Luglio 19th, 2016 Riccardo Fucile
L’OBIETTIVO ERA DI INFILTRARSI NEI LAVORI PER IL TERZO VALICO… I NO TAV: “MAFIA E APPALTI? LA STORIA CI DA’ RAGIONE”
La ‘ndrangheta dietro i movimenti “Si Tav” con l’obiettivo di infiltrarsi nei lavori per il “terzo valico”.
È quanto emerge nell’inchiesta “Alchemia” che ha portato all’arresto di 42 persone da parte della polizia di stato e della Dia di Reggio Calabria e Genova.
La Direzione distrettuale antimafia aveva chiesto l’arresto anche per il deputato verdiniano Giuseppe Galati e per il senatore di Gal Antonio Stefano Caridi che comunque restano indagati.
“Il senatore Caridi è il riferimento della ‘ndrangheta non solo della cosca Gullace-Albanese” è il commento del procuratore di Reggio Federico Cafiero De Raho. Per quanto riguarda il “terzo valico”, secondo il magistrato le cosche hanno utilizzato “mediaticamente i gruppi Si Tav infiltrandoli con i propri affiliati per dare rilievo alla causa. Questo per inquinare gli appalti pubblici con proprie imprese”.
“Dalle intercettazioni — gli fa eco il procuratore aggiunto Gaetano Paci — rileviamo l’interesse degli imprenditori prestanome della cosca a sostenere finanziariamente il movimento ‘Si Tav’ per creare nell’opinione pubblica un orientamento favorevole per quell’opera. Una strategia mediatica raffinata”
Dopo l’operazione “Alchemia” di questa notte che ha confermato gli interessi della ‘ndrangheta nei confronti del Terzo Valico, questa mattina a Pozzolo Formigaro, provincia di Alessandria, un centinaio di attivisti No Tav si è radunato per opporsi all’esproprio degli ultimi due lotti del cantiere.
“Quando abbiamo sollevato il problema dell’amianto, ci consideravano degli extraterrestri. Quando abbiamo detto che le imprese erano in odore di mafia ci hanno preso in giro. Adesso la storia ci sta dando ragione”, spiegano i cittadini che hanno fronteggiato per alcune ore le forze dell’ordine.
Tra di loro erano presenti anche i senatori del Movimento 5 Stelle Alberto Airola e Marco Scibona che denunciano: “Siamo contrari alle grandi opere perchè sono l’emblema dell’infiltrazione dell’illegalità . Inoltre gli espropri di questa mattina sono illegittimi poichè sono stati fatti solo tramite qualche foto dei tenici Cociv, non è stata fatta la chiama dei proprietari e alcuni proprietari non hanno ricevuto la notifica dell’esproprio
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 19th, 2016 Riccardo Fucile
PARTE IL SOSTEGNO PER L’INCLUSIONE ATTIVA… ECCO CHI PUO’ RICHIEDERLO E IN CHE TEMPI
Conto alla rovescia per il debutto del Sia, il Sostegno per l’inclusione attiva, ovvero il primo
intervento strutturale nel campo del contrasto della povertà messo in campo dal governo.
A un sussidio economico destinato alle famiglie più disagiate, che in media di qui a qualche mese riceveranno circa 320 euro al mese di contributo, verrà infatti abbinato un progetto personalizzato di attivazione sociale e lavorativa, che farà leva su una rete integrata di interventi messi in campo da comuni, servizi territoriali (centri per l’impiego, servizi sanitari, scuole) e terzo settore.
Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti lo definisce “un ponte” in vista dell’approvazione definitiva della legge delega sulla povertà attesa nei prossimi mesi che segnerà poi il debutto del più robusto e strutturato reddito di inclusione.
Per l’avvio di questo progetto il governo ha stanziato 750 milioni di euro (che salgono a un miliardo dal 2017): secondo le stime in questo modo potranno accedere ai contributi tra 180 mila e 220 mila nuclei familiari, tra 400 e 500mila minorenni, per un totale di 800mila-1milione di persone.
I TEMPI
Dal 2 settembre il cittadino interessato può presentare al proprio comune la richiesta per il Sia compilando l’apposito modulo predisposto dall’Inps.
Entro due mesi verrà erogato il beneficio economico. Entro 60 giorni dall’accreditamento del primo bimestre (90 giorni per le richieste presentate sino al 31 ottobre 2016) devono essere attivati i progetti personalizzati (nella prima fase l’obbligo riguarderà il 50% dei beneficiari)
REQUISITI
Al momento della domanda è importante disporre già di una dichiarazione Isee in corso di validità . Per accedere al programma occorre infatti avere un Isee inferiore o uguale a 3mila euro.
In generale il richiedente deve essere cittadino italiano o comunitario o essere uno straniero in possesso di permesso di soggiorno di lungo periodo.
Occorre poi risiedere in Italia da almeno 2 anni.
Nel nucleo familiare deve essere presente almeno un componente minorenne o un figlio disabile, oppure una donna in stato di gravidanza accertata (nel caso in cui questo sia l’unico requisito posseduto la domanda non può essere presentata prima di 4 mesi dalla data presunta del parto ed essere corredata di documentazione medica rilasciata da una struttura pubblica).
