Luglio 12th, 2017 Riccardo Fucile
L’ASSESSORE AL COMMERCIO ORA SOSTIENE DI AVER CHIESTO LUI MARRA AL TURISMO… MA QUESTO COZZA CON QUANTO DA LUI SOSTENUTO DAVANTI AI MAGISTRATI
A Roma tutto procede in perfetta trasparenzaquannocepare.
Ieri Adriano Meloni, assessore al Commercio della Giunta Raggi, rispondendo a chi gli chiedeva se fosse stato lui a selezionare Renato Marra (fratello di Raffaele) alla guida della Direzione Turismo, come sostenuto nella memoria difensiva della sindaca Virginia Raggi depositata ieri alla Procura di Roma, ha confermato tutto.
La versione di Meloni è stata regalata alle agenzie di stampa e ribadita oggi in un’intervista a Repubblica: «È una puttanata che non lo conoscevo prima. Era al Gssu dei vigili urbani e me lo hanno presentato due ore dopo che sono arrivato in Campidoglio. Poi ha manifestato il suo interesse per la direzione Turismo e mi è sembrato il migliore. Ora devo tornare in aula».
In un’intervista a Repubblica rilasciata l’8 gennaio scorso però Meloni aveva detto tutt’altro: “Non ricordo… noi, però, non lo avevamo richiesto. Non lo conoscevamo. Ci è stato suggerito. So che della sua nomina poi sono stati informati anche i consiglieri. La sindaca condivide tutte le scelte con la maggioranza”.
L’intervista venne rettificata ben cinque giorni dopo con una lettera al quotidiano, nella quale l’autore dell’articolo (Lorenzo D’Albergo) confermava le prime parole di Meloni:
Ma soprattutto la versione giornalistica di Meloni va a cozzare con le dichiarazioni ufficiali sue e di Virginia Raggi. Meloni ha dichiarato ai magistrati che la nomina di Renato Marra a capo dell’ufficio turismo fu suggerita da Raffaele:
Adriano Meloni, […]sentito dai magistrati come persona informata sui fatti, ha dichiarato che a suggerirgli la nomina di Renato Marra era stato suo fratello Raffaele. Concetto ribadito anche in un’email agli atti dell’inchiesta. Questa è stata inviata da Meloni al delegato al Personale, Antonio De Santis e per conoscenza a Raffaele Marra e Raggi. Nella email Meloni ringrazia per il suggerimento su Renato e ne loda l’operato.
Quella email — così si difenderà la Raggi — è stata inviata mentre lei si trovava ad Auschwitz e su un indirizzo pubblico, quello che si trova sul sito del Comune di Roma: virginia.raggi@comune.roma.it, dove ogni giorno arrivano centinaia di segnalazioni dei cittadini.
Non l’ha letta quindi? Vedremo cosa risponderà ai pm. Di certo spiegherà che in tanti, compreso l’assessore Meloni, le avevano parlato in modo positivo di Renato Marra, che pensava essere la persona giusta al posto giusto.
Meloni ha quindi detto ai giudici che la nomina di Raffaele Marra fu suggerita dal fratello Raffaele, sono le sue parole verbalizzate che valgono: se intende correggerle dovrà spiegare perchè ed essere molto credibile perchè altrimenti rischia di ritrovarsi nella posizione di chi dovrà spiegare perchè a distanza di sei mesi fornisce due versioni diverse sull’accaduto.
Ma anche Virginia Raggi dovrà spiegare qualcosa. La sindaca il 21 dicembre scorso scriveva a Cantone che il ruolo di Raffaele Marra nella nomina del fratello ‘è stato di mera pedissequa esecuzione delle determinazioni da me assunte, senza alcuna partecipazione alle fasi istruttorie, di valutazione e decisionali, peraltro affidate in via esclusiva dalla normativa vigente’.
Quindi la decisione è stata presa direttamente dalla sindaca. Senza assessori-suggeritori. Che spuntano soltanto oggi. Molto opportunamente.
Nell’intervista rilasciata oggi a Repubblica, Meloni dice che la sindaca gli ha suggerito di stare sereno.
All’ultimo a cui è stato detto non è andata benissimo.
