Destra di Popolo.net

M5S, CONTINUA LA GUERRA. E LA MORGANTE E’ SUL PUNTO DI MOLLARE

Luglio 8th, 2016 Riccardo Fucile

LA MAGISTRATA DOVREBBE ESSERE NOMINATA CAPO DI GABINETTO, MA LA RAGGI NON SI FIDEREBBE DI LEI

Il rinvio della nomina di Daniela Morgante come capo di gabinetto di Virginia Raggi in Campidoglio rischia di scatenare una nuova guerra interna ai 5 Stelle.
La magistrata della Corte dei conti,   già  assessore al Bilancio nella giunta Marino, sarebbe molto infastidita per la brusca frenata impressa dalla neosindaca.
Irritata soprattutto per il velenoso gossip che rischia di ledere la sua immagine, personale e professionale.
E percià³ decisa, se la questione non verrà  risolta entro stasera, a sbattere la porta in faccia al Movimento.
Una questione che sta molto agitando la base e pure i consiglieri grillini,   spaventati da un nuovo scontro fratricida che – dopo il complicato varo della squadra capitolina – si sperava superato.
Il fatto è che la nomina di Morgante era frutto di un accordo che la Raggi aveva stretto con il minidirettorio.
La sindaca si era insomma impegnata, travolta dalle polemiche per il pasticcio sulla designazione di Daniele Frongia e Raffaele Marra alla guida del suo gabinetto, a sostituirli con la giudice contabile.
Revocando subito il dirigente alemanniano e dirottando il braccio destro in giunta. Ottenuta la nomina di Frongia a vicesindaco, però, pare essersi rimangiata la parola data alla e sulla Morgante. Di cui l’avvocata pentastellata si fida poco.
E non solo perchè considerata troppo vicina ai suoi storici avversari: la deputata Roberta Lombardi e il presidente dell’assemblea capitolina Marcello De Vito.
Quel che si dice in queste ore, infatti, è che i poteri forti della città  siano in grande movimento e che abbiano già  creato più di una breccia nel Raggio magico che governa Roma.
Poteri che vedono la Morgante come il fumo negli occhi, l’assessora che ai tempi di Marino era ritenuta ostile al sistema di Mafia Capitale   (lo dicono le intercettazioni) e aveva pure bloccato i finanziamenti extra richiesti al Comune dal consorzio di costruttori della metro C.
D’altro canto la Raggi teme che inserire in uno snodo così nevralgico una persona che non è di sua assoluta fiducia, possa costituire un problema.
Un’altra mina pericolosa per la squadra pentastellati. Da disinnescare in fretta.

(da “La Repubblica”)

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ALT AL WI-FI, I PROFUGHI SI COLLEGANO: I SINDACI DI UDINE E PORDENONE CENSURANO L’ETERE

Luglio 8th, 2016 Riccardo Fucile

E A PORDENONE I VIGILI SEQUESTRANO PURE LE COPERTE AI BARBONI PER “RAGIONI DI SICUREZZA”

Niente wi fi gratuita a Pordenone per motivi di ordine pubblico e wif fi a «basso volume» a Udine.
Le due principali città  friulane adottano due provvedimenti che dovrebbero impedire a gruppi di migranti di comunicare con i paesi d’origine.
Il primo ad annunciare la singolare iniziativa è stato Alessandro Ciriani, da due settimane sindaco di centrodestra della cittadina friulana che vuole fare del contrasto ai clandestini e del «decoro» urbano uno dei punti cardine della sua azione amministrativa.
Il provvedimento è stato imitato dal primo cittadino di Udine Furio Honsell, che è invece di centrosinistra, con la medesima motivazione; a Udine il segnale non verrà  annullato completamente ma calerà  di intensità  per fare in modo che solo pochi utenti per volta possano rimanere collegati.
Segnale spostato in periferia
A Pordenone la decisione è stata annunciata dal sindaco Ciriani: l’intenzione è quella di oscurare la wi fi in centro e piazzare invece un’antenna in località  più periferiche in modo da ridurre l’affollamento degli utenti sulle strade, nelle piazze, nelle zone verdi
La decisione “scaturisce anche da una serie di segnalazioni giunte da abitanti del centro di Pordenone, allarmati dalla presenza di gruppi di immigrati muniti di smartphone”.
Non si sa se ridere o piangere.
Via anche i bivacchi dei clochard
Pattuglie dei vigili urbani hanno ad esempio perlustrato i luoghi dove di solito dormono senzatetto e migranti facendo portare via sacchi a pelo e coperte
Anche in questo caso la mossa del sindaco «sceriffo» ha provocato la reazione di molte associazioni e volontari che assistono i clochard, che hanno già  formalmente protestato con il prefetto di Pordenone .
Nel corso del «repulisti», infatti, sarebbero stati portati via anche effetti personali appartenenti ai migranti.
Qualcuno potrebbe avvisare il sindaco che è compito sui assicurare un rifugio ai senzatetto?
Modulare il segnale
A Udine il segnale non verrà  spento ma «rimodulato», secondo quanto annunciato dall’amministrazione. Da qui la decisione di abbassare l’intensità  del segnale per non creare una sorta di «tappo» perchè troppi profughi attorno agli hotspot del centro “danneggiano i residenti” .
Qualcuno spieghi al sindaco che basterebbe potenziare la rete di ripetitori: basterebbe il posizionamento di una antenna all’interno di una ex caserma.

