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SALVA LA MIGRANTE INCINTA SUL MONGINEVRO: GUIDA ALPINA FRANCESE INCRIMINATA

Marzo 18th, 2018 Riccardo Fucile

A 1900 METRI HA SOCCORSO E PORTATA A VALLE IN PREDA ALLE DOGLIE UNA PROFUGA, ORA RISCHIA 5 ANNI PER IL RIDICOLO REATO DI IMMIGRAZIONE CLANDESTINA

Una guida alpina francese è stata messa sotto inchiesta dalla magistratura di Brianà§on per aver soccorso una donna migrante, incinta all’ottavo mese, che assieme alla sua famiglia stava tentando di attraversare il confine tra Italia e Francia.
La donna è stata soccorsa a 1.900 metri di altitudine nei pressi del passo del Monginevro, ha dato alla luce un bimbo poche ore dopo essere stata soccorsa e la guida alpina ha probabilmente salvato la vita a lei e al piccolo.
Ma la linea tenuta dalla magistratura francese è molto intransigente e il soccorritore rischia una pena fino a 5 anni di carcere per traffico di esseri umani.
Anche 30 passaggi al giorno
L’episodio è avvenuto all’inizio della settimana, è stato reso noto da alcune associazioni umanitarie e rilanciato dalla stampa d’Oltralpe dove l’episodio ha suscitato vasta eco.
Benoit Duclos, questo il nome della guida alpina, fa parte del gruppo «Refuge solidaiere»: da tempo i volontari della zona di montagna a cavallo del Piemonte e della Savoia sono impegnati in operazioni di soccorso; i migranti respinti alla frontiera di Ventimiglia si avventurano sempre più spasso lungo i passi e i sentieri ad alta quota, incuranti delle condizioni climatiche, senza la minima conoscenza di quello a cui vanno incontro ma determinati a raggiungere la Francia.
Le autorità  segnalano che vengono rintracciati fino a 20-30 stranieri al giorno che tentano il passaggio illegale tra Italia e Francia.
L’avvistamento e la corsa in ospedale
Benoit Duclois si trovava con alcuni volontari nella zona tra il Monginevro e Claviere quando ha avvistato mentre arrancava nella neve alta un gruppo di persone. Si trattava di una famiglia nigeriana: un uomo, due bimbi di 2 e 4 anni e una donna.
Quest’ultima è subito apparsa quella in maggiori difficoltà : respirava a fatica, era sfinita anche perchè era in avanzato stato di gravidanza.
Le guide hanno subito prestato soccorso e sono riusciti a condurre tutto il gruppo fino al loro fuoristrada per condurre la famigliola a valle. Dovevano raggiungere l’ospedale più vicino ma alle porte di Brianà§on, secondo quanto riportato dai media francesi, una pattuglia della Gendarmerie ha bloccato l’auto guidata da Duclois contenstandogli il fatto che aveva a bordo dei clandestini privi di documenti.
Proprio in quegli istanti, per di più, la donna ha cominciato ad avvertire le doglie del parto e la guida ha supplicato che venisse consentito di raggiungere l’ospedale al più presto.
Vite salvate e reati
Nulla da fare: la guida alpina è stata trattenuta dai poliziotti e condotta in caserma. È stata comunque fatta arrivare un’ambulanza che ha portato la partoriente in ospedale dove è venuto alla luce un maschietto.
Mamma e neonato stanno bene e verrebbe da parlare di lieto fine. Non per Benoit Duclois, che il 14 marzo scorso ha ricevuto un avviso di comparizione e l’accusa formale di violazione delle leggi sull’immigrazione.
La Francia sta cercando in tutti i modi di fermare gli ingressi via terra nel suo territorio ma d’altra parte proprio l’intervento dei volontari ha fino a oggi scongiurato la perdita di vite umane lungo la nuova rotta tra le montagne aperta dai migranti e dai passeurs.

(da “Il Corriere della Sera”)

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AL NORD PER SALVINI HANNO VOTATO I VINCENTI DELLA GLOBALIZZAZIONE, NON I DIMENTICATI

Marzo 18th, 2018 Riccardo Fucile

I FAUTORI “DELLA BOTTE PIENA E DELLA MOGLIE UBRIACA”: IL LIBERO MERCATO EUROPEO E’ UNA MANNA PER FARE SOLDI, MA FACCIAMO FINTA DI ESSERE MODERATAMENTE SOVRANISTI

