di sindaco Vincenzo Napoli.
In tutto Progressisti per Salerno e Salerno per i giovani hanno preso il 38 per cento dei voti, cioè 28mila voti. A essere fiscali, insomma, sarebbe la vittoria numero 1106 delle liste civiche.
Ma in questo caso appare chiaro che non si può non parlare di una vittoria del Pd.
Per il resto il Partito democratico ha eletto sindaci in altri 17 Comuni: Francavilla in Abruzzo, Ripacandida e San Chirico Raparo in Basilicata, Cassano allo Ionio, Filadelfia e Spezzano della Sila in Calabria, Capua, San Sebastiano al Vesuvio e Villaricca in Campania, Malnate in Lombardia, Rimini in Romagna, Muggia nella Venezia Giulia, Chiusi in Toscana, Città  di Castello in Umbria, Barrafranca, Calascibetta e Terrasini in Sicilia.
Poi però ci sono altre 10 città  o paesi che il Pd ha conquistato al primo turno dentro una coalizione di centrosinistra, quella conosciuta fino all’avvento di Matteo Renzi come capo del partito. La vecchia Unione, insomma, o Italia Bene Comune ha vinto a Grottole in Basilicata, Felino e San Martino in Rio in Emilia, Norma in Lazio, Cassano D’Adda e Dairago in Lombardia, Montignoso in Toscana, San Pancrazio Salentino in Puglia, Cagliari e Capoterra in Sardegna.
In Lombardia i sindaci leghisti al primo turno sono stati 14, in Veneto i successi del Carroccio sono stati invece 10, a cui   vanno aggiunte le bandierine fissate in Friuli, Liguria e Piemonte. Il totale è 27.
Il centrodestra unito, dunque, vince in 38 Comuni, 23 dei quali in Lombardia, a sottolineare come il Carroccio non abbia sfondato, abbia ancora difficoltà  a Milano (dove viene doppiata da Forza Italia) e nel resto della provincia.
Gli altri successi del centrodestra in assetto compatto sono stati in Calabria (1), Emilia Romagna (5, da Finale Emilia a Busseto passando per 3 paesi del Piacentino), Friuli Venezia Giulia (2), Liguria (1), Marche (1) e Veneto (5, tra queste Montebelluna). Sempre in quest’area politica, ma con successi solitari, si segnalano i casi dell’Udc che elegge un suo candidato a Carbonate in Lombardia, di Fratelli d’Italia che fa lo stesso a Rosazza in Piemonte, di Fare! di Flavio Tosi ad Arcole in Veneto e di Forza Italia ad Albignasego, sempre in Veneto.
I ballottaggi: il Pd ha 69 match point, il M5s 20
Infine il Movimento Cinque Stelle, questo è già  noto, ha conquistato al primo turno 4 Comuni: Fossombrone nelle Marche, Dorgali in Sardegna, Grammichele in Sicilia e Vigonovo in Veneto.
Poi c’è tutta la partita dei ballottaggi che va oltre le sfide delle sei città  capoluogo di Regione che non hanno ancora eletto il primo cittadino (Torino, Milano, Trieste, Bologna, Roma e Napoli).
Nelle sfide finali il Pd compare 69 volte, il M5s 20, il centrosinistra 14, il centrodestra oltre 40 e poi in solitaria la Lega Nord 13 volte, Forza Italia 6, Sel, Sinistra Italiana e le altre innumerevoli denominazioni di quest’area politica 8 volte, l’Udc e il centro 6, il Psi e i Fratelli d’Italia 3 volte.
Inciso: il fatto che la coalizione di centrosinistra sia presente solo 14 volte e quella del centrodestra oltre 40, a fronte di una presenza massiccia dei democratici e relativamente modesta della Lega, la dice lunga sulla diversità  di assetto delle alleanze (e del loro stato di salute) tra l’area intorno al Pd e quella di Fi-Lega-Fdi.
Civiche fino in fondo
In 37 Comuni al ballottaggio andrà  una lista civica e in 8 casi si tratterà  di uno scontro tra civiche.
Curiosità , in 3 paesi sotto i 15mila abitanti si dovrà  votare di nuovo in un ballottaggio perchè al primo turno è finita in parità : a Civita D’Antonio (Abruzzo) è terminata 351-351, a Ortucchio (sempre Abruzzo) 636 pari, a Casina (Emilia Romagna) 1164 pari tra due civiche.
In caso di ulteriore parità  sarà  eletto il più anziano. In 5 Comuni, infine, arriverà  il commissario perchè si è presentata una sola lista e non è stato raggiunto il quorum di votanti del 50 per cento: Fraine in Abruzzo, Petrizzi in Calabria, Nimis in Friuli, Cicagna in Liguria, Fornovo San Giovanni in Lombardia.

