Destra di Popolo.net

GENOVA, A RIPULIRE IL TUNNEL DI CASTELLETTO CI SONO ANDATI PROFUGHI E ALUNNI

Marzo 13th, 2018 Riccardo Fucile

I SOVRANISTI HANNO DA PENSARE ALLE POLTRONE E A   CACCIARE GLI IMMIGRATI, DEL DEGRADO REALE SE NE FOTTONO

I migranti richiedenti asilo e i bimbi delle scuole insieme per rimettere a nuovo il tunnel pedonale tra corso Magenta e via Acquarone.
A unirli ci ha pensato un gruppo di mamme che ogni giorno percorre quella galleria a Castelletto per portare i figli a scuola.
«Abbiamo lavorato per quasi due anni in questo progetto finanziato da Amiu e promosso dal municipio Centro Est con la collaborazione delle scuole dell’Istituto comprensivo Castelletto e della cooperativa Agorà  – dice Isabella Patrignani, rappresentante del comitato spontaneo per la riqualificazione del tunnel Corso Magenta Via Acquarone – La galleria era ridotta in uno stato pietoso, deturpata da sporcizia di ogni tipo e graffiti. Alla fine siamo riuscite a centrare l’obiettivo, ripulendo tutto con il coinvolgimento di tantissimi cittadini che hanno voluto darci una mano».
L’opera di pulizia, avvenuta sabato e domenica scorsi, è solo una parte del progetto di riqualificazione: «Per prima cosa bisognava riportare a nuovo il tunnel, praticamente irriconoscibile tanto era rovinato – dice Patrignani – Adesso si tratta di abbellire questo spazio, con l’intervento dei 400 bambini delle scuole coinvolte: Mazzini, San Paolo e Bertani. Insieme hanno realizzato dei quadri con materiali riciclati, dai tappi di sughero alle bottiglie di plastica. Le loro opere saranno esposte nella prima parte della galleria. Nel tratto verso via Acquarone dovrebbero essere realizzati dei graffiti che vorremmo far realizzare a un gruppo di writer che ha decorato uno dei piloni della Sopraelevata nell’ambito del progetto artistico Walk The Line. Siamo molto contente perchè abbiamo coinvolto i più giovani in questo lavoro facendoli partecipare a un’operazione su una struttura che loro utilizzano tutti i giorni e che fa parte della nostra città ».
“Dopo aver fatto una festa nel quartiere per parlare a tutti delle nostre idee. nel giugno del 2016, abbiamo individuato le fasi dell’intervento: i laboratori dei ragazzi per la produzione dei quadri con l’utilizzo di materiali da riciclo e il coinvolgimento dei richiedenti asilo ospitati nelle strutture di Agorà  per il lavoro di pulizia. Sono poi seguiti mesi per ottenere le autorizzazioni, reperire i materiali per pulire, pensare al restyling».
I dieci migranti che hanno effettuato l’intervento, insieme a una trentina di volontari, sono stati messi in regola in collaborazione con la piattaforma Start Refugees. L’ultima parte del progetto – la posa dei quadri – avverrà  a breve: «È stata un’esperienza molto bella – dice il volontario Francesco Ferrari – Un grande esempio di senso civico e di vera integrazione».

(da “il Secolo XIX”)

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AUSTRIA, VIETATO INDAGARE SUI GRUPPI NEONAZISTI, RISCHIO EMERGANO LE PROVE COLLUSIONI TRA FPO ED EVERSORI

