Marzo 18th, 2018 Riccardo Fucile
LUCA LOTTI NON E’ D’ACCORDO
Maria Teresa Meli sul Corriere della Sera racconta oggi di un progetto di gruppo renziano fuori
dal Partito Democratico — ci sarebbe già il nome: Avanti — sul quale però Luca Lotti, storico braccio destro di Matteo Renzi, sembra avere molte perplessità :
Più di un parlamentare gli ha chiesto di fare una riunione d’area, ma Lotti si è rifiutato. Preferisce non dare nell’occhio e incontrare piccoli gruppi. Tant’è vero che gli stessi renziani non hanno capito se si organizzeranno mai in corrente, e un po’ se ne rammaricano. I «falchi» vorrebbero addirittura fare gruppi a parte e fondare un nuovo movimento: «Avanti».
Sono convinti di riuscire a convincere allo strappo finale almeno 25 parlamentari alla Camera e tra i 10 e i 15 al Senato.
Lotti però è su tutt’altra lunghezza d’onda e cerca di evitare lo scontro interno. È sempre lui che tiene anche i rapporti con Martina, di cui i renziani non si fidano più e infatti non è un caso che agli incontri più importanti il reggente vada accompagnato da Guerini.
A Lotti gli avversari interni attribuiscono anche la cura dei rapporti con Verdini per un Nazareno bis, ma in realtà non risultano incontri tra i due.
Boschi, invece, ha deciso di restare defilata. La sottosegretaria ha visto a Palazzo Chigi i parlamentari a lei più vicini: Silvia Fregolent, Gennaro Migliore, Tommaso Cerno, Stefano Ceccanti, ma preferisce non esporsi troppo.
Un’indicazione, però l’ha data: votate Guerini presidente dei deputati. La stessa di Lotti.
A Palazzo Madama invece la faccenda è più complicata. Andrea Marcucci è l’unico esponente vicino all’exsegretario che potrebbe mettere d’accordo quasi tutti. Ma recalcitra (vorrebbe fare il vicepresidente del Senato).
Senza di lui i renziani non riuscirebbero a ottenere la presidenza del gruppo.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 18th, 2018 Riccardo Fucile
L’AUTORITARISMO ILLUMINATO DI XI JINPING E QUELLO OTTUSO DI PUTIN INCALZANO L’OCCIDENTE ALLE PRESE CON LA CRISI DEL MODELLO LIBERALE
Da migliaia di anni la tragedia della politica è che l’impero offre una soluzione al caos. L’imperialismo, come afferma lo storico di Oxford John Darwin, «è stato storicamente quasi sempre l’organizzazione politica predefinita», perchè le capacità necessarie per costruire Stati forti, per ragioni geografiche, non erano mai equamente distribuite, così che di solito emergeva un gruppo etnico dominante.
Tuttavia, poichè la conquista contempla arroganza, militarismo, espansionismo e calcificazione burocratica, l’atto stesso di costruire un impero porta in sè, secondo il filosofo tedesco Oswald Spengler, la decadenza e il declino culturale.
Gli imperi (in particolare quello britannico e quello francese) non furono mai così scontati come prima del loro crollo.
Ma se l’impero è la norma, anche se destinato a finire tragicamente, si può sostituire all’impero qualcosa che sia duraturo?
La «Nuova via della seta» cinese, la campagna di sovversione russa nell’Europa Centrale e Orientale, l’Unione europea e l’ordine mondiale liberale a guida americana sono tutti tentativi di risolvere il problema.
La strategia globale, un argomento che ossessiona le èlite politiche, è essenzialmente questo, la ricerca di un modo per evitare la trappola dell’impero.
Cina: autoritarismo illuminato su base geografica
A grandi linee la Cina e la Russia rappresentano un modo per affrontare il problema; l’Unione europea e gli Stati Uniti un altro. Entrambi i modelli hanno i loro punti di forza e di debolezza. La Cina e la Russia sono eredi di tradizioni imperiali anti-democratiche legate alla terra. I loro tentativi di espansione affondano le radici nella geografia e non negli ideali.
I leader cinesi vivono con la consapevolezza che l’Asia, all’inizio dell’età moderna, durante le dinastie Ming e Qing (dalla metà del XIV alla metà del XIX secolo), era più stabile con un sistema di tributi imperiali di quanto lo fosse l’Europa. Poichè l’imperialismo cinese garantì all’Asia una relativa pace per diversi secoli con un sistema per lo più accettato, i leader cinesi oggi non vedono nulla di sbagliato nel loro tentativo di essere ancora una volta i supervisori della regione, cosa che intendono semplicemente come il ripristino dell’armonia regionale sotto una nuova e molto più sfumata versione dell’ordine imperiale.
La Cina non è una democrazia, ma non è nemmeno totalitarista. Questo è esattamente il suo fascino. Il suo autoritarismo – in cui l’ordine è garantito, la politica è prevedibile, e i dibattiti si svolgono tra la leadership, i think thank di Pechino e la popolazione nel suo insieme – dà vita a un regime che etichettiamo semplicisticamente in termini manichei come dittatura.
Inoltre, l’idea del leader cinese Xi Jinping di ripristinare l’armonia regionale rappresenta il genere di fine superiore che ha tradizionalmente definito gli imperi di successo e le loro varianti.
