Marzo 29th, 2018 Riccardo Fucile
CONFERENZA STAMPA A POZZALLO DOPO CHE IL GIP HA DATO LORO RAGIONE: “DALLA PROCURA DI CATANIA ACCUSE STRUMENTALI E PROVVEDIMENTO ABNORME”
«Il respingimento dei migranti è vietato per legge. Se la nave Open Arms avesse consegnato i migranti alla Guardia costiera libica avrebbe fatto respingimento. È doveroso non aver consegnato i migranti».
Alessandro Gamberini è uno dei due legali di fiducia dell’Ong spagnola ProActiva Open Arms incaricato di seguire la vicenda giudiziaria che ha portato al sequestro dell’imbarcazione da parte della procura di Catania.
Oggi, con l’altra collega e con i responsabili della ProActiva, ha incontrato i giornalisti al porto di Pozzallo, dove la loro nave è sotto sequestro dal 18 marzo: una difesa pubblica dell’operato della Ong in attesa di poterla rappresentare anche ai pm della procura di Ragusa che hanno ricevuto dal gip di Catania l’inchiesta. «Il provvedimento della procura di Catania è stato abnorme. L’accusa di associazione a delinquere è stata strumentale per portare la competenza alla direzione distrettuale antimafia, non a caso il gip di Catania non l’ha accolta.
Non aver considerato quest’ipotesi di reato lo consideriamo un successo. Ora sarà il gip di Ragusa a pronunciarsi entro il 16 aprile sul definitivo sequestro dell’imbarcazione dell’Open Arms», ha aggiunto Gamberini.
«Abbiamo sempre agito nella legalità — ha detto il capo missione di ProActiva Riccardo Gatti -. Non c’è nessun accanimento da parte nostra di voler portare a tutti i costi i migranti in Sicilia. Il nostro unico obiettivo è portare i migranti salvati in mare, nel posto più sicuro è più vicino e nel più breve tempo possibile».
La Ong spagnola è alla ricerca di un’altra imbarcazione da noleggiare perchè vorrebbe subito tornare in mare, dove al momento la presenza di navi umanitarie è ridottissima: dopo il sequestro della Open Arms, infatti, nel Canale di Sicilia è rimasta solo la Aquarius di Sos Mediterranee e Medici senza frontiere che proprio ieri ha effettuato il primo soccorso davanti alla Libia, dopo il contestato e controverso salvataggio della Open Arms del 15 marzo scorso: a 23 miglia dalla costa libica sono stati recuperati 112 migranti, tra loro 30 minori non accompagnati e 15 donne, che erano a bordo di un gommone.
Oggi, in zona Sar è riapparsa, dopo mesi di stop, la Seefuchs, la nave di soccorso della Ong tedesca Sea Eye che ha ripreso le operazioni di soccorso dopo uno stop di parecchi mesi: «La minaccia in corso da parte della guardia costiera libica e i tentativi della magistratura italiana di fermare il salvataggio privato in mare non possono impedirci di adempiere al nostro dovere umanitario», ha detto il fondatore della Ong tedesca, Michael Buschheuer.
(da agenzie)
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Marzo 29th, 2018 Riccardo Fucile
RAPPRESENTANO DEGNAMENTE QUELLA DESTRA IPOCRITA, OMOFOBA DI GIORNO E CHE VA A TRANS DI NOTTE… UNIVERSITA’ E CONSOLATO USA CONCEDONO IL PATROCINIO
Quest’anno il Comune di Genova non darà il patrocinio alle iniziative organizzate dal
coordinamento Liguria Rainbow: il Liguria Pride del 16 giugno e la ColorataCena del 17 maggio, per la giornata internazionale contro l’omofobia.
Ed è la prima volta che accade da quando la nostra città ospita queste iniziative in nome dei diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender.
Lo ha deciso la giunta Bucci e lo ha comunicato ieri al municipio Centro Est che, a sua volta, ha informato gli organizzatori.
Da quando, con questa amministrazione, l’iter per la concessione dei patrocini – anche non onerosi, come in questo caso – è stato accentrato a Tursi, infatti, i municipi devono adeguarsi. «Io non ho letto le motivazioni delle manifestazioni e, quindi, non posso dire se sarei stato d’accordo» commenta il presidente leghista del Centro Est Andrea Carratù (non aveva ancora chiesto a un esperto come suo cognato cosa doveva dire… N.D.R.)
