Marzo 12th, 2018 Riccardo Fucile
UNA STUDENTESSA DEL BURKINA FASO REAGISCE DOPO AVER LETTO UN MESSAGGIO NEI BAGNI DELL’UNIVERSITA’ DI VENEZIA DOVE UN INFAME RAZZISTA AVEVA SCRITTO “UCCIDETELI TUTTI”
“Voglio parlarti, capire perchè tu mi voglia uccidere, visto che sono negra. Sono impaurita, non perchè io abbia paura di essere uccisa, ma mi spaventano le ragioni per cui verrei uccisa. Come puoi pensare di uccidere qualcuno solo per il colore della sua pelle?”.
Leaticia Ouedraogo, 20 anni, originaria del Burkina Faso, è una studentessa di lingue al Collegio internazionale di Ca’ Foscari, e questo è uno dei passaggi più intensi della lettera che ha idealmente spedito al “mio coetaneo razzista e fascista”.
L’ha pubblicata pochi giorni fa nel blog studentesco Linea 20 dopo che nel bagno dei maschi della biblioteca universitaria alle Zattere, dove lavora, è apparsa una scritta che inneggiava al duce e a Luca Traini, l’uomo che a Macerata ha sparato a caso contro persone di colore: “Uccidiamoli tutti ‘sti negri”, con il simbolo della svastica.
“Mi sono immaginata un ragazzo della mia età chiedermi la tessera per la biblioteca, e poi andare in bagno a scrivere quelle frasi, e mi sono chiesta: perchè?”.
È una lettera che inizia con un dialogo tra lei e il fratellino di 8 anni, apostrofato come negher da due compagni di classe. “Doveva essere un insulto. Magari credono di essere migliori di te perchè loro sono bianchi. Ma tu non ci devi credere, perchè non è vero. La prossima volta che te lo dicono, tu rispondi che sei fiero di essere negro. Capito?”, scrive la studentessa, rivolgendosi al fratellino.
Arrivata in Italia a 11 anni, a Bergamo insieme alla madre per raggiungere il padre, in prima media Leaticia ha dovuto rispondere alle prime strane domande dei suoi compagni. “Ma sei arrivata con il barcone?”. Oppure: “Ma tu sei una bambina in regola?”.
Negli anni del liceo, mentre aspettava l’autobus per tornare a casa, è capitato che le si avvicinassero uomini tre volte più grandi di lei per offrirle un passaggio. Sfregando il pollice e l’indice. “Mi scambiavano per una prostituta. Allora io rispondevo a voce alta, tutti sentivano e loro si vergognavano da matti”
La sua arma per difendersi dal razzismo, racconta la ragazza, che da due anni vive a Venezia, è sempre stata l’ironia.
“In qualche modo mi ha reso immune al razzismo”. Almeno lo credeva. La scritta trovata nel bagno della Biblioteca, vergata a pennarello in un luogo di cultura da qualche suo coetaneo, è stata come uno schiaffo: “Uccidiamoli tutti”.
La lettera di Leaticia è la risposta di una ventenne all’odio. “L’ho scritta di getto, non pensavo che potesse avere questa attenzione”, spiega dopo che il suo intervento è stato condiviso da migliaia di lettori, soprattutto studenti.
Una lettera scritta pensando a quel che è successo a Macerata, pensando a suo fratello. “A otto anni, come si rielabora il razzismo? E io, da sorella maggiore, come lo semplifico il razzismo per un bambino ingenuo?”, si interroga.
Non le fanno paura le persone, i mostri che le abitano sì. Finiti gli studi a Venezia Leaticia ha un sogno, al quale si sta applicando con sacrificio: lavorare nelle relazioni internazionali, costruire un progetto che possa aiutare i ragazzi di origine africana a realizzarsi, come sta facendo lei.
La sua lettera si chiude con queste parole: “Non devi uccidere me, devi uccidere quel mostro oscuro che si nutre delle tue paure e della tua ignoranza, ma anche della tua ingenuità . Ti auguro sinceramente di sconfiggere questi mostri”.
Chissà se il suo coetaneo razzista avrà avuto il coraggio di leggerla tutta fino alla fine.
(da “La Repubblica”)
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Marzo 12th, 2018 Riccardo Fucile
SCOPPIA LA POLEMICA SUI SOCIAL; “CERTO, TUTTI COME SCHETTINO”… E PARTE LA DENUNCIA PER UNA CAMPAGNA “SPUDORATA E DISCRIMINATORIA”
“Naviga Italiano”, ma lo slogan pubblicitario di Tirrenia e Moby stavolta balla sull’onda delle
polemiche, soprattutto sui social network.
La campagna, firmata dalla prestigiosa agenzia Armando Testa, pubblicizza le compagnie di navigazione della Onorato Armatori ed è stata rilanciata in questi giorni su alcuni quotidiani e nei canali sociali. Il fatto che punti tutto sulla “italianità ” dell’azienda e dei suoi dipendenti, però, a pochi giorni dall’esito di un voto che ha premiato certi sentimenti ‘nazionalisti’ ha scatenato moltissimi commenti negativi sul web.
