Marzo 13th, 2018 Riccardo Fucile
CINQUE ANNI DI PONTIFICATO CON NEMICI NEL COLLEGIO DEI CARDINALI E PARROCI CHE DISATTENDONO LE SUE INDICAZIONI QUANDO VANNO A TOCCARE I LORO INTERESSI
A Papa Francesco questi primi cinque anni di pontificato hanno donato sicuramente tanti amici, ma soprattutto molti e accaniti nemici.
Per Jorge Mario Bergoglio gli oppositori sono arrivati subito, a fumata bianca appena levatasi nel cielo, quando l’ormai ex arcivescovo di Buenos Aires, entrato in conclave a 76 anni compiuti, ovvero in età da dimissioni canoniche, ha rifiutato i segni della regalità pontificia: croce d’oro, mozzetta e scarpe rosse, rocchetto ricamato di pizzo e il trono per ricevere l’atto di obbedienza dei cardinali elettori.
Vederlo uscire vestito di bianco dalla cosiddetta “Stanza delle lacrime” per molti dei porporati che lo avevano appena votato è stato un vero e proprio choc. Soprattutto perchè il pontificato di Benedetto XVI, che si era concluso da appena due settimane, aveva rispolverato dal museo i paramenti di Pio IX e il trono di Pio XII.
Bergoglio divenuto Francesco non dimentica fin dal primo momento che la sua elezione è stata resa possibile dalle dimissioni del suo predecessore.
È proprio dal Papa emerito, le cui infondate voci di un aggravamento di salute si susseguono di settimana in settimana, che è arrivato il regalo più bello e inaspettato per questo quinto anniversario di pontificato.
Una lettera nella quale Benedetto XVI, da Bergoglio definito spesso “il nonno saggio a casa”, invita a “opporsi e reagire allo stolto pregiudizio per cui Papa Francesco sarebbe solo un uomo pratico privo di particolare formazione teologica o filosofica, mentre io sarei stato unicamente un teorico della teologia che poco avrebbe capito della vita concreta di un cristiano oggi”.
La risposta più eloquente ai nemici di Francesco che gli oppongono Benedetto XVI.
Nemici che in questi cinque anni si sono decisamente moltiplicati, soprattutto all’interno della Curia romana dove ci sono cardinali che non nascondono che se tornassero sotto le volte della Cappella Sistina non darebbero più il loro voto a Bergoglio.
Desacralizzante, comunista, marxista, peronista, eretico, scismatico e populista: le accuse non sono mancate e sono diventate di anno in anno, di riforma in riforma pesantissime. Alimentando il sogno sedevacantista di archiviare questo pontificato e di poter tornare presto ai fasti anacronistici del papato risorgimentale.
Nemici Francesco li ha avuti fin da subito nel collegio cardinalizio: da Raymond Leo Burke che ha più volte manifestato la sua volontà di “resistere alle decisioni papali”; a Carlo Caffarra, Walter Brandmà¼ller e Joachim Meisner che insieme a Burke si sono opposti alle aperture ai divorziati risposati; a Gerhard Ludwig Mà¼ller reo di aver ostacolato l’opera di tolleranza zero nel contrasto alla pedofilia del clero; fino ad Angelo Bagnasco che ha incarnato una Cei che non ha saputo per nulla sintonizzarsi sulla rivoluzione chiesta da Francesco di una “Chiesa in uscita, accidentata, sporca e ferita”.
Oppositori dichiarati come l’arcivescovo ciellino Luigi Negri che non ha mai risparmiato violentissimi attacchi contro Bergoglio e le sue aperture ai divorziati risposati.
Ma nemici sono anche quei vescovi e parroci che disattendono completamente le indicazioni pastorali di Francesco, soprattutto quando toccano i loro interessi.
E allora non di rado aumentano critiche, contestazioni e mal di pancia quando il Papa ribadisce con forza che le “messe sono gratis” e che non devono esistere tariffari per i sacramenti.
Così come quando attacca il lusso di cardinali, vescovi, preti e suore che vivono da faraoni, usano l’auto ultimo modello, amano il lusso e la vita agiata.
I nemici di Bergoglio sono anche i politici corrotti, chi sfrutta le persone con il lavoro in nero, chi ama le tangenti e i soldi sporchi, spesso macchiati di sangue.
Corruzione che, come Francesco ricorda spesso suscitando forti critiche curiali, è presente anche in Vaticano.
È qui che si gioca la credibilità di Bergoglio, amatissimo più fuori che dentro la stretta geografia cattolica. Un Papa che non predica bene e razzola male, come insegna un famoso detto della saggezza popolare, ma che vive per primo ciò che chiede alle gerarchie della sua Chiesa.
Rifiuta il lusso vivendo in un modesto bilocale di appena 70 metri quadrati in un semplice albergo come Casa Santa Marta e preferisce girare con un’utilitaria.
