Luglio 11th, 2016 Riccardo Fucile
DA DI STEFANO A SIBILIA, DA BERNINI A VIGNAROLI, PARTENDO DAL DIBBA
Nel luglio del 2013, all’epoca della prima visita in Israele di una delegazione M5S, il neoeletto
deputato del Movimento Manlio Di Stefano postò su facebook una suggestiva foto e, sotto, il commento: «Buongiorno Palestina». La foto però era Gerusalemme, non Ramallah.
Naturalmente quella missione fu assai diversa da quella di oggi; era una delegazione di neodeputati senza pressioni, quasi increduli di esser lì, anche allora c’era Manlio Di Stefano, e poi Stefano Vignaroli, Paola Carinelli e Maria Edera Spadoni.
Quel viaggio segna un punto di partenza di una storia che in questi tre anni ha avuto diversi apici, la storia dei terzomondismi e della geopolitica mediorientale più spensierata che l’Italia recente ricordi.
Nel Movimento cinque stelle, da molto prima dell’ascesa di Luigi Di Maio a candidato premier in pectore – con le conseguenti svolte sull’euro, sull’uso dei soldi, sulla tv, forse sul doppio mandato -, la politica estera è stata da sempre appaltata al gemello-rivale di Di Maio, Alessandro Di Battista, insediato nella commissione esteri, e a una cordata di parlamentari che non si sono fatti mancare ogni genere di spericolatezza verbale delle posizioni. Israele è spesso stato un loro bersaglio, ma si sono udite uscite scivolosissime sull’Isis, virtuosismi linguistici sull’Iraq, frasi non adeguatamente pesate su Hamas.
Ogni viaggio è stato sempre al limite dell’incidente diplomatico, o ha tessuto relazioni che andranno indagate meglio (come la partecipazione recentissima, sempre di Di Stefano, al congresso di Putin a Mosca).
Occasioni esterne, come una visita del Dalai Lama alla Camera, si sono tramutate in spunti teatrali per mostrarsi rivoluzionari: come quando, intrufolatosi con Alessio Villarosa al cospetto del leader tibetano, che smozzicò una frase sulla corruzione in Cina, Di Battista gli fece: «È lo stesso in Italia. Stiamo combattendo la stessa battaglia che fate voi». In favor di telecamera.
Di Battista, che in un ipotetico governo cinque stelle sarà il candidato alla Farnesina, conquistò i riflettori per un ragionamento di questo tenore sull’Isis: «Se a bombardare il mio villaggio è un aereo telecomandato io ho una sola strada per difendermi a parte le tecniche nonviolente che sono le migliori: caricarmi di esplosivo e farmi saltare in aria in una metropolitana».
Il terrorismo, scrisse sul blog di Grillo, resta «la sola arma violenta rimasta a chi si ribella».
Paolo Bernini, deputato noto per le prese di posizione contro le scie chimiche, disse al Corriere: «Io sono antisionista. Per me il sionismo è una piaga».
Vignaroli comunicò: «Eccomi a Gerusalemme, città della pace dove l’uomo occupa, separa, violenta».
La critica ai governi israeliani è scivolata, insomma, molto spesso in zone sdrucciolevoli.
Nel luglio 2014 sempre Di Stefano e Sibilia presentarono un’interrogazione per chiedere l’interruzione delle commesse militari con Israele.
Il primo dei due scrisse, sul blog di Grillo, un passaparola che spiega il conflitto israelo-palestinese attribuendolo tout court al sionismo: «Comprendere a fondo il conflitto israelo-palestinese significa spingersi indietro fino al 1880 circa quando, nell’Europa centrale e orientale, si espandevano le radici del sionismo».
E sul sionismo Bernini assurse a vette complottiste: «L’11 settembre? Pianificato dalla Cia americana e dal Mossad aiutati dal mondo sionista», disse alla Camera.
A chi di recente gli chiedeva se Hamas per lui è terrorista o no, Di Stefano ha risposto: «È una questione secondaria, in questo contesto. I militanti di Hamas dicono: preferiamo morire lottando che continuare a vivere in una gabbia. Per definirli come terroristi o meno dovremmo vederli in una situazione di libertà . Cosa che in questo momento non hanno».
Già nel 2014 i cinque stelle formularono varie proposte di interruzione dei rapporti commerciali fra Italia e Israele. Ieri si sono limitati a dire che «non facciamo accordi sui prodotti che vengono dalle colonie israeliane dei Territori».
Luigi Di Maio pare assai distante da tutto questo, ma allora la visita è stata organizzata un po’ alla svelta, e qualcuno nel Movimento, con quei compagni di viaggio, gli ha teso uno sgambetto, lungo la via dell’accreditamento in Israele.
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa“)
argomento: Grillo | Commenta »
Luglio 11th, 2016 Riccardo Fucile
CONTESTATA LA TRUFFA AGGRAVATA
Un accordo tra i soliti furbetti. Una grande truffa che ha portato alla lievitazione spropositata dei costi della Metro C e ritardi nei tempi tempi di consegna.
Grazie al patto illegale tra Roma Metropolitane (stazione appaltante) e Metro C (general contractor) a quest’ultima sono stati riconosciuti prima 230 milioni di euro e successivamente 90.
Soldi non dovuti e grazie a due accordi siglati tra il 2011 e il 2013.
