Giugno 3rd, 2017 Riccardo Fucile
GIOVANI INDIFFERENTI, PER LORO SONO PAROLE VUOTE
Addio alla “bussola” per antonomasia della politica: destra e sinistra sono parole vuote per gli elettori giovani di oggi. Addio ideologie e senso di appartenenza, com’è stato per generazioni. Lo dice il Rapporto Giovani 2017 dell’Istituto Toniolo realizzato in collaborazione con Fim Cisl: il 61,5% di un campione di 2000 persone nega qualsiasi importanza alla distinzione destra-sinistra.
Questa “indifferenza” tocca il picco tra chi ha come riferimento il Movimento 5 Stelle: si arriva al 77,6%. Il no alla discriminante classica prevale comunque nell’elettorato di tutti i partiti.
Solo il 16,8% dei giovani dichiara, invece, di non avere un’idea chiara su cosa rappresentino effettivamente i diversi orientamenti ideali
“Il voto dei ragazzi, l’elettorato più difficile da intercettare, può fare la differenza in vista delle prossime elezioni – commenta Alessandro Rosina, curatore del rapporto – . I partiti devono sapere che non convince più l’offerta politica che usa gli schemi del passato, della destra e della sinistra. C’è un mondo che cambia e i giovani non vengono inclusi, per questo si chiudono e si avvicinano ai partiti anti-sistema ”
Disillusione.
Cresce lo scontento tra i giovani e aumenta anche la disillusione nei confronti della politica e della classe dirigente, ritenuta la responsabile di tutti i mali: “In Europa abbiamo la più alta percentuale di Neet (not in education, employment or training), ossia giovani non inseriti nello studio, nel lavoro o nella formazione – spiega Rosina – . Lo scenario più probabile è un voto di astensione o di protesta”.
I millennials sono “tripolari”: c’è una parte che protesta; una che non aderisce a nessun partito e rimane lontano da tutti, in attesa di una proposta politica che parli il loro linguaggio; e una parte minoritaria, rappresentata dai giovani con i titoli di studio più alti, che cerca di essere propositiva e manifesta interesse per un partito o movimento. In una scala da 1 a 10 per esprimere il grado di vicinanza ai vari partiti-movimenti, un giovane su tre (il 34,6%) dà l’insufficienza a tutti. I 5Stelle ottengono un voto uguale o superiore al 6 dal 35,1%, il Pd dal 25,7% .
Il fattore cambiamento.
Il discrimine più forte sul voto è legato al dualismo apertura-chiusura al nuovo: “La sfida è far capire che il cambiamento può essere colto come opportunità mettendo i Millennials al centro – prosegue Rosina – l’Italia deve investire sui propri giovani, considerarli una risorsa: nessun governo finora si è mai dotato di un piano di crescita che abbia al centro le nuove generazioni. E’ questa l’offerta politica che può catturare il loro consenso”.
(da “La Stampa”)
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Giugno 3rd, 2017 Riccardo Fucile
DALLA CATALOGNA ALLE BALEARI CORTEI E SCRITTE: “TOURIST GO HOME”
Le scritte poco ospitali compaiono ormai quasi tutti i giorni: «Tourist go home». Tornatevene a casa
vostra, è il messaggio esplicito, perchè la nostra è troppo affollata. La Spagna macina record su record, i visitatori stranieri nel 2016 sono stati 75 milioni, quest’anno si punta a superare gli 80.
Se per l’economia è una benedizione (non sempre ben distribuita), per tanti cittadini, in un Paese di 46,5 milioni di abitanti, la convivenza è complicata.
Non esiste un movimento organizzato, ma tante realtà che cominciano a non limitarsi a commenti acidi al bancone del bar.
Per descrivere l’atteggiamento cambiato verso le masse di visitatori, è nato anche un termine, molto contestato ma chiaro, la «turismofobia».
L’ostilità , del tutto pacifica, è in aumento e preoccupa un’industria che cresce con cifre impressionanti.
LA SUSCETTIBILITà€
Quello che lo studioso Claudio Milano chiama «l’indice di suscettibilità », ha toccato vette altissime a Barcellona.