Nei giorni passati dal voto l’attenzione da parte degli analisti si è appuntata giustamente sul nesso tra i successi di Lega e 5 Stelle e il rispettivo «sottostante» territoriale, il Nord per i primi e il Sud per i secondi.
Un tema che però non è stato ancora sufficientemente focalizzato riguarda il rapporto tra i copiosi voti raccolti da Matteo Salvini al Settentrione e i protagonisti della ripresa economica.
Gli ultimi dati dell’economia reale di cui disponiamo mostrano, pur con lo strumento imperfetto rappresentato dalle indagini a campione, che almeno in tre regioni del Nord (Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna) i livelli della produzione industriale e delle esportazioni sono non solo sostenuti ma in continua crescita.
Ebbene mettendo in relazione i distretti che maggiormente hanno usufruito del commercio internazionale e della capacità  di vendere all’estero – come ha fatto Luca Orlando sul Sole 24 Ore – e i voti alla Lega non dico che c’è perfetta sovrapposizione ma le due tendenze si accompagnano, hanno fatto un pezzo di strada assieme.
Si può concludere quindi che Salvini al Nord non ha rastrellato voti solo tra coloro che si considerano i perdenti della globalizzazione – la versione padana dei forgotten men – ma anche tra i vincenti dell’apertura dei mercati?
Per cercare di rispondere è meglio procedere un passo alla volta.
I sondaggisti concordano nel sostenere che la Lega ha catalizzato su di sè i consensi delle piccole imprese e delle partite Iva, quello che una volta era il popolo dei capannoni e oggi dopo la Grande Crisi ha un’identità  più differenziata.
Nonostante la buriana dei sette anni di recessione sia passata, anche chi è riuscito a restare in piedi e non ha chiuso bottega si sente abbandonato e vessato da burocrazia e tasse.
Molti di loro in passato avevano votato il partito del «fare» rappresentato da Forza Italia e invece questa volta hanno trovato la risposta che cercavano in Salvini grazie un mix politico capace di sommare i temi di cui sopra e l’enfasi sui problemi della sicurezza.
Ma fin qui parliamo di orientamenti assodati.
Più intrigante è tentare di capire ciò che lega il successo di Salvini ai vincenti della globalizzazione.
Se nel nuovo triangolo della ripresa ’18 tra Varese, Bologna e Treviso aumenta il numero delle imprese che ha cambiato struttura e mentalità  rispetto al pre crisi, si allungano le catene di fornitura oltre il perimetro del vecchio distretto e un numero maggiore di Pmi ne entra a far parte guadagnandone in stabilità  e longevità , tutto ciò vuole dire che l’apertura dei mercati, lo sviluppo del commercio internazionale hanno favorito questi processi e hanno messo al sicuro molte aziende dal dipendere esclusivamente dal mercato interno.
Ma perchè votare Lega? Un’interpretazione che viene da Roberto Weber parla di una sorta di sovranismo temperato, si esporta alla grande ma si rimane legati a una visione che potremmo definire di patriottismo economico.
Si fa zapping sulla proposta identitaria della Lega senza metterla in contraddizione con i trend dell’economia reale.
Non si aderisce in toto al verbo sovranista ma se ne condivide/utilizza una quota parte, quella che rimanda all’orgoglio nazionale.
Una seconda interpretazione dell’abbinata ripresa economica-voto alla Lega viene da Luca Comodo di Ipsos che sottolinea il peso dell’issue «immigrazione» nell’orientamento degli operatori economici settentrionali, anche di quelli più aperti ai commerci.
È come se si volesse la botte piena e la moglie ubriaca, si vive pienamente dentro un’economia aperta e se ne usano con abilità  gli spazi di crescita ma non si condivide in toto la globalizzazione e si abbraccia una visione securitaria per contenere l’impatto dell’immigrazione.
Un doppio binario che si nutre – per i sondaggisti – anche con il calo di fiducia verso la Ue che coinvolge un po’ tutti, anche i ceti professionali considerati in passato più europeisti.

(da “il Corriere della Sera”)

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M5S VIA DAL BLOG DI GRILLO? CROLLANO I CONTATTI MA LUI GUADAGNA DI PIU’

