Luglio 5th, 2016 Riccardo Fucile
LA SINDACA DI ROMA PARTE AZZOPPATA DALLA LOMBARDI E DALLA TAVERNA
«Virginia, il M5S è imbufalito. Pensano che invece di fare come l’Appendino a Torino, tu possa diventare la nuova Pizzarotti…Non vogliamo che tu faccia la sua stessa fine».
Il processo a Virginia Raggi è durato circa un’ora, in un clima che i bollettini del M5S non hanno neanche provato ad ammorbidire.
Il confronto è stato schietto, com’era prevedibile tra tre donne dal carattere spigoloso. Virginia Raggi, sindaca di Roma da una parte, e Roberta Lombardi e Paola Taverna dall’altra, le due parlamentari che guidano il mini-direttorio nato in supporto a Raggi. Una presenza che è diventata via via ingombrante per la sindaca, la quale, anche fisicamente provata, è stata costretta a cedere alle richieste del direttorio e di Beppe Grillo.
Via Raffaele Marra, il dirigente con un passato di legami con Gianni Alemanno. E via Daniele Frongia, già consigliere che Raggi aveva voluto al suo fianco come capo di gabinetto, forzando la legge Severino sull’incompatibilità . Entrerà in giunta con delega al Patrimonio immobiliare e la probabile carica di vicesindaco.
«Noi siamo il M5S – le hanno detto Lombardi e Taverna – proprio noi non possiamo essere accusati di voler aggirare la Severino».
Essere il M5S vuol dire marcare una differenza quasi ontologica con gli avversari.
La fenomenologia del buon grillino deve tener conto di questo: le scelte di un sindaco 5 Stelle a Roma si fanno in condivisione con lo staff.
La Raggi che a cena con Luigi Di Maio aveva evocato le proprie dimissioni e implorato quasi un ritorno di Alessandro Di Battista «al posto di quelle due», alla fine ha capitolato.
Nelle scosse di assestamento del pasticcio romano, sembra però che lo stesso Di Maio non abbia granchè gradito l’intervento di peso di Grillo, tirato per la giacchetta da Lombardi, proprio mentre lui cercava una mediazione più diplomatica.
Ad affermarsi, per ora, è la morale della squadra che prevale sul singolo: «E’ il Movimento che ha vinto, non tu, cara Virginia, e lo sai benissimo».
Ecco il punto, il M5S, la base, i militanti a cui pare non siano piaciute le prime uscite di Raggi accanto all’arcinemica Maria Elena Boschi e alla presidente della Camera Laura Boldrini.
Avrebbero preferito vederla a Tor Bella Monaca, dove c’è stata una rivolta per il caos rifiuti e hanno incendiato cassonetti.
Ilario Lombardo
(da “La Stampa“)
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Luglio 5th, 2016 Riccardo Fucile
VORTICE DI COLLOQUI PER LA SINDACA
Temposcaduto. Entro oggi, costi quel che costi, Virginia Raggi deve chiudere la lista degli assessori,
da presentare dopodomani in assemblea capitolina. Come da calendario annunciato. Senza possibilità di deroga nè slittamento alcuno.
A darle l’ultimatum – esteso contestualmente ai quattro componenti del mini-direttorio costituito per affiancare la neosindaca nella prova di governo della capitale – è stato Davide Casaleggio in persona.
Il quale, dopo Beppe Grillo, ha deciso di far sentire la sua voce per placare la guerra fra correnti che tanto male sta facendo al Movimento e all’immagine stessa della prima cittadina a 5 stelle.
«La squadra va completata entro martedì», ha tagliato corto il figlio del fondatore. Obbligando la Raggi ad adeguarsi.
A innescare una girandola di incontri, consultazioni telefoniche e colloqui coi fedelissimi per riuscire a trovare una sintesi in grado di salvarle la faccia e la poltrona. Sempre in bilico tra le istanze della senatrice Paola Taverna, ricevuta al mattino in Campidoglio, e le pretese di Roberta Lombardi, grande sponsor di Marcello De Vito, l’ex portavoce in consiglio comunale che l’influente deputata avrebbe voluto candidare sindaco, perdendo poi la sfida interna con “Virginia” e i suoi supporter.