Il paradosso, almeno visto dall’Italia, è che nella capitale catalana il motto «tourists go home», spesso è accompagnato da «refugees welcome». Orde turistiche no, ma profughi sì.
Barcellona è la più visitata (e invasa) e più si consolida il primato, più si rompe l’equilibrio con gli abitanti. Aumentano le navi da crociera, arrivano più voli low cost e d’estate anche tanti vacanzieri in auto.
Tutti, o quasi, si concentrano in centro e alla Barceloneta, un tempo il quartiere dei pescatori, oggi praticamente monopolizzato da comitive in ciabatte, costume con l’asciugamano in spalla (la spiaggia è a due passi).
Il tema del cambio di modello turistico è al centro dell’agenda pubblica da qualche anno, tanto che l’attuale sindaca, Ada Colau, alleata di Podemos, deve parte del suo consenso alla sfida aperta che ha intrapreso contro l’eccessivo successo di visitatori. La giunta Colau nei suoi primi due anni di vita ha mantenuto aperto il fronte.
I nemici sono fondamentalmente due: la giungla degli appartamenti in affitto soprattutto nei portali come Airbnb e il proliferare degli alberghi dove un tempo sorgevano case.
Nel primo caso il Comune è intervenuto con denunce, controlli serrati, limitazioni e multe. Nel secondo, Colau ha firmato una moratoria per gli alberghi: stop alla costruzione in centro e concessioni aperte solo in periferia.
I numeri aiutano a capire il fenomeno: in un centro di 55.000 abitanti ogni giorno dormono 80.000 turisti e il calcolo è per difetto, visto che in tanti occupano illegalmente ogni tipo di alloggio.
È la forbice si allarga sempre di più a discapito dei residenti che affittano agli stranieri e abbandonano i quartieri di sempre.
È la cosiddetta sindrome di Venezia: il centro a misura di comitive e non più di abitanti. Davanti alle folle che intasano le Ramblas molti cittadini non restano più indifferenti. Sono nate in questi mesi gruppi, piattaforme e si sono organizzati cortei che chiedono rispetto per chi la città la vive.
Il movimento si sta allargando, coinvolgendo soprattutto le Baleari. A Maiorca e Ibiza, a causa del turismo di massa, neppure i medici stagionali riescono a trovare un appartamento dignitoso e sono costretti a soggiornare in stanze dedicate degli ospedali. Nell’arcipelago arrivano ogni anno 15 milioni di stranieri, ma la disoccupazione resta al 15%.
Il tema divide, se l’esproprio degli spazi comuni non può non turbare, sono tanti quelli che, più o meno alla luce del sole, guadagnano belle cifre.
I dati macroeconomici la dicono lunga: il settore vale almeno il 12% del Pil. Per un Paese, come la Spagna, affossato dalla crisi finanziaria, il turismo è stato il vero motore della ripresa, erodendo anche l’enorme tasso di disoccupazione.
Così, i turismofobici si confrontano con un altro partito molto nutrito, che dice: «Perchè dovremmo rinunciare a tutto questo?».
Uno dei più illustri teorici del turismo spagnolo è Fernando Gallardo, critico alberghiero del Paàs: «Nel 1950 in tutto il mondo viaggiavano 25 milioni di turisti ricchi, oggi siamo arrivati a 1,2 miliardi e non sempre benestanti. La verità è che tutti questi che vogliono mettere dei muri contro i turisti, come fossero Trump, vogliono far diventare la Spagna come Portofino o le Maldive, oasi di ricchi».
Francesco Olivo
(da “La Stampa”)
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Giugno 3rd, 2017 Riccardo Fucile
L’INCARICO FORMALE NELLE PROSSIME SETTIMANE
È senza dubbio un giorno storico per l’Irlanda.
Il 38enne Leo Varadkar, apertamente gay e di padre indiano, è stato eletto nuovo leader del Fine Gael, forza di maggioranza nella Repubblica, subentrando così al premier (taoiseach in lingua gaelica) Enda Kenny, dimessosi dopo 15 anni alla guida del partito.