“Il tutto scaturente da bonari componimenti delle controversie in corso insorte fra Roma Metropolitane e e Metro C derivante dall’iscrizione da parte di quest’ultima di numerose ‘riserve’ (oltre 40) del tutto pretestuose e, pertanto, non dovute”. L’inchiesta della procura di Roma andava avanti da due anni e oggi gli uomini del II gruppo Roma, guidati dal colonnello Teodoro Gallone, hanno effettuato una serie di perquisizioni.
I finanzieri hanno acquisito documentazione su disposizione del pm della Procura di Roma Erminio Amelio e del procuratore aggiunto Paolo Ielo.
Nel registro degli indagati, che rispondono di truffa aggravata ai danni di enti pubblici, sono state iscritte 13 persone tra ex amministratori locali, dirigenti dell’epoca di Roma Metropolitane e vertici di Metro C.
Indagati l’ex assessore alla mobilità della Giunta Marino, Guido Improta, l’ex dirigente del ministero dei Trasporti, Ercole Incalza.
Per Roma Metropolitane sono indagati: il direttore tecnico Luigi Napoli, il consigliere di amministrazione Massimo Palombi, il responsabile unico del procedimento Giovanni Simonacci, i consiglieri del Cda, Luadato e Nardi, il responsabile unico del procedimento Sciotti. Per Metro C finiti nel registro degli indagati sono: il presidente Franco Cristini, l’ad Filippo Stinellis e il dg Francesco Maria Rotundi e il direttore dei lavori Molinari.
Gli inquirenti hanno ricostruito il cosiddetto “sistema delle riserve” con cui Metro C riusciva ad aggirare “il vincolo derivante dai ribassi presentati in sede di aggiudicazione della gara d’appalto e, dall’altro lato — si legge nel decreto di perquisizione la riduzione dal 20 al 2% del prefinanziamento a cui contraente generale, percentuale quest’ultima poi in realtà restituita”.
Ed così tra una stipula di una accordo bonario e di un nuovo accordo sui prezzi che Metro C ha incassato 320 milioni di euro.
Secondo i pm alcuni indagati “mediante artifici e raggiri inducevano in errore il Cipe quanto all’emanazione della libera autorizzativa del pagamento, lo Stato, la Regione Lazio e il Comune di Roma, enti coofinanziatori della costruzione della linea C della metropolitana di Roma, circa il dovuto pagamento dell’importo di 230 milioni di euro a titolo di “somme” così procurando un ingiusto profitto al General contractor Metro C, in quanto la somma non era dovuta”.
Il capo di imputazione si riferisce al periodo fino al 3 gennaio del 2014. In un secondo episodio ad alcuni indagati si contesta di avere indotto in errore Stato, Regione e Comune di Roma fino al 1 agosto del 2014 quando vennero stanziati 90 milioni di euro, quale “tranche della prima fase funzionali dei lavori”.
Non solo un grande imbroglio “ma anche” “procedure illegittime e illecite consumatesi negli uffici della amministrazione comunale, segnatamente l’assessorato alla Mobilità e negli uffici del ministero delle Infrastrutture, dove lavorava Incalza”.
Già nel 2012 inoltre la Corte dei Conti in una relazione parlava di “costi inaccettabili, quasi triplicati per l’esecuzione di questa importante arteria sotterranea”, senza escludere ipotesi di corruzione.
Un anno fa inoltre l’Autorità nazionale anticorruzione aveva redatto un dossier sull’opera poi inviato alla Corte dei Conti.
Nelle carte si parlava di costi di ritardi e sprechi: costi d’investimento saliti di 700 milioni a fronte di “un ridimensionamento del progetto”; 45 varianti, molte introdotte dopo rilievi archeologici senza “adeguate indagini preventive”; 65 milioni riconosciuti dopo un arbitrato a Metro C per attività “già ricomprese” nell’affido iniziale; “mancanza di trasparenza ed efficienza”; irragionevoli “vantaggi riconosciuti al contraente generale dell’opera”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: Giustizia | Commenta »
Luglio 11th, 2016 Riccardo Fucile
“E’ UN SOGGETTO PERICOLOSO, VIOLENTO, AGGRESSIVO, PREVARICATORE, POTREBBE AGGREDIRE ANCORA ALTRI PROFUGHI”… NON SOLO “SCIMMIA AFRICANA”, MA ANCHE “NEGRI DI MERDA” E, DOPO IL PUGNO FATALE, “COME L’HO PRESO BENE”… CONFERMATA L’AGGRAVANTE RAZZISTA
Amedeo Mancini è “un soggetto pericoloso: è altamente probabile che, se messo in libertà , gli si
ripresenterà l’occasione di molestare e o aggredire altri soggetti extracomunitari giacchè gli stessi sono presenti in numero considerevole nella provincia di Fermo”.
Per questo motivo il gip Marcello Caporale ha deciso che deve rimanere in cella per l’omicidio di Emmanuel Chidi Nnamdi.
Pur infatti non confermando il fermo (“non c’è pericolo di fuga”) il gip nelle 13 pagine di provvedimento spiega che Mancini ha “una personalità violenta, aggressiva, prevaricatrice, insofferente ai dettami della legge, incapace di controllarsi”.
Nel ricostruire la dinamica dei fatti secondo il gip non “può essere invocata la legittima difesa: difatti l’indiziato ha inferto il pugno letale dopo essersi avvicinato nuovamente a lei (giacchè il primo scontro era cessato e i due stavano tra di loro distanti)”.
Nessun dubbio anche sulla matrice razziale: Mancini avrebbe urlato “africans scimmia” ma anche “negri di merda” per poi urlare dopo averlo colpito “Come lo so pijato bene, lo so allungato”.