La «Nuova via della seta», che segue i percorsi delle dinastie cinesi medievali e collega la Cina con l’Iran e l’Europa, offre all’Asia Centrale e al Medio Oriente una visione di speranza, che potrebbe mitigare il loro isolamento geografico, la povertà e l’instabilità .
Noi pensiamo che la Cina rappresenti una sfida economica. È qualcosa di più.
È una sfida filosofica perchè il suo sistema unico, almeno in questo frangente, assicura al proprio popolo e ai vicini politiche di sviluppo affidabili e concrete.
Xi non è esattamente un dittatore: è una specie di dittatore, che può ancora offrire al suo popolo una certa dose di libertà personale e di crescita economica evitando l’anarchia.
Questa è la seduzione dell’autoritarismo con cui abbiamo a che fare. Ed è così anche se Xi ha abolito i limiti temporali del suo mandato. La Cina ha ancora punti di forza istituzionali che mancano alla Russia, e il governo di Xi è ancora lontano dall’assolutismo di Saddam Hussein o degli Assad in Siria.
La Cina non può farci nulla. Il suo dinamismo in questo decennio potrebbe portare il sistema della «Nuova via della seta» ad espandersi nel prossimo decennio a un ritmo insostenibile per un’economia cinese in decelerazione. La Cina potrebbe assomigliare ancora troppo a un regime imperiale tradizionale per sopravvivere.
Russia: un autoritarismo ottuso su base geografica.
I russi possono ben avere la mano pesante con i loro teppisti mascherati e armati in Ucraina, ma fanno affidamento sul dominio cibernetico per sovvertire i governi democratici, un metodo poco costoso e facilmente negabile. Inoltre, non stanno cercando di ricreare nell’Europa Centrale e Orientale il Patto di Varsavia, che aveva tutta l’arroganza e gli altri inconvenienti dell’imperialismo tradizionale; concentrano solo lì la loro forza distruttiva.
In Siria sono stati attenti a non introdurre truppe di terra in numeri significativi. Si sono dimostrati aggressivi con i loro vicini più prossimi; ma ugualmente cauti. Mirano a recuperare l’intera geografia sovietica, ma senza i rischi e le spese dell’impero. Cercano influenza; non conquista diretta.
Questa è una strategia post-imperiale intelligente. Ma il progetto post-imperiale di sovversione nell’Europa Centrale e Orientale del presidente russo Vladimir Putin, benchè rispettoso dei confini, rivela l’ossessione di abbattere le democrazie liberali senza alcuna superiore finalità – cosa che non gli permette di vedere la minaccia messa in atto dalla Cina alle porte di casa – come se le sue campagne di guerra cibernetica fossero guidate da poco di più del risentimento per il modo in cui è finita la Guerra Fredda.
E senza uno scopo superiore a guidarlo, il suo imperialismo a basso contenuto calorico sarà alla fine sconfitto. La storia ci ha ripetutamente dimostrato che, affinchè l’imperialismo duri, deve, almeno nelle intenzioni, avere un obiettivo più alto, civilizzatore.
La Cina resta saldamente in questa tradizione; La Russia no. La Russia non è sostenuta da istituzioni forti, come la Cina; e non offre la speranza di uno sviluppo economico come la «Nuova via della seta» cinese. Ecco perchè, a differenza della Russia, la Cina ci pone una sfida. La differenza tra un tipo di autoritarismo e un altro a volte può essere tanto grande quanto la differenza tra autoritarismo e democrazia.
Ue, impero virtuale
L’Unione europea è la risposta più innovativa all’impero. L’enfasi sulla legalità e sui piccoli Stati la libera dall’imperialismo tradizionale, osserva lo storico di Yale Timothy Snyder.
Eppure, aggiunge, il passato dell’Europa è quasi interamente imperiale e quindi molti Stati in Europa, in particolare nell’Est, non hanno futuro se non sotto l’egida dell’Unione europea, le cui dimensioni e diversità sono comunque di grandezza imperiale.
In effetti, l’Unione europea è il vero successore del cosmopolitismo degli imperi asburgico e ottomano, e quindi ha il potenziale per adempiere alla funzione dell’impero in tutto il Continente senza necessariamente cadere preda delle sue debolezze.
Ma di fronte alla versione russa del post-imperialismo, l’Ue non può provvedere interamente alla propria sicurezza. Questo è in definitiva il lavoro degli Stati Uniti.
Eppure l’Unione europea, a causa della crisi del debito seguita dall’ondata di nazionalismo populista, ha imparato una certa umiltà , meglio evidenziata dal primo ministro italiano Paolo Gentiloni a Davos, che ha messo in guardia i colleghi europei dall’«arroganza di un’èlite digitale cosmopolita».
E, pur denunciando il nazionalismo, i suoi colleghi Emmanuel Macron e Angela Merkel hanno entrambi parlato a Davos di lavorare per dare una risposta a chi ne è attratto. Adesso si rendono conto che solo rendendo Bruxelles meno remota e burocratica, la sovrastruttura quasi imperiale dell’Unione europea può sopravvivere. L’Unione europea potrebbe trovarsi in una posizione migliore per padroneggiare il futuro a causa della sua esperienza di pre-morte.