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 12th, 2017 Riccardo Fucile
“HO LAVORATO COME CAMERIERE, NON HO MAI VISTO RIFERIMENTI AL FASCISMO”… SCARPA NON E’ IL TITOLARE DEI BAGNI MA SOLO UN DIPENDENTE “ANIMATORE”
Il segretario del Pd di Chioggia, Terry Manfrin, aveva un contratto a chiamata nella “spiaggia
nera” di Punta Canna.
Lo ha scoperto il giornale la Verità , che ha anche pubblicato un’intervista in cui Manfrin conferma di aver firmato un contratto con lo stabilimento balneare lo scorso 23 giugno, pur non avendo mai prestato servizio.
Il segretario aggiunge dei retroscena interessanti sulla spiaggia di Chioggia: ad esempio, spiega che Gianni Scarpa, presentato sui giornali come il gestore dello stabilimento, e intervistato per le sue presunte simpatie fasciste, è in realtà solo un dipendente della spiaggia.
Un “volto storico” per i clienti che però non ha quote dell’azienda.
Lo spiega bene Manfrin: “A Punta Canna il signor Gianni Scarpa figura come dipendente. Ma non è in azienda. Siccome Chioggia non è grandissima, alcuni miei amici coetanei sono proprietari di alcune quote societarie e mi hanno chiesto se, in caso di bisogno, avessi potuto andar lì ad aiutare”.
Ed era risaputo in paese che Gianni Scarpa fosse un personaggio fuori dalla norma: “Quello che tengo a precisare è che a Chioggia giravano voci da alcuni anni circa questo personaggio un po’ eclettico, ma io nulla sapevo circa i messaggi di apologia del fascismo”.
Il segretario locale chiarisce le sue responsabilità : spiega di non essere stato al corrente dei simboli “fascisti” che venivano esposti nello stabilimento, e di essersi dimesso non appena questo è venuto fuori.
Il segretario di Chioggia era già stato allo stabilimento “per prendere un caffè” ma non aveva visto il busto di Mussolini e cartelli nostalgici: “Ho visto i cartelli sulla disciplina e sull’ordine ma di Mussolini io non ho mai visto nulla”.
Tuttavia, la posizione del Pd di Chioggia è chiara: “Noi chiediamo che il signor Gianni Scarpa venga punito…Nel caso vi sia la presenza di reati, chiediamo che sia revocata la concessione demaniale”. Intanto Terry Manfrin ha già tratto le sue conclusioni e si è dimesso dalla spiaggia.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 12th, 2017 Riccardo Fucile
ORA ANCHE L’APPARTENENZA A UNA RELIGIONE E’ DIVENTATA UN CRIMINE… CORSARO FAREBBE BENE A TOGLIERE IL DISTURBO DAL PARLAMENTO
“Che poi, le sopracciglia le porta così per coprire i segni della circoncisione…”.
È con questo commento che Massimo Corsaro, ex Fratelli d’Italia e oggi nella componente fittiana al gruppo Misto alla Camera di Direzione Italia, ha attaccato via Facebook il deputato Pd Emanuele Fiano, primo firmatario della proposta di legge che mira a introdurre il reato di propaganda fascista.
Un insulto, lo definisce Ruben Della Rocca, vicepresidente della Comunità ebraica di Roma, “antisemita e per giunta su un particolare fisico: ricorda esattamente le vignette antisemite degli anni ’30, il ‘Manifesto della razza’”, commenta ad HuffPost.
“Massima solidarietà a Emanuele Fiano. Ma io mi ritengo indignato da ebreo”, prosegue Della Rocca.
La storia della famiglia di Fiano è ben nota: oltre a essere un esponente della comunità ebraica milanese, è figlio di Nedo, deportato ad Auschwitz con tutta la sua famiglia e unico sopravvissuto al campo di concentramento nazista.
“Non è possibile che nella dialettica politica si scelga l’insulto per contrastare l’avversario”, prosegue il vicepresidente della comunità ebraica della Capitale.