Una corsa contro il tempo, condita da gaffe e inciampi sulle nomine, che sta creando non pochi malumori fra i parlamentari pentastellati.
Riportati a caratteri cubitali su uno dei siti di riferimento del M5s alle prese con la politica romana: «Per la Raggi comunque vada sarà una sconfitta», titolava ieri ecodaipalazzi.it, aggiungendo nella sintesi a corredo del pezzo: «La neosindaca si è cacciata in un vicolo cieco in cui o viola le norme interne del Movimento oppure dimostra che l’ultima parola spetta al direttorio romano».
Un clima da lunghi coltelli che sta rendendo la vita difficile all’avvocata grillina.
La quale ieri ha comunque trovato il tempo per confrontarsi con due assessori in pectore: prima Paolo Berdini (Urbanistica, forse in accoppiata con i Lavori Pubblici), poi Paola Muraro, destinata all’Ambiente, a dispetto della richiesta di 200mila euro inoltrata tramite avvocati all’azienda dei rifiuti, che dovrebbe controllare, per un vecchio brevetto da lei inventato.
E poi pure intervenire a un’assemblea di dipendenti per annunciare che terrà per sè la delega al Personale.
Quasi a voler ostentare quella normalità da tutti pubblicamente dichiarata: «Ci siamo quasi. Non usiamo il manuale Cencelli, ragioniamo e decidiamo insieme», il mantra ripetuto fino allo sfinimento.
Il problema è che resta ancora da stabilire una casella fondamentale per il governo di una città sull’orlo del default.
Dopo il pasticcio su Daniele Frongia, il braccio destro della Raggi che per la legge Severino non può fare il capo di gabinetto, la giudice contabile Daniela Morgante (già assessore della prima giunta Marino) è stata infatti dirottata al vertice di quell’ufficio. Lui sarà invece vicesindaco politico con delega alle Partecipate. Facendo così tornare in auge Marcello Minenna, l’ex Consob che la sindaca sin dal principio avrebbe voluto custode dei conti capitolini. Il problema è superare le sue resistenze. Un’impresa nella quale ieri sera si è cimentato Luigi Di Maio, entrato a gamba tesa nella partita romana, nella quale si gioca pure il suo futuro: a cena con l’alto dirigente in un ristorante a Porta Pia ha tentato di convincerlo ad accettare l’incarico in giunta. O, in alternativa, il posto di Ragioniere generale del Campidoglio.
Un risiko che però rischia di scoprire un altro fianco.
Al momento le donne certe della squadra sono solo quattro, Raggi compresa, ma per Statuto devono essere almeno la metà .
Anche l’ultimo assessore individuato per lo Sviluppo economico è infatti uomo: Adriano Meloni, ex ad di Expedia. Senza contare il rebus i Trasporti. Che però entro oggi dovrà essere risolto.
Giovanna Vitale
(da “La Repubblica”)
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Luglio 5th, 2016 Riccardo Fucile
IL RETROSCENA: GRILLO CHIAMA LA RAGGI E LE CHIEDE DI RINUNCIARE ALLE NOMINE DI FRONGIA E MARRA… E’ LA SCONFESSIONE DELLA LINEA DI DI MAIO
Il grande freddo tra Beppe Grillo e Luigi Di Maio arriva in pieno luglio, alla vigilia dei trent’anni del vicepresidente della Camera (li compirà domani) e sullo sfondo di quella battaglia romana che è diventata il crocevia delle correnti del Movimento 5 Stelle.
Il fondatore, ancora detentore di un simbolo da cui ha tolto il nome, ma che rimane di sua proprietà , ha chiamato Virginia Raggi per chiederle di fare un passo indietro sulla nomina di Daniele Frongia a capo di gabinetto e di Raffaele Marra come suo vice.
Lo ha fatto perchè per gli “ortodossi” nominare qualcuno che avrebbe un potere dimezzato per via della legge Severino (Frongia) e un vice che ha avuto a che fare con l’ex ad di Ama Panzironi, oltre che con Gianni Alemanno e Renata Polverini, era impensabile.