Là dove l’autoritarismo russo è inseparabile dal gangsterismo e quindi non è un modello per il futuro, e il sistema cinese funziona proprio grazie al suo originale mix di libertà personali e repressione politica, l’Unione europea può sopravvivere solo diventando una democrazia non elitaria, pur mantenendo il suo forte elemento burocratico.
Sono cruciali a questo punto mirati aggiustamenti. Questo nuovo secolo di geopolitica che è seguito a un secolo di ideologia richiede che le differenze tra i vari sistemi in competizione siano più sottili che durante la Seconda guerra mondiale e la Guerra Fredda.
Usa destinati a guidare?
L’ordine mondiale liberale a guida americana, almeno fino all’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca, è rimasto ben saldo nei suoi valori universali. Ma questo non lo rende automaticamente post-imperiale.
Perchè nelle menti dei suoi praticanti, l’imperialismo è stato spesso una missione edificante e civilizzatrice.
In effetti, la Guerra Fredda era una lotta tra due imperi, sebbene si definissero altrimenti. L’ordine americano, inoltre, proprio perchè attraversa gli oceani, richiede grandi spese militari. E questo, secondo molti storici, porta al declino dell’impero.
Le invasioni dell’Iraq e dell’Afghanistan e le operazioni delle forze speciali in Siria hanno avuto tutte le caratteristiche delle spedizioni imperiali, perchè invadere un territorio significa governarlo.
Naturalmente, l’America deve difendere i suoi valori in luoghi remoti, ma deve farlo in modo da non appesantire il fronte interno con spese militari e morti. Questo è più difficile di quanto sembri, dal momento che le guerre per scelta possono apparire inizialmente come guerre di necessità .
Negli Stati Uniti, il presidente Trump ha de-enfatizzato le guerre di stampo imperiale in Medio Oriente, preferendo sconfiggere l’Isis senza cercare di rovesciare il dittatore siriano Bashar al-Assad.
Nondimeno, con i suoi richiami al protezionismo e una definizione molto stretta degli interessi americani, ha svuotato la politica estera americana di qualsiasi scopo reale ed edificante – un altro sicuro segno di declino.
Inoltre, la sua adorazione per l’esercito unita alla decimazione del corpo diplomatico ricorda il destino di tutti gli imperi militari, facendo tornare alla mente la descrizione dell’antica Assiria dello storico britannico Arnold Toynbee: un «cadavere con l’armatura».
Gli Stati Uniti sono a un bivio, solo se riescono a trovare la propria personale declinazione del quasi-imperialismo, saranno ancora destinati ad avere un ruolo di guida. Eppure, per la prima volta in tre quarti di secolo, l’America sembra priva di una grande idea capace di motivare il mondo. Questo, più di ogni altra cosa, mette gli Stati Uniti in pericolo.
Conclusioni
Non dovremmo dare per scontato che la democrazia liberale rappresenti l’ultima parola nello sviluppo politico-umano. Il sistema che trionferà sarà quello che saprà offrire più dignità ai suoi cittadini e più speranza per i soggetti e gli alleati esterni.
In effetti, viviamo un momento di autoritarismo non tanto per la Russia quanto per la Cina, il cui successo economico e la strategia globale ben orchestrata – così reminiscente dell’impero – non si basano sul suffragio universale. Ma la domanda più profonda si trova dentro di noi.
L’America era una democrazia ispiratrice nell’era della stampa e della macchina per scrivere.
Lo stile autoritario di Trump è un’aberrazione – o il prodotto di una nuova e volgare età del video digitale, la cui enfasi su diverse narrazioni incoraggia la divisione e aggira la verità oggettiva?
Se è questo il caso, allora il modello cinese di severa repressione interna potrebbe rivelarsi il naturale successore dell’impero. Eppure, con tutto il suo fascino, questa è una trappola che preannuncia sia un’epoca illiberale che il declino non solo dell’America, ma dell’Occidente in generale. Quindi dovremmo considerare l’autoritarismo illuminato come una sfida; non come un destino.
Robert. D. Kaplan
(esperto di geopolitica, autore di saggi e membro del Center for New American Security )
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Marzo 18th, 2018 Riccardo Fucile
STUDIAVA INGEGNERIA A NOTTINGHAM LA RAGAZZA UCCISA DALLE PERCOSSE
«Mia figlia non è stata vittima di bullismo ma di razzismo. Alcune ragazze inglesi l’hanno
insultata e picchiata a morte e tutti ci hanno abbandonati, dalla polizia e l’ospedale di Nottingham all’ambasciata italiana».
Hatim Dawod Moustafa, 50 anni, egiziano, è il padre di Mariam, 18 anni, nata e cresciuta ad Ostia fino al 2013 quando si è trasferita insieme alla famiglia a Nottingham dov’è morta il 14 marzo dopo tre settimane di coma.
Hatim risponde al telefono dal Regno Unito e, forte dei 22 anni vissuti ad Ostia, parla correttamente l’italiano. Il caso verrà trattato questa sera in televisione dalle «Iene» su Italia 1.
Ha saputo? La procura di Roma ha aperto un fascicolo per omicidio e ha chiesto chiarimenti agli inquirenti inglesi.