(da “il Corriere dela Sera“)

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A ROMA NON ABBIAMO UN SINDACO, MA UN ALBUM DI FAMIGLIA

Luglio 8th, 2016 Riccardo Fucile

PIU’ CHE L’INSEDIAMENTO DI UN PRIMO CITTADINO SEMBRAVA LA GIORNATA DELLA LAUREA… VA BENE LO STORYTELLING, MA QUI SI ESAGERA

E il piccolo Matteo sul suo scranno durante la votazione in assemblea capitolina, che stringe la mano al neo presidente De Vito, poi gioca con lo schermo touch della postazione.
Carino, fa molto primo sindaco donna e madre, ci sta.
E il padre e la madre emozionati in aula. “Quanto sono felice? in una scala da 1 a 100, direi 101”, dichiara il padre.
Carini, fa molto sindaco figlia, ci sta.
E il marito, quello della lettera nel giorno della vittoria. “Una giornata speciale per tutti. Se sono emozionato? Certo. Che cosa ha detto Virginia dopo la lettera aperta che le ho indirizzato all’indomani della vittoria? Ci siamo visti, abbracciati, era contenta, ma la lettera non è importante”.
Eppoi: “Se aiuterò Raggi? Ci mancherebbe, sono un attivista da tanto tempo”. Opportuno, fa molto sindaco moglie, ci sta.
E i colleghi dello studio Sammarco, quello che difese Previti, dove la Raggi fece pratica, e che creò qualche problemino, ma neanche tanto grande, alla cavalcata trionfale di Virginia. “Come era in studio? Era bravissima… Sono molto contento per Virginia, sono sicuro che farà  molto bene”, dice Sammarco.
Un po’ al limite, fa un po’ parenti lontani che tornano al momento meno opportuno, forse meglio evitare.
E i parlamentari Alessandro Di Battista, Carla Ruocco e Paola Taverna, non proprio il minidirettorio a 5 stelle che dovrebbe coordinarsi con il primo sindaco donna della capitale, ma una rappresentanza di peso.
Istituzionale, ombrello politico, ci sta.
Infine Casaleggio-Grillo, con il blog, dove oltre alla diretta streaming della prima riunione del consiglio comunale, è stata pubblicata anche la lista della giunta con un breve curriculum di tutti i 9 assessori.
“Nessuno di loro è un politico – si legge sul blog – ma sono tutti cittadini che hanno deciso di mettere la loro competenza al servizio di questa bellissima città  e di noi tutti”. Sguardo che arriva dall’alto, patriarcale, anzi, visto che siamo a Roma, da generoni.
Garanzia di ultima istanza. Ci sta.
Insomma, una pletora di figure intorno alla tosta Virginia.
Va bene lo storytelling, la costruzione del personaggio, la persona prima della politica, ma qui un po’ si esagera.
Più che un insediamento di un primo cittadino, sembra la giornata della laurea.
Nuovo stile? Vincente? Umano? Vedremo, ma per ora, più che un sindaco, di cui giudicheremo gli atti, a Roma abbiamo un mega album di famiglia.

(da “Huffingtonpost”)

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COSI’ LE CORRENTI GRILLINE SI SONO SPARTITE IL POTERE

Luglio 8th, 2016 Riccardo Fucile

ULTIMO BRACCIO DI FERRO SULLA MORGANTE: IL TANDEM LOMBARDI-DE VITO LA VUOLE CAPO DI GABINETTO, LA RAGGI FRENA, LA TAVERNA VUOLE MURARO, DI BATTISTA INDICA BERDINI

