Luglio 7th, 2016 Riccardo Fucile
NON SI PUO’ SOSTITUIRE UNA CLASSE DIRIGENTE CORROTTA CON FIDANZATE, FIGLI E CONGIUNTI, OCCORRE COMPETENZA E QUALITA’
Nelle ricostruzioni delle mappe del potere grillino successive alle amministrative prevale l’elemento familiare.
Lunghissimo e sorprendente risulta l’elenco di consiglieri, assessori, presidenti di circoscrizione e presunti loro collaboratori che hanno fra di loro vincoli di parentela, senza dire dei rapporti coniugali o equipollenti.
Succede nelle migliori famiglie politiche, si sa.
E spesso sono gli stessi esponenti del Movimento 5 Stelle a stigmatizzare (giustamente, aggiungiamo) la commistione fra relazioni parentali e amministrative, come nel recente caso del figlio del governatore della Campania, Vincenzo De Luca, quando si è profilato il suo approdo alla giunta comunale salernitana con un importante incarico.
A maggior ragione, quindi, la straordinaria rete di relazioni familiari in quella che ormai è una vera e propria nomenclatura grillina non può non suscitare qualche riflessione.
La prima è la già mancanza di una classe dirigente, conseguenza in parte della rapidità con cui il Movimento si è affermato, ma anche della inesistenza di palestre dove formarla (la rete a questo serve a poco).
Carenza che costringe a curiosi ripescaggi di figure anche piuttosto usurate nei ruoli tecnici, e in mancanza di alternative può innescare la suggestione di ricorrere alle uniche persone di cui ci si può fidare, in un clima di generale diffidenza verso tutto ciò che non è il Movimento.
E chi se non i familiari, che magari condividono pure la medesima fede politica.
Ma indipendentemente, temiamo, da capacità e competenze.
Chi fa l’esame al marito per stabilire se è adatto a fare il capo di gabinetto della moglie? Eliminare una classe dirigente considerata in larga misura corrotta, collusa e inadeguata è il primo passo se davvero si vogliono cambiare le cose.
Ma sostituirla con le fidanzate, i figli o i congiunti dei colleghi di partito non ci sembra il modo migliore.
Anche con le migliori intenzioni si chiama sempre allo stesso modo: nepotismo.
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera“)
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Luglio 7th, 2016 Riccardo Fucile
NEL 2015 IL REFERENDUM SUL SALVATAGGIO, ORA IL RISCHIO DI UNA NUOVA CRISI… IL GRANDE AIUTO UMANITARIO DATO AI PROFUGHI
Un anno fa la Grecia andava a votare un referendum che doveva far saltare l’Eurozona e innescare
una rivoluzione nel club di Bruxelles.
Un anno dopo la rivoluzione non c’è stata e il governo di Atene ha siglato un altro accordo con i creditori internazionali.
L’Ellade respira ancora grazie all’austerity imposta da Berlino da una parte e dall’accordo di Bruxelles con la Turchia sui migranti dall’altra.
Un equilibrio precario, su cui pesa lo spettro della Brexit, che potrebbe infliggere un colpo mortale ai sacrifici fatti dalla popolazione
Camminando per le strade di Atene, si capisce che è presto per usare la parola «speranza». Molti negozi sono ancora chiusi, l’economia è in recessione per l’ottavo anno consecutivo, la disoccupazione al 26%, con quella giovanile che passa il 50%.
Il meccanismo di controllo dei capitali, in vigore da un anno per evitare il prelievo massiccio di contante dalle banche, ha portato a una flessione del 4,3% della domanda interna e all’11% delle importazioni
Con cifre del genere è dura essere ottimisti.
Eppure, la Grecia è ancora in piedi, merito anche di una situazione più gestibile per quanto riguarda i rifugiati, che il popolo ellenico ha aiutato in modo encomiabile, se si pensa alle condizioni in cui ha dovuto affrontare l’emergenza.
Il Pireo e il centro di Atene sono stati in buona parte svuotati dalla presenza dei migranti, collocati in campi allestiti ad hoc grazie ai fondi europei.