«Questa è una cosa positiva, ma è troppo tardi. Mia figlia, come cittadina italiana, andava aiutata prima. E invece, quando era in ospedale io ho telefonato più volte all’ambasciata italiana ma nessuno è mai venuto a visitarla. Nessuno si è dato da fare per le indagini. E invece quando mia moglie ha avvertito l’ambasciata egiziana, ci è venuto a trovare addirittura l’ambasciatore e ha sollecitato la polizia per trovare quelle assassine».
Perchè crede si tratti di razzismo e non di bullismo?
«Non era la prima volta che Mariam veniva aggredita. Era già successo ad agosto, le avevano rotto la gamba e picchiato l’altra mia figlia di 15 anni, Mallak. Avevamo sporto denuncia, ma non abbiamo ottenuto niente. Mariam era una studentessa modello, era appena stata ammessa alla facoltà di ingegneria e nonostante fosse romana erano evidenti le sue origini egiziane. La chiamavano “rosa nera” e l’hanno picchiata. La polizia ci ha rilasciato il numero della pratica, ma non il verbale della nostra denuncia. Per questo avevamo bisogno di aiuto quando è stata di nuovo aggredita il 20 febbraio. Per poter facilitare le indagini e trovare le colpevoli».
Ma cos’è successo la sera del 20 febbraio?
«È stata colpita per strada da una decina di ragazze, è riuscita a salire su un autobus, ma hanno continuato a picchiarla anche lì. È svenuta, l’autista è intervenuto, ha detto a quelle ragazze di smetterla, ha chiamato l’ambulanza, ma non la polizia e le ragazze sono scappate».
E in ospedale com’è andata?
«Male. Malissimo. L’hanno tenuta 5 ore al pronto soccorso e poi l’hanno rimandata a casa. Mariam continuava a dire ai medici che aveva molto dolore, che era malata di cuore, ma non le hanno dato retta. Ha spiegato che era svenuta e che da bambina era stata operata al cuore al Bambin Gesù di Roma, eppure i medici inglesi non l’hanno ascoltata. A me hanno vietato di entrare nella sala del pronto soccorso dove c’era lei. L’abbiamo riportata a casa, ma il mattino dopo stava malissimo e neppure riusciva a parlare. Allora abbiamo chiamato l’ambulanza e in ospedale hanno poi scoperto lesioni al cervello dovute alle botte. È stata in coma, io e mia moglie non sapevamo davvero come fare. La disperazione per la nostra adorata Mariam e nessuno che ci aiutava. L’Inghilterra doveva essere la nostra salvezza, è stata la nostra fine».
Perchè avete lasciato Ostia?
«Io c’ero arrivato nel 1991, nel 2010 ho ottenuto anche il passaporto italiano. Avevo aperto una pizzeria e, dopo 12 anni, un negozio di mobili a Fiumicino. Ma gli affari non andavo tanto bene e per dare un futuro ai miei tre figli, ho anche un ragazzino di 12 anni, ho preferito emigrare in Inghilterra. Roma ci era rimasta nel cuore, soprattutto a Mariam, ma comunque ci eravamo ambientati. Mariam voleva diventare ingegnere ed ero sicuro che avrebbe potuto realizzare il suo sogno. Ma i sogni non si avverano mai».
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 18th, 2018 Riccardo Fucile
STORIE AGGHIACCIANTI DI VITE BRUCIATE NEI RIONI POPOLARI DELLA PERIFERIA
Sesto piano di un edificio popolare a Piscinola. La signora si chiama E., ci accoglie in cucina con i sandali e una vestaglia rosa, sta cucinando, ha solo 45 anni.
È la madre di uno dei tre ragazzi – un 15enne, due 16enni – che hanno ucciso a bastonate una guardia giurata, Francesco Della Corte, per rubargli la pistola mentre chiudeva il cancello della metropolitana di Piscinola-Scampia.
La volevano vendere per ricavare 5-600 euro. Della Corte rantolava, dopo i colpi. “Pensavamo che russasse”. No, stava morendo. Gli assassini sono stati arrestati tutti e tre.
E Repubblica – casa dopo casa, famiglia dopo famiglia – ha ricostruito le loro vite bruciate attraverso il racconto dei familiari.
La signora E. è provata. “Ho detto a mio figlio che ora non mi vedrà più. Io non ci volevo credere che avevano fatto una cosa così assurda. Anche se lui ha guardato solamente, perchè io non ci credo che lui ha colpito, ma deve pagare il suo reato. Non ha voluto studiare, lo stavo mandando in Germania a lavorare. Era l’unico modo per salvarsi”
Mostra dal pc un ticket: “Qui c’è il biglietto telematico: giovedì doveva partire. Per pochi giorni si è distrutto la vita”.
Il ragazzo indagato ha un fratello gemello, alto e sottile, che ora sembra sotto shock: “Non avevo capito niente, non si è confidato. Lui usciva con gli amici, io ormai stavo solo con la mia fidanzata”.
Di giorno se ne stavano a letto. Di notte in strada. Fino alla più vicina “cornetteria”. Segni particolari: nessuno. Così L., K. e C. sarebbero diventati assassini per noia. Massacratori di un inerme vigilante solo per sete di soldi e potere. Storia di tre ragazzi nati e bruciati a Piscinola. Fino agli arresti di un dirigente vecchio sbirro, Bruno Mandato. Ecco le loro vite, viste dall’interno.