Segna ancora mare in tempesta l’ondometro a bordo della corazzata a 5 stelle che ha espugnato il Campidoglio
Nonostante il varo della squadra, il gorgo di correnti che – ancor prima di salpare – ha rischiato di risucchiare Virginia Raggi, è tuttora in piena attività .
E cela un nuovo, insidiosissimo scoglio: la nomina del capo di gabinetto a Palazzo Senatorio.
Incarico in principio affidato alla strana coppia Frongia-Marra – fedelissimo il primo, alemanniano il secondo – poi affondato dalle polemiche e dal niet di Grillo. Una poltrona che, in base al Manuale Cencelli applicato per comporre la giunta romana, decisa da un mini-direttorio, è stata promessa a Daniela Morgante: viceprocuratore della Corte dei Conti e già  assessore al Bilancio nel primo Marino.
È su di lei che si sta consumando l’ultimo scontro interno al Movimento.
Che vede la neosindaca contrapposta al tandem Lombardi- De Vito. Non si fida, la Raggi. Considera la giudice contabile una serpe in seno, la donna che potrebbe controllarla per conto degli storici avversari.
Perciò ha deciso di rinviare la nomina, affidando l’interim a una dirigente comunale. Un modo, anche, per lanciare un messaggio, tentare quello scarto di autonomia che finora le è sempre mancato.
Ostaggio di un gruppetto di parlamentari che le hanno legato le mani, costringendola ad accettare in giunta e nello staff innesti non sempre graditi.
Al punto da indurre Luigi Di Maio a scendere di nuovo in campo per sminare il terreno: «Questa squadra segna un passaggio fondamentale per il Movimento», ha avvertito ieri il candidato premier in pectore, consapevole che dal successo della Raggi dipende molto del suo futuro politico: «Per noi ci sono quelli che hanno distrutto il Paese e quelli che hanno provato a migliorarlo. Questi ultimi si facciano avanti e lavorino con noi perchè non abbiamo pregiudizi».
Se c’è qualcuno che fin dall’inizio ha tentato di fermare la marcia trionfale di Virginia su Roma, senza arrendersi neppure davanti all’evidenza, quella è Roberta Lombardi. L’influente deputata che ha praticamente fondato i 5 stelle nella capitale, è legata politicamente a Marcello De Vito: candidato sindaco nel 2013 contro Ignazio Marino e poi in corsa alle Comunarie di febbraio, dalle quali è uscito però sconfitto per mano della Raggi.
Una batosta che i due non hanno mai digerito. Condita da un’antipatia del tutto ricambiata.
La neosindaca s’è infatti rifiutata di nominare De Vito suo vice in giunta, nonostante la mediazione proposta da Alessandro Di Battista.
Lui si è dovuto accontentare della guida dell’Aula Giulio Cesare. Mentre Lombardi, membro del mini- direttorio, si è vendicata mettendo il veto su vari assessori suggeriti dalla prima cittadina.
È lui il vero stratega della giunta Raggi. Quello che più si è speso per placare la guerra fra correnti.
Prima ha piazzato alle Politiche sociali Laura Baldassare, fedelissima di Vincenzo Spadafora, l’ex garante dell’Infanzia che alla Camera è suo responsabile delle Relazioni Istituzionali.
Poi ha convinto il dirigente Consob Marcello Minenna ad accettare l’assessorato a Bilancio e Partecipate.
Un nome amato pure dalla Lombardi e da altri parlamentari grillini, con il quale il super-tecnico ha collaborato, su input di Milena Gabanelli.
Anche Paola Taverna, senatrice e membro del mini-direttorio, ha voluto metterci lo zampino.
È sua l’idea, il cui copiright appartiene però al compagno Stefano Vignaroli, anche lui parlamentare, di chiamare all’Ambiente Paola Muraro.
Come sua è l’indicazione di Luca Bergamo alla Cultura, dopo una telefonata ricevuta da un eurodeputato M5S, che lo aveva conosciuto a Bruxelles.
È stato il primo a credere nelle capacità  di Virginia Raggi. Il primo a sostenerla, per poi defilarsi, forse spaventato dalla guerra fra correnti.
Di certo Paolo Berdini, designato all’Urbanistica, è roba sua: da storico collaboratore del gruppo 5 stelle alla Camera, l’ingegnere nemico dei palazzinari ha stretto un rapporto molto solido con Dibba.
E poi col vicesindaco Daniele Frongia, cui ha fatto da consulente nella stesura del suo libro “E io pago”.
C’è pure un rappresentate di Casaleggio nel governo romano: Adriano Meloni, fino al 2008 ad di Expedia, azienda leader nel settore dei viaggi online, che fino al 2009 ha prodotto alcune edizioni del rapporto annuale sull’ecommerce e lo stato della rete assieme proprio alla società  fondata da Gianroberto.
Stimato molto da Casaleggio senior, è molto amico di Davide, che lo ha voluto in giunta.