Lo ha fatto nonostante la sindaca di Roma fosse stata coperta dalle parole pubbliche, a Spoleto, di Luigi Di Maio. “Non abbiamo pregiudizi su chi ha lavorato in altre amministrazioni”, rispondeva l’esponente del direttorio a una domanda su Marra.
E invece, quei pregiudizi, gran parte del Movimento li ha.
Così, è servito l’intervento di Grillo a sconfessare la linea sempre più pragmatica del candidato premier in pectore Di Maio, che tra un pranzo all’Ispi alla presenza – il 22 aprile scorso – dei vertici di aziende e istituzioni (tra cui Pirelli, Intesa Sanpaolo, A2A, ENI e l’ex premier Monti), una cena riservata con imprenditori italiani a Londra, una colazione privata con tutti gli ambasciatori dell’Unione e un invito in Israele già questa settimana, tesse una tela che per molti movimentisti della prima ora non è esattamente quella di un perfetto 5 stelle.
La distanza tra Grillo e Di Maio si era già manifestata, viene da lontano.
Nei mesi scorsi l’ex comico spesso si era lamentato con un “non mi fido”.
Una sfiducia nascosta dai toni – sempre in bilico tra commedia e politica – del fondatore del Movimento, ma evidente ai più e, soprattutto, palese ai nemici interni di Di Maio che vorrebbero fermarne la corsa a Palazzo Chigi.
Nell’ottobre del 2014 al Circo Massimo, ad esempio, nei giorni in cui si parlava di un'”incoronazione” come leader politico del vicepresidente della Camera, Grillo prendeva la parola dopo di lui sul palco con una battuta: “Era un ragazzo napoletano che diceva poche parole in un paesino della Campania…ora è un mostro, anche gli altri, mostri, io e Casaleggio finiremo al Parlamento europeo con Mastella”.
E il 24 gennaio 2015, alla Notte dell’Onestà a Roma, il fondatore ringraziava “i ragazzi” definendo Di Battista “il nostro guerriero” e Di Maio “un politico straordinario che piace alle mamme e ai bambini” (“”Un politico” – notava in diretta un detrattore – capito che ha detto?”).
Va peggio il 18 ottobre 2015: alla kermesse di Imola, dal titolo programmatico “Il Movimento 5 stelle al governo”, Beppe Grillo spiegava, fuori dal suo albergo: “Non si tratta di Di Maio o Di Battista. Nel Movimento ci sono decine di persone pronte. Perchè dobbiamo candidarle attraverso la tv? Su questo la gente deve maturare”.
E sul palco, sempre arrivando dopo di lui: “È una macchina da guerra, ma quando lo abbiamo preso parlava come Bassolino. Io gli dicevo: “Luigi come va? E lui: “O nun me romp u cazz””. Quel giorno, a domanda diretta sul futuro di Di Maio da candidato premier, Gianroberto Casaleggio aveva risposto tra i banchetti: “Non è certo, decideremo in rete”.
Poco dopo sono arrivati il passo sempre più di lato di Grillo, la morte di Casaleggio, una campagna per le comunali giocata da Di Maio tutta in prima linea, in tv e nelle piazze. E quella distanza dal fondatore, l’esponente del direttorio grillino, non l’ha più subita, ma ha addirittura cominciato a ostentarla.
A In mezz’ora, il 30 maggio scorso, spiegava che Grillo è il garante delle regole, ma aggiungeva: “Lo avete più visto su un palco? Lo avete più visto parlare a nome del Movimento? Eppure questo era impensabile tre anni fa. Il passo di lato è nei fatti, senza il famoso parricidio di cui tutti parlavano”.
Ancor più netto, in una conferenza stampa in cui presentava i candidati sindaci del Movimento, a una domanda sull’uscita di Grillo che prefigurava un “algoritmo” per far espellere i politici traditori, Di Maio tagliava corto: “È solo la battuta di un comico”.
La freddezza è certificata. Il futuro non ancora.