Nessuno dei capi dicastero della Curia romana in questi cinque anni di pontificato ha abbandonato il suo appartamento, in media di 400 metri quadrati, per seguire l’esempio di Francesco. Già questo è indicativo di quanto questo stile di vita decisamente controcorrente sia mal digerito da cardinali e vescovi arroccati sui privilegi secolari della casta clericale.
Eppure Bergoglio non ha paura di restare isolato, come del resto è chiamato a essere ogni Papa. E anche di avere chi rema contro le sue riforme soprattutto quando cerca di bonificare lo Ior, da sempre il luogo privilegiato dove in Vaticano si riciclano i soldi sporchi.
O di contrastare decisamente la piaga aberrante della pedofilia del clero.
Francesco non ha sicuramente paura della solitudine, nè dei nemici che anno dopo anno sembrano aumentare e diventare sempre più aggressivi nascondendosi dietro fake news, manifesti irridenti affissi per le strade di Roma o un falso Osservatore Romano che attacca la presunta poca misericordia di Bergoglio verso gli oppositori. Tra gli attacchi dei suoi nemici e la finta ammirazione dei carrieristi Francesco non ha dubbi: “Io ho allergia degli adulatori. Mi viene naturale, non è virtù. Perchè adulare un altro è usare una persona per uno scopo, nascosto o che si veda, ma per ottenere qualcosa per se stesso. È indegno. I detrattori parlano male di me e io me lo merito perchè sono un peccatore. Quello non mi preoccupa”.
(da “Il Fatto Quotodiano”)
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Marzo 13th, 2018 Riccardo Fucile
NON HA AVVERSARI, CHI POTEVA INQUIETARLO VIENE NEUTRALIZZATO DALLA MAGISTRATURA… UN PAESE IN MANO A EX FUNZIONARI DEL KGB CHE FINANZIANO I PEGGIORI PARTITI RAZZISTI PER DESTABILIZZARE L’EUROPA
Un un recente grottesco romanzo, Gli ultimi giorni di Vladimir P. (Michael Honig, ed. Frassinelli),
si racconta la lenta fine di un Putin vecchio, malandato e demente; siamo nel 2032, Volodja, l’ex presidente, ha ottant’anni, è sempre più incattivito, paranoico, ossessionato dai fantasmi del suo passato; è imbottito di farmaci, soffre di allucinazioni.
Spesso parla a poltrone vuote sulle quali solo lui vede seduto l’odiato ministro delle Finanze che è diventato presidente. Vladimir è confinato in una dacia poco lontano da Mosca, a Novo-Ogarevo. Poco è cambiato, dai giorni nostri: il contesto del futuro prossimo è infatti purtroppo familiare: corruzione, dissidenti incarcerati, oligarchi avidi, ministri che rubano, giornalisti ammazzati, cineasti in galera, il popolo che stringe la cinghia.
Nello staff che lo cura c’è Stepanin, il cuoco ubriacone. Che un giorno dice: “Vivere in Russia è vivere all’inferno. Se non fosse stato Vladimir a rovinarci, sarebbe stato qualcun altro”. La rassegnazione, quintessenza della tragedia russa.
E quintessenza del voto russo di domenica 18 marzo, quando verrà eletto presidente per la quarta volta il vero e niente affatto demente Vladimir Putin.
Un dèja-vu. Ormai, il Cremlino e Putin sono un tutt’uno. Un uomo solo al comando. Senza avversari. E chi poteva inquietarlo, come l’avvocato blogger Aleksej Navalny, è stato neutralizzato dalla magistratura.
Così, il candidato Putin si è presentato come “indipendente”, affrancandosi da Russia Unita, il suo partito. Campagna soft, pochissimi comizi, nessun confronto in tv — come in altre occasioni — ma tanta promozione e spazio ai successi oggettivi in politica estera.
Per avversari sette nani politici, a cominciare dalla famosa star televisiva Ksenija Sobcak, figlia di Anatolij, primo sindaco di San Pietroburgo eletto dopo il crollo dell’Urss, soprattutto mentore politico di Putin.
L’improbabile Ksenija si batte “contro tutti”, ma ha criticato Navalny perchè “sostenitore di una linea politica che danneggerebbe gli interessi della Russia”, e la destabilizzerebbe.
Guarda caso, quel che dice il Cremlino (in cambio, si dice, la bionda Sobcak otterrebbe la direzione di un canale tv).
Navalny, dal canto suo, ha rivolto un appello per disertare le urne, ma è un’arma spuntata. Nè hanno migliori prospettive il candidato del Partito Comunista Russo, l’agronomo Pavel Grudinin, o il liberal-conservatore Grigory Yavlinskiy che si presenta per la quarta volta con Yabloko: vuole superare lo “stalinismo mascherato” e il “capitalismo selvaggio al confine col feudalesimo”.