Giovanna Vitale
(da “la Repubblica“)

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GLI STRANIERI NON TOLGONO LAVORO AGLI ITALIANI: LA CONFERMA DAI DATI REALI

Luglio 8th, 2016 Riccardo Fucile

STEREOTIPI SMENTITI: LASCIANO ALL’INPS 8 MILIARDI L’ANNO DI CONTRIBUTI NETTI PER RICEVERNE 3…   300 MILIONI DI CONTRIBUTI CHE NON VERRANNO MAI RESTITUITI… E NEI SETTORI DOVE CALANO GLI OCCUPATI ITALIANI NON AUMENTANO QUELLI STRANIERI

Quando ci sono periodi di crisi, la paura aumenta.
Cresce tra i settori più vulnerabili, tra quelli che si sentono più in pericolo. Paura di perdere il lavoro, timore di non ritrovarlo dopo averlo perso.
E’ proprio in questi momenti critici, la storia ce lo ha dimostrato, ahimè, che la paura del diverso si accentua ed è facile cadere nell’ottica della ricerca del capro espiatorio. Ricerche condotte nel Regno Unito mostrano quanto ciò abbia influito anche sulla vittoria di Brexit.
La propaganda di diverse formazioni politiche si è particolarmente soffermata su questi aspetti, gli immigrati sono un carico in più per il nostro welfare, ci rubano il lavoro.
Ma è proprio così nel nostro Paese? Alcuni dati forniti dall’Inps e altri dall’Istat possono aiutarci a capire.
Tito Boeri, presidente dell’Inps, presentando alla Camera l’interessante rapporto annuale ieri ha sottolineato che gli immigrati in termini di contributi sociali versano di più di quanto ricevono in pensioni.
Infatti, versano 8 miliardi di contributi sociali in un anno e ne ricevono 3 se si considerano sia pensioni sia altre prestazioni sociali.
Danno cioè al nostro Paese 5 miliardi di contributi netti.
Certamente questa è una fotografia del presente, quando ancora gli immigrati che percepiscono la pensione sono pochi; un domani sarà  diverso, quando ci saranno più pensionati tra gli immigrati.
Ma la storia migratoria a livello internazionale ci insegna che in molti casi i contributi previdenziali degli immigrati non si traducono poi in pensioni, perchè una parte di essi si spostano di Paese, oppure tornano nel loro, e spesso non arrivano a percepire una pensione nel Paese in cui hanno versato anni di contributi.
«Abbiamo calcolato che sin qui gli immigrati ci abbiano “regalato” circa un punto di Pil di contributi sociali a fronte dei quali non sono state loro erogate delle pensioni. E ogni anno questi contributi a fondo perduto degli immigrati valgono circa 300 milioni di euro» dice Tito Boeri.
Altri dati di fonte Istat smentiscono un altro stereotipo.
Non è vero che gli immigrati rubano il lavoro agli italiani. Laddove calano gli occupati italiani non aumentano i lavoratori stranieri.
Per esempio, gli occupati italiani nel corso della crisi sono diminuiti nell’industria, commercio, pubblica amministrazione, istruzione e sanità .
Gli occupati stranieri sono aumentati nei servizi alle famiglie e negli alberghi e ristorazione, cioè in settori totalmente diversi.
In agricoltura calano gli italiani e aumentano gli stranieri, ma i primi calano tra i lavoratori autonomi e i secondi crescono tra i braccianti.
Il che significa che il nostro mercato del lavoro continua a mantenere un carattere duale, con una forte e netta separazione tra professioni italiane e straniere.
In sintesi, non sono quindi gli immigrati la causa della perdita di occupazione degli italiani o della loro difficoltà  a trovare lavoro.
Tutto ciò non significa che ogni cosa vada bene. Ci sono problemi di degrado in zone ad alta concentrazione di immigrati, ci sono problemi di crescita di criminalità  che vanno affrontati e risolti nell’ottica dell’integrazione.
Ma se smettessimo di crearci fantasmi e affrontassimo le cause reali della disoccupazione che risiedono nella crisi economica e nella rivoluzione che sta attraversando la società  globalizzata, faremmo già  un bel passo in avanti.
Così come ne faremmo un altro se riuscissimo a creare un modello virtuoso di integrazione dei migranti, valorizzando anche le esperienze meravigliose di solidarietà  che esistono nel nostro Paese.
Volenti o no le migrazioni saranno un fenomeno rilevante dei nostri tempi.
I nostri nipoti ci ricorderanno con riconoscenza se troveranno persone di origine diverse come pari e amici, colleghi e compagni di lavoro, piuttosto che nemici astiosi e rancorosi rinchiusi in ghetti.
Non mi posso dimenticare la bellissima immagine che l’indagine dell’Istat dava, richiamata dal Presidente della Repubblica nel discorso di fine anno: la maggioranza dei bambini stranieri in Italia ha come migliore amico un bambino italiano.