Diego Pretini
(da “il Fatto Quotidiano”)

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OLIMPIADI DELLE COMICHE: DIETROFRONT DEI GRILLINI, COSA NON SI FA PER UN VOTO

Giugno 8th, 2016 Riccardo Fucile

ORA NON SONO PIU’ CONTRARI… RAGGI: “VALUTEREMO”, DI BATTISTA: “NON CI OPPORREMO ALL’ITER”…E ANCHE IL NUOVO STADIO DIVENTA “UN PROGETTO IMPORTANTE”

“Un referendum sulle Olimpiadi? Questo lo valuteremo”. Sono concilianti i toni di Virginia Raggi, la candidata del M5s in corsa per il Campidoglio, sul tema della candidatura di Roma ai Giochi del 2024, soprattutto all’indomani della presa di posizione di Totti che ieri nel corso di un’intervista   si era schierato apertamente a favore.
L’avvocatessa pentastellata ospite di Agorà  ribadisce però che in tre mesi di campagna elettorale “non c’è mai stato un romano che mi abbia chiesto quale sia la mia idea sulle Olimpiadi” e che “oggi occorre pensare all’ordinario: i trasporti, i rifiuti, le scuole e gli impianti sportivi comunali che cadono a pezzi. Poi si potra’ pensare allo straordinario come le Olimpiadi”.
E sempre in tema di sport ha aggiunto: “lo stadio della Roma è un progetto molto importante, così come sarebbe auspicabile uno stadio della Lazio. Purchè rispettino i limiti di legge”.
Una battuta anche sulla composizione della giunta comunale, in caso di vittoria: “la presenteremo in blocco la settimana prossima”. Sui nomi circolati sui giornali in questi giorni, infine, ha commentato: “non li confermo nè li smentisco”.
E’ corso ai ripari anche Alessandro Di Battista: «L’iter delle Olimpiadi è già  iniziato e noi non lo interromperemo – ha precisato ieri ospite di Lilli Gruber a Otto e mezzo, su La7 – anche se non è ancora successo che Roma abbia vinto la candidatura».
Insomma dal No al Ni, pronti a dire Si.

(da agenzie)

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BOERI: “IN ITALIA MANCA UN PIANO CONTRO LA POVERTA'”

Giugno 8th, 2016 Riccardo Fucile

“FALSO CHE I MIGRANTI RUBANO LAVORO AI GIOVANI”… “GLI IMMIGRATI VERSANO OGNI ANNO ALL’INPS 8 MILIARDI E NE RICEVONO 3″…. “GRAZIE A QUELLI CHE NON RISCUOTERANNO MAI LA PENSIONE, CONTRIBUISCONO ALL’1% DEL PIL NAZIONALE”