Inoltre durante la colluttazione avrebbe anche mimato “a mo’ di sberleffo la mossa della scimmia o dell’orango tango” come racconta un testimone.
E’ stato il nigeriano a reagire fisicamente dopo l’insulto prendendo il palo. “Ci troviamo però di fronte – chiosa il gip parlando di Mancini – a un soggetto che non ha i necessari freni inibitori per evitare, seppur provocato, un gravissimo delitto contro la persona”.
(da agenzie)
argomento: Razzismo | Commenta »
Luglio 11th, 2016 Riccardo Fucile
SE I PARENTI DESIDERANO UNA CERIMONIA PRIVATA NON DEVONO NECESSARIAMENTE FARE QUELLO CHE VORREBBE CERTA PSEUDODESTRA CIMITERIALE… E RICORDIAMO CHE MATTARELLA HA INTERROTTO IL VIAGGIO IN MESSICO PER ESSERE PUNTUALE A CIAMPINO, MENTRE GENTILONI SI E’ IMPEGNATO AD ASSICURARE I BENEFICI PER LE VITTIME DEL TERRORISMO ANCHE AGLI ITALIANI ALL’ESTERO
Ieri si sono tenuti i funerali di Emmanuel Namdi nel Duomo di Fermo alla presenza della ministra Maria Elena Boschi e della presidente della Camera Laura Boldrini.
E contestualmente è partita una litania che vuole le vittime di Dacca tradite perchè le istituzioni non hanno fatto lo stesso omaggio alle vittime dell’attentato in Bangladesh.
Come da tradizione la balla si diffonde attraverso articoli dei quotidiani della destra cimiteriale.
Che le vittime di Dacca non siano state omaggiate come meritavano è una balla.
Il 5 luglio 2016 un aereo ha riportato a casa le salme: in pista ad attenderlo c’erano il capo dello Stato Sergio Mattarella, il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, i sindaci delle città di origine delle vittime.
Le bare ricoperte dal tricolore italiano sono state deposte, poi caricate sulle auto funebri e finalmente avvicinate al bordo della pista, per la benedizione del cappellano militare.
Poi c’è stato l’omaggio del capo dello Stato.
Il presidente per essere presente ha deciso di interrompere anticipatamente il suo viaggio in America latina.
Il capo dello Stato, in attesa delle salme, aveva parlato con i parenti delle vittime in una saletta riservata del 31/mo Stormo, nella zona militare dell’aeroporto di Ciampino.
Sullo stesso aereo anche il vice ministro degli Esteri, Mario Giro.
«Ho preso con il Presidente Mattarella l’impegno a nome del governo ad assicurare che i benefici previsti dalla legge per le vittime del terrorismo si applichino ai nostri caduti all’estero. È un impegno doveroso di fronte a episodi come quello della strage di Dacca», ha detto Gentiloni dopo l’ultimo saluto alle vittime.
Il viaggio dei nove italiani uccisi dalla follia jihadista si è concluso nel paese di origine di ciascuno di loro, con i funerali in forma privata, come da loro espressa richiesta.
Giusto per la cronaca: i “funerali di Stato” sono regolati da un cerimoniale complesso e negli ultimi anni sono stati riservati solo a Placido Rizzotto (nel 2012, dopo ben 64 anni dalla morte) e alle tre vittime della strage al Tribunale di Milano (nell’aprile 2015).
Non lo sono stati nemmeno quelli in onore di Valeria Solesin, la ricercatrice italiana rimasta uccisa a novembre scorso negli attacchi di Parigi. Per lei a Venezia si tennero esequie civili e pubbliche, erroneamente definite “di Stato”.
Nelle nove località dove si sono svolti i funerali delle vittime erano presenti (leggere le cronace) “istituzioni civili e militari”, a quelli di Cristian Rossi anche la presidente del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani, il parlamentare friulano Gian Luigi Gigli e molti sindaci con la fascia tricolore.
Non risulta la presenza alle esequie di esponenti nazionali di livello del sedicente centrodestra cimiteriale.
Amen.
argomento: denuncia | Commenta »
Luglio 11th, 2016 Riccardo Fucile
EMERGONO I PRECEDENTI DI MANCINI: CONDANNA DEFINITIVA PER RISSA AGGRAVATA, LESIONI DOLOSE E TRE DASPO PER REATI COMMESSI ALLO STADIO… L’AVVOCATO DIFENSORE NON ESCLUDE DI RICHIEDERE UNA PERIZIA PSICHIATRICA
Il gip di Fermo Marcello Caporale non ha convalidato il fermo di Amedeo Mancini, l’ultrà di destra
che ha ucciso il profugo nigeriano Emmanuel Chidi Nnamdi, ma contestualmente ha disposto la custodia cautelare in carcere per Mancini, che è indagato per omicidio preterintenzionale aggravato dall’odio razziale.
Lo ha reso noto il difensore dell’ultrà , l’avvocato Francesco De Minicis.
Il difensore di Mancini è uscito dal Palazzo di giustizia, senza fermarsi a parlare con i cronisti.
In mano aveva l’ordinanza del Gip, un plico voluminoso, che lascia intuire una valutazione analitica del giudice a supporto della scelta di non convalidare il fermo dell’ultrà , forse per un vizio di forma, ma di firmare una nuova ordinanza di custodia in carcere per l’omicida.