Linda Laura Sabbadini
(da “La Stampa“)

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MIGRANTI, NESSUNA INVASIONE, SONO SEMPRE L’8% DELLA POPOLAZIONE

Luglio 8th, 2016 Riccardo Fucile

SONO STABILI A 5 MILIONI E IN CALO NEL NORD-EST, IN UMBRIA E NELLE MARCHE

Rimane stabile il numero dei migrati residenti in Italia, che nel 2015 sono aumentati di 11 mila unità  passando dai 5.014.437 di inizio anno ai 5.026.153 del 31 dicembre.
Crescita misurata anche nel 2014: nell’arco dei 12 mesi la popolazione non italiana è aumentata solo dell’1,9%.
A dirlo è la Caritas che ha presentato l’annuale Rapporto sull’immigrazione nel nostro paese, quest’anno intitolato «La cultura dell’incontro».
Eppure, hanno spiegato Caritas e Fondazione Migrantes, il rischio è che il fenomeno migratorio venga raccontato sulla base della «percezione» e non della realtà .
Il nostro Paese — ha detto monsignor Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes — sta «perdendo attrazione».
E mentre si registrano «i primi cali di presenze straniere nel Nord Est, nelle Marche e in Umbria», «si continua a parlare di ‘invasione inarrestabile’ in riferimento a 130 mila richiedenti asilo e rifugiati accolti nelle diverse città  e regioni: falsificazioni che impediscono un’adeguata politica dell’immigrazione».
L’assenza di vie regolari per l’ingresso in Italia — hanno inoltre sottolineato gli autori del Rapporto — ha di fatto congelato il nostro Paese su numeri che vedono un’incidenza degli stranieri sulla popolazione totale di poco superiore all’8%».

(da agenzie)

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CONGO, ITALIANI LADRI DI BAMBINI

Luglio 8th, 2016 Riccardo Fucile

MINORI SOTTRATTI AI GENITORI PER DARLI A FAMIGLIE ITALIANE: IL LATO OSCURO DELLE ADOZIONI INTERNAZIONALI

Una rete di trafficanti insospettabili ha cercato di far entrare in Italia bambini sottratti ai loro genitori in Congo.
I casi dimostrati sono almeno cinque: le loro sentenze di adozione li dichiarano orfani, ma hanno famiglie che li reclamano.
L’indagine avviata dalla Commissione per le adozioni internazionali (Cai), cioè l’autorità  di controllo della Presidenza del Consiglio su enti e procedure di adozione, ha un seguito ancor più sconvolgente.
L’organizzazione in Africa ha potuto operare grazie alle presunte coperture e alle omissioni dei vertici dell’associazione “Aibi — Amici dei bambini” di San Giuliano Milanese.
Secondo le segnalazioni raccolte, i responsabili di Aibi non hanno denunciato quanto sapevano, hanno fornito informazioni non corrispondenti al vero. E, attraverso i loro assistenti locali, avrebbero addirittura ostacolato la partenza per l’Italia di decine di bimbi, mettendo così a rischio il trasferimento di tutti i centocinquantuno minori già  adottati in Congo da famiglie italiane
L’inchiesta di copertina “Ladri di bambini”, su “l’Espresso” è stata realizzata grazie a una fonte interna ad Aibi, a contatti diretti con la capitale Kinshasa e a un lavoro di ricerca sui documenti dell’associazione cominciato nel dicembre 2012.
Ne esce un racconto agghiacciante come la trama di un film horror.
Nel tentativo di fermare l’indagine della Cai, diciotto bambini tra i 3 e i 13 anni, già  adottati da genitori italiani e quindi con cognome italiano, vengono tenuti in ostaggio per un anno e mezzo, fino al 29 maggio scorso, in due orfanotrofi a Goma nella regione più pericolosa nell’Est del Paese africano.
Una bambina, Amini, 9 anni, figlia adottiva di una coppia di Cosenza, scompare nel nulla.
Altri piccoli sono vittime dell’attacco di un commando che tenta di rapirli e vengono portati al sicuro soltanto dopo lunghe trattative.
Un affidatario congolese che su richiesta della Commissione adozioni della Presidenza del Consiglio e su mandato dell’autorità  giudiziaria locale ha messo in salvo quei bambini, come ritorsione viene arrestato su ordine del presidente del Tribunale dei minori di Goma: lo stesso giudice che Aibi, nelle comunicazioni interne, indica come proprio partner.
Durante la detenzione l’affidatario subisce torture: lo immergono in una buca con gli escrementi della prigione, lo picchiano e gli ustionano i genitali.
Altri due incaricati della Cai nelle delicate trattative, due consulenti giuridici, vengono arrestati e a loro volta minacciati di torture per essersi interessati al rilascio dei bambini.
Una suora, anche lei impegnata nei contatti per la liberazione dei piccoli ostaggi, è accusata dallo stesso giudice-partner di Aibi di traffico di minori. Accuse false, ovviamente.
Il presidente-padrone di Aibi, Marco Griffini, 69 anni, un ex sondaggista di mercato e fervente cattolico, dal mese di giugno 2014 quando probabilmente intuisce di essere sotto indagine, comincia la sua guerra personale contro la presidente della Commissione per le adozioni internazionali, il magistrato di lungo corso Silvia Della Monica.
Per due anni Griffini insulta il suo operato e spinge alcuni genitori adottivi a protestare davanti a Palazzo Chigi, inducendo così numerosi parlamentari a presentare interrogazioni al governo per chiedere che la scomoda presidente della Cai sia rimossa.
Tra i più attivi, i senatori Carlo Giovanardi e Aldo Di Biagio, sicuramente all’oscuro dei pesanti retroscena.
Il risultato più stupefacente è che Griffini ha (apparentemente) vinto la sua guerra. Giovedì 9 giugno, proprio quando gli ultimi diciotto bambini tenuti in ostaggio stanno finalmente partendo dalla capitale Kinshasa per l’Italia, una manina con una coincidenza fin troppo sospetta fa firmare al premier Matteo Renzi il decreto di revoca delle deleghe di presidente al magistrato Della Monica, confermata solo come vicepresidente della Cai.
Un missile che, appena qualche ora prima, avrebbe abbattuto tutta l’operazione di salvataggio: se fossero ancora a terra in Congo, i piccoli dovrebbero aspettare altre settimane perchè la nuova presidente, il ministro Maria Elena Boschi, ricominci daccapo la trafila burocratica delle autorizzazioni.
Un tempismo spietato contro il magistrato che sta ancora indagando e che, grazie a due anni di lavoro paziente e riservato, è riuscita a far liberare tutti i bambini tenuti in ostaggio.

