Febbraio 18th, 2017 Riccardo Fucile
TUTTI I BIG IN PRIMA FILA…OVAZIONE PER BERSANI… SPERANZA, EMILIANO E ROSSI CONTRO IL RENZISMO CONTINUANO A EVOCARE LA SCISSIONE
“O si svolta, o si da vita un nuovo inizio, una nuova sinistra”. E’ questo il concetto chiave del patto a 3
(Emiliano-Speranza-Rossi) in chiave anti Renzi in vista del congresso.
E’ il messaggio unico e inequivocabile lanciato la segretario.
“Serve un gesto di responsabilità , se questo ci verrà negato sarà compito nostro dare inizio a una nuova storia. Ci auguriamo un gesto di responsabilità . Ci auguriamo che cambiando si possa proseguire sotto lo stesso tetto. Se non sarà così nessun patema. Anche perchè in futuro saremo chiamati a collaborare per il bene del paese”.
E’ chiarissimo Enrico Rossi, presidente della Regione Toscana e candidato alla segreteria del partito, nel suo intervento all’assemblea della minoranza Pd. Un’assemblea per decidere il vero futuro della minoranza del Partito Democratico. Concetto ribadito poco dopo anche da Roberto Speranza: “Se le cose dovessero andare non come vogliamo sarà normale un nuovo inizio. Ma non sarà una casa chiusa, stretta e piccole in cui si sente meglio perchè ci sono i nostri colori e le nostre bandiere. Ci sarà bisogno di offrire al paese un nuovo centrosinistra”
“Di fronte a una situazione molto meno grave di quella in cui si trova oggi Renzi, Bersani si è dimesso e ha consentito al partito di superare le difficoltà . Se quel partito è sopravvissuto ed ha dato la possibilità a Renzi di diventare presidente del consiglio è perchè il suo segretario è stato capace di vincere il personalismo e di vivere la politica come comunità . Un segretario di partito non è una persona che ha paura del confronto e teme che chi ha idee diverse dalle sue possa avere consenso e che passi il tempo. Che paura ha Matteo Renzi del passare del tempo?”.
Dopo queste parole di Michele Emiliano la platea del teatro Vittoria ha dedicato un lungo applauso a Bersani.
Bersani è seduto nel teatro in prima fila con Guglielmo Epifani e Massimo D’Alema . La kermesse è stata organizzata da Enrico Rossi con Roberto Speranza e Michele Emiliano.
Il teatro è pieno e in sala si vedono numerosi deputati e senatori della minoranza Dem.
Sul palco campeggia la scritta “Democratici socialisti per cambiare l’Italia, la sinistra il Partito democratico” e poco dopo vengono trasmesse immagini di Guerre Stellari, con Yoda e che la “forza sia con te”.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 18th, 2017 Riccardo Fucile
IL QUOTIDIANO DELLA CITY: “UN DURO COLPO ALLE SPERANZE DI GRILLO DI ESIBIRE L’AMMINISTRAZIONE COME UN’ESPERIENZA DI SUCCESSO”
Il Financial Times si occupa del “calvario” che sta attraversando Virginia Raggi, sindaco di Roma, inizialmente vista come “il simbolo delle crescenti ambizioni nazionali del movimento 5 Stelle, il partito populista più forte in Italia”.
“Se la signora Raggi, 38 anni – scrive il giornale – , avesse governato con successo la problematica capitale in nome del (partito) ultimo arrivato guidato dal ‘robusto’ comico Beppe Grillo, allora gli italiani sarebbero stati più convinti di scegliere i 5 Stelle anche per guidare il Paese. Ma otto mesi dopo, la prova (della Raggi, ndr) sembra essersi rivelata un fiasco”.
I guai della Raggi, come titola il foglio salmone della City, “stanno lasciando il segno sulle ambizioni nazionali del Partito.
Le dimissioni e lo scandalo lasciano la rivolta del comico populista (Beppe Grillo, ndr) con poco da ridere”, scrive il corrispondente James Politi che ricorda come “membri di spicco della giunta Raggi si siano dimessi con risentimento.
I suoi più stretti consiglieri sono stati inseguiti dai guai giudiziari, tra cui l’ex capo del personale (Raffaele Marra, ndr) è ora in carcere accusato di corruzione”.
Il FT ricorda come “lo stesso sindaco sia sotto inchiesta per abuso di ufficio ed è stata vittima (cosa deprecabilissima) di attacchi sessisti (il riferimento è al titolo del quotidiano LIbero, ndr). Ma benchè i romani siano abituati alle politiche inefficaci, stavolta sembrano aver perso la pazienza. Tra quanti hanno votato Raggi il 41% in un recente sondaggio ha detto che sceglierebbe qualcun altro”.