Marzo 13th, 2018 Riccardo Fucile

IL MINISTERO DEGLI INTERNI FA PERQUISIRE LA SEDE DEI SERVIZI SEGRETI DALLA POLIZIA

Al momento dell’irruzione nella sede dell’Ufficio federale per la tutela della Costituzione e la lotta al Terrorismo Bvt (i servizi segreti austriaci) gli agenti di un commando speciale della polizia erano armati fino ai denti e indossavano giubbotti antiproiettile e passamontagna.
Poco prima avevano ricevuto l’ordine di procedere alla perquisizione degli uffici dell’intelligence nell’ambito di un’inchiesta del dipartimento anticorruzione della procura di Stato nei confronti di tre dipendenti dei servizi segreti accusati di appropriazione indebita di fondi pubblici e di altri reati.
Nel corso della singolare quanto misteriosa operazione, avvenuta già  la scorsa settimana ma venuta alla luce solo nel corso del fine settimana, gli agenti avrebbero però sequestrato anche un grande quantitativo di cd, dvd, telefoni cellulari, computer e fascicoli appartenenti al dipartimento dell’antiterrorismo e a quello specializzato nella lotta all’estremismo di destra e nell’osservazione delle confraternite studentesche – le famigerate Burschenschaften d’ispirazione ultra nazionalista, revanscista e anche xenofoba.
Confraternite alle quali appartengono anche oltre un terzo dei deputati dell’ultra destra populista della Fpà¶, il partito alleato nel governo del cancelliere Sebastian Kurz (à–vp).
Il vero scopo della discussa operazione potrebbe proprio essere stato quello di cancellare tutti i documenti e le prove riguardanti le attività  sovversive e anche illegali compiute in passato da queste associazioni studentesche e di cancellare eventuali prove in grado di compromettere i deputati e rappresentanti della Fpà¶.
Quello sollevato dalla stampa austriaca e dai partiti dell’opposizione è un sospetto gravissimo in grado di provocare a Vienna uno scandalo istituzionale senza precedenti e di far vacillare la coalizione di governo già  pochi mesi dopo il suo insediamento.
Gli interrogativi e i punti d’ombra attorno all’operazione non mancano di certo.
Come mai a prendere parte alla perquisizione non sono stati i responsabili anticorruzione del ministero della giustizia (controllato dal partito popolare del cancelliere Kurz), bensì gli agenti del gruppo operativo Egs che normalmente si occupa di scippi, rapine o di spaccio di stupefacenti e che sottostà  al ministro degli Interni Herbert Kickl del Fpà¶?
L’ordine per una perquisizione nella sede niente po’ po’ di meno dei servizi segreti inoltre, non può essere certamente arrivato dal basso, ma da un alto funzionario se non dal ministro stesso. Può essere una semplice coincidenza il fatto che il comandante del gruppo operativo Egs sia un noto esponente del partito di estrema destra della Fpà¶?
L’intera vicenda mette sotto pressione il cancelliere Kurz e rappresenta al tempo stesso il forte conflitto di competenze all’interno del suo esecutivo.
In gioco c’è a questo punto la stessa affidabilità  di un’alleato di governo considerato fin dall’inizio come pericoloso e ad alto rischio.
Il presidente austriaco Alexander van der Bellen ha definito i retroscena della vicenda e le modalità  della perquisizione negli uffici dei servizi segreti come estremamente inconsuete ed irritanti ed ha chiesto ai responsabili immediate spiegazioni e chiarimenti.
Il ministro degli Interni Herbert Kickl (Fpà¶) ha respinto invece tutte le accuse e i sospetti mossi nei confronti del suo partito.

(da agenzie)

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ADDIO A LUIGI NECCO, GIORNALISTA SPORTIVO E VOLTO STORICO DEL 90° MINUTO

Marzo 13th, 2018 Riccardo Fucile

AVREBBE COMPIUTO 84 ANNI A MAGGIO… NEL 1980 FU GAMBIZZATO DAGLI UOMINI DI CUTOLO

E’ deceduto questa notte all’ospedale Cardarelli di Napoli, dove era ricoverato da alcuni giorni, Luigi Necco, noto giornalista napoletano e volto storico per 15 anni di 90′ minuto della Rai negli anni degli scudetti del Napoli di Maradona.
Un pezzo di storia del giornalismo partenopeo. Era esperto anche di archeologia: un programma che ha seguito per anni e amava molto era “L’occhio del Faraone”.
Ha diretto l’Ente provinciale per il turismo e, negli ultimi anni, curava una trasmissione dal titolo L’emigrante sull’emittente Canale 9.
Necco è stato per cinque anni anche consigliere comunale a Napoli, per il Pds. E negli ultimi anni si dedicava ai progetti di legalità  per le scuole con la Prefettura di Napoli e l’ordine dei giornalisti della Campania.
Avrebbe compiuto 84 anni a maggio. E’ morto a causa   di una grave insufficienza respiratoria. Alle 10 di questa mattina Necco viene commenmorato dai giornalisti napoletani all’Università  Federico II, in via Cortese, durante un corso di formazione su “Sport e informazione”.
Una vita intensa e non priva di pericolo. Nell’ottobre del 1980, Necco al 90esimo minuto raccontò che l’allora presidente dell’Avellino, Antonio Sibilia, era andato, accompagnato dall’allora calciatore brasiliano Juary, a una delle tante udienze del processo in cui era imputato Raffaele Cutolo, capo della Nuova Camorra Organizzata e che durante una pausa Sibilla aveva salutato il boss con tre baci sulla guancia e gli aveva consegnato, tramite Juary, una medaglia d’oro con dedica («A Raffaele Cutolo dall’Avellino calcio»).
Pochi giorni dopo, il 29 novembre 1981 il giornalista venne gambizzato in un ristorante di Avellino per mano di tre uomini inviati da Vincenzo Casillo detto ‘O Nirone, luogotenente di Cutolo fuori dal carcere.
“Con Luigi Necco muore un maestro del giornalismo napoletano. Giornalista d’inchiesta, sempre da pungolo per tutti. Con Lui ho avuto un rapporto autentico, di stima e di affetto reciproci, gli ho sempre voluto bene anche quando capitava che non ne condividevo le analisi sulla Città . Un forte abbraccio personale alla famiglia ed al mondo dei giornalisti ai quali anche Necco, da pensatore libero, non risparmiava critiche. Ci resterà  il ricordo della sua arguzia, della sua ironia e della sua straordinaria competenza sportiva ed archeologica” è il messaggio di cordoglio del Sindaco Luigi de Magistris.
Il caporedattore centrale del Tgr Campania, Antonello Perillo, gli dedica un tweet: “Addio al grande Luigi Necco. Per sempre nel cuore della famiglia Rai e di milioni di telespettatori che non lo dimenticheranno mai”.