Fabrizio Gatti
(da “L’Espresso”)

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ECOMAFIE: CAMPANIA PRIMA PER REATI, MA PIU’ CORRUZIONE IN LOMBARDIA

Luglio 8th, 2016 Riccardo Fucile

ECOMAFIE, IL DOSSIER DI LEGAMBIENTE: SCENDONO I GUADAGNI DEI CLAN

A più di un anno dall’entrata in vigore della legge sugli ecoreati, il rapporto “Ecomafia 2016, le storie e i numeri della criminalità  ambientale in Italia” è quello della ‘scossa elettrica’.
Così lo ha definito il direttore generale di Legambiente Stefano Ciafano, presentando in Senato i dati raccolti dall’Osservatorio nazionale ambiente e legalità  dell’associazione, grazie al contributo delle forze dell’ordine e raccolti nel volume edito da Edizioni Ambiente con il sostegno di Cobat.
Il primo dato è che il fatturato delle ecomafie è sceso di quasi 3 miliardi di euro, assestandosi sui 19,1 miliardi.
I reati ambientali sono in leggera flessione e crescono gli arresti, “primi segnali di una inversione di tendenza dopo l’introduzione dei delitti contro l’ambiente nel Codice penale”.
Nel 2015 sono stati accertati 27.745 reati ambientali (più di 76 al giorno), arrestate 188 persone, 24.623 quelle denunciate. Più di 7mila i sequestri.
Si tratta di un fenomeno nazionale, ma spiccano i numeri negativi che riguardano le quattro regioni con una presenza tradizionalmente radicata della criminalità  organizzata: Campania, Puglia, Sicilia e Calabria.
E se la Campania è maglia nera per numero di reati, sul fronte della corruzione legata a illeciti ambientali (302 inchieste in 5 anni in Italia, con 2.666 arresti) al primo posto per più alto numero di indagini c’è la Lombardia, seguita da Campania, Lazio, Sicilia e Calabria.
“La prevenzione è la moneta buona che scaccia quella cattiva — ha dichiarato Rossella Muroni, presidente nazionale di Legambiente — è necessario creare lavoro, filoni di sviluppo economico e produttivo nei territori più a rischio, sostenere le centinaia e centinaia di cooperative e di imprese, che anche nel sud stanno cercando di invertire la rotta, puntando su qualità  ambientale e legalità ”.
LA PRESENZA DEI CLAN
Nei primi otto mesi dall’entrata in vigore della legge sono stati contestati 947 ecoreati, con 1.185 denunce dalle forze dell’ordine e dalle Capitanerie di porto e il sequestro di 229 beni per un valore di 24 milioni di euro.
Sono 118 i casi di inquinamento e 30 le contestazioni del nuovo delitto di disastro ambientale.
Nonostante il calo complessivo dei reati, ne cresce l’incidenza in Calabria, Campania, Puglia e Sicilia.
Se ne sono contati 13.388, il 48,3% sul totale nazionale, mentre nel 2014 l’incidenza era del 44,6%.
E soprattutto in queste aree che si registrano anche ritorsioni da parte della criminalità  organizzata ai danni degli amministratori che si impegnano contro i reati ambientali. L’Osservatorio nazionale ambiente e legalità  di Legambiente ha censito in Italia dal 1994 ad oggi 326 clan, con un volume di affari pari a 19,1 miliardi di euro solo del 2015 con un calo di quasi 3 miliardi rispetto all’anno precedente (22 miliardi) “dovuto principalmente — spiega Legambiente — alla netta contrazione degli investimenti a rischio nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa, che hanno visto nell’ultimo anno prosciugare la spesa per opere pubbliche e per la gestione dei rifiuti urbani sotto la soglia dei 7 miliardi, a fronte dei 13 dell’anno precedente”.
LA CAMPANIA TORNA MAGLIA NERA
Mentre l’anno scorso il rapporto metteva in evidenza il calo dei reati in Campania e un aumento degli illeciti in Puglia (maglia nera con il 15,4% dei reati accertati in Italia), nel 2015 la Campania (con 4.277 reati, più del 15% sul dato complessivo nazionale), è la regione con il maggior numero di illeciti ambientali seguita da Sicilia (4.001), Calabria (2.673), Puglia (2.437) e Lazio (2.431).
“L’anno scorso — ha commentato Ciafano — si sono visti i risultati di una forte azione di contrasto e di controlli serrati della terra dei fuochi, mentre quest’anno anche la classifica delle province italiane rispecchia la nuova situazione, con Napoli e Salerno ai primi posti tra quelle con il maggior numero di reati, seguiti da Roma”.
