Giugno 2nd, 2017 Riccardo Fucile
USA FUORI DALL’ACCORDO DI PARIGI TRIONFA L’EGOISMO… LA LOBBY DEL CARBONE POTRA’ CONTINUARE A INQUINARE IL PIANETA E A CAUSARE TUMORI
Tanto tuonò che piovve. È stata ufficializzata l’assurda decisione dell’amministrazione Trump di
recedere dall’Accordo di Parigi sulla lotta ai cambiamenti climatici.
Assurda perchè mina alle basi il già debole accordo di Parigi, ignora i moniti sempre più allarmanti della comunità scientifica e passa come un rullo sulle speranze dei popoli del mondo.
L’inquilino della Casa Bianca più singolare che gli States abbiano mai avuto contribuisce così a scrivere una pagina nera della moderna governance globale.
Le indiscrezioni circolate nei giorni scorsi sono state confermate senza colpi di scena: Donald Trump ha deciso di rinnegare gli impegni presi dagli Usa a Parigi, e lo ha fatto senza neppure interpellare il Congresso.
Dopo la mancata ratifica del Protocollo di Kyoto, con il recesso dal quadro di impegni assunti a Parigi gli Usa si confermano una delle bandiere dell’egoismo globale.
La decisione rischia di mettere la pietra tombale su un processo diplomatico pluriennale già in salita e di per se insufficiente a contenere l’aumento di temperatura entro i limiti indicati dalla comunità scientifica internazionale.
L’ostacolo reale per una efficace azione globale di contrasto al caos climatico che incalza non riguarda infatti solo Trump, riguarda in generale la sostanziale mancanza di una volontà politica condivisa per agire collettivamente, drasticamente e immediatamente a livello globale.
In questo sguardo poco rassicurante, l’uscita di scena degli Usa è un elemento di grosso peso e desta preoccupazione a tutte le latitudini.
Nel 2014 gli Stati Uniti emettevano da soli il 15% delle emissioni globali di gas climalteranti da combustione di fossili e processi industriali, una percentuale importante e seconda soltanto al 30% tondo della Cina.
Secondo Trump gli impegni assunti a Parigi sarebbero “ingiusti” rispetto al lungo periodo di tolleranza concesso alla Cina prima di iniziare a ridurre le emissioni: “l’accordo negoziato da Obama impone target non realistici per gli Stati Uniti nella riduzione delle emissioni, lasciando invece a paesi quali la Cina un lasciapassare per anni”.
La decisione rischia di spingere altri dei 195 paesi firmatari sulla stessa strada. Potrebbero interpretarsi in tal senso le dichiarazioni della Russia, che ha ammesso che “pur dando grande importanza all’accordo, la sua efficacia viene ridotta senza i suoi attori chiave”.
Dopo le indiscrezioni dei giorni scorsi la Cina ha invece rinnovato l’impegno a perseguire e rafforzare gli obiettivi dell’accordo di Parigi.
Anche gli altri capi 6 di Stato convenuti al G7 di Taormina avevano tentato di strappare a Trump una dichiarazione congiunta sul clima, conclusasi come è noto con un nulla di fatto.
In quella sede, il presidente della Commissione Ue Junker aveva ricordato a Trump che l’Accordo non prevede la possibilità di un “recesso immediato”: secondo le procedure nessun Paese può avanzare richiesta di recesso fino a tre anni dopo l’entrata in vigore dell’accordo.
Certo è che non esistendo strumenti di sanzione, la mancanza della volontà politica di onorare gli impegni presi è di per sè elemento sufficiente ad affermare che gli Usa non intraprenderanno alcuna strada virtuosa in materia energetica o nei trasporti e continueranno a bruciare carbone, petrolio e gas in barba all’accordo e alle previsioni della scienza.
Sin dalla campagna elettorale, del resto, Trump si era impegnato a tranquillizzare le lobby dei combustibili fossili, a partire dai produttori di carbone.
“L’accordo è pessimo per gli americani, gli Usa escono dall’accordo sul clima e da domani cesseranno l’attuazione degli impegni presi che potrebbero causare la perdita di 2,7 milioni di posti di lavoro. Con questa decisione manteniamo la promessa di mettere i lavoratori americani davanti a tutto” – ha dichiarato Trump di fronte alla stampa di tutto il mondo.