Il problema, sottolinea la Bibbia della City, “è che i problemi della signora Raggi (che ha rifiutato di essere intervistata dal Financial Times) hanno implicazioni che vanno molto oltre la capitale. La terza economia dell’Eurozona andrà alle elezioni entro il prossimo anno. Il duello principale sarà tra i 5 Stelle e il partito di maggioranza al potere, il Partito Democratico, guidato da Matteo Renzi, l’ ex premier. E i 5 Stelle sono ora leggermente dietro il il Pd nei sondaggi nazionali”.
Per il Financial Times, “ciò che i 5 Stelle stanno sperando e che molti italiani non si concentreranno sul caos di Roma credendo che la capitale sia comunque ingovernabile, chiunque sia il sindaco”.
Il quotidiano economico finanziario britannico chiude con una dura analisi: “Ogni speranza su cui ancora Grillo contava di poter usare la signora Raggi come un successo da esibire, ha subito un duro colpo”.
(da agenzie)
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Febbraio 18th, 2017 Riccardo Fucile
NON REGGONO IL PASSO CON QUELLI FRANCESI, TEDESCHI E INGLESI
Gli stipendi degli italiani continuano a essere fra i più bassi d’Europa. 
Secondo gli ultimi dati resi noti dall’agenzia europea di statistica, relativi al 2014, in quasi tutti i settori i salari medi non reggono il passo con quelli francesi, tanto meno con tedeschi o inglesi.
Fra le nazioni principali soltanto quelli spagnoli sono inferiori – sebbene serva tenere in considerazione anche i diversi costi della vita nei vari paesi nonchè il variabile peso del fisco.
Sia nei principali settori industriali che nei servizi gli stipendi risultano minori per centinaia – in qualche caso persino migliaia – di euro al mese.
Dove invece sono grosso modo nella media è nel campo degli alloggi e della ristorazione, nonchè nella sanità e nei servizi sociali.
Decisamente buoni, d’altra parte, gli stipendi medi all’interno delle attività di estrazione di combustibili fossili.
Dalle stesse informazioni possiamo anche ricostruire quanto prendono i giovani rispetto ai lavoratori maturi.
Quasi sempre l’anzianità paga e, con qualche eccezione minore, il reddito cresce con l’età . La distanza fra matricole e veterani appare particolarmente ampia nei servizi finanziari o di informazione e comunicazione nonchè – di nuovo – nelle attività estrattive.
Lo scarto appare invece molto più corto in diversi altri settori, dove magari a inizio carriera non si prende molto meno rispetto a campi più blasonati, ma neppure ci si può aspettare di andare chissà quanto avanti.
È il caso, per esempio, dell’istruzione o del trasporto. Per parte sua, invece, il commercio è fra i pochi settori in cui lo stipendio medio cresce fino ai 60 anni, ma da lì poi torna un po’ indietro.
Ma che il salario debba sempre e per forza crescere con l’età è un’idea forse più diffusa in Italia che altrove, o comunque in quelle nazioni dove si tende a premiare l’anzianità di servizio come un valore in sè.
Altrove, in Europa, le cose vanno in modo diverso, e quanto si riceve tende a essere collegato in maniera più stretta a quanto si produce, a prescindere dall’età .
Succede per esempio in Germania e nel Regno Unito, dove praticamente in tutti i campi il picco arriva intorno ai 50 anni, quando l’esperienza si coniuga alla capacità di imparare cose nuove.
In seguito però lo stipendio medio tende a calare, invece che continuare a crescere come avviene appunto in Italia o in Spagna.
Dando un’occhiata agli stipendi, emerge subito anche la differenza fra uomini e donne. Dai settori in cui appare relativamente piccola, come negli alloggi e nella ristorazione dove vale un centinaio di euro al mese, per arrivare alla finanza o alle professioni scientifiche e tecniche – quando invece vale quasi mille euro.
Ci sono varie ipotesi per spiegare un divario tanto ampio.
Potrebbe trattarsi, sostengono alcuni studi, di campi in cui spesso è necessario lavorare al di là delle tradizionali ore da ufficio, e questo in qualche modo risulta uno svantaggio per le donne.
C’è poi il problema istruzione: una volta le donne erano spinte verso studi che portavano a redditi più bassi, anche all’interno dello stesso settore, e questo non può che ripercuotersi sulla loro vita lavorativa – anche se oggi forse un po’ meno di ieri. Resta comunque che anche se le giovani hanno una retribuzione simile a quella dei loro colleghi, per le età più avanzate il divario diventa sempre maggiore – e a fine carriera porta a un reddito medio doppio, triplo o ancora superiore
Quando si parla di stipendi, bisogna comunque tenere a mente che si tratta di valori lordi, cioè prima che arrivino a mordere le tasse.
Per capire quanti soldi – concretamente – restano in tasca alle persone bisogna poi sottrarre anche imposte e contributi previdenziali che incidono in maniera molto diversa da nazione a nazione e da persona a persona.
Nel fare confronti fra nazioni diverse bisogna anche ricordare che sì, la moneta può anche essere unica, ma questo non significa che sia per forza identica ovunque.
Mille euro guadagnati in Italia non sono uguali a mille euro guadagnati in Spagna o in Francia, perchè a cambiare è il potere d’acquisto.