Predica rispetto della proprietà privata da parte dello Stato, concentrazione limitata dei beni, economia in sintonia con le imprese. L’esatto opposto dell’economia “diretta dall’alto”, cioè dal Cremlino.
Tutto rose e fiori per Putin? Mica tanto.
Nelle grandi città , i giovani, la nuova borghesia e i ceti intellettuali (salvo quelli di regime) non lo voteranno: a Mosca, gli ultimi sondaggi fissano Putin al 57 per cento.
Sono segnali. Che i putinologi pensano siano sintomi di una fragilità del “putinismo”: il complesso intreccio di affari, potere e controllo dei gangli vitali della Russia messa in piedi da Putin e dai suoi si starebbe, insomma, sfilacciando.
Per questo, Putin ha rilanciato l’immagine del “presidente forte” per una “Russia forte”. Si accredita come un autocrate muscoloso, in piena forma, l’uomo capace di raddrizzare la Russia con ogni mezzo.
Infatti la gestisce come il presidente di una multinazionale che delega le sue funzioni ai dirigenti delle filiali. Nel discorso alla nazione del primo marzo, Putin aveva dinanzi a sè la classe dirigente russa, ma in realtà si rivolgeva alla Casa Bianca quando ha svelato le nuove armi nucleari che “l’America non può intercettare” e che “nessun altro paese al mondo ha o potrà realizzare in breve tempo”.
Toni alla Krusciov. Rilancio dell’orgoglio russo: “Negli ultimi trent’anni abbiamo fatto progressi che ad altri Paesi sarebbero costati secoli”. Il futuro (naturalmente con lui alla guida del Cremlino per altri sei anni, come stabilisce l’opportuna riforma elettorale) riserveranno “fulgide vittorie”, se “saremo coraggiosi nelle aspirazioni, negli obiettivi, nelle azioni”.
Tre giorni dopo, primo vero bagno di folla. In diretta tv dallo stadio. Con 90mila spettatori: manco fosse la cerimonia inaugurale del prossimo Mondiale di calcio. Schierato in campo il “Putin team”, galassia di personaggi famosi: dal regista Nikita Mikhalkov al direttore artistico del Mariinsky, Valerij Gergiev, cantanti, campioni olimpici, attori, star tv. Consacrazione del Putin “padre della patria”. L’unico.
“Solo lui è il nostro presidente”, asserisce Mikhalkov. Un’icona pop, secondo i corrispondenti stranieri, che smorza i toni bellici e si trasforma in guru dei russi: “Vogliamo che il nostro Paese sia prospero e guardi al futuro, ai nostri figli e nipoti. Faremo di tutto per renderli felici”.
Parola d’ordine, gridata al microfono: “Siamo una squadra, vero?”. E come una squadra di football, i 90mila intonano il solenne inno russo prima della finale.
In verità , serpeggia insofferenza verso la piramide verticale del potere in cui spadroneggiano (nella misura del 70 per cento) ex funzionari ed agenti del Kgb e dell’Fsb (l’intelligence post sovietica).
A cominciare da Putin: tenente colonnello nel Kgb e direttore dell’Fsb, prima di diventare capo del governo nel 1999 e capo del Cremlino nel marzo del 2000, dopo Boris Eltsin. Una carriera lampo, misteriosa, enigmatica.
Di Putin continuiamo a sapere poco. A chi voleva approfondire, è stata tappata la bocca. Anche per sempre.
Vlad rispecchia il Paese? Ognuno, soprattutto nella sterminata periferia dell’impero, si identifica in questo uomo grigio e dall’apparenza ordinaria, vedendoci quello che ci volevano vedere.
Nei diciotto anni al Cremlino e dintorni ha domato l’economia, imbrigliato gli oligarchi, e messo il guinzaglio ai media. Guerre. Sanzioni. La questione ucraina, il ritorno ad una nuova guerra fredda, la crisi siriana, il cyberterrorismo, l’avvento di Donald Trump hanno spinto Putin ai vertici dell’attenzione e dei timori globali.
Il Cremlino è il rubinetto strategico del gas da cui dipende gran parte delle necessità energetiche Ue. Che Putin desidera meno compatta e meno solidale.
Con l’annessione della Crimea, Putin ha ferito l’Europa e i suoi principii. La Nato circonda la Russia? Replica con i viaggi a Kaliningrad, l’enclave tra Polonia e Lituania, per ammonire che Mosca i missili li ha dentro l’Unione Europea… Esercita ed esporta miliardi coi quali compra la lealtà della burocrazia europea. Crea il trend del sovranismo e del populismo, foraggia le “piccole patrie”, i movimenti estremi: la democratura fondata non sull’aritmetica della democrazia ma sull’esercizio della “verticale del potere”.