Il problema è non comprendere che in gioco c’è molto di più dei lavoratori americani, c’è il pianeta con tutti i suoi abitanti e l’unica strada efficace per rispondere alla sfida sarebbe quella di abbandonare immediatamente i combustibili fossili, tagliare i sussidi pubblici, convertire il modello produttivo attraverso una transizione giusta per i lavoratori di tutte le nazionalità e indispensabile per l’intero pianeta.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 2nd, 2017 Riccardo Fucile
UN SOLO VOTO PER UN PACCO COMPLETO: PARTITO, CANDIDATO UNINOMINALE E LISTINO… CAPILISTA IN CORSIA PREFERENZIALE E MULTICANDIDATURE…. NE’ GOVERNABILITA’, NE’ RAPPRESENTATIVITA’
Ancora una volta lo chiamano “tedesco” e ancora una volta non c’entra niente.
Lo chiama così Matteo Renzi, lo chiama così Silvio Berlusconi, lo chiama così Beppe Grillo che, anzi, ha parlato di tedesco quando ha fatto votare ed approvare agli iscritti M5s il via libera all’intesa tra i tre Grandi del Parlamento.
Ma col tedesco la legge elettorale in discussione alla Camera non c’entra niente.
Di sicuro c’è che il nuovo sistema che ha già raggiunto un record: è il più contorto e complicato della storia della Repubblica che oggi festeggia il compleanno.
Di sicuro si tornerà alle nottate elettorali e ai calcoli che non finiscono nemmeno all’alba. Di sicuro allungherà la vita all’eterna promessa: “Avremo un vincitore la sera delle elezioni”.
Col cavolo: un vincitore quella sera non ci sarà . “Garantisce governabilità e rappresentanza” assicurano tutti quelli che la sostengono. Ma se c’è una cosa certa è che con questa legge la notte delle elezioni non si saprà quale maggioranza sosterrà quale governo, ma che sicuramente ci sarà ben oltre metà del Parlamento composto da nominati dei dirigenti di partito
Cos’ha di tedesco, dunque, questa legge?
“Nulla — dice in un’intervista al Fatto il costituzionalista Andrea Pertici — tranne la soglia di sbarramento al 5 per cento”. “Non è il sistema tedesco” conferma Walter Veltroni in un’intervista al Corriere della Sera. “Non c’è la sfiducia costruttiva — sottolinea — Ci sono 5 anni di fibrillazione e lacerazioni interne ai partiti, che con il proporzionale si sentiranno liberi di fare tutto quel che vogliono. C’è il trionfo del trasformismo. Già in questa legislatura ci sono stati 491 cambi di casacca; figuriamoci nella prossima”.
Tra i Cinquestelle il mare ora si fa un po’ più mosso. Mentre Luigi Di Maio e Danilo Toninelli continuano a dire che questa legge è “l’unica costituzionale” e al massimo mancano un po’ di correzioni, arriva la senatrice Paola Taverna e spiega che per lei è un “mega-Porcellum” e che lei non si sarebbe “messa nemmeno lì seduta”.
Eppure ora è anche complicato dare la colpa a qualcun altro: che questa fosse la proposta del Pd è noto da almeno 10 giorni, perchè il Rosatellum era solo una copia: un pochino più bella, forse, ma sempre copia di quest’ultima stesura.
I Cinquestelle presenteranno alcuni emendamenti, ma fino a ieri fonti parlamentari M5s dicevano che le modifiche non sono imprescindibili. Come ripete da giorni Toninelli questo impianto è “costituzionale” e sembra già un trionfo dopo avere avuto negli ultimi 12 anni Porcellum e Italicum, sistemi fatti a fettine dalla Corte Costituzionale.
Tra gli altri correttivi proposti dai Cinquestelle vorrebbero il voto disgiunto.
Ettore Rosato, capogruppo del Pd, ha già risposto che non si può fare in un sistema proporzionale al cento per cento”.
Ma proprio la mancanza del voto disgiunto rende questa legge incostituzionale, secondo Felice Besostri, uno dei legali anti-Porcellum: l’assenza di questa opzione per l’elettore toglie — dice Besostri — la libertà dell’elettore di esprimere un voto che, come richiede la Costituzione, “sia personale e diretto”.
Per questo motivo “cominciamo a dare un altro nome all’ultima fatica della Camera in materia elettorale: non si tratta del modello tedesco”.
E perchè, infine, la Taverna parla di “mega-Porcellum“?
Per il fatto sollevato anche dagli ex Pd di Articolo 1 che hanno lanciato l’hashtag #maipiùnominati, lo stesso che il Pd usava nel 2014, all’inizio del percorso parlamentare dell’Italicum. E’ “un Super-Porcellum” per Nico Stumpo. “Ecco in arrivo la Santa Alleanza Renzi, Berlusconi, Grillo e Salvini per imporre un parlamento di servi. #maipiùnominati #leggeElettorale” twitta Roberto Speranza.
