Giugno 28th, 2017 Riccardo Fucile
PERCHE’ I GRILLINI VOGLIONO QUELLA POLTRONA… LA RAGGI CHE FARA’?
Luca Bergamo sarà il prossimo a salutare la Giunta Raggi?
I giornali romani oggi danno il vicesindaco prossimo alla revoca per quel posto, che ha preso all’epoca dello scoppio della grana Marra da Daniele Frongia, rimasto assessore allo sport.
Bergamo rimarrebbe comunque assessore alla Cultura nello schema proposto dal MoVimento 5 Stelle Roma, che vorrebbe però quel ruolo per il capogruppo in Campidoglio Paolo Ferrara.
Scrive oggi Lorenzo De Cicco sul Messaggero:
Il messaggio che arriva dalla pattuglia grillina è chiaro: finora nella squadra di governo di Roma c’è stato «troppo Pd». Il capofila degli «stranieri» è ovviamente Bergamo, che a marzo ha portato in giunta il suo ex capostaff Luca Montuori, ma anche l’assessore al Bilancio Andrea Mazzillo, la responsabile dell’Ambiente Pinuccia Montanari, con un passato nelle giunte di centrosinistra prima a Reggio Emilia (con Graziano Delrio sindaco) e poi a Genova. Insomma, «tanti che vengono dai dem, pochi che hanno cominciato con i meetup», per dirla con una battuta che viene rilanciata nelle chat interne.
Dove si citano insistentemente le ultime mosse di Chiara Appendino che, all’indomani degli incidenti di piazza San Carlo, ha varato un mini-rimpasto con l’obiettivo di allontanare dalla giunta torinese una figura tecnica (l’assessore all’Ambiente Stefania Giannuzzi), nominando al suo posto il capogruppo del M5S in consiglio comunale.
Una manovra che i grillini romani vorrebbero copiare e incollare in Campidoglio, assegnando però al capogruppo Ferrara i galloni di vicesindaco.
Giovanna Vitale su Repubblica Roma non parla invece della possibile defenestrazione di Luca Bergamo, ma racconta che in questi giorni sta andando in scena un contrasto sul alcune nomine proposte proprio dal vicesindaco:
È il caso di Zetema, l’azienda che gestisce i musei comunali: per la successione di Albino Ruberti, al comando da ben 19 anni, Bergamo vorrebbe Pietro Barrera, ex city manager ai tempi di Rutelli sindaco e attuale segretario generale della Fondazione Maxxi, il museo dell’arte contemporanea presieduto da Giovanna Melandri, nonchè docente di diritto amministrativo alla Sapienza. Un professionista che però l’ala ortodossa dei 5S ritiene troppo vicino al Pd e perciò da fermare a ogni costo. Anche per poter continuare a spingere il “loro” uomo, ovvero Roberto Diacetti, attuale presidente di Eur spa, manager trasversale e perciò politicamente meno targato.
Più agevole sembra invece la corsa dell’avvocato di Anzio Alessio Mauro: dopo molte esitazioni, la sua nomina come ad di Risorse per Roma, a questo punto, non dovrebbe incontrare ostacoli.
Mentre al posto dell’uscente Carlo Medaglia alla guida dell’Agenzia della Mobilità dovrebbe andare l’attuale amministratore unico dell’azienda dei trasporti napoletana Ciro Maglione.
Già deliberata, infine, la nomina del direttore del Sistema Biblioteche: si tratta di Valerio Nardo, che arriverà in comando dal Dipartimento Cultura della Città Metropolitana. Stessa formula utilizzata per il Ragioniere generale: dal Comune di Rimini approderà a Roma, intanto per sei mesi, Luigi Botteghi.
Andrea Arzilli sul Corriere Roma invece segnala che il tema dell’addio alla carica per Bergamo è stato affrontato anche nel pranzo tra Raggi, Davide Casaleggio e i due tutor, Fraccaro e Bonafede. E forse qualcosa c’entra pure l’addio promesso di Massimo Colomban, uomo inviato da Milano, che i vertici pentastellati stanno cercando di evitare o, almeno, di congelare.