A volte con la stessa cifra è possibile comprare più cose, a volte meno – per esempio perchè c’è maggior concorrenza e i prezzi sono più bassi -, e questo significa che a conti fatti il valore reale del nostro stipendio dipende anche da dove lo guadagniamo.
Ma possiamo tenere in conto anche questo: fatta 100 la media di 28 paesi europei, viene fuori che un euro francese vale circa 7 punti percentuale in meno, uno tedesco 4. Viceversa, la stessa somma in Italia compra grosso modo 3 punti in più di beni o servizi, 8 nel Regno Unito e 11 in Spagna.
Tutto considerato, quindi, gli stipendi nel paese iberico sono abbastanza più alti rispetto a quanto sembrerebbe a prima vista, quelli italiani leggermente di più; francesi e tedeschi al contrario vanno aggiustati in una certa misura nell’altra direzione.
Eppure, anche con tutti gli aggiustamenti del mondo, il problema dell’Italia resta.
(da “L’Espresso”)
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Febbraio 18th, 2017 Riccardo Fucile
40 SUDANESI RIMPATRIATI DI FORZA IN SPREGIO ALLE CONVENZIONI INTERNAZIONALI VERSO UN REGIME MILITARE COLLUSO CON TRAFFICANTI E CON UN PRESIDENTE COLPITO DA MANDATO DI CATTURA INTERNAZIONALE
Cinque anni dopo essere stata condannata per i respingimenti in alto mare verso la Libia, l’Italia torna di fronte alla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo per il rimpatrio – nell’agosto 2016 – di 40 cittadini sudanesi.
A firmare il documento sono stati cinque degli uomini forzatamente rimpatriati, assistiti dagli avvocati Salvatore Fachile e Dario Belluccio.
Secondo il testo inviato alla cancelleria della Corte lo scorso 13 febbraio da uno dei ricorrenti, il governo italiano era “consapevole che lo stesso sarebbe stato sottoposto a trattamenti disumani e degradanti”.
La denuncia del Tavolo Asilo.
Sarebbe insomma una violazione voluta, che si inserisce, denuncia l’avvocato Fachile, “in un piano preciso dell’Unione Europea, che chiede a Italia e Grecia di violare i trattati internazionali per fermare l’arrivo di persone via mare, trasformando il nostro paese in un’enorme frontiera, dotata di centri di espulsione”.
Una prospettiva aspramente criticata dal Tavolo Nazionale Asilo, che riunisce diverse organizzazioni di tutela dei diritti umani, fra cui Centro Astalli, Caritas, Asgi, Arci, Amnesty International e Federazione delle Chiese Evangeliche.
Trumpismo all’italiana.
“Quello del rimpatrio dei sudanesi è uno degli episodi di un dilagante ‘trumpismo’ all’italiana”, ha dichiarato Filippo Miraglia, vicepresidente di Arci, durante la conferenza stampa indetta per pubblicizzare il ricorso. “Sono politiche di corto respiro”, ha proseguito, “confermate dal recente accordo con la Libia e dal cosiddetto piano Minniti per costruire nuovi centri di espulsione”.
Se la Corte UE si esprimesse, ha spiegato però Fachile, “potrebbe mettere in discussione le basi di queste operazioni di rimpatrio collettivo, come il Memorandum di intesa fra Italia e Sudan dello scorso agosto”.
L’accordo segreto con il Sudan.
La vicenda del rimpatrio nasce infatti da un accordo di cooperazione fra le polizie di Italia e Sudan, firmato il 3 agosto 2016 e mai reso pubblico (oggi disponibile sul sito dell’Associazione Studi Giuridici per l’Immigrazione), per la “gestione delle frontiere e dei flussi migratori e in materia di rimpatrio”.
Il documento è applicato per la prima e – secondo gli estensori dei ricorsi – unica volta, nelle settimane successive, quando una sessantina di cittadini sudanesi è stata fermata nei pressi di Ventimiglia.
Quaranta rimpatriati.
In uno dei ricorsi depositati, il firmatario – giunto il 29 luglio sulle coste italiane – racconta di essere stato “prima preso a schiaffi e poi forzato dito per dito a lasciare le proprie impronte” e quindi “detenuto per la durata di cinque giorni all’interno di una caserma di polizia o di altra struttura militare”.
Altri concittadini, secondo le ricostruzioni degli avvocati, sarebbero stati condotti nell’hotspot di Taranto. In 40 sarebbero stati infine rimpatriati, come confermato da una lettera inviata al L’Espresso da Giovanni Pinto, direttore della Direzione Centrale dell’Immigrazione e della Polizia delle Frontiere.
Rischio di trattamenti disumani.
A differenza di quanto scritto da Pinto, il ricorso sostiene però che i cittadini sudanesi sarebbero stati privati “di fatto dell’informazione relativa al rimpatrio”.
In sette sarebbero stati poi fatti scendere dall’aereo, in partenza da Torino per Khartoum, a seguito della “strenua resistenza fisica opposta”.