Le lotte dei 5 stelle, non solo a Roma, sono appena cominciate.
(da “La Repubblica”)
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Luglio 5th, 2016 Riccardo Fucile
L’INCONTRO DI PIZZA CON BERLUSCONI, LA RACCOMANDAZIONE PER IL CONGIUNTO DEL MINISTRO E IL PIANO PER LA NOMINA DI UN GENERALE NEI SERVIZI
Non c’è dubbio, l’uomo delle relazioni “ad altissimo livello”, quello che può ammorbidire una
commissione d’appalto o mettere la parola giusta con il direttore giusto, è Raffaele Pizza.
La mente dell’associazione a delinquere, secondo i magistrati romani.
Ha costruito una ragnatela, attorno a sè. È il profondo conoscitore dei salotti buoni del potere, l’instancabile tessitore di trame.
I finanzieri del Nucleo Speciale di Polizia Valutaria lo ascoltano per mesi e mesi parlare e straparlare al telefono e nel suo ufficio di via Lucina, a due passi da Montecitorio.
Di Angelino Alfano e di suo fratello assunto alle Poste Italiane, di Vittorio Crecco l’ex dg dell’Inps, di Silvio Berlusconi, di Antonio Cannalire il braccio destro di Ponzellini in Bpm.
Gran parte delle intercettazioni sono contenute nella richiesta di arresto dei pm Paolo Ielo e Stefano Fava, di cui Repubblica è venuta in possesso.
IL FRATELLO “RACCOMANDATO”
È il 9 gennaio del 2015. I finanzieri registrano una conversazione tra Pizza e Davide Tedesco, collaboratore politico del ministro dell’Interno Alfano.
“Pizza – scrivono le fiamme gialle – sostiene di aver facilitato, grazie ai suoi rapporti con l’ex amministratore Massimo Sarmi, l’assunzione del fratello del ministro in una società del Gruppo Poste”.
Pizza: “Angelino lo considero una persona perbene un amico… se gli posso dare una mano… mi ha chiamato il fratello per farmi gli auguri…tu devi sapere che lui come massimo (di stipendio, ndr) poteva avere 170.000 euro… no… io gli ho fatto avere 160.000. Tant’è che Sarmi stesso glie l’ha detto ad Angelino: io ho tolto 10.000 euro d’accordo con Lino (il soprannome di Pizza, ndr), per poi evitare. Adesso va dicendo che la colpa è la mia, che l’ho fottuto perchè non gli ho fatto dare i 170.000 euro… cioè gliel’ho pure spiegato… poi te li facciamo recuperare…sai come si dice ogni volta… stai attento… però il motivo che non arriviamo a 170 è per evitare che poi dice cazzo te danno fino all’ultima lira. Diecimila euro magari te li recuperi diversamente”
Tedesco: “Ma di chi parlava?”
Pizza: “Hai la mia parola d’onore che questo (Alessandro Alfano, il fratello del ministro, ndr) va dicendo in giro che io l’ho fottuto. Perciò io ho paura… dico… cazzo te faccio avere un lavoro… aoh… m’avve a fare u monumento… mo a minchia la colpa mia che quistu dice che (incomprensibile) 10.000 euro in più… che è stata una scelta politica come tu sai”
Tedesco: “Oculata e condivisibile”
Pizza: “E condivisa… no ma.. io glie l’ho fatto dire da Sarmi al fratello davanti a me”.
NELLA VILLA DI ARCORE
Il faccendiere Raffaele Pizza ha un modo particolare di chiamare Vittorio Crecco, l’ex dg dell’Inps dal 2004 al 2009. “Il mitico”.
C’è un perchè, e lui lo spiega al telefono parlando con il senatore di Ncd Guido Vicenconte, ex sottosegretario al ministero dei Trasporti.
“È la prima volta che me capita uno che viene nominato dalla destra e dalla sinistra”. Crecco, racconta Pizza, sarebbe diventato dg dell’Inps grazie all’interessamento di Silvio Berlusconi. A presentarlo all’allora Cavaliere sarebbe stato, ancora una volta, lui.