“Per di più è un insulto legato a una regola religiosa e sacra dell’ebraismo. Sono molto preoccupato per l’Italia perchè mi sembra che questo fenomeno ricorra abbastanza spesso e da più parti. L’altro giorno abbiamo avuto gli ultras di una squadra di calcio che inneggiavano ad Hitler senza che nessuno dicesse nulla. Milioni di morti non sono una goliardata”, conclude Della Rocca.
A stretto giro arriva anche la replica del diretto interessato: “Questo commento è di un deputato della Repubblica italiana. Gruppo Fitto. Sì io sono circonciso ed ebreo. Orgogliosamente. Massimo Corsaro invece esprime oggi il peggio dell’antisemitismo con questo post. Mi dispiace per mio padre e per tutti quelli che per via della circoncisione sono stati torturati, massacrati o uccisi. Mi dispiace che la mia battaglia culturale non sia stata abbastanza forte contro tutti questi. Non mi farete tacere”, scrive Emanuele Fiano su Facebook.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 11th, 2017 Riccardo Fucile
COLLUSI CON I TANGENTARI LIBICI DI CUI FARANNO GLI SPIONI… ORA VEDIAMO SE MINNITI AVRA’ LE PALLE DI BLOCCARE LA NAVE A CATANIA PRIMA CHE CI SCAPPI IL MORTO
Il crowdfunding è andato avanti, nonostante PayPal avesse il mese scorso bloccato la raccolta e
restituito le donazioni.
Ma l’organizzazione ‘multinazionale’ di estrema destra, francese, italiana e tedesca conosciuta nel nostro Paese come Generazione identitaria, è riuscita lo stesso a noleggiare una nave da 40 metri per realizzare l’iniziativa Defend Europe, con lo scopo di pattugliare le acque al largo della Libia ed impedire ai migranti di raggiungere l’Europa.
Le diverse sigle nazionali hanno raccolto da maggio grazie al crowfunding 76.000 euro. L’obiettivo è “evidenziare il vero volto delle cosiddette organizzazioni umanitarie, la loro collaborazione con la magia dei trafficanti di esseri umani, e le mortali conseguenze delle loro azioni in mare”, ha dichiarato Clement Galant, responsabile francese del progetto in un video diffuso sui social network.
“Quando barche pieni di migranti illegali attraversano (il Mediterraneo) la nostra missione sarà chiamare la Guardia Costiera libica per consentire loro di recuperarli e trarli in salvo e nel mentre li terremo al sicuro”, ha reso noto il gruppo.
Generazione Identitaria ha spiegato di aver noleggiato la nave ‘C-Star’ che è in rotta per il Mediterraneo dopo aver lasciato Gibuti e attaversato il Canale di Suez. La prossima settimana sarà a Catania per prendere a bordo attivisti da Catania e pattuglierà acque internazionali a largo delle coste libiche.
Dato che nessuno ha autorizzato queste “guardie bianche del sistema” al ruolo criminale che si sono autoassegnato, ora vediamo se Minniti blocca la nave a Catania, perquisisce lo scafo identifica e denuncia gli occupanti e rimanda con foglio di via i razzisti ai loro Paese di origine.
Prima che ci scappi il morto.
(da agenzie)
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Luglio 11th, 2017 Riccardo Fucile
PERCHE’ NON LI CHIEDE A FRONGIA CHE ANNUNCIO’ CHE IN COMUNE SI POSSONO TAGLIARE 1,2 MILIONI DI SPRECHI?
“Per rimettere in moto tutto servirebbero nell’Agenda per Roma 1,8 miliardi di euro extra che la città non può produrre. Ce li date perchè siamo la Capitale o no? Ci date i poteri speciali perchè siamo la Capitale o no?”.
Lo ha detto oggi la sindaca di Roma Virginia Raggi durante l’audizione in commissione parlamentare d’inchiesta sul degrado nelle periferie.
“Stiamo cercando di amministrare al meglio quello che abbiamo — ha aggiunto — ci dite ‘potevate fare le Olimpiadi’, ma forse i nostri figli ci ringrazieranno”.
Noi non sappiamo se i nostri figli ringrazieranno Virginia Raggi per il no alle Olimpiadi. Ma abbiamo un’idea ben precisa di chi potrebbe cacciare i soldi che servono alla sindaca.