Tra i primi a scandalizzarsi è stato Marco Faccio, tra l’altro ex dipendente dell’agenzia Testa che oggi lavora altrove: “In quanto pubblicitario, mi sarei rifiutato di dare questo messaggio” e aggiunge l’hashtag #piuttostoanuoto. Su Twitter più lapidaria è stata la scrittrice Michela Murgia: “La spudorata e discriminatoria campagna pubblicitaria di @TirreniaIT. Gli altri aggettivi trovateli voi”.
Seguono decine di commenti e annunci di boicottaggio: c’è chi dice “Piuttosto vado a nuoto”, ma anche “Quest’estate Corsica Ferries”.
La battuta più gettonata resta invece “Italiani come Schettino”, rimandando al comandante della Costa Concordia che naufragò all’Isola del Giglio. Inutile commentare nelle pagine Facebook di Moby e Tirrenia: qualsiasi appunto critico viene immediatamente cancellato
La difesa del “made in Italy”, dunque, viene bocciata da molti quando passa attraverso discriminazioni ‘etniche’ nella scelta del personale.
L’accusa principale mossa alla campagna pubblicitaria è infatti il farsi vanto di avere solo il 6% di lavoratori stranieri: “Onorato Armatori – è scritto infatti in una nota del gruppo – ha circa 4.750 lavoratori, dei quali meno del 6% è straniero. Ed è proprio questo il messaggio che si vuole lanciare: navigare con il Gruppo Onorato Armatori vuol dire anche difendere il lavoro e la dignità dei nostri connazionali, perchè una nave che batte bandiera italiana deve avere marittimi italiani, e non tanti extracomunitari sfruttati e con stipendi da fame”.
Il messaggio sembra anche insinuare che in altre compagnie sia pratica corrente assumere e sottopagare lavoratori stranieri, ma sul web non manca chi fa notare che anche gli stranieri possono essere qualificati e ben pagati, mentre molti cittadini sardi postano lo slogan “Naviga napoletano”, ironizzando sulla provenienza regionale della stragrande maggioranza dei dipendenti di Tirrenia e Moby.
Per l’armatore Vincenzo Onorato, peraltro, non è una novità la difesa dei marittimi italiani. Anni fa si fece ardente sostenitore del cosiddetto emendamento Cociancich (dal deputato Pd primo fimatario) che limitava l’attribuzione di benefici fiscali agli armatori italiani che impiegavano quasi esclusivamente marittimi italiani.
Approvato da Camera e Senato nel 2016 l’emendamento è stato poi bloccato dal dicastero Del Rio, ed è tornato alla ribalta poco prima delle elezioni.
(da agenzie)
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Marzo 12th, 2018 Riccardo Fucile
JEAN MARIE CONTRO LA FIGLIA: “FARA’ LA FINE DI FINI IN ITALIA”
Il nome Rassemblement national, con il quale Marine Le Pen vuole ribattezzare il Front National, è già un pasticcio a poche ore dall’annuncio, domenica a conclusione del congresso di Lille.
“Un nome nazionale, un grido di raduno” aveva detto dal palco la leader. Ma il nome nuovo era già stato utilizzato fra il 1986 e il 1988 come appellativo del gruppo parlamentare del Front all’Assemblea nazionale.
Ma non solo: il Rassemblement national populaire era il partito del collaborazionista Marcel Deat durante la Seconda guerra mondiale.
Inoltre, Rassemblement national è un nome già depositato all’Istituto nazionale della proprietà industriale (INPI) dal dicembre 2013 da parte di Frederick Bigrat, segretario generale del movimento sovranista Rassemblement pour la France.
Lo stesso Bigrat ha depositato all’INPI il logo del Rassemblement pour la Republique (RPR), il partito di Jacques Chirac sciolto nel 2002 e del quale nessuno aveva pensato a depositare il nome in precedenza.
Il consigliere della Le Pen, Phlippe Olivier, spiega al settimanale L’Obs che il Front ha acquistato regolarmente la denominazione Rassemblement national.
Protesta, infine, in questo inizio caotico per il neonato RN (sottoposto peraltro al voto degli iscritti), Igon Kurek, collaboratore dell’ex ministro Charles Pasqua, presidente del Rassemblement pour la France: “RN esiste già – fa sapere – sono molto stupito dal dilettantismo di Marine Le Pen e del FN… il RN esiste e si presenterà alle elezioni amministrative nel 2020”.
Il Front National ha replicato di voler portare in tribunale chiunque utilizzi il marchio Rassemblement national per “uso fraudolento” del nome, regolarmente acquisito.
Intanto per Marine Le Pen, arriva l’ennesimo attacco da parte dell’anziano padre, Jean Marie. “Sa, qualcuno in Italia ha avuto l’approccio della signora Le Pen e si chiamava Fini, finito prima al 3 per cento e poi allo 0,3 per cento”, ha dichiarato il cofondatore del partito nato nel 1972, intervenendo su France Inter.