Lo sbarco sulle isole è stato bloccato dall’accordo firmato con la Turchia, finchè tiene. «Diciamo che l’Europa è in crisi e per una volta tanto non è colpa nostra — ironizza Nick Malkoutzis, vicedirettore del quotidiano Kathimerini -. Navighiamo a vista. La recente tranche da 7,5 miliardi di euro dei creditori internazionali ci permette di passare un’estate tranquilla, certo più di quella del 2015.”
Il governo sta facendo le riforme richieste da Bruxelles in vista della prossima valutazione sull’economia nazionale, il prossimo autunno.
Erano partiti con un piano ambizioso, impossibile da realizzare, ora governano in linea con i loro predecessori. Solo nei prossimi mesi potrebbero ottenere delle concessioni per migliorare le condizioni della popolazione.
“Potremmo quasi dirci salvi, ma la Brexit è un rischio. La Gran Bretagna è un partner importante per la Grecia, le nostre esportazioni nel 2014 sono state di circa un miliardo di euro. Una flessione o un’interruzione potrebbero vanificare anni di sacrifici per far tornare i conti, senza contare il turismo. Lo scorso anno sono stati 2,4 milioni gli inglesi in vacanza, che equivalgono a 2 miliardi di euro di entrate».
Il più preoccupato è Alexis Tsipras, l’ormai ex promessa della politica greca.
I sondaggi parlano chiaro: il suo partito di sinistra Syriza è passato dal 35 al 17% dei consensi. Il 69% è scontento del suo operato.
Chi lo difende sostiene che il giovane premier sia limitato nella sua azione dai creditori internazionali. Gli oppositori lo accusano di aver preso il potere ma di aver fallito.
In mezzo c’è il popolo greco e quella scritta ancora visibile al Pireo «stiamo con i rifugiati», a simboleggiare come chi ha rischiato di far saltare l’Eurozona per mesi abbia tenuto in piedi in condizioni disperate i valori fondanti dell’Ue.
Anche per chi ha deciso di lasciarla e adesso potrebbe dare loro il colpo di grazia.
Marta Ottaviani
(da “La Stampa”)
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Luglio 7th, 2016 Riccardo Fucile
I SUOI COLLEGHI AVREBBERO VOTATO CONTRO PER NON PERDERE LA FACCIA
Il Pd era già partito all’attacco a testa bassa nei confronti del senatore M5s. Giarrusso aveva
annunciato di voler usufruire dell’articolo 68 della Costituzione, quello che stabilisce: “i membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni”.
Giarrusso intendeva chiedere l’applicazione di questa regola costituzionale per non finire sotto processo a Enna, dove è stato denunciato per diffamazione dalla deputata pd Maria Greco, che di fatto viene accusata proprio dal senatore di contiguità con ambienti mafiosi.
“Per non finire sotto processo – ha detto Ettore Rosato, presidente dei deputati del Pd – il senatore Giarrusso chiederà l’immunità parlamentare. Aveva accusato la deputata pd Maria Greco di “contiguità con ambienti mafiosi. Accusa falsa da cui lei voleva difendersi in tribunale, avendolo denunciato per diffamazione”.
“Alla faccia dei proclami di Di Maio che fino a qualche giorno fa dichiarava che mai e poi mai i parlamentari 5 Stelle avrebbero fatto ricorso a immunità e insindacabilità . Questa è la nuova casta grillina: fino a ieri l’immunità parlamentare era un privilegio da cancellare, oggi cade pure questo tabù. Una metamorfosi stellare”.
Per Emanuele Fiano i grillini “prima lanciano accuse tremende, poco importa se vere o false, affinchè la cosa resti nella testa delle persone, poi sfuggono alle proprie responsabilità , separandosi dai cittadini normali. I 5 Stelle sono peggio della casta. Di giorno criticano il cosiddetto sistema, ma di notte ci sguazzano alla grande”.
Secca la vicesegretaria del Pd, Debora Serracchiani, su twitter. “In campagna elettorale – dice – Di Maio categorico: non useremo mai l’immunità . Finita la propaganda ecco la #coerenza5stelle”.