Marzo 18th, 2018 Riccardo Fucile

SPARITO OGNI RIFERIMENTO AL MOVIMENTO, BEPPE SEMPRE PIU’ GUARDIANO DELLA RIVOLUZIONE TRADITA

La separazione è compiuta, il cordone ombelicale rotto.
Il padre ha lasciato libero il figlio, anche se lo osserva (e brontola) da lontano. E il figlio, come tutti i figli, si prende la sua libertà : non chiama mai, e quando deve, lo tratta in modo sbrigativo, come si fa con un genitore ingombrante e un po’ castrante. La rottura si è compiuta qualche giorno fa, quando silenziosamente dal nuovo blog, creato a gennaio, è sparito anche l’ultimo legame con il Movimento.
I link al neonato Blog delle Stelle e alla piattaforma Rousseau sono stati rimossi.
Oggi un alieno che leggesse l’home page di Grillo non troverebbe traccia di quel movimento che proprio lui fondò ormai molti anni fa.
Non è una casualità , ma un segnale politico, che si accompagna ad altri indizi disseminati da settimane. Grillo ormai è diventato il Guardiano della rivoluzione. Una Rivoluzione non ancora tradita, ma messa a rischio da una mutazione genetica incarnata dal blazer e dai toni felpati di Luigi Di Maio.
La «partnership per il blog con finalità  commerciali», come la chiamò a ottobre Davide Casaleggio, si è rotta.
Grillo si è ripreso la sua creatura, il suo archivio e i proventi della pubblicità . A guardare ora l’home page, l’unico collegamento con i 5 Stelle, beffardamente, è «Anvedi Roma», una sezione dedicata alla Capitale.
E se guardi il Blog delle Stelle, trovi solo l’altro fondatore, Gianroberto Casaleggio, con i suoi Aforismi. La separazione ha prodotto anche un effetto, che a pensarlo un anno fa, sarebbe stato clamoroso.
Il blog di Grillo, nell’ultimo mese, è andato a picco e ha dimezzato le visite. Parlare di immortalità  cerebrale, robotica, di Phobos e Deimos non paga.
Il crollo verticale è stato accompagnato da un picco del Blog delle Stelle, che lo ha superato nel ranking dei siti, secondo Similarweb, dominio dedicato al traffico web: ora è al numero 759 su 1.279 nella classifica dei siti italiani più cliccati.
La separazione rende libero Grillo e gli fa guadagnare qualche soldo in più, perchè nonostante il crollo, stavolta sono tutti suoi (anche se il 2018 ha già  visto sestuplicare i suoi redditi).
Ma il divorzio lo rende libero di esprimersi. Alla vigilia del voto, spiega che «è finita l’epoca del vaffa». Annuncio dolente, accompagnato da un altro: «Sto impazzendo». All’indomani del voto, Grillo fa sapere di essere contrario agli inciuci e per spiegarlo meglio pubblica un video in spiaggia dove fa un vortice di alleanze improbabili tracciate sulla sabbia.
Il nuovo Grillo, libero dalle minacce di causa, dalla necessità  di essere responsabile e cauto e di mediare tra le parti – tutte doti che non fanno parte del suo bagaglio di guitto geniale – va a Torino e annuncia il clamoroso sì alle Olimpiadi. I 5 Stelle si spaccano e Di Maio non fa i salti di gioia.
Ma ormai Grillo si muove sul lato selvaggio (come da canzone di Lou Reed, Walk on the Wild Side, sparata a palla il giorno del voto).
E incarna in pieno il Movimento delle origini, spontaneista, esagerato, maleducato, in perfetta sintonia con la base. Raggiunta la connessione sentimentale con i militanti, lancia la resistenza, fa il guastatore e annuncia: «Non mollo».
E lo dice ai tanti che vorrebbero uccidere il padre castrante, a chi si sente adulto e autonomo, a chi pensa di poter prendere le redini della famiglia senza rendere contro al patriarca. C’è una premonizione, aggiunta come postilla al «non mollo»: «Io sono sempre con voi e sarò la vostra voce quando non ne avrete più».
Quando il Movimento sarà  partito, le 5 Stelle istituzione e i suoi «portavoce» siederanno sulle soffici poltrone ministeriali.
Certo, potrebbe essere un gioco delle parti. Lui e Di Maio potrebbero essersi divisi i ruoli, per restare di lotta e di governo, concavi e convessi.
Ma solo il tempo, e il governo, ce lo diranno.

(da “Il Corriere della Sera”)