Una riforma del sistema pensionistico lunga 40 anni, vitalizi e pensioni d’oro, scarsa informazione e mancanza di un vero programma nazionale di lotta alla povertà . Il presidente dell’Inps Tito Boeri, nel colloquio con Tonia Mastrobuoni al Festival di Repubblica delle idee, spara a zero sul sistema pensionistico italiano e sulle riforme che si susseguono ciclicamente per tamponare le iniquità  emerse dopo la legge Dini del 1995, col passaggio dal modello retributivo a quello contributivo.
Una riforma, come sottolinea Mastrobuoni, indispensabile per rendere il sistema più sostenibile, visto il miglioramento dell’aspettativa di vita e al tempo stesso l’uscita dal mondo del lavoro molto presto.
“La precarizzazione del lavoro, la diminuzione del tasso di sostituzione, vitalizi e pensioni d’oro, rendono questo sistema solido ma iniquo” sottolinea la giornalista. “Come fare per renderlo meno iniquo?”.
Una riforma lunga 40 anni.
Boeri non ha la bacchetta magica per risolvere in tempi brevi il problema ma l’analisi è spietata: “Il passaggio dal calcolo della pensione basato sulla contribuzione e non sulla retribuzione a fine carriera è avvenuto con una riforma, quella del 1995, che ha richiesto una transizione troppo lunga che terminerà  nel 2032 (40 anni) mentre in Svezia, dove è stata fatta una riforma dello stesso tipo ci sono voluti solo 10 anni”.
In questo lasso di tempo sono stati necessari aggiustamenti automatici, leggi, “uno stillicidio”, lo definisce Boeri.
“Non solo, la riforma ha portato a una situazione di stridente iniquità  sociale, di constrasto, con categorie che godono di un trattamento pensionistico ad hoc, per effetto di scelte politiche e della maggiore forza di alcuni contratti collettivi nazionali. Abbiamo già  sottolineato come prefetti, militari, lavoratori del settore dei trasporti e delle telecomunicazioni godano di trattamenti migliori”.
La preoccupazione di Boeri è che questo sistema, se non ci si mette mano, crei non solo una iniquità  finanziaria ed economica ma soprattutto sociale, perchè il sistema pensionistico si fonda su un patto generazionale in cui i giovani pagano le pensioni a chi esce dal mondo del lavoro.
“Se il sistema viene avvertito come iniquo non regge” continua il numero uno dell’Inps. “Ridurre di poco le pensioni più alte può aiutare a ridurre questa iniquità “.
L’informazione mancata.
Boeri punta il dito contro l’assoluta mancanza di informazione in un passaggio così delicato e fondamentale nella vita degli italiani come quello di 20 anni fa.
“C’è stato un motivo politico per cui non è stata fatta una campagna informativa perchè se le persone si fossero rese conto che il vecchio sistema era più generoso, non avrebbero votato la forza politica al potere in quel momento e che ha reso possibile l’entrata in vigore della nuova legge”.
Ma Boeri non si arrende: “Ci siamo resi conto di questa mancanza di consapevolezza con l’invio delle tanto criticate buste arancioni: la gente ha scarsa consapevolezza del sistema pensionistico, perciò vorremmo fare ora quella campagna che doveva essere fatta venti anni fa”.
I vitalizi col contributivo valgono la metà .
Un argomento scottante quello delle buste arancioni, su cui Boeri è voluto tornare, riprendendo anche la polemica scoppiata a seguito della sua affermazione sui vitalizi dei parlamentari che per essere giusti, sulla base dei contributi versati, dovrebbero essere dimezzati.
“Chi parla male delle buste arancioni non le ha mai ricevute e mai le riceverà  perchè si tratta di politici, il cui trattamento pensionistico non è gestito dall’Inps. Siamo stati criticati perchè abbiamo affermato che i vitalizi, sulla base dei nostri calcoli basati sul modello contributivo, varrebbero la metà . A chiederci il nostro parere è stata la commissione parlamentare: per noi i politici si sono concessi trattamenti pensionistici più generosi di qualsiasi altra categoria lavorativa”.
Il presidente dell’istituto si è anche reso disponibile a certificare il calcolo delle pensioni dei parlamentari, invitandoli a farne richiesta: “Non è venuto nessuno!” ha detto Boeri, scatenando un applauso. Dimezzando i vitalizi ci sarebbe un risparmio per le casse dello Stato di 200 milioni di euro l’anno, pari all’ammontare dei sussidi ai disoccupati erogati nel 2015.
Manca piano anti-povertà .
Il sostegno ai disoccupati, soprattutto over 55 e giovani, e la mancanza di un concreto piano contro la povertà  sono i tasti dolenti del welfare italiano. “Si parla di pensioni minime troppo basse ma prima di dirlo bisogna considerare il reddito complessivo lordo e da quando vengono percepite” spiega Boeri, che per spiegare meglio la situazione fa notare che negli anni della crisi il numero di persone povere è aumentato nella fascia d’età  55-65 anni e tra i giovani, mentre è rimasto stabile tra gli over 65.
“Il vero dramma è quello degli esodati che non possono contare su uno zoccolo duro di protezione dalla perdita del lavoro. Per far fronte a questo problema avevamo proposto al governo l’introduzione nel disegno di legge delega per il contrasto alla povertà  di un reddito minimo per le famiglie con un 55enne che ha perso il lavoro. Sembrava di essere sulla strada buona ma dall’inizio dell’anno a oggi è ancora tutto fermo, per cui sto diventando scettico che il progetto venga realizzato”.
Mastrobuoni sottolinea come in Italia sia parli poco di povertà , soprattutto rispetto ad altri Paesi europei.
“Da noi solo il 3% dei trasferimenti inidirizzati al sociale è destinato al 10% della popolazione più povera” spiega Boeri. “In Europa siamo rimasti i soli a non avere un vero piano di contrasto alla povertà , persino la Grecia ne ha uno. In Italia ci sono solo iniziative di singoli Comuni ma questo non basta, serve una legge. Noi ci siamo candidati a gestirlo ma è dal centro che deve venire il finanziamento”.
I migranti sono una risorsa.
La giornalista lo incalza con domande che riguardano un tema di grande attualità , quello dei migranti e la strumentalizzazione che le destre populiste in Italia e in Europa ne fanno in termini di ricaduta sociale e lavorativa: “La destra cavalca la tesi del turismo sociale, cioè che i   migranti approfittano del sistema dei Paesi in cui arrivano, è vero?”
Per Boeri, dati alla mano, si tratta di una percezione sbagliata: “Gli immigrati versano ogni anno nelle casse della sicurezza sociale dell’Inps 8 miliardi e ne ricevono 3, quindi il saldo per noi è più che positivo, non è vero che drenano le nostre risorse. Anzi. Spesso versano i contributi ma per una serie di motivi poi non riscuotono la pensione per cui il loro ‘dono’, perchè di questo si tratta, è pari a un punto del pil”.
Per l’economista favorire la mobilità  dei giovani e dei migranti in Europa, soprattutto ora che la forbice delle differenze occupazionali tra un Paese e l’altro si è allargata, sarebbe la soluzione per riportare in equilibrio il mondo del lavoro.
“Invece al contrario si stanno alzando barriere” commenta Boeri. “Abbiamo anche proposto di creare in Europa un numero unico di sicurezza sociale, come avviene negli Stati Uniti, in modo da poter controllare che chi riceve sussidi di disoccupazione in un Paese non lavori in un altro, e in tal caso, togliere il sussidio. Questo sarebbe un primo importante passo verso la libera circolazione dei lavoratori”.
E sulla possibilità  della gestione del sussidio di disoccupazione a livello europeo Boeri si dice scettico: “Sarebbe un sogno, bisogna essere realistici. Però si potrebbe inserire un meccanismo per cui se un Paese attua delle riforme indicate dalla Ue possa poi avere accesso all’estensione del tempo di fruizione del sussidio durante le crisi economiche, come avviene già  in alcuni Stati Usa”.
I migranti non tolgono lavoro ai giovani.
Boeri invita tutti a usare il simulatore dell’Inps per il calcolo della pensione, a partire dai giovani che devono dimenticare il modello dei genitori: “Oggi è importante quanto si versa all’inizio e non quanto si guadagna alla fine della carriera” dice il presidente Inps. “Purtroppo i dati sulla disoccupazione e sull’emigrazione giovanile non sono incoraggianti. Preoccupante è anche il fatto che spesso laureati italiani invece di restare qui preferiscono andare a Londra a fare i camerieri perchè così guadagnano di più che a fare i ricercatori in Italia. Questo è uno spreco di risorse e competenze. Nè il problema si risolve con l’aiuto economico della famiglia. Occorre cambiare le regole di ingresso nel mondo del lavoro e assicurare una maggiore mobilità  in Italia”.
E smentisce l’idea che i migranti tolgano lavoro ai giovani: “Le tensioni all’ingresso si possono verificare ma nei lavori meno qualificati e non è il caso dei giovani, che invece sono qualificati. Semmai il problema è quello dell’integrazione sociale che va gestito. I giovani hanno avuto problemi nel 2011 quando la legge Fornero ha imposto alle imprese il blocco all’uscita: da uno studio che abbiamo fatto nelle aziende con il blocco delle uscite dei lavoratori non si sono assunti giovani, al contrario di quelle in cui invece i blocchi non ci sono stati”.