Tutti e sette, ha spiegato Filippo Miraglia di Arci, hanno poi ottenuto lo status di rifugiato, “a riprova dei rischi che avrebbero corso tornando in Sudan”.
Le carte invocano dunque gli art. 3 e 4-4 della Convenzione Europea per i Diritti dell’Uomo, che proibiscono l’esposizione a “tortura e trattamenti disumani e degradanti” e le espulsioni collettive.
Avvocati e parlamentari in Sudan.
“Si tratta di un ricorso complicato”, ha sottolineato Fachile, “che ci ha costretto a lavorare in condizioni difficili per noi e pericolose per gli assistiti”.
Le procure sono state infatti raccolte lo scorso dicembre durante una visita in Sudan di una delegazione di parlamentari UE, del gruppo della SUE/Sinistra Unitaria Europea. Le conversazioni fra avvocati e ricorrenti sarebbero state ascoltate dai servizi segreti del regime di Khartoum, che hanno poi interrogato a lungo i legali italiani.
“Possiamo solo dire che i nostri assistiti hanno ricevuto un divieto di espatrio per cinque anni”, ha spiegato l’avvocato, “e vivono nascosti nei dintorni della capitale, non potendo tornare nella regione del Darfur, da cui sono partiti a causa delle persecuzioni”.
La partnership Bruxelles – Khartoum.
L’operazione di rimpatrio è un tassello, segnalano le associazioni, di una rinnovata partnership tra UE e Sudan, avviata con il “processo di Khartoum” nel 2014, e rafforzata dall’Agenda Europea sulle Migrazioni e dal meeting UE-Africa de La Valletta, nel novembre 2015.
“Ci sono in gioco fondi per centinaia di milioni di euro”, dice Sara Prestianni, che ha partecipato alla missione in Sudan per conto di Arci. E’ di 115 milioni il primo stanziamento all’interno del Fondo Fiduciario per l’Africa. E soprattutto, come segnala un rapporto preparato dai parlamentari SUE, “c’è il grosso nodo degli equipaggiamenti per il controllo delle frontiere”.
Equipaggiamenti per gruppi paramilitari.
Il Sudan chiede infatti tecnologie, mezzi militari e fondi per centri di trattenimento alle frontiere, che l’UE potrebbe fornire all’interno di progetti come il Border Migration Management, e tramite il ROCK, acronimo per centro operativo regionale di Karthoum, da avviare nel 2017.
Ma c’è il rischio che i materiali abbiano poi un altro impiego. Secondo gli europarlamentari, che citano attivisti e leader locali, la frontiera più “calda”, ovvero quella con la Libia, è infatti controllata dalle Rapid Response Forces. Un gruppo paramilitare legato al presidente Omar al-Bashir, con cui condivide un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale, per crimini commessi nella regione del Darfur.
Sicurezza contro diritti umani?
Per il parlamentare portoghese Pimenta Lopes, fra i membri della delegazione GUE, “l’UE sta supportando le forze armate di un governo repressivo, legate a milizie e trafficanti, contribuendo così a violazioni dei diritti umani su scala sempre più ampia”.
Paese di origine e transito per migranti diretti in Libia ed Egitto, il Sudan di al-Bashir è dunque un partner importante per un’Unione Europea timorosa di nuovi arrivi via mare. Il ricorso di cinque cittadini sudanesi potrebbe aprire una crepa in una relazione che si gioca su dinamiche complesse, in cui l’UE cercherà , come dichiarato nel progetto del ROCK, “il giusto equilibro fra il sostegno a agenzie di sicurezza e l’approccio dei diritti umani”.
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 17th, 2017 Riccardo Fucile
IL RAGAZZO DAL CIUFFO ROSSO CHE SFIDA ORLANDO ALLE COMUNALI: “SALVINI, PALERMO NON PERDONA LE TUE PAROLE. QUESTA E’ LA CITTA’ DELLA TOLLERANZA, L’ISOLA DI GRECI, FENICI, ARABI, NORMANNI, CHIEDI SCUSA ALLA MIA TERRA”
Quando dalla ribalta delle Iene ha deciso di lanciarsi nella corsa a sindaco di Palermo con un
raggruppamento di liste civiche, insidiando il favoritissimo e già ricandidato Leoluca Orlando, tutto pensava Ismaele La Vardera, 23 anni, tanti amici fra gli immigrati, tranne di ritrovarsi come inatteso sponsor il leader della Lega Matteo Salvini.
Un vero e proprio endorsement non concordato e lanciato durante un talk show pomeridiano, su “La7”.
Con Salvini che, parlando delle elezioni di maggio a Palermo, ha detto di apprezzare “il ragazzo dal ciuffo rosso”.
Una sorta di battesimo sul campo per quel ragazzo tante volte vestito da “iena” in grisaglia nera, come la cravatta sulla camicia bianca, «blogger Huffington Post», come si definisce nel suo profilo.