A Tursi, invece, non avrebbe avuto problemi a concedere il patrocinio l’assessore Elisa Serafini, che non ha mai fatto mistero delle sue posizioni a favore dei diritti degli omosessuali: «Rispetto la decisione del sindaco che – osserva Serafini – è coerente con quanto affermato in campagna elettorale. Io, in accordo con lui, continuerò a dare disponibilità per celebrare le unioni civili, che sono poi il vero strumento di avanzamento dei diritti civili».
Però, visto che inizialmente, nella comunicazione del diniego arrivata agli organizzatori, il coordinamento Liguria Rainbow, c’era scritto che era stata Serafini a non dare il patrocinio l’assessore ci tiene anche a sottolineare che «quella decisione non è di mia competenza e quindi ho chiesto che fosse precisato che sul patrocinio al gay pride a me potevano chiedere un parere ed era un parere positivo».
Quando Bucci disse: «Il Gay Pride non riguarda tutti i genovesi» (come se le sue cazzate sulla multa ai poveri che rovistano nei cassonetti fosse condivisa dai genovesi.. N.D.R.)
Resta il significato politico della decisione: «Il Municipio ci ha fatto sapere che non avremo il patrocinio perchè il sindaco Bucci ha dato parere negativo, senza alcuna motivazione» riferisce Ilaria Gibelli, presidente del comitato Liguria Pride.
L’anno scorso Bucci era stato eletto dopo che la giunta Doria aveva già dato il patrocinio alle due iniziative, ma non aveva partecipato al Liguria Pride, facendo capire quale era la sua posizione.
E così quest’anno Palazzo Tursi si è allineato alla giunta Toti.
«Bucci aveva detto che sarebbe stato il sindaco di tutti ma, evidentemente – denuncia Gibelli – di tutti tranne che delle persone omosessuali, anche se al corteo dell’anno scorso eravamo in cinquemila».
Alle due iniziative, invece, ha già dato il patrocinio il Consolato degli Usa, mentre l’Università lo ha dato per la cena del 17 maggio.
«A questo punto il Liguria Pride – annuncia Gibelli – sarà una manifestazione politica, per protestare contro queste scelte e contro il clima che si respira anche in città ».
Liguria Rainbow: «Non ci hanno dato un motivo»
In una nota, il Coordinamento Liguria Rainbow ha ricordato che il Comune ha negato il patrocinio attraverso una comunicazione del Municipio Centro Est «che definire stringata o laconica è un eufemismo. Con quale motivazione non è dato saperlo, forse perchè non vi possono essere argomentazioni sensate ed è meglio non esprimere nero su bianco la propria insensibilità e intolleranza, per non doversi vergognare. Il “sindaco di tutti” ha una sua interpretazione personale della promozione del diritto alla dignità , una responsabilità ridotta quando si tratta di contrastare intolleranza e pregiudizio, bullismo e omofobia».
(da “il Secolo XIX”)
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Marzo 29th, 2018 Riccardo Fucile
LO STOP DI GUERINI: “VALE LA DIREZIONE DEL 5 MARZO, LINEA DI OPPOSIZIONE”… MARTINA MEDIA
“È da troppo tempo che stiamo in silenzio…”. Il Parlamento uscito dalle elezioni del 4 marzo ha preso corpo, dalle presidenze agli uffici di presidenza oggi all’ultimo step in aula alla Camera.
Di primo mattino, poco prima della seduta di Montecitorio, si riuniscono i 111 deputati del Pd e lì prende la parola Dario Franceschini. “È da troppo che non parliamo”, dice il ministro dei Beni culturali che chiede una discussione all’interno dei gruppi parlamentari democratici. “Riuniamo deputati e senatori prima delle consultazioni di Mattarella con i partiti”, è la richiesta che gela la parte renziana del partito.
Non è roba da niente. Franceschini non parlava dall’intervista al Corriere della Sera a metà marzo, in cui con sforzo molto ottimistico proponeva di fare di questa legislatura “una legislatura costituente”, mettendo insieme tutti intorno a un tavolo per modificare la legge elettorale, abolire il bicameralismo e tornare al voto.
Finora per il Pd ha prevalso nettamente la linea dettata da Matteo Renzi la notte della debacle elettorale: “Stiamo all’opposizione”. E su questa linea la direzione nazionale dem ha votato compatta (ad eccezione dell’area Emiliano) il 5 marzo scorso.