Tedeschellum, Rosatellum, mega-Porcellum.
In attesa di trovargli un nome che sarà terribile come sempre, ecco com’è fatta la legge elettorale in discussione.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 2nd, 2017 Riccardo Fucile
“IL TESTO PROPOSTO CON IL SISTEMA TEDESCO HA IN COMUNE SOLO LA SOGLIA DEL 5%”
Porcellum, Italicum, Rosatellum (mai nato) e ora Tedeschellum. Professor Andrea Pertici, da
costituzionalista ci spiega cosa ha in comune questa proposta di legge col sistema tedesco?
Nulla, tranne la soglia di sbarramento del 5%, se rimane. Mentre in Germania chi vince nel collegio uninominale viene eletto in Parlamento, nel caso italiano i candidati dell’uninominale non fanno altro che mettersi in fila per essere tra gli eletti del loro partito. E non sono neppure tra i primi. La priorità spetta al capolista del listino bloccato poi, eventualmente, il candidato arrivato primo nel collegio uninominale, seguono gli altri della lista bloccata, infine, se il partito ha ancora diritto a ulteriori seggi, passano i candidati dei collegi uninominali che non sono arrivati primi.
Quindi, come con il Porcellum e con l’Italicum, abbiamo sempre dei nominati in Parlamento?
Esattamente. Sono tutti nominati e le liste bloccate sono addirittura due. Una evidente, che compare sulla scheda, cioè il listino, e l’altra formata dai candidati della lista per i collegi uninominali, all’interno di una circoscrizione.
Dunque, per il meccanismo che ci ha spiegato, le segreterie scelgono anche i numeri uno dei collegi uninominali, per controllare chi sarà eletto?
I primi di cui hanno cura sono i capilista del listino bloccato: anche se vanno in vacanza senza fare campagna elettorale, saranno eletti. Seguiranno i numeri 1 della parte uninominale, anche questi indicati dalle segreterie di partito.
Ma gli elettori cosa scelgono?
Scelgono il partito. Accanto al suo simbolo c’è il candidato uninominale, che cambia di collegio in collegio, dall’altra parte del simbolo c’è il listino bloccato uguale per tutta la circoscrizione.
Il Porcellum è stato bocciato dalla Consulta, l’Italicum idem. E il Tedeschellum ha recepito o ignorato quanto indicato dalla Corte costituzionale?
La cosa positiva è l’eliminazione dei premi di maggioranza, che la Consulta non reputa di per sè incostituzionale, ma sono a forte rischio quando assicurano sempre e comunque una maggioranza. Viceversa, è stata aggirata la necessità di non avere lunghe liste bloccate e di consentire agli elettori di scegliere gli eletti. Tanto è vero che perfino il candidato nel collegio uninominale anche se vince non ha certezza di entrare in Parlamento.
Dunque, ci risiamo? Si va di nuovo davanti ai giudici costituzionali?
Sulla incostituzionalità avrei qualche dubbio in più, il sistema valorizza molto poco il voto dell’elettore ma certamente dal punto di vista formale non c’è un’unica lunga lista bloccata ma una evidente e un’altra occulta, più corta.
Lei è stato chiamato alle audizioni parlamentari. Cosa aveva suggerito?
Un compromesso per valorizzare la rappresentanza e tenere ferma l’esigenza di stabilità di governo. In sostanza un sistema misto, in parte maggioritario e in parte proporzionale, che sembrava il preferito. Era venuto fuori il cosiddetto Rosatellum, non congegnato benissimo ma si poteva lavorare per perfezionarlo. Invece, si è abbandonato e si è intrapresa questa strada, sicuramente peggiore.
Qual è secondo lei la ratio di questa scelta?
La volontà di trovare una legge che passi rapidamente per assecondare una spinta al voto anticipato di cui non si comprende l’esigenza a questo punto, quasi finale, della legislatura.
E la fretta non porta a nulla di buono…
Mai. È una legge non in linea con il risultato del referendum costituzionale del 4 dicembre, quando gli italiani hanno ribadito che vogliono scegliere direttamente i propri rappresentanti.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 2nd, 2017 Riccardo Fucile
CERTO, SOLO QUANDO LA BASE VOTA LA CASSIMATIS SI ANNULLA LA VOTAZIONE… GRILLO HA PAURA CHE GLI SALTI L’INCIUCIO CON LA LEGA E CAZZIA FICO E TAVERNA
Ci risiamo. Beppe Grillo torna a cazziare i suoi eletti perchè sono troppo indipendenti. Stavolta nel mirino c’è la legge elettorale e le critiche che sono arrivate nei confronti dell’accordo tra i tre maggiori partiti sul porcellum alla tedesca.