Daniele Frongia, quando ancora era un semplice candidato e presentando il suo libro “E io pago” alla Camera, sostenne nel febbraio di un anno fa in un’intervista a Roma Today: “Abbiamo individuato 1,2 miliardi di euro di sprechi. Se il Movimento cinque stelle venisse eletto alle prossime elezioni, nel giro di un anno potrebbero essere reinvestiti per la città , come asili, trasporti e manutenzione stradale”.
Ora, 1,2 miliardi non sono 1,8 miliardi. Ma ci si avvicinano.
Ecco perchè Virginia Raggi potrebbe chiedere al suo ex vicesindaco oggi assessore allo Sport dove sono finiti i risparmi che “nel giro di un anno” sarebbero stati reinvestiti per la città , come asili, trasporti e manutenzione stradale.
Perchè nel frattempo un anno è passato. Ma di questi risparmi — a parte quelli dell’Assemblea Capitolina, non a caso guidata da Marcello De Vito — non è che si sia vista una gran traccia.
E allora, cosa aspetta Virginia? Cominci da lì.
(da “NextQuotidiano“)
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Luglio 11th, 2017 Riccardo Fucile
TUTTO PERFETTAMENTE LEGALE, PREVISTO DALLA DIRETTIVA N° 55 UE DEL 2001, PERMETTE IL RILASCIO DI UN DOCUMENTO CHE CONSENTE DI PASSARE I CONFINI E RECARSI IN ALTRI PAESI EUROPEI
E dai e dai, la conferma infine è arrivata: Roberto Maroni, oggi governatore della Lombardia e
nel 2011 ministro dell’Interno, ha riconosciuto che esattamente in quell’anno il governo Berlusconi fece ricorso a una direttiva europea del 2001 per concedere un visto di protezione umanitaria temporanea ai richiedenti asilo.
E con quella decisione consentì loro di superare i confini italiani per recarsi legalmente negli altri paesi europei.
Dunque, come abbiamo scritto in questi giorni – in relativa solitudine, ma in buona compagnia con la Comunità di Sant’Egidio e di Radicali italiani – non è affatto vero che la sola scelta sia tra “bloccare i porti” e caricare sulle gracili spalle del nostro paese l’intera immigrazione proveniente dall’Africa.
La recente storia italiana ci dice che un’altra via, ragionevole e concretissima, esiste.
Il governo italiano, infatti, in base a quanto previsto dalla direttiva 55 dell’Unione europea del 2001, ha la possibilità di ricorrere alla concessione della protezione temporanea ai profughi sbarcati sulle nostre coste.
Quella direttiva stabilisce standard minimi per la concessione della protezione temporanea in caso di afflusso massiccio, nonchè la promozione dell’equilibrio degli sforzi tra i Paesi che accolgono gli sfollati.
La durata della protezione umanitaria è di un anno e gli Stati membri sono obbligati a indicare la propria capacità di accoglienza; oltre che a cooperare per il trasferimento della residenza delle persone da una nazione all’altra.
E prioritariamente va ricordato che nel nostro Paese oggi viene applicato l’approccio hotspot attraverso il quale vengono individuate le persone che rispondono ai criteri di un’altra procedura molto importante, quella della relocation.
E anche quest’ultima, se attuata come previsto, inciderebbe in misura rilevante su un’equa dislocazione dei migranti nel continente.
Secondo l’Agenda europea del 2015, in cui quel piano è contenuto, entro il prossimo mese di settembre dalla Grecia e dall’Italia sarebbero dovute partire 40mila persone. Una quota che, quasi certamente, non verrà raggiunta a causa della scarsità di posti (e di risorse) messi a disposizione dagli altri paesi europei.
Ma torniamo alla direttiva 55 del 2001.
Esattamente dieci anni dopo, il governo Berlusconi di fronte agli arrivi, già allora consistenti, di profughi dalla Tunisia, concesse “un permesso di soggiorno per motivi umanitari”, della durata di 6 mesi, rinnovati in seguito per un altro anno.
A marzo di quell’anno, alcune migliaia di tunisini entrarono o provarono a entrare in Francia muniti di permesso temporaneo valido per attraversare le frontiere: si aprì un contenzioso con l’Italia e la questione si impose a livello europeo.
