Agosto 24th, 2016 Riccardo Fucile
SI SCAVA TRA LE MACERIE, ANCORA IMPOSSIBILE ENTRARE IN MOLTE ABITAZIONI
Paesi rasi al suolo, cumuli di macerie. Almeno 63 morti, decine di dispersi, centinaia di feriti e oltre
2.500 sfollati.
“E’ un dramma, un macello”, dice Sergio Pirozzi, sindaco di Amatrice, in provincia di Rieti. Un paese devastato dalla scossa di magnitudo 6.0 avvenuta alle 3.36, che ha travolto anche Accumoli — sempre in provincia di Rieti -, Arquata, in provincia di Ascoli Piceno, e la sua frazione Pescara del Tronto. Distrutta.
L’epicentro del sisma — avvertito in Abruzzo,Umbria, Lazio ed Emilia Romagna – è stato a 4 chilometri di profondità nei pressi ad Accumoli, dove la situazione è “drammatica — dice il primo cittadino Stefano Petrucci -. Continuano ad esserci persone nelle macerie accertate e chissà quante ancora non accertate”. Le scosse continuano: oltre 160 nelle ultime 9 ore, la più forte di magnitudo 4.9 nel pomeriggio.
Il ministro Delrio parla di “situazione molto grave” e le previsione per le prossime sono ancora più allarmanti.
“La strada di Amatrice è piena di macerie — ha detto Paolo Crescenzi, responsabile della protezione civile della Valle del Velino, la prima a essere intervenuta nel paese colpito dal sisma -. Prima bisogna pulire le strade e poi si può prestare i soccorsi. La fase critica deve ancora arrivare e sarà quando riusciremo a entrare nelle case implose su se stesse. Sarà allora che troveremo i cadaveri. Questa seconda fase potrà cominciare già questa sera perchè i lavori procedono veloci ma sarà soprattutto domani e dopodomani”.
L’area è classificata ad alta pericolosità e per il sismologo Enzo Boschi, ex Presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, c’è il rischio di una seconda forte scossa.
La protezione civile chiede di evitare il volontariato spontaneo, mentre l’Avis Provinciale di Rieti scrive su facebook che serve sangue di tutti i gruppi sanguigni per aiutare i feriti. E’ possibile donare dalle 8 alle 11, all’ospedale de Lellis di Rieti portando con sè documento di identità e codice fiscale.
Una seconda scossa di magnitudo 5.4 è stata registrata alle 4:33 con epicentro tra Norcia (Perugia) e Castelsantangelo sul Nera (Macerata) ed ipocentro a 8,7 chilometri di profondità . Il forte terremoto più recente, di magnitudo 5.9, ha colpito Norcia nel 1979, altri forti terremoti sono avvenuti fra ‘600 e ‘700.
Il più violento, di magnitudo stimata 7, colpì Norcia e Cascia nel gennaio 1703.
Il ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio e il Capo del Dipartimento della Protezione Civile Fabrizio Curcio sono attesi sul posto.
Facebook ha attivato il suo servizio “Safety check“, che consente agli utenti di segnalare che sono in sicurezza in caso di pericolo.
Nel Lazio le vittime sono almeno 46. Trentasette ad Amatrice, che risulta quindi il Comune più colpito.
Lo scenario è di totale devastazione: il centro storico della città della cittadina sabina è letteralmente in rovina.
Il paese è diviso letteralmente in due dalle macerie e i soccorritori depositano le salme in due punti distinti: a nord e a sud del paese.
Sette invece i morti ad Accumoli, ai quali si aggiungono 4 dispersi. Concluso il recupero della intera famiglia che ha perso la vita tra le macerie. Si tratta di Andrea Tuccio, della moglie Graziella Torrone e dei figli piccoli Riccardo e Stefano di 8 anni e di 7 mesi. Oltre loro si registrano altri 3 morti e 4 dispersi, questi tutti nella frazione di Illica (Rieti). Ad Accumoli è stato invece estratto vivo dalle macerie Luciano Peri.
Arquata e Pescara del Tronto
Sono 17 invece le vittime nelle Marche, nella zona di Arquata del Tronto. Tutte le salme sono state portate nell’obitorio di Ascoli Piceno.
“Si continua a scavare — dicono i soccorritori — ma purtroppo cresce la richiesta di bare e sacchi mortuari”. “A Pescara del Tronto potrebbero esserci una decina di dispersi ma non è facile avere un quadro preciso — ha detto il sindaco di Arquata del Tronto Alessandro Petrucci -. In questo periodo oltre ai residenti qui c’è chi torna in paese per trascorrere le vacanze e il centro si ripopola. La situazione è drammatica, un vero disastro — ha proseguito .