(da agenzie)

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A CASAL DI PRINCIPE, NELLA CASA CHE ACCOGLIE DONNE IN FUGA DALLA VIOLENZA

Marzo 13th, 2018 Riccardo Fucile

NATA NEL 2012 NEL CUORE DELLA TERRA DEI FUOCHI E DELLA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA IN UNA VILLETTA SEQUESTRATA AL CLAN DEI CASALESI

«L’etichetta? Va stesa con delicatezza sul barattolo. Non deve avere rialzi, altrimenti va staccata e riattaccata. Aiutati con la mano, accompagnala».
Il tono di Carmela è dolce. Angelica è arrivata da poco a ‘Casa Lorena’, sta imparando a confezionare marmellate come le altre donne di questo centro antiviolenza nato nel 2012 a Casal di Principe nel cuore della terra di Fuochi e della criminalità  organizzata in una villetta sequestrata al clan dei Casalesi. E’ la scommessa sul futuro di chi ha avuto il coraggio di mettere da una parte un passato di violenze e abusi.
Angelica ascolta le parole di Carmela, stacca l’etichetta e la pone con cura sul barattolo. «Ora va meglio», la incoraggia la sua compagna. Ora va meglio davvero per Angelica e le altre donne di Casa Lorena. Una ha un figlio di pochi mesi ed è in partenza per un’altra struttura, un’altra vive lì da cinque anni per sfuggire alle violenze del padre e del nonno.
Altre tre arrivano la mattina presto e vanno via nel pomeriggio. Si occupano del laboratorio di marmellate, hanno uno stipendio, muovono i primi passi nel mondo da sole, senza i mariti-padroni che per anni le hanno obbligate a subire ogni forma di violenza secondo una personale interpretazione delle formule ‘nella buona e nella cattiva sorte’ e del ‘finchè morte non ci separi’ pronunciate durante il matrimonio.
Le loro storie sembrano ambientate in chissà  quale epoca lontana impregnate come sono di una cultura di sottomissione che a volte diventa quasi schiavitù. Invece quando chiedi le date dei processi, delle cause di separazione, emerge una realtà  ancora più triste: i sorprusi erano in atto fino a poche settimane fa e potrebbero continuare se solo ad un certo punto queste donne non avessero deciso di aprire gli occhi e di andare.
Mena Delle Curti ha impiegato 38 anni per capire. «Volevo che i miei figli crescessero», spiega. Ora di anni ne ha 59, un terzo dei quali trascorsi tra schiaffi, insulti, minacce, colpita con un fucile a proiettili di sale, chiusa nel bagno, nei pozzi, fuori casa per lasciare campo libero al marito che doveva stare con altre donne. Quante volte ha pensato di andare via? E quante volte è rimasta?
§Il suo racconto e quello delle altre donne è una lunga serie di «sono andata da mia mamma, mi è venuto a prendere, mi ha promesso di smettere, dopo un po’ ha ricominciato a picchiarmi».
E’ un giro senza fine di violenze che si può interrompere in pochi modi. Mena ha provato a andare sui binari della ferrovia e aspettare un treno. L’ha salvata una donna che la conosceva. Allora ha deciso di provare l’altra strada, denunciare e diventare una donna in fuga.
«Non voglio più tornare a casa», ha chiarito alle forze dell’ordine. Sono le parole che fanno aprire i centri. Le donne vengono accolte con i figli, se li hanno. Restano alcuni mesi, il tempo di ritrovare sè stesse, una casa e un lavoro, i requisiti necessari per affrontare quello che accadrà  quando saranno di nuovo fuori: i pedinamenti, gli agguati, l’angoscia a ogni istante.
Il marito di Mena ancora la insegue, prova a tenerla sotto controllo con strani congegni infilati sotto l’auto, le da il tormento facendole credere di volerla investire. «Quando sono in strada ho paura», ammette lei che con le marmellate di casa Lorena riesce ormai a pagare una casa in affitto, ha acquistato un’auto e per la prima volta in quasi sessant’anni di vita si sente padrona della sua vita.
§Alla nipote che le chiede perchè non trova un nuovo compagno risponde: «No, grazie, voglio stare da sola». Chissà  se riuscirà  mai a essere davvero da sola, Mena. Per il momento ha avviato la separazione e attende il giudizio nella causa penale contro l’ex marito.
Sonia Salemme, ha 32 anni, cinque figli, quasi metà  della vita tra abusi e violenze. E’ rimasta da sola per la prima volta quattro anni fa quando il marito fu arrestato per spaccio. “Ho capito allora che la sua presenza non mi serviva affatto. Avevo un lavoro, una casa, crescevo i miei figli, ero libera. Non avevo più un uomo che mi picchiava, che mi umiliava, ho capito che dovevo fare qualcosa”.
Invece ha aiutato il marito a uscire e di nuovo è tornata a tenere in piedi l’idea di una famiglia. Sono passati altri due anni e mezzo di violenze prima di decidere davvero. Pochi giorni prima del Natale 2016, dopo l’ennesima lite e un tentativo di suicidio, ha preso i figli e se n’è andata.
Anche per lei le ex stanze dei boss della criminalità  di Casal di Principe sono state il rifugio e anche qualcosa di più. “Qui dentro è iniziata la mia rinascita”. Ora torna a ‘Casa Lorena’ ogni giorno per lavorare ma vive con i genitori. La settimana scorsa ha avviato la causa di separazione. Nel frattempo l’uomo da cui sta fuggendo è tornato in carcere. “Penso ogni giorno al momento in cui tornerà  fuori. Ho paura ma devo affrontarla, non voglio passare la mia vita a nascondermi”.
La vita di una donna in fuga, la condanna di troppe donne che riescono a trovare il coraggio di denunciare.