Perchè con l’uscita dell’imprenditore veneto il coefficiente grillino nella squadra si abbassa, si rischia di viaggiare troppo a trazione dem.
Del resto Bergamo ha un pregresso noto, e pure Andrea Mazzillo, l’uomo del Bilancio, ha nel cv una candidatura con Veltroni.
Così la maggioranza non ci sta e chiede a Raggi di inserire un uomo del Movimento (Paolo Farrara?) per lanciare un doppio segnale forte: ai vertici, ma anche alla base che protesta perchè si sente esclusa dalle scelte strategiche.
Ma viene da pensare anche altro. Ovvero che in caso di sospensione o autosospensione della sindaca a farne le veci è proprio il vicesindaco. E siccome magari questa ipotesi si profila all’orizzonte, meglio avere un grillino che uno del PD in quel ruolo.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 28th, 2017 Riccardo Fucile
LA SOCIETA’ DEL CAMPIDOGLIO CONTROLLATA DA AMA HA PERSO L’APPALTO ATAC PER LA PULIZIA… QUANDO IL M5S ERA ALLL’OPPOSIZIONE TANTE PROMESSE, ORA CHE GOVERNANO LI HANNO ABBANDONATI AL LORO DESTINO
Roma Multiservizi, società del Campidoglio controllata da Ama, licenzia 669 dipendenti
dopo avere perso l’appalto ATAC per la pulizia.
L’amministratrice delegata Rossana Trenti ai sindacati ha inviato lo scorso venerdì una lettera: «La scrivente società – si legge nella missiva – avvia la procedura di riduzione di personale per 669 dipendenti». La ragione della decisione è la possibilità che Roma Multiservizi non si aggiudichi neanche uno dei 14 lotti del bando per il servizio di pulizia e manutenzione ordinaria di sedi e uffici dell’ATAC, in scadenza il 31 luglio. Per otto dei 14 lotti RM è già fuori gioco.
Repubblica Roma oggi ricorda che nel 2017, dopo aver perso il subappalto delle pulizie per le scuole statali e i centri di formazione, Roma Multiservizi a causa «dell’erosione dei ricavi» ha già mandato a casa 303 dipendenti e ridotto orari e paga a 429 persone.
Ma la brutta fine che potrebbero fare i lavoratori di Roma Multiservizi — di cui neXt ha parlato qui nel febbraio scorso — è lo specchio del brutto, pessimo rapporto tra la Giunta Raggi e la realtà non da oggi.
Un video pubblicato a metà giugno da Maurizio Gaibisso su Youtube mette insieme alcune dichiarazioni di Virginia Raggi e altre di Marcello De Vito a proposito di una delle aziende che divenne terreno da caccia di voti da parte dei grillini negli anni in cui erano all’opposizione ma su cui oggi tutte le promesse del M5S Roma si stanno infrangendo piano piano.
I lavoratori di Roma Multiservizi hanno ripetutamente protestato in questi anni durante i consigli comunali e hanno subito anche le espulsioni dall’Aula, soprattutto dopo che l’amministrazione ha promesso con Paola Muraro l’internalizzazione dei lavoratori e poi se l’è rimangiata.
Roma Multiservizi è l’emblema di cosa succede quando le promesse della politica si vanno a scontrare con la realtà . E non è un bello spettacolo.
Il M5S romano durante la campagna elettorale aveva promesso ai lavoratori di Roma Multiservizi che sarebbero stati assunti in AMA.
Nell’agosto scorso anche un ordine del giorno approvato dalla maggioranza grillina in Assemblea Capitolina ricordava alla sindaca che era necessario assorbirli nella municipalizzata dei rifiuti.
Poi la Raggi e la Muraro cambiarono idea: Roma Multiservizi sarebbe stata acquistata al 100% dal Comune
All’epoca c’era chi faceva notare che in questo modo si violava il piano di rientro del debito del Comune di Roma, ma chissenefrega. A dicembre era arrivata la protesta dei lavoratori in Consiglio comunale al grido di “Buffoni buffoni”: «Te lo ricordi quando stavi all’opposizione e stavi in mezzo a noi?», gridavano all’indirizzo di Marcello De Vito quella sera i lavoratori, quando avevano scoperto che era andata deserta la gara in 5 lotti per l’affidamento in global service dei servizi necessari al funzionamento delle scuole di Roma Capitale. Cosa è successo dopo?