Agire così, ha detto David Ermini, responsabile Giustizia del Pd, è “troppo facile. Prima si fanno i proclami per dire che i 5 Stelle sono diversi e poi ci si comporta in modo opposto. Proprio come la casta”.
Per Ermini “si insinua, si accusa e poi si scappa. Questi sono i metodi nuovi? sono vecchi…Terribilmente vecchi. Chiedere coerenza ai 5 Stelle è complicato ma almeno evitino queste figuracce”.
L’esponente M5s Luigi Di Maio ha liquidato la vicenda con un “non conosco i dettagli”.
In mattinata lo stesso Giarrusso sul blog aveva spiegato il suo punto di vista.
Rifarsi all’insindacabilità delle opinioni espresse dai parlamentari nell’esercizio delle loro funzioni, come prevede l’articoolo 68, “non è un privilegio” ma rappresenta la possibilità di poter “denunciare il malaffare, la corruzione e la mafia”.
Perchè poi è questo il motivo per cui “voi ci avete mandato in Parlamento”.
Dalla lettura dell`imputazione di diffamazione emerge, aveva spiegato Giarrusso, che l`espressione “esibire in maniera plateale comportamenti e soggetti denotanti contiguità con gli ambienti mafiosi” era volta a denunciare la possibilità che “soggetti che abbiano intrattenuto rapporti con la criminalità organizzata potessero essere interessati” alla campagna elettorale locale in Sicilia, “addirittura presenziando in pubblico accanto ad esponenti politici”.
Per Giarrusso quindi “non si tratta di un privilegio, ma della tutela della libertà di portavoce dei cittadini di poter chiamare le cose col proprio nome senza dover subire tentativi di censura a mezzo denunce e cause di risarcimento”.
Ma evidentemente la posizione non era condivisa dal Movimento.
Di qui il rischio dell’isolamento e il dietrofront prima della prova della giunta.
A fine giornata, il voto: la giunta per le immunità del Senato ha detto dice sì alla sindacabilità nel caso di Michele Giarrusso.
Dieci i voti a favore, quattro i contrari, del centrodestra.
(da “La Repubblica“)
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Luglio 7th, 2016 Riccardo Fucile
NEL SUO LIBRO L’EX GIUDICE PUNTA IL DITO CONTRO I TERRORISTI TEDESCHI DEL GRUPPO CARLOS SU INCARICO DEL KGB… E SCATENA LE MINACCE DEL SOLITO PRESIDENTE DEL COMITATO DELLE VITTIME, GUAI A RICERCARE LA VERITA’
Colpo di scena: Rosario Priore, il giudice che ha tanto indagato sui misteri d’Italia, ora in pensione e perciò più libero di scrivere quello che pensa, sta portando in libreria un nuovo libro, «I segreti di Bologna» (Chiare lettere editore, scritto assieme a Valerio Cutonilli), con cui polemizza a viso aperto con la sentenza che ha condannato i neofascisti romani Mambro, Fioravanti e Luigi Ciavardini per la strage del 2 agosto 1980.
Una nuova teoria
Priore rilegge gli atti giudiziari di Bologna, ma anche di tante altre inchieste, mette insieme pezzi diversi, rivitalizza filoni d’inchiesta ormai dimenticati, mescola il tutto con citazioni da libri, interviste, acquisizioni delle commissioni parlamentare d’inchiesta, e alla fine sforna una teoria assolutamente nuova: a Bologna, secondo lui, forse volutamente, forse per errore, c’erano i terroristi tedeschi affiliati al gruppo Carlos.
A muoverli, però, era un’anima nera palestinese, un tal Abu Ayad, che all’epoca era conosciuto come braccio destro di Arafat e “responsabile dei servizi segreti dell’Olp”. Il famoso Abu Ayad che interloquiva con i nostri 007, a cominciare dal famoso colonnello Stefano Giovannone e che è ben noto alle cronache per avere avuto un ruolo nei depistaggi attorno alla strage.