(da “La Stampa”)

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“MIO FIGLIO SI E’ UCCISO PER COLPA DEI BULLI”

Marzo 13th, 2018 Riccardo Fucile

J’ACCUSE DEI GENITORI DEL RAGAZZO MORTO LANCIANDOSI DAL PONTE …ENNESIMO DRAMMA DI SITUAZIONI CHE SI VENGONO A CONOSCERE SEMPRE DOPO

«Mio figlio è stato vittima per tanto tempo di episodi di bullismo, in seguito alla malattia che ha contratto dopo un vaccino fatto a sei mesi. Se mio figlio non avesse avuto problemi di salute, sarebbe ancora qui».
Parole di Maria Catrambone Raso, la mamma di Michele Ruffino, il diciassettenne che il 23 febbraio scorso si è ucciso gettandosi dal ponte di Alpignano.
E dopo giorni di dolore, assieme al marito Aldo Ruffino, ha deciso di dire tutto, di raccontare quello che suo figlio ha passato in 17 anni di vita: «Una sentenza ha stabilito che Michele ha subito un danno da vaccino. Non riusciva a muoversi con naturalezza, anche se con gli anni eravamo riusciti a superare i suoi problemi. I suoi compagni di classe invece lo deridevano. Voleva solo una pacca sulla spalla, una parola amica. Invece oggi siamo qui: disperati. Non vogliamo vendetta, ma se c’è qualcuno che ha sbagliato deve pagare».
La madre ha sporto denuncia ai carabinieri e portato il computer agli investigatori. Michele «era un appassionato di internet e andava molto spesso sui canali Youtube dove aveva allacciato rapporti con vari coetanei. A loro aveva confidato la voglia di farla finita».

(da “La Stampa“)

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E’ GIA’ SALTATO LO SCHEMA DEL CENTRODESTRA: BERLUSCONI GUARDA AL PD PER I NUMERI MANCANTI, SALVINI PENSA SOLO AI SUOI INTERESSI DI BOTTEGA

Marzo 12th, 2018 Riccardo Fucile

DIVISI ANCHE SULLE PRESIDENZE DELLE CAMERE… NEL CENTRODESTRA CRESCE L’INSOFFERENZA PER SALVINI: “FACCIA IL LEADER DELLA COALIZIONE NON DEL SUO PARTITO”