È successo che alla fine il TAR ha annullato quel bando e l’assessore Colomban ha spiegato cosa intendeva fare il Comune: «Su Multiservizi stiamo lavorando con gli avvocati a fronte della sentenza del Tar di due tre giorni fa che ci ha chiesto uno spezzettamento della società . Il nostro obiettivo è salvaguardare l’occupazione. Abbiamo la legge Madia arrivata tra capo e collo, dobbiamo ottemperare a questa legge, quindi una serie di società saranno accorpate, altre dismesse, spero recuperando tutti i lavoratori».
Ora, inutile star lì a ricordare che la Madia è stata approvata nel dicembre scorso e quindi il Comune avrebbe dovuto o velocizzare al massimo le procedure per evitare di finirci dentro (ma sarebbe stato possibile?) oppure regolarsi di conseguenza.
Oppure che la Madia stessa ha smentito la Raggi sulla questione. Meglio segnalare la replica sul punto di CGIL, CISL e UIL: «La legge Madia non è ‘arrivata tra capo e collo’. Esisteva già quando l’assessore Colomban ci ha ricevuti in Campidoglio. Il Comune di Roma inizi ad assumersi le sue responsabilità e non faccia lo scaricabarile».
Meglio segnalare che il terreno di caccia di Roma Multiservizi, fatto di lavoratori che guadagnano anche solo 500 euro al mese, si è improvvisamente risvegliato nelle settimane scorse, quando uno di questi, Massimiliano, ha parlato con Repubblica Roma della vicenda:
«Nel 2014, sindaco Marino, abbiamo fatto di peggio, abbiamo occupato l’aula per una settimana, ma mai nessuno si era sognato di prendere un provvedimento così. Siamo delusi».
Cosa vi ha deluso?
«Nel 2014 c’era anche Marcello ad occupare l’aula insieme a noi. Da semplice consigliere di opposizione si era schierato dalla parte degli operai, ma ora che governa fa la voce grossa e se ne frega. Tra l’altro ha cercato pure di mettere zizzania tra noi e i cittadini che erano lì per i piani di zona. Ci ha messi l’uno contro l’altro».
Ma le tensioni non si potevano evitare? Le istituzioni vanno rispettate.
«La tensione degli operai scaturisce dal fatto che per troppe volte l’amministrazione ha rimandato i tavoli per risolvere la vicenda. Quando erano in campagna elettorale i 5S hanno fatto delle promesse e adesso non solo non le mantengono, ma sembrano non dare la giusta importanza alla questione. Neppure il consiglio straordinario chiesto da mesi è stato calendarizzato».
Cosa vi fa più male?
«La maggior parte degli operai li ha votati, ora molti si sono ricreduti. Si sentono presi in giro»
Cosa chiedete esattamente?
«Che Multiservizi diventi pubblica al 100%. Il parere legale che ci siamo fatti fare da un avvocato privato dice che è possibile. Il problema è che l’avvocato Lanzalone, che ha partecipato a uno dei tavoli tra noi e il Comune, sostiene il contrario. Qualche giorno dopo quell’incontro, però, abbiamo saputo che Lanzalone è diventato presidente di Acea. Ma uno che ottiene una nomina del genere direbbe pure che il cielo è verde, se glielo chiedono».
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 28th, 2017 Riccardo Fucile
UNA SOCIETA’ SPONSORIZZATA DALLA REGIONE PER FORMARE OPERATORI SANITARI FALLISCE… I CORSISTI HANNO PAGATO 2.000 EURO, FUGA CON LA CASSA… CHI HA ACCREDITATO QUESTA DITTA IN REGIONE?
Corsi falliti, porte sbarrate e fuga con l’intera cassa. Finisce miseramente la breve storia di Euroform, società accreditata presso la Regione, messa in piedi per formare operatori socio-sanitari.