Sul suo blog Beppe scrive il solito post senza nominare nessuno ma colpendo chi ha osato dissentire.
Spiega infatti Beppe che il 95% degli iscritti ha detto sì al sistema elettorale proposto al voto su Rousseau la settimana scorsa; poco gli interessa segnalare che quel sistema nulla c’entra con quello elaborato dal M5S quando aveva fatto la sua proposta politica e nulla c’entra anche con il Legalicum che avevano approntato dopo la sentenza della Corte Costituzionale.
Il MoVimento 5 Stelle chiede di andare al voto dal 4 dicembre e sin da allora abbiamo proposto di approvare una legge elettorale costituzionale che permettesse di farlo. Prima era il Legalicum, ora è il modello tedesco, votato a stragrande maggioranza dai nostri iscritti con oltre il 95% delle preferenze. I portavoce del MoVimento 5 Stelle devono rispettare questo mandato perchè il testo depositato in commissione mercoledì sera corrisponde al sistema votato dai nostri iscritti: proporzionale con 5% di sbarramento e divisione tra seggi proporzionali e collegi uninominali con predominanza dei primi per assegnare i seggi.
Con chi ce l’ha Beppe?
Federico Capurso sulla Stampa ha segnalato la particolare ostilità di Roberto Fico e Paola Taverna riguardo la questione del nuovo accordo sulla legge elettorale:
«L’accordo non è per nulla sancito, non è tutto fatto», avverte da Palermo Roberto Fico, leader M5S dell’ala ortodossa. E le truppe dei duri e puri rispondono alla chiamata. «Questa legge è quasi un mega-Porcellum. Io a quel tavolo non mi sarei nemmeno seduta», tuona la senatrice Paola Taverna nel corso di un’intervista radiofonica. E anche il «voto il prima possibile», mantra di Luigi Di Maio, viene messo in discussione: «Perchè così leviamo al Pd la patata bollente della legge di stabilità , di cui devono prendersi la responsabilità ».
Giova ricordare che già in un’altra occasione Roberto Fico aveva osato dissentire sulla scrittura del programma del M5S, finendo poi massacrato sul blog di Grillo e perdendo poi la voce per qualche giorno dopo la cazziata.
Nell’occasione però Beppe affonda il coltello nella piaga del “lei non sa chi sono io” ricordando a ognuno (ma in particolar modo a chi dissente) che tutti sono utili ma nessuno è indispensabile:
Anche qui il Verbo, per essere pienamente compreso, va interpretato. Ci aiuta a farlo Emanuele Buzzi che sul Corriere della Sera proprio oggi raccontava di una riunione dei parlamentari sulla legge elettorale con tanto di sano terrore per il pericolo di mancata rielezione.
Anche nell’articolo del Corriere gli unici nominati sono Fico e Taverna:
Gli attacchi di Paola Taverna e Roberto Fico all’accordo sulla legge elettorale sono un segnale inequivocabile dell’ala ortodossa, che non apprezza l’intesa. Le esternazioni sono giunte dopo ore arroventate: mercoledì sera si è svolta una riunione congiunta di deputati e senatori in cui sono state spiegate le regole del modello tedesco e i meccanismi per l’elezione. E proprio su questo punto si sarebbe aperta una spaccatura
Molti parlamentari avrebbero compreso i rischi di non essere rieletti derivanti dalla combinazione tra il « tedesco» e le strette regole del Movimento, che fino a oggi prevedono gli over 40 al Senato, vietano le candidature multiple e legano la corsa all’area di residenza. Alcuni big temono la sconfitta nell’uninominale e una cattiva collocazione nella lista del proporzionale, le seconde linee, invece, si sentono spiazzati. Da qui un giro vorticoso di telefonate, chat roventi nei gruppi.
Insomma, anche i grillini si sono accorti che il combinato disposto della nuova legge elettorale, che prevede il paracadute per chi se la rischia nel collegio uninominale, e il divieto delle candidature multiple in vigore nel MoVimento 5 Stelle rischia di lasciare i candidati del collegio uninominale fuori dal parlamento.
Ma Beppe è stato chiaro: “Non ci interessa garantire la rielezione di questo o quell’altro portavoce”. Figuriamoci dei non allineati.