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 24th, 2016 Riccardo Fucile
“A NORCIA DOPO IL TERREMOTO DEL 1979 SI E’ PROCEDUTO CON INTERVENTI ANTISISMICI E I DANNI OGGI SONO STATI IRRILEVANTI”
Un’area “ad alta pericolosità sismica“, dove è possibile che “nelle prossime ore e giorni” avvengano altre forti “scosse a coppie“.
E sullo sfondo, ancora una volta, una prevenzione insufficiente perchè “purtroppo in Italia si costruisce bene, con criteri antisismici, solo dopo un terremoto grave”.
A parlare è Enzo Boschi, sismologo e geofisico, tra i massimi esperti europei di terremoti ed ex presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia. Intervistato dall’AdnKronos Boschi spiega che il terremoto che ha colpito l’Italia centrale “ricade in una zona già inserita nella mappa sismica italiana e nella mappa, pubblicata a inizi 2003 in Gazzetta Ufficiale, questa zona appenninica era già stata classificata come ad alta pericolosità sismica”.
La classificazione risale al 2003 e fu voluta dopo il terremoto di San Giuliano di Puglia del 31 ottobre 2002, a causa del quale morirono 27 bambini e un’insegnante nel crollo della scuola Francesco Jovine.
Sul fronte dei terremoti “siamo ancora indietro sulla prevenzione”, dice Boschi.
La controprova è Norcia: lì “dopo il terremoto del 1979 si è proceduto con interventi antisismici sugli edifici” e così “i danni provocati dal sisma di questa notte sono quasi irrilevanti”.
“Purtroppo in Italia si costruisce bene, con criteri antisismici, solo dopo un terremoto grave” aggiunge il sismologo.
“Eppure — spiega lo scienziato — l’area colpita oggi dal grave sisma è una zona in cui la Terra si sta come ‘lacerando’, un’area che è nota per essere ad alto rischio sismico”. “Quando nel 2003 è stata pubblicata la Mappa del rischio sismico in Italia, bisognava intervenire con lavori di prevenzione sugli edifici nelle zone più vulnerabili, ma non in tutte le zone è stato fatto. Invece le maggiori vittime il terremoto le provoca proprio con i crolli di case ed edifici“.
Quanto allo sviluppo delle scosse “bisogna fare grande attenzione nelle prossime ore e giorni perchè in queste zone spesso avvengono forti ‘scosse a coppie’, cioè si ripete una seconda scossa forte nella stessa zona e uguale alla prima”.
“A fronte di questo alto rischio, non bisogna entrare negli edifici che sono rimasti in piedi oggi prima di un attento controllo di tecnici e esperti della Protezione Civile”, avverte Boschi.
“Nel terremoto dell’Emilia Romagna si ebbe, a distanza di pochi giorni, una forte scossa uguale alla prima e — ricorda il geofisico — molte vittime si ebbero proprio a causa della seconda perchè molte persone entrarono negli edifici ancora in piedi, senza preventivi controlli sulle strutture”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 24th, 2016 Riccardo Fucile
LE TRAGEDIE CI HANNO INSEGNATO POCO A LIVELLO DI PREVENZIONE E DI EDUCAZIONE DI MASSA
L’ora, la stessa. Minuto più minuto meno. 3,36 segna l’orologio sul campanile di quel che resta di
Amatrice. Erano le 3,32 sette anni fa all’Aquila. L’ora dolce della notte. Sonno profondo. 24 agosto 2016, un mercoledì di fine estate, borghi dell’Appennino centrale ancora affollati di turisti; per molti è un ritorno a casa: quella dei genitori, dei nonni.
Le radici, non le puoi tagliare.
6 aprile 2009, un lunedì della settimana santa: tanti studenti universitari erano già andati via dall’Aquila per tornare in vacanza alle loro case. Le radici, furono la salvezza. Non per quei poveri figli che erano invece rimasti ospiti nella malmessa Casa dello studente. E poi il risveglio con gli occhi sgranati per il terrore, l’odore acre della polvere che ti toglie il respiro, il buio, le prime voci che diventano pianti, disperazione. La malanotte.
Scossa di magnitudo 6.0 alle 3.36 di questa notte, seguita da uno sciame sismico. Colpito il paese laziale e quelli dell’Alta Valle del Tronto, crollano palazzi e strade nei centri storici dei borghi antichi.