“Scuola” che dopo aver incassato gli acconti, ha chiuso i battenti a 250 corsisti.
Tanto che la Procura della Repubblica ha indagato di truffa il presidente Antonio Signorini (assistito dall’avvocato Nicola Scodnik) e il direttore Fabrizio Pinna.
Questa intricata e paradossale vicenda, però, ha un versante alquanto incredibile: Fabrizio Pinna e Sarah Antonelli (pure questa nell’amministrazione dell’ente di formazione) sono stati candidati alle recenti elezioni amministrative proprio nelle liste del centrodestra, con Bucci.
Lui per il municipio Medio-Levante, lei per il Centro Ovest.
«Io lo le mie idee politiche e faccio quello che ritengo opportuno», ripete Pinna.
I due non sono stati eletti. Ma questa è un’altra storia.
Il 7 febbraio scorso la Città Metropolitana ha tolto l’accreditamento ad Euroform. Poi, il 2 marzo, Alfa (Agenzia Regionale per il Lavoro, la Formazione e l’Accreditamento) ha revocato tutte le autorizzazioni
Le Asl liguri avevano lamentato la carenza di queste figure professionali all’interno delle strutture sanitarie e la mancanza (da tempo) di corsi all’interno degli ospedali.
Qualcuno ha fiutato il business.
Ha ottenuto il patrocinio della Regione (da chi?), tanto che i corsi erano pubblicizzati sul sito della Regione. «Abbiamo lavorato bene con l’allora Provincia, che gestiva la formazione – spiega Pinna – poi, quando tutto è passato alla Regione, è saltato tutto». Ieri notte sul suo profilo Facebook l’ex direttore ha pubblicato un post, con il quale attribuisce il fallimento a tre funzionari regionali
Per capire, però, occorre partire dall’esposto presentato da 23 studenti che lo scorso ottobre (insieme ad altri 200) si erano iscritti ai corsi di Osa: costo circa 2000 euro, per 1200 ore di lezioni e di formazione. Sede via XX Settembre numero 1.
Una parte di loro si è rivolta allo Sportello del Consumatore, all’avvocato Stefano Vignolo. L’inchiesta è in mano al pm Giovanni Arena.
«Abbiamo pagato gli acconti: chi ha versato 500 euro, chi 1000, chi ha fatto il finanziamento, chi ha firmato le rate – racconta Manuel Pusceddu, uno dei corsisti che si ritengono truffati – poi, tra gennaio e febbraio, abbiamo visto che Sarah Antonelli un bel giorno ha preso la roba dal suo ufficio ed è sparita; Pinna è rimasto, ma quando ha saputo che andavamo a protestare in Regione, non l’abbiamo più visto».
Da quel giorno i corsisti hanno trovato la porta chiusa. Di Pinna, Antonelli e Signorini neppure l’ombra.
Pinna (difeso dall’avvocato Daniele Pomata) ribatte: «Io svolgevo le funzioni di direttore, ma non avevo potere di firma – ripete – avevo l’incarico di professionista esterno, l’amministrazione era nelle mani del presidente, Antonio Signorini e del figlio, Alberto».
Che, a sua volta, dice di non poter dichiarare nulla: «C’è un’inchiesta in corso”
(da “La Repubblica”)
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Giugno 28th, 2017 Riccardo Fucile
ALTRO CHE VENDITORI ABUSIVI, I PRIMI A NON RISPETTARE LE REGOLE SONO I LEGHISTI… MA NESSUNO HA DATO LORO LA MULTA, GUAI A DISTURBARE SALVINI QUANDO FA IL BAGNETTO
La visita di Salvini a Genova per celebrare la vittoria di Marco Bucci, si è conclusa in Corso
Italia, e con un tuffo in mare.
A molti, però, non è sfuggito il dettaglio dell’invasione di auto, parcheggiate alla “bell’e meglio” proprio sul marciapiede storico del lungo mare, considerato il salotto di Genova.
La cosa, ovviamente ha scatenato la polemica sui social: le regole sono regole, soprattutto per chi delle regole si è fatto paladino.