Il medico “prestato” alla politica si appresta così a diventare primo ministro nelle prossime settimane, il più giovane di sempre nel Paese.
«Il pregiudizio non ha più presa nella Repubblica», ha dichiarato entusiasta Varadkar subito dopo la sua proclamazione e ha promesso di rendere il partito più «democratico, impegnato e inclusivo».
Per lui ora appare scontata la nomina a capo del governo dopo i colloqui coi rappresentanti dei partiti irlandesi necessari a garantire la fiducia a una compagine che resta comunque – come quella guidata da Kenny – di minoranza.
Con alle spalle diversi incarichi di ministro, da ultimo di titolare degli Affari sociali, Varadkar era già dato ampiamente favorito e ha sconfitto nelle elezioni interne grazie al sostegno dei deputati del Fine Gael l’avversario Simon Coveney, ministro per l’Edilizia.
Il nuovo leader rappresenta il volto di una Irlanda profondamente cambiata negli ultimi anni, in cui l’influenza cattolica si è via via affievolita aprendo la strada a mutamenti epocali per il Paese su temi quali l’aborto o le nozze gay.
Il neoleader ha in effetti alle spalle una storia familiare e individuale “eccentrica”: fuori dagli schemi classici di questa terra.
Nato nella capitale da padre immigrato dall’India e madre irlandese, è passato dalla medicina alla politica qualche anno fa, scalando rapidamente posizioni nel partito e nel governo sotto l’ala di Kenny.
Varadkar, primo ministro a dichiararsi pubblicamente gay nella storia dell’isola verde, ha condotto del resto una campagna in cui la sua omosessualità , sottolineano gli esperti, è stata in sostanza ininfluente.
Mentre le riforme sociali proposte di recente in veste di ministro, alcune delle quali contestate, gli hanno dato visibilità più di quanto evidentemente non l’abbiano penalizzato.
Varadkar, nel discorso con cui ha accettato la designazione dinanzi a una platea di sostenitori in festa, si è detto «onorato», ammettendo di avere peraltro dinanzi «una sfida enorme» da affrontare.
Poi ha rivendicato la sua storia personale e le radici paterne. «Quando mio padre completò il suo viaggio di 5.000 miglia per costruire la sua nuova casa in Irlanda, dubito che abbia anche solo sognato di poter avere un giorno il proprio figlio leader di questo Paese», ha detto con accenti di commozione.
Ha quindi reso omaggio al rivale di partito Coveney, invocando l’unità del Fine Gael e dell’Irlanda.
«Facciamo sì – ha concluso fra gli applausi – che la nostra missione, ora, sia fare della Repubblica una terra di opportunità per tutti». Al di là dei colore della pelle, delle origini o degli stili di vita.
(da agenzia)
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Giugno 2nd, 2017 Riccardo Fucile
DOPO ANNI DI BATTAGLIE CONTRO I CAPILISTA BLOCCATI, LA PREMIATA AZIENDA E LA SETE DI POTERE DI COCCOBELLO SPUTTANANO IL MOVIMENTO
Ecco la perdita dell’innocenza, proprio sui “nominati”, vero cemento dell’accordo sul “tedesco
all’italiana”.
In un post mattutino, molto duro, Beppe Grillo soffoca il dissenso: “I portavoce del MoVimento 5 Stelle in Parlamento voteranno a favore del testo, come deciso dai nostri iscritti”.
Dopo anni di battaglie contro i capilista bloccati, vietato aprire il dibattito, anche ora che c’è un testo che li inserisce.
Grillo sostiene l’opposto e su questo ordina disciplina. Conta la volontà della mitica rete, che ha votato a favore del tedesco che si usa in Germania, senza leggere la sua traduzione italiana: “I portavoce del MoVimento 5 Stelle devono rispettare questo mandato perchè il testo depositato in commissione mercoledì sera corrisponde al sistema votato dai nostri iscritti”.
È evidente il riferimento a quei parlamentari – Fico, la Taverna, tanti altri – che avevano paragonato questa legge, una volta letta, a un Porcellum (leggi qui come favorisce i capilista bloccati).