Ecco, Franceschini pensa che sia tempo di cominciare a rimescolare le carte, quanto meno ad aprire una discussione tra tutte le anime del partito, finora silenti rispetto all’Aventino che è stato deciso da Renzi ma accomodato da tutti. Perchè quelle stesse anime sono molto in fermento, impegnate in una discussione interna che fino a oggi non ha raggiunto i media.
L’uscita del ministro alla riunione dei deputati quanto meno stappa il dibattito interno. Con quali esiti, ancora non è chiaro.
Per la parte più vicina all’ex segretario Renzi non c’è molto da discutere. “Vale la direzione del 5 marzo”, avrebbe risposto Lorenzo Guerini nella riunione di gruppo. “E la direzione ha deciso che stiamo all’opposizione”. Semmai “dovremmo discutere però di come stare all’opposizione”, è la linea di Andrea Orlando, leader della minoranza interna che ieri ha eletto una propria esponente, Anna Rossomando, alla vicepresidenza del Senato.
Messa così, sembrerebbe che la richiesta di Franceschini non abbia seguito. Eppure non è così.
Nella riunione del gruppo di questa mattina, guidata dal neocapogruppo Graziano Delrio, è stato il reggente Maurizio Martina ad assumersi il compito di mediare, aprendo di fatto alla possibilità di convocare i gruppi di Camera e Senato prima che Mattarella inizi il suo giro di consultazioni sul governo con i partiti, mercoledì.
La riunione dunque molto probabilmente si farà martedì prossimo. Anche se i renziani restano convinti che la sede deputata a discutere sia la direzione nazionale, che si è riunita subito dopo il voto e a caldo ha deciso di stare all’opposizione.
Ecco, Franceschini pensa il quadro sia in movimento, che siano successi dei fatti dal giorno della sconfitta elettorale, che il Pd non possa esimersi dall’interrogarsi su quanto gli sta succedendo intorno.
Condizione essenziale: mantenere unito il gruppo, cruccio di Franceschini ma in questa fase anche di tutti gli attori Dem in campo.
Per il resto, il passo compiuto oggi dal ministro dà fiato a quanti nel Pd ricevono gli sfoghi di colleghi pentastellati che chiedono un aiuto per evitare l’accordo con Salvini-Berlusconi.
E certamente fa riemergere dalla polvere l’intervista di Walter Veltroni al Corriere della Sera, rilasciata qualche giorno dopo quella di Franceschini: “Il Pd dialoghi con il M5s sotto la regìa di Mattarella”.
Per ora Renzi sbarra la strada, numeri alla mano, convinto di poter controllare il grosso dei gruppi parlamentari.
A Franceschini e quanti nel Pd si interroghino sul ‘dove porti l’Aventino’ serve avere tutti i deputati e tutti i senatori, per non spaccare il partito. Da oggi, alla vigilia delle consultazioni al Colle, inizia la sfida interna, rimandata dal 4 marzo.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 29th, 2018 Riccardo Fucile
ALLA TIPICA LITURGIA DEMOCRISTIANA USO MEDIA SI PRESENTANO SOLO PD, FORZA ITALIA E LEU
Mattinata di riunioni a Montecitorio: i capigruppo del Movimento 5 Stelle a Camera e Senato,
Danilo Toninelli e Giulia Grillo, hanno avviato gli incontri con gli altri gruppi parlamentari su possibili convergenze programmatiche in vista di un eventuale governo.
Primo incontro con i presidenti dei parlamentari della Lega, Centinaio e Giorgetti. Poi è stata la volta di Anna Maria Bernini per Forza Italia, e di Liberi e Uguali.
“È stato un incontro molto utile: abbiamo ascoltato le loro proposte e abbiamo presentato le nostre. Andremo avanti con un confronto parlamentare continuativo al livello dei capigruppo” ha commentato al termine Anna Maria Bernini, spiegando che “non sarà una liturgia della politica, ma un metodo per arrivare al più presto possibile a un governo per il paese”.
Bernini puntualizza però che serve anche un confronto fra i leader.
“Il nostro leader è Silvio Berlusconi, che sarà parte delle consultazioni che si terranno a partire dalla prossima settimana. Deve essere legittimato” afferma la capogruppo azzurra. Sarà il Cav a decidere la delegazione di Forza Italia che salirà al Quirinale per le consultazioni.