CHI È ESCLUSO
Sono esclusi dal Sia i beneficiari di trattamenti economici rilevanti di natura previdenziale, indennitaria e assistenziale che superano l’importo dei 600 euro al mese e chi percepisce già strumenti di sostegno al reddito dei disoccupati (Naspi, Asdi, ecc.).
Inoltre nessun componente del nucleo familiare può possedere autoveicoli immatricolati la prima volta nei 12 mesi precedenti la domanda di cilindrata superiore a 1300 cc o motoveicoli di cilindrata superiore a 250 cc immatricolati nei tre anni antecedenti la domanda.
VALUTAZIONE DEI BISOGNI
Dal momento che la soglia dei 3000 euro di Isee è comunque molto ampia, per selezionare i beneficiari del Sia il richiedente dovrà anche ottenere un punteggio relativo alla valutazione multidimensionale del bisogno uguale o superiore a 45 punti. La valutazione tiene conto dei carichi familiari, della situazione economica e della situazione lavorativa.
Sono favoriti i nuclei con il maggior numero di figli minorenni, specie se piccoli (età 0-3); in cui vi è un genitore solo; in cui sono presenti persone con disabilità grave o non autosufficienti. I requisiti familiari sono tutti verificati nella dichiarazione presentata a fini Isee. La scala attribuisce un punteggio massimo di 100 punti.
LA PROCEDURA
Entro 15 giorni lavorativi dalla ricezione delle domande, i Comuni inviano all’Inps le richieste di beneficio in ordine cronologico di presentazione, indicando il codice fiscale del richiedente e le informazioni necessarie alla verifica dei requisiti.
Entro tali termini svolgono i controlli ex ante sui requisiti di cittadinanza e residenza e verificano che il nucleo familiare non riceva già trattamenti economici locali superiori alla soglia (600 euro mensili).
Entro i 10 giorni successivi l’Inps a sua volta controlla il requisito relativo ai trattamenti economici (con riferimento ai trattamenti erogati dall’Istituto), tenendo conto dei trattamenti locali autodichiarati; controlla il requisito economico (Isee≤3000) e la presenza nel nucleo di un minorenne o di un figlio disabile; attribuisce i punteggi relativi alla condizione economica, ai carichi familiari, alla condizione di disabilità (utilizzando la banca dati Isee) e alla condizione lavorativa e verifica il possesso di un punteggio non inferiore a 45.
Al termine dei controlli trasmette ai Comuni l’elenco dei beneficiari e invia a Poste italiane (gestore del servizio Carta SIA) le disposizioni di accredito, riferite al bimestre successivo a quello di presentazione della domanda.
LA CARTA SIA
Il Sia viene erogato ogni due mesi attraverso una specifica Carta di pagamento elettronica (Carta SIA).
Con la Carta si possono effettuare acquisti in tutti i supermercati, negozi alimentari, farmacie e parafarmacie abilitati al circuito Mastercard.
La Carta può essere anche utilizzata presso gli uffici postali per pagare le bollette elettriche e del gas e dà diritto a uno sconto del 5% sugli acquisti effettuati nei negozi e nelle farmacie convenzionate, con l’eccezione degli acquisti di farmaci e del pagamento di ticket.
Con la Carta, inoltre, si può accedere direttamente alla tariffa elettrica agevolata, a condizione di aver compilato l’apposita sezione presente nel modulo di domanda.
Non è possibile prelevare contanti o ricaricare la Carta. Il suo uso è consentito solo negli ATM Postamat per controllare il saldo e la lista movimenti. La Carta deve essere usata solo dal titolare, che riceve a mezzo raccomandata la comunicazione di Poste con le indicazioni per il ritiro.
IL CONTRIBUTO
Le Carte, dotate di uno specifico codice personale (Pin) vengono rilasciate da Poste con la disponibilità finanziaria relativa al primo bimestre, determinata in base alla numerosità del nucleo familiare. In media il contributo sarà pari a 320 euro a famiglia, posto che in media i nuclei beneficiari sono composti da 4,3 persone.
Attenzione, perchè dall’ammontare del beneficio è previsto che vengano dedotte eventuali somme erogate ai titolari di altre misure di sostegno al reddito (Carta acquisti ordinaria, se il titolare del beneficio è minorenne; l’incremento del Bonus bebè per le famiglie con Isee basso; per le famiglie che soddisfano i requisiti per accedere all’assegno per nucleo familiare con almeno tre figli minori, il beneficio sarà corrispondentemente ridotto a prescindere dall’effettiva richiesta dell’assegno).
Paolo Baroni
(da “La Stampa”)
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Luglio 19th, 2016 Riccardo Fucile
AZZOLLINI PRONTO A SEGUIRLO
La grande manovra politica non incrocia palazzo Madama, dove si dimette da capogruppo di Ncd Renato Schifani, ennesima fibrillazione in un partito di fatto mai nato: “Non mi hai difeso — ha detto ad Alfano prima di annunciare le dimissioni — e io non amo essere sopportato”.
Andrea Costa, ministro per gli Affari Regionali, arriva alla Camera nel pomeriggio: “Schifani? Non ho seguito. Credo che rischiasse di essere sfiduciato per come ha guidato il gruppo ultimamente. Ma chieda ai senatori, non mi occupo di queste cose”.