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DA CROCETTA A MUSUMECI: COME CAMBIARE TUTTO PER NON CAMBIARE NULLA

Marzo 18th, 2018 Riccardo Fucile

UNA MAGGIORANZA FRAGILE, UN ALLEATO DEVASTANTE, UN IMMOBILISMO CONGENITO

Venne narrato da molti come un cambio storico purchessia: la fine del crocettismo e l’avvento del musumecismo. Ora, su Nello già  si staglia lo spettro politico di Saro: la maledizione del regno che fu.
Le similitudini deteriori risaltano. Una maggioranza parlamentare fragile, un travagliatissimo assessorato da esposizione e la presenza dell’ubiquo Gianfranco Miccichè.
Frammenti d’amarcord. Rammentate, la scena un po’ da istituto Luce sotto gli stucchi della magione presidenziale, dopo le elezioni regionali?
Rosario Crocetta che si congeda, crogiolandosi da mattatore ormai in disuso, tentando invano di rubare la scena. Nello Musumeci che parte in quarta, nella celebrazione della sudata vittoria. E traccia il solco: “Siamo consapevoli della gravità  del momento, ma pensiamo che la Sicilia sia redimibile. La Sicilia ha il diritto di tornare a sperare e noi politici abbiamo il dovere di essere portatori di speranza. Voglio coinvolgere gli scettici e i rassegnati. La sfida la vinceremo tutti insieme”.   Alè!
Ben poco resta, fin qui, di quell’annuncio glorioso.
E va bene che bisogna dare tempo al tempo, ma l’incipit del musumecismo, in certi riflessi, rispecchia davvero l’inceppamento, quel consueto macinare a vuoto, con meno rumore, ma con lo stesso esile costrutto. Ecco il sortilegio del crocettismo.
Lo stesso attuale governatore, per esempio, ha ammesso onestamente la complessità  di certi conti che non tornano.
E le fibrillazioni nel centrodestra, con i ‘ribelli’ forzisti sul piede di guerra, contro il leader perenne Miccichè (sempre e comunque lui) che annuncia rappresaglie e scomuniche, compongono un viatico ispido per i futuribili snodi parlamentari.
Intanto, l’Ars procede con un ritmo dei lavori che è uno schiaffo in viso ai siciliani, con sedute da sei minuti e diciannove secondi.
Preciso preciso a quando c’era Saro: scarso impegno in aula, maggioranza allo stato gassoso, polemiche e veleni a mai finire tra gli scranni dei privilegiati di Palazzo dei Normanni.
Come chiamarla, se non maledizione?
E c’è il rapporto contraddittorio con l’ineffabile prof Vittorio Sgarbi che, in pochi mesi da assessore ai Beni culturali, è stato quieto e rasserenante come una ruspa lanciata a bomba contro un muro.
Se ne è ricavata l’impressione di un incarico labile, subìto da Musumeci, per onorare un pagherò elettorale, con breve sfolgorio di marketing.
Anche Crocetta annoverava tra i suoi assessori personaggi di indubbio richiamo nazionale, con la scadenza incorporata. Figure, politicamente scomode e impalpabili, difficilmente gestibili, convocate perchè servivano da tappezzeria istituzionale a tempo. Il professore Zichichi e il maestro Battiato erano, certo, un tantino più contenuti.
Tuttavia, nella diversità  delle storie, non è cambiata l’identica esaltazione dell’effimero nella disgraziatissima terra che avrebbe bisogno di solidità  e terapie di lunga durata.
Infine, si annota la rilevantissima presenza del medesimo convitato di pietra: quel Gianfranco Miccichè che tenne indirettamente a battesimo il successo del crocettismo, togliendo ossigeno elettorale all’allora sconfitto Nello e che adesso, da presidente dell’Ars, aleggia sul musumecismo con velleità  da santo patrono.
Un particolare non secondario per cabala e smorfia. E non sono sono tre indizi che si avvicinano a una prova?
Smorfia e cabala, dunque, sembrerebbero concordare: l’Ars eternamente in panne, l’assessore riottoso e sfuggente, l’ombra di Gianfranco nel panorama di macerie stratificate e buone intenzioni che non giungono mai a compimento.

(da “Sicilia Live”)

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PENSIONATI IN FUGA ALL’ESTERO IN CERCA DI UN COSTO DELLA VITA MIGLIORE E MENO TASSE

Marzo 18th, 2018 Riccardo Fucile

SONO 373.265 LE PENSIONI LIQUIDATE ALL’ESTERO, CIRCA 60.000 SONO GIA’ COLORO CHE “SI VANNO A GODERE LA PENSIONE” ALL’ESTERO

“Addio Italia, vado a godermi la pensione all’estero”. Sono sempre di più i pensionati che, dopo avere lavorato e versato i contributi in Italia, decidono di varcare il confine e trasferirsi in un altro paese o, comunque, di prendere la residenza all’estero.
Itinerari previdenziali ha indagato il fenomeno e ha cercato di spiegarlo.
In particolare, il quinto Rapporto sul bilancio del sistema previdenziale italiano a cura del centro studi e ricerche Itinerari Previdenziali, per il 2016, ha contato 373.265 prestazioni pensionistiche liquidate all’estero per un importo complessivo di poco più di 1 miliardo (per la precisione, 1.057.428.584 euro).
A sua volta, questo numero va ripartito tra cittadini italiani, che rappresentano la maggioranza dell’82,6%, e stranieri (17,4 per cento).
La maggior parte dei pagamenti è destinata all’Europa, il che significa che il Vecchio continente è la principale meta dei pensionati che percepiscono il pagamento della prestazione oltre confine. Seguono l’America settentrionale, l’Oceania e il Sud America.
Occorre fare delle distinzioni. Innanzi tutto, di queste oltre 373.265 prestazioni, 227.367 rappresentano pensioni di vecchiaia, 132.479 ai superstiti e 13.419 di invalidità .
Soprattutto, però, l’84% delle prestazioni riguarda pensioni calcolate in “regime di convenzione internazionale”, vale a dire frutto di contributi versati in parte in Italia e in parte all’estero, mentre il restante 16%, pari a 59.537 prestazioni per poco più di 559 milioni di euro, corrisponde a prestazioni calcolate in “regime nazionale”.
In altri termini, la contribuzione durante gli anni di lavoro è stata interamente versata in Italia.
E’ su quest’ultimo dato del 16% delle prestazioni complessive, che fotografa appunto i pensionati italiani “in fuga” all’estero, che si concentra il centro studi di Itinerari previdenziali, presieduto da Alberto Brambilla, ex sottosegretario al Welfare dal 2001 al 2005, sotto il governo di Silvio Berlusconi.
“Benchè di rilievo numerico ancora contenuto — si legge nel rapporto — i dati obbligano a fare i conti con i pensionati italiani che ‘fuggono’ verso l’estero. Un fenomeno di grande interesse sociale che pare riconducibile a due ragioni principali: il costo della vita e i possibili vantaggi fiscali”.
“Da un lato, la ‘migrazione’ è motivata dalla ricerca di paesi con un costo della vita minore rispetto all’Italia e riguarda prevalentemente, anche se non solo, le pensioni di importo modesto, a volte integrate al minimo o con maggiore sociale, e quindi non soggette a tassazione in Italia e per le quali non è richiesta l’applicazione delle convenzioni contro la doppia imposizione fiscale. Dall’altro lato, però, la scelta di trasferirsi è riconducibile anche ai vantaggi fiscali offerti da taluni paesi e riguarda prevalentemente le pensioni   di importo medio-alto, assoggettate ad alte aliquote Irpef che, nel paese estero scelto, incide normalmente in misura di gran lunga inferiore o non incide affatto, in virtù di convenzioni che evitano la doppia imposizione o che addirittura esentano il pensionato residente per un periodo di cinque o dieci anni dal pagamento delle imposte”.
Per meglio comprendere il ragionamento, occorre ricordare che il pensionato che risiede all’estero per di più di sei mesi può domandare all’Inps (Istituto nazionale di previdenza sociale) il pagamento della pensione lorda, optando in questo modo per la tassazione esclusiva nel paese di residenza oppure per l’applicazione del trattamento fiscale più favorevole (ad esempio, imposizione fiscale in Italia solo al superamento di determinate soglie di esenzione).
Quindi, secondo Brambilla, i pensionati con gli assegni più corposi, per andarsi a godere gli anni dopo l’addio alla professione, tendono a scegliere mete con aliquote Irpef meno onerose che in Italia (dove l’imposizione fiscale sul reddito non è certamente leggera).
Una “fuga” oltre confine che va a sommarsi a quella dei molti giovani che, invece, si trasferiscono all’estero in cerca di lavoro.