Uno apre ad alleanze con il Pd: “Se intere forze politiche dimostreranno disponibilità  e responsabilità , si potrà  andare verso una soluzione più stabile”.
L’altro, mezza giornata dopo, davanti al cancello del quartier generale di via Bellerio a Milano dove si è riunito il Consiglio federale, lo zittisce così: “Gli italiani non ci hanno votati per riportare Renzi al governo, e non credo che chi ha scelto la Lega voglia Gentiloni” ancora a Palazzo Chigi.
Forse troppo facile sarebbe ricordare che soli il 18% degli Italiani ha scelto Lega, difficile fare l’arrogante con questa percentuale.
Le dichiarazioni incrociate rilasciate in queste ore da Silvio Berlusconi e Matteo Salvini sanciscono quella che, dopo le dimissioni di Matteo Renzi dalla guida dei dem, è la seconda certezza una settimana dopo il voto: e cioè che lo schema pre-elettorale della coalizione di centrodestra è saltato.
Tra il “leader” e il “regista-garante” c’è nervosismo e i due immaginano – e stanno lavorando per – scenari completamente diversi.
L’idea di governare con la premiership del partito più votato è rimasta nelle urne: i numeri ad oggi non ci sono ed è molto improbabile che ci siano perchè, anche se la caccia ai singoli parlamentari desse qualche frutto, non sarebbe mai abbastanza per garantire la governabilità  (a parte lo squallore dell’operazione corruttiva)
Così, se Salvini continua a chiudere sulle sue posizioni (“niente governicchi o accordi organici”), Berlusconi allarga l’orizzonte.
La tensione tra i due, fanno trapelare i fedelissimi, è palpabile.
Dalle parti di Forza Italia c’è la convinzione che il leader del Carroccio non voglia governare e che non veda l’ora di godersi, dai banchi dell’opposizione, un bel governo Cinque Stelle-Pd.
Un’ipotesi che da una parte logorerebbe gli avversari e dall’altra, al prossimo giro, permetterebbe a Salvini di incamerare ancora più voti per lanciare la sua Opa sul centrodestra.
Un piano che l’ex cavaliere vuol far saltare, cercando sponde fuori dalla coalizione.
E non è un caso che la prima pagina del Giornale di oggi – che da sempre è la cassa di risonanza dei malumori di Arcore – titoli “Strappo di Salvini” riferendosi all’apertura del segretario della Lega ai Cinque Stelle.
Così come non è un caso che il suo direttore, Alessandro Sallusti, ospite ieri sera a “Non è l’arena” da massimo Giletti abbia detto senza troppi giri di parole: “Salvini si comporta da leader della Lega, e non da leader del centrodestra come dovrebbe essere”.
Tradotto: porta avanti i suoi interessi e non quelli della coalizione.
I poli, insomma, in questo primo post-voto, sembra più quattro che tre.
Tanto che si fa sempre più realistica la possibilità  che alle consultazioni che si terranno intorno alle vacanze di Pasqua ognuno vada per conto suo, con delegazioni separate.
“L’importante è dire le stesse cose”, aveva provato a mettere una pezza sulle indiscrezioni il capogruppo della Lega a Montecitorio Massimiliano Fedriga. “L’indicazione che vogliamo dare è univoca”, glissa Berlusconi nell’intervista di oggi alla Stampa.
Ma prima dei colloqui con Mattarella c’è l’elezione dei presidenti dei due rami del Parlamento e anche qui la linea è diversa: Salvini assicura che con il suo alleato, su questo tema, “non ci sono problemi”, ma di fatto non è così.
I due si vedranno nei prossimi giorni, probabilmente nella seconda metà  della settimana perchè il segretario della Lega è a Strasburgo fino a mercoledì, e l’incontro si preannuncia teso: perchè se Salvini – come ha ribadito domenica alla scuola di formazione politica del partito – sostiene che le presidenze di Camera e Senato vadano spartite tra i due vincitori, Lega e M5S, Berlusconi chiede una poltrona per Forza Italia.
O addirittura, l’ha buttata lì questa mattina Renato Brunetta, per il Pd.
Insomma, mentre la Lega si avvicina ai grillini, gli azzurri guardano in casa dem. Così, gli appelli di Mattarella alla “responsabilità ” vengono interpretati in due modi completamente diversi: per Salvini significa “rispettare il voto degli elettori” anche a costo di tornare alle urne o di stare all’opposizione, per Berlusconi significa cercare una maggioranza di governo con tutti i mezzi possibili.
Ci sono ancora molti nodi da sciogliere e c’è chi, in via Bellerio, è convinto che le trattative – che ancora devono prendere corpo – dureranno parecchio. E che alla fine, pur di non tornare a votare, Forza Italia e Pd tenteranno il tutto e per tutto per restare a galla.
Per cui l’imperativo categorico, in casa Lega, è: si governa solo se ci sono i numeri, se non ci sono meglio stare all’opposizione. Anche perchè è vista come difficile da percorrere anche la strada di un accordo parlamentare Lega-Cinque stelle per cambiare la legge elettorale e tornare al voto in tempi brevi.
A giorni, comunque, una volta chiarito il quadro post-direzione Pd e disegnata la rotta dei democratici, dovrebbero inziare i primi contatti con quei parlamentari con cui Salvini tenterà  un accordo sul programma, in particolare sulla sua proposta di Def.
C’è poi un giallo, al momento non ancora risolto: dove si terrà  l’incontro dei prossimi giorni tra gli alleati del centrodestra? A Roma o in via Bellerio? Non è solo un affare di location. Infine, la questione partito: al Congresso federale di oggi, una riunione durata circa tre ore, non solo si è parlato del risultato delle urne, ma si è iniziato a definire il nuovo corso del partito. Salvini ha dato il via al tesseramento 2018 smentendo l’indiscrezione secondo la quale il simbolo di Alberto da Giussano sarebbe sparito dalle nuove tessere: “Perchè mai dovrei toglierlo?” ha tagliato corto il segretario.
Ma, piccola curiosità , le tessere non saranno uguali per tutta Italia: sopra la linea del Po verranno utilizzate quelle del 2017 con ancora l'”etichetta” Lega Nord, mentre al sud verrà  utilizzato il simbolo delle elezioni “Lega Salvini Premier”.
Un dualismo che presto – si è discusso a livello progettuale anche di questo – sarà  uniformato ai prossimi congressi, dove sarà  definitivamente completato il percorso di nazionalizzanione del partito, iniziato con la nascita di Noi con Salvini e sancito dal successo di questa tornata elettorale.
Ma ancora una data non c’è, anche se non sarà  troppo lontana: “Sul tavolo – dicono in via Bellerio – ci sono prima la giunta regionale lombarda e il governo”.
Durante l’incontro è stata anche decisa l’espulsione di Zoraide Chiozzini, militante della provincia di Mantova ed esponente della minoranza che aveva presentato ricorso (poi rigettato) contro l’elezione di Salvini alla segreteria federale: “E’ da statuto – ha precisato il leader – chi ricorre contro la Lega, chi la attacca pubblicamente, si mette fuori da solo. E chi ha fatto campagna contro la Lega, fondando altri partiti e invitando a votare altri partiti, non fara’ piu’ parte della Lega”.
Potrebbero dunque saltare altre teste.