“Trovo disastroso che si abbandoni il nome di Front National”, ha dichiarato Le Pen, paragonando le “battaglie” condotte per anni dal partito all’azione di un “rompighiaccio nell’Artico”. “È più di un nome, è un’anima, è una storia, è un passato”. “Il fatto che non si chiami più Front National è un vero assassinio politico”.
Quanto a Steve Bannon, invitato al congresso del Front National, Jean Marie Le Pen ha osservato: “Ho trovato abbastanza singolare che il movimento nazionale francese faccia il suo congresso sotto l’egida di un leader politico straniero. Lo trovo, anche questa volta, abbastanza pittoresco e abbastanza paradossale”.
(da agenzie)
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Marzo 12th, 2018 Riccardo Fucile
“GOVERNO HA BASI SOLIDE”… CAPACITA’ DI TROVARE COMPROMESSI, CONVINTI DI DURARE TUTTA LA LEGISLATURA
Angela Merkel, Horst Seehofer e Olaf Scholz hanno firmato il contratto della Grosse Koalition a
Berlino, dopo sei mesi dalle elezioni del 24 settembre.
Nove persone hanno sottoscritto l’intesa: i tre segretari generali di Cdu Csu e Spd, i tre capigruppo parlamentari e i tre presidenti dei partiti.
“Abbiamo un governo stabile e in grado di agire”, ha affermato Merkel, aggiungendo che “la capacità della democrazia consiste nel fatto di trovare dei compromessi”, per cui è possibile che partiti anche molto diversi trovino un accordo per governare.
“Se prendiamo un tema come il fisco ad esempio, neppure nel mio partito sono tutti della stessa opinione all’inizio. Figurarsi fra partiti diversi. Non è possibile che si sia tutti d’accordo”, ha spiegato.
Merkel sostiene la necessità di “una buona cultura del dibattito”, come presupposto della democrazia.
“Sono contenta innanzitutto per i cittadini, e per il fatto che con l’esito del voto abbiamo fatto quello che ci si aspettava da noi: formare un governo”.
Anche Olaf Scholz si è detto soddisfatto: “Sono certo che arriveremo alla fine della legislatura”, ha risposto, dopo i molti mesi trascorsi nella formazione del governo. “Non è un matrimonio d’amore”, ma nonostante le differenze saremo “in grado di lavorare e governare costruttivamente”.
(da “Huffintonpost”)
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Marzo 12th, 2018 Riccardo Fucile
DENARO DA MOSCA E POTERE SENZA LIMITI: ARRESTI ARBITRARI E SEDI DELLE ONG IN FIAMME… UNO STATO CANAGLIA CHE PIACE AI BOIA SOVRANISTI
Il luogotenente di Putin in Cecenia, Ramzan Kadyrov, ha deciso di sbarazzarsi dei difensori dei diritti umani. Li considera un intralcio al proprio potere incontrastato, e in questo turbolento angolo del Caucaso la sua parola è legge.
Memorial, la principale organizzazione russa per la tutela dei più deboli, è stata costretta a chiudere i battenti, e il suo capo locale, Oyub Titiyev, è finito in galera. «Gli hanno trovato della marijuana in macchina. Con ogni probabilità ce l’hanno messa gli stessi agenti che l’hanno fermato» spiega Oleg Orlov, il responsabile del programma «Punti caldi» dell’Ong, sottolineando che la polizia cecena dipende direttamente da Kadyrov ed è accusata di rapimenti, torture e persino esecuzioni sommarie.
Dopo l’arresto sono partite le azioni intimidatorie. A Nazran, 80 chilometri dalla capitale cecena Grozny, c’è la sede di Memorial che è stata data alle fiamme. «L’incendio è stato sicuramente doloso, abbiamo trovato una bottiglia di benzina e le telecamere di sicurezza mostrano chiaramente che i colpevoli sono due uomini che hanno agito a volto coperto», racconta il direttore di Memorial in Inguscezia, Timur Akiev, indicando il soffitto completamente annerito. Il fuoco ha divorato ogni cosa: documenti, computer, mobili. Adesso si lavora per ricostruire.
Secondo Timur, il rogo è senza dubbio collegato al caso Titiyev. «Il 15 gennaio – ricorda – avvocati e vertici di Memorial sono venuti qui per cercare di aiutare Oyub. Un giorno e mezzo dopo, nella notte tra il 16 e il 17, quei due sconosciuti hanno incendiato tutto. Sono arrivati su una Lada Priora senza targa: hanno tirato fuori una scala, sono saliti al primo piano, hanno rotto il vetro della finestra e hanno iniziato lo scempio».
Ma le minacce non sono finite. Passano pochi giorni e in Daghestan viene incendiata anche la macchina di uno degli avvocati che seguono la vicenda. Poi gli attivisti di Memorial ricevono un sms minatorio: «State camminando sull’orlo del baratro. La prossima volta vi bruceremo con il vostro ufficio».