GLI IPHONE DISTRUTTI DI L.
Il più “piccolo”, per l’impianto accusatorio, è anche il più spietato e sicuro: L., 15 anni compiuti a dicembre. Sarebbe stato lui a ideare il piano, il primo a colpire. Genitori separati da quattro anni, ma è il padre, G., con la faccia a metà tra desolazione e assenza, a raccontare a Repubblica come si perde un figlio “senza poter far niente”, praticamente senza accorgersene.
La madre di L., A., è invece ancora “in Germania, stava aiutando un altro figlio, oggi manovale all’esterno, a fare il trasloco”. “Che devo dire? – comincia suo padre – Mi dispiace tanto per quel pover’uomo morto. Lo vedo poco mio figlio, da quando la madre se ne andò con un altro, continuo a vivere nel mio scantinato, però mio figlio L. stava con la mia ex moglie a casa della zia materna, dove però stanno bene, non gli manca niente. In questi giorni, stava così normale e tranquillo che mi ha chiesto i soldi per comprare le fedine d’oro per lui e la fidanzata, e gli ho dato pure 300 euro, io che mi sono sempre arrangiato”.
Occhi di un genitore impotente: “Un figlio viene come vuole lui, come le piante, crescono storte o dritte e tu non ci puoi fare niente”.
L. ha una denuncia a 12 anni per un’aggressione, il fratello aveva precedenti per droga. A pochi metri, ecco l’edificio dove L. vive con la zia E.
Lei, madre di 3 figli, apre la porta, ti mostra la stanza confortevole, con televisore a schermo piatto a muro, dove dormiva il ragazzo. “Mio nipote l’ho sempre visto come un bravo ragazzo. Gli ho comprato almeno un paio di iPhone, tutti distrutti. La mattina dormiva, la sera usciva. Io gli dissi: Uè basta, devi andare a lavorare. E pareva convinto, aveva deciso di fare il panettiere”.
IL BIGLIETTO AEREO DI K.
Anche K. ha genitori separati, quattro fratelli – due dei quali all’estero, operai in Germania anche loro. Suo padre fa il parcheggiatore abusivo, economicamente assente, la madre – in precarie condizioni di salute – sopravvive “facendo pulizie ovunque, dagli uffici ai ristoranti”.
I POST FEROCI DI C. IL TERZINO
Il padre di C., imbianchino, alle 6 del mattino ha lasciato il cantiere per precipitarsi in Questura, quasi in lacrime, con gli abiti sporchi di lavoro. “Veramente mio figlio ha fatto questo?”. Eppure C. aveva un sogno e un talento: fare il calciatore. Giocava con l’associazione “Brothers” di Chiaiano, fucina di promettenti atleti. “Stava per avere un contratto con una squadra della B”, racconta la famiglia. Peccato che, a leggere il suo profilo Fb, non era mai stato un mite.
In un post inneggia a Totò Riina: “Certe cose prima si fanno e poi si dicono… R.I.P Zio Totò”. E ancora, a dicembre: “Un leone non si preoccupa del parere delle pecore”. Più recentemente: “Se non giochi col fuoco morirai di freddo”. Eppure C. sarebbe stato, dei tre, il meno violento. Ha raccontato agli inquirenti che lui “guardava e basta”. Guardava mentre gli altri uccidevano, e bruciavano la vita di un innocente, insieme alla propria.
(da “La Repubblica”)
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Marzo 18th, 2018 Riccardo Fucile
GLI AGGHIACCIANTI STRALCI DELL’INTERROGATORIO DEI TRE MINORENNI ASSASSINI
Non sono apparsi particolarmente angosciati, non si sono pentiti per l’accaduto. 
E’ vero, uno di loro era preoccupato davvero. Ma solo perchè non sapeva se nel carcere minorile gli avessero consentito di fare la doccia.
I tre minorenni, arrestati per aver pestato a morte la guardia giurata Francesco Della Corte, hanno confessato l’accaduto.
Sulle pagine del Mattino si leggono stralci degli interrogatori in cui ammettono di aver aggredito il vigilante, apprendendo proprio in Procura che l’uomo è morto per le lesioni riportate.
“Ho finito l’ultimo spinello e ho detto: guagliù, ora picchiamo il metronotte”, ammette in modo gelido il 17enne L.C. […] K.A., 15 anni da poco compiuti, figlio di un parcheggiatore abusivo e di una domestica, ha detto: “Le notti passano così, a giocare a mazza e pietre. Prendiamo le mazze dalla spazzatura, usando pezzi di vecchi mobili, facciamo saltare un coccio di bottiglia e poi lo colpiamo al volo. con quelle mazze abbiamo aggredito quell’uomo, sapevamo che alle tre di notte faceva il suo giro”.
Il motivo dell’aggressione sarebbe il furto della pistola della guardia giurata, dalla vendita della quale i ragazzi avrebbero potuto ricavare circa 600 euro. Ma non solo. Anche la noia. Come emerge ancora dall’interrogatorio.