(da “Business Insider”)

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PUGNALATA E GETTATA IN UN POZZO RAGAZZA DI 20 ANNI, FERMATO IL CONVIVENTE ITALIANO

Marzo 18th, 2018 Riccardo Fucile

LA GIOVANE ERA MADRE DI UNA BIMBA DI OTTO MESI

E’ stata pugnalata più volte, poi il suo corpo è stato gettato all’interno di un pozzo artesiano, in contrada Stallaini, nelle colline sopra Canicattini Bagni, comune del Siracusano.
Vittima una giovane di 20 anni, Laura Petrolito, mamma di una bimba di 8 mesi. A denunciarne la scomparsa era stato ieri sera il padre, che non era riuscito a mettersi in contatto con la figlia e neanche con il compagno.
Da questa mattina è sotto interrogatorio nella caserma dei carabinieri di Canicattini Bagni Paolo Cugno, il compagno di Laura Petroliti. I due erano usciti di casa per una passeggiata lasciando il figlio di 8 mesi con il nonno, il padre di Laura. Non hanno fatto più rientro. In serata l’uomo ha iniziato a chiamare entrambi i cellulari senza ottenere alcuna risposta e poi ha avvisato i carabinieri, nella convinzione che alla figlia potesse essere successo qualcosa. Sarebbe indiziato dell’omicidio.
In base ad una prima ispezione cadaverica, la donna sarebbe stata uccisa ieri sera intorno alle 22. Il cadavere, buttato nel pozzo, è rimasto incastrato tra le lamiere e non è arrivato in fondo. L’assassino ha provato a spingerlo giù, poi lo ha coperto con il coperchio in ferro e si è allontanato.
Gli investigatori dell’Arma stanno cercando di ricostruire le ultime ore di vita della ragazza e anche delle persone a lei più vicine, compreso il compagno, con il quale però – a quanto sembra – i rapporti non non erano più quelli di un tempo.
“Quella di questa mattina è una notizia di quelle che non vorresti mai sentire — ha dichiarato il Sindaco di Canicattini Bagni, Marilena Miceli -. Una notizia drammatica che ha scosso tutta la comunità  canicattinese. Una donna, una giovane mamma, non può morire in questo modo violento. Tutta la città  ferita si stringe attorno al figlioletto di Laura, l’altra vittima di questa assurda tragedia, e ai familiari. Auspichiamo che le forze dell’ordine e gli inquirenti facciano piena luce e soprattutto rendano giustizia per la morte di una giovanissima mamma. Una vera e propria follia che come Comune non ci stancheremo di arginare e curare attraverso azioni di sensibilizzazione”.

(da Sicilia Live)

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MARONI, MESSAGGIO A SALVINI: “IMPOSSIBILE UN GOVERNO LEGA-M5S, SAREBBE UN RITORNO ALLA PRIMA REPUBBLICA”

Marzo 18th, 2018 Riccardo Fucile

“L’UNICA SOLUZIONE SONO LE LARGHE INTESE E UN RITORNO AL VOTO TRA UN ANNO”