E c’è chi ricorda le polemiche di qualche mese fa sulla “preziosità e delicatezza” della copertura, in occasione della posa delle mattonelle “diverse”.
Dopo un patetico tentativo di attribuire le auto alle forze dell’ordine, lo staff di Toti cambia versione e afferma che molte auto sono state sistemate sul marcipiede per consiglio della Digos, cosa ovviamente improbabile perchè la Questura non ha l’abitudine a invitare a violare la legge a un così alto numero di auto.
Salvo che, a causa della presenza alla festa di consiglieri regionali leghisti sotto processo per peculato a Genova, la polizia non abbia ritenuto opportuno tutelare cosi quei genovesi che non erano a conoscenza del rischio che correvano.
(da agenzie)
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Giugno 27th, 2017 Riccardo Fucile
LA “TENDA” RIPOSTA DA PRODI, LE CRITICHE DI VELTRONI, IL TWEET DI FRANCESCHINI, L’INIZIATIVA DI ORLANDO… I BIG DENUNCIANO LO SNATURAMENTO DEL PD E APRONO UN A NUOVA FASE DALL’ESITO IMPREVEDIBILE
La “tenda” che Prodi rimette nello “zaino” come metafora di un accampamento che ha cambiato natura, il Pd. Non un incidente diplomatico tra il segretario, sempre un po’ grossier nei modi, e il composto Professore. È una fase nuova.
Per la prima volta Renzi è vissuto come un problema.
Il Professore è rimasto molto colpito non solo dai toni, dalle battute di Orfini, dal dileggio dei tweet, ma dall’arrogante rimozione della sconfitta, dalla superficialità con cui è stato accolto il suo tentativo, dalle accettate come risposta al “Vinavil”, dalla risposta a questa crisi profonda del Pd: “Rottamo, faccio il Macron italiano”.
È come cioè se segretario del Pd si muovesse su uno schema di killeraggio del Pd: il partito, per come è stato finora, è un impiccio, dunque quel che ne rimane lo trasformo in una sorta di lista Renzi.
Poche ore prima, su Repubblica Walter Veltroni aveva certificato, in modo asciutto e pacato, quella che in altri tempi si sarebbe chiamata mutazione genetica, rispetto al dna con il Pd nacque dieci anni fa al Lingotto: “Il partito non ha più identità “.
Per la prima volta la critica, severa, verso Renzi, ha due caratteristiche.
Tocca la natura stessa del Pd, l’identità già diventata un’altra. E coinvolge padri nobili, pezzi di partito che, per semplificare, il 4 dicembre avevano votato Sì. Entra cioè all’interno della sua maggioranza: “Vuole fare il Macron italiano? — dice un parlamentare dell’area Delrio — bene ma allora dovrebbe vincere le elezioni, non perdere ovunque. Questa è la differenza”.
Ecco. Quando succede tutto in un giorno è difficile spiegare con il caso e non rintracciare tra gli eventi una razionalità politica.
Racconta un parlamentare che ha pranzato negli ultimi giorni con Dario Franceschini: “I ministri stanno raccogliendo una preoccupazione dei vertici istituzionali. O pensiamo che Mattarella e Napolitano stanno tranquilli ad aspettare che Salvini diventi il prossimo ministro dell’Interno? È normale che chiedano a chi ha più responsabilità di farsi carico del problema”.
L’uscita del ministro della Cultura è stata subito derubricata, nelle raffiche renziane, a opportunismo o scarsa lucidità . In verità è il punto più concreto della nuova fase, dall’esito imprevedibile.
Uno dei principali sostenitori di Renzi apre le danze, contestando la narrazione dell'”abbiamo vinto le elezioni”, ma il messaggio vero, la sostanza politica, è che Franceschini sta dicendo: con Renzi si va a sbattere, occorre cambiare schema e leadership.
È questo l’argomento dei capannelli in Transatlantico. Quanto è esteso il fronte. E la sensazione è che sia particolarmente esteso. Graziano Delrio ha chiamato qualche parlamentare a lui più vicino a cena, per un punto. Da sempre ulivista, sensibile al prodismo, vede nero sulle capacità di recupero di Renzi nel paese. Anche se, però, al momento ha scelto di stare coperto.