A maggior ragione oggi, in un contesto molto più delicato, precario e complesso, porre in questi termini la necessità di una presa in carico della gestione dei flussi da parte di tutti gli Stati membri avrebbe un impatto forte, senza mettere a rischio l’incolumità delle persone in fuga.
Qualora una richiesta analoga del governo italiano al Consiglio europeo non venisse accolta, si potrebbe comunque procedere all’adozione a livello nazionale di un provvedimento simile a quello assunto dal governo di centrodestra.
Insomma, invece di evocare continuamente – e retoricamente – “i pugni sul tavolo”, non sarebbe meglio studiare e realizzare, con determinazione e rapidità , provvedimenti previsti dalle convenzioni e già utilmente adottati?
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 11th, 2017 Riccardo Fucile
LA RAGAZZA ETIOPE DI 17 ANNI FUGGITA DALLA GUERRA: “NON E’ GIUSTO CHE L’ITALIA VENGA LASCIATA SOLA A GESTIRE L’EMERGENZA”
A Calais, la “Giungla” non esiste più, ma di migranti ce ne sono eccome.
Le associazioni umanitarie parlano di circa 700 disperati che dormono dove possono, braccati dalla polizia che ha precisi ordini di non permettere più la formazione di accampamenti di fortuna.
Di giungle a Calais non ce ne possono più essere, tant’è che le autorità stanno lavorando alla realizzazione di un’area naturale dove, fino allo scorso ottobre, vivevano circa settemila migranti che ogni notte tentavano di oltrepassare la Manica. Oggi le cifre sono inferiori, ma il flusso di disperati è dato in aumento — senza considerare che a La Chapelle, periferia nel nord di Parigi, sono stati sgomberati oltre 2.700 migranti, molti dei quali arrivati da Calais.
Tra i migranti che sono rimasti, o tornati, a Calais ce ne sono di giovanissimi. Alcuni ragazzini eritrei di 13 anni mi raccontano del loro lungo viaggio attraverso il deserto africano verso la Libia, dove hanno fatto tre o quattro mesi di carcere.
Nelle prigioni libiche succede di tutto, mi raccontano di privazioni di ogni tipo, violenze fisiche quotidiane e abusi sessuali nei confronti di ragazzine e ragazzine da parte delle guardie.
Da quell’incubo non si esce facilmente, quasi sempre pagando una cifra di denaro racimolata in qualche modo. Poi il viaggio sui barconi verso l’Italia e il lungo calvario fino al Nord della Francia, verso quel sogno, forse un po’ mitizzato, chiamato Regno Unito.
Tra tutte queste storie, mi colpisce quella di Eva (nome fittizio), una ragazza etiope di “quasi 17 anni”, come dice lei.
Eva è una delle pochissime ragazze che, in tanti viaggi a Calais, decide di parlare con me. Le donne, nelle tende della Giungla, fuggivano i giornalisti e le telecamere. Spesso erano custodite gelosamente dai loro compagni, fratelli o padri e a volte da questi sfruttate, visto che ai tempi della Giungla, si poteva ricevere del sesso orale nelle ore notturne per 5 euro.
Eva mi racconta la sua storia senza inibizioni, con un sorriso sulle labbra ricordo di tempi lontani, di quando nel suo Paese, l’Etiopia, viveva una vita povera ma normale. Il suo inglese è ottimo grazie ai film che guardava a casa, prima che l’ennesima escalation di violenze interne al Paese e frutto di tensioni mai risolte al suo interno e con la vicina Eritrea, non l’hanno costretta ad una fuga rocambolesca.
Del padre militare non ha nessuna notizia, non sa nemmeno se sia ancora vivo.
Contrariamente a tanti altri suoi coetanei, il suo passaggio dalla Libia è stato piuttosto indolore. Anche lei attraversa il Mediterraneo con un barcone e approda in Sicilia. Da lì arriva a Roma in treno e nella capitale resta due mesi, dormendo per la strada. “In Italia non è facile per noi, i migranti sono davvero tanti“, confessa. Da lì la decisione di partire per il Nord Europa, la terra promessa per migliaia di africani, e non solo.