“Vedo impossibile un governo assieme tra Lega e M5S”. Lo afferma l’ex governatore della Lombardia, il leghista Roberto Maroni a “Mezz’ora in più” su Rai 3.
“Mi sembrerebbe un ritorno indietro alla Prima Repubblica, ai governi balneari”, aggiunge l’ex governatore sperando che “il centrodestra si confermi”.
“Un eventuale governo Lega-M5S metterebbe in grande imbarazzo le alleanze di centrodestra che governato in Lombardia e in Veneto”, aggiunge l’ex governatore della Lombardia osservando che non si possono fare governi a livello nazionale con un partito, appunto i Cinquestelle, e poi con questo partito battersi nelle amministrazioni locali.
Piuttosto, argomenta Maroni, “io faccio il tifo per un governo di larghe intese: garantirebbe la compatezza del centrodestra e potrebbe durare un anno per una legge elettorale fatta bene. C’è già  la data: il 26 maggio 2019, quella prevista per le europee”.
Quanto alle mosse di Berlusconi, “il Cavaliere teme l’opa di Salvini su Forza Italia, vuole a tutti i costi evitarlo. Da qui al 23 quando si decideranno i presidenti delle Camera si giocherà “.
Quello che vuole il leader di Fi è “evitare un governo che escluda Forza Italia e sta lavorando per l’unico governo possibile che possa evitare elezioni anticipate in autunno. E l’unica soluzione sono le larghe intese”.

(da agenzie)

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INTERVISTA AL PROF. PASQUINO: “PD E M5S SONO COMPATIBILI: ORA TOCCA A DI MAIO”

Marzo 18th, 2018 Riccardo Fucile

“RENZI PROTERVO NELL’IMPORRE L’OPPOSIZIONE AI SUOI PARLAMENTARI”