Disertano gli incontri sia il Pd che Fratelli d’Italia.
Maurizio Martina, reggente del Partito democratico, ha spiegato che non parteciperà a confronti prima delle consultazioni del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che prenderanno il via il 4 aprile.
Guido Crosetto per FdI ha spiegato che “ci sembra inutile assecondare la prassi dei 5 Stelle di fare finte riunioni ad esclusivo uso dei mass media ma senza alcun altro reale interesse se non quello di giustificare l’occupazione del maggior numero possibile di poltrone”.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 29th, 2018 Riccardo Fucile
INSULTI OMOFOBI E SESSISTI, IL SINDACATO: “NTV SI SCUSI PER L’OFFESA ALLA DIGNITA'”… L’AZIENDA: “I COLPEVOLI VERRANNO PUNITI”
Scioperi e sei imbecille, anzi se sei una donna sei “zoccola” e nella consueta deriva di insulti se protesti e sei omosessuale sei “frocio”.
A finire nel tritacarne della rapida diffusione di magagne interne via social questa volta è Italo Treno.
Sulla app a esclusivo uso interno dei dipendenti per l’organizzazione dei turni, al posto del nome degli scioperanti sono apparse abbreviazioni quali “Stoimb” (cioè “stoimbecille”), “Stazoc” (cioè “stazzoccola”) e “Stofroc” (cioè “stofrocio”).
Il contenuto della chat è stato diffuso in rete dagli scioperanti e c’è chi ha chiesto le scuse da parte di Italo, che con un comunicato fa sapere: “L’azienda dopo un tempestivo e attento approfondimento ha individuato i possibili responsabili. Ha conseguentemente avviato le procedure previste per il caso di gravi inadempienze contrattuali”.
Una fonte interna ricostruisce così quanto avvenuto: “L’azienda non ha di che scusarsi se due colleghi litigano tra di loro. Diverso se una cosa del genere avesse riguardato un cliente. In ogni caso i due dipendenti responsabili delle scritte saranno puniti”.
Si sarebbe trattato, sempre secondo la versione di Italo, di una presa in giro tra colleghi, basata anche sul fatto che lo sciopero indetto due giorni fa dal sindacato Orsa per Ntv ha avuto soltanto 23 adesioni, mentre il sindacato rivendica l’adesione di 70 dipendenti, cioè il 15 per cento degli iscritti alle associazioni.
I responsabili dell’inserimento dati, due dipendenti di circa 30 anni, invece che usare l’abbreviazione in codice “Dummy1”, con numerazione progressiva, per indicare il collega che andava sostituito hanno pensato di scherzare su chi aderiva allo sciopero.
Il sindacato Orsa si scaglia contro l’atteggiamento dell’azienda e, schermate dei cellulari alla mano, ha chiesto chiarimenti alla Ntv. “In Italo sono riusciti in un sol colpo ad offendere la dignità della persona e il diritto al dissenso dei lavoratori – commenta il segretario aggiunto dell’Orsa, Michele Formisano – Per ragioni di marketing sminuiranno l’episodio, addossando le colpe sull’ultimo anello della catena di comando, in verità quanto accaduto è stato fomentato da una suddivisione netta, voluta da chi gestisce il personale. Da un lato quelli che si fidano di chi dirige la baracca, dall’altro chi vorrebbe ridurre il gap tra le proprie condizioni di lavoro e quelle del contratto nazionale di riferimento. Apostrofarli come “imb”, “zoc” e “fro” è stata perciò la naturale conseguenza di questa divisione, in cui si svilisce il pensiero di chi protesta per chiedere migliori condizioni di lavoro”.
(da agenzie)
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Marzo 29th, 2018 Riccardo Fucile
RICHIESTA L’APPROVAZIONE SU UN DOCUMENTO SENZA AVERLO POTUTO LEGGERE… UNO STATUTO DA REGIME DITTATORIALE
Mentre Luigi Di Maio gioca a rimpiattino con Matteo Salvini, dopo l’approvazione dello Statuto
dei gruppi del MoVimento 5 Stelle escono allo scoperto le voci critiche che durante l’assemblea hanno attaccato il candidato premier o hanno espresso perplessità sulla democrazia interna (acuta osservazione, Watson!).
A sorpresa, tra le voci critiche c’è ad esempio quella di Carla Ruocco, che in altre occasioni — come dopo l’elezione di Elisabetta Casellati in Senato — non aveva mostrato un grande spirito critico.