I terroristi teleguidati da Mosca
Ebbene, secondo Priore, nel 1980 Ayad era divenuto il referente del Kgb per le azioni terroristiche in Europa.
Aveva sostituito in quel ruolo il dottor Wadi Haddad, un altro palestinese marxista, a sua volta braccio destro di George Habash, leader del gruppo Fplp, deceduto da un anno.
Il Kgb aveva infatti bisogno di una schermatura per organizzare azioni terroristiche in Europa che non riconducessero a Mosca.
E in quell’estate del 1980 – all’apice della tensione tra Est e Ovest per gli euromissili – i terroristi teleguidati da Mosca non colpirono solo l’Italia.
In rapida successione ci fu un attentato alla sinagoga di Parigi e all’Oktoberfest di Monaco. In entrambi i casi, furono operati dei depistaggi che indirizzarono le indagini della magistratura francese e tedesca verso gruppi neonazisti.
In entrambi i casi, le due magistrature stanno esaminando piste che portano all’Est.
Lo stesso Abu Ayad, incontrandosi in seguito a Parigi con Giovanni Senzani, divenuto il nuovo capo delle Br, spiegò che era stato necessario punire i paesi europei perchè stavano cercando di incapsulare e rendere inoffensivo Arafat (erano i mesi in cui la Cee fece una famosa dichiarazione a favore dell’Olp, subordinandola al principio della pari dignità tra «due popoli e due Stati» per palestinesi e israeliani), così di fatto spezzando il fronte palestinese e cacciando in un angolo chi lottava ancora per distruggere Israele.
La polemica
Fin qui, la tesi di Priore. Il libro, in libreria da venerdì, è ricchissimo di spunti. Una girandola di notizie edite e inedite, montate con ritmo sapiente.
Sennonchè al solo sentire di piste alternative, è saltato su il presidente dell’Associazione famigliari delle vittime, l’onorevole Paolo Bolognesi, Pd, che non ha potuto ancora leggere una sola pagina del libro, ma ha già minacciato l’autore di denuncia. «Il giudice Rosario Priore – sono le parole di Bolognesi – potrebbe essere chiamato a rispondere, dalla magistratura, di tutte le sue stupidaggini su Bologna».
Francesco Grignetti
(da “La Stampa”)
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Luglio 7th, 2016 Riccardo Fucile
RENZI E I VERTICI DELL’AZIENDA INSIEME A UN CONVEGNO SU OCCUPAZIONE E GIOVANI, MA A GENOVA LICENZIANO 147 DIPENDENTI E RIFIUTANO LA CONVOCAZIONE AL MINISTERO
Non ci potevano credere i lavoratori di Ericsson quado hanno scoperto che ieri pomeriggio a Roma si
è svolto l’evento annuale di Ericsson che prevede la partecipazione del presidente del consiglio Matteo Renzi, del ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, del ministro del lavoro Giorgio Poletti seduti allo stesso tavolo con l’amministratore delegato di Ericsson Italia e il Ceo della multinazionale svedese.
“E’ un presa in giro — commenta Marco Paini, rsu Ericsson Genova — non sono per noi che siamo al settimo giorno di sciopero per 147 esuberi e poi leggiamo che il convegno parla di occupazione e giovani, ma anche per il presidente della Regione e il sindaco di Genova che in queste settimane ci hanno detto che il Governo non era in grado di attivare un confronto con l’azienda”.
Ancora ieri i lavoratori Ericsson hanno protestato per buona parte della giornata bloccando il traffico nella zona di Di Negro nella speranza che arrivasse dal Mise l’agognata convocazione di un tavolo di confronto tra governo, istituzioni locali, azienda e sindacati. Oggi intanto a Roma è previsto lo sciopero nazionale dei lavoratori del gruppo.