L’unica certezza è che le tante fibrillazioni dei centristi portano a far slittare provvedimenti importanti come il reato di tortura e il pacchetto giustizia, per cui se ne riparlerà a settembre: “Sulla tortura — spiegano al gruppo del Pd — il problema è Ncd nel suo complesso, perchè sul provvedimento Alfano e Schifani sono sulla stessa linea. Sugli altri provvedimenti invece tutte le linee di Ncd, tra Alfano e Schifani e malpancisti vari non danno certezze di iter”.
In Transatlantico alla Camera, il verdiniano Luca D’Alessandro, che di Denis è uno degli uomini più fidati, sorride compiaciuto: “Schifani si dimette e dice che resta? Forse per un quarto d’ora… È chiaro che se ne va. Meglio, noi diventiamo essenziali per stabilizzare la maggioranza al Senato”.
Il paese è fuori. Nel Palazzo ambizioni, meschinità e frustrazioni producono la grande asta dei senatori centristi.
Ad Arcore Renato Schifani, il grande regista del “tradimento” di Berlusconi e della nascita di Ncd, due settimane fa si è presentato per preparare il grande rientro nel centrodestra.
L’incontro, organizzato dall’avvocato Ghedini, è stato particolarmente freddo da parte di Berlusconi che il “tradimento” non lo ha mai dimenticato.
Però l’ex presidente del Senato non è rimasto così insoddisfatto, al punto da sentirsi tornato pienamente nel gioco della partita siciliana, dove si vota il prossimo anno, e soprattutto al punto da coltivare un vecchio desiderio, ovvero l’elezione alla Corte costituzionale: “Il prossimo anno — sussurrano i ben informati – scade un componente della Corte, ma le sue condizioni di salute potrebbero spingerlo a mollare prima, visto che di fatto non partecipa più da tempo. E Schifani spera di rientrare in un accordo tra Renzi e Berlusconi, che evidentemente si è attestato sulla linea Mediaset di opposizione responsabile e moderata, altro che Brunetta”.
Maria Stella Gelmini ride maliziosa in buvette, mentre legge sul telefonino le agenzie: “Oggi mi sento biblica… Mi verrebbe da dire fuori i mercanti dal tempio”.
Il Tempio sarebbe Arcore. I mercanti i senatori di Ncd alla ricerca dell’ennesima ricompensa.
Al momento Schifani resta nel gruppo ma il timing prevede a settembre il passaggio al misto e la creazione di un altro gruppo di “moderati” che però scelgono il centrodestra. Con Schifani è pronto a lasciare anche Antonio Azzollini, molto insoddisfatto da quando ha dovuto lasciare la presidenza della commissione Bilancio, a seguito di un’inchiesta in cui è stato indagato per associazione a delinquere, induzione indebita, concorso in bancarotta fraudolenta.
Tra i malpancisti anche il senatore calabrese Giovanni Bilardi, coinvolto nell’inchiesta Rimborsopoli, Roberto Formigoni da tempo teorico dell’appoggio esterno e l’ex ministro Maurizio Sacconi.
Tutti rimproverano ad Alfano una linea troppo accondiscendente col governo.
Una fonte dentro Ncd fornisce una chiave interessante: “Parliamoci chiaro, sta accadendo una cosa semplice. Per motivi nobili e meno nobili, come poltrone e vantaggi personali, sta nascendo un altro “centro” al Senato.
Con Quagliariello, che ha lasciato Ncd quando Renzi e Alfano non gli hanno dato il ministero; con Cesa, che mentre Casini cerca un incarico internazionale da Renzi, vuole riportare in Sicilia il simbolo dell’Udc a destra con Cuffaro e Miccichè e non farlo alleare, come ora, con la sinistra. Con Schifani che cerca incarichi con l’appoggio di Berlusconi. Sono quello che sono, ma al Senato si balla”.
In Aula in parecchi hanno sentito quella vecchia volpe di Fabrizio Cicchitto parlare in modo concitato a telefono: “Lascia perdere che al Senato abbiamo degli statisti che ce li invidia il mondo… Mi sembrano dei matti. Qua ci vuole Freud”.
Il paradosso è che il vecchio Berlusconi, vedendoli da vicino e da lontano, tutto ha fatto fuorchè uccidere il vitello grasso.
Anzi, li ha caldamente invitati a rimanere dove sono evitando una crisi di governo.
(da “Huffingtonpost“)
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Luglio 19th, 2016 Riccardo Fucile
DOPO IL DISCORSO COPIATO, ARRIVA UN’ALTRA TEGOLA: “HA FALSIFICATO IL CURRICULUM”
Dopo le accuse di aver copiato intere parti del discorso di Michelle Obama per adattarlo al marito
Donald Trump, Melania Trump finisce nuovamente nella bufera per aver dichiarato di essere laureata in architettura e design.
La stampa americana l’ha immediatamente sbugiardata: Melania Knauss non ha mai conseguito quel titolo sbandierato nel curriculum che si trova nel suo sito personale.
Lunedì, all’apertura della convention dei Repubblicani che si concluderà il 21 luglio con la probabile ufficializzazione della candidatura di Trump alla Casa Bianca, pochi giornalisti avevano dato una scorsa alla bio della ex modella e moglie del magnate costruzioni.