Bilancio provvisorio di oltre una ventina di vittime tra Amatrice, Arquata del Tronto, Peschiera del Tronto e Accumoli, epicentro del sisma. I soccorsi faticano a raggiungere le zone colpite. Volontari scavano per recuperare morti e feriti tra le macerie
Quante similitudini. I luoghi sono contigui, oggi come sette anni fa.
Rieti, Amatrice, Accumuli, Pescara del Tronto, L’Aquila, Onna. Borghi antichi solo in parte preservati dal dilagare delle costruzioni in cemento armato non meno fragili di quelle d’un tempo. Presepi preziosi e sfasciume pendulo, secondo la definizione dei primi del ‘900 di un meridionalista appassionato quale fu Giustino Fortunato.
“L’Italia è tutta ad alto rischio sismico, non esistono zone veramente sicure per questo è necessario costruire bene”, così Warner Marzocchi, sismologo Ingv (Istituto nazionale geofisica e vulcanologia) intervenuto dopo il terremoto che ha sconvolto il centro Italia. “Abbiamo moltissime costruzioni storiche fatte in momenti in cui non si conoscevano le norme antisismiche – dice a Repubblica – ma non c’è scelta: dobbiamo adeguarle”
È la mescolanza contraddittoria di tanta parte dei nostri territori interni, appenninici, destinati all’inesorabile spopolamento, salvo rivitalizzarsi poche settimane all’anno.
Le radici profonde, ancora vitali. Oggi si sono rivelate fonte di dolore e spaesamento. Non è l’ora delle recriminazioni e delle accuse. Ma del soccorso, del conforto, dell’assistenza.
Ci sono ancora vite da salvare, si spera. Eppure la lunga sequenza di tragedie provocate dai terremoti ci ha insegnato poco nel campo della prevenzione e dell’educazione di massa.
Niente piani di evacuazione, niente punti di raccolta, niente di niente. Un’impreparazione collettiva resa ancora più evidente dal senso di impotenza trasmesso dalle immagine delle dirette televisive.
Un ultimo ricordo, infine, legato alla malanotte dell’Aquila. Si scoprì, tempo dopo, che alcuni avevano riso al telefono scambiandosi le notizie sul disastro: vedevano grandi appalti all’orizzonte. La risata delle iene.
Siamo sicuri che quella specie animale si sia estinta? Auguriamocelo.
(da “L’Espresso”)
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Agosto 24th, 2016 Riccardo Fucile
MAGNITUDO 6.0, OLTRE 100 SCOSSE, RECUPERATE PER ORA 24 VITTIME
Notte di terrore nel cuore dell’Italia, dove un forte terremoto di magnitudo 6,0 ha colpito la vasta area fra Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo provocando morti e feriti. La prima scossa, violentissima, alle 3.36 del mattino ha buttato giù dal letto migliaia di persone, sentita molto forte da Rimini fino a Napoli.
L’epicentro è nei pressi di Accumoli, in provincia di Rieti, Lazio, a soli 4 chilometri di profondità , un paese equidistante da Amatrice e Norcia.
E proprio ad Accumoli, dove ci sarebbero sei morti, e nella vicina Amatrice si registrano i danni più gravi. “Il paese non c’è più. Sotto le macerie ci sono decine di persone”: è la prima, drammatica, testimonianza del sindaco di Amatrice, Sergio Pirozzi.
La gravità della situazione è confermata anche dal responsabile della Croce Rossa locale che ha parlato di un ponte pericolante, quello di Tre occhi, che costringe ad entrare nel paese solo a piedi rallentando i soccorsi e di una importante fuga di gas. Nell’area ci sono stati altri movimenti sismici successivi, con scosse più forti di magnitudo 5,1 alle 4.32 e 5.4 alle 04.33 con epicentro a 5 chilometri da Norcia. Moltissime le chiamate alla protezione civile e ai vigili del fuoco da tutto il centro Italia.
E purtroppo è già iniziata la triste conta dei morti: almeno sei ad Accumoli dove da ore si tenta di salvare una famiglia di quattro persone – mamma, papà e due bambini piccoli – bloccati sotto le macerie.
Lo ha raccontato all’Ansa il fotografo Emiliano Grillotti, descrivendo il lavoro frenetico di almeno 15 persone che stanno scavando a mani nude per salvarli: “Si sentono le urla della mamma e di uno dei bimbi”.