“E’ sconcertante che dopo il rifiuto da parte di Ericsson di incontrare il Governo presso il Ministero dello Sviluppo economico, le parti si incontrino in un evento dedicato all’innovazione e alla crescita — dice Fabio Allegretti, Slc — l’evento romano rappresenta uno schiaffo al nostro territorio.Ci attendiamo che in questo incontro si parli soprattutto di un vero piano industriale che non tagli il personale ma che sappia qualificare le proprie risorse, a partire dalle donne e uomini che ogni giorno lavorano in azienda e che sia l’occasione per fissare l’incontro presso il Ministero dello Sviluppo Economico”.
(da “Genova24″)
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Luglio 6th, 2016 Riccardo Fucile
IL PREMIER BLINDA ALFANO MA NON CEDE A NCD
“A questo punto tutti gli scenari sono aperti”, dice una fonte renziana nel Pd.
Tutto è possibile ora che il Nuovo centrodestra, partner essenziale di governo, ha iniziato il braccio di ferro con il premier Matteo Renzi e minaccia di far mancare i numeri alla maggioranza in Senato.
In Transatlantico alla Camera, il moderato Fabrizio Cicchitto la legge così: “Nel partito vogliono uno sbocco politico che con l’Italicum non c’è. Se questo sbocco politico non viene dato con una modifica dell’Italicum, allora possono anche esserci gesti di disperazione…”.
Vale a dire gesti che possono costare la vita al governo.
Ormai la casa di Angelino Alfano brucia indipendentemente dal suo leader, più che mai debole dopo l’inchiesta giudiziaria che tira in ballo il fratello Alessandro e il padre Angelo.
Renzi blinda Alfano. “Pretestuoso chiederne le dimissioni”, dice il capogruppo Dem alla Camera Ettore Rosato. Ma il premier non cede al braccio di ferro: prima del referendum non aprirà alcuna discussione sull’Italicum.
E se in aula si verificherà qualche “gesto disperato”, per il segretario del Pd si va al voto anticipato: tra fine settembre e gli inizi di ottobre.
E’ questa la temperatura al quartier generale renziano tra Nazareno e Palazzo Chigi. Mentre si blinda Alfano, si sta anche col fiato sospeso, in attesa dei giornali di domani, in attesa di capire se ci sono altri allarmanti sviluppi dell’inchiesta giudiziaria. Posto che, si ragiona nei circoli Dem, Alfano non è la Guidi: se dovesse dimettersi il ministro dell’Interno, cadrebbe il governo.
Come Clemente Mastella quando era Guardasigilli di Prodi nel 2008. Il paragone che viene usato è sempre questo: scenario da brividi. Con una luce all’orizzonte: il voto anticipato.
Addirittura, tra i renziani c’è chi si immagina già la campagna elettorale contro il candidato del M5s Luigi Di Maio: con Renzi stabilità e flessibilità dei conti pubblici, con gli altri instabilità e incertezza di formare un governo.
Perchè si andrebbe al voto con l’Italicum per la Camera e il Consultellum per il Senato che prevede uno sbarramento del 20 per cento per le coalizioni su base regionale, 3 per cento per ogni forza della coalizione, 8 per cento se si corre da soli. Se vincesse a Montecitorio, il M5s potrebbe avere difficoltà a trovare una maggioranza a Palazzo Madama.
Si creerebbe una situazione di blocco istituzionale. Alle brutte insomma Renzi scommette pure sull’immobilismo: muoia Sansone con tutti i filistei.
Ma certo il voto anticipato lo terrebbe in campo, come segretario del Pd a fare le liste e in caso di vittoria anche dopo, come premier.
In questo caso, spiegano esperti costituzionalisti, il referendum costituzionale si terrebbe a dicembre: è un referendum confermativo non può essere prorogato oltre quella data salvo altre decisioni del governo per decreto.
Certo, sarebbe paradossale: due Camere appena elette (a settembre) porterebbero il paese a votare per un referendum che prevede una Camera sola con l’altra a ranghi ridotti, come prevede il ddl Boschi. Ma ormai la situazione è già paradossale.
Nei Palazzi della politica tutti fanno i conti con uno scenario in velocissimo movimento che davvero può portare a qualsiasi sbocco.
Ma non allo sbocco politico per Ncd. Sull’Italicum il premier non cede. Non ascolta i consigli di chi tra i suoi gli suggerisce di aprire una discussione con i centristi sull’introduzione del premio di coalizione.