In seguito alla scoperta che lo staff dei Trump ha sostanzialmente riutilizzato le parole che Michele Obama aveva usato per lanciare Barack Obama alla corsa della presidenza nel 2008, i giornalisti americani hanno cominciato a verificare anche le informazioni che riguardano la vita della signora Trump.
E hanno scoperto che secondo i biografi Melania Knauss aveva abbandonato l’università poco dopo l’iscrizione per seguire le sfilate e diventare una top model.
L’edizione americana dell’HuffPost riporta le frasi dei giornalisti sloveni Bojan Pozar e Igor Omerza, autori della biografia:
Nel suo primo anno di iscrizione, la diciannovenne Melanija Knavs frequentò i seguenti corsi: elementi di architettura, belle arti, tecnica meccanica di base, costruzione architettonica, geometria descrittiva, matematica e una materia a scelta di ideologia (leggi: comunista) dal titolo “La resistenza partigiana e l’autoprotezione sociale”. Melanija avrebbe dovuto passare al secondo anno, anche se non aveva passato due esami, ma tutti pensavano che li aveva passati, fece un mese di stage e tenne anche un diario sull’esperienza.
Più tardi, in America, dopo aver incontrato Donald Trump ed essere diventata ufficialmente la sua compagna, Melania Knauss raccontò ai media che aveva ottenuto una laurea in architettura e design.
Questo avvenne certamente dopo essersi consultata con Trump e i suoi consiglieri, che volevano a tutti i costi vendere l’impressione che la modella slovena non era solo bella, ma anche colta e intelligente.
(da agenzie)
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Luglio 19th, 2016 Riccardo Fucile
LE ACCUSE AGLI STATI UNITI DI AVER SOSTENUTO I GOLPISTI PERDONO QUOTA
Per fare pressione su Washington affinchè estradi Fetullah Gulen, presunto ispiratore del fallito golpe, il presidente Erdogan è arrivato ad accusare gli Stati Uniti di aver sostenuto militarmente i golpisti, affermando che i loro caccia F16 sarebbero stati riforniti in volo da aerocisterne americane decollate dalla base Nato di Incirlik.
Ma i log di volo e i rapporti militari mostrano che le quattro aerocisterne Boeing KC-135R Stratotanker decollate da Incirlik non erano quelle americane, presenti nella base, ma erano tutte appartenenti al 101° squadrone delle forze aeree turche, comandato del maggiore Orcun Kus di stanza al 10° Comando base rifornitori, cioè la sezione turca della base.
I quattro velivoli, con segnale radio ‘Asena 01′, ‘Asena 02′, ‘Asena 03′ e ‘Asena 04′ (Asena è il codice radio del 101° stormo turco) sono stati tracciati dalla torre di controllo di Esenboga e registrati dai log Mode-S.
I quattro aerei si sono diretti verso Ankara per rifornire i sei caccia F-16 golpisti del 141° squadrone decollati dalla base di Akinci e che per tutta la notte sono rimasti in volo sulle città — per la cronaca, uno dei piloti ribelli era quello che ha abbattuto il caccia russo nel novembre del 2015.
Gli F-16 governativi decollati dalla base di Eskisehir per intercettare i caccia golpisti e l’elicottero AH-1 Cobra che sparava sulla folla (poi abbattuto) hanno prima bombardato la pista della base di Akinci per impedire ai caccia nemici di tornare a rifornirsi, poi hanno ricevuto l’ordine di abbattere le aerocisterne: la ‘Asena 02′ era stata ‘agganciata’ ma l’ordine di sparare il missile non è stato dato perchè era in volo su una zona residenziale e il suo abbattimento avrebbe causato una strage.
Del decollo da Incirlik delle quattro aerocisterne ‘ribelli’ era ovviamente al corrente il comandante turco della base, generale Bekir Ercan Van, che proprio per questo è stato arrestato il giorno dopo insieme ad altri undici ufficiali turchi responsabili della base.
Non è dato sapere se dell’operazione golpista fosse informato anche il comandante americano del 39° stormo Usaf di stanza ad Incirlik, il colonnello Craig Wills. Quel che è certo è che le aerocisterne erano turche e non americane.
(da agenzie)
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Luglio 19th, 2016 Riccardo Fucile
“DISCRIMINAZIONE COLLETTIVA”: I SEGNALI INSTALLATI DALL’AMMINISTRAZIONE GLI SONO ANDATI DI TRAVERSO
E’ stato condannato a pagare oltre 5mila euro di spese il Comune di Pontoglio, che, con una delibera
del 30 novembre 2015, aveva disposto l’installazione ai vari ingressi del paese di cartelli a sfondo marrone con sopra la scritta “Pontoglio è un paese a cultura occidentale di profonda tradizione cristiana, chi non intende rispettare la cultura e le tradizioni locali è invitato ad andarsene”.
Denunciato dalla Fondazione Guido Piccini e dall’Asgi (associazione studi giuridici sull’immigrazione) il Comune è stato riconosciuto colpevole di “discriminazione collettiva” nei confronti degli immigrati e di chiunque professi una religione diversa da quella cristiana.