Trentanove anni, agricoltore con la passione della boxe, Amedeo Mancini ha alle spalle una condanna definitiva per rissa aggravata, precedenti di polizia per lesioni dolose, e tre Daspo per reati commessi allo stadio.
Dopo la morte di Emmanuel Chidi Nnamdi, la procura aveva emesso un provvedimento di fermo per il pericolo di fuga, «tenuto conto della gravità dei fatti-reato oggetto di cui trattasi e la relativa pena potenzialmente eroganda».
Il 39enne «riconosce di avere una responsabilità morale ma non giuridica» nella morte del migrante nigeriano, per questo «mette a disposizione tutto quello che ha, un terzo di casa colonica e un pezzettino di terra lasciatagli dal padre, a disposizione della vedova», ha detto De Minicis.
Il difensore, uno dei più noti penalisti della città , non ha escluso di richiedere una perizia psichiatrica per il suo assistito
(da “La Stampa”)
argomento: Razzismo | Commenta »
Luglio 11th, 2016 Riccardo Fucile
IL PARTITO SALVATO DAL CAVALIERE CHE HA COPERTO LE ESPOSIZIONI CON BANCHE E CREDITORI CON 43 MILIONI CASH
Dire che “Forza Italia è Silvio Berlusconi” è corretto anche da un punto di vista giuridico. Dalla relazione sul bilancio 2015 del partito azzurro, a firma della senatrice Mariarosaria Rossi, emergono infatti due notizie fondamentali: Forza Italia è in rosso, con oltre 98 milioni di disavanzo patrimoniale, e il suo unico creditore è Silvio Berlusconi, in qualità di fideiussore, che lo scorso anno ha contribuito a coprire buona parte i debiti del partito con un esborso di 43 milioni di euro.
Per effetto di una perdita di 3.546.281 euro — si legge nella relazione — il disavanzo patrimoniale complessivo accumulato è passato da 95.430.062 euro del precedente esercizio agli attuali 98.976.343 euro.
Il mega assegno di 43 milioni di euro è servito a estinguere gli ultimi debiti con le banche ma non a mettere del tutto a posto i conti di Forza Italia.
Questa operazione, al netto delle beghe interne al partito sui futuri assetti amministrativi, rende di fatto Silvio Berlusconi l’unico proprietario del partito da lui stesso fondato nel 1994 e resuscitato nel 2013.
“Nei primi mesi dell’esercizio — si legge nella relazione firmata dalla senatrice Rossi — a causa dell’escussione di fideiussioni personali rilasciate in precedenti anni a diversi istituti bancari, a garanzia di affidamenti da questi concessi al nostro Movimento, il presidente Berlusconi ha provveduto a saldare in qualità di fideiussore gli ultimi debiti esistenti nei confronti delle banche per un importo complessivo di 43 milioni 915 mila 812 euro“.
“Il presidente è così divenuto il nuovo creditore nei confronti di Forza Italia per l’importo pari ai pagamenti da lui effettuati per un ammontare globale di 90.433.600 euro, somma comprensiva dei versamenti già effettuati al 31 dicembre 2014″.
Pertanto, spiega la parlamentare, il “nostro movimento non ha più alcun affidamento bancario e di conseguenza alcun debito verso le banche; naturalmente, le fideiussioni a suo tempo rilasciate sono totalmente estinte”.
Rossi, al centro di polemiche perchè accusata dalla figlia Marina di aver ritardato il ricovero dell’ex premier dopo il malore al cuore, non è più l’amministratore unico azzurro (è solo tesoriere del gruppo al Senato) ma ha voluto difendere il lavoro svolto negli ultimi anni precisando che, nonostante i conti siano ancora in rosso, il “disavanzo di 3 milioni 546 mila 281 euro subito nell’anno in esame appare in fortissima riduzione rispetto a quello di 11 milioni 881mila 327 subito nell’esercizio 2014, con un divario tra i due risultati di 8 milioni 335mila e 46 euro”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: Forza Italia | Commenta »
Luglio 11th, 2016 Riccardo Fucile
NON FACEVA POLITICA? MA DUE FOTO DIMOSTRANO CHE HA MENTITO
Questa mattina Mancini ha affrontato l’interrogatorio per la convalida del fermo davanti al gip
Marcello Caporale, è indagato per omicidio preterintenzionale con l’aggravante della finalità razziale.
Il gip deciderà nelle prossime ore se disporre la scarcerazione. “Ho rimesso al gip la decisione sulla misura che ritiene più opportuna”, ha dichiarato il suo legale Francesco De Minicis.
A sorpresa, l’ultrà fermano durante l’udienza si è detto disposto a risarcire la vedova del nigeriano con “tutto quello che ha: un terzo di casa colonica e un pezzettino di terra lasciatagli dal padre”.
Il Resto del Carlino riporta la versione di una donna presente al fatto.
“Dopo essere scesa dall’autobus — si legge nel documento — la donna ha udito delle urla provenire dalla via sottostante dove notava parlare animatamente due persone di colore e Mancini. Riferiva che il ragazzo di colore iniziava a spintonare Mancini e, dopo aver preso un segnale stradale mobile, ivi presente, lo colpiva con il medesimo alle gambe, facendolo cadere a terra. Dopo ciò il ragazzo di colore si allontanava, ma veniva raggiunto da Amedeo Mancini e tra i due iniziava una scazzottata a seguito della quale l’uomo di colore rovinava a terra. Aggiungeva inoltre di aver sentito dire dal ragazzo, che si trovava in compagnia di Mancini, le seguenti parole rivolte all’amico: “Lascia perdere, c’è una donna”.