Nell’ex convento di Santa Chiara, c’è invece la corrente di Andrea Orlando. Ugo Sposetti, mitico tesoriere dei ds, scuote la testa: “Quello che colpisce non è solo la reazione di Renzi, che è una roba che non sta nè in cielo nè in terra, ma il fatto che chi gli sta attorno non sia in grado di farlo ragionare”.
Andrea Orlando, dal palco difende Romano Prodi (“Non può essere inscritto tra i gufi e rosiconi. Meglio la foto dell’Unione che un governo con Grillo o Salvini”) e invoca un nuovo centrosinistra in cui vengano separati segretario e candidato premier. In platea parecchi parlamentari parlano di Renzi come nel 2011 alcuni di Forza Italia parlavano di Berlusconi: “Il problema è lui, non ragiona”.
Oppure ragiona benissimo, ma lo schema è da brividi. Un accampamento iper-personale e un intero gruppo dirigente costretto a prenderne atto e a togliere le tende. Per metterle altrove.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 27th, 2017 Riccardo Fucile
DESTRA, CENTRO, SINISTRA: IN ITALIA UNA FIGURA IN GRADO DI PORTARCI FUORI DALL’IMPASSE NON C’E’
Uno spettro si aggira per il Palazzo: lo spettro del Macron italiano. Il successo del
presidente francese induce a cercare al centro, a destra, a sinistra una figura in grado di portare l’Italia fuori dall’impasse in cui si è infilata. Un auspicio condivisibile, ma irrealizzabile.
Il Macron nostrano non c’è e non verrà , innanzitutto perchè alle politiche si voterà con il proporzionale, che va bene a tutti: a Grillo che non fa alleanze, a Berlusconi che non vuole legarsi a Salvini, a Renzi che non ha interesse nè a gettare appunto Berlusconi nelle braccia di Salvini, nè a trattare con gli scissionisti del Pd.
Il meccanismo per cui Macron ha preso al primo turno il 24%, per poi conquistare sia l’Eliseo sia il Parlamento, da noi può riprodursi in un Comune; non nel Paese.
Ma il vero motivo per cui la ricerca del Macron italiano è destinata a rimanere infruttuosa è che la Francia ha un establishment, un sistema, un’èlite; l’Italia no. Macron è figlio del desiderio di rinnovamento dei francesi, stanchi dei vecchi partiti e delle vecchie facce; ma è anche figlio dell’establishment.
Meglio, è l’uomo su cui l’establishment ha puntato per intercettare la volontà di cambiamento e nello stesso tempo salvare se stesso.
Anche in Francia esiste un forte sentimento antisistema, che al primo turno delle presidenziali ha gonfiato le vele di Mèlenchon e Marine Le Pen, e potrebbe esprimersi presto in scioperi e scontri di piazza.
Però il sistema in Francia esiste, ed è fatto di grandi imprese e grandi scuole, di diplomatici e funzionari.
Possono essere rivali; ma quando c’è di mezzo l’interesse nazionale, colpiscono uniti. Possono essere invisi a parte dell’opinione pubblica, ma si reggono su due baluardi: lo Stato, e la borghesia.
Uno Stato che i francesi vorrebbero meno costoso, ma a cui sono legati sia da un forte sentimento nazionale, sia da una certa tradizione di efficienza burocratica.
E una borghesia che coltiva per la politica un’estraneità al limite del disprezzo, ma ha saputo investire su un politico nuovo.
In Italia i movimenti populisti sono più forti: perchè privi della zavorra ideologica che schiaccia Marine Le Pen a destra e Mèlenchon a sinistra; perchè la ripresa tarda ad arrivare ed è concentrata nelle zone già più avanzate; perchè il disprezzo della politica si accompagna spesso – anche se non sempre – a un senso di estraneità verso lo Stato.
Questo non significa che l’Italia sia messa peggio della Francia.