“Non è giusto che l’Italia sia lasciata da sola a gestire quest’emergenza — mi dice — gli altri Paesi europei dovrebbero dimostrare più solidarietà , in fondo anche gli europei, in passato, sono stati profughi”. Le sue parole mi spiazzano. Lei, migrante senza niente, solidarizza con il popolo italiano. Non so cosa risponderle.
A Calais si trova da qualche mese, dorme nella vicina foresta, ma in uno stato di dormiveglia costante perchè se la polizia la trova sono dolori, nel vero senso della parola. Niente letto, niente tenda, niente bagno. Niente. Penso alle sue coetanee europee e le chiedo come fa una ragazza di 17 anni senza doccia, senza toilette.
Mi guarda negli occhi e sorride. Oggi, gli unici aiuti li riceve dai giovani volontari di associazioni come l’Auberge des migrants che ogni giorno dispensano pasti caldi, acqua e qualche coperta, che ogni notte la polizia — per ordini superiori — sequestra.
Adesso il suo sogno, come quello di tutti a Calais, è raggiungere l’Inghilterra: “Avere finalmente una vita tranquilla, poter studiare, trovare un lavoro”, mi dice.
Le faccio i miei migliori auguri. Mi sorride per l’ennesima volta, e prima di lasciarmi mi dice: “Sai, vorrei fare la giornalista anch’io un giorno, raccontare i fatti, denunciare le ingiustizie”.
Sì, in effetti nel mondo di ingiustizie ce ne sono tante.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 11th, 2017 Riccardo Fucile
BOCCIATA LA NOMINA DEL LUMBARD MACCARINI, CAPO DELLA SEGRETERIA DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO REGIONALE DELLA LOMBARDIA… FINISCE 17-14, FDI VOTA CON LE OPPOSIZIONI
Prima importante spaccatura politica all’interno della maggioranza di centrodestra che governa
la Regione e i tre capoluoghi Savona, Spezia e Genova.
E’ accaduto oggi in Regione, dove Fratelli d’Italia ha fatto saltare la nomina di Marzio Maccarini a membro del Consiglio dell’Istituto per la Ricerca sul Cancro.
Il motivo – secondo il Movimento 5 Stelle, primo a segnalare il caso, sta nel fatto che il partito più a destra della maggioranza mal sopporta la “colonizzazione” della sanità ligure da parte della Lombardia.
Maccarini, 47 anni, è capo della segreteria della presidenza del Consiglio regionale della Lombardia.
«Al di là del curriculum di altissimo livello, penso sia più opportuno, nell’interesse dei pazienti liguri, scegliere persone competenti che ben conoscono il territorio e le problematiche della nostra sanità , anzichè cercare fuori regione professionalità , seppur di indiscutibile valore», è il commento di Rosso, medico e presidente della commissione Sanità in Regione Liguria.
«In Liguria — continua Rosso — in ambito sanitario, abbiamo persone competenti, serie e capaci, che conoscono molto bene la situazione della sanità della nostra regione, le problematiche connesse a una popolazione anziana che deve essere seguita con la massima attenzione e sensibilità nei bisogni sanitari quotidiani. Penso che ora sia il momento di valorizzare i nostri professionisti, senza doverli cercare in altre regioni».
«La maggioranza di centrodestra – scrivono i 5 Stelle in una nota – si spacca fragorosamente in Commissione sulle nomine nella Sanità e finisce sotto per 17 a 14 sul voto per la nomina. Decisivi i voti contrari di Matteo Rosso e dell’assessore Berrino (rappresentato dallo stesso Rosso) che finalmente, dopo due anni, hanno rialzato la testa contro il fiorire di nomine di lumbard in tutti i settori regionali, Sanità in testa. Meglio tardi che mai! Dietro le dichiarazioni di facciata, la maggioranza è nel caos totale, attraversata da scissioni e correnti interne tra partiti ormai sotto gli occhi di tutti. Lo spoils system messo in atto da Toti a beneficio degli amici lumbard è scoppiato tra le mani dello stesso centrodestra. E ora si apre una crisi di governo su cui va fatta al più presto chiarezza».