E proprio poco fa, per cercare di evitare ulteriori crolli nel tentativo di soccorerli, i vigili hanno chiesto l’aiuto di una termocamera, che dovrebbe permettere di individuare meglio i quattro. Mentre il sindaco Stefano Petrucci lancia l’allarme: “Nessuna casa è agibile, serve urgentemente una tendopoli”.
Intanto il sacerdote Franco Gammarota, che sta collaborando ai soccorsi, parla di almeno sei cadaveri estratti dalle rovine di Amatrice, numero confermato anche dal presidente della Regione Nicola Zingaretti, accorso sul posto: “Temo che il numero sia provvisorio”. In paese ci sarebbero anche dei turisti bloccati fra le macerie dell’Hotel Roma. Mentre un gruppo di rifugiati afgani sta disperatamente cercando di salvare due donne loro connazionali disperse sotto le macerie della loro casa distrutta.
Dieci persone sono invece morte a Pescara del Tronto, frazione di Arquata, uno dei paesi più colpiti. Dove a metà mattinata anche il corpicino di una bimba di nove mesi è stata estratta morta dalle macerie, mentre i suoi genitori si sono salvati.
Ma proprio da qui arriva almeno una buona notizia: due bimbi di 4 e 7 anni sono stati estratti vivi dalle macerie. La nonna li aveva fatti infilare insieme a lei sotto al letto. La donna è viva ma ancora bloccata. Nel paese ci sono intanto gli agenti del Corpo forestale che hanno già estratto decine di persone.
Ad Accumoli, Amatrice e Posta, nel reatino e a Pescara del Tronto, frazione di Arquata, in provincia di Ascoli Piceno, si registrano d’altronde i danni più gravi. Numerosi anche gli edifici crollati: distrutta la chiesa di Amatrice, inagibile l’ospedale Grifoni: medici e infermieri hanno allestito un punto di primo soccorso all’aperto. Crollato il campanile di Castelluccio di Norcia. Evacuato l’ospedale di Amandola, gravemente danneggiato.
I viglili del fuoco parlano di danni anche a Gualdo e Mogliano nel Maceratese. Sono attivi i numeri della Protezione Civile: 840840 e 803555. Una frana sarebbe avvenuta sulla parete Est del Corno Piccolo del Gran Sasso, lo conferma a Repubblica Luca Mazzoleni del rifugio Franchetti, appunto sul monte a 2433 metri, dopo averlo raccontato su Facebook. “Abbiamo sentito i rumori di una frana. Aspettiamo le prime luci per capire meglio di cosa si tratta”.
(da “La Repubblica”)
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Agosto 23rd, 2016 Riccardo Fucile
NIENTE ORATORI DI PARTITO ALL’EVENTO, RETI MEDISET ALLERTATE PER LA MASSIMA COPERTURA… TRA GLI OSPITI L’EX NUMERO UNO DI CONFINDUSTRIA SQUINZI
I motori torneranno a girare a pieno regime domani. Quando Stefano Parisi sarà di nuovo a Milano
dopo qualche giorno di vacanza per mettere a punto l’organizzazione della convention di metà settembre.
Negli ultimi giorni la sua attività è stata quella che in Forza Italia chiamano (con apprensione) «point to point».
Significa che l’attività si è limitata ad alcune telefonate a interlocutori che potrebbero partecipare all’appuntamento tutto contenuti che Parisi ha in mente di realizzare.
Un evento su cui è mantenuto stretto riserbo, anche allo scopo di aumentare l’hype, l’attesa.
La location in zona via Tortona
La location attende soltanto il definitivo via libera del promotore, ed è comunque significativa.
Si tratta di un locale per eventi della zona di via Tortona, il quartiere che fu industriale e che iniziò la sua trasformazione (e la sua gentrification) proprio negli anni in cui Parisi era il direttore generale del Comune di Milano, con Gabriele Albertini sindaco.
In realtà , il super consulente di Silvio Berlusconi aveva pensato a qualcosa di ancora più specifico come sede per la sua convention: la Fabbrica del Vapore.
Un vecchio stabilimento dismesso recuperato dalla giunta Albertini e trasformato in uno spazio polifunzionale. Ma dal Comune, oggi guidato dall’avversario Beppe Sala, è arrivato un no.
A Pontida il raduno della Lega
Anche la scelta dei giorni potrebbe non essere casuale. Il weekend di metà settembre è quello in cui la Lega si darà appuntamento per il più classico dei raduni, quello di Pontida. Sulla coincidenza dei due eventi, esistono due interpretazioni.
Quella maliziosa, che indica nella data un modo garbato per mettere fuori gioco eventuali presenze leghiste.