(da “Huffingtonpost”)

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LO STALLO PERFETTO: LA CHIUSURA DEI VINCITORI PREOCCUPA IL QUIRINALE

Marzo 12th, 2018 Riccardo Fucile

CONSULTAZIONI LUNGHE PER EVITARE DI RIVOTARE A GIUGNO ….DUE VINCITORI CHE FANNO FINTA DI AVERE DIRITTO A GOVERNARE SENZA AVERE I NUMERI… RIDICOLO CHIEDERE VOTI AGLI ALTRI SENZA APRIRE UN CONFRONTO

Magari non era il giorno giusto per un nuovo “appello” alla responsabilità . Perchè la sorte ha voluto che le parole del capo dello Stato incrociassero una bombastica intervista di Matteo Renzi e, con essa, una giornata di intenso dibattito tra i partiti che, come noto, il Quirinale è sempre attento a non invadere o condizionare.
E, proprio per scongiurare il rischio di maliziose interpretazioni da parte delle solite iene dattilografe, è stato precisato che le riflessioni di Mattarella sulla “responsabiltà  senza egoismi” non vanno messe in relazione al contesto politico, ma restano nell’ambito della cerimonia con i “ragazzi”, i 29 alfieri della Repubblica, premiati per impegno sociale, impegno per l’ambiente, solidarietà .
Però è anche vero che quella parola, “responsabilità ” appunto, torneremo a sentirla più volte.
Ed è chiaro il motivo: anche se è presto per parlare di “preoccupazione” — siamo solo all’inizio di un percorso molto lungo — c’è tutta la consapevolezza della difficoltà  nei negoziati per far nascere un governo.
Anzi, proprio questo è il punto: non c’è negoziato, trattativa, iniziativa volta a trovare, o quantomeno a provarci, un compromesso alto e limpido.
Al Quirinale la fotografia appare quella di uno stallo perfetto. C’è una battuta che circola lassù in qualche ufficio, molto indicativa dello stato dell’arte: “Potremmo mettere la segreteria telefonica: oggi come ieri non sta accadendo niente, riprovate nei prossimi giorni”.
La situazione è, oggettivamente, inedita. Per carità , la politica non è quella di una volta, nella quale il capo dello Stato si è formato e delle cui logiche, prassi e consuetudini è portatore.
E gli esuberanti leader di oggi sembra che facciano una grande fatica — e in verità  pare che non ne abbiano una gran voglia — a lasciar posare la polvere della campagna elettorale, per favorire un clima in cui si ragiona.
Ma, al fondo, c’è un dato — questo sì — preoccupante, tutto politico, che poco ha a che fare con l’evoluzione del linguaggio e dei costumi.
Ed è la testarda volontà  di non fare i conti con la realtà . Vale un po’ per tutti. A partire dai “due vincitori”.
Parliamoci chiaro: se uno ha vinto, governa, nel senso che ha i numeri per governare. E non è questo il caso.
C’è una coalizione arrivata prima, il centrodestra, e un partito arrivato primo, i 5 Stelle. Risultati ottimi, in cui ognuno può vantare e rivendicare un primato, ma non l’autosufficienza per governare.
A un profondo conoscitore della storia della Repubblica come Mattarella sembrerà  lunare il paragone con le elezioni del 1976, quelle dei “due vincitori” – formula coniata da Moro — e ancor più lunare l’altro frettoloso paragone con la situazione che allora si determinò col governo della “non sfiducia”.
In parecchi, oggi, lo indicano come esempio da seguire in questo contesto, per avviare la legislatura e favorire la nascita di un governo, come se l’astensione fosse una cambiale in bianco.
E invece se proprio c’è da trarre una lezione da quell’esperienza, consiste proprio nell’opposto. Per far nascere quei governi — i tre monocolore Andreotti – ci fu una trattativa di oltre quattro mesi e un confronto costante per tutta la durata dell’esperienza della solidarietà  nazionale, sempre più intenso fino al voto da parte del Pci delle mozioni sulla Nato.
Altri tempi, altri protagonisti.
I due vincitori di oggi si stanno muovendo in modo opposto: chiedono aiuto negandone il bisogno, chiedono voti parlamentari senza aprire un confronto, anzi, se possibile, si sottraggono continuando ad agitare di fronte ai propri elettori i cavalli di battaglia più divisivi della loro campagna elettorale, come Salvini che chiede di votare la flat tax o l’abolizione della Fornero e Di Maio il reddito di cittadinanza.
È come se chiedessero al Pd di appendersi al cappio grillino o a quello leghista. E, a sua volta, il Pd attende, o meglio: una parte del Pd attende proposte serie, sensibile alle preoccupazioni del Colle, un’altra — è il caso di Renzi – coglie l’occasione per sottrarsi tout court rinunciando a indicare un disegno generale di uscita dalla crisi, come se il problema fosse solo degli altri.
Insomma, lo stallo perfetto. Col silenzio dell’incomunicabilità  tra le parti e col sottofondo inquietante di un ritorno al voto in tempi rapidi, già  evocato da Salvini e già  messo in conto da Di Maio.
Perchè tra i due più che la prospettiva di un “patto di governo” sembra esserci, al momento, un gioco di sponda sulla prospettiva di un “non governo”, nel cinico calcolo che il voto “utile” lancerebbe una volata ai due vincitori, l’uno sulle spoglie di Berlusconi, l’altro sulle spoglie del Pd.
Una prospettiva che assomiglia tanto a un azzardo. E chissà  se la lunga decantazione che si aspettano al Quirinale sia già  un modo per evitare almeno questo. In fondo per chiudere la finestra elettorale di giugno, basta tirare avanti con le consultazioni fino a fine aprile.
A giudicare dall’aria che tira, non è un’ipotesi così remota. Tutt’altro, è anche possibile andare oltre. La soluzione, se mai ci sarà , sarà  frutto di lunghe attese, periodi di decantazione, tentativi su tentativi, dove anche i fallimenti sono di aiuto perchè fanno capire che non ci sono alternative a un compromesso serio.
Tempi biblici, per un nuovo governo. Ma che comunque, al di là  dell’esito, consentono di scongiurare un ritorno immediato alle urne.