Anche su base provinciale i dati confermano il primato non lusinghiero della Campania: le province di Napoli e Salerno sono tra le due più colpite, rispettivamente con 1.579 e 1.303 reati, seguite da Roma (1.161), Catania (1.027) e Sassari (861).
GRASSO: RAFFORZARE GLI INTERVENTI CONTRO LA CORRUZIONE   L’altra faccia delle ecomafie è rappresentata dalla corruzione, fenomeno sempre più dilagante.
Dal 1 gennaio 2010 al 31 maggio 2016 Legambiente ha contato 302 inchieste sulla corruzione in materia ambientale, con 2.666 persone arrestate e 2.776 denunciate. La Lombardia è la regione con il numero più alto di indagini (40), seguita da Campania (39), Lazio (38), Sicilia (32) e Calabria (27).
Al riguardo, secondo il presidente del Senato Piero Grasso, per completare il quadro della difesa penale è necessario rafforzare anche gli interventi contro la corruzione “uno dei peggiori nemici dell’ambiente — ha sottolineato — a causa di quelle collusioni nelle pubbliche amministrazioni e negli enti di controllo che fanno prevalere gli interessi privati delle imprese e dei corrotti su quelli generali”.
Per Grasso “è sulla politica che grava la principale responsabilità ”.
IL CICLO DEL CEMENTO
Per quanto riguarda il ciclo del cemento, in Italia sono stati accertati 4926 reati, 13 al giorno.
Le infrazioni sono in calo, ma il fenomeno non si ferma neppure davanti alla crisi del settore edilizio. Nel 2015 sono stati costruiti 18mila immobili abusivi: in Campania si registra il 18% degli illeciti.
Seguono la Calabria (12%), il Lazio e la Sicilia (entrambe al 10%). Emblematico quanto è accaduto nell’isola, dove il sindaco di Licata Angelo Cambiano ha avviato le demolizioni di alcune ville abusive a Torre di Gaffe (Agrigento).
Nei mesi scorsi, nel corso della trasmissione ‘L’Arena’ ha confermato il pugno di ferro e, il giorno dopo, per tutta risposta, qualcuno ha appiccato il fuoco nella sua casa di campagna. Esperienze positive, invece, nella lotta all’abusivismo edilizio si registrano in provincia di Lecce.
DAL TRAFFICO DEI RIFIUTI ALL’AGROALIMENTARE
Per quanto riguarda il traffico illecito dei rifiuti, al 31 maggio 2016 le inchieste sono 314, con 1.602 arresti, 7.437 denunce e 871 aziende coinvolte in tutte le regioni d’Italia, a cui sia aggiungono 35 Stati esteri, per un totale di oltre 47,5 milioni di tonnellate di rifiuti finiti sotto i sigilli.
Solo nelle ultime 12 inchieste di quest’ultimo anno e mezzo (gennaio 2015-maggio 2016) le tonnellate sequestrate sono state 3,5 milioni, più o meno l’equivalente di 141mila tir.
Legambiente sottolinea i rischi degli illeciti legati alla filiera dell’agroalimentare: nel corso del 2015 sono stati accertati 20.706 reati e 4.214 sequestri.
“Il valore complessivo dei sequestri effettuati — rileva il rapporto — ammonta a più di 586 milioni di euro. Tra le tipologie specifiche di crimini agroalimentari la contraffazione è tra le più diffuse e colpisce principalmente i prodotti a marchio protetto, come l’olio extravergine di oliva, il vino, il parmigiano reggiano e così via. In espansione il fenomeno del caporalato: sono circa 80 i distretti agricoli, indistintamente da Nord a Sud, nel quale sono stati registrati fenomeni di caporalato.
Le Ecomafie, inoltre, continuano i loro affari anche nel racket degli animali con 8.358 reati commessi nel 2015.
A rischio anche i beni culturali: lo scorso anno ne sono stati recuperati o sequestrati dalle forze dell’ordine per un valore che supera abbondantemente i 3,3 miliardi.
Un valore 6 volte superiore a quello registrato nell’anno precedente, quando si era “fermato” intorno ai 530 milioni.
Per quanto riguarda i roghi, hanno mandato in fumo più di 37mila ettari e più del 56% si è concentrato nelle quattro regioni a tradizionale insediamento mafioso.
Alla Campania va un’altra maglia nera per il numero più alto di infrazioni, 894 (quasi il 20% sul totale nazionale), seguita da Calabria (692), Puglia (502), Sicilia (462) e Lazio (440).