Fervente ammiratore dei kompromat (dossier compromettenti, marchio di fabbrica del Kgb), se ne serve per interferire nei processi democratici di chi gli vuol tenere testa. Ormai Putin è più di Putin.
Crede di essere il burattinaio del mondo. Ma, forse, è prigioniero del suo stesso enigmatico ed opaco labirinto.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 13th, 2018 Riccardo Fucile
IL GOVERNO CHE VUOLE E’ QUELLO SUO SENZA AVERE I VOTI SUFFICIENTI E FA APPELLO ALLA RESPONSABILITA’ (ALTRUI), MAI ALLA SUA
“Non siamo disponibili a immaginare una squadra di governo diversa da quella espressa dalla volontà popolare: c’è stata una grande investitura”: con queste poche parole pronunciate durante la conferenza stampa convocata presso la sede della stampa estera a Roma Luigi Di Maio ha dimostrato di non conoscere nulla di come funziona una democrazia parlamentare e di volere qualcosa che nessuno gli darà mai: governare un paese con il 33% totale dei parlamentari e senza uno straccio di accordo parlamentare con altri.
Di Maio ha fatto un appello alla responsabilità (altrui) comportandosi da allegro irresponsabile: ha affermato di avere il diritto di governare il paese con la sua squadra perchè “espressione della volontà popolare”, quando la volontà popolare, nella stragrande maggioranza, ha detto di non volere un governo guidato da Luigi Di Maio: ad essere precisi lo ha detto il 67% degli elettori italiani.
Ovvero tutti quelli che hanno liberamente scelto di non votare per il MoVimento 5 Stelle e per la squadra di governo scelta con criteri suoi dal vicepresidente della Camera.
Secondo Luigi Di Maio non può esistere un governo diverso da quello che lui ha deciso e ha inviato via mail a Mattarella, e sempre secondo Di Maio i leader degli altri partiti — che sarebbero impegnati in “giochi di potere”, ovvero nella transizione da un segretario all’altro (perchè Di Maio si rivolge a tutti ma pensa soltanto al Partito Democratico) — dovrebbero contattarlo per decidere insieme quale sia il bene del paese.
Lui, però, non contatta. Anche perchè quando hai “l’investitura popolare” chi te lo fa fare di contattare gli altri? Sono gli altri che ti devono chiedere se per favore possono farti l’onore di appoggiare il tuo governo senza chiedere nulla in cambio.
C’era una volta la democrazia parlamentare
La Costituzione più bella del mondo deve essere quindi archiviata in nome di un particolare tipo di plebiscito: quello che dà il potere a chi ha votato lo schieramento giusto.
E tutto ciò nonostante non stia scritto da nessuna parte della Costituzione più bella del mondo che il partito che raccoglie la maggior percentuale di voti debba per forza governare. Per farlo deve arrivare ad avere la maggioranza dei deputati e la maggioranza dei senatori.
Tutto ciò Di Maio lo sa benissimo ma, come nella tradizione del MoVimento 5 Stelle, se ne frega.
“La seconda forza politica — ha rivendicato — è a oltre 10 punti da noi, c’e’ stata una grande investitura nei confronti del M5S”, ha detto ancora.
Un modo che è tipico di chi vuole comandare, non governare.
E ancora: “Dobbiamo metterci d’accordo sui temi, non sulle cariche. Aspetto una interlocuzione con le forze politiche, si facciano avanti”, ha detto dopo aver precisato che sulle cariche ha deciso tutto lui.
È un modo talmente incredibile di porre la questione della governabilità che non mancherà qualche fesso a cascarci.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 13th, 2018 Riccardo Fucile
MAI VISTA UNA CONFERENZA STAMPA CON I TIFOSI SUGLI SPALTI… SALVINI INSULTA I GIORNALISTI: “CHI E’ INFASTIDITO DAGLI APPLAUSI PUO’ ANCHE ANDARSENE”
Proteste dei giornalisti nella sala stampa del Parlamento Europeo, a Strasburgo, all’inizio della
conferenza stampa del leader della Lega Matteo Salvini.
La sala si è riempita, oltre che di cronisti, anche di europarlamentari e di persone del gruppo Enf, che hanno applaudito il politico italiano all’ingresso in sala e non appena ha iniziato a parlare.
Si sono levate proteste da parte dei giornalisti, trattandosi di una conferenza stampa e non di un comizio elettorale, per la folta claque che ha applaudito Matteo Salvini a ogni sua risposta durante la conferenza stampa.
Salvini, in delirio di onnipotenza, ha riposto irritato: “Se a qualcuno non piace il risultato elettorale può andarsene, vedo che a sinistra c’è molta gente nervosa e questo mi fa piacere”.
A un reporter austriaco che gli ricorda di aver assistito ad un episodio simile l’ultima volta in Senegal, il leader della Lega ha risposto ironico: “Viva il Senegal se la pensa come noi”.
Chi lo conosce lo evita.