Una sorpresa generale per chi conosce La Vardera da quando battagliava fra Villabate e Misilmeri contro mafie e consorterie politiche prima di essere arruolato a Mediaset. Ma il battesimo di cotanto padrino deve avere stordito il ragazzo con capelli e barba color carota. Pronto a giurare ai suoi amici di avere appreso dell’endorsement in diretta, «senza alcun preventivo accordo».
E per questo La Vardera ha deciso di giocare a carte scoperte, lanciando sul web attraverso il Corriere.it un video messaggio stile “Iena”.
Un video surreale di cinque minuti in cui ha inserito l’intervista di Salvini e la sua risposta.
Un dialogo a distanza forse fra sordi. Perchè quel che non piace al candidato sindaco che con ironia si definisce «il Davide contro l’Orlando-Golia» è la posizione di Salvini su migranti e respingimenti, accoglienza e mezzogiorno.
Esplicite nel video le critiche alle posizioni della Lega: «Caro Salvini, Palermo non perdona le tue parole. Questa è la città della tolleranza, questa è l’isola di greci, fenici, arabi, normanni… Se vuoi che accetti il tuo sostegno, rivediamo le politiche della Lega. Intanto, chiedi scusa alla mia terra, altrimenti se ci sarà un rifiuto andrò avanti da solo…».
La corda rischia così di spezzarsi, anche perchè da “Iena” La Vardera affida le ultime sequenze a un suo amico palermitano dalla pelle scura, Amin, un fotoreporter nato in SriLanka, anche lui sorridente e provocatorio: «Matteo, non tuti gli immigrati rubano e io, ti piaccia o no, con la mia pelle nera sono palermitano».
Felice Cavallaro
(da “il Corriere della Sera”)
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Febbraio 17th, 2017 Riccardo Fucile
DUE GIORNI FA INCONTRA LA MAGGIORANZA IN CAMPIDOGLIO PER SINTETIZZARE I PARERI LEGALI SULLO STADIO SU INCARICO DEL GRUPPO REGIONALE M5S… DOPO POCHE ORE LA SMENTITA DEL GRUPPO REGIONALE: “DA NOI NESSUN INCARICO A CANALI”
In mattinata l’avvocato Alessandro Canali — che è anche il legale che inviò una smentita a Repubblica insieme a Roberta Lombardi e Marcello De Vito — aveva rilasciato una dichiarazione alle agenzie di stampa a proposito dell’incontro di due giorni fa con la maggioranza pentastellata in Campidoglio.
“In base a diversi pareri legali, anche molto autorevoli come quello del presidente Imposimato, ho spiegato ai consiglieri comunali M5S che non rischiano di dover risarcire personalmente l’As Roma se votano un’altra delibera sul progetto dello stadio. Possono decidere in libertà e in autonomia”.
Canali, recitava l’agenzia di stampa ANSA, è stato incaricato dal gruppo regionale M5S di raccogliere e sintetizzare pareri sull’argomento, tra cui quello di Ferdinando Imposimato, presidente onorario Cassazione, vicino al MoVimento e ultimamente finito molto spesso nelle cronache grilline.
C’è da dire che i pareri di cui Canali parla, che non sono stati in alcun modo resi pubblici, sono in totale contrasto con quelli forniti dall’Avvocatura Capitolina e anche con quanto scritto da Virginia Raggi sul blog di Beppe Grillo due giorni fa:
In ogni caso quello che ha detto Canali presentava anche tratti di singolarità : “Non vi è il rischio di un’azione risarcitoria diretta da parte dell’As Roma contro i consiglieri comunali — ha sostenuto Canali -, ma solo contro il Comune e solo per le spese sostenute. Non ci sarebbe responsabilità diretta dei consiglieri, nessuna ‘colpa grave’ anche di fronte alla Corte dei Conti”.
Insomma, nel caso peggiore — ha assicurato Canali — il conto lo pagherebbe il Comune, ovvero i cittadini romani.
I parlamentari Alfonso Bonafede e Riccardo Fraccaro, presenti all’incontro, “mi sembravano d’accordo”, aveva poi detto Canali sempre all’ANSA.
Ma in serata è arrivato il colpo di scena: in una nota Silvia Blasi, Capogruppo M5S Regione Lazio, ha dichiarato che nessun incarico era stato dato a Canali dal gruppo M5S Lazio: “In merito alla dichiarazione rilasciata dal legale Alessandro Canali sullo Stadio di Tor di Valle, intendo chiarire che non è stata condivisa con il gruppo M5S alla Regione Lazio. Qualsiasi opinione in merito espressa dal legale Canali è esclusivamente a titolo personale. Non risulta alcun incarico conferito a titolo del gruppo regionale per la raccolta di pareri sullo stadio, ma solo un incarico svolto per i consiglieri Perilli e Porrello”, ha fatto sapere la Blasi.
Senza parole.