Oyub Titiyev, il capo di Memorial in Cecenia, è stato arrestato la mattina del 9 gennaio. «Stava andando al lavoro quando l’hanno fermato tre agenti, e uno di loro evidentemente gli ha messo sull’auto un pacchetto con oltre 200 grammi di marijuana», dice Oleg Orlov. Ora Titiyev è accusato di traffico di stupefacenti. «Lo hanno portato in una stazione di polizia, e lì – spiega sempre Orlov – gli hanno intimato di confessare che trasportava droga sulla sua auto e di metterlo nero su bianco. Gli hanno detto che, se non avesse fatto come gli ordinavano, avrebbero sbattuto al fresco suo figlio accusandolo di essere un terrorista».
Titiyev però non cede e contesta l’arresto e il sequestro della marijuana: sono avvenuti senza testimoni, quindi violando la legge.
«In Russia – rimarca Orlov – è molto facile falsificare le inchieste penali, ma in Cecenia basta uno schiocco di dita. E così gli agenti hanno rimesso Oyub al volante della sua auto, ma con uno di loro seduto accanto. Lui ha messo in moto e in men che non si dica è stato fermato di nuovo da un’altra pattuglia. E di nuovo gli hanno trovato la marijuana in macchina. Questa volta però con dei testimoni già belli e pronti».
Il ricatto
La polizia per sei ore ha negato ai legali di Memorial di aver arrestato Titiyev. E in quel lasso di tempo degli agenti sono andati a casa dell’attivista a cercare i suoi familiari per ricattarlo. Ma quelli avevano già fatto in tempo a fuggire dalla Cecenia.
La ciliegina sulla torta arriva il 19 gennaio, quando la sede di Memorial a Grozny viene perquisita e gli agenti trovano sulla terrazza due spinelli intatti e una lattina tagliata a mo’ di posacenere. «A quanto pare siamo una banda di spacciatori, e siamo così furbi che teniamo la droga in ufficio dopo che uno dei nostri è stato arrestato per narcotraffico», dice tra rabbia e sarcasmo Orlov, pronto a giurare che dietro questo ritrovamento ci sia ancora una volta lo zampino della polizia cecena. Un gioco da ragazzi per loro mettere la marijuana su una terrazza a cui si può accedere da tre appartamenti.
Lo Stato vassallo
La Cecenia fa formalmente parte della Federazione Russa. Ma de facto è uno Stato vassallo di Mosca dove l’uomo di Putin, Ramzan Kadyrov, regna come un sovrano assoluto.
Un suo ritratto giganteggia al confine tra Inguscezia e Cecenia, dove la polizia di Grozny controlla coi kalashnikov la strada che da Nazran porta nella capitale cecena. Grozny oggi ricorda solo lontanamente quella che le due guerre tra gli Anni 90 e i primi Anni Duemila avevano reso «la città più devastata della Terra».
Il denaro del Cremlino ha lanciato la ricostruzione, ma è stato anche uno strumento di corruzione e pare che parte dei fondi sia finita direttamente nelle tasche di Kadyrov. In centro i grattacieli del complesso residenziale Grozny City hanno sostituito gli edifici sventrati dalle bombe.
Per strada una vecchietta col capo coperto dal velo – come tutte le donne qua – vende magneti ai pochi turisti: molti raffigurano Ramzan Kadyrov in mimetica.
Qualche centinaio di metri più in là , attraversando un ponte sul fiume Sunzha, ci si trova davanti al Cuore della Cecenia: la moschea più grande d’Europa con i suoi quattro minareti alti 62 metri.
Il tempio si ispira alla Moschea Blu di Istanbul ed è dedicato al padre di Ramzan Kadyrov, Akhmad, un ex separatista poi passato dalla parte dei russi e diventato leader della Cecenia. Fu ucciso nel 2004 in un attentato. Adesso il suo volto fa capolino a ogni angolo, come quelli del figlio Ramzan e di Vladimir Putin. Il centro di Grozny è tappezzato dei loro ritratti, e il culto della personalità riservato a questo trio stupisce subito un osservatore occidentale.
Le strade dei leader
Ad Akhmad Kadyrov è intitolata una delle due vie principali della città . L’altra porta invece il nome di Putin. Ma all’ex presidente ceceno è dedicato persino un museo. Si sviluppa su due piani e tra colonne di marmo e stucchi dorati presenta Kadyrov senior come padre della patria, devoto musulmano e uomo di pace. Praticamente cancellati invece gli anni da separatista. Mentre ampio spazio è destinato al rapporto col figlio Ramzan per legittimarne il potere da signore feudale.
Il leader ceceno difende poligamia e delitti d’onore, ignorando nel suo Califfato le leggi di uno Stato laico come la Russia. E soprattutto conta su migliaia di pretoriani pronti ad arrestare, torturare e uccidere. Come avvenuto nella caccia alle streghe contro gli omosessuali lo scorso anno.
Se Kadyrov non esita a minacciare di morte i suoi avversari, i suoi scagnozzi – i kadyrovtsy – ammazzano anche fuori dalla Cecenia. Molti dei condannati per l’omicidio dell’oppositore Boris Nemtsov – freddato a colpi di pistola a due passi dal Cremlino – erano militari della guardia di Kadyrov. E anche per l’assassinio della giornalista Anna Politkovskaya tutti gli elementi portano in Cecenia.