Siamo un Paese meno accentrato, in cui ogni città è una piccola capitale, non solo una prefettura. Per risorse d’intelletto, eredità di cultura, dinamismo d’impresa non siamo secondi a nessuno. Ma dallo stallo politico in cui ci siamo avviluppati non usciremo grazie a figure salvifiche.
Nè potremo contare su Macron, quello vero. Che si è fatto applaudire facendo suonare l’inno europeo prima della Marsigliese; ma sul caso Fincantieri ha già dimostrato che non è disposto a sacrificare nulla all’Italia. E nel rapporto con la Germania si comporterà come i suoi predecessori: impugnerà la bandiera dell’Europa mediterranea, per andare poi a trattare condizioni di favore per il suo Paese.
All’Italia non serve il miraggio di un modello straniero, ma un paziente lavoro di ricucitura civile.
Una svolta che rilanci gli investimenti, l’occupazione, la fiducia. A giudicare dall’astensione record, nel giorno in cui comuni dalla forte identità erano chiamati a eleggere il sindaco, sarà un lavoro lungo.
La politica ha disperso un patrimonio di credibilità che non sarà facile ricostruire.
Il viaggio comincia adesso. Purtroppo, o per fortuna, non consente scorciatoie.
(da “il Corriere della Sera”)
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Giugno 27th, 2017 Riccardo Fucile
“ORMAI E’ DIVENTATO IL PARTITO DI RENZI CHE HA ROTTAMATO LA STORIA DEL PARTITO E DEL SUO POPOLO”
Il segretario provinciale del Partito Democratico in Puglia, Salvatore Piconese, ha consegnato questa mattina nella mani del segretario regionale del Pd Marco Lacarra, la lettera con le dimissioni dall’incarico del partito, prima della scadenza del mandato prevista per il prossimo autunno.
Piconese lascia il Pd e passa al Movimento Democratico e Progressista.
Per il Pd salentino si tratta di un vero e proprio terremoto politico, visto che anche altri 103 tra sindaci, assessori, consiglieri comunali ed ex dirigenti di partito hanno deciso di fare altrettanto, passando tutti dal Pd alla nuova formazione di ispirazione dalemiana.
Singolare il caso di Patù dove a dire addio al partito democratico è stato il sindaco, Gabriele Abaterusso ex segretario cittadino ed ex componente della segreteria provinciale, insieme con tutti i consiglieri di maggioranza nel consiglio comunale.
In conferenza stampa Salvatore Piconese, che è sindaco di Uggiano La Chiesa, ha spiegato i motivi di una decisione definita il “frutto di una lunga riflessione” su un partito diventato ormai “il partito di Renzi” che ha portato alla rottamazione in questi anni” la storia del partito e del suo popolo”.
“Il Pd è in questo periodo — afferma Piconese — una comunità divisa e disorientata poichè in questi anni la ‘torsione personalistica’, la venatura populista e plebiscitaria, unita all’occupazione di uno ‘spazio’ puramente centrista nel panorama politico nazionale, hanno modificato il patrimonio genetico del partito il quale si è del tutto allontanato dei suoi valori fondativi e dei suoi principi originari di democrazia e di giustizia sociale e di libertà ”.
(da agenzie)
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Giugno 27th, 2017 Riccardo Fucile
NON E’ IL CANONE CHE PAGA FAZIO, MA LA RACCOLTA PUBBLICITARIA DEI SUOI SPONSOR E IL SALDO E’ ATTIVO PER LA RAI PER DIVERSI MILIONI
Era già successo per il compenso di Carlo Conti a Sanremo e sta succedendo di nuovo per
Fabio Fazio e Che tempo che fa.
Il conduttore è attaccato da destra e da sinistra a causa del suo stipendio. In questi giorni il Cda Rai ha approvato il nuovo contratto per il conduttore.
Si tratta di circa 11 milioni di euro per quattro anni, più o meno due milioni all’anno. Inoltre Che tempo che fa traslocherà su Rai 1 e diventerà il programma di punta del prime time domenicale.
Subito contro la decisione del Cda si sono schierati nell’ordine Roberto Fico, Maurizio Gasparri e Michele Anzaldi.