Chi ha orecchie per intendere, intenda.”.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 2nd, 2017 Riccardo Fucile
IL SENSO DELLA GIUSTIZIA PER IL M5S: ALFANO E COTA DOVEVANO DIMETTERSI, LA RAGGI, SE RINVIATA A GIUDIZIO, NO
Che un “codice etico” di parte venga utilizzato per valutare la idoneità a ricoprire cariche pubbliche è
cosa risibile o, peggio preoccupante.
Che il codice etico venga modificato “ad usum delphini” quando a cadere nell’occhio delle procure è un proprio un accolito sarebbe ancor più risibile se non fosse un preoccupante segnale di quella che sembra essere l’idea di diritto elastico che i M5S tenterebbero di utilizzare qualora capitasse che arrivino a governare.
Che poi il codice etico porti a conclusioni diverse in presenza di stessi ipotetici reati va oltre il ragionevole e indica un atteggiamento arrogante che potrebbe essere espresso, senza tante manfrine attraverso un pensiero simile: “Insomma, chi si dovrebbe dimettere lo decidiamo noi, a nostra discrezione e non ci rompete troppo le scatole”.
Non è affatto detto che Virginia Raggi, indagata per abuso d’ufficio e falso venga mai rinviata a giudizio.
Per sgombrare il campo da ogni dubbio, la mia idea di diritto è che un rinvio a giudizio non debba essere mai considerato sintomo di colpevolezza, ma che si debba attendere la fine del processo giudiziario prima di trarre qualsiasi conclusione sulla cristallinità dei coinvolti.
Purtroppo i casi di proscioglimenti “per non avere commesso il fatto” o, addirittura “perchè il fatto non sussiste” dovrebbero avere insegnato come capiti con una certa frequenza che nelle maglie della giustizia cadano anche persone innocenti.
Pertanto, dal punto di vista del diritto non mi turba affatto che il M5S si prepari a sostenere la correttezza del permanere in carica di Virginia Raggi anche se fosse rinviata a giudizio.
Dal punto di vista politico, invece, trovo estremamente contraddittorio che una parte del Movimento abbia chiesto con sdegno virginale le dimissioni di un ministro (Angelino Alfano) indagato per abuso di ufficio e ritenga eventualmente ininfluente, per la permanenza in carica di un proprio rappresentante, lo stesso status di “indagata” sempre per abuso d’ufficio (con eventualmente l’aggiunta del carico del falso). Insomma, altro che due pesi e due misure
Non si capisce come il M5S possa avere chiesto, per esempio, le immediate dimissioni dell’ex governatore leghista del Piemonte Roberto Cota quando era indagato per peculato — poi assolto — reato che prevede pene da 6 mesi a 3 anni — mentre si preparava a sostenere la correttezza delle non dimissioni della Raggi ove fosse rinviata a giudizio per falso in atto pubblico, reato che prevede pene da 1 a 6 anni perchè, evidentemente, più grave.
Il dubbio, a questo punto fondato è che alla base dell’indignazione a senso unico non ci siano un reale senso di giustizia, un sussulto di moralità , il desiderio di purezza, ma il meno nobile intento di affabulare i propri elettori.
Così risulta strumentalmente utile allontanarsi dalle evidenze e dalla valutazione dei reati eventualmente commessi, per portarsi nell’area totalmente grigia che è quel “codice etico” che il M5S si è inventato surrogando leggi, codice penale e ordinamento giudiziario e che può essere utilizzato ad personam come conviene. Tanto il codice etico mica deve passare al vaglio dei tribunali.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 2nd, 2017 Riccardo Fucile
LA CRESCITA SBANDIERATA E’ UN’ILLUSIONE DOVUTA AL FATTO CHE I PREZZI SONO CALATI PIU’ VELOCEMENTE DEL PIL CORRENTE
Secondo l’Istat il Pil italiano è cresciuto nel primo trimestre del 2017 di un ragguardevole 0,4% rispetto al trimestre precedente e addirittura dell’1,2% rispetto a primo trimestre del 2016.
I renziani hanno subito festeggiato, anche se non si capisce perchè, visto che al governo c’è Gentiloni (chissà per quanto):
Ma le cose stanno davvero così?
Seguendo le tracce di Mario Seminerio sul blog Phastidio (“Il mistero del Pil gonfiato dal deflatore”) proviamo a spiegarvi come l’Istat è giunta a questa conclusione.
Il Pil (prodotto interno lordo) è una grandezza che indica il valore di beni e servizi prodotti (in un anno o un altro periodo a scelta) in un paese.
Quando si dice che “il Pil è cresciuto dello 0,4%” si sottintende il “Pil reale“, vale a dire quello al netto dell’inflazione.