(da “Huffingtonpost”)

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L’ECONOMISTA GROSS RIDICOLIZZA LE COPERTURE DEL REDDITO DI CITTADINANZA AVANZATE DAL M5S: “SONO SOLO UN TRUCCHETTO CONTABILE, L’EUROPA DIREBBE NO”

Marzo 12th, 2018 Riccardo Fucile

IL DIRETTORE DEL CEPS CRITICA LA PROPOSTA DI TRIDICO: “NON E’ AUTOFINANZIAMENTO, MA AUTOLESIONISMO”

Un trucchetto puramente contabile che andrebbe incontro a un netto “niet” di Bruxelles.
È il giudizio di Daniel Gros, economista tedesco e direttore del Centre for European Policy Studies (Ceps), sulle coperture proposte da Pasquale Tridico, indicato da Luigi Di Maio come ministro del Lavoro in un governo M5S, per “autofinanziare” il reddito di cittadinanza.
Il docente di diritto del lavoro all’Università  Roma Tre, con un post sul blog del Movimento 5 Stelle, ha rilanciato la sua proposta per quello che più propriamente andrebbe chiamato reddito minimo condizionato.
Ridotta all’osso, la strategia di Tridico per finanziare la misura è la seguente: uno dei parametri per calcolare i margini di manovra fiscale di un Paese è il cosiddetto output gap, ovvero la differenza tra il Pil effettivo e quello potenziale, dove potenziale indica il livello massimo di produzione realizzabile in condizione di pieno utilizzo delle risorse produttive e senza avere ricadute inflazionistiche.
Risorse come la forza lavoro, da cui parte il ragionamento dei 5 Stelle: l’accesso al reddito di cittadinanza ha come conditio sine qua non l’iscrizione obbligatoria ai Centri per l’impiego, che porterebbe l’uscita di una massa di persone dalla condizione di “inattività ” a quella di “disoccupati”.
Aumentando la platea dei disoccupati crescerebbe quindi il Pil potenziale e di conseguenza anche il divario con il Pil effettivo (output gap), creando la possibilità  per l’Italia di fare maggior deficit.
Oggi il professor Tridico, indicato da Luigi Di Maio come ministro del Lavoro in un ipotetico Governo M5S, ha rilanciato sul blog del Movimento la misura del reddito di cittadinanza. Lei cosa ne pensa di questo strumento?
L’ultimo Paese che dovrebbe prendere in considerazione questo strumento è l’Italia. Il reddito di cittadinanza è un concetto teorico che potrebbe anche funzionare in un Paese, e questa è condizione di partenza essenziale, dove ci sono piena occupazione e un’amministrazione pubblica efficiente. Il problema è sempre come distinguere chi non può lavorare e chi potrebbe farlo e non vuole, preferendo presumibilmente il lavoro nero. Naturalmente dipende anche dall’entità  del “reddito” proposto.
Dal punto di vista tecnico, Tridico giustifica la misura perchè si “autofinanzia” grazie a un automatismo sull’output gap.
(Ride) Ma messa così non è un autofinanziamento, è autolesionismo. Ammesso e non concesso l’Unione Europea ti dica “sì, potete spendere di più”, questo non è autofinanziamento. Sarebbe un permesso che l’Ue darebbe all’Italia per indebitarsi di più. È quindi debito addizionale.
Però dal punto di vista tecnico, l’Ue potrebbe accettare un simile ragionamento e dare il suo via libera al maggior deficit che ne deriverebbe?
Guardi, secondo Tridico basterebbe dire a Bruxelles: “Ecco, abbiamo di punto in bianco un milione di disoccupati in più”. Ma per il calcolo dell’output gap c’è tutta una procedura molto tecnica. I Paesi membri sono stati invitati già  molto tempo fa a scegliere una procedura per la definizione dell’output gap, anche l’Italia, senza che potesse essere modificata successivamente. L’Italia ha fatto la sua scelta, che adesso forse risulta un po’ sfavorevole per il vostro Paese. Ma di certo non cambierebbe se venissero fuori un milione di disoccupati in più dall’oggi al domani.