L’ordinanza della Terza sezione civile del Tribunale di Brescia è firmata dal giudice Andrea Tinelli che ha riconosciuto la tesi delle due onlus che “hanno evidenziato la contrarietà dei predetti cartelli alle disposizioni del codice della strada e ne hanno affermato il carattere discriminatorio per motivi religiosi ed etnici”.
Le associazioni chiedevano l’accertamento della discriminazione, la rimozione dei cartelli, la pubblicazione del provvedimento e l’adozione di un piano di rimozione, oltre alla sostituzione dei vecchi cartelli con nuove indicazioni: “siate i benvenuti qualunque sia la vostra religione, la vostra cultura, la vostra origine etnica, la vostra condizione sociale”.
Cercando di evitare la condanna, il Comune già all’udienza dell’8 luglio ha fatto presente di aver fatto rimuovere i cartelli “incriminati” ma questo non e’ bastato ad evitare l’ordinanza finale con l’invito a rifondere le spese.
Nelle motivazioni del ricorso firmato dagli avvocati Alberto Guariso e Livio Neri dell’Asgi si fa riferimento agli articoli della Costituzione che affermano la libertà di professare qualsiasi religione e la laicità dello Stato, due principi che, secondo il ricorso, erano decisamente violati dai cartelli voluti dal Comune di Pontoglio.
Il giudice ha riconosciuto la fondatezza delle obiezioni, sottolineando che il fatto dell’appartenenza alla “tradizione cristiana” non può “essere strumentalizzato da un ente pubblico per ostacolare o condizionare, foss’anche nella semplice forma della persuasione, il libero esercizio dei diritti costituzionali da parte di coloro che non si riconoscono nel substrato culturale”.
(da agenzie)
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Luglio 19th, 2016 Riccardo Fucile
GIUNTA DI TECNICI, SCELTE TRASVERSALI E ORA BATTAGLIA COMUNE PER MANTENERE A TORINO IL SALONE DEL LIBRO
A differenza di Virginia Raggi, la scalata di Chiara Appendino al piano nobile di Palazzo Civico è stata indolore. I problemi sono venuti dopo.
La notte in cui ha archiviato ventitrè anni di governo del centrosinistra a Torino, aveva pronta la giunta per nove undicesimi e ha composto le due caselle mancanti nel giro di una settimana. Senza interferenze.
Anzi, se c’è un dato che contrappone l’esperienza torinese ai travagli romani è proprio questo: Appendino da mesi può contare sul sostegno compatto della pattuglia di parlamentari piemontesi, sull’appoggio dei consiglieri regionali e della quasi totalità degli attivisti.
I (pochissimi) dissidenti sono stati isolati, o si sono emarginati da sè, già molto tempo fa. Ecco perchè partire è stato semplice.
Giunta di tecnici, scelti attraverso i curricula: un commercialista al Bilancio, un professore di Architettura all’Urbanistica, un ingegnere dei Trasporti alla mobilità , un ex atleta allo Sport.
Competenze ma anche segnali trasversali ai vari mondi che l’hanno appoggiata: il suo vice, l’assessore all’Urbanistica Montanari, proviene dai movimenti per i beni comuni e ha un profilo marcato a sinistra; Sergio Rolando, l’uomo dei conti, è stato direttore in Regione ai tempi di Cota ed è vicino al centrodestra.
Il difficile è venuto dopo.
Nemmeno il tempo di insediarsi ed è scoppiato il caso Salone del Libro: cambiata l’aria in Comune, gli editori – che da tempo meditavano lo strappo ma sapevano che con Fassino al timone sarebbe stata dura – hanno fatto sapere di voler trasferire la manifestazione altrove e cominciato a flirtare con Milano.
Appendino aveva due possibilità : fare spallucce, in fondo è appena arrivata e se Torino perdesse il Salone non sarebbe certo colpa sua; oppure battersi per difenderlo sapendo che sarebbe una sconfitta per la città e quindi anche per lei.
Ha scelto la seconda opzione e ha fatto asse con il presidente della Regione Chiamparino, in un certo senso il fondatore di quel «sistema Torino» che è stato cavallo di battaglia della sua campagna elettorale.
La coppia sta mostrando una imprevedibile affinità che va oltre la necessità di mantenere buoni rapporti di vicinato e che potrebbe disturbare la base grillina.
E invece no. In questo primo mese Appendino ha saputo giocare con naturalezza su più tavoli: pragmatica quando c’era da fare il sindaco e, ad esempio, non perdere i 250 milioni promessi dal governo per il Parco della Salute, progetto che non le è mai piaciuto; barricadera quando voleva lanciare segnali ai suoi.
Così si spiega il siluro sganciato sul presidente della Compagnia di San Paolo Profumo il giorno dopo la vittoria: si dovrebbe dimettere. Sapeva di non poterla spuntare (la Compagnia è ente autonomo), ma ha affondato comunque il colpo.
E così sulla Tav, altro tema caro ai Cinquestelle: quando il ministro Del Rio ha annunciato il nuovo progetto low cost, ha subito replicato che per lei cambiava nulla, l’opera resta inutile.
Ha sfiorato l’incidente diplomatico anche con la Curia: la delega alle politiche per le famiglie (anzichè per la famiglia) istituita in giunta le è costata la reprimenda del vescovo.
Gli ha chiesto un incontro chiarificatore ma ha tirato dritto, sfilando, con fascia, in testa al corteo del Torino Pride.