(da “La Repubblica”)

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IL GIUDICE: “MIGRANTI ECONOMICI COME PROFUGHI, STESSI DIRITTI”

Giugno 8th, 2016 Riccardo Fucile

UN’ORDINANZA DEL TRIBUNALE DI MILANO RIAPRE LA POSSIBILITA’ DI ACCOGLIENZA

Sei povero? Hai diritto a essere accolto in Italia. Cita la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo il giudice del Tribunale di Milano Federico Salmeri a sostegno dell’ordinanza con cui concede a un ventiquattrenne del Gambia il permesso di soggiorno in virtù della protezione umanitaria.
Permesso che era stato rifiutato dalla Commissione territoriale. «Ogni individuo ha il diritto a un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, alle cure mediche e ai servizi sociali essenziali».
Un principio tanto semplice quanto rivoluzionario: la povertà  è condizione sufficiente a restare, alla stregua di guerre e persecuzioni
Un’ordinanza che da Milano rimbalza tra gli operatori umanitari di Lampedusa, offrendo uno spiraglio ai cosiddetti migranti economici, per i quali finora sono fioccati i respingimenti.
Cosa di cui il giudice (della prima sezione civile) è pienamente consapevole.
Non importa – scrive – che quest’interpretazione apra al rischio di un riconoscimento di massa della protezione umanitaria.
«Si badi infatti – spiega – che il riconoscimento di un diritto fondamentale non può dipendere dal numero di soggetti cui quel diritto viene riconosciuto. Per sua natura, un diritto universale non è a numero chiuso»
Così il giovane gambiano ha diritto a restare in Italia regolarmente. Anche se il tribunale non ha creduto alla storia che lui ha raccontato, quella di essere perseguitato nel suo Paese per motivi politici, in quanto militante del partito antigovernativo Udp. Però, obietta il giudice, anche se il ragazzo non è a rischio per la guerra, è a rischio per la fame.
Proprio in virtù di questo, Salmeri non gli riconosce nè lo status di rifugiato (rivolto a chi subisce atti di persecuzione per motivi di razza, religione, nazionalità , appartenenza a un determinato gruppo sociale o opinione politica) nè lo status di protezione sussidiaria, che si concede a chi – rientrando nel proprio Paese – rischi di essere condannato a morte, torturato o coinvolto in una guerra.
No, quel giovane deve essere accolto semplicemente perchè in Gambia c’è una povertà  tale da esporlo a una condizione di «vulnerabilità », parola citata in diverse pronunce della Corte di Cassazione: l’aspettativa di vita è di 59,4 anni (in Italia 82), il Pil pro capite di 1600 dollari (in Italia 35 mila), esiste una «stagione della fame» che dura ogni anno da due a quattro mesi.
E chi, tra i disperati sui barconi non è vulnerabile? Quale madre incinta? Quale padre senza cibo da dare ai figli? Quale bambino solo?
Il fatto stesso che si mettano in viaggio, dice il giudice, dimostra che non hanno altra possibilità .
«Apparirebbe infatti contraddittoria e inverosimile – obietta il giudice – la scelta del ricorrente di percorrere un viaggio così tanto lungo, incerto e rischioso per la propria vita, se nel Paese di origine godesse di condizioni di vita sopra la soglia di accettabilità ».
Il rimpatrio? «Lo porrebbe in una situazione di estrema difficoltà  economica e sociale, imponendogli condizioni di vita del tutto inadeguate, in spregio agli obblighi di solidarietà  nazionale e internazionale».