Consiglierebbe ai 5 stelle di leggere il suo maestro, Norberto Bobbio: “Ne ‘Il futuro della democrazia’ scriveva che ci sono delle promesse che la democrazia non può mantenere, ma che la politica deve continuare a perseguire, poichè è indispensabile custodire i propri ideali, sebbene a un certo punto diventi necessario fare i conti con la realtà “.
Gianfranco Pasquino era senatore della repubblica con la sinistra indipendente quando, nel 1989, il parlamento rimase bloccato più di sessanta giorni a causa dell’incapacità  di Bettino Craxi e Giulio Andreotti di trovare un accordo per la formazione del nuovo governo: “Oggi la situazione è più preoccupante. Nessuno sa se ci sarà  una convergenza. Allora, invece, tutti erano consapevoli che nel pentapartito un’intesa, prima o poi, si sarebbe trovata”.
Quando la sera delle elezioni i risultati hanno cominciato a consolidarsi, l'”uomo di sinistra” Pasquino ha pensato che la sua parte “è riuscita a sciuparsi un’altra volta con le proprie mani, meritandosi una sconfitta arrivata per una campagna elettorale mediocre, anzi due campagne elettorali mediocri: quella del Pd e quella di Liberi e Uguali”.
Professore emerito di scienza politica all’università  di Bologna, ex direttore della Rivista del Mulino, Pasquino ha scritto saggi sulla “Modernizzazione e lo sviluppo politico”, compilato numerosi voci del mitico Dizionario di Politica bobbiano, perorato la causa della democrazia maggioritaria, contestato i compagni che sbagliavano nel centro sinistra.
La sua scrittura ha frequentato tutte le forme e gli stili dell’intervento pubblico, dalla minuziosa analisi scientifica, al pamphlet, sino ad arrivare a Twitter: “Ho scritto che Renzi, dopo una sconfitta referendaria e una batosta elettorale, sta tentando l’eversione”.
Perchè?
Perchè rifiutarsi di fare un governo nel parlamento di una democrazia parlamentare è protervo e contrario all’interesse dei cittadini.
Non è anche legittimo?
Imporre ai parlamentari da lui nominati di andare all’opposizione, prescrivendo una sorta di vincolo di mandato, significa distruggere le regole di una democrazia parlamentare, che impone il confronto non pregiudiziale tra le forze rappresentate nelle due camere.
Cosa potrebbe nascere dal dialogo?
Un governo tra 5 stelle e partito democratico, variamente modulato.
Non sarebbe una forzatura?
No, perchè la distanza tra il Pd e il Movimento 5 stelle su alcuni punti programmatici è colmabile.
Quali punti?
Il reddito di cittadinanza, per esempio: il cui principio il Partito democratico ha già  accettato adottando una misura simile, quella del reddito di inclusione. E poi la spending review, che i 5 stelle chiamano lotta agli sprechi: due espressioni diverse che nominano però la stessa cosa.
È sufficiente per governare insieme?
Tra i 5 stelle e il Pd c’è una compatibilità  programmatica di fondo, che deve essere specificata da un confronto vero. Serviranno dei compromessi. Entrambi dovranno rinunciare a qualcosa del proprio programma. Ma è una strada che si può percorrere.
Chi deve andare incontro all’altro per primo?
Luigi Di Maio.
Le pare lo stia facendo?
Ma non deve farlo ora: deve farlo quando cominceranno le consultazioni con il presidente della Repubblica.
Prima ci sono le elezioni per la presidenza della Camera e del Senato.
Sono due cose diverse: i presidenti delle due Camere devono essere due personalità  autorevoli, capaci di far funzionare al meglio i rami del Parlamento. Devono rappresentare un certo modo di concepire la politica, non prefigurare una maggioranza di governo.
Eppure, potrebbe essere l’anticipazione di un governo Lega – 5 Stelle.
Se accadesse, entrambi i partiti stravolgerebbero ciò che hanno detto agli elettori in campagna elettorale e sarebbero costretti a deformare le proprie priorità  programmatiche. Giacchè Salvini è un sovranista, Di Maio uno che vuole avere un ruolo in Europa. Come potrebbero stare insieme?
Accordandosi.
Non vedo come possa accadere. Il reddito di cittadinanza per gli elettori di Salvini è un aiuto indebito ai meridionali. Viceversa, la flat tax della Lega non è quello che il Movimento 5 stelle chiede in materia fiscale. Ci sarebbero troppe contraddizioni. Di fronte a loro, Mattarella dubiterebbe della possibilità  di formare una coalizione stabile e operativa.
Che pensa di chi parla, di fronte al risultato del voto, di una rivoluzione?
Penso che la rivoluzione è un cambiamento del sistema politico, istituzionale, economico, sociale e culturale di uno stato. E che l’irruzione delle forze cosiddette populiste non configura una cambiamento di questo genere. Parlare di rivoluzione è manipolatorio. Soprattutto, in un paese come l’Italia, da sempre incapace di compierle.
È più corretto parlare di rivolta?
Neanche. Perchè non c’è violenza, nè uno scontro fuori dalle istituzioni, la contestazione dell’esistente passa attraverso delle libere elezioni.
Come definirebbe allora le novità  che sono emerse?
Un cambiamento della democrazia, nella democrazia, attraverso la democrazia.
Quanto rischioso?
La democrazia è sempre stata capace di riformarsi, accettando le sfide e rimanendo organizzata intorno al suo nucleo centrale: la sovranità  popolare.
A volte, però, la democrazia è stata anche spezzata.
Le democrazie hanno un’ethos, uno spirito che deve essere custodito e rispettato. Quando si perde, le regole diventano procedure meccaniche e vuote, che qualcuno denuncia e minaccia di spezzare.
È un insegnamento che le viene da Bobbio?
Incontrai Bobbio al suo corso di scienza politica, a Torino, nel novembre del 1962. Anni dopo feci con lui la tesi di laurea e, da allora, non lo persi più di vista. Andavo a trovarlo nel suo studio. Era sempre circondato da colonne di libri. Aveva un gran senso dell’ironia, ma sulla democrazia non scherzava.
Sapeva della lettera che aveva inviato a Mussolini?
No, finchè non la tirarono fuori.
Che effetto le fece?
È difficile giudicare le scelte di uomini che si trovano sotto il dominio di un regime autoritario. Bobbio era finito in carcere per una settimana, in seguito a una retata in cui avevano arrestato Vittorio Foa, Giulio Einaudi, Massimo Mila, Arrigo Cajumi, insomma buona parte dell’antifascismo torinese. Scrisse a Mussolini che non poteva non conoscere quelle persone, dacchè molti erano compagni di scuola e suoi coetanei. Lo fece per timore di perdere la sua cattedra. E ciascuno di noi può immaginare che si sarebbe comportato in maniera diversa. Ma chissà  cosa avremmo fatto al suo posto.
Gli rimproverarono di averlo nascosto, non di averlo fatto.
È comunque un episodio marginale della sua vita, tanto più se si considera che agì nell’antifascismo, assumendosi rischi, correndo pericoli.
Lei come si appassionò alla politica?
Me la suscitò un professore di storia alle scuole medie, si chiamava Turin: era un valdese antifascista che aveva perso la cattedra durante il regime e dovette rinunciare all’insegnamento per anni, prima di poter tornare a farlo dopo il 1945.
Nella sua famiglia non si parlava di politica?
Poco. Mia madre, che aveva il diploma di maestra, faceva la casalinga ed era figlia di un socialista. Mio padre, invece, era molto di destra. Ebbi, con lui, scontri ferocissimi. Considerava i socialisti, i comunisti, in genere tutti quelli di sinistra, nemici. Finchè, non andai a studiare a Bologna, fummo schierati l’uno contro l’altro.
La destra e la sinistra esistono ancora?
Altiero Spinelli, nel 1941, scriveva che la sinistra e la destra si sarebbero sempre più definite in base al favore/sfavore accordato all’idea federale europea. Chi è per l’Europa, è naturalmente schierato per una serie di diritti, per una politica estera basata sulla diplomazia, per un controllo del potere delle multinazionali.
In base a questo schema i 5 stelle sarebbero di destra o di sinistra?
Non hanno ancora scelto cosa essere.
Guardano di più a Putin?
Chi guarda davvero a Putin è Salvini. La sua scarsa conoscenza di cosa sia il regime russo, con i suoi giornalisti imprigionati, uccisi, o comunque controllati; la manipolazione dei giudici; la concentrazione di potere nelle mani di un solo uomo, è allarmante.
Corriamo un rischio autoritario?
Non credo.
Per sbloccare la situazione, c’è chi propone un governo della società  civile: funzionerebbe?
La democrazia non è il luogo degli uomini eccellenti. È il luogo in cui donne e uomini che hanno passato il vaglio elettorale si confrontano e si scontrano. Nella mia vita, ho visto grandi scienziati camminare in Parlamento senza capire nulla di cosa stesse accadendo intorno a loro e, viceversa, ho incontrato amministratori senza laurea in grado di prendere rapidamente decisioni difficili e giuste.
Rino Formica avrebbe detto…
…che la politica è fata di sangue e merda.
Non è così?
Preferirei una politica che evitasse il sangue e scansasse la merda.