(da “La Stampa”)
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Marzo 12th, 2018 Riccardo Fucile
DUE RIGHE DI DIMISSIONI DI RENZI, IL REGGENTE MARTINA ASSICURA GUIDA COLLEGIALE E CONFERMA LINEA DI OPPOSIZIONE
“Caro presidente, preso atto dei risultati elettorali rassegno le mie dimissioni da segretario del Pd”.
Così Matteo Renzi nella lettera di dimissioni dal vertice del Pd, letta dal presidente dem, Matteo Orfini, in apertura della direzione.
Renzi ha pregato Orfini di convocare l’assemblea e dare corso agli adempimenti previsti dallo statuto. Il segretario dimissionario ha sottolineato che durante l’assemblea spiegherà le ragioni delle sue dimissioni.
Maurizio Martina, vicesegretario del Pd, ha aperto la sua relazione ringraziando Renzi: “Sento innanzitutto il bisogno di riconoscere la scelta che il segretario ha compiuto dopo il voto – ha detto -, con le sue dimissioni, e voglio ringraziarlo per questo atto forte e difficile ma soprattutto per il lavoro e l’impegno enorme di questi anni”.
“La prossima Assemblea Nazionale – ha spiegato – dovrebbe avere la forza di aprire una fase costituente del Partito democratico in grado di potarci nei tempi giusti al congresso. Perchè il nostro progetto ha bisogno ora più che mai di nuove idee e non solo di conte sulle persone. Ha bisogno di una partecipazione consapevole superiore a quella che possiamo offrire una sola domenica ai gazebo”.
“Abbiamo bisogno di una lettura politica e culturale all’altezza del tempo – ha proseguito – che stiamo vivendo. Di una profonda riorganizzazione, in grado di investire davvero sui territori e sulla partecipazione diretta della nostra comunità alle principali scelte politiche da compiere. Questo lavoro potrebbe iniziare proprio con la prossima Assemblea dando vita a una Commissione di progetto incaricata di elaborare unitariamente ipotesi concrete per il percorso”.
Martina ha aggiunto: “La segreteria si presenta dimissionaria a questo appuntamento. Ma io credo sia importante che continui a lavorare insieme a me in queste settimane che ci separano dall’Assemblea. Con il vostro contributo cercherò di guidare il partito nei delicati passaggi interni e istituzionali a cui sarà chiamato. Lo farò con il massimo della collegialità e con il pieno coinvolgimento di tutti, maggioranza e minoranze, individuando subito insieme un luogo di coordinamento condiviso. Chiedo unità . Consapevoli che fuori di qui c’è un’intera comunità che ci guarda, ci ascolta e ci chiede di essere all’altezza della situazione”.
Il vicesegretario ha spiegato: “Non cerchiamo scorciatoie o capri espiatori a una sconfitta netta e inequivocabile che ci riguarda tutti, ciascuno per la propria responsabilità , e da cui tutti dobbiamo imparare molto. Non ho timore a dire che si è realizzata una cesura storica tra le culture fondative della Repubblica e il paese”.
Martina ha continuato: “Alle forze che hanno vinto diciamo una cosa sola: ora non avete più alibi. Ora il tempo della propaganda è finito. Lo dico in particolare a Lega e Cinque Stelle: i cittadini vi hanno votato per governare, ora fatelo. Cari Di Maio e Salvini prendetevi le vostre responsabilità . Misureremo insieme ai cittadini le vostre coerenze, giorno per giorno, rispetto a quello che avete promesso facilmente e raccontato in mesi e mesi di propaganda senza limiti. Quanto alle presidenze delle Camere, noi richiamiamo le forze politiche, e prima di tutto chi ha vinto, al dovere di garantire che questi ruoli siano affidati a figure autorevoli ed equilibrate in grado di rappresentare pienamente gli interessi collettivi secondo la Costituzione”. “Esprimo stima e piena fiducia nell’operato del presidente Sergio Mattarella – ha affermato il reggente -, a cui chiedo che l’assemblea rivolga un applauso”.
Il ministro dell’Agricoltura ha proseguito: “Ripartiamo con umiltà e unità . Solo noi possiamo essere l’alternativa popolare ai populisti. In ballo non ci sono i destini personali, ma la prospettiva e il futuro della sinistra italiana ed europea. Mettiamo in prima fila la nostra comunità e lasciamo in ultima fila le correnti. Proviamo tutti a fare qualche intervista in meno e qualche assemblea in più. Apriamo subito le nostre sezioni, ascoltiamo iscritti ed elettori, chiamiamoli a raccolta, riflettiamo con loro. Ripartiamo dal basso e dal nostro popolo. Abbiamo seimila circoli, realizziamo seimila assemblee aperte tra venerdì, sabato e domenica prossimi. Io inizierò dal circolo Pd di Fuorigrotta a Napoli”.
Martina si è poi appellato ai militanti: “So che possiamo farcela. So che possiamo lavorare alla nostra riscossa. ‘Il successo non è mai definitivo, la sconfitta non è mai fatale; è il coraggio di continuare che conta’ diceva Winston Churchill. Ecco, vi chiedo di continuare con coraggio, insieme. L’Italia ha ancora bisogno di noi”.