La rivolta, più o meno rumorosa, ha fatto vacillare l’accordo col Matteo Renzi e Silvio Berlusconi: “È dovuto intervenire — sussurrano i parlamentari dell’ala non ortodossa — perchè sè scoppiato un casino, e se scoppia un casino salta l’accordo. E se salta l’accordo salta tutta l’operazione Di Maio”.
L’operazione è la costruzione della sua premiership alle elezioni. Non a caso è lui, oltre al Fondatore, l’unico a parlare e ad avere diritto di parola, in una giornata in cui il post ha cucito le bocche di tutti: “C’è una trattativa in corso per approvare la legge elettorale. Il nostro obiettivo è andare al voto il prima possibile”.
Voto presto, prestissimo perchè la paura che precipiti Roma per i Cinque Stelle è pari a quella di Renzi del voto siciliano, e la convergenza delle paure porta al desiderio del 24 settembre o 1 ottobre.
E porta alle liste bloccate il più possibile, con un sistema in cui il leader decide le candidature.
Davide Casaleggio, il più alto del sistema centralizzato, punta su Di Maio come referente politico e attorno gli sta anche creando uno staff: “La guerra sulla legge elettorale — dice un dissidente — si spiega solo con la guerra tra di Maio e gli altri. Lui mette i capilista e gli altri rischiano di stare fuori”.
E il vice-presidente della Camera si gioca proprio tutto su questa legge. È lui che ha aperto al tedesco, recependo l’appello di Mattarella sull’urgenza di una legge elettorale.
Se dovesse saltare l’accordo ne uscirebbe azzoppato. Tutto racconta di una sete di potere: il Palazzo, il governo, la stanza dei bottoni, i fedelissimi, la squadra su cui si è già al lavoro, a partire dal futuro ministro dell’Economia, figura attorno alla quale sono partiti dialoghi coi mondi che contano.
Si spiega così il comportamento iper-trattativista in commissione affari costituzionali, con l’obiettivo di non far saltare l’accordo — o l’inciucio — sui capilista bloccati.
Danilo Toninelli propone emendamenti — dalle candidature al premio del 40 — senza aut aut e soprattutto nessuno propone l’unico che minerebbe il radice il patto sui nominati, ovvero sul voto disgiunto.
Prosegue il parlamentare: “Per ora regge, è difficile prevedere cosa succede da qui a domenica. C’è l’inferno”.
Il problema è la pressione ambientale. Commenti sui social: “Non vi votiamo più”, “non si può minacciare espulsione se uno critica questa legge”.
Rimbalza la parola Porcellum e il severo editoriale di Marco Travaglio, sulle differenze tra il modello tedesco vero e il pasticcio all’italiana.
E sul modello tedesco si sono espressi gli iscritti, sull’altro sono state zittite le critiche.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 2nd, 2017 Riccardo Fucile
IL POST DI GRILLO INONDATO DI COMMENTI NEGATIVI SULLA LEGGE ELETTORALE: “IO HO VOTATO SI’ AL MODELLO TEDESCO, NON A QUESTA SCHIFEZZA”
Il ‘Tedeschellum’ non piace alla base M5S, a cominciare dalle liste bloccate e delle pluricandidature. Nella bacheca del blog di Beppe Grillo, proprio in calce all’ultimo post del fondatore, le posizioni critiche sono nettamente prevalenti.
“Con questa cagata di legge elettorale — scrive Stefano Tartaglione – nemmeno i vincitori dei collegi plurinominali saranno sicuri di entrare in Parlamento, perchè dovranno accodarsi dietro il capolista del listino proporzionale. Praticamente è un fake clamoroso, un finto plurinominale!”.
E aggiunge un invito ai parlamentari: “Ragazzi, non votate questa schifezza così com’è adesso, altrimenti è molto probabile che io finisca di credere in voi e che non vi voti più”
Uno stato d’animo comune a molti sostenitori M5S, che chiedono ai parlamentari di non scendere a patti con le altre forze politiche.
“Da vostro elettore e accanito sostenitore sin dal lontano 2009 vi posso dire che del movimento originario non sta rimanendo più niente. Mi sembrate sempre più vicini a quello che avete sempre contestato”, scrive per esempio luca Losavio da Torino.