Ad esempio se in un anno produco un milione di automobili a 10mila euro e l’anno dopo produco le stesse automobili a 11mila euro, in realtà non ho prodotto di più, semplicemente il prezzo è aumentato, cioè c’è stata inflazione.
Quindi il prodotto “reale” è sempre un milione di auto.
Quindi se voglio conoscere il Pil reale devo prendere la somma di quanto pagato per il milione di automobili (che posso misurare direttamente) e sottrarre l’ “inflazione del PIL”.
Infatti per il calcolo del Pil reale non si usa la normale inflazione, quella dei “prezzi al consumo”, perchè bisogna calcolare anche le variazioni dei prezzi di ciò che viene acquistato dalle imprese (ad esempio i macchinari) e dallo stato, mentre bisogna escludere i prezzi di ciò che viene importato (perchè non prodotto nel paese).
Oltre a ciò, il calcolo deve tenere conto della variazione di ciò che viene prodotto (più auto, meno arance, ad esempio) mentre per l’inflazione dei prezzi al consumo il paniere viene rivisto solo molto più raramente e in base ai comportamenti dei consumatori.
L’indice dei prezzi che si usa per “deflazionare” il Pil prende il nome di “deflatore del PIL” e in casi particolari può essere molto diverso da quello dei prezzi al consumo.
Ora ci basta sapere che invece il “Pil ai prezzi correnti” è il temine tecnico per indicare la somma di tutto ciò che viene prodotto usando come unità di misura il prezzo corrente, cioè quello effettivamente pagato.
Quindi se vogliamo sapere di quanto cresce il Pil reale, bisognerà prendere la variazione del Pil ai prezzi correnti e sottrarre l’ “inflazione del PIL”, cioè la variazione del già citato deflatore del Pil. Tutto chiaro? Speriamo.
Ora leggiamo cosa dice l’Istat:
«Rispetto al trimestre precedente, il PIL ai prezzi correnti, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è diminuito dello 0,1%, il deflatore del PIL è diminuito dello 0,6%. Il deflatore della spesa delle famiglie residenti è cresciuto dello 0,7%, mentre quello degli investimenti fissi lordi è diminuito dell’1,6%. Il deflatore delle importazioni è aumentato del 2,1% e quello delle esportazioni dell’1,0%
La crescita sbandierata insomma è quasi un’illusione, dovuta al fatto che i prezzi sono calati più velocemente del Pil corrente, che comunque è calato dello 0,1%. E quando cala il Pil corrente, in poche parole, significa che girano meno soldi. E quando girano meno soldi, chi ha un debito ne risente: ad esempio un imprenditore che ha fatto un debito incassa meno e quindi ha più difficoltà a rimborsare la banca (con tutto quel che ne consegue, come purtroppo ben sappiamo). Non c’è molto da gioire
Se Roma piange, Londra non ride
Tutto ciò avviene mentre però i prezzi al consumo aumentano, in buona parte guidati dalla crescita dei prezzi delle importazioni.
Un salasso per le famiglie che non fa bene all’economia. Un conto infatti sarebbe un’inflazione che aumenta perchè aumentano i salari e perchè l’economia si muove velocemente, tutt’altro è invece lo scenario di un paese in stagnazione la cui inflazione è dovuta alla svalutazione dell’euro e all’aumento del prezzo del petrolio, che ci rendono più poveri.
A proposito di svalutazioni: una dura lezione per i noeuro nostrani arriva dalla Gran Bretagna, dove la crescita si è fermata allo 0,2%, la peggiore dei paesi industrializzati. L’incertezza della Brexit si fa sentire: aumentano i prezzi al consumo e le famiglie ci perdono, mentre da tre mesi calano i prezzi delle case: è la prima volta dalla crisi finanziaria.
Non sorprende che i sondaggi diano in grande rimonta il partito laburista.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 2nd, 2017 Riccardo Fucile
“MOSUL E’ NOSTRA ED E’ ANCHE VOSTRA”
Dei volontari musulmani hanno riparato un monastero cristiano vicino la città irachena di Mosul. Il
gesto è opera dei giovani residenti del quartiere di al-Arabic che nell’ultimo anno è stato occupato dai militanti del sedicente Stato Islamico.
Il monastero di St George, di proprietà della Chiesa cattolica caldea, è stato vandalizzato dai militanti dell’Isis: campanile distrutto, finestre frantumate e la croce rimossa.