“Emerge una domanda di legami sociali che sale in particolare da chi continua a pagare sulla propria pelle i costi di un cambiamento infinito. In questo senso, fatemi dire che il recente accordo unitario firmato tra le parti sociali sul nuovo modello contrattuale e di relazioni industriali è un passo utile che va nella giusta direzione. La grande sfida è riconnettere economia e società come condizione essenziale per un modello di sviluppo nuovo, centrato sulla sostenibilità integrale e la contribuzione di ogni cittadino a quello che Micheal Porter chiama ‘valore condiviso’. Io continuo a pensare che questo sia il cuore della sfida: nessuno si salva da solo”, ha concluso.
Delrio: “Opposizione seria e responsabile”.
“Abbiamo ricevuto una cartolina netta, chiara, dagli elettori. Noi staremo dove ci hanno messo gli elettori: all’opposizione”. Una opposizione “seria, responsabile, costruttiva”. Lo ha detto Graziano Delrio, a quanto si apprende, nel suo intervento in direzione Pd. “Quando il Paese si renderà conto che le promesse saranno irrealizzabili, gli elettori chiederanno conto”, ha affermato.
*”Grazie a Renzi per tutto quello che ha fatto e per le dimissioni – ha continuato -. Dico ai militanti: il Pd c’è ancora, non siamo una sfumatura tra il giallo dei grillini ed il blu dei leghisti”. “Noi dobbiamo dire ai militanti che c’è bisogno del Pd – ha aggiunto -. Siamo riuniti non per cercare un nuovo capo ma una nuova direzione. Siamo di nuovo qua, siamo tornati. Abbiamo bisogno di un partito presente, presente nei territori, nella società “.
(da “Huffingtonpost“)
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Marzo 12th, 2018 Riccardo Fucile
“NON SI ARRIVERA’ A UNA SOLUZIONE STABILE MA A UNA TRANSIZIONE VERSO NUOVE ELEZIONI”
Da qualche giorno, nei palazzi del potere politico, se ne comincia a parlare, sia pure sottovoce e a futura memoria.
Se lo stallo prosegue – si ragiona al Quirinale ma anche nei quartier generale dei leader – si potrebbe approdare a quello che viene già definito il “governo di tutti e di nessuno”, con una maggioranza larga, dai Cinque Stelle alla Lega, passando per Pd e per Forza Italia.
Un governo e una maggioranza dai contorni assolutamente inediti e che proprio per questo avrebbe bisogno di una leadership forte e soprattutto riconosciuta da tutti: è questo il motivo per il quale nei colloqui informali si immagina che un personaggio sul quale potrebbe esserci una convergenza è quello dell’economista Carlo Cottarelli, già commissario per la spending review nei governi Letta e Renzi, già alto dirigente del Fondo monetario internazionale.
Certo, si tratta di scenari per ora disegnati sull’acqua, perchè prima dovranno consumarsi tentativi e scenari più fisiologici, ma in caso di stallo la possibile convergenza su una figura come Cottarelli già oggi appare percorribile e plausibile per due ragioni: l’autorevolezza del personaggio e la sintonia che sulla sua visione si è manifestata da parte di alcuni dei protagonisti della trattativa in corso per la nascita del futuro governo, in particolare Cinque Stelle, Pd e Forza Italia.
Il professor Andrea Roventini, designato come possibile “ministro dell’Economia” di un governo Cinque Stelle, in una intervista al Sole 24 Ore, ha auspicato un no alle privatizzazioni, crescita e investimenti come leva per abbattere il debito, che «va tenuto sotto controllo, facendo tagli mirati alla spesa realizzando il piano Cottarelli e tagliando agevolazioni fiscali improduttive».
E anche il leader dei Cinque Stelle Luigi Di Maio fa riferimento a Cottarelli: «Noi prenderemo un po’ di deficit, abbasseremo le tasse alle imprese, le imprese produrranno di più, ripianiamo il debito. E se non bastano i 30 miliardi di Cottarelli e i 20 delle detrazioni, vuol dire che faremo un po’ di deficit».
E mentre il rapporto col Pd di Carlo Cottarelli è segnato dall’incarico ricevuto da Letta e poi risolto durante il governo Renzi, ma anche da un comune orizzonte, per Forza Italia fa testo la dichiarazione fatta da Silvio Berlusconi durante la campagna elettorale: «Cottarelli aveva presentato un piano ma è stato mandato a casa. Io gli ho fatto una telefonata e siamo d’accordo: che se vinciamo le elezioni ci vediamo e visto che ha due anni di vantaggio rispetto a chiunque altro, potrà realizzare le cose che ha detto».
Cottarelli, incalzato anche ieri dai giornalisti, da una parte non ha lisciato il pelo dei partiti («Dalle urne è uscita un’Italia che vuole fare l’opposto di quello che dico io, cioè un’Italia che vuole fare più deficit»), ma al tempo stesso ha ipotizzato un esecutivo non politico: «Non credo che si arriverà ad un accordo per un governo stabile, penso piuttosto ad un governo di transizione che avrà il compito di portarci a nuove elezioni».