Questa seconda testimonianza potrebbe aggravare la posizione di Mancini: se è vero, come dicono, che il tifoso con simpatie neofasciste, ha colpito il richiedente asilo dopo che la zuffa era conclusa e quando Chidi Namdi ormai se n’era andato, sarebbe impossibile invocare la legittima difesa.
Mancini, tramite il suo legale, ribadisce di non avere colore politico. “Sono un po’ di destra e un po’ di sinistra”, aveva detto nei giorni scorsi.
Ma dal web emergono foto di raduni di Casapound che lo immortalano come fedele sostenitore del movimento: una dell’anno scorso lo vede sventolare in giacca rossa una bandiera a una manifestazione.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: Razzismo | Commenta »
Luglio 11th, 2016 Riccardo Fucile
C’E’ UNA MINORANZA IGNORANTE E RAZZISTA CHE SI OPPONE A OGNI TIPO DI ACCOGLIENZA E ARRIVA A SCATENARE RAID INCENDIARI
C’è un’Italia che apre le porte, mette a disposizione alberghi, chiese, intere abitazioni o stanze sfitte, e che ogni giorno si siede a tavola con migranti dalle storie sconosciute, insegna loro la lingua e li aiuta a ricostruire una vita.
E poi ce n’è un’altra, quella che strepita, si oppone, riempie le bacheche facebook di lamentele che sfociano spesso nell’insulto.
Parla di “sicurezza” e “invasione”, accusa chi ospita di farlo solo per il proprio interesse, e forma comitati di protesta. Talvolta minaccia, manda biglietti intimidatori anonimi, o scatena raid incendiari.
Non è una vita facile quella di chi, nell’ultimo anno, ha deciso di lavorare per l’accoglienza dei richiedenti asilo e di chi arriva sulle nostre coste.
Da nord a sud, sono tanti coloro che raccontano episodi di diffidenza, intolleranza e fastidio, con cui devono convivere quotidianamente: si va dall’albergatore che si è visto recapitare lettere anonime con minacce di morte, a quello che ha perso i clienti abituali che poco gradivano la presenza di africani nella stanza accanto, fino alle diverse manifestazioni organizzate contro l’apertura di centri per immigrati.
Le minacce
Spesso i primi a essere presi di mira, perchè tra quelli più esposti, sono gli albergatori che fanno accordi con le prefetture per dare alloggio a gruppi di richiedenti asilo. Giulio Salvi, direttore dell’hotel Bellevue in Valtellina, ha ricevuto minacce prima in una lettera lettera anonima: “Via i migranti dall’hotel o li uccido uno a uno”.
Poi via facebook, dove sono apparsi diversi commenti in cui si invitava a dare fuoco all’albergo.
Tra le accuse a Salvi c’era anche quella di sciacallaggio: “Incassi milioni con finti profughi”. Di certo Salvi non è l’unico ad aver ricevuto intimidazioni di questo tipo e con questi toni.
Ad aprile Walter Scerbo, sindaco di Palizzi, in provincia di Reggio Calabria, si è visto recapitare un bigliettino non firmato, ma con un messaggio molto chiaro: “Se succede qualcosa con questi bastardi negri ti ammazziamo”.
A scatenare le minacce xenofobe era stato il progetto di accoglienza di un gruppetto di stranieri, voluto proprio dall’amministrazione comunale.
L’incendio al Mark Hotel
L’albergo, chiuso da 10 anni, si trova a Ussita, minuscolo comune in mezzo al verde, in provincia di Macerata.
A maggio, dopo che il proprietario aveva messo a disposizione le proprie stanze per accogliere i profughi, facendo fare anche dei sopralluoghi, qualcuno è entrato nella struttura forzando la porta. Ha portato con sè del gasolio e poi ha dato fuoco ai materassi, proprio quelli destinati ai migranti.
“Anche qui nelle Marche c’è un clima preoccupante, fino adesso sottovalutato da tutti”, ha detto don Vinicio Albanesi, pochi minuti dopo la morte di Emmanuel, il 36enne nigeriano a Fermo. Nei mesi scorsi sono stati piazzati degli ordigni rudimentali davanti a quattro chiese della diocesi di Fermo, tutte parrocchie impegnate in progetti di solidarietà . Le indagini sono in corso, ma il religioso è convinto che le bombe siano opera della stessa mano, e che abbiano come obiettivo quello di scoraggiare le attività di aiuto agli extracomunitari.
La fuga dei turisti
Giancarlo Pari gestisce un piccolo hotel di fronte alla spiaggia di Igea Marina, a pochi chilometri da Rimini. L’anno scorso, su proposta della prefettura, aveva deciso di concedere ospitalità a tre gruppi di migranti, circa 40 persone in tutto.
L’aveva fatto volentieri e la convivenza non aveva dato alcun problema. Eppure, passato l’inverno, all’inizio della stagione estiva, ha chiesto di interrompere il progetto di accoglienza. “Ci sono troppe difficoltà da parte delle persone bianche ad accettare quelle di colore — ha raccontato alle telecamere del fattoquotidiano.it — Sono stato obbligato, altrimenti avrei perso i miei clienti abituali”.
Le proteste dei comitati
A volte basta solo ipotizzare l’apertura di un centro d’accoglienza per far scattare le manifestazioni dei cittadini, raccolti in comitati. A maggio sempre nelle Marche, in provincia di Ancona, gli abitanti di Castelferretti hanno bloccato la strada con striscioni e fumogeni per opporsi al progetto, ancora tutto sulla carta, di allestire in zona un campo profughi.