Qualche giorno prima era andata alla chiusura del ramadan. In gonna.
Andrea Rossi
(da “La Stampa“)
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Luglio 19th, 2016 Riccardo Fucile
DA UN LATO I POTERI DELLA CAPITALE, DALL’ALTRO LE LOTTIZZAZIONI DEI SUOI RIVALI NEL MOVIMENTO
Virginia arriva con la pioggia, si potrebbe dire parafrasando un grande romanzo di Alvaro Mutis. 
Nel senso che per vedere il cambiamento promesso in modo tanto roboante dal Movimento a Roma, se va bene, bisognerà attendere l’autunno.
Se cambiamento arriverà . Il primo mese della Raggi sindaco è stato un tormento in primis per lei; è quasi come se lei – che ieri festeggiava anche il compleanno (a casa: mazzi di rose e niente feste su barconi sul Lungotevere) – non fosse ancora davvero partita.
Zero delibere all’attivo.
La prima riunione vera di giunta che arriverà solo oggi (dedicata all’assestamento del bilancio; seguirà incontro con Tronca). Il reddito di cittadinanza, mega promessa elettorale, che ovviamente non si potrà fare a breve (prima bisogna, appunto, vedere bene il bilancio comunale).
Raggi sta cercando di muoversi per incontrare Renzi e Padoan, e ottenere la collaborazione del governo sulla ristrutturazione del debito di Roma: una partita poco appariscente ma su cui si gioca tantissimo, e lei non è stata male.
La giunta è nata però con estrema fatica.
Raggi ha subìto pressioni forti; interne, dal M5S,ed esterne: tutti, da Davide Casaleggio a Di Maio alla Taverna a Di Battista, le hanno piazzato uomini. Il suo capo di gabinetto designato, Daniele Frongia, è stato impallinato dalla Lombardi (Raggi ha resistito e l’ha messo vicesindaco).
E allora la sindaca s’è impegnata a revocare la scelta di Daniela Morgante, che percepiva amica della Lombardi. Vittoria politica parallela al siluramento della Faraona dal direttorio romano; senonchè proprio ieri la Lombardi è stata, con un elemento di farsa, rimpiazzata da Stefano Vignaroli; il compagno della Taverna.
Lombardi i suoi uomini nelle commissioni li aveva già piazzati, con un manuale Cencelli che La Stampa rivelò.
E avrebbe almeno cinque consiglieri comunali suoi (oltre a tutta la capigruppo, il presidente De Vito, il capogruppo Paolo Ferrara, la segretaria Bernabei).
Insomma, sul piano politico hanno sfibrato la Raggi, l’hanno accerchiata, esposta alla mercè delle pressioni. Lei stessa ha poi le sue, di relazioni: ha fatto nomine discutibili (il panzironiano Marra, vicecapo di gabinetto, che poi non è stato revocato), ma politicamente s’è anche difesa in maniera non scontata, ha cercato di rendersi autonoma in un brutto contesto.
Questa è Roma, e il Movimento romano.
È inevitabile che le cose da fare siano passate in secondo piano.
Al Colosseo sono riapparsi i camion bar (proficuo asset dei Tredicine che era scomparso con Marino; c’è stata anche un’infelice frase del neo assessore Meloni, uomo-Casaleggio, in favore di questi discussi ambulanti, poi parzialmente corretta). Gli odiosi centurioni paiono rinati.
Raggi ha invece tenuto bene il punto contro lo sgombero di via Cupa, dove sono accampati i migranti del Baobab.
In pessime condizioni, sì, ma il prefetto voleva mandarli via con la forza pubblica, alla destrorsa; Raggi s’è opposta, e ha fatto bene.
Ma la soluzione non ce l’ha, e ha chiesto un tavolo al ministro dell’Interno. Sapete chi sia.
Sul piano mediatico ha avuto i successi maggiori, le tre mosse di comunicazione sono state intelligenti: andare a Tor Bella Monaca sull’onda di un video virale in cui dei bimbi giocavano in mezzo ai topi.
Affacciarsi sul Lungotevere a far ripulire i cassonetti. Andare a Rocca Cencia. L’immagine è di una sindaca che non sta chiusa nella torre d’avorio, sta in mezzo alla gente, nelle periferie. Ottimo.
Ma a Rocca Cencia c’è poi il problema di un impianto di smaltimento dei rifiuti che l’Ama non ha messo in condizione di funzionare bene, e tantissimi sono i malumori sulla neo assessora all’ambiente, Paola Muraro, che per dodici anni ha ricevuto ottime consulenze proprio all’Ama: è il nuovo che avanza o il conflitto d’interessi eterno all’italiana?
Su Acea l’idea del M5S era l’acqua pubblica.
E Raggi questo voleva, compreso silurare il potente ad Alberto Irace, uomo stimato da Caltagirone.
Sta vincendo invece la linea dell’assessore al Bilancio, Marcello Minenna, e di Di Maio, un appeasement con questa azienda, vera camera di compensazione del sistema-Roma. E a settembre dovrà iniziare una partita di nomine appetitose in tutte queste partecipate.
C’è da sperare che Virginia arrivi con la pioggia.