Luisiana Gaita
(da “il Fatto Quotidiano”)

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PER L’ECONOMIST SIAMO LA PROSSIMA CRISI EUROPEA

Luglio 8th, 2016 Riccardo Fucile

“DALLE BANCHE ITALIANE LA PROSSIMA CRISI IN EUROPA… CE’ UNA VIA D’USCITA: SOLDI PUBBLICI COME VUOLE RENZI

L’immagine di copertina è tutto fuorchè incoraggiante: un pullman dipinto con i colori della bandiera italiana, in bilico su un burrone e con una inequivocabile scritta sulla fiancata: “Banca”.
Nel suo ultimo numero, l’Economist mette in guardia sulla fragilità  del nostro sistema bancario definendolo “traballante” e possibile causa della “prossima crisi europea”.
Ma se da lato il settimanale economico definisce il nostro Paese “la quarta maggiore economia e una delle più deboli”, mettendo in evidenza tra i rischi principali proprio la montagna di sofferenze bancarie che riempiono i bilanci delle banche e che sono all’origine delle turbolenze che hanno colpito alcuni istituti, Monte dei Paschi in testa, dall’altra – un po’ sorprendentemente – il giornale delinea come possibile soluzione proprio la via che il governo italiano sta cercando di battere a Bruxelles, scontrandosi però con il veto – per via indiretta – della Germania.
Quella di un intervento pubblico nel capitale delle banche in difficoltà , sospendendo però le nuove regole sui salvataggi bancari – il cosiddetto bail in – che prevedono che a pagare il conto siano anche azionisti, obbligazionisti e in ultimi istanza anche correntisti sopra i 100 mila euro.
“Le pressioni del mercato sulle banche italiane non diminuiranno finchè la fiducia non verrà  ristabilita e ciò non succederà  senza fondi pubblici.
Se le regole sul bail-in verranno applicate con rigidità  in Italia, le proteste dei risparmiatori mineranno la fiducia e apriranno le porte del potere ai movimento Cinque Stelle”, scrive l’Economist.
L’argomentazione del settimanale economico è questa.
Il combinato disposto delle ferree regole di bilancio e le nuove norme sui salvataggi bancari arrivate – si sottolinea – “dopo che altri Paesi avevano salvato con soldi pubblici le banche” rischia di alimentare l’idea “che l’Italia ottenga scarsi benefici dalla supposta condivisione dei rischi all’interno dell’Eurozona, ma sia allo stesso danneggiata dai molti vincoli che deve rispettare”.
Il pericolo più grande è alle porte: “Se gli italiani dovessero perdere fiducia nell’euro, la moneta unica non sopravvivrebbe”.
Per questo, continua l’Economist, “non c’è motivo di rispettare alla lettera le regole. se questo dovesse mettere a rischio la moneta unica”. Quindi “la risposta giusta è autorizzare il governo italiano a finanziare i meccanismi di difesa delle sue banche vulnerabili con capitali pubblici che siano sufficienti per placare i timori di una crisi sistemica”.
L’Italia, continua il giornale, “ha comunque bisogno urgentemente di fare piazza pulita nel settore bancario. Con i capitali che fuggono e un fondo di salvataggio finanziato dalle banche stesse già  ampiamente esaurito, ciò necessiterà  una iniezione di denaro pubblico”, cosa appunto proibita dalle nuove regole dell’Eurozona.
L’Economist giudica “buone” le nuove regole sul bail-in, ma ricorda la particolarità  del caso italiano, dove oltre 200 miliardi di titoli bancari sono in mano a piccoli investitori, non ad investitori istituzionali che conoscono i rischi, come nella maggior parte dei Paesi europei.
“Obbligare gli italiani comuni ad accollarsi di nuovo le perdite danneggerebbe pesantemente il premier Matteo Renzi, facendo svanire la sua speranza di vincere il referendum sulle riforme costituzionali in autunno. Renzi vuole che le regole siano applicate con flessibilità “, conclude il settimanale.
Per questo, la ricetta dell’Economist è chiara: “per dare alle norme sul bail in una opportunità  maggiore di essere messe in atto in futuro, doverebbero essere cambiate escludendo gli investitori privati che detengono questi titoli” dai soggetti coinvolti nel salvataggio.

(da “Huffingtonpost“)

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