Per Anzaldi il nuovo contratto a Fazio è uno “schiaffo alla miseria” di molti italiani. Di sicuro Anzaldi ha anche dimenticato di fare parte del partito che sta governando l’Italia dal 2013. Il problema della povertà degli italiani avrebbe dovuto e potuto affrontarlo a tempo debito e non facendo polemica sul contratto di Fazio
Chi paga il compenso di Fabio Fazio?
Ma per Anzaldi sono gli italiani, tramite il canone, a pagare il compenso di Fazio. E quindi sono gli italiani (e la Rai) a rimetterci.
Ma le cose non stanno così.
Fabio Fazio può piacere o non piacere ma questo non significa che non abbia successo e che le sue trasmissioni non facciano guadagnare bei soldi alla Rai.
Perchè non è il canone a finanziare Che tempo che fa: è la raccolta pubblicitaria.
Senza Fazio la Rai non guadagnerebbe certe cifre, quindi è giusto che il suo lavoro venga retribuito. E siccome non stiamo parlando della vendita di panini allo stadio del Pizzighettone la cosa deve essere proporzionata.
Come ha spiegato qualche giorno fa Fazio “siamo pagati dalla pubblicità , non dal Canone”, ricordando che grazie al fatturato della sua trasmissione la Rai può produrre altri programmi che “non hanno la pubblicità , che hanno una funzione diversa e che magari hanno conduttori emergenti“. Può fare, insomma, servizio pubblico.
Quanto incassa Che Tempo Che Fa? Ovviamente è molto difficile conoscere costi e ricavi delle trasmissioni RAI per questioni di concorrenza.
Pochi anni fa Loris Mazzetti, all’epoca capostruttura RAI, ad Annozero disse che la trasmissione costava 11 milioni di euro e ne incassava in sponsor pubblicitari 19 miliioni, con un guadagno per la Rai di 8 milioni.
Inoltre c’è chi fa notare che ad un aumento dello stipendio annuale (da 1,8 a 2,8 milioni di euro) corrisponderebbe anche un aumento dell’impegno del conduttore e al fatto di dover lavorare per la rete ammiraglia Rai.
A conti fatti c’è chi dice che in proporzione dal carico di lavoro da direttore artistico ci sarebbe addirittura flessione del compenso.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 27th, 2017 Riccardo Fucile
“QUELLO CHE MI PIACE E’ LA DIVERSITA’, VENIAMO TRATTATI ALLO STESSO MODO, NON IMPORTA DA DOVE VENIAMO E A QUALE ETNIA APPARTENIAMO”
Diritti, sicurezza, multiculturalismo. Sono le ragioni principali per cui ogni anno centinaia di uomini e donne scelgono il Canada come patria elettiva.
Pochi giorni fa alcuni di loro hanno festeggiato l’ottenimento della cittadinanza canadese.
Tra questi c’è la piccola Svetlana Grace Joseph, di appena tre anni, trasferitasi da Mumbai, in India, insieme alla famiglia e che sogna di diventare un’insegnante.
C’è Fardin Naibkhil emigrato da Kabul, in Afghanistan, e arrivato sperando in una vita migliore.
O ancora Farah Morris, dalle Mauritius, che sogna di costruirsi una carriera e una vita nuova.
Il tutto accade in un momento storico per nulla favorevole. Il nuovo presidente Usa, Donald Trump, ha infatti imposto limiti severi all’immigrazione, a discapito soprattutto dei cittadini di paesi a maggioranza mussulmana; in Europa invece c’è chi ha reagito con muri e barriere all’ondata migratoria seguita alle guerre e alla violenza che stanno devastando il medioriente .
Ma il Canada – come ha più volte ripetuto il premier Justin Trudeau – ha intenzione di continuare ad accogliere i migranti a braccia aperte.
Da gennaio circa 3.500 richiedenti asilo sono entrati illegalmente in Canada dagli Usa e in giugno il Paese ha creato una visa prioritaria dedicata ai lavoratori altamente specializzati con l’obiettivo di trarre vantaggio dall’atteggiamento intransigente degli Usa.
(da “La Repubblica”)
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