Giuseppe sottolinea che la proposta messa al voto online non è quella che il M5S vuole votare adesso in Commissione.
“Io ho votato sì al modello tedesco, che non prevede le liste bloccate. Questo abbiamo votato! Accordi a tutti i costi no, gioverebbe solo a Renzi e Berlusconi”, dice.
E molti la pensano come lui. Corrado P. ad esempio spiega: “Veramente non abbiamo votato il testo del Pd. Del sistema tedesco non ha nulla. Temo che abbia ragione il deputato Taverna”.
Michele De Palma si rivolge direttamente a Grillo e cita l’analisi critica del Fatto Quotidiano, “che evidenzia come la legge proposta non abbia niente della legge tedesca, tranne il 5%, e come sia molto più simile all’Italicum nei suoi aspetti più negativi […]. Non sono iscritto al M5S, ma da quando esiste gli ho dato sempre fiducia col voto (per inciso, ti informo che ho 76 anni). Si sono levate voci critiche nel Movimento che chiedono modifiche alla proposta, ma tu le minacci di espulsione, stando a quanto scrivi, dando valore alle critiche di chi dice che nel M5S non c’è democrazia. Forse gli iscritti — continua De Palma- hanno votato, ma a giudicare da alcuni commenti, anche chi ha votato a favore pensava che la proposta fosse diversa”.
Anche Oreste si rivolge direttamente a Grillo: “Beppe visto come stanno andando le cose con l’inciucio tra Pd e Fi e qualche amico sarà nostra convenienza o meglio, convenienza dei cittadini abbandonare questo trabocchetto e rientrare sulla nostra prima legge elettorale che si presentò con Toninelli. Infine che si voti alla scadenza della legislatura, tanto le patate bollenti se le dovranno cucinare loro”.
Nei post non mancano quelli a difesa del voto online, alcuni dei quali se la prendono coi parlamentari critici. Ma la stragrande maggioranza contesta l’intesa sul Tedeschellum.
“Caro Beppe, anche io ho votato sì, ma mi riferivo al sistema tedesco vero, reale, non questo aborto. Capilista bloccati, niente voto disgiunto, nessuna preferenza se non i 4 nomi che portano a elezione sicura del capolista. Lasciagliela fare a loro questa porcata. Teniamoci fuori”, è l’appello di Gaetano Amato.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 2nd, 2017 Riccardo Fucile
LA FRASE VERGOGNOSA DI ANTONELLA DI NUNNO, CANDIDATA M5S A CANOSA …IL PARTITO PRENDE LE DISTANZE, LEI ALLA FINE SI AUTOSOSPENDE
“Quanto fanno schifo i negri?”. Queste, secondo quanto pubblicato dall’esponente Pd calabrese Anna
Rita Leonardi, sarebbero le parole di una delle candidate del M5s alle comunali di Canosa, ovvero Antonella Di Nunno.
La Leonardi ha pubblicato su facebook lo scambio di una conversazione in cui la Di Nunno scrive parole razziste scatenando una successiva marea di indignazione sui social.
La candidata ha successivamente non solo cancellato le frasi, ma anche rimosso il suo profilo e si è autosospesa dal MoVimento.
M5s che prende le distanze: “Il Movimento 5 Stelle si dissocia dal contenuto di tali diffamanti e calunniose affermazioni che non rappresentano in alcun modo i valori ampiamente condivisi dalla stessa lista e dal Movimento”, si legge in una nota.
“Al fine di tutelare l’immagine del Movimento la diretta si è autosospesa consegnando nelle mani del candidato sindaco la relativa dichiarazione”
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 2nd, 2017 Riccardo Fucile
MACRON A MUSO DURO AL TELEFONO CON TRUMP CHE IPOTIZZAVA UNA TRATTATIVA: “NESSUNA TRATTATIVA, NON ESISTE UN PIANO B PERCHE’ NON ESISTE UN PIANETA B”
Cinque minuti al telefono per ribadire a Trump la fermezza della Francia nel rifiutare nuovi negoziati che mettano in discussione gli accordi di Parigi.