E quella invece accomodante: la data sarebbe stata scelta proprio per evitare imbarazzi: ciascuno a casa sua, e tutti contenti. Forse la spiegazione è più semplice: la settimana prima era ancora troppo a ridosso delle ferie.
«La crescita cultura dell’area moderata»
Comunque sia, la convention parisiana, almeno per il momento, non prevede oratori di partito. In realtà , neppure è un appuntamento di Forza Italia.
La sua organizzazione è parallela a quella dell’incarico di due diligence sul movimento che gli ha conferito Silvio Berlusconi. Parallela ma, come si sottolinea, separata.
Certo, l’ex premier ha «apprezzato e condiviso» l’iniziativa di Parisi. Che tuttavia, resta «un contributo» del solo Parisi «alla crescita ideale e culturale per l’area moderata». Anche se le televisioni del Biscione sono state già allertate: massima copertura all’evento. Nei giorni del suo svolgimento, ma soprattutto in quelli successivi per far risuonare le nuove parole d’ordine.
Tra i presenti, poche certezze: l’ex numero uno di Confindustria Giorgio Squinzi, il presidente di Federacciaio Antonio Gozzi e quello di Ance Claudio De Albertis.
(da “il Corriere della Sera”)
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Agosto 23rd, 2016 Riccardo Fucile
REGGIO EMILIA, SI BUTTA IN ACQUA PER SALVARE TRE PERSONE E SI SCATENA IL DELIRIO RAZZISTA
Quando ha visto un uomo arrancare nelle acque del Po e altri due che cercavano invano di trarlo in salvo, Sauro Maghenzani, 52enne parmense, non ci ha pensato due volte: si è tuffato e con una nuotata ha raggiunto i tre, aiutandoli a guadagnare la riva. La vicenda si poteva concludere così, con i ringraziamenti e il plauso per un atto di altruismo che ha permesso di salvare una vita umana.
Ma qualche settimana dopo nella cassetta della posta, l’uomo ha ricevuto un’amara sorpresa: una lunga lettera anonima con una sfilza di insulti a sfondo razzista.
Il motivo? La persona che ha salvato non è un italiano, ma uno straniero, un cittadino di origine cinese che si trovava in spiaggia sul Po con i suoi parenti.
Le offese, la maggior parte delle quali irripetibili tanto da non consentire la pubblicazione integrale del testo, accusano in sostanza l’uomo di essere dalla parte degli immigrati: “Abbiamo gli extracomunitari che ormai ci stanno soffocando e comandano loro, i cinesi che ci stanno uccidendo con la loro concorrenza” si legge nella lettera recapitata a Maghenzani nella sua abitazione a Mezzani, in provincia di Parma.
Ma ci sono anche frasi più esplicite, come “Tornate in Africa, tu e i tuoi amici africani”, oppure “Dovevi lasciarli crepare”.
Parole scritte da qualcuno che probabilmente sa chi è Maghenzani e ha sentito parlare in paese della sua impresa.
“Il mio è stato un semplice gesto di pietà — racconta Maghenzani a ilfattoquotidiano.it — Ho risposto a una richiesta di aiuto, lo avrei fatto per chiunque, invece mi hanno scritto cose assurde, dicono che è colpa mia se ci sono gli stranieri in Italia, perchè li salvo tutti io”.
I fatti risalgono al 7 agosto a Boretto, in provincia di Reggio Emilia, sulle rive del Grande Fiume.
Una domenica pomeriggio come tante, con famiglie e residenti che cercano refrigerio dalla calura di agosto approfittando delle secche del Po che d’estate formano lingue di sabbia e pozze d’acqua lungo il letto del fiume.
“Ero lì con i miei figli, c’erano tante persone quel giorno e anche un gruppo di cinesi. — racconta il parmense — A un certo punto ho sentito gridare aiuto. Ho visto che in acqua c’era un uomo che stava male e rischiava di annegare. Altri due cercavano di aiutarlo, ma per la corrente non riuscivano a tornare a riva. Così mi sono buttato, ho nuotato per una ventina di metri e li ho raggiunti”.
Grazie al suo intervento, Maghenzani è riuscito a portare a riva l’uomo che aveva avuto un malore, un 28enne cinese, e insieme a lui suo padre e il fratello che erano stati sopraffatti dalla corrente.