“Volevamo andare a mangiare un cornetto, ma il bar era chiuso. erano le tre di notte, ci scocciavamo di andare a casa, quando abbiamo visto passare quell’uomo davanti a noi. Sì ho partecipato anche io, mi assumo la responsabilità di quanto avvenuto, anche se non ho mai colpito qull’uomo. Anzi. quando l’ho visto cadere a terra, sotto i primi colpi, ho pensato che quell’uomo poteva essere mio padre. Ho detto: stiamo facendo una stronzata”. Dice il terzo, C.U., 17 anni, promessa del calcio.
“Non si sono strappati i capelli per l’accaduto – fa sapere Bruno Mandato, dirigente del commissariato di Scampia – di avere provocato la morte di un bravo padre di famiglia. Uno dei tre, quando ha capito che l’avrebbero rinchiuso, ha abbracciato il padre, a cui è particolarmente legato, preoccupato del fatto che non lo avrebbe rivisto per lungo tempo. Un altro – ha continuato l’investigatore – era angosciato, ma solo perchè non sapeva se gli avessero consentito di fare la doccia”.
I tre ragazzi – tutti incensurati – appartengono a famiglie modeste, che vivono sbarcando il lunario: c’è chi fa il parcheggiatore abusivo e chi raccoglie e rivende rifiuti di metallo.
Genitori, in qualche caso anche separati, che non hanno tempo e voglia di dedicare attenzione a quello che fa la loro prole. E i ragazzi, senza alcun controllo, disertano la scuola e passano tutto il giorno a scorrazzare per il quartiere, uno dei più degradati della città , fino a notte fonda.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 18th, 2018 Riccardo Fucile
“LA VITTIMA NON HA IL MONOPOLIO DELLA PAROLA” LA FRASE- SCANDALO PRONUNCIATA DALL’EX BRIGATISTA… MA QUALCUNO DIMENTICA LA POLITICA PREMIALE VERSO I PENTITI: CHI E SCESO A PATTI CON I TERRORISTI? SE POTEVANO PARLARE QUANDO COLLABORAVANO PERCHE’ NON POSSONO PARLARE ORA?
“C’è una figura, la vittima, che è diventato un mestiere, questa figura stramba per cui la vittima ha il monopolio della parola. Io non dico che non abbiano diritto a dire la loro, figuriamoci. Ma non ce l’hai solo te il diritto, non è che la storia la puoi fare solo te”.
Così l’ex brigatista Barbara Balzerani – dirigente della colonna romana delle Br e componente del gruppo che ha preso parte al rapimento di Aldo Moro – ha commentato l’anniversario di quel 16 marzo 1978, al centro sociale Cpa di Firenze, alla fine della presentazione del suo libro “L’ho sempre saputo”.
Lei ha risposto a chi ricordava l’intervento del capo della polizia Franco Gabrielli che aveva sostenuto che “vedere i brigatisti in tv era un oltraggio ai morti”.
A destra come a sinistra qualcuno ha parlato di “memoria infangata delle vittime di una strage che segnò per sempre la storia della nostra Repubblica”.
Tra retorica ed ipocrisia, inchieste giudiziarie e giornalistiche che attestano ancora troppi lati oscuri del rapimento Moro e dell’intero capitolo terrorismo e stragi, molti pare che si “scandalizzino” più per il “diritto alla parola” rivendicato dalla Balzerani che per il “silenzio omertoso” degli apparati dello Stato nella ricerca dellla verità sugli anni di piombo.
Chi come me li ha vissuti da militante di destra (quella vera) nella città dove sono nate le Brigate Rosse, facendo politica in una scuola dove avevo come controparte militanti di Lotta Continua, alcuni confluiti successivamente nel nucleo genovese delle Br, non può non rimarcare che il teatrino delle celebrazioni mostra delle crepe.
Mi limito solo ad alcune osservazioni.
1) Il rapimento di Aldo Moro, come atto politico, non certo la sua uccisione, al di là delle condanne per l’eliminazione della sua scorta e delle frasi di rito, in molte frange della sinistra e della destra non creò alcun turbamento.
2) La gestione della trattativa o non trattativa per la sua liberazione fu al centro di polemiche squallide al pari di quelle odierne, segno evidente che nel nostro Paese nulla cambia mai
3) Le Br godevano di consenso in ampi strati della sinistra, furono sconfitte politicamente dal Pci che pose un argine nelle fabbriche (vedi omicidio di Guido Rossa) e giudiziariamente dalla legge premiale sui “pentiti”, grazie ai quali intere colonne vennero smantellate, attraverso le delazioni dei collaboratori di giustizia.
4) Se “vedere i brigatisti in Tv è un oltraggio ai morti”, qualcuno dovrebbe spiegarci come definire aver trattato e concesso agli stessi, spesso autori di atroci delitti, salvacondotti in cambio di informazioni.
5) Se si accetta il principio della pena scontata che riporta a godere dei diritti di libero cittadino, inutile scandalizzarsi se la Balzerani esprime il suo punto di vista. Ha scontato la pena e ha diritto a dire quello che le pare: se non volevate ascoltarla la tenevate in galera, inutile fare gli ipocriti, questa è la semplice verità , anche se può non piacere.