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)
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Luglio 19th, 2016 Riccardo Fucile
COMMISSIONI D’INCHIESTA, ECONOMIA, POCHI DIRTTI CIVILI: DOVE VA IL M5S
Il Movimento Cinquestelle è una «non-associazione», ha un «non-statuto», per sede legale si è scelto un sito web.
Pensato per travolgere nella forma quel che resta dei partiti novecenteschi, nella sostanza dovrebbe avere una «non-ideologia». Il Movimento non vanta un catalogo di idee e proposte, quanto piuttosto un metodo.
La sua priorità è riconoscere «alla totalità degli utenti della Rete il ruolo di governo ed indirizzo normalmente attribuito a pochi». La democrazia diretta dovrebbe superare, dunque, categorie usurate come destra e sinistra.
All’atto pratico, questo si traduce in una sorta di elegante camaleontismo: il Movimento propone il reddito di cittadinanza e l’abolizione di Equitalia, eccita l’elettore «antagonista», vezzeggia la piccola borghesia produttiva.
Di per sè è un fenomeno non nuovo, nel nostro Paese.
Il liberismo di Berlusconi era sempre «sociale», col crollo del Muro la sinistra postcomunista ha specificato che il suo era un socialismo «democratico», talvolta perfino «liberale».
La vecchia politica era un po’ anche questo: partire dai lati e convergere al centro, per conquistarlo mostrando un pragmatismo pacato e riflessivo.
Il Movimento al contrario non gioca a cucire assieme sensibilità sociale e critica allo Stato massimo, cultura di mercato e attenzione ai ceti più deboli, sentimento di giustizia e aspirazione all’efficienza.
Si propone piuttosto come una collezione di realtà non necessariamente comunicanti, tante piccole isole accomunate dall’insofferenza per lo status quo.
In un’importante ricerca del 2013, «Il partito di Grillo» (Il Mulino), Elisabetta Gualmini e Piergiorgio Corbetta cercavano di risolverne l’enigma guardando ai flussi elettorali.
Ne veniva fuori che quello di Grillo era un partito giovane, col suo zoccolo duro nella fascia d’età 35-44, e trasversale, capace di pescare a sinistra quanto nell’area del non-voto e, al Nord, fra chi aveva dato fiducia alla Lega.
Già da quel lavoro emergeva come una quota consistente di pentastellati si autodefinisse di sinistra.
Che cosa dice, invece, della collocazione del Movimento la sua produzione legislativa?
Abbiamo provato a catalogare le proposte depositate da deputati e senatori Cinquestelle.
Dovrebbe essere il modo migliore, per comprendere quali sono effettivamente attitudini e preoccupazioni di un ceto politico. I criteri seguiti sono inevitabilmente arbitrari: dipendono in tutto e per tutto dalla lettura che, delle proposte di legge in questione, ha dato chi scrive.
Più welfare che diritti
Prima di concentrarci su quelle di tema economico, abbiamo diviso le proposte di legge, 360 depositate alla Camera e 154 al Senato, per macro-settori.
Alla Camera, il 38% riguarda questioni economiche, il 15% il funzionamento del welfare state, il 6% temi di trasparenza e, per così dire, di «moralità pubblica», il 17% la riforma della politica, il 6% i diritti civili, il 6% politica estera e di difesa, il 7% ambientalismo e diritti degli animali, il 3% la cultura, e il restante 2% non rientra in nessuna di queste categorie.
Le proporzioni sono simili, se si guarda all’attività dei senatori: economia 23%, stato sociale 21%, trasparenza e «moralità pubblica» il 19%, riforma della politica 9%, diritti civili 9%, politica estera e di difesa 7%, ambientalismo 2%, cultura 6%, il resto non rientra in nessuna di queste categorie.
L’attenzione ai temi dell’ecologia segnala la vicinanza alla sinistra tradizionale. La componente di proposte di stampo «giustizialista» è corposa, e non poteva essere altrimenti: dal «Vaffa» Day in poi, è il tasto sul quale Grillo e i Cinquestelle hanno più costantemente battuto, proprio per fare valere la propria alterità rispetto alla vecchia politica.
Stupisce forse la relativa esiguità di interventi sui temi dei diritti civili: ambito nel quale abbiamo inserito questioni pure eterogenee come l’attribuzione del cognome ai figli, l’introduzione del reato di tortura nel codice penale, fecondazione assistita, matrimoni fra persone dello stesso sesso.
Commissioni e complotti
Un dato forse particolarmente significativo è la passione di onorevoli e senatori pentastellati per le commissioni d’inchiesta.
Le commissioni d’inchiesta vengono istituite per via legislativa e sono associate, nella memoria dei più, a eventi particolarmente drammatici nella storia della Repubblica: pensiamo al caso Sindona, alla loggia P2, al terrorismo, alla mafia, fino al dossier Mitrokhin e all’uranio impoverito.
L’aspirazione di istituire una commissione d’inchiesta sembra tradire l’idea di aver a che fare non semplicemente con un «fatto», semmai con un evento preordinato e organizzato.
Ne «La società aperta e i suoi nemici», Karl Popper definisce «teoria cospirativa della società » quella convinzione per cui «la spiegazione di un fenomeno sociale consiste nella scoperta degli uomini o dei gruppi che sono interessati al verificarsi di tale fenomeno (talvolta si tratta di un interesse nascosto che dev’essere prima rivelato) e che hanno progettato e congiurato per promuoverlo».