Anche i consiglieri regionali Pd Raffaella Paita e Valter Ferrando danno una lettura simile a quella dei 5 Stelle sull’accaduto: «La maggioranza è andata sotto in Commissione I di fronte all’ennesima nomina lombarda in sanità . Questa volta, infatti, di fronte all’ennesima imposizione dei cugini lombardi il consigliere regionale di Fratelli d’Italia e presidente della Commissione Sanità Matteo Rosso si è ribellato e ha votato contro (in accordo col vicepresidente Pd Valter Ferrando, stanco di questa continua mortificazione delle competenze liguri), provocando la bocciatura del parere, visto che ai suoi voti si sono sommati quelli del Pd e del resto della minoranza. Premesso che per noi Rosso ha fatto benissimo a opporsi a questa nomina, che dimostra ancora una volta la disistima da parte di Toti e co. nei confronti delle competenze liguri (un’ossessione ai limiti del persecutorio), c’è da dire che la tanto decantata unità della maggioranza di centrodestra è evidentemente una foglia di fico, prontamente caduta dopo le elezioni amministrative di giugno. Ne vedremo delle belle».
(da “il Secolo XIX”)
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Luglio 11th, 2017 Riccardo Fucile
LA TRAGICA ODISSEA DEL RAGAZZO MORTO POCO DOPO L’ARRIVO IN OSPEDALE
Marco si è sentito male domenica, mentre era con suo fratello e gli amici.
Un ragazzo gentile di 24 anni che parlava cinque lingue, impegnato come volontario per tradurre le informazioni ai richiedenti asilo. Si lamentava per i forti dolori all’addome.
I crampi che provoca l’appendicite quando si infiamma. È corso in ospedale, dove lo hanno subito dimesso. «Ma io sto malissimo, mi fa male la pancia!», ripeteva. Non gli hanno creduto.
Nelle ore successive i dolori aumentano. La sera, Marco non riesce più a stare in piedi. Suo fratello e i suoi amici lo portano alla farmacia di turno, quella di Piazza Garibaldi, a un passo dalla stazione centrale di Napoli. Il farmacista si rifiuta di aprire la porta. Vede il ragazzo contorcersi per il dolore. Lo pregano di chiamare un’ambulanza.
Attendono per più di un’ora, mentre Marco è riverso a terra, ma l’ambulanza non arriva.
I ragazzi corrono alla fermata dei taxi più vicina, quella di Piazza Mancini. Per accompagnare Marco in ospedale servono dieci euro per la corsa. «Eccoli!», dicono, ma il tassista si rifiuta di caricarli. «Per piacere, sta malissimo!». Niente da fare.
I ragazzi sollevano Marco e lo scortano a un’altra farmacia. Il farmacista osserva il ragazzo e gli suggerisce di acquistare farmaci per quindici euro. Marco inghiotte i farmaci, torna a casa, vomita.
Suo fratello e i suoi amici tentano di nuovo di chiamare un’ambulanza, invano. Si rivolgono a Mauro, che è medico. Telefona anche lui: «Non possiamo mandare un’ambulanza per un ragazzo che vomita».
«Ma sta male — li supplica Mauro — è urgente!». Ricostruisce i fatti parlando al telefono con i colleghi, spiega i sintomi. Marco rantola, ha quasi perso conoscenza. «Niente ambulanza, dovete portarlo a farsi visitare alla guardia medica. Nel caso, poi, l’ambulanza la chiamano loro».
Suo fratello e gli amici lo prendono in spalla, corrono disperati verso Piazza Nazionale. Fermano una volante dei Carabinieri ma nemmeno quelli vogliono caricare Marco in macchina. Si rimettono a correre.
Quando arrivano a destinazione Marco non risponde più.
I medici capiscono che bisogna chiamare un’ambulanza e operarlo al più presto, ma il più presto era prima.
Poco dopo l’arrivo in ospedale, Marco è morto
È morto perchè non si chiamava Marco ma Ibrahim Manneh e veniva dalla Costa D’Avorio, come l’abbiamo ribattezzata noi europei nel 1500, quando abbiamo razziato tutti gli elefanti della zona portandoli all’estinzione.