E poi una sfida frontale durante il discorso pubblico all’Eliseo.
Emmanuel Macron ha preso in mano la situazione dopo l’annuncio dato dal presidente Usa del ritiro americano dalla piattaforma internazionale sul clima. I
l neo-eletto capo di Stato transalpino ha detto al suo collega di Washington che “gli Stati Uniti e la Francia continueranno a lavorare insieme, ma non sul tema del clima”. E la linea dello scontro è diventata ancora più evidente quando, parlando in inglese e rivolgendosi agli americani che dissentono dalla posizione della Casa Bianca sull’accordo di Parigi, il presidente francese ha “scippato” la frase cult di Trump – “Make America great again” – rilanciandola in chiave ecologica:”Make our planet great again”.
“Ingegneri, scienziati americani che lavorate sul clima – ha detto Macron – vi lancio un appello. Venite a lavorare in Francia, con noi”.
In precedenza, parlando in francese, aveva affermato di “rispettare la decisione sovrana” di Trump definendola però “un errore per l’interesse del suo popolo e per il futuro”.
Concetti cribaditi anche in inglese, rivolto direttamente agli americani: “la Francia crede in voi, il mondo crede in voi. Siete una grande nazione, vi siete schierati contro l’ignoranza e l’oscurantismo. Ma sul clima non ci sono piani B, perchè non c’è un pianeta B”.
Dal punto di vista operativo, la linea della fermezza si tradurrà in un asse tra Ue e Cina per portare avanti comunque le linee guida dell’accordo rigettato ora da Trump. A trainare il programma sarà il triangolo tra Parigi, Berlino e Roma, con i tre leader che in una dichiarazione congiunta hanno ribadito che gli accordi sottoscritti non possono essere rinegoziati.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 2nd, 2017 Riccardo Fucile
LA SCELTA SCELLERATA DI TRUMP NON DANNEGGERA’ SOLO L’AMBIENTE, MA ANCHE L’ECONOMIA E IL LAVORO
La decisione di Trump sugli accordi di Parigi non danneggerà solo l’ambiente, ma anche l’economia e il
lavoro.
Gli Stati Uniti rischiano di perdere oltre 4 milioni di posti, quelli attualmente generati dalle energie rinnovabili, un numero letteralmente triplicato dal 2008.
I lavori verdi — in particolare nel fotovoltaico e nell’eolico — sono cresciuti a una velocità 12 volte superiore rispetto al resto dell’economia, secondo uno studio dell’Environmental Defense Fund (EDF), come ricorda oggi John Podesta, ex consigliere di Obama, sul Washington Post.
A questo incremento ha contribuito sicuramente un abbassamento dei costi di produzione e di installazione degli impianti, anche grazie a incentivi federali e locali.
Il numero dei lavori verdi in Europa è intorno ai 3 milioni e mezzo, pari a circa il 22 per cento del lavoro regolare salariato, più di quanto offrono le industrie automobilistica e farmaceutica.
In Italia si stima che le rinnovabili oggi creino circa 13 posti su cento e di certo assorbono figure qualificate e specializzate, in un Paese afflitto dalla disoccupazione intellettuale.
Secondo gli esperti, per incoraggiare il settore servirebbero un maggiore investimento pubblico — non solo incentivi -, un più facile accesso alle fonti rinnovabili e la liberalizzazione dell’energia prodotta.
Alla vigilia delle nostre elezioni politiche, questo dovrebbe essere un punto prioritario per qualsiasi partito che voglia definirsi quantomeno contemporaneo.
(da agenzie)
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Giugno 2nd, 2017 Riccardo Fucile
VOLANO DIMISSIONI TRA CHI FINO A IERI AVEVA SOSTENUTO TRUMP
Trump silurava l’accordo storico di Parigi, e Steve Bannon, il consigliere stratega ultra conservatore della presidenza, sorrideva tra le rose del giardino della Casa Bianca. L’America è fuori dallo storico accordo di Parigi.
L’industria statunitense non ci sta e si fa sentire.