(da “NextQuotidiano“)
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Febbraio 17th, 2017 Riccardo Fucile
RENZI DA’ PER PERSI I BERSANIANI E CHIAMA EMILIANO… FURIA SU DELRIO
“E ora vai davanti alle telecamere e rimedi…”. Il fuori onda della discordia ha appena iniziato a fare il
giro del web. Matteo Renzi non la prende bene. Ne parla con il responsabile, Graziano Delrio, al telefono. Si arrabbia.
Un minuto dopo il portavoce del premier Paolo Gentiloni e del segretario del Pd, Filippo Sensi, si adopera per dare una mano: raduna un po’ di giornalisti davanti a Palazzo Chigi, Delrio è pronto per “rimediare”.
“Ma no, il segretario ha fatto tante telefonate per scongiurare la scissione…”. Una toppa al vulnus che il fuori onda ha aperto nella narrazione renziana, squarciandola a due giorni dall’Assemblea, l’inizio del Congresso, la probabile scissione dei bersaniani, dei dalemiani. Il caos tiene banco a Palazzo Chigi anche al termine del Consiglio dei ministri.
Dopo la riunione dell’esecutivo, Gentiloni si allontana. Ma Delrio si intrattiene con Dario Franceschini, con Marco Minniti, Luca Lotti, Maurizio Martina, Andrea Orlando, Claudio De Vincenti, Roberta Pinotti. E a un certo punto arriva anche Maria Elena Boschi che se ne va subito dopo.
Tutti gli altri restano lì per tre quarti d’ora a interrogarsi su come fare per evitare la scissione del Pd. Quasi un Consiglio dei ministri sul congresso del Pd, in sostanza. Tanta preoccupazione, ma ormai dopo giorni di mediazioni, dopo l’ultima offerta di primarie entro il 7 maggio e conferenza programmatica con il congresso (firmato Franceschini-Orlando-Renzi) tutti si chiedono quale sia il punto di caduta della minoranza. Se lo chiede anche Franceschini, indefesso mediatore: c’è un punto di limite che li porterebbe a restare nel Pd?
Renzi una risposta se l’è già data da tempo. Per lui e i suoi pasdaran, una parte della minoranza bersaniana ha già deciso l’addio, segue le sirene di Massimo D’Alema.
E infatti non a caso oggi il segretario si chiama al telefono Michele Emiliano. Pensa che con lui invece si possa ragionare.
È convinto che il governatore pugliese non voglia lasciare la casa comune e che sia invece interessato a correre per la segreteria al Congresso. Anche se continua a chiedere primarie non prima di settembre, come ha fatto stamattina a Omnibus. Stessa analisi per Enrico Rossi.
Insomma, al netto della figuraccia cosmica per il fuori onda di Delrio, in giornata nella maggioranza renziana si diffonde un leggero ottimismo.
La scommessa è che l’assemblea indetta da Emiliano, Rossi e Roberto Speranza domani a Roma non produrrà alcuna scissione. “Prenderanno tempo e alla fine non se ne andranno via tutti”, dice una fonte moderata di maggioranza Pd.
Resta il graffio delle parole di Delrio. Al quartiere generale del ministro fanno notare che quello tra Delrio e Renzi è da sempre un rapporto “franco, a volte muscolare, un corpo a corpo in cui ognuno dei due dice quello che pensa”.
E proprio ieri è stata giornata di nervi tesi e rapporto muscolare. I due hanno anche discusso animatamente. Delrio chiedeva a Renzi di fare qualche passo in più verso la minoranza, tendere la mano per scongiurare la scissione o quanto meno per non regalare alibi.
Un tira e molla che si è concluso a sera, in una telefonata prima che Delrio andasse a Piazza Pulita. L’aveva convinto a lanciare quanto meno l’estremo appello, uscito infatti oggi nell’intervista di Renzi al Corriere della Sera, vanificata però dopo dalla diffusione del fuori onda.
È per questo che Renzi è andato su tutte le furie. Un’intera intervista che lui considerava mite e generosa, asfaltata dal fuori onda di Delrio che confida al deputato del Michele Meta quello che pensa di Renzi.
Non solo che non fa le telefonate agli scissionisti, questa è la parte meno grave per il segretario. Quello che non gli è andato giù sono le considerazioni di Delrio sui renziani che pensano che “meno siamo meglio stiamo per i posti in lista, non capiscono che la scissione è come la diga in California: una crepa e poi viene giù tutto…”.
Ecco, questo a Renzi non è piaciuto per niente. Paradossalmente avrebbe compreso di più se a dire certe cose fosse stato un renzianissimo.
Ma Delrio è l’alleato con cui tempo fa ha avuto da discutere, è l’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio che ha dovuto trasferire al ministero delle Infrastrutture per far spazio al duo Boschi-Lotti.
Delrio è l’amico con cui Renzi ha da poco recuperato un rapporto. Le sue parole nel fuori onda tirano fuori il non detto del renzismo, con strascichi non da poco.