Anzi, è disposto a portare la crisi fino in fondo. Se i senatori legati a Renato Schifani apriranno formalmente la crisi facendo mancare i numeri in aula, per esempio sul decreto enti locali in discussione a Palazzo Madama a luglio, allora il segretario del Pd salirebbe al Colle da Sergio Mattarella a dire la sua: voto anticipato.
E non sarebbe il solo, si esercitano nel Pd i suoi. A chiedere le urne ci sarebbe anche il M5s.
“I partiti maggiori, stando alle ultime politiche, chiederebbero il voto. Come farebbe Mattarella a giustificare la nascita di un nuovo governo che andrebbe da Berlusconi a Franceschini? — azzarda a taccuini chiusi una fonte del Pd — Sarebbe un governo senza collante politico in positivo ma con un collante numerico tutto in negativo…”. Ovviamente tutti sanno che sta a Mattarella decidere.
Ma lasciando circolare queste voci, Renzi di fatto risponde alla minaccia di Ncd, partito che ormai viene considerato come una scheggia impazzita nei circoli Dem. Così impazzita da essere nelle condizioni di regalare al premier un’ottima possibilità per scartare.
Le politiche tra settembre e ottobre infatti anticiperebbero il referendum costituzionale, che ormai viene vissuto come una roulette russa sia nel Pd e che dentro Ncd.
L’assunto di base è che vincerlo è diventata una sfida da Titani: possibile ma dura. In una campagna elettorale per il voto anticipato Renzi invece potrebbe rilanciare giocando da ‘anti-casta’ contro chi in Parlamento si presti per formare un altro governo.
Farebbe da sponda a Grillo insomma, tentando il tutto per tutto. O comunque tutto ciò che gli sarebbe precluso in caso di sconfitta al referendum: a quel punto infatti sarebbe finita, al netto di tutti gli sforzi di ‘spersonalizzare’ il referendum.
E’ per questo che dentro Ncd c’è anche chi frena. “Nessun incidente prima del referendum, nessun voto anticipato: basta aspettare che Renzi perda il referendum per formare un altro governo e cambiare la legge elettorale”, dice a taccuini chiusi un notabile del partito di Alfano.
Certo, se prevalesse questa impostazione al premier non resterebbe che cercare il vincere il referendum. Senza piani B.
(da “Huffingtonpost“)
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Luglio 6th, 2016 Riccardo Fucile
IL SEGNALE LA PROSSIMA SETTIMANA CON IL VOTO SULLA RIFORMA DEL BILANCIO
All’ombra del caso Alfano collassa il “centro” della maggioranza. 
Roberto Formigoni sorseggia un caffè freddo, alla buvette del Senato: “Questa cosa qui di Alfano oggi ha rallentato un inevitabile chiarimento interno, ma a giorni dovremmo riunirci e io proporrò l’appoggio esterno. La nostra funzione nel governo è finita”.
Otto i senatori di Ncd che vogliono voltare pagina, tra cui Peppe Esposito, legato a Renato Schifani e Azzollini.
A cui aggiungere cinque senatori di Ala, “molto mossi”. E c’è un momento in cui sarà recapitato un segnale a Renzi, per fargli capire che nulla è più scontato e deve iniziare a trattare su vari temi, a partire dalla legge elettorale.
Il momento è quando arriverà in Aula, la prossima settimana, il ddl sulla riforma del bilancio degli enti locali.
Pare uno dei tanti voti di routine, in verità è una votazione particolare, perchè occorre la maggioranza assoluta dei componenti dell’assemblea, ovvero 161 voti.
È su questo provvedimento che i malpancisti preparano l’incidente.
Per “mandare sotto” Renzi. Piano ben ponderato, perchè gira la voce che “Renzi non aspetta altro per andare a votare in nome del ‘vogliono fermare il cambiamento”.