Pizza: “Sono un grande amico del Senatore Bonferroni e lui mi ruppe i coglioni, diceva: dobbiamo andare ad Arcore, ti devo presentare il Cavaliere perchè deve fare una grande cosa, aprire i call center. Io gli dissi: ok ci vengo, e ci portai Agostino Ragosa, che poi è diventato direttore generale dell’Agenda digitale e prima era responsabile grazie a me della parte informatica delle Poste. E anche Vittorio Crecco, che era responsabile dell’informatica dell’Inps. Crecco dice al Cavaliere di dare un milione di lire ai pensionati e gli fece tutta l’operazione sette o otto mesi prima delle elezioni. Il Cavaliere è impazzito, di fronte alla proposta, e questo gli manda quanto sarebbe costata perchè ce l’aveva lui. E quindi nasce questa operazione del milione di lire alle pensioni. Ad un certo punto ci fu un “Porta a Porta” famoso, quello in cui ci fu il famoso contratto con gli italiani. Questo (Berlusconi, ndr) mi rompeva i coglioni attraverso Valentini (riferimento a Valentino Valentini, braccio destro dell’ex premier per i rapporti con l’estero), e io prima che finisse di registrare la cosa di Porta a Porta gli porto un dossier che mi ricordo a quadri. Lo diedi a Valentino (dicendogli) di darlo al Presidente. Quando lui cominciò a parlare del milione di lire, tutto questo e il resto, quello gli dice “quanto costrerebbe?”, e questo “zaaac”. E Vittorio in cambio diventò Direttore Generale dell’Inps. Poi lui è bravissimo, lo fece rinominare da Franco Marini quand’era Presidente del Senato. Tant’è che lo chiamavano “mitico”, perchè è la prima volta che me capita uno che viene nominato dalla destra e dalla sinistra. È un genio assoluto”
Viceconte: “Adesso lui dove sta?”
Pizza: “Adesso lui è in pensione, è stato 10 anni….ma lui ha cambiato l’Inps”.
LA NOMINA DEL GENERALE
Pizza si dimostra uomo capace di avere un’influenza pure sulle nomine degli apparati militari e dell’intelligence. Tanto che gli arriva una richiesta da un “non meglio specificato generale del corpo per una collocazione pressoi i servizi di informazione”. È quanto capta una cimice dei finanzieri del Valutario il 9 gennaio 2015, nel corso di una conversazione con tale Danilo Lucangeli.
Lucangeli: “Allora Cannalire (Antonio, il manager vicino a Massimo Ponzellini, ex presidente di Banca Popolare di Milano, ndr) mi parlava di questo suo amico del Generale della Finanza che li vorrebbe”
Pizza: “Che vorrebbe?”
Lucangeli: “Il vice Comandante generale della Finanza”
Pizza: “Che vuole?”
Lucangeli: “Vorrebbe in qualche modo cercare se è possibile, ho detto, la collocazione con Manenti (Alberto, l’attuale direttore dell’Aise, ndr)
Pizza: “Con Ma… io non posso! potrei fare una cosa diversa, provare a presentarglielo. Se ci riesco, e se mi dà l’ok Alfano”.
“BOERI CI PENSO IO”
Con manager di Transcom, interessato agli appalti dell’Inps, Pizza si incontra nel suo ufficio il 20 gennaio 2015.
Pizza: “Stai tranquillo che per un altro anno l’avemo scappottato….capito io Damato anche”.
Boggio: “Ho sentito Boeri, era un…”
Pizza: “Boeri ci penso io quand’è il momento, è amico di… ma siamo a livelli altissimi…. con Sarmi se gli dico una cosa la fa… capito, non rompesse il cazzo… quand’è il momento, io sono in grado di intervenire, amico amico suo proprio…. è anche una persona di grandi qualità “.
LE PREGHIERE DEL COLONNELLO
Attraverso intercettazioni “casuali” e “fortuite”, viene ascoltato anche il parlamentare di Area Popolare Antonio Marotta, molto vicino ad Alfano.