Poi sono arrivati i soccorsi e tutto si è risolto per il meglio. “I cinesi sono stati molto gentili — racconta — mi hanno continuano a ringraziare e volevano addirittura offrirmi dei soldi. Ma non mi sento di aver fatto nulla di speciale. Io vengo da sempre sul Po, mi è capitato di buttarmi anche per salvare un cane, quel giorno non mi sono chiesto chi avessi davanti, ho soltanto cercato di dare il mio contributo in una situazione d’emergenza”.
Chi frequenta il Po è abituato a tendere la mano a chi si trova in difficoltà e non di rado a salvare vite, perchè le correnti sono forti e il pericolo è dietro l’angolo: lo fanno spesso i pescatori, l’ha fatto Maghenzani, l’ultima volta quella domenica d’agosto. “L’avrei fatto per chiunque — continua — Non ho rischiato la vita, ho soltanto dato una mano, niente di più”.
La cronaca di quel giorno è stata raccontata dalla Gazzetta di Reggio, e il salvataggio del 52enne ha fatto il giro della provincia e del suo paese di origine.
Tanti i complimenti, ma anche qualche battuta col sorriso: “Se era dei nostri era meglio”, “Potevi lasciarlo là ”.
Qualcuno però è andato oltre, arrivando perfino agli insulti con quella lettera anonima inviata pochi giorni fa.
“Credo che si tratti di qualcuno che mi conosce — aggiunge Maghenzani — ma devo dire che non mi interessa sapere chi è. Non credo di avere fatto un gesto eroico, penso che chiunque di fronte a una persona che sta male, dovrebbe cercare di mettersi a disposizione. Io l’ho fatto questa volta. Se ricapitasse lo rifarei, ma scapperei subito dopo. Non mi piace la ribalta — conclude amaro — e tutto quello che sta succedendo su questa vicenda non ha senso”.
Silvia Bia
(da “il Corriere della Sera”)
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Agosto 23rd, 2016 Riccardo Fucile
“PAGATI 4,5 EURO PER RACCOGLIERE TRE QUINTALI DI POMODORO… 20.000 BRACCIANTI AFRICANI E COMUNITARI NELLA SOLA PROVINCIA DI FOGGIA
I nuovi schiavi d’Europa vivono nel Tavoliere, nella Puglia glamour delle vacanze a cui si
contrappone quella dei ghetti. Uno peggio dell’altro, se avesse senso mettere a confronto dei ghetti
«Noi siamo europei ma siamo trattati peggio dei neri». A Borgo Mezzanone – borgata nata dalla bonifica fascista a una decina di chilometri da Foggia (pur essendo frazione di Manfredonia) – c’è il ghetto dei bulgari.
Niente acqua corrente, niente bagni e adesso anche niente lavoro nei campi.
«Ci sono pochi pomodori (il 30 per cento in meno rispetto al 2015, ndr) – racconta Mirko, in Puglia da quattro anni con la famiglia – e se ci va bene, quest’anno, lavoreremo 7 o forse 10 giornate nell’intera stagione: per la raccolta preferiscono i neri, più giovani e forti».
Il ghetto dei bulgari è meno conosciuto di quello africano, il Gran Ghetto di Rignano Garganico.
È anche più piccolo – 1.000 abitanti contro 2.500 – ed è «solo» un insediamento abusivo al contrario dell’altro, sotto sequestro (con facoltà d’uso) da marzo.
Ma tra un ghetto e l’altro c’è una differenza fondamentale: in quello dei bulgari ci sono i bambini, tanti bambini. In quello africano no.
Bimbi e ragazzi per i quali, tra roulotte e baracche delle favelas del Tavoliere, non esiste la scuola, non esistono giochi, non c’è acqua corrente per una doccia: in poche parole, non c’è futuro.
Le «tariffe
«I bulgari si trasferiscono con le famiglie – spiega il prefetto di Foggia Maria Tirone – lo sappiamo e lo sa anche il Comune di Manfredonia che ha contattato l’ambasciata bulgara per una collaborazione». «E con la penuria di lavoro – spiega Daniele Iacovelli, segretario della Flai Cgil della provincia di Foggia – per qualche euro in più i neo-comunitari sono disposti anche a rinunciare a qualche giornata contributiva che, con la complicità dei datori di lavoro o dei commercialisti, viene assegnata agli italiani falsi braccianti».
I due ghetti, quello bianco e quello nero, hanno un punto in comune: il coordinamento da parte dei caporali, bulgari da una parte e africani dall’altra, che fanno da mediatori con gli imprenditori che cercano manodopera a basso costo.