La denuncia è partita dai suoi amici: gli attivisti dello sportello medico e legale gratuito dell’Ex Opg Occupato. Stamattina hanno convocato una conferenza stampa per denunciare questa incredibile storia di razzismo, ingiustizia e malasanità . Non è la prima che denunciano: in un anno di attività ne hanno seguite tante.
Quella della ragazza shrilankese alla quale, dopo il parto, non consentivano di riconoscere sua figlia perchè non aveva i documenti. «Se entro dieci giorni non riconosci il bambino che hai partorito, vieni denunciato per abbandono di minore». I documenti li aveva persi nell’incendio che aveva distrutto la casa. I Carabinieri non avevano accettato la denuncia di smarrimento perchè la ragazza non aveva i documenti. «Ora la bimba ha otto mesi, si chiama Violetta».
Quelle delle decine di ragazzi bisognosi di cure mediche urgenti e intrappolati anche loro in un Comma 22: per ricevere cure urgenti servivano i documenti che arrivavano dopo mesi. «Abbiamo aperto un tavolo con la prefettura e abbiamo ottenuto una circolare ministeriale che chiarisce che non c’è bisogno dei documenti per essere curati».
Quella delle decine di minorenni soli che arrivano dalla Libia con i segni della tortura addosso: «Li legano, li gettano a terra, li percuotono sotto i piedi e sulle gambe con i bastoni chiodati fino a spaccargli le ossa. Un ragazzo che abbiamo appena visitato ha perso un occhio per una manganellata». Siccome sono ferite cicatrizzate, all’ospedale non vengono refertate, quando invece sarebbe necessario per ottenere asilo politico.
Quella di Chek, che rischiava di finire come Ibrahim. «Per mesi lo hanno ricoverato e dimesso senza fargli analisi. Solo grazie al nostro intervento e dopo molte insistenze hanno acconsentito a fargli un emocromo e una elettroforesi dell’emoglobina che ha confermato il nostro sospetto: Chek ha un’anemia falciforme omozigote. Adesso sarà seguito da un centro specialistico e curato in modo adeguato ma se fosse morto, chi avrebbe spiegato perchè ai suoi genitori? Chi spiega il perchè per i tanti figli che muoiono attraversando deserti e mari?».
L’ambulatorio popolare dell’Ex Opg va avanti grazie a una rete di medici volontari. «Molti di loro non hanno alcuna appartenenza politica», spiega Mauro Romualdo, che voleva partire come medico volontario per l’Africa ma poi l’Africa l’ha trovata a Napoli.
Ci sono specialisti di medicina generale, il ginecologo Enrico che lavora in una struttura convenzionata, l’ortopedico Francesco detto Ciccio, un primario in pensione, una pneumologa, una psichiatra del Policlinico, specializzandi in Infettologia, medicina interna legale, infermieri e psichiatri allo sportello di ascolto e sostegno psicologico.
L’ambulatorio si è costituito grazie alle donazioni, come i due ecografi arrivati da un ginecologo in pensione. «Sono tante le gravidanze che abbiamo seguito. Da poco è nato Denis, il figlio di una ragazza cinese. «Non parlava italiano, ci capivamo traducendo sul telefono».
Per questo, all’Ex Opg ci sono anche i corsi gratuiti di italiano. «Vengono a farsi visitare anche tanti abitanti del quartiere e delle altre zone di Napoli. Un napoletano che non sapeva leggere e scrivere sta imparando qui». Il controllo popolare della salute, lo chiamano.
Garantire le cure mediche ma anche l’istruzione, l’assistenza legale contro lo sfruttamento e il lavoro nero, il doposcuola, l’asilo, perchè le cure non sono solo le medicine, cura è prendersi cura, capire i bisogni, ascoltare.
Per salvare Ibrahim sarebbe bastato ascoltarlo e invece è morto di razzismo: un male incurabile, sebbene la ricerca stia facendo passi avanti e passi indietro. Passi indietro a Chioggia, passi avanti a Napoli, all’Ex Opg, dove si aiutano gli immigrati a casa loro, cioè qui.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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