Al di là della scissione del Pd.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 17th, 2017 Riccardo Fucile
MARONI SPENDE 21 MILIONI DI EURO PER ACQUISIRE IL 50% DI ATV (AZIENDA TRASPORTI VERONA), UN’OFFERTA DOPPIA RISPETTO ALLA BASE D’ASTA: SOLDI PUBBLICI PER FORAGGIARE LA PROVINCIA DI VERONA IN FUNZIONE ANTI-TOSI
La regione Lombardia ha comunicato che non pagherà il dovuto alla ventina di aziende di trasporto private che ogni giorno gestiscono le corse dei bus nelle provincie di Milano, Monza, Lodi e Pavia.
Se tutto va bene, ha detto l’assessore regionale ai Trasporti, Alessandro Sorte, i soldi arriveranno tra due mesi. Forse…
Una notizia che ha fatto infuriare Anav e Astra, le due associazioni di categoria, le quali a stretto giro di posta hanno scritto a Sorte una lettera di fuoco: “se la Regione non paga il dovuto, col cavolo che continueremo a fornire il servizio e chiederemo pure i danni.
A rischio sono le tratte servite dalle principali autolinee regionali come Autoguidovie, Star, Line, Movibus, Stav, Air Pullman ecc…
A creare l’intoppo è stata la Legge di Riforma del trasporto pubblico lombardo varata nel 2012 dalla Regione, che, a cinque anni di distanza, non è andata ancora a regime.
Il testo prevede la creazione di cinque Agenzie della mobilità : (Bergamo; Brescia; Milano con Monza, Lodi e Pavia; Cremona con Mantova; Varese con Come e Lecco) e ha stabilito che queste dovessero subentrare alle Province nei contratti con le società di trasporto (e quindi nella gestione dei fondi).
Siccome l’Agenzia di Milano dopo 60 mesi è ancora in alto mare, le aziende non riescono a essere pagate. Di fatto Sorte ha detto alle società che i soldi della Regione ci sono, ma che non li farà arrivare nei tempi previsti.
Peccato però che le società siano al collasso e non riescano ad assicurare il servizio. Da qui la minaccia di blocco.
«È incredibile che ci siano le risorse, ma che la Regione non voglia erogarle», dice Dario Balotta, responsabile trasporti di Legambiente, «per colpa di una disfunzione loro! Anzichè puntare su spese inutili e clientelari, come l’acquisto della società di trasporti veronese ATV, la Regione dovrebbe pensare a una maggiore efficienza dei servizi lombardi e a una buona gestione delle risorse».
Un riferimento non casuale quello di Balotta ad Atv, che sottolinea il paradosso per il quale, se da una parte in Lombardia il trasporto su gomma rischia il blocco per i ritardi della Regione, dall’altra la holding regionale lombarda dei trasporti, Ferrovie Nord Milano, si accinge a spendere 21 milioni di euro per rilevare il 50% di Atv, l’Azienda Trasporti di Verona.
Un’enormità , se si considera che per aggiudicarsi le quote fino a oggi detenute dalla Provincia di Verona (il restante 50% è di proprietà del Comune di Verona), la base d’asta era di soli 12,5 milioni!
L’operazione appare ancor più discutibile se si guarda alla futura governance, visto che il presidente di Fnm, Andrea Gibelli — quello che è stato appena investito da uno tsunami di critiche a causa delle parole “improvvide” pronunciate sulla fusione tra Trenord e Atm — ha dichiarato che il controllo societario su Atv continuerà a essere veronese, sebbene nel Cda dovrebbe entrare un rappresentante di Ferrovie Nord Milano.
L’acquisto poi, da discutibile diventa industrialmente irresponsabile, se si pensa che nel 2018 il contratto di servizio oggi in capo ad Atv andrà a gara e che quindi la società veneta potrebbe trovarsi senza una città nella quale far girare gli autobus.
In pratica, Fnm, holding regionale lombarda, compra il 50% di una società in Veneto che, però, non intende gestire e che tra meno di un anno potrebbe non avere un motivo di esistere.
Ma allora perchè Fnm si è gettata in questo precipizio finanziario?
I vertici di piazzale Cadorna hanno sempre sostenuto che l’operazione “ha una valenza di tipo esclusivamente industriale”, e che “l’obiettivo è migliorare il posizionamento competitivo e le sinergie operative del Gruppo nel settore del trasporto pubblico su gomma”.
Una spiegazione che ha convinto ben poche persone. A partire dal “capo” del Pd al Pirellone, Alessandro Alfieri, il quale giovedì ha chiesto formalmente a Fnm un ripensamento.
Ma se molti non afferrano l’opportunità economica, a ben pochi è sfuggita la valenza politica dell’operazione: quei 21 milioni portati in dote da Fnm (e quindi da Maroni) sono aria pura nei polmoni asfittici delle disastrate casse della provincia di Verona, un ente guidato dal forzista Antonio Pastorello con una giunta fotocopia di quella lombarda (Lega, Forza Italia e Ncd).
Una compagine in perenne lotta con il movimento politico dell’ex Carroccio Flavio Tosi, l’acerrimo nemico di Salvini e di Maroni.