Quindi Bruxelles direbbe no?
Esatto, è un trucchetto. Anche perchè c’è un comitato tecnico che dovrebbe fare le sue valutazioni e questo comitato non troverebbe una ragione per cambiare di molto la stima dell’output gap del vostro Paese.
E quale sarebbe l’appiglio di Bruxelles per rifiutare la spesa aggiuntiva necessaria per finanziare la misura?
Direbbe che si tratta di una questione puramente tecnica, c’è un comitato apposito che lo valuta. Questo comitato, che è composto da esperti di tutti gli Stati membri, risconterebbe che in Italia, al di là  di questi trucchetti tecnici, non è cambiato niente e quindi non darebbe alcun via libera a fare maggior spesa, ricordando che l’Italia ha dei “paletti” da rispettare.
Nel suo intervento Tridico propone anche la riduzione dell’orario di lavoro a parità  di salario per “governare” la robotizzazione del mercato del lavoro. È una strada percorribile?
L’Italia ha ridotto ma ancora alcuni problemi sul fronte della competitività  del lavoro, non mi sembra una misura giusta. È vero che un orario più flessibile offre molti vantaggi, ma questo è ben diverso dal ridurre le ore lavorate senza toccare i salari, che equivale ad aumentare i salari stessi.
Un’altra misura proposta da Tridico è il salario minimo orario, avanzata anche da altri partiti come il Pd, per combattere la precarietà  dei lavoratori esclusi dalla contrattazione collettiva. Lei cosa ne pensa?
Dipende dal livello salariale al quale si vuole portare il salario minimo, a quello tedesco o a quello adeguato alla realtà  italiana? Si deve sapere che in Italia la propensione al lavoro nero è già  abbastanza alta, e una misura del genere potrebbe avere come effetto che una parte ancora maggiore dell’economia vada verso il nero, ma la tendenza dovrebbe essere opposta.

(da “Huffingtopost”)

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SCHIAFFO DI BENEDETTO XVI AI SEDICENTI TRADIZIONALISTI CHE ATTACCANO PAPA FRANCESCO IN SUO NOME

Marzo 12th, 2018 Riccardo Fucile

“BASTA STOLTO PREGIUDIZIO CONTRO DI LUI, TRA NOI DUE PIENA CONTINUITA'”

C’è uno “stolto pregiudizio” contro Papa Francesco.
A sorpresa – e alla vigilia del quinto anniversario del conclave – Benedetto XVI interviene per spezzare le contestazioni delle frange tradizionaliste contro il suo successore.
In una lettera, Joseph Ratzinger liquida l’immagine che descrive Bergoglio come – sono parole del Papa emerito – “un uomo pratico privo di particolare formazione teologica o filosofica, mentre – aggiunge ancora Benedetto – io sarei stato unicamente un teorico della teologia che poco avrebbe capito della vita concreta di un cristiano di oggi”.
Il testo è stato letto dal prefetto della Segreteria per la Comunicazione Dario Viganò in occasione della presentazione della collana ‘La teologia di Papa Francesco’.
Proprio riferendosi a questi testi, Benedetto XVI rileva che “mostrano a ragione che Papa Francesco è un uomo di profonda formazione filosofica e teologica e aiutano perciò a vedere la continuità  interiore tra i due pontificati, pur con tutte le differenze di stile e di temperamento”.
Il Papa emerito ringrazia di aver ricevuto in dono gli undici libri scritti da altrettanti teologi di fama internazionale che compongono la collana curata da don Roberto Repole, presidente dell’Associazione Teologica Italiana. §
Il nuovo responsabile editoriale della Libreria Editrice Vaticana, fra Giulio Cesareo, ha precisato che sono in corso trattative con editori di tutto il mondo e finora la collana è pronta a essere distribuita anche in inglese, spagnolo, francese, portoghese, polacco e romeno.

(da agenzie)

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