Una linea che impaurisce come una pistola scarica. Un senatore centrista, dietro garanzia di anonimato, spiega la logica dell’incidente: “Il voto sulla riforma del bilancio è più di un voto normale, ma non è un voto di fiducia al governo. Che fa Renzi? Va al Colle? Mattarella gli risponderebbe: verifica se hai una maggioranza e lo rimanda alle Camere. Insomma, a sciogliere prima del referendum è impossibile. Renzi deve capire che deve trattare”.
Sembra tutto logico, razionale, ma il “centro” è una maionese impazzita. Fabrizio Cicchitto, in una delle mille riunioni, è sbottato: “Ma quale appoggio esterno. Qua si sono messi a giocare col fuoco. Se esci dal governo crolla la baracca, altro che storie. Anche perchè a questi scienziati chi glielo ha detto che Silvio se li riprende?”.
A Forza Italia hanno bussato Auricchio e Falanga di Ala. E Azzollini di Ncd, per rientrare.
Mentre Schifani si muove su una prospettiva più articolata, di una alleanza di centrodestra. Finora da Arcore non sono arrivati grandi segnali.
Per tanti motivi, che vanno dalla convalescenza del Cavaliere a considerazioni politiche più generali: “Non abbiamo alcun interesse – dice un big azzurro – a drammatizzare ora la situazione. Noi vogliamo che Renzi arrivi logoro al referendum di ottobre”.
Tra i Palazzi e il paese c’è una lontananza abissale.
I 32 senatori di Alfano, cifra enorme per un partito dell’1 per cento, sono certi di non rientrare. Anche quelli di Verdini, che nel paese non esiste.
Peppe Esposito non usa giri di parole: “Io qua non rientro. Posso dire quello che mi pare con grande libertà ? Bene per me il sostegno al governo va tolto. Punto”.
Nessuno si sente garantito perchè “Alfano ha pensato solo alla sua poltrona e siamo un partito che non c’è”.
Il dato nuovo è la sensazione che la legislatura si allunga se vince il “No” a ottobre, non se vince il Sì.
L’ex ministro Mario Mauro ragiona a voce alta: “Prima del referendum Renzi cerca un pretesto per andare a elezioni anticipate, per scagliarsi contro il Palazzo e dire: lo vedete, non vogliono farmi cambiare l’Italia. Ma non è facile sciogliere. Se perde il referendum Mattarella ci mette meno di venti minuti a fare un governo”.
È quello il momento che suggerisce di aspettare Maurizio Lupi per riaprire la trattativa sulla nuova legge elettorale.
(da “Huffingtonpost“)
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Luglio 6th, 2016 Riccardo Fucile
IL CONSIGLIERE RAI IN QUOTA GRILLINA: “LA SINDACA E’ ACCERCHIATA”
Dice Carlo Freccero che quel che sta succedendo a Roma, tra i 5 stelle, è l’effetto «di un partito che vince col 70 per cento e in cui tutti si ritrovano a chiedere posti di potere».
Il consigliere di amministrazione Rai in quota 5 stelle promuove a pieni voti le mosse di Chiara Appendino a Torino, ma ha qualche dubbio su quelle di Virginia Raggi nella capitale e, soprattutto, sul gruppo di supporto che le è stato affiancato dai vertici del Movimento
Cosa pensa dello stallo dei primi giorni sulla giunta?
«Credo che sia quel che accade quando ci sono vittorie grosse, inaspettate e per questo difficili da gestire. Ci sono cose però che mi creano tensione».
Quali?
«Un personaggio come Roberta Lombardi, il suo ruolo, la sua figura mi fanno pensare che ci siano delle lotte interne che mi sarei augurato non facessero parte del nuovo corso. Il momento è delicato, devono fare in fretta per dimostrare di essere all’altezza della prova che così tanta gente ha affidato loro».
Stanno cercando le persone giuste, serve tempo no?
«Per ora l’unico nome che conosco è che mi convince è quello di Paolo Berdini, assessore all’urbanistica. Sul resto sono al buio, un po’ distaccato. Attendo qualcosa di forte e di preciso».
Se le chiedessero un consiglio?