Il listino prezzi, per braccianti africani e neo-comunitari (complessivamente ventimila nella provincia di Foggia a fronte dei quattrocentomila a livello nazionale) è identico: il trasporto con il furgone costa cinque euro a testa e per ogni cassone da tre quintali – pagato quattro euro e mezzo – il caporale trattiene cinquanta centesimi.
E visto che nei furgoni si stipano anche in venti e che ogni bracciante riesce a riempire fino a quindici cassoni, il caporale incassa per ogni trasporto duecentocinquanta euro al giorno.
I controlli
Considerando che all’interno dei ghetti i caporali gestiscono anche i bar e i negozi (dal macellaio al meccanico), si capisce come con questo giro d’affari sia difficile debellare il caporalato. E questo, nonostante negli ultimi mesi si sia registrato un sensibile incremento dei controlli (più 59 per cento, secondo il governo).
«Soltanto con più controlli e con investimenti nei trasporti si può sconfiggere il caporalato – spiega il prefetto Tirone –. I ghetti si allargano perchè ci sono i caporali e i caporali trovano spazio perchè non ci sono alternative adeguate per coprire le lunghe distanze che separano i braccianti dai campi».
Più controlli, quindi. Ma c’è anche chi se ne lamenta.
Verso Sud, nella provincia di Bari, si sta raccogliendo l’uva da tavola. Ma, per Coldiretti Puglia, la raccolta è ostacolata da «un clima di presidio militarizzato».
«Prima di Ferragosto – spiega Giorgio Nicassio dell’omonima azienda di Adelfia – sono venuti dodici finanzieri per controllare i nostri quattro braccianti che lavoravano nel vigneto e l’attività è rimasta bloccata dalle 8 alle 11».
Eppure, nel Sud-Est Barese, con distanze da coprire più brevi, il fenomeno del caporalato è meno diffuso rispetto al Foggiano e al Salento.
Dove invece i ghetti si allargano, l’Europa è solo sulla cartina e il futuro si allontana.
Michelangelo Borrillo
(da “il Corriere della Sera”)
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Agosto 23rd, 2016 Riccardo Fucile
RIDICOLI: HANNO VOTATO LA LIMITAZIONE DELLA CUSTODIA IN CARCERE
Familiari, cittadini e politici si sono scagliati contro i magistrati di Ragusa, colpevoli di aver scarcerato il “mostro”.
In base al racconto della madre, è possibile che i reati siano ritenuti insussistenti: prelevare la bambina in uno spazio aperto (una spiaggia), dunque senza possibilità di nascondersi, senza un mezzo che permetta una veloce fuga, in presenza dei genitori e di altre persone che reagiscono immediatamente, potrebbe essere ritenuta condotta inidonea e dunque penalmente irrilevante.
In ogni modo, Lubyata è stato fermato pochi istanti dopo averla preso in braccio: non vi è stata dunque una concreta privazione della libertà personale (nel che consiste il sequestro di persona) poichè la bambina è rimasta sotto il controllo dei genitori e dei loro amici.
Si tratterebbe dunque di reati tentati, proprio come accadrebbe nel caso di chi, con l’intento di appropriarsene, entri in una vettura parcheggiata ma non riesca ad allontanarsi perchè immediatamente bloccato.
Per questi reati (tentati) il fermo non era consentito.
Articolo 280 comma 2 codice di procedura: la reclusione è prevista solo per reati con pena non inferiore nel massimo a cinque anni.
Il sequestro di persona (consumato) è punito con una pena massima di 12 anni (art. 605 comma 2 codice penale); il tentativo prevede pena diminuita da un terzo a due terzi (art. 56 comma due codice penale), dunque con un massimo di 4 anni.
Il reato di sottrazione di minore prevede pene molto minori. Semplicemente la legge non consente la custodia preventiva.
La mamma della bambina ha ragione: la legge fa vomitare.
I responsabili del vomito sono proprio quelli che oggi additano i magistrati di Ragusa alla pubblica esecrazione.
Legge 9/8/13, emanata allo scopo di “fornire una prima risposta al problema del sovraffollamento penitenziario e a sanare una situazione che espone il nostro Paese alle reiterate condanne da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo”; articolo 1: all’articolo 280, comma 2 la parola “quattro” è sostituita da “cinque”.
Con la legge precedente Lubyata avrebbe potuto finire in galera; oggi no.
D’altra parte lo scopo dichiarato di risolvere il “sovraffollamento penitenziario” senza costruire nuove carceri poteva essere raggiunto solo non incarcerarando i delinquenti. Aggredire i magistrati per aver applicato una legge fatta proprio dagli aggressori è il colmo dell’improntitudine.