Se poi si pensa che l’offerta di Fnm ha battuto quella presentata proprio dal comune di Verona (superiore alla base d’asta, ma inferiore di oltre 9 milioni rispetto a quella di Fnm), si capisce che per la maggioranza di centrodestra si tratta di un gioco più che vincente.
Peccato che a pagare le fiches gettate sul tavolo siano i contribuenti lombardi.
(da “Business Insider”)
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Febbraio 17th, 2017 Riccardo Fucile
“CAMBIARE OPINIONE E’ UN DIRITTO”… E CHIEDE UN NUOVO REFERENDUM IN CONTRASTO CON IL LABOUR DI CORBYN
“Un’insurrezione in difesa di ciò in cui credete”. E’ quello che chiede Tony Blair al popolo britannico, o
perlomeno al 48,1 per cento che ha votato per “Remain” nel referendum sull’Unione Europea del giugno scorso.
A cui aggiungere tutti coloro che hanno votato per “Leave”, cioè per uscire dalla Ue, attirati da menzogne e distorsioni della campagna anti-europea.
L’ex premier britannico aveva preannunciato già nei mesi scorsi la sua intenzione di “scendere di nuovo in campo”, non per ambizioni personali (almeno non subito), ma per “salvare il Paese” dal disastro della Brexit.
Oggi entra in azione, con un discorso davanti a Open Britain, l’associazione diventata la roccaforte dello schieramento pro-europeo.
Una roccaforte multipartitica, in cui si riconoscono elettori di varie sigle e di cui fanno parte l’ex leader liberaldemocratico Nick Clegg, deputati conservatori come Anna Soubry e del Labour come Chukka Umunna.
Ma all’interno della quale Blair è sicuramente la star. Oltre che l’unico laburista di primo piano con il coraggio di battersi non per una “soft Brexit”, non per qualche emendamento o condizione alla Brexit, ma per un secondo referendum che capovolga il risultato del primo. In altre parole, perchè la Gran Bretagna rimanga nell’Unione Europea.
“Un’insurrezione”, appunto, e così la prende il fronte opposto. “Arrogante e antidemocratico” è l’immediata reazione della stampa Brexitiana, dal Daily Mail al Telegraph.
Per l’ex-leader laburista, tuttavia, democrazia significa poter cambiare idea, specie se ci si rende conto che la prima idea è stata il frutto di informazioni distorte, volutamente ingannevoli, comunque sbagliate.
“La gente del Regno Unito ha votato per la Brexit senza avere la piena consapevolezza di che cosa volesse dire”, afferma Blair nell’intervento davanti alla platea di Open Britain. “Ora che il senso della Brexit diventa chiaro, è loro diritto cambiare opinione. E la nostra missione è persuaderli a farlo”.
La sfida, aggiunge, è dunque “fare emergere i veri costi della Brexit, far capire come questa decisione sia stata raggiunta sulla base di una conoscenza imperfetta e calcolare in modi facili da comprendere i danni che la Brexit causerà alla Gran Bretagna e ai suoi cittadini”.
Il compito, riassume l’ex-capo del Labour, è “costruire sostegno a trovare un sistema per salvarci dal precipizio verso cui siamo diretti”.
Conclude Blair: “Non so se ce la faremo. Ma so che le generazioni future emetteranno un pesante verdetto contro di noi se non ci proveremo. Questo non è il momento della ritirata, dell’indifferenza o della disperazione, bensì il momento di insorgere in difesa di quello in cui crediamo”.
Una posizione ben diversa da quella assunta dal partito laburista sotto la guida del suo attuale leader Jeremy Corbyn, che ha ordinato ai propri deputati di votare a favore dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona che innesca la Brexit, nel dibattito dei giorni scorsi alla camera dei Comuni, e che sembra orientato soltanto a porre qualche condizione per limitarne l’impatto – sostiene – sui lavoratori britannici.
Del resto Corbyn non ha mai nascosto le sue riserve verso l’Unione Europea, tanto da venire accusato di essersi battuto con scarsa passione per “Remain” nella campagna referendaria, o addirittura – secondo i suoi critici – di avere remato contro.
E in ogni caso adesso il leader laburista appare preoccupato di non perdere a vantaggio dell’Ukip quegli elettori di sinistra che hanno votato per la Brexit nel referendum.
Blair ha altre preoccupazioni: non perdere la Gran Bretagna in una decisione anti-storica. “Theresa May e gli altri brexitiani si sono appropriati abusivamente del mantello del patriottismo”, dice l’ex-premier. “Ma noi ci battiamo contro la Brexit precisamente perchè siamo orgogliosi cittadini di questa nazione e crediamo che, nel 21esimo secolo, debba rimanere parte della più grande unione commerciale e politica del mondo”.
E’ l’unico leader laburista della storia ad avere vinto tre volte, consecutivamente, alle urne.
Ci riuscirà una quarta?
(da “La Repubblica”)
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