“Caro presidente Trump, come rappresentanti delle più grandi aziende americane, le chiediamo vivamente di tenere gli Stati Uniti dentro all’Accordo di Parigi.” La lettera, scritta e firmata dal gotha dell’industria americana, non è servita a niente.
L’appello, apparso per diversi giorni su New York Times, Wall Street Journal e New York Post, prima dell’annuncio ufficiale di ieri sera, è stato firmato non solo dai giganti della Silicon Valley, ma da tutti i top manager dell’economia statunitense. “Stiamo investendo nelle tecnologie innovative che possono aiutarci a conquistare una transizione verso l’energia pulita – continua la lettera – E proprio in virtù di questo passaggio, il Governo deve supportarci”.
C’era ancora la speranza che Trump ci ripensasse. Non è successo.Le reazioni indignate sono state immediate. Il pianeta Twitter è stato inondato di emozioni, dissensi e dimissioni.
Tre tra i nomi più prestigiosi del gruppo dei consiglieri economici della Casa Bianca, hanno lasciato lo staff.
Primo fra tutti, Lloyd Blankfein. Il CEO della Goldmnan Sachs, che per l’occasione ha twittato per la prima volta in vita sua: “La decisione di oggi è un ostacolo per l’ambiente e per la posizione della leadership americana. E il suo dissenso non è poco, visto che in molti si sono sempre riferiti all’amministrazione Trump con l’appellativo “Government Sachs”, dato il numero impressionante di personaggi sbarcati alla Casa Bianca.
Secondo a lasciare, Elon Musk. Il numero uno di Tesla, che aveva già minacciato provvedimenti seri se Trump avesse silurato l’Accordo, ha twittato: “Lascio i consigli presidenziali. I cambiamenti climatici sono reali. Lasciare Parigi non è una buona idea nè per l’America nè per il mondo”
Terzo, ma non meno influente, l’Ad della Disney. Robert Iger ha lasciato Trump twittando: “Mi dimetto per una questione di principio”
E visto che Twitter è la piattaforma su cui si sta riversando dissenso, delusione e dimissioni, il CEO di Twitter, Jack Dorsey, è entrato nel vivo con un “Thanks Bob”, riferendosi a Iger, e continua: “Siamo tutti insieme sullo stesso pianeta e dobbiamo lavorare tutti insieme”
Il coro di voci si allunga sempre di piu, di ora in ora.
Emozionale il commento del miliardario sir Richard Branson, patron della Virgin: “Mi viene da piangere. Questo è un giorno triste”.
E ancora. Jeff Immelt, numero uno di General Electric: “Molto deluso dalla decisione di oggi (ieri, ndr) sull’Accordo. I cambiamenti climatici sono un problema reale. L’industria adesso deve andare avanti da sè e non dipendere dal Governo”.
E c’è chi non si fa intimidire.
Il numero uno della Exxon, una delle principali compagnie petrolifere statunitensi, Darren Woods, nel corso della conferenza annuale della Compagnia di mercoledì scorso, ha ribadito la sua ferma convinzione di portare avanti gli impegni presi e gli obiettivi di Parigi.
“La necessità di energia è una funzione vitale per la popolazione e per gli standard di vita. Per quanto riguarda la politica, l’obiettivo dovebbe essere la riduzione delle emissioi al costo più basso possibile per la società “.
Un lato positivo però va messo in conto e se ne attendono gli sviluppi. Oltre ai confini americani, il mondo tutto, si sta unendo in un’unica voce e con a creazione di nuove alleanze: l’Europa e la Cina si sono allineate per soluzioni comuni; l’Unione europea e quella africana insieme hanno ribadito il loro forte impegno alla piena attuazione dell’ Accordo di Parigi e chiedono a tutti i partner di mantenere lo slancio creato nel 2015”. E sottolineano, in un comunicato congiunto, che “il vertice Africa-U” del prossimo 29-30 novembre a Abidjan, sarà l’occasione per confermare la forte solidarietà con i più vulnerabili al cambiamento climatico” e di “lavorare insieme per costruire economie forti e sostenibili”.
(da “La Repubblica”)
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