(da agenzie)
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Marzo 13th, 2018 Riccardo Fucile
AVEVA 22 ANNI, E’ STATO TRASFERITO IN OSPEDALE MA ERA TROPPO TARDI… E POI QUALCHE POLITICANTE LARDOSO HA ANCORA IL CORAGGIO DI PARLARE DI “GIOVANOTTI BEN NUTRITI”
È morto di fame un migrante eritreo arrivato ieri a Pozzallo, a bordo della nave della organizzazione non governativa spagnola Proactiva Open Arms.
Appena sbarcato, il giovane, 22 anni, è stato trasferito immediatamente all’ospedale Maggiore di Modica, ma non c’è stato nulla da fare.
“Il ragazzo è stato assistito dopo il soccorso – dice Carmelo Scarso, medico dell’Asp di Ragusa – ma chissà per quanto tempo non ha mangiato. Aveva un deperimento organico avanzato, era scheletrico. Ne abbiamo visto tanti di migranti che arrivano provati, ma questo superava ogni limite”.
La diagnosi è stata: cachessia, in altre parole è morto di fame.
“Una pena enorme – dice il sindaco di Pozzallo, Roberto Ammatuna – Ieri abbiamo assistito a uno sbarco tragico, abbiamo visto una situazione impressionante di denutrizione non solo nel ragazzo che purtroppo non ce l’ha fatta, ma anche nei suoi compagni di viaggio. Erano tutti pelle e ossa, sembravano usciti dai campi di concentramento nazisti. Gente disperata, malnutrita: è stato terribile. Cinquantotto dei migranti approdati sono già in cura, ma quello che davvero ha lasciato a bocca aperta erano le loro condizioni fisiche: scheletri, uomini, donne e bambini senza un filo di adipe, solo un mucchio di ossa”.
(da agenzie)
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Marzo 13th, 2018 Riccardo Fucile
ACCORDO VICINO TRA MANEGGIONI PER SPARTIRSI LE POLTRONE: GIORGETTI ALLA CAMERA E TONINELLI AL SENATO
Dopo la doccia fredda dell’esito della direzione del Pd che chiude a ogni ipotesi di intesa, la
pazienza della leadership grillina sta per finire. E Luigi Di Maio sarebbe intenzionato ad anticipare il suo piano B, quello che con i suoi uomini aveva definito l’«extrema ratio»: chiudere un accordo con la Lega su una legge elettorale con premio di maggioranza e tornare al voto entro un anno.
Per realizzarlo però serve un governo. E vista l’irriducibilità degli avversari, il M5S sarebbe pronto a dare un sostegno esterno a un esecutivo non politico, del Presidente, cioè garantito da Sergio Mattarella, con tutti dentro e con un solo scopo: cambiare le regole del gioco.
L’accelerazione di queste ore è legata alla direzione Pd. Vedere una chiusura netta a qualunque ipotesi di un’alleanza con i grillini, ha stizzito il vertice del M5S. Le mosse sono state rapide, come le telefonate.
Gli emissari di Di Maio e di Matteo Salvini si sono sentiti e hanno firmato la prima intesa, anticamera al patto finale.
Se tutto sarà confermato, la presidenza del Senato dovrebbe andare a Danilo Toninelli, e quella della Camera al leghista Giancarlo Giorgetti. Un capovolgimento dell’opzione iniziale che prevedeva Roberto Calderoli a Palazzo Madama e il grillino Emilio Carelli a Montecitorio.
Ma da ambienti leghisti raccontano di una forte insistenza dei 5 Stelle per avere la camera alta.
Il motivo? La convinzione che se si dovesse tentare un mandato esplorativo, sarà meglio farlo da protagonisti ma con la copertura istituzionale della seconda carica dello Stato, per evitare di bruciare, con un azzardo politico, Di Maio.
Alla chiusura della direzione dem, Di Maio irrompe furioso su Twitter:
«Gli italiani si aspettano responsabilità da chi ha fatto questa legge elettorale, ma assistiamo ai soliti giochi di potere sulla pelle dei cittadini». Citando il Rosatellum come causa della palude, lascia una traccia che porta dritto al dialogo aperto con la Lega. Poche ore prima era stato Luca Zaia, governatore del Veneto, leghista, a sostenere come unica alternativa a un esecutivo guidato dal capo del Carroccio, «un governo politico a tempo per fare la legge elettorale e andare a votare».
Il M5S ci starebbe ma a condizioni ben precise: il governo non dovrà essere «politico», nessun ministro del M5S dovrà farne parte, ma anche nessuno degli altri partiti; dovrà essere coinvolta anche la Lega, perchè i grillini non vogliono dare un vantaggio competitivo all’avversario, e dovrà avere una data di scadenza che corrisponde all’approvazione della legge elettorale.
Di questo piano sono informati pochissimi oltre a Di Maio.