Laura Anello
(da “La Stampa”)

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UN MILIONE DI ELETTORI SENZA CANDIDATI: AL BALLOTTAGGIO FARANNO LA DIFFERENZA

Giugno 7th, 2016 Riccardo Fucile

PARTE LA CACCIA AI VOTI DI CHI NON HA PIU’ UN RAPPRESENTANTE

Se il paragone non suonasse cinico nei confronti di chi soffre e chiede asilo, verrebbe da dire che il voto di domenica ha prodotto in Italia almeno un milione di rifugiati politici. Cioè di elettori che il 19 giugno non sanno bene dove accasarsi perchè il loro candidato-sindaco è stato escluso al primo turno.
Con una differenza rispetto ai rifugiati veri: quelli (purtroppo) nessuno li vuole, mentre questi elettori senza più padrone saranno corteggiatissimi.
Vincerà  i ballottaggi chi ne adotterà  il maggior numero perchè sulla carta i voti senza bandiera potranno fare la differenza. Due conti bastano a capire perchè.
I senza bandiera
A Roma, tra la Raggi e Giachetti, ci sono 133 mila voti di differenza.
Tanti, senza dubbio. Ma la massa degli «sfollati» (elettori di Marchini, di Fassina e della Meloni) è tre volte più grande.
I soli votanti del centrodestra a Roma sono 406 mila. Volendo, farebbero la differenza. Stessa cosa a Torino dove gli elettori in libera uscita sono circa 85 mila, il doppio dello scarto tra Fassino e Appendino.
Anche qui, la destra potrebbe risultare decisiva.
Invece a Milano, dove si sfidano Sala e Parisi, e meno di 5 mila voti li dividono, a fare da ago della bilancia saranno soprattutto 52 mila seguaci di Grillo.
Il candidato berlusconiano Parisi già  sta provando a sedurli con promesse di trasparenza e legalità .
Qualcuno vede le condizioni ideali per qualche scambio sottobanco, tipo il sostegno del centrodestra a Raggi e Appendino in cambio di quello M5S a Parisi.
Che può prendere la forma seguente: Salvini e la Meloni invitano a non votare il renziano Giachetti (già  stanno cominciando), e qualche grillino si diverte a bersagliare Sala.
Più facile dirlo che farlo, tuttavia. E non solo perchè Berlusconi rifiuta di scegliere tra sinistra e grillini esortando a votare scheda bianca.
La verità  è che, come conferma Ipr Marketing in una ricerca sui flussi elettorali svolta per Vespa, gli elettori si regolano come gli pare, infischiandosene dei «padrini».
Migrazioni tra partiti
Un esempio: alle Europee del 2014, il Pd prese a Roma 506 mila voti. Stavolta sono stati solo 270 mila.
Secondo Ipr, addirittura il 28,4 per cento è andato ai Cinquestelle, l’8 per cento alla Meloni.
Altro esempio illuminante: degli elettori forzisti alle scorse Europee, solo il 28,4 per cento ha dato ancora retta a Berlusconi votando Marchini. Gli altri hanno puntato su Meloni e sulla Raggi.
A parti invertite, gli elettori grillini del 2014 hanno premiato per il 20 per cento Parisi e per il 15 Sala.
A Torino, almeno un quinto di quanti votarono Fassino sono passati con la sua rivale. Eppure, secondo uno studio molto quotato a Palazzo Chigi, i Cinque stelle non hanno fatto molti progressi.
Nei 18 Comuni capoluogo dove si è presentato, il movimento supera quota 20 per cento solo in 3 casi, tra cui appunto Torino e Roma.
In media, il 15,5 dei voti contro il 34,3 del Pd più alleati.
E guai a sottovalutare Berlusconi, ammonisce Renzi personalmente. Qui soccorre un’analisi molto puntuale dell’Istituto Cattaneo.
Da cui si apprende che il centrodestra nel suo complesso perde 7 punti rispetto al 2011, è vero, ma ne guadagna 4 rispetto a tre anni fa.
Insomma, contrariamente alle apparenze è in ripresa.
Mentre M5S fa boom in confronto al 2011 (anche perchè in alcuni Comuni non si era presentato), però perde 4 punti dalle ultime Politiche.
Le Cinque stelle splendono ma non sono ancora il sol dell’avvenire.