Anche in provincia di Parma, qualche mese prima, i cittadini avevano organizzato sit-in e fiaccolate per dire no alla sistemazione di una quindicina di profughi in una ex scuola.
Nel vicentino, don Lucio Mozzo, voleva sfruttare gli spazi di una canonica chiusa da tempo per dare aiuto a una decina di profughi. Il suo progetto è stato bloccato da centinaia di fedeli che, dimenticando la carità cristiana, sono andati su tutte le furie e si sono riuniti in massa nella chiesa di Don Mozzo. Alla fine il prete è stato costretto a fare un passo indietro.
A contattare don Mozzo era stata l’associazione Papa Giovanni XXIII, impegnata ogni giorno sul fronte dell’aiuto ai migranti: “Abbiamo avuto un paio di casi di proteste in Veneto — racconta Giovanni Paolo Ramonda, responsabile generale della comunità — una parte della cittadinanza si è risentita e ha fatto resistenza. Ma non generalizzerei. Abbiamo ricevuto anche tanta solidarietà . Di sicuro noi continuiamo a portare avanti il nostro lavoro, perchè crediamo nel valore dell’accoglienza. Pensiamo però che vada fatta per piccoli gruppi, 10 o 12 persone al massimo, non con grossi agglomerati. Solo così si può favorire la convivenza pacifica e il rispetto verso lo straniero“.
Famosi sono poi due casi andati in scena l’estate scorsa: quello di Quinto di Treviso, dove i residenti si sono rivoltati contro la presenza in un residence di 100 profughi ottenendone lo spostamento, e quello di Roma, dove ci sono stati anche scontri tra Casapound e polizia.
L’accoglienza in casa
Nell’estate scorsa Roberto Gabellini, pensionato di Rimini, ha dato le chiavi della propria casa a un’associazione che assiste i migranti.
Una villetta a due piani, con vista sulle colline, dove sono entrati 17 profughi. Apriti cielo: Gabellini, con un passato in Alleanza nazionale, è stato obbligato far fronte a una tempesta di critiche e accuse di sciacallaggio. Alcune provenienti da suoi ex-amici di partito.
Qualcuno si è spinto anche oltre, arrivando alle minacce: “Vengo a incendiarti casa per sentire la puzza di negro che brucia”.
Per questo l’uomo, che ha anche pensato di assumere una ditta di vigilanza privata per la notte, si è rivolto alle forza dell’ordine. “I carabinieri ci hanno aiutato molto — racconta — spesso sono passati per assicurarsi fosse tutto tranquillo”.
Oggi però, a un anno di distanza, le cose sono cambiate. “I ragazzi ospitati si sono guadagnati la fiducia con il loro lavoro e il loro comportamento, sempre impeccabile. E sono riusciti a superare la diffidenza dei vicini e di una parte della città . E di minacce non ne sono più arrivate”.
Anche la famiglia di Maria Cristina Visioli, che fa parte della rete Refugees Welcome Italia, ha deciso di aprire (gratuitamente) le porte della propria abitazione di Bologna ai profughi. Ma qualcuno tra i vicini ha avuto da ridire.
“Finchè abbiamo ospitato giapponesi o americani nessuno ha detto un parola. Quando sono arrivati ragazzi africani, c’è chi si è lamentato in assemblea di condominio. Fortunatamente è stato un episodio senza conseguenze, ma è il sintomo di una certa diffidenza nei confronti delle persone di colore, che c’è anche a Bologna”.
Giulia Zaccariello
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: Razzismo | Commenta »
Luglio 11th, 2016 Riccardo Fucile
VOLONTARIATO, SPORT, LAVORETTI: LE TRIBU’ DEI NEET NON ACCETTANO LA LORO CONDIZIONE … MA L’UNICA ISTITUZIONE AMICA RIMANE LA FAMIGLIA
Ma cosa fanno veramente i Neet? Sono davvero solo dei forzati del divano oppure anche tra di loro
passa una linea di ulteriore disuguaglianza?
Una divisione che separa gli «esogeni», quelli che sono impegnati ogni giorno in un duro corpo a corpo con un mercato del lavoro che non vuole includerli, dagli «endogeni», gli scoraggiati che si sentono drammaticamente inadeguati e sono portati ad arretrare davanti a qualsiasi sfida?
L’Italia ha il triste primato europeo dei giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non sono impegnati in un corso di formazione.
Parte di loro – un milione su 2,3 totali – compare alla voce «disoccupati» ed è disponibile dunque a iniziare un lavoro nelle successive due settimane.
Sono 700 mila – sempre secondo le classificazioni statistiche – «le forze di lavoro potenziali», le persone che nelle ultime 4 settimane non hanno cercato lavoro ma sono mobilitabili a breve, infine ci sono gli «inattivi totali» che raggiungono quota 600 mila.
Dietro questi ultimi c’è quasi sempre un percorso accidentato di studi con bocciature e interruzioni, un basso livello di autostima e una forte dipendenza dal contesto familiare di provenienza.
Ma per calibrare gli interventi e non limitarsi a invocare misure miracolose è forse necessario capire da dentro il fenomeno Neet (in Italia «nè nè»), monitorare i loro comportamenti, le piccole mosse che maturano nel quotidiano, sapere come e dove passano la giornata.