Il 5 marzo del 2015 Marotta è a colloquio con un alto ufficiale dell’Arma. Il colonnello – che non è stato identificato – chiede una mano all’esponente dell’Ncd per ottenere un trasferimento, e il deputato si mostra disponibile.
Marotta: “Mi dica che è successo?”
Colonnello: “Volevo dirle se c’era, siccome adesso inizieranno a chiamare per comandi, e io mi sono proposto, ho già fatto diciamo degli interventi. Nel caso in cui non ce la faccia da solo, se c’erano delle possibilità dei contatti, nel caso… che so…”.
Marotta: “Si decide in questo momento e io… tramite… ma poi io parlo indirettamente con il comandante generale. Tramite qualche amico comune”.
IL POTERE “IMMENSO” DEL CSM
Marotta è stato nel 2002 membro laico del Csm in quota Udc. È stato anche vicepresidente di un paio di commissioni, all’interno del Consiglio. Quei giorni se li ricorda bene, e con nostalgia. Con l’imprenditore Luigi Esposito, nell’ufficio di Pizza, si lascia andare a uno sfogo. È scontento di fare il deputato, e vorrebbe tornare al Csm “trattandosi – scrive il giudice – di un luogo in cui si esercita il vero potere”.
Marotta: “Devono passare i quattro anni, perchè sennò non ci posso tornare, no? Se potevo rimanere lì me ne fottevo di venire a fare il deputato a perdere tempo qua, che cazzo me ne sfottevo. Stavo tanto bene là , il potere là è immenso, là è potere pieno, non so se rendo l’idea. Ci sono interessi, sono grossi interessi non avete proprio idea”
L’ALLARME PER LE NUOVE NOMINE
Il 12 dicembre 2014 Benedetti, ritenuta una delle menti del sistema di società cartiere e fatture false, commenta le nuove nomine decise dal governo Renzi. “Io con tutti gli amici che c’avevo m’ha levato un sacco di possibilità … perchè levà Sarmi, tenere Croff… c’ha messo quel coglione di che quello non se po’. Dopo tanti anni vanno sotto con il bilancio le Poste…
Caio, là … l’Agenzia delle Entrate ce doveva mette un amico ed è uscita fuori sta Orlandi, che è un’allieva de Visco, il ministro la… ma tutti de sinistra e quasi tutti toscani, gente che non se conosce e te devi rifà da capo tutte le grotte (fonetico)”.
(da “La Repubblica”)
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Luglio 5th, 2016 Riccardo Fucile
FALLITA LA STRADA DEI TECNICI, SPUNTANO IN GIUNTA DUE CONSIGLIERI
Meno due. Ecco i giorni che mancano al D-day, quello in cui Virginia Raggi affronterà il primo consiglio comunale e la (Sicura? Probabile? Incerta? Totale o parziale?) presentazione della Giunta.
La sindaca di Roma, alla semi vigilia del grande evento, ha deciso o le è stato fatto decidere di rimescolare le carte.
Un super vertice tra il sindaco e il mini-direttorio (Roberta Lombardi, Paola Taverna, Gianluca Perilli) è servito per cercare di placare i dissidi nati da una difficoltà evidente nel creare la squadra, dovuta non solo ai tanti “no” incassati dalle persone contattate ma soprattutto dai veti incrociati tra le correnti. Non solo.
L’autonomia che Raggi rivendica è finita già sotto accusa, soprattutto dopo la nomina, avvenuta senza consultare nessuno, di Raffaele Marra come vicecapo di gabinetto.
“Le nomine devono passare da noi, siamo noi che dobbiamo dare l’ok. Lo prevede il regolamento che hai firmato”, le avrebbe detto lo staff durante la riunione durata oltre un’ora.
Lo stesso Beppe Grillo, in fondo, venerdì scorso ha alzato il telefono per dire al neo sindaco di fare un passo indietro sulla scelta dell’ex alemanniano e la nomina è infatti saltata.
Così come lo special one Daniele Frongia, che doveva essere capo di gabinetto plenipotenziario, poi capo di gabinetto a metà con Raffaele Marra, adesso si avvia ad essere vicesindaco.