Naturalmente perchè la politica italiana viri di nuovo verso un governo tecnico servirebbero diversi acceleratori e “additivi”, il primo dei quali per ora non si è fatto sentire. Ed è l’irrequietezza dei mercati. Finora insensibili allo stallo italiano, i mercati – spontaneamente o mossi da qualche “mano invisibile” – potrebbero tornare a rumoreggiare?
Proprio Cottarelli getta acqua sul fuoco: «Nell’immediato non sono preoccupato e vedo che i mercati in questo periodo sono tranquilli. Mi aspetto un po’ di movimento ma il problema non è ciò che succederà nei prossimi giorni ma nel giro di due anni quando i tassi d’interesse cominceranno ad aumentare in tutta Europa. E l’Italia potrebbe entrare di nuovo in recessione».
(da “La Stampa”)
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Marzo 12th, 2018 Riccardo Fucile
ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA: “LO DICONO I NUMERI,LA SITUAZIONE DEL PAESE E IL BUON SENSO”
Più che in ogni altra occasione le righe che seguono esprimono un’opinione del tutto personale.
Che è la seguente: nella situazione politica creata dai risultati elettorali del 4 marzo la cosa migliore da farsi è quella di andare in tempi brevi di nuovo alle urne. Lo consigliano a mio avviso i numeri, il loro significato, la situazione generale del Paese. E direi anche qualcos’altro: il buon senso.
Certo, le combinazioni possibili sono molte giocando con i numeri sul pallottoliere. Da un governo Pd-Forza Italia con l’astensione della Lega e dei 5 Stelle o di uno solo dei due, a un governo 5 Stelle-Lega, a una coalizione tra i 5Stelle e il Pd astenuto o alleato: e di sicuro ne ho dimenticato almeno un altro paio o di più.
Ma mi chiedo: è forse qualcosa del genere che l’elettorato ha chiesto con il suo voto? Un governo Franceschini—Di Maio? un ministero Renzi-Brunetta o Salvini-Di Battista?
Sarebbe bene, credo, non tirare troppo la corda: anche con la proporzionale, anche con le liste degli eletti prefabbricate dai partiti e i candidati paracadutati, considerare gli elettori come un semplice parco buoi non è consigliabile. C’è un limite a tutto.
Se si supera il quale diviene concreto il rischio che nasca nell’opinione pubblica un movimento dirompente di rifiuto e di disprezzo per le istituzioni dagli esiti imprevedibili.
Il Presidente Mattarella ha ragione: va tenuto presente innanzi tutto l’interesse generale del Paese, ma tale interesse non è forse rappresentato innanzi tutto dalla democrazia, dalla sovranità popolare, dalla convinzione da parte dei cittadini del suo indiscutibile primato al di là delle più improbabili intese e combinazioni?
Si dice: «Va bene, si formi allora un governo che faccia poche cose, una nuova legge elettorale, e poi al voto».
Ma vorrei sapere: quali cose di preciso? Nessuno, mi pare, ne ha la minima idea nè alcuno si azzarda a dire perchè mai su quelle «poche cose» dovrebbe trovarsi miracolosamente un qualche accordo tra forze così diverse.
E quanto a una mitica «nuova legge elettorale», mi chiedo non solo perchè mai 5 Stelle e Lega, che con quella in vigore hanno ottenuto risultati così favorevoli, dovrebbero essere indotti a cambiarla; ma soprattutto come è pensabile che forze politicamente eterogenee, anche molto eterogenee, si trovino poi d’accordo su una nuova legge elettorale, cioè su una tra le cose più intrinsecamente politiche che esistano.
Piaccia o non piaccia, il significato del voto, la direzione che esso indica, sono chiarissimi: un rinnovamento radicale del quadro e del personale politico.
Il problema è che dal numero dei voti risulta incerto il segno politico da dare a questo rinnovamento – se un segno di riequilibrio a dominante egualitaria di tono meridional-statalista (Movimento 5 Stelle), ovvero di svolta securitaria di tono nazional-antieuropeo (coalizione di centro-destra egemonizzata dalla Lega) – dal momento che come è arcinoto i numeri premiano queste due formazioni ma a nessuna delle due danno la forza necessaria per governare.
Che cosa c’è allora di più ovvio, mi chiedo, di più ragionevole, di più democraticamente coerente, del mandarle di nuovo di fronte al corpo elettorale perchè tra le due ipotesi questo si pronunci in via definitiva?
Mi sembra già di sentire l’obiezione: e se dalla nuova consultazione da qui a tre mesi una tale pronuncia definitiva non venisse?
Ebbene: allora sì che sarebbe inevitabile dare il via a un tortuoso e spossante itinerario volto alla ricerca di qualche soluzione di ripiego, di una maggioranza purchessia.
Ma farlo oggi – a parte le debolissime probabilità di successo di un simile tentativo – sarebbe assai probabilmente inteso – e proprio da quella parte dell’opinione pubblica che ha vinto le elezioni – solo come un modo da parte dei poteri tradizionali di salvare il proprio ruolo, di sopravvivere al naufragio dei propri referenti.