Il programma di Garanzia Giovani avrebbe dovuto servire anche a questo ma purtroppo non è stato così. Eppure una strategia d’attacco bisognerà darsela in tempi brevi perchè non possiamo permetterci di bruciare quasi un’intera generazione.
Un giorno qualcuno, legittimamente, ci chiederà dove eravamo quando il Paese della Bellezza dilapidava una quantità così rilevante di capitale umano.
Cosa fanno
In aiuto alla nostra ricognizione viene una delle poche ricerche («Ghost») su cosa fanno i Neet condotta nel 2015 da WeWorld, una Onlus impegnata nel secondo welfare.
L’indagine è articolata su più campioni, integrata da interviste individuali a giovani tra i 15 e i 29 anni e ci conferma il peso delle condizioni di disuguaglianza a monte che determinano la caduta in una trappola. In più ci aiuta a focalizzare una porzione interessante dei Neet, i volontari.
È chiaro che la scelta di fare volontariato (condivisa in Italia da un milione di coetanei, maschi e femmine alla pari) nasce come opzione di ripiego ma è pur sempre una scelta sorretta da un robusta rete valoriale e dall’incoraggiamento dei genitori che condividono/supportano.
È un antidoto al sentirsi Neet e identifica una tribù di giovani che come dicono loro stessi «non si lascia andare» .
Anzi ha persino maturato un atteggiamento critico nei confronti degli altri giovani a cui rimprovera un atteggiamento passivo, «una mancanza di progettualità ».
Senso di esclusione
I volontari seppur non contrattualizzati, non si considerano e non si sentono parcheggiati in una Onlus e quando devono parlare della loro esperienza usano la parola «lavoro».
È evidente dai racconti che avere un ambito di socializzazione serve a mitigare il senso di esclusione ma l’unica istituzione veramente amica è la famiglia.
Il 92% pensa che abbia un ruolo positivo e solo l’8% le rimprovera la condizione di Neet «perchè non ascolta i bisogni dei giovani».
Volontari o non, la fiducia nello Stato e nelle istituzioni è al 19%, nei politici al 14% e la prima parola abbinata ai partiti è «corruzione». I volontari, pur sorretti da una forte identità , sono pessimisti sul futuro, non vedono maturare miglioramenti a breve, almeno per tre anni.
Del resto è la prima grande crisi che vivono, non hanno in mente raffronti. Temono però che la recessione favorisca il dilagare di raccomandazioni e precariato e allarghi l’area del lavoro nero.
Sono coscienti che la loro attività nelle Onlus spesso non è coerente con la formazione ricevuta ma confidano che possa aggiungere skill al proprio curriculum e in questa convinzione sono aiutati dall’opinione di molti reclutatori. Che sostengono come la gestione di attività complesse, e spesso caratterizzate da piccole e grandi emergenze, faccia maturare in fretta.
Una vera tribù
La seconda tribù dei Neet che seppur con qualche approssimazione si può intravedere è quella degli sportivi che a sua volta ospita molte figure, dal frequentatore di palestre al tifoso ultrà .
Lo sportivo vive in un mondo in cui i valori della competizione più dura riempiono la giornata e diventano una piccola filosofia di vita.
Del resto il mondo dello sport ha giornali, tv, produce lessico, genera meccanismi di solidarietà che creano attorno al nostro Neet un effetto-comunità ed evitano la ghettizzazione.
Sia chiaro però: mentre il volontario interpreta tutto nella chiave del «noi», lo sportivo si trova più a suo agio usando la prima persona singolare. Anche loro non si sentono Neet perchè hanno una vita attiva e anche solo essere legati a una pratica continuativa, o meglio far parte di un club, aiuta a non sentirsi fantasmi.
A Torino è nato negli anni scorsi a cura di Action Aid un programma-pilota di recupero dei Neet (vedi intervista 2) centrato sull’attività sportiva che insegna ad affrontare «vittorie e sconfitte e attraverso lo sport dà la forza per riprendere gli studi o cercare lavoro».
Dentro l’ampia tribù troviamo figure diverse: il mistico del fitness, il patito del calcetto, l’atleta tesserato convinto di poter diventare un campione, il tifoso organizzato. È chiaro che a differenza dei volontari queste esperienze non si rivelano professionalizzanti, non aggiungono molto al curriculum.
Per finanziare i suoi corsi, attività e tornei il Neet attinge alla paghetta dei genitori (che si chiama così anche nell’era di Facebook) e finisce per prolungare la condizione adolescenziale. È vero che le palestre (in Italia sono 8.500) fanno a gara nell’offrire abbonamenti a prezzi stracciati, mentre nell’ambito del tifo organizzato i gruppi giovanili spesso operano come piccole ditte, ricevono ingaggi per servizi e piccoli lavori che ridistribuiscono al loro interno per finanziare trasferte, ingressi allo stadio e coreografie.
Colpa dell’iperprotezione
Non va nascosto che in qualche caso questo tipo di attività è monitorato dalle Questure, secondo le quali nel tempo si sono create zone grigie (la più alta quota di tifosi sottoposti a provvedimenti restrittivi – il 55% – è nell’età 18-30).
È difficile che lo sportivo trovi un lavoro stabile nel settore che lo appassiona (a meno che non sfondi) e quindi più del volontario questa si presta a essere una condizione di passaggio.