Non desta infine stupore, ma indignazione sì, la voglia di linciaggio manifestata da quelli stessi che, in occasione di conclamati rapporti di loro sodali con associazioni criminali, in genere mafiose, si prodigano in ridicole difese paragiuridiche (mancato rispetto dei diritti degli imputati e accanimento processuale).
Difese prontamente dimenticate quando il criminale da tutelare non è uno dei loro e quando il “giustizialismo” applicato al delinquente comune garantisce consenso e voti.
Bruno Tinti
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 23rd, 2016 Riccardo Fucile
ANM E MAGISTRATURA INDIPENDENTE NON FANNO LE LEGGI, LE APPLICANO… L’INDIANO ANDAVA ESPULSO PRIMA, MA TENERE UNA BAMBINA IN BRACCIO PER 40 SECONDI SENZA ALLONTANARSI NON PARE PROPRIO UN SEQUESTRO DI PERSONA
Chi attacca la pm di Ragusa sul mancato fermo dell’indiano accusato di tentato sequestro di
persona per aver preso in braccio una bimba sulla spiaggia di Scoglitti “non conosce la legge”.
Lo afferma l’Associazione nazionale magistrati, che definisce “inaccettabili” gli attacchi al pm di Ragusa Giulia Bisello, titolare dell’inchiesta su Ram Lubhaya, ambulante con precedenti per droga.
Accuse arrivate, oltre che dai familiari della vittima e sui social, dai soliti politici di centrodestra come Maurizio Gasparri e Daniela Santanchè.
Secondo quanto emerso, il 43enne ha preso la bimba in braccio per meno di un minuto, senza allontanarsi, per poi essere bloccato dai familiari stessi, mentre qualcuno chiamava i carabinieri.
Sui fatti accaduti nel territorio del Comune di Vittoria lo scorso 16 agosto, che “saranno accertati nel procedimento penale”, l’Anm “stigmatizza gli attacchi mediatici diretti al pm di quell’ufficio giudiziario Giulia Bisello”.
Attacchi che sono “frutto di un approccio superficiale agli accadimenti, determinato dalla non conoscenza degli atti e dei presupposti di legge che hanno portato alle scelte della collega”.
Sulla stessa linea, la corrente moderata Magistratura indipendente, che aggiunge: “Le giuste richieste e le legittime aspettative di sicurezza dell’opinione pubblica devono essere rivolte a chi ha il compito di redigere le leggi”.
Sull’onda delle polemiche — il ministro della giustizia Orlando ha disposto accertamenti sul caso — il procuratore capo di Ragusa Carmelo Petralia e la pm titolare hanno fornito la spiegazione tecnica della decisione di non procedere al fermo di Ram Lubhaya, dettata appunto dalla normativa.
Il reato di sequestro di persona, aggravato dall’essere commesso ai danni di un minore, prevede pene da uno a dieci anni di carcere, mentre per procedere a un fermo la legge impone un minimo di due anni.
In più i magistrati sottolineano che al più si è trattato di un tentato sequestro, risolto in meno di un minuto, lasso di tempo nel quale l’uomo non si è neppure allontanato dal luogo dove ha incontrato la bambina.
Lo stesso Lubhaya ha negato di avere alcuna intenzione di rapirla.
Il sottosegretario alla giustizia Cosimo Maria Ferri sposa la spiegazione tecnica dei magistrati e propone di conseguenza un aumento delle pene per quelli che definisce “ladri di bambini“: “Potremmo chiedere al legislatore di rivedere i termini relativi al reato di sequestro di persona, innalzando i minimi per evitare che nel caso di tentativo non ci siano i presupposti per disporre il fermo”.
Altro fronte, il fatto che sul cittadino indiano gravasse un provvedimento di espulsione: “Il nodo vero — sottolinea Ferri — è perchè non sia stato espulso, perchè era ancora qui, libero. Peggio ancora: perchè non era in un centro per gli immigrati? Occorre agire con maggior energia sul capitolo delle espulsioni, rispendendo al suo Paese chi ha non diritto di stare in Italia”.
La Procura di Ragusa, infatti procederà anche per il reato di immigrazione clandestina.
I magistrati non avrebbero potuto disporre la custodia cautelare dell’accusato perchè l’attuale parlamento — in ottica “svuotacarceri” — ha approvato la legge del 9 agosto 2013 che ha abbassato di un anno la soglia di pena per cui si può disporre il carcere in attesa di giudizio.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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