Ugo Magri
(da “La Stampa”)

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IL MIRACOLO DI “BOBO”: “SEMBRAVA IMPOSSIBILE, MA AL BALLOTTAGGIO CI SONO ARRIVATO”

Giugno 7th, 2016 Riccardo Fucile

GIACHETTI AVEVA INIZIATO LA CORSA QUARTO, DIETRO MELONI E MARCHINI… DOPO MAFIA CAPITALE E IL CASO MARINO, IL PD A ROMA ERA DATO AL 16%, LUI E’ RIUSCITO AD ARRIVARE AL 24%…E ORA PUNTA A VINCERE

«Due mesi fa non ci credeva nessuno, giravo la città  e il clima intorno a me lo sentivo, è chiaro che il passato pesava. Ma ora davvero ce la posso fare, perchè dopo la rabbia arriva il turno della ragione e i romani sceglieranno il sindaco che loro ritengono possa far meglio».
Roberto Giachetti, Bobo per gli amici, è carico «a palla» come dicono a Roma, pure se esausto: il candidato di un Pd sfibrato al 17%, che malgrado tutto ha superato l’asticella remando da solo, non dorme da 48 ore dopo aver compiuto il primo exploit contro ogni pronostico: arrivare al ballottaggio partendo quarto dietro alla Meloni e Marchini.
Un «miracolo» che gli ha fatto guadagnare sms di complimenti, tra i più vari, dalla sorella della Pivetti, l’attrice Veronica, fino a Fabrizio Barca che condusse la campagna di ascolto tra i circoli Pd.
Per tutta la notte dello spoglio si è messaggiato con Matteo Renzi, con il quale condivide la stessa convinzione, a dispetto di quello che vanno dicendo i sostenitori della tirannia dei numeri che albergano tra le fila dei renziani: quelli ormai rassegnati al fatto che matematicamente è quasi impossibile battere la Raggi con questo scarto.
Il leader e il suo candidato sono sicuri invece che a Roma si può vincere.
Anche se il leader condisce questa convinzione con una battuta, «se Giachetti fa Giachetti, se parla di Roma e racconta cosa vuole fare, sarà  divertente».
Una battuta che a sentire i depositari di quanto avviene nelle segrete stanze svela in realtà  una perplessità  per una campagna fin qui poco espansiva, con guizzi non incisivi a sufficienza, come la scelta dei nomi per la squadra di assessori.
Ma Giachetti ha un’impressione del tutto diversa. «Ma no, la questione è semplice: io ho fatto una campagna tutta sul concreto, cercando di mantenere una linea di rispetto verso gli avversari, evitando le provocazioni e le polemiche, anche perchè eravamo in quattro. Solo una volta quando hanno tirato in ballo la svolta di cui ha bisogno Roma sull’onestà , ho reagito dicendo che io sono onesto e l’ho dimostrato per anni. Dunque ora che siamo in due, uno di fronte all’altro, Renzi si aspetta che Giachetti entri in campo con la sua verve, chiamiamola così».
Insomma, lui questo termine non lo usa, ma è chiaro che il premier si aspetti che ora Bobo «meni» di più metaforicamente parlando.
Ed è quello che già  sta facendo, provando a trascinare Raggi in un match tv, dice che lei già  ieri si sia sottratta.
Alla sinistra Pd lancia una «supplica» accorata: «Basta polemiche, finiamola qui, ora uniti, poi scateniamoci al congresso».
Chiarendo che «non farò accordi di palazzo con nessuno. Dicono che faccio un accordo con Marchini. Non è vero, gli elettori non sono pacchi postali. Posso dire con quali carte vincerò?».
E qui Giachetti sgancia la sua gragnola di colpi. «La Raggi parla di baratto e io di come rinegoziare il debito e abbassare le tasse. Io voglio portare la metro fino allo stadio olimpico, lei dice fermiamoci dove siamo arrivati. Io dico sì alle Olimpiadi con 170 mila posti di lavoro e lei dice no. Io dico sì allo stadio della Roma che porta 400 milioni di urbanizzazione e lei dice no. Quando i romani capiranno questo, io avrò vinto».
Nel frattempo, «incontro chiunque, ma parlo al popolo romano. Se facessi accordi con Marchini sarebbe inutile, i suoi elettori votano come vogliono, non come dice lui».