Tra questi, almeno due ministri-ombra pesanti della squadra di governo presentata prima del voto. Entrambi confermano alla Stampa il patto con Salvini: «Sarebbe un esecutivo breve, a cui il M5S darebbe una sorta di appoggio esterno, che servirà a disinnescare le clausole di salvaguardia e a inserire un premio di maggioranza per chi prenderà il 40%».
È l’unica formula che non risulterebbe indigesta a Di Maio, perchè evita la contaminazione politica del M5S in un governo dove non sia lui il premier.
E deve prevedere l’assoluta certezza che anche la Lega sarà pronta a levargli l’appoggio nel caso in cui il premier non si dimettesse, una volta raggiunti gli obiettivi di una manovra economica light e dei correttivi alla legge elettorale.
La Lega nel frattempo avrebbe compiuto l’opera di egemonizzazione del centrodestra. E il nuovo bipolarismo, che è già all’orizzonte, si strutturerebbe come realtà : «Con il premio al 40% ce la potremmo giocare solo noi e la Lega», è il ragionamento Di Maio, pronto a scippare un altro pezzo di elettorato al Pd e alla sinistra.
In fondo, il sostegno percepito da parte della Chiesa, l’ammorbidimento dei toni sui migranti, la svolta governista sulle Olimpiadi e la linea soft su euro ed Europa, sono il terreno sul quale Di Maio si sta già costruendo come alternativa a Salvini per le prossime elezioni.
(da “La Stampa”)
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Marzo 13th, 2018 Riccardo Fucile
PRESENTATO DA UNA EX ATTIVISTA, ASSISTITA DALL’AVV. BORRE’: “GLI ATTIVISTI ESCLUSI MERITANO RISPETTO”
L’ex attivista del M5S Debora Borgese rappresentata dall’avvocato Lorenzo Borrè sta per presentare un esposto per chiedere alla magistratura se sussistano i presupposti per procedere contro i parlamentari che avrebbero falsificato i bonifici, come emerso nel corso dell’inchiesta condotta da “Le Iene Show” sul caso Rimborsopoli.
La tesi dell’esposto è che grazie all’artificio della falsa attestazione di restituzioni che non sono state in realtà effettuate, i parlamentari successivamente eletti Buccarella, Martelli e Cecconi «hanno artatamente creato una falsata rappresentazione della realtà , che ha indotto in errore l’associazione che li ha candidati (e segnatamente l’on.le Luigi Di Maio, il quale ha più volte chiarito che la falsa attestazione delle — in realtà non avvenute — restituzioni era incompatibile con la permanenza nell’associazione/partito, circostanza peraltro confermata per fatti concludenti dalle sopra ricordate espulsioni irrogate nei confronti di altri parlamentari iscritti all’associazione del 2009 per violazioni del codice etico assai meno gravi, nonchè dalla minaccia di espulsioni nei confronti dei fedifraghi, cui sarebbe stata imposta, fuori tempo utile, la firma di un atto di rinuncia alla candidatura che non ha alcun effetto, così come non ha[vrebbe] alcuna cogenza riguardo alla rinuncia alla carica elettiva conseguita).
La tesi dell’esposto è che il comportamento degli eletti possa essere sanzionato dal combinato disposto degli artt. 640 e 61 n. 7 (ultima parte) del Codice Penale. L’articolo 640 parla del reato di truffa mentre il 61 spiega quali sono le aggravanti dell’eventuale reato.
Aver esibito attestazioni di bonifici poi revocati, spiega l’esposto, ha “procurato un ingiusto profitto a chi lo ha posto in essere in quanto ha consentito ai fedifraghi di concorrere ad una prestigiosa e ben remunerata carica elettiva, poi effettivamente ottenuta”.
Le loro condotte appaiono “determinate da motivi di lucro e hanno cagionato alle persone offese (ovvero coloro che avrebbero potuto essere eletti al posto dei candidati) un danno patrimoniale.
Ma anche il gruppo parlamentare dell’associazione/partito M5S “subirà un danno patrimoniale di rilevante gravità in quanto i finanziamenti che il Gruppo riceve sono commisurati al numero dei parlamentari iscritti”.
«Non nascondo i miei personali dubbi e perplessità verso chi è rimasto in silenzio e non ha promosso alcuna iniziativa per tutelare i propri diritti e lo svolgimento di una leale competizione elettorale», dichiara Debora Borgese.
«Se l’allontanamento di questi parlamentari fosse avvenuto in tempi precedenti delle parlamentarie, si presume che questi candidati venissero esclusi a priori. Oggi invece si parla di “condono”: gli attivisti esclusi meritano rispetto, come il Capo Politico che nella passata campagna elettorale ha dovuto affrontare anche questa umiliazione».