Secondo un post pubblicato su Facebook dalla pagina “This is Christian Iraq” la mobilitazione dei giovani residenti di religione musulmani non sarebbe altro la prova che : “Mosul è nostra ed anche vostra” e che “le nostre differenze sono la nostra forza”
Come riporta The Irish Times proprio quest’anno, per la prima volta dal 2014, i cristiani di Mosul hanno celebrato la Santa Pasqua.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 2nd, 2017 Riccardo Fucile
IL DISCORSO DI MATTARELLA E L’INNO CANTATO DA BOCELLI
Verso il futuro. Così Sergio Mattarella racconta l’Italia che verrà durante le celebrazioni per la festa del 2 giugno.
Al via la parata per il 71/o anniversario della Repubblica: il capo dello Stato, Sergio Mattarella ha raggiunto via del Fori Imperiali a bordo della Flaminia presidenziale scoperta, e ha preso posto sul palco presidenziale dove sono presenti le massime autorita’ dello Stato.
A rendergli gli onori un reparto di corazzieri a cavallo. Sfilano in circa 4.000, tra militari e civili. E poi: 159 bandiere e stendardi, 14 bande, 51 cavalli, 22 cani e 79 veicoli. In apertura circa 400 sindaci con le loro fasce tricolori e, in prima fila, quelli dei Comuni del Centro Italia colpiti dal terremoto.
Alla parata – il cui motto è “Insieme per il Paese” – partecipano tutte le componenti dello Stato, “all’insegna del senso di appartenenza e dell’orgoglio nazionale”, dicono alla Difesa.
L’Inno nazionale, novità di quest’anno, cantato da Andrea Bocelli, che si è detto “fiero di partecipare”.
Imponenti le misure di sicurezza: bonifiche con artificieri e cani anti-esplosivo, tiratori scelti, varchi d’accesso con metal detector. Circa mille gli uomini delle forze dell’ordine mobilitati.
Sul palco presidenziale allestito a via dei Fori Imperiali per la tradizionale parata militare del 2 Giugno Sergio Mattarella è in compagnia del premier Paolo Gentiloni. Presenti anche moltissimi ministri, vertici militari e autorità locali.
Oltre naturalmente i presidenti di Camera e Senato, Laura Boldrini e Pietro Grasso. Tra i ministri ci sono quello della Difesa Pinotti, dell’Interno Minniti, della Giustizia Orlando, per la Coesione Territoriale e il Mezzogiorno Claudio De Vicenti.
Nel palco si notano anche il presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani, il sottosegretario Maria Elena Boschi e la Sindaca di Roma Virginia Raggi.
IL DISCORSO DI MATTARELLA
“Nel settantunesimo anniversario della nascita della Repubblica Italiana, rivolgo il mio saluto agli uomini ed alle donne delle nostre Forze Armate ed insieme a loro rendo omaggio ai tanti caduti lungo il difficile e sofferto cammino del nostro Paese verso la libertà e la democrazia. Inizia così il messaggio che il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha inviato al capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale Claudio Graziano. “I valori che ci hanno unito il 2 giugno del 1946 – sottolinea – continuano a guidarci per realizzare lo stesso desiderio dei nostri padri: dare alle future generazioni un’Italia in pace, prospera e solidale, in grado di assolvere a un ruolo autorevole e propulsivo all’interno di quella comunità internazionale che abbiamo contribuito a edificare. Le difficoltà che stiamo affrontando, le minacce alla nostra sicurezza e al nostro benessere vanno sostenute con la limpida coscienza dei risultati raggiunti”.
In questo percorso, scrive ancora Mattarella, “ci accompagna la consapevolezza che in un mondo sempre più interdipendente, non potrà esservi vera sicurezza se permarranno focolai di crisi e conflitti; non potrà esservi vero benessere se una parte dell’umanità sarà costretta a vivere nella miseria”.
“Le Forze Armate con convinzione e pieno coinvolgimento – sottolinea – assolvono a questo dovere e hanno contribuito, in questi ultimi decenni, a conseguire risultati straordinari. La loro professionalità , la loro abnegazione, il modo costruttivo ed umano con cui hanno saputo interpretare i compiti quotidianamente svolti in Patria ed in tante regioni del mondo, non privi di rischi, sono alla base della stima e dell’affetto dai quali sono circondate. Un ringraziamento particolarmente sentito va ai militari intervenuti con la Protezione Civile in soccorso alle popolazioni del Centro Italia, duramente e dolorosamente colpite. Il loro impegno testimonia ancora una volta la dedizione delle Forze Armate al Paese e ai suoi cittadini, dei quali sono nobile espressione”. “Ai soldati, marinai, avieri, carabinieri e finanzieri, di ogni ordine e grado ed in modo speciale a quanti in questo giorno di festa sono impegnati nei teatri operativi – conclude il capo dello Stato -, giunga la gratitudine del popolo italiano e mia personale. Viva le Forze Armate, viva la Repubblica!”