Questo, non dimentichiamolo, è il Paese dove gli autori di tante stragi non sono mai stati individuati con assoluta certezza, dove per le stesse siamo riusciti a imbastire decine di processi contradditori nelle sentenze, dove non siamo riusciti ancora a dare un nome al mandante della strage di Ustica e dove il ruolo dei servizi nelle vere o presunte “stragi di Stato” non è mai stato chiarito.
Forse c’è più da scandalizzarsi di tutto questo che delle opionioni postume di una Barbara Balzerani o di una Francesca Mambro che hanno diritto a pensarla come meglio credono.
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Marzo 17th, 2018 Riccardo Fucile
QUANDO GLI IMMIGRATI ERAVAMO NOI PER CERCARE DI SFUGGIRE ALLA MISERIA E I BELGI CI INSULTAVANO CHIAMANDOCI “MUSI NERI” E “SPORCHI MACCARONI”
Aveva 83 anni, Mario Ziccardi. Era l’ultimo sopravvissuto della strage di Marcinelle, la miniera
dove 136 lavoratori italiani persero la vita in una devastante sciagura nel 1956.
I Belgi li trattavano più o meno come prigionieri di guerra. Erano i lavoratori italiani della miniera del Bois du Cazier a Marcinelle vicino a Charleroi.
Si erano sentiti spesso chiamare “musi neri” o “sporchi maccaroni”. Siamo nel 1956, ma le condizioni di vita dei minatori emigrati riportavano ad almento 10 anni indietro, quando le misere baracche dove alloggiavano erano state utilizzate prima come lager dai nazisti e poi come campo di prigionia per gli stessi tedeschi.
Il Belgio si trovava in quegli anni in una situazione opposta a quella dell’Italia stremata da una guerra perduta.
Aveva molte risorse e poca mano d’opera disponibile. Il nostro Paese invece mancava completamente di riserve energetiche, centellinate dai vincitori.
Decine di migliaia di italiani furono così spinti dalla fame a lavorare nei pericolosi cunicoli delle miniere del Belgio.
Braccia umane in cambio di carbone.
Il contratto prevedeva per i minatori un periodo minimo di un anno di lavoro, pena l’arresto in caso di rescissione da parte loro.
Per 8 anni fino al giorno della tragedia, gli italiani lavorarono giorno e notte in cunicoli alti appena 50 centimetri a più di 1000 metri dentro le viscere della terra, spesso vittima di esplosioni di grisù e di malattie gravi come la silicosi.
La speranza per 262 minatori, di cui 136 italiani, si spense poco dopo le 8,20 del mattino dell’8 agosto 1956.
Nel pozzo N.1, un impianto obsoleto in funzione dal 1930, si verificò un incidente ad un ascensore carico di carrelli di carbone. Uno di questi sporgeva di alcuni centimetri dal vano di carico e per un errore umano fu fatto partire verso la superficie.
L’attrito del carrello sporgente spezzò contemporaneamente cavi elettrici e tubazioni d’olio per macchinari ad alta pressione.
L’incendio si innescò immediatamente e invase presto le gallerie puntellate con travi di legno e prive di sistemi di sicurezza efficaci.
Presto dai due pozzi della miniera iniziarono a levarsi alte colonne di fumo, mentre la squadra di soccorso del Bois du Cazier distava ben 1,5 km dall’impianto.
Non fu neppure fermato il pozzo di aerazione, fatto che contribuirà ad alimentare l’incendio ed i gas letali da questo sprigionati.
Le fiamme furono domate solo 24 ore dopo con l’ausilio dei pompieri di Charleroi, ma i superstiti furono soltanto 13.
262 cadaveri giacevano inghiottiti nelle gallerie, ed i quotidiani uscirono con il titolo a cinque colonne “Sono tutti morti”.
Gli ultimi corpi furono recuperati il 22 marzo del 1957, mentre iniziava l’inchiesta sulle responsabilità della tragedia.
Come prevedibile, la Commissione belga nella quale furono chiamati anche alcuni ingegneri minerari italiani, scagionò la società delle miniere del Bois du Cazier in un iter pieno di omissioni e vizi di forma.
Nessuna tra le vittime ebbe giustizia nè risarcimento in quell’estate di 60 anni fa quando la vita umana valeva una manciata di carbone.
E quando gli immigrati con le pezze al culo eravamo noi.
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Marzo 17th, 2018 Riccardo Fucile
BERLUSCONI SCENDE IN CAMPO IN SUA DIFESA: “NON CI FACCIAMO INTIMIDIRE”… LA RUSPA SERVE ANCHE A MANOVRARE IL FANGO, SILVIO DOVREBBE SAPERE COME FUNZIONA
Berlusconi a difesa di Brunetta. “Considero gli attacchi giornalistici dei quali è oggetto Forza Italia e il particolare il suo Capogruppo Renato Brunetta ben al di là del legittimo diritto di critica della nostra azione politica. Nè Forza Italia nè io ci siamo mai fatti intimidire da questo tipo di aggressioni e continueremo a lavorare con la serietà e la serenità di sempre per far uscire il Paese da questa delicata situazione di stallo e assicurare all’Italia un governo stabile”.
Il riferimento di Berlusconi è agli articoli apparsi su Libero e Il Tempo, quotidiani di proprietà del re delle cliniche Antonio Angelucci, deputato di Forza Italia, molto critici nei confronti di Renato Brunetta.