(da “Huffingtonpost”)

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IL M5S HA PAURA DI TORNARE A VOTARE: “MEGLIO UN GOVERNO CON LA LEGA”

Marzo 18th, 2018 Riccardo Fucile

I GRILLINI CHIUDONO A UNA NUOVA LEGGE ELETTORALE: TIMORI PER IL PREMIO DI COALIZIONE

«Tutti tranne Forza Italia». C’è un limite anche alle intenzioni concilianti ed ecumeniche di Luigi Di Maio, disposto a coinvolgere tutti nella scelta dei presidenti di Camera e Senato. Quasi tutti. Sì, perchè nel M5S, ieri, è stato il panico, dopo aver saputo della volontà  della Lega di lasciare il Senato ai berlusconiani, unica vera bestia nera per i grillini. Nello specifico, al capogruppo uscente, Paolo Romani.
Una prova di lealtà  verso l’alleato, da parte di Matteo Salvini, che sa anche molto di tattica. Perchè il leader leghista ha già  in mano un accordo con i 5 Stelle per la spartizione delle presidenze, e potrebbe fare a meno di Fi.
Un accordo, che nonostante le smentite di Di Maio, diventerebbe l’anticamera del governo più temuto dall’Unione europea.
Un governo – questa è la novità  delle ultime ore – non solo finalizzato a cambiare la legge elettorale, come sembrava fino all’altro ieri, ma con l’ambizione di arrivare fino alla fine del mandato di cinque anni.
Il M5S si sta convincendo che il ritorno alle urne dopo mesi a dibattere in un Parlamento avvitato alla ricerca di una legge elettorale, sarebbe un danno d’immagine enorme.
Anche perchè la Lega è stata chiara: «Vogliamo il premio alla coalizione» ha detto Salvini. I grillini sono sempre stati convinti che un’intesa si sarebbe trovata, magari sul Mattarellum o su sistemi maggioritari simili.
Ma ora avrebbero cambiato idea, spinti anche dalla paura di perdere contro un listone di centrodestra. Meglio un governo pieno, di programma, sui punti condivisi con il Carroccio: una soluzione che accontenterebbe anche il Colle, da sempre convinto di evitare nuove elezioni.
Fonti del M5S confermano che il Pd, nonostante i continui rifiuti, continua a essere la prima scelta, ma anche che tutto potrebbe cambiare dopo le votazioni sulle presidenze. Se il Pd insisterà  a snobbare un sostegno a un governo del M5S, Di Maio comincerà  seriamente a parlare con Salvini, che a quel punto dovrà  aver risolto le sue grane di coalizione. «Ma per il Senato Salvini deve scegliere, o noi o Forza Italia», è stato il ragionamento del leader.
Il paradosso è che è proprio Di Maio a levare di torno, in un sol colpo, due nomi poco graditi al leghista.
Il capo politico del M5S, ribadendo il metodo, avverte che «saranno considerate inaccettabili le proposte di candidati, per qualsiasi carica istituzionale, che siano condannati o sotto processo».
Senza citarli, Di Maio mette nel mirino Romani di Fi e Roberto Calderoli della Lega. Sono i due nomi in lizza per lo scranno più alto di Palazzo Madama. Entrambi inseguiti da guai giudiziari. Romani ha una condanna in primo grado per peculato, Calderoli rischia di ripiombare in un processo per odio razziale, dopo aver offeso l’ex ministro Cècile Kyenge, se la Corte Costituzionale deciderà  di riaprirlo, come sembra.
Il veto su entrambi, comunque, potrebbe celare l’altra mossa che ha in serbo il M5S: offrire una camera al Pd, ipotesi già  paventata da Renato Brunetta al capogruppo grillino Danilo Toninelli.
Per i forzisti sarebbe un gesto di cortesia per le opposizioni che spezzerebbe l’asse grillo-leghista. In realtà , i 5 Stelle vorrebbero dare il Senato al Pd per sottrarlo ai forzisti e lasciare Silvio Berlusconi fuori gioco.
Perchè Di Maio, che entro oggi sentirà  nuovamente tutti i capi partito, ci tiene a preservare un metodo: «Vogliamo coinvolgere tutti, naturalmente riconoscendo il peso specifico di ogni vincitore. Noi con il 36% dei seggi alla Camera dei Deputati rivendichiamo il diritto alla Presidenza dell’Aula».
Fi, invece, è il quarto partito.

(da “La Stampa“)

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