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 13th, 2018 Riccardo Fucile
LA CORTE DEI CONTI INDAGA SUI TRE MILIONI DI EURO FINITI A DE GREGORIO CHE FECE CADERE IL GOVERNO PRODI
Se Silvio Berlusconi crede che il caso della presunta compravendita di Sergio De Gregorio, ex
senatore dell’Italia dei valori, appartenga ormai al passato, si dovrà ricredere.
La procura della Corte dei Conti del Lazio ha infatti aperto un fascicolo sui tre milioni di euro finiti nei conti del Movimento Italiani nel Mondo di De Gregorio, passato nel 2007 al centrodestra e tra gli artefici della caduta del secondo governo Prodi.
Ora il Cavaliere rischia di pagare di tasca propria gli effetti finanziari di quel tracollo politico. I magistrati contabili sono infatti pronti a chiedergli un maxi-risarcimento per il danno d’immagine subito dallo Stato e per la progressiva crescita dello spread innescata dalla caduta dell’esecutivo di centrosinistra.
L’indagine delle toghe di viale Mazzini è partita dopo la fine del processo penale a carico del leader di Forza Italia. In primo grado, l’8 luglio 2015, Berlusconi era stato condannato a tre anni di reclusione per corruzione dal tribunale di Napoli assieme all’ex direttore dell’Avanti, Valter Lavitola.
Poi, in appello, il 20 aprile 2017 era arrivata la prescrizione. Con una pesante nota a margine: per i giudici di secondo grado, l’ex premier “ha pacificamente agito come privato corruttore e non certo come parlamentare nell’esercizio delle sue funzioni”.
“Le dazioni di denaro effettuate da Berlusconi, tramite Lavitola, a De Gregorio sono state effettuate – si legge ancora nelle motivazioni di quella sentenza – quale corrispettivo della messa a disposizione del senatore e, quindi, della sua rinuncia a determinarsi liberamente nelle attività parlamentari di sua competenza, e non certo come mero finanziamento al Movimento Italiani nel Mondo. Tant’è vero che il 24 gennaio 2008, votando la sfiducia alla maggioranza della quale solo quattro mesi prima faceva parte, De Gregorio contribuì a mettere la parola fine al secondo esecutivo guidato da Romano Prodi”.
A questo punto il dossier è finito alla Corte dei Conti, che ha delegato le indagini alla Finanza sugli effetti della caduta del governo sullo spread.
Il 6 maggio 2008, ultimo giorno prima dell’addio del professore, la differenza tra il valore dei Btp italiani e dei Bund tedeschi era fermo a 43,3. Da lì in poi il valore è salito senza soluzione di continuità : alla fine del governo Berlusconi IV era arrivato a 522,8 punti. L’ipotesi dei pm contabili è che il boom possa essere contestato proprio ai protagonisti dell’inciucio.
Ma non è finita qui. Capitolo danno all’immagine: la Corte dei Conti può chiedere fino al doppio del valore della tangente pagata o intascata da un pubblico ufficiale o da un dipendente della pubblica amministrazione. E, sebbene il reato sia caduto in prescrizione, i giudici di secondo grado sono stati molto chiari rispetto alla condotta tenuta da Berlusconi e da De Gregorio: “È del tutto pacifico che Berlusconi abbia agito, direttamente o attraverso Lavitola, con assoluta coscienza di corrompere un senatore, compensando la condotta del pubblico ufficiale contraria ai suoi doveri di parlamentare con l’ingente somma di tre milioni di euro”.
Che, raddoppiati, fanno salire l’ipotetico danno erariale a sei milioni di euro.
(da “La Repubblica”)
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Marzo 13th, 2018 Riccardo Fucile
LO SCRITTORE DI PAOLO: “GLI ADULTI SPAVENTATI DALLA CRISI HANNO DECISO IL RISULTATO DEL VOTO”
Paolo Di Paolo sta scivolando con i suoi 34 anni lentamente fuori dalla categoria giovani, ma ci rimane immerso, frequenta università , licei, tiene i radar accesi sulla sua generazione e quelle che la precedono. Parla con loro, alle sue presentazioni accorrono in tanti.
Ha discusso a lungo prima del 4 marzo con molti ragazzi per capire come si muovessero sull’onda lunga del cambiamento, che con più o meno precisione, tutti vedevano arrivare. Non ha ricette da vendere, ma una convinzione: «Non è detto che questa sia una rivoluzione di giovani per i giovani».
Partiamo da qui. Che rapporto hanno i venti/trentenni con la politica?
«Una delle cose che faccio più spesso è andare nelle scuole, e mi diverte molto provocare gli studenti. Chiedo loro della realtà che li circonda e li ho interrogati sulle elezioni, su quale schieramento si sarebbero orientati. Le risposte hanno manifestato disillusione, quando non apatia: una distanza quasi incolmabile da superare. Non lo capiamo, non ci interessa, non è cosa per noi, ripetono».