La denuncia di Brunetta.
“Non occorre essere lettori particolarmente attenti per scorgere un ‘medesimo disegno criminoso’ – mi si passi l’espressione, decisamente forte ma non troppo lontana dalla realta’ – negli attacchi concentrici che le testate giornalistiche del Gruppo Angelucci da tempo dirigono contro Forza Italia, cannoneggiandone il piu’ scomodo tra i suoi esponenti: il sottoscritto, professor Renato Brunetta. Editoriali che dalle colonne de ‘Il Tempo’, come da quelle di ‘Libero’, tentano di screditare e depotenziare l’azione politica di un parlamentare della Repubblica, facendolo bersaglio ricorrente di strali affilati ed avvelenati, quando non addirittura di autentiche contumelie”.
Lo dichiara l’onorevole Renato Brunetta, di Forza Italia. “Negli ultimi tre giorni – stante l’approssimarsi di delicate scadenze politico-parlamentari – gli attacchi sono diventati penalmente rilevanti”, ha aggiunto Brunetta.
Solidarietà di Forza Italia.
“Esprimo tutta la mia solidarietà personale e politica, anche a nome dei senatori di Forza Italia, al collega e amico Renato Brunetta per i vili e reiterati attacchi a cui è sottoposto sulla carta stampata e che trascendono ormai anche l’ammissibile divergenza di opinioni”, dichiara Paolo Romani, presidente dei senatori di Forza Italia. “Preso a bersaglio per lo stile battagliero, che da sempre lo caratterizza, con cui porta avanti fieramente i principi, i valori e i progetti del Presidente Berlusconi, l’onorevole Brunetta viene attaccato per sminuire l’opera e il risultato di tutta Forza Italia, che, grazie alla lungimiranza del nostro leader, ancora una volta ha portato al successo il centrodestra. E’ quindi con convinzione che ci stringiamo attorno a Renato contro una campagna denigratoria inaccettabile”.
Da quando Brunetta ha preso le distanze dalla Lega, chissà come mai è diventato bersaglio del presunto “fuoco amico”.
Non si lamenti, per ora non hanno ancora usato i metodi putiniani, il neo mito sovranista.
(da agenzie)
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Marzo 17th, 2018 Riccardo Fucile
“SEMBRAVA UNO SCAMPATO DA UN LAGER NAZISTA, ERA PELLE E OSSA, ERA STATO UN ANNO E MEZZO IN UN CENTRO DI DETENZIONE IN LIBIA”
Morto per fame. “Sembrava un uomo scampato da un lager nazista, era pelle e ossa, senza un filo
di adipe, con i muscoli ipotrofici. È stata una scena terribile”. Roberto Ammatuna era presente quando lunedì 12 marzo una nave della ong spagnola Proactiva Open Arms ha raggiunto Pozzallo, il Comune siciliano di cui è sindaco. Subito dopo l’attracco un medico del porto è salito a bordo per verificare – come si fa di consueto – che nessuno dei 92 migranti imbarcati fosse affetto da qualche malattia di carattere epidemico.
La sua attenzione è stata quindi catturata da un ragazzo incredibilmente magro, con evidenti problemi respiratori. Lo ha fatto sbarcare per primo.
Il giovane è stato condotto all’Ospedale Maggiore di Modica per una presunta tubercolosi polmonare.
Nel giro di qualche ora è morto in un letto d’ospedale mentre si apprestava a fare una Tac. “La causa del decesso è stata una cachessia – ossia un deperimento – polmonare”, specifica Ammatuna, che è anche il primario del pronto soccorso dell’ospedale di Modica.
Si chiamava Segen, aveva 22 anni, racconta Kepa Fuentes della missione di salvataggio. Segen era in fuga dall’Eritrea, il suo Paese d’origine.
Le condizioni di Segen, che pesava 35 chili per 1,70 m d’altezza, non erano invece state giudicate abbastanza gravi da giustificare un’evacuazione d’emergenza.
«Quando lo abbiamo soccorso era in ipotermia e presentava chiari sintomi di disidratazione e di malnutrizione», spiega Guillermo Caà±ardo, coordinatore del team medico di Open Arms. «Lo abbiamo riscaldato con delle coperte isotermiche, ha assunto cibo e acqua per via orale».
Prima di tentare la traversata del Mediterraneo, Segen in Libia c’era rimasto un anno e mezzo. Nei suoi racconti stentati aveva accennato a un «carcere» e aveva detto di essere stato trattenuto con la forza e schiavizzato.
“Troviamo casi sempre più gravi. Da quando l’Italia e l’Unione Europea stanno negoziando con la Libia, la condizione dei migranti che riescono a raggiungere le coste europee è in continuo peggioramento”.
“Che senso ha distinguere fra migranti economici e migranti politici?”, si chiede Ammatuna, il sindaco di Pozzallo, aggiungendo che i migranti a bordo della nave Proactiva su cui viaggiava Segen (alcuni dei quali sono affetti dalla scabbia) si trovano nel centro della cittadina siciliana. “Se non ci facciamo carico di loro, queste persone sono condannate a morte. Che sia di fame o per la guerra”.
(da “La Stampa”)
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