Carlo Bertini
(da “La Stampa”)

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RAGGI PREPARA LA SQUADRA E GUARDA A SINISTRA: L’URBANISTA BERDINI E L’ESPERTO DI RIFIUTI ROSSI

Giugno 7th, 2016 Riccardo Fucile

IL PRIMO E’ “NEMICO” DEI COSTRUTTORI, IL SECONDO UN SUPER-TECNICO AMBIENTALE

Due settimane durante le quali la candidata del Movimento dovrebbe presentare la sua giunta. Che, in queste ore, si arricchisce di altri due nomi: urbanistica e lavori pubblici dovrebbero andare a Paolo Berdini, sostenibilità  ambientale e rifiuti (forse) a Raphael Rossi.
La Raggi non ha ancora deciso quando sarà  il momento (presto, forse già  in settimana, pare) ma la squadra, dunque, inizia a prendere forma
E, almeno con questi primi nomi in caselle chiave, sembra una squadra che guarda a sinistra.
Berdini, 68 anni, urbanista molto noto e molto apprezzato, inviso a gran parte dei costruttori della città , è autore, nella sua lunga carriera, di libri come “La città  in vendita”, (Donzelli, 2008) e “Breve storia dell’abuso edilizio in Italia” (Donzelli,2010).
Rossi, invece, 42 anni, è un tecnico, esperto di ambiente, consulente di numerosi comuni, progettista di sistemi per la raccolta porta a porta, attuale amministratore delegato della “Formia rifiuti zero”, con la quale è riuscito a portare la differenziata al 65% nel centro del basso Lazio.
Da vicepresidente della municipalizzata dei rifiuti di Torino anni fa denunciò un tentativo di corruzione che aveva subito.
Già  lodato da Beppe Grillo sul suo blog, potrebbe essere lui a occuparsi del delicato dossier sulla pulizia di una città  dove si paga la Tari più alta d’Italia
Due nomi di valore che si vanno ad aggiungere a quello di Andrea Lijoi, ex rugbista, che si dovrebbe occupare di sport e qualità  della vita.
Anche ieri la Raggi, prima di un’intervista serale con Porta a Porta, ha fatto incontri per stringere sulla sua squadra. Poi è andata a prendere il figlio di 6 anni da scuola, accolta dal coro «Virginia, Virginia» con il quale l’hanno salutata maestre e genitori
In queste due settimane la candidata dei 5 Stelle calcherà  la mano sulla “normalità ” della sua figura, come già  aveva insistito dal palco di piazza del Popolo il 3 giugno, alla chiusura della sua campagna elettorale.
Normalità  da affiancare a “competenza” e “credibilità ”, gli altri due sostantivi che si ripeteranno durante i prossimi 15 giorni
«Abbiamo un piano d’azione per il dopo – aveva detto commentando le proiezioni Roberta Lombardi, l’altra donna forte del MoVimento a Roma – se dovessimo vincere stiamo già  preparando quelle che saranno le prime delibere di giunta operative immediatamente»
In caso di vittoria, però, per la Raggi potrebbe aprirsi subito un caso con Silvia Scozzese, commissaria al debito, citata da Roberto Giachetti come assessore nella sua eventuale squadra: «Ci chiediamo – ha detto la Lombardi – nel caso in cui vinca l’M5S, quale rapporto di fair play e di leale collaborazione tra istituzioni ci possa essere con un commissario al debito già  politicizzato».

Mauro Favale
(da “La Repubblica“)

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L’AVVELENATA DI GIORGIA: TRADITA DA SILVIO, DA MATTEO E PURE DALLA GARBATELLA