Oltre a questo dato comunque c’è un altro filo che li unisce?
«Sì, e mi ha colpito molto. Soprattutto i ragazzi nati a cavallo tra i due secoli, quelli andati a votare per la prima volta chiedono una cosa che non mi sarei mai aspettato, viste le premesse. Vorrebbero professori più “impegnati”, che spendessero più tempo a spiegare loro i fondamentali della vita pubblica. Questo, nelle nostre scuole, avviene di rado: i docenti, anche legittimamente, sono prudenti, o addirittura spaventati da polemiche e attriti con i genitori».
Salendo di qualche anno, arriviamo a una generazione più volte definita come perduta: senza lavoro, senza prospettive. Ha influito sul voto?
«Sì, certo. Nelle cene con i miei coetanei l’aria di disincanto era palpabile. Il non voto o la scheda bianca erano la tentazione più condivisa, con frasi del tipo: no, no, questa volta proprio non ce la faccio. Qualcuno ha volutamente “disperso” il voto verso formazioni minuscole, pur sapendo benissimo che non sarebbe stata una scelta decisiva. Ma alla fine, comunque, l’astensionismo nella fascia giovane non è stato oceanico, anzi».
Questo dimostra che non sono stati i giovani gli artefici della rivoluzione: chi sono stati i protagonisti?
«Mai come oggi nella storia dell’Italia, ma penso anche al resto del mondo, c’è una frattura così profonda tra adulti e giovani. A terremotare il panorama politico credo sia stata soprattutto la generazione di mezzo, quella che nel corso di questi anni difficili ha visto rimpicciolire sempre di più il proprio spazio, le proprie certezze. Inascoltati dalle forze tradizionali, le hanno abbandonate. E se i ragazzi sono nati post-ideologici, i loro padri sembrano esserlo diventati per disperazione».
Ma in teoria i giovani dovrebbero essere il motore di una nazione. Come si fa a risollevarsi senza la loro potenza?
«Non lo so, ma non vorrei svegliarmi quarantenne in un paesaggio dove il sentire comune si nutre solo di rancore. Bisogna ricostruire spazi di azione politica. Spesso la mia generazione si affida all’impegno sociale, al volontariato, ed è bellissimo, ma conta anche – per citare il giovane Gobetti, a cui ho dedicato un romanzo – restare politici nel tramonto della politica».
Non pensa che per far questo serva anche un ruolo più attivo degli intellettuali, mai così silenziosi come questa volta?
«Assolutamente sì. Sono, anzi siamo, stati in disparte, per imbarazzo forse: abbiamo smesso di porre temi al centro del dibattito, abbiamo rinunciato a lavorare sulle parole, lasciando che prevalessero le peggiori del vocabolario pubblico, le più pericolose. Prenda la parola “sicurezza”: era in tutti i programmi. Ma cosa significa di preciso? È una parola-bandiera, troppo facile e approssimativa».
Cosa suggerisce ora come rimedio?
«Basta chiudersi dentro le nostre rassicuranti comfort zone. Sono importanti i saloni del libro, ma non bastano. Apriamo le finestre, facciamo entrare domande nuove».
Nel solco di quello che lei dice c’è stata forse anche una sorta di demonizzazione di 5Stelle e Lega. Concorda?
«Demonizzati non so, ma sicuramente c’è diffidenza reciproca. O almeno c’è stata fino all’altro ieri. Salvini e Grillo non amano gli intellettuali – parola che usano come un insulto – e gli intellettuali sembrano (o sembravano) non amare Salvini e Grillo. E ora? Forse rintanarsi in una opposizione astratta, mentale, è facile. Cercare uno spazio di dialogo, con i cittadini più che con i leader, è necessario».
Oltre a sicurezza una delle parole oscure, velenose di questa campagna elettorale è stata «Europa», vista solo in chiave negativa. Che ne pensa?
«Ecco, su questo terreno potrebbero giocare un ruolo decisivo e salvifico i giovani. I più anziani la detestano, riescono a vedere solo i diktat di Bruxelles o della Merkel, ma tra i ragazzi il sentimento è diverso. Per molti di loro l’Europa è una sola immensa città : così l’hanno scoperta e vissuta. Tempo fa, ho fatto un esperimento che mi ha molto emozionato».
Quale?
«Ho domandato, con alcuni amici scrittori, a un gruppo di ragazzi di completare la frase “Se dico Europa”. Dite la prima cosa che viene in mente. Hanno restituito solo esperienze e immagini positive: non politiche, questo no, ma vitali, luminose».
Come si può tradurre questo in politica?
«Ripartendo proprio da un paesaggio emotivo, da una conquista – un continente senza passaporti – che stiamo mettendo in discussione. Sono convinto che se le forze vincenti confermassero le loro spinte anti-europeiste, l’elettorato giovane proverebbe a frenarle».
(da “La Stampa”)
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