Si tratta di un tentativo di leggere la realtà che deriva «dall’erronea teoria che, qualunque cosa avvenga nella società – specialmente avvenimenti come la guerra, la disoccupazione, la povertà , le carestie, che la gente di solito detesta – è il risultato di diretti interventi di alcuni individui e gruppi potenti».
Oltre che su fatti concreti (per esempio le vicende di Alma Shalabayeva e di Mps), il Movimento promuove l’istituzione di commissioni sull’alta velocità Torino-Lione, sulle «agevolazioni fiscali di cui ha goduto il gruppo Fiat» nel secondo Dopoguerra, «sull’affidamento di consulenze a soggetti esterni agli organici delle pubbliche amministrazioni», sul funzionamento delle scuole paritarie, e perfino sulla «deindustrializzazione».
I Cinquestelle vorrebbero una commissione d’inchiesta anche sulla «privatizzazione di Telecom» e hanno chiesto a Renzi di sostenerla, dopo che il primo ministro ha stuzzicato di nuovo Massimo D’Alema sulla vicenda dell’Opa e dei «capitani coraggiosi». Renzi attaccava un esponente del fronte del «no»: per i pentastellati in tutta evidenza conta di più fare chiarezza su una «cospirazione», che serrare i ranghi per il referendum.
Un’economia da regolare
Se guardiamo alle proposte di carattere economico, il 48% prevede maggiori adempimenti di un tipo o di un altro.
La categoria è volutamente ampia: comprende sia forme di regolamentazione tutto sommato innocue (tipo l’istituzione di una nuova figura professionale, l’operatore shiatsu), che norme stringenti che avrebbero presumibilmente un impatto rilevante su interi settori (per esempio in materia di attività assicurativa o di utilizzo dei suoli).
In generale, emerge l’idea che attività ritenute poco commendevoli (per esempio, il gioco d’azzardo) debbano essere rigidamente regolamentate.
Il 13% delle proposte di legge presentate riguarda invece tentativi di incentivare o sussidiare iniziative che sono ritenute encomiabili. Il 12% possono essere invece considerate semplificazioni e il 4% interventi di sostegno fiscale a particolari attività .
È una lista molto eterogenea, ma di per sè questa non è una novità . Gli americani usano l’espressione «pork barrel» per riferirsi a provvedimenti di spesa che vanno a beneficiare una particolare categoria, che in cambio dà il proprio supporto a un certo politico. Che si tratti, dunque, di agricoltori o di estetiste, poco importa.
Emerge però una chiara impronta ideologica.
Qualche esempio. Una proposta che mira a dare «sostegno della ripresa demografica ed economica dei comuni con popolazione inferiore a 5000 abitanti» ne indica le cause del depopolamento in una «economia di rapina che privilegia la speculazione rispetto alla vita delle persone» (al quale la classe politica soggiace solo per la sua «incultura neoliberista»).
Un’altra prevede il «diritto del consumatore a conoscere la durata dei prodotti e dei servizi» in risposta a una «obsolescenza programmata» che sarebbe costruita ad arte dai produttori di certi prodotti, per assicurarsi un costante flusso di entrate.
Quando i grillini propongono di semplificare e abolire, lo fanno in larga misura strizzando l’occhio al piccolo commercio.
Dall’abolizione di Equitalia a un tentativo di costituzionalizzazione dei principi dello statuto del contribuente, non manca l’idea che quest’ultimo sia una figura negletta quando non vilipesa, dalla vecchia politica.
Addio al rigore
C’è da chiedersi, però, quanto sincere possano essere certe dichiarazioni d’intenti, se al contempo i Cinquestelle esprimono la volontà dichiarata di rimuovere gli argini, peraltro assai deboli, all’aumento della spesa.
Difficile ridurre le vessazioni per il contribuente, se cresce il bisogno di risorse dello Stato. Forse questo allentare le briglie è un passaggio obbligato, per l’introduzione di un provvedimento costoso oggi ma che essi ritengono possa produrre grandi benefici in futuro, ovvero il reddito di cittadinanza: sulle cui coperture è buio pesto.
Fra le proposte economiche dei deputati pentastellati, sei prendono la forma delle modifiche costituzionali, e di queste due riguardano lo smantellamento del nuovo articolo 81, che prescriverebbe l’equilibrio di bilancio.
Norma non proprio efficacissima, se è vero che il Parlamento rimanda il pareggio da che il nuovo articolo 81 è entrato in vigore.
Per i grillini esso andrebbe superato del tutto, in omaggio, di nuovo, a una visione cospiratoria della società : quella per cui l’attuale crisi economica «non ha nulla di naturale o di accidentale» (proposta di abolizione del pareggio di bilancio presentata dai deputati deputati Ciprini, Cominardi, Tripiedi, Alberti).
Nel luglio 2015, essi si sono espressi anche per una modifica all’articolo 47 della Costituzione, quello sulla tutela del risparmio, affinchè esso tuteli «il risparmiatore dal rischio di crisi bancarie».
Splendida idea, se non fosse che è un po’ come fare una legge che abolisca i terremoti.
Alberto Mingardi
(da “La Stampa“)
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