Giugno 7th, 2016 Riccardo Fucile

SALVINI L’AVEVA ILLUSA, ALLA FINE SONO PIU’ I VOTI CHE LE HA FATTO PERDERE A ROMA CHE QUELLI CHE LE HA PORTATO

Se io avessi previsto tutto questo… La destra romana è avvelenata, e a ragione. Ha visto la vittoria al primo turno da vicino, troppo da vicino per uscire con aplomb dalla mazzata dei risultati finali.
E l’aplomb, tra l’altro, non è il suo stile.
Avvelenata con Berlusconi, che a Milano dove c’era il candidato “suo” si è tenuto stretto Salvini, e a Roma ha fatto il contrario usando la Capitale per regolare i conti interni.
Avvelenata coi quartieri che non le hanno risposto come dovevano, prima tra tutti la Garbatella.
Avvelenata, anche se non si può dire, pure con il suo grande sponsor, l’aspirante Trump di casa nostra, Matteo Salvini insomma, che prima ha convinto Giorgia Meloni a giocarsela in proprio scommettendo sullo schema lepenista e poi alla prova dei fatti le ha portato in dote un miserrimo 2,7 per cento, briciole, e forse le ha pure abbassato la media perchè il Carroccio, a Roma, non è che sia simpaticissimo.
«Eravamo come Davide contro Golia», soli contro il governo «e contro un centrodestra che giocava a perdere», dice la Meloni nella prima conferenza stampa dopo i risultati.
Ma l’idea di fare il passo decisivo verso l’area del voto anti-sistema l’ha già  scansata: per il ballottaggio «mai indicazioni di voto per un candidato di Renzi», ma anche il M5S è «approssimativo», inconsistente, poco serio, «e non ci metterò certo la faccia». Insomma la vecchia battuta «al secondo turno voterei Raggi» è sepolta definitivamente.
Fdi resta nel perimetro dei partiti di governo: il partito di lotta può attendere tempi migliori, o peggiori, chi lo sa.
Ma neanche l’Avvelenata si può cantare fino in fondo, perchè c’è ancora la speranza di Latina dove il candidato della Meloni, Nicola Calandrini, si è conquistato a sorpresa la sfida finale con il civico Damiano Coletta.
Latina è un caso da matti. Undici candidati, otto di destra: potrebbe essere l’unico capoluogo di provincia espugnato da Fdi ma toccherà  ricucire, mediare, rimettere insieme, dopo una campagna al vetriolo, e insomma non è il caso di spingersi molto oltre nella critica ai parenti-serpenti che nella Capitale ha affondato la speranza di un ballottaggio tutto al femminile, un Meloni-Raggi che secondo i sondaggisti avrebbe visto strabordare la grillina, ma sarebbe stata comunque una medaglia da portare in parata sotto Arcore e sotto via Bellerio.
E comunque, alla fine dei giochi, seppure con la mancata vittoria di Roma e quelle percentuali al lumicino al Nord e in troppe parti del Sud, la posta in gioco era   cancellare le troppe incertezze nel pre-candidatura, quando si era incartata su proposte fantasia (la Dalla Chiesa, la Pivetti), dire “ci sono” e non lasciare il campo a un forzismo in assoluto declino e a una Lega tanto rumorosa quanto inefficace nelle urne.
Ora è il momento dell’Avvelenata, certo. Ora si è soli alle quattro del mattino, l’angoscia e un po’ di vino, voglia di bestemmiare.
Ma domani si potrà  ritrovare il sorriso del pericolo scampato.
Gli altri hanno fatto peggio, e a lei poteva andare assai peggio.

Flavia Perina
(da “Huffingtonpost”)

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LE PERIFERIE ABBANDONANO IL PD

Giugno 7th, 2016 Riccardo Fucile

A TORINO, ROMA, MILANO LA SINISTRA CONVINCE SOLO LA BORGHESIA DEI CENTRI STORICI

Primavera del 2011: Piero Fassino diventa sindaco di Torino al primo turno. La sua è una vittoria travolgente, mai in discussione.
A Mirafiori l’ultimo segretario dei Ds sfonda il muro del 60%, nei quartieri operai della periferia Nord oscilla tra il 56 e il 58%.
Solo nel centro storico ha il fiato più corto: 50,5%.
Primavera del 2016: al sindaco è rimasto solo il centro, l’unica zona in cui supera il 50%, l’unica in cui non perde consensi, l’unica che l’avrebbe premiato già  al primo turno.
Le altre precipitano pericolosamente verso il 40%
Il centro storico è il fortino dove, a Roma, si è asserragliato anche Roberto Giachetti, circondato dalle orde Cinque Stelle.
Due municipalità  a Pd e alleati: centro, Parioli, Nomentano; le altre tredici – da Ostia a Tor Bella Monaca, dalla Cassia all’Eur – a Virginia Raggi. Geograficamente, e non solo, è un assedio.
«Il Pd ha dei problemi», dice Matteo Renzi. Uno – sicuramente tra i più importanti – sono le periferie.
«Ci hanno abbandonato, scelgono», incalza la minoranza interna. Difficile dargli torto. La solidità  dei democratici tiene dove abita la buona borghesia e si ferma là  dove smettono di passeggiare i turisti; altrove si combatte seggio per seggio, spesso si perde.
A Torino Chiara Appendino e il Movimento 5 Stelle si sono presi un luogo simbolico, la circoscrizione 5: Vallette e Lucento, i rioni degli operai, dai grandi palazzoni costruiti negli Anni Sessanta per dare casa alla manodopera emigrata dal Sud, roccaforti un tempo rosse, e anche Borgo Vittoria, che ospitava la storica sede del Pci.
Fassino aveva il 58%, ora ha il 35. E, sempre a Nord, là  dove da anni si fatica a tenere a bada la polveriera delle baraccopoli abitate dai rom, passa dal 56 a 35%, superando i 5 Stelle di una incollatura.
Anche Beppe Sala, a Milano, arranca: Pisapia controllava tutti i municipi, lui ha perso la zona 2, Turro, Grego e Crescenzago; la 5, da Porta Ticinese a Gratosoglio, e la 7, tra Baggio De Angeli e San Siro.
Si fa sfilare da Parisi anche la zona 9, tra Affori e Comasina, dove negli ultimi dieci anni la sinistra aveva sempre governato, anche quando a Palazzo Marino c’era Letizia Moratti.
Tre anni fa, nella Capitale, Ignazio Marino aveva lasciato le briciole ad Alemanno: 14 municipi su 15, eccetto Cassia-Flaminia.
Oggi Roberto Giachetti ha avuto vita facile solo ai Parioli. Altrove è stato travolto.
Sì, con le periferie il Pd oggi ha davvero un problema.

Andrea Rossi
(da “la Stampa”)

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