Ma il rapporto di dipendenza con la famiglia che lo sportivo perpetua è tra i motivi che fanno dire al demografo Alessandro Rosina, nel suo libro dedicato ai Neet, come «l’iperprotezione tende a mantenere immaturi più a lungo i figli, mentre nei Paesi nord-europei la spinta all’autonomia subito dopo i 20 anni porta a confrontarsi prima con la realtà circostante».
Risultato: i giovani italiani sono nella maggior parte dei casi «passivamente dipendenti dai genitori» e «disorientati sul proprio futuro».
Arrangiarsi coi piccoli lavori
La terza tribù di Neet che si può individuare è quella di chi si arrangia con i piccoli lavori.
«Non studio ma con le promozioni lavoricchio» dice Anna, torinese. Aggiunge Silvia, una coetanea milanese: «Ho studiato come estetista, ho fatto periodi di stage in centri benessere, ho accudito bambini e ho fatto persino la donna delle pulizie».
La ricerca Ghost ci dice che l’80% degli intervistati ha avuto esperienze intermittenti, nella maggior parte dei casi un ingaggio nella ristorazione e nel commercio come cameriere, commessa, fattorino per consegne a domicilio, facchinaggio leggero e volantinaggio, dogsitting.
Un 20% ha già fatto l’operaio per brevi periodi. Il 44% sottolinea che l’interruzione del rapporto seppur precario di lavoro è stata subita, loro avrebbero continuato.
E infatti ci tengono a smentire che i Neet stiano a vegetare davanti alla tv, i media li presentano come fannulloni e invece «noi ci sbattiamo da mattina a sera, siamo attivi».
Nella grande tribù dei lavoretti un comparto importante e per certi versi specializzato è quello femminile.
L’occupazione prevalente è la babysitter, figura richiestissima, dotata di una propria identità sociale e abituata a fare i conti con il passaparola della reputazione.
Nelle grandi città le stesse ragazze fanno anche spesso le hostess, attività più stressante ma pagata tramite i voucher.
In definitiva la tribù dei lavoretti entra e esce di continuo dal mercato del lavoro, non riesce a stabilizzare un proprio profilo professionale e stenta a includere nel curriculum la maggior parte delle esperienze.
La famiglia rimane sullo sfondo, si comporta come un ammortizzatore sociale nelle fasi di totale inoccupazione, segue con trepidazione il rinvio delle scelte di vita della prole.
Nel 55% dei casi i genitori restano decisivi per scegliere il percorso di studio e sono anche il principale veicolo per cercare lavoro grazie alle conoscenze (al 32%, superando Internet al 21% e la consegna del curriculum vitae di persona al 14%). Commenta Stefano Scabbio, amministratore delegato di Manpower: «Bisogna distinguere tra lavoro intermittente e un lavoretto che manca di sviluppo professionale, è legato al breve termine e serve solo al guadagno temporaneo. Ai ragazzi per crescere servirebbe una specializzazione orizzontale e una formazione rivolta al digitale e saltando di qua e di là non si ottengono».
I laureati
Una quarta tribù dei Neet è quella dei già laureati, potenzialmente più occupabili ma ingabbiati anche loro. I numeri dicono che su 10 giovani Neet uno è laureato, 5 sono diplomati e 4 hanno al massimo la licenza media.
Lo riporta nel suo libro Rosina citando una ricerca Oecd e aggiunge che il rischio di restare nella trappola dell’inattività volontaria è superiore per chi ha basse competenze.
I dati dell’ultimo Rapporto Istat dicono che un laureato impiega in media 36 mesi nel trovare lavoro, ma se è in possesso di un titolo umanistico l’attesa è più lunga.
Un laureato dunque transita nella condizione di Neet quasi a sua insaputa e finisce per alimentare il mercato delle ripetizioni a studenti più giovani (vedi intervista 4).
Su 100 docenti pomeridiani 30 sono per lo più freschi laureati. Il 90% dei ricavi non è dichiarato al Fisco e vale 800 milioni di euro l’anno, secondo stime della Fondazione Einaudi.
Un laureato disoccupato è dunque automaticamente un Neet al punto che Ivano Dionigi, ex rettore e ora presidente di Almalaurea, punta l’indice verso il sistema del 3+2, le lauree triennali deboli viste come concausa dell’allargarsi del fenomeno. E i dati gli danno ragione: i laureati disoccupati sono il 20,6% con picchi di oltre il 30% nelle specializzazioni umanistiche.
La trappola del divano
Il minimo comun denominatore delle tribù di cui abbiamo parlato è una sorta di resilienza all’apatia, il tentativo di uscire dalla trappola del divano.
Ma nel grande contenitore della disuguaglianza giovanile c’è un girone ancor più svantaggiato. È quello dei Neet endogeni, come li chiamano gli psicologi del lavoro, giovani che non si integrano a prescindere dalle condizioni esterne del mercato del lavoro.
Non si sentono adeguati ai ritmi della vita contemporanea, hanno la tendenza ad auto-isolarsi e non emanciparsi dalla famiglia, sono demotivati sul futuro.
È lo zoccolo duro dell’apartheid generazionale e le catene che li hanno bloccati rimandano quasi sempre all’eredità negativa del contesto familiare: una storia di immigrazione, un basso livello di scolarizzazione, vivere in territori marginali, genitori disoccupati o anche solo divorziati.
Nel mondo che esalta l’innovazione, che registra il trionfo del digitale, che si prepara a governare l’intelligenza artificiale loro rappresentano la più desolata e mal illuminata delle periferie.
(da “la Stampa”)
argomento: Lavoro | Commenta »