Anche qui è intervenuto il mini-direttorio che ha fatto notare al sindaco che avere un capo di gabinetto senza potere di firma non ha alcun senso.
Ma Frongia non si accontenterà dell’assessorato al Patrimonio, che Roberta Lombardi aveva pensato per lui nel tentativo di depotenziarlo, ma in queste ore sta facendo pressioni al fine di avere la titolarità alle aziende Partecipare, dove la nomina del professore universitario Antonio Blandini sembra tramontata.
Il tema delle partecipate si è subito rivelato il fronte più caldo per la nuova sindaca che infatti come primo atto ha impugnato le nomine dell’Acea.
L’altro partner di peso della sindaca, cioè il consigliere comunale 5Stelle Enrico Stefà no – che insieme a Frongia ha condotto la guerra contro Marcello De Vito e la compagnia targata Lombardi, e che solo i più informati sapevano che era in ballo per diventare addirittura vicesindaco – potrebbe diventare assessore ai Trasporti, delega ancora vacante.
Non è passato inosservato infatti un vertice tra Stefà no, Raggi, Frongia e Berdini, l’assessore in pectore all’Urbanistica.
Lasciando il Campidoglio il consigliere 5Stelle non ha confermato nè smentito.
“Io assessore? Sono a disposizione – ha detto – posso fare qualsiasi cosa ma in che ruolo è secondario. È innegabile che mi occupo di trasporti”. E ai Trasporti è appena saltata la nomina di Cristina Pronello, docente del Politecnico di Torino.
Se come sembra Frongia e Stefà no diventeranno assessori verrebbe meno l’intento iniziale di cercare solo figure esterne, tecnici e della società civile.
Dopo oltre quaranta giorni di ricerca (la Giunta doveva essere presentata al suo completo prima del turno elettorale del 5 giugno) Raggi, tra veti incrociati e scontri tra correnti, non è riuscita a trovare la quadra e ha ripiegato così sugli interni.
Mossa che il mini-direttorio avrebbe preferito evitare ma che ad oggi non vede alternative. Il puzzle Giunta è quasi del tutto scombussolato anche perchè le prime due nomine sono saltate.
Al posto di Daniele Frongia, come capo di gabinetto, potrebbe andare Daniela Morgante, ex lady dei conti durante l’era Marino e data per certa come futuro assessore al Bilancio.
Rispunta nel totonomi anche Marcello Minenna, ex dirigente Consob, che a questo punto potrebbe andare ad occupare la casella Bilancio.
Nel caso Morgante fosse invece confermata nel ruolo di ‘custode’ delle casse capitoline, il nome di Minenna circola anche come futuro capo della ragioneria del Campidoglio.
Per ora dati per certi come assessori sono Paolo Berdini (Urbanistica), Paola Muraro (Ambiente), Andrea Lo Cicero (Sport), Luca Bergamo (Cultura), Flavia Marzano (Semplificazione-Smart City), Laura Baldassarre (Sociale).
Non c’è ancora l’ufficialità sul nome del nuovo capo di gabinetto. Di certo, viene riferito, sarà un nome gradito e scelto da Luigi Di Maio, colui che oggi non ha partecipato al vertice, ma che lavora nell’ombra per mettere pace e avere persone di sua fiducia nella squadra.
Persone che possano controllare il lavoro del sindaco e affiancarla poichè il leader in pectore sa che, se i 5Stelle falliscono su Roma, per effetto domino le sue possibilità di diventare premier andrebbero a svanire.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 5th, 2016 Riccardo Fucile
SI MUOVONO ANCHE FASSINO, ORLANDO E SPERANZA
Per capire la “mossa”, bisogna proiettare — mentalmente — il film della vittoria del no al referendum.
Ora, immaginando di essere proprio in quel momento, sentite Dario Franceschini quando, attorno alle 18,00, prende la parola alla direzione del Pd: “Dopo il referendum bisogna ragionare su una legge elettorale che dia la possibilità di far esistere le coalizioni. Il che non significa tornare all’Unione ma allargare il campo: qualcosa al centro e qualcosa alla nostra sinistra”.