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 1st, 2017 Riccardo Fucile
MONTA LA RIVOLTA: DA UNA PARTE DI MAIO E TONINELLI, DALL’ALTRA FICO E TAVERNA: “DOVE SONO FINITE LE PREFERENZE, VOGLIONO UN MOVIMENTO DI NOMINATI PER FARCI FUORI”
A metà pomeriggio Matteo Renzi è al Nazareno, alla prima riunione della nuova segreteria. “Senza i
Cinque stelle — è il senso del ragionamento – salta tutto. Non possiamo andare avanti col tedesco solo con Forza Italia. Stiamo a vedere, di qui a lunedì si capirà in commissione”.
Qualcosa già si capisce. Dalla Camera, Ettore Rosato aggiorna in tempo reale: “Lì dentro c’è casino, sono divisi.
Da un lato c’è Di Maio, dialogante, insieme a Toninelli, dall’altro c’è Fico. Vediamo se reggono”. Il segretario invita ad “essere flessibili”, aiutando l’ala dialogante del Movimento. Altrimenti, addio voto.
Il “casino” nei Cinque stelle, in verità , è infernale. Monta col passare delle ore, sin dalla riunione di ieri sera alla Camera, con l’aria condizionata che sembrava un frigorifero. E le urla, degli ortodossi: “Dove sono finite le preferenze? Qua c’è la logica del Porcellum”. È un “mega-Porcellum”, dice la pasionaria Paola Taverna. Parte dagli ortodossi, con una fila di parlamentari che si rivolge a Roberto Fico (leggi qui dichiarazioni di Fico), che arroventa la chat interna.
Un parlamentare la mostra all’HuffPost. Leggendola si capisce che “non reggono”. Uno sfogatoio: “Che facciamo, rinneghiamo le nostre battaglie?”, “occhio che con i collegi uninominali e il listino corto molti di noi rischiano di rimanere fuori”.
C’è di tutto in questo “inferno”.
Principi, calcoli, convenienze, la faida interna perchè, se saltasse tutto, sarebbe una botta seria per Di Maio.
È il vicepresidente della Camera che, ospite di In Mezz’ora, aprì al modello tedesco in nome dell’urgenza della legge elettorale, sottolineata da Mattarella. Posizione che, senza alcun testo, è stata benedetta da un mini plebiscito sul blog di Grillo.
Al momento, la linea è: “Se la legge resta così come è, non la votiamo”, dicono un po’ tutti, ortodossi e dialoganti, perchè la logica del Porcellum sarebbe una tomba.
Al Pd fanno trapelare “stupore”, ma la verità è che la vedono nera, nerissima. Il grande patto “teutonico”, ora che si è passati dalle parole ai testi scritti, vacilla.
E vacilla proprio sul punto cruciale che cementa il patto con Berlusconi, la logica dei capolista bloccati (leggi qui il Porcellinum).
Toninelli propone un emendamento per il cosiddetto voto disgiunto, che renderebbe il sistema più simile alla Germania . Parlando con i giornalisti al Quirinale, Renzi si mostra disponibile senza entrare troppo nel merito: “Siamo flessibili, vediamo… anche sul voto disgiunto… Però parlatene bene con Rosato. Se ne occupa lui” dice il segretario del Pd.
Calma, calma e gesso. Ci sono due punti fermi, al Nazareno, in questa complessa trattativa. Primo: provarci, fino in fondo, perchè sennò si chiude la finestra elettorale. Secondo: se salta l’accordo coi Cinque Stelle, salta il tedesco.
Perchè andare al Senato solo puntando sull’asse con Forza Italia significa predisporsi al più classico dei Vietnam. Il pallottoliere suggerisce di evitare: senza Cinque Stelle, centristi di Alfano e a quel punto anche Mdp è difficile che qualcosa possa passare: “Al Senato — ragionano in segreteria — ci cappottiamo”. E poi sarebbe devastante, a livello di immagine, tentare una forzatura con Forza Italia e basta.
In serata, Ettore Rosato fa sapere in via riservata a tutti gli ambasciatori che “se salta tutto si riparte dal Rosatellum”, vero strumento di minaccia agli occhi dei Cinque Stelle. Con quanta convinzione, non è dato sapere.
Ma assieme a questa legge elettorale che ha numeri al Senato ancora più scarsi, torna lo schema dell’Incidente, come unica via per andare al voto e interrompere questa legislatura.
(da “Huffingtonpost“)
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