Quando parlo di poteri tradizionali non mi riferisco alle dirigenze di partito quanto soprattutto a quelle rancide èlite burocratiche, professionali e intellettuali, a quei soliti nomi – annidati nei piani alti e altissimi delle istituzioni, abituati da decenni a gestire di fatto una rilevantissima parte dell’attività di governo attraverso le «consulenze», i gabinetti ministeriali, le Agenzie, le reti di relazioni, la Rai, i vertici delle aziende pubbliche, le istituzioni culturali, gli enti di ogni tipo – contro i quali il voto di domenica è stata un’indubbia clamorosa ancorchè sgangherata espressione.
Naturalmente non mi nascondo che per un grottesco paradosso tipico della proporzionale il partito da cui oggi soprattutto dipende che cosa fare è il partito che ha perso rovinosamente le elezioni, cioè proprio il Partito democratico.
A proposito del quale si parla molto – a ragione – della necessità che nelle sua fila (e dove altro se no?) inizi un processo di ripensamento/ricostruzione della sinistra. Bene: ma è davvero pensabile che ciò potrebbe avvenire se per avventura esso s’impegnasse in qualche forma di collaborazione (sia pure «dall’esterno») con i 5 Stelle, come qualcuno vorrebbe?
È realistico credere che nel Pd qualcuno avrebbe mai la testa ai problemi, alla storia e ai destini della sinistra, che ci potrebbe mai essere l’esame o la discussione approfondita intorno a qualcosa, nel mentre che però ogni giorno al suo interno nascerebbero inevitabilmente dubbi e polemiche sui modi e i risultati della collaborazione di cui sopra, nel mentre che però ogni giorno ci si dividerebbe tra «governisti» e «antigovernisti», ci si accapiglierebbe sul che cosa fare l’indomani? Nelle situazioni d’incertezza e di crisi è necessario decidere.
Oggi l’Italia ha davanti a sè due strade: o quella di aspettare, vedere, mediare, tentare un «governo di scopo», poi un altro «del presidente», e poi ancora chissà che altro; oppure andare a votare fra tre mesi.
Solo votando si può sperare, almeno sperare, di decidere qualcosa.
Ernesto Galli della Loggia
(da “il Corriere della Sera”)
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Marzo 12th, 2018 Riccardo Fucile
SALTATO IL CONSIGLIO COMUNALE CHE AVREBBE DOVUTO DISCUTERE UNA MOZIONE SULLA CANDIDATURA DI TORINO
Il Movimento 5 Stelle si spacca sulle Olimpiadi e salta il Consiglio comunale che oggi pomeriggio avrebbe dovuto discutere una mozione del PD sulla candidatura di Torino. Per la prima volta da inizio amministrazione, in Sala Rossa è mancato il numero legale.
Assenti, tra i banchi della maggioranza, i consiglieri Damiano Carretto, Daniela Albano, Marina Pollicino e Viviana Ferrero.
Assenze che le minoranze hanno rimarcato non rispondendo all’appello e mandando ‘sotto’ la maggioranza
Carretto e Paoli nei giorni scorsi, prima della discesa in campo di Beppe Grillo, avevano proposto insieme il modello Los Angeles per le Olimpiadi di Torino, ovvero una edizione senza soldi pubblici e soltanto con sponsor privati: “Dalle stime che circolano l’impegno di spesa di denaro pubblico previsto per le Olimpiadi Torino 2026 potrebbe aggirarsi intorno al miliardo di euro (o poco meno). Vogliamo ribaltare il paradigma delle grandi opere da “investimenti pubblici e guadagni privati” a “investimenti privati e guadagni pubblici”.
La Pollicino invece nei giorni scorsi ha pubblicato su Facebook il post di Davide Bono e Francesca Frediani in cui si parlava di una presunta impossibilità di candidare una città italiana, peraltro smentita dal comitato promotore.
Oggi sul profilo le scrivono: “Il tempo per andare su fb lo avevi, mentre per andare in Consiglio Comunale non lo hai trovato!”.
La Ferrero aveva invece scritto il 10 marzo una lettera aperta a Beppe Grillo per esprimere il suo dissenso:
Chi e’ No Tav è Movimento 5 Stelle. Chi sogna lo vuole fare nella sicurezza di potersi svegliare bene. Non carico di debiti come e’ successo al Comune di Torino , comune post olimpico,dove siamo costretti alla politica del macellaio , costretti a tagliare o venderci qualcosa per non andare in dissesto
Io valsusina e no Tav e grillina ci ho creduto sin dall’inizio e faro’ tutto quello che potro’ per tenere insieme gli ideali comuni che ci legano e che ci hanno reso baluardo di tanta speranza. Per una politica della prossimità , dell’onestà , del rigetto dello spreco, quella politica che sta accanto ai cittadini, che li ascolta che non li molla mai.
Si tratta della prima volta che salta il numero legale in Consiglio comunale dall’insediamento della maggioranza guidata da Chiara Appendino.
(da “NextQuotidiano”)
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