«Non li sento, dico sempre che da quando sono qui a viale Mazzini non ho ricevuto dal Movimento nessuna richiesta, pressione o telefonata. Quel che credo e che direi loro è che debbano stare attenti a non riciclare la gente. E poi…».
Cosa?
«Lei, Virginia Raggi intendo, mi sembra molto accerchiata e questo non è positivo per il Movimento. Quel che emerge è che a Roma ci siano guerre intestine e che questo possa comprometterne l’operato. L’esperienza di Torino mi sembra invece molto diversa».
Crede che Chiara Appendino abbia agito meglio?
«Direi che ha superato gli esami, è stata brava e dà l’idea di essersi preparata molto bene».
(da “La Repubblica”)
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Luglio 6th, 2016 Riccardo Fucile
E META’ DEL PARTITO VEDE L’OCCASIONE PER ROMPERE CON IL GOVERNO RENZI
Le ventiquattro ore più lunghe al Viminale, dove l’ufficio di Angelino Alfano pare un bunker. Sul
tavolo, squadernate le carte dell’inchiesta Labirinto.
Secondo i consulenti legali, al momento, non c’è nulla di penalmente compromettente. Ma è tutto politico l’imbarazzo. E cresce col passare delle ore, alla lettura dei fiumi di inchiostro sulle relazioni della famiglia Alfano.
“Non mi dimetto” ha ripetuto il ministro ai pochi che si sono messi in contatto con lui. Che hanno toccato con mano l’alto livello di tensione: “Angelino – raccontano – si è preso 24 ore per capire fin dove arriva e quanto monta questa cosa, per poi parlare e uscire dall’angolo”.
Già , uscire dall’angolo. Perchè è chiaro che l’attacco all’uso improprio delle intercettazioni non regge di fronte al quadro emerso: il fratello alle Poste, il padre con un pacco di curriculum di persone da sistemare. E un faccendiere al Viminale, Raffaele Pizza, con cui aveva a che fare la famiglia Alfano.
E con cui aveva a che fare, come emerge dalle intercettazioni, anche Davide Tedesco, il principale collaboratore di Alfano, colui che detiene il marchio di Ncd.
Erano Tedesco e Pizza a parlare dell’assunzione del fratello alle Poste.
Tedesco è un fedelissimo, anzi il fedelissimo, di Alfano, sin da quando era un giovane assessore ad Agrigento, feudo di Alfano ai tempi d’oro.
Dietro l’apparente difesa di Ncd, scorrono fiumi di veleno.
Maurizio Lupi, che per il Rolex del figlio si dimise, si è sfogato con più di un collega parlamentare: “Maurizio – racconta il destinatario dello sfogo – si è dimesso per il figlio. E qui padre, fratello, collaboratori? È ovvio che si applicano due pesi e due misure”.
Al Senato in parecchi evocano il precedente Mastella del 2008, perchè “è chiaro che se salta Alfano salta il Governo”.
Miguel Gotor, sinistra Pd, parla fitto con un collega in buvette: “Stiamo a vedere. Certo, il traffico c’è, l’influenza pure… vediamo”.
Ma il cuore del sisma è dentro Ncd, dove la pattuglia degli otto senatori legati a Schifani lavora per rompere col governo e rifare l’alleanza con Berlusconi.
Ecco Peppe Esposito che corre verso la riunione dei gruppi del centrodestra sul “No” alla riforma. Un segnale politico, che sottolinea con queste parole: “Dobbiamo uscire dal governo. Quando? Già domani. Renzi non reggerebbe? Non è un mio problema”.
Da settimane Schifani & co. rimproverano ad Alfano un atteggiamento troppo sdraiato sul governo. Ora sperano che l’inchiesta Labirinto dia la spinta che, finora, la politica non ha trovato.
Un ex ministro sussurra: “Se salta Alfano salta il governo. È l’anello debole della catena. Per questo la metà del suo partito, che vuole ricostruire il centrodestra, non ha detto una parola a sua difesa. E destabilizza partecipando alle riunioni dei comitati del No e chiedendo l’uscita dal governo”.
(da “Huffingtonpost”)
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