Ex segretario del Pd dopo Veltroni, di cui era stato l’uomo forte, abile navigatore che, dopo aver sostenuto Letta, si schierò con Renzi in tempo utile per condividerne il trionfo, Franceschini è uno che non parla mai a caso.
E inquadra l’apertura sulla legge elettorale in un contesto più ampio, di sistema: “Siamo vissuti in uno schema destra-sinistra, ma siamo finiti in fretta in uno schema diverso: populisti da una parte, sistemici dall’altra. Lo schema nuovo è populisti-sistemici e dobbiamo tenere insieme quelli che con storie diverse sono contrapposte ai populismi”.
Dunque, l’attuale maggioranza di governo è, per Franceschini, la “prospettiva” da costruire cambiando la legge elettorale.
Ovviamente, aggiunge, “dopo il referendum”. I più smaliziati all’uscita dalla direzione sussurrano: “Dopo il referendum se vince il sì, figuriamoci se Renzi mette mano alla legge elettorale, se vince il no salta il governo. E Franceschini… Per ora si è posizionato”.
Una posizione, al momento, perfetta nel senso democristiano del termine. Perchè dà una sponda a Renzi, casomai volesse dare segnali in materia di legge elettorale, ma guarda anche al dopo, a quando cioè il “sistema” si potrebbe arroccare al governo per paura dei “populismi”.
Per capire la mossa della “corrente” più robusta che sostiene Renzi bisogna ascoltare per intero l’intervento di Fassino, in una sala che lo ascolta attentamente, senza il vociare tipico delle direzioni del Pd: “Ha parlato da segretario o, chissà , da vicesegretario unico” sussurra un parlamentare lontano da occhi indiscreti.
Il passaggio clou (di Fassino) è questo: “Quando nel 2001 perdemmo le elezioni dopo una fase di governo dell’Ulivo riflettendo sulla sconfitta usammo la formula che non paga un riformismo dall’alto e anche la politica più giusta ha bisogno di alimentarsi di un rapporto quotidiano con i cittadini e le loro domande”.
Proprio sulla base di queste considerazioni – ricongiungere riformismo e popolo – Fassino si candidò segretario dei Ds al congresso di Pesaro.
A margine della direzione, fonti degne di questo nome giurano che l’ex segretario dei Ds, per molti della sua corrente, avrebbe il profilo giusto per fare il vicesegretario unico.
E che, ovviamente, anche Franceschini la vedrebbe benissimo. Il che spiegherebbe, tra l’altro, anche i toni tranchant dei turchi sull’eventualità di modifiche alla legge elettorale.
I turchi si sono visti la scorsa settimana e in parecchi hanno chiesto ad Andrea Orlando di candidarsi alla segreteria. Per ora il guardasigilli, grande attendista, riflette, limitandosi a chiedere una maggiore incisività sul sociale e la necessità di un partito più radicato e meno “irrisolto”.
Attende e riflette, consapevole, come gli hanno insegnato nel Pci che la scelta dei tempi è tutto, perchè in politica una cosa giusta fatta al momento sbagliato rischia di essere una cosa sbagliata.
Insomma per la prima volta alla direzione del Pd è iniziato il grande posizionamento in vista del referendum dentro la maggioranza che sostiene Renzi.
Segno che l’era dell’onnipotenza, basata sull’irresistibile promessa della vittoria è finita. Tanto che, alla fine, il premier mette ai voti il documento della minoranza, dopo che Guerini e altri, per svelenire il clima, avevano deciso di accoglierlo.
Lo fa proprio per ricompattare tutta la maggioranza attorno a un voto al termine di una direzione complicata: “Oggi — dice un alto in grado — è stata una direzione molto tattica, molto politica. Un pezzo del Pd, con accenti diversi, da Cuperlo a Speranza a Rossi gli dice ‘fermati sennò vai a sbattere’. Tra i suoi Franceschini tiene aperti i due forni sulla legge elettorale, mentre Delrio che teme di apparire uno che trama dietro le quinte ha difeso la linea rispondendo a Franceschini”.
Ecco, tutte le correnti sono posizionate.
(da “Huffingtonpost“)
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