In un’intervista rilasciata oggi al Messaggero invece la deputata napoletana eletta a Roma tira fuori con diplomazia ma anche con fermezza le sue critiche: «Sono intervenuta sul metodo, non sul merito. Date le esigenze di confronto maturate nel corso della riunione, ho chiesto di dilazionare i tempi della votazione. La mia non era una remora personale. Ma dato il mood emerso in assemblea, ho cercato la maniera di tagliare la testa al toro».
Arrabbiata, a sorpresa, anche Elena Fattori che ha sollevato molte critiche nel merito: «La perplessità che ho sollevato riguarda il ruolo del capo politico nel caso diventasse premier. A lui infatti spetta la nomina del capogruppo parlamentare e degli altri membri del consiglio direttivo», ha detto Fattori a molti giornali.
«Qualora egli diventasse capo del governo la vedrei come un’interferenza del potere esecutivo su quello legislativo – continua –, quindi avrei gradito un distinguo, lasciando ai parlamentari l’elezione del capogruppo in caso di un ruolo governativo di Di Maio. Io non ho votato, non voto un testo ricevuto un’ora primad ella riunione». Repubblica racconta che Di Maio ha risposto a Fattori: «Se pensavi queste cose dovevi dirlo prima del 26 settembre».
Ovvero, prima dell’elezione del capo politico del M5S, a cui Fattori ha partecipato come sfidante di Di Maio
Niente dibattito, siamo grillini
Molti deputati e senatori poi si sono lamentali che la tradizione contraria al dibattito e alla discussione nel MoVimento 5 Stelle si sia rinnovata anche nell’occasione del voto dello Statuto.
Alla fine al Senato non hanno preso parte al voto Andrea Colletti, Federico D’Incà , Giuseppe Brescia, Fabiana Dadone. A votare espressamente contro Luigi Gallo, oltre a Sportiello e Sarli. Di Maio ha spiegato che “l’assemblearismo” di cinque anni fa — ovvero quando i 5 Stelle erano appena entrati in Parlamento — deve essere dimenticato per andare al governo.
A prendere la parola in dissenso anche Matteo Mantero e Paola Nugnes, mentre Annalisa Cuzzocrea racconta che come tesoriere alla Camera è stato designato un deputato di sicura lealtà come il ligure Sergio Battelli, che nella vita però faceva l’impiegato in un negozio di articoli per animali e il cantante rock
Le “novità ” dello Statuto dei gruppi M5S di Camera e Senato
Oltre all’impostazione definita da alcuni “troppo verticistica” il MoVimento avrebbe messo alcuni paletti all’iniziativa legislativa dei parlamentari allo scopo di limitare la presentazione di leggi “inutili” o dal contenuto “imbarazzante” per il partito.
Un vincolo che — riferisce sempre AdnKronos — alcuni parlamentari consideravano incostituzionale. A quanto pare però, durante l’Assemblea gli eletti avrebbero ottenuto che quel vincolo venisse tolto dallo Statuto.
Ne sono rimasti però altri, uno su tutti l’obbligo a votare la fiducia “ogni qualvolta ciò si renda necessario, ai governi presieduti da un presidente del consiglio dei ministri espressione del M5S” esattamente come previsto dal codice etico del MoVimento.
Altro punto “dolente” sono le sanzioni nei confronti dei deputati che abbandonano il gruppo parlamentare sia a causa di un espulsione sia volontariamente.
Nel documento approvato alla Camera spunta fuori la penale nei confronti degli infedeli e dei “traditori”: “Il deputato che abbandona il gruppo parlamentare a causa di espulsione ovvero abbandono volontario ovvero dimissioni determinate da dissenso politico sarà obbligato a pagare, a titolo di penale, al MoVimento 5 Stelle, entro dieci giorni dalla data di accadimento di uno dei fatti sopra indicati, la somma di euro 100.000,00”. Una penale che nessuno degli eventuali fuoriusciti dovrà pagare perchè incostituzionale
La penale servirà — è scritto nel Codice — come “indennizzo” per gli oneri sostenuti dal Movimento all’elezione del parlamentare. I parlamentari poi si impegnano a “contribuire personalmente all’attività del M5s con uno specifico onere di concorso economico, proporzionale alle indennità percepite” (è la famosa quota da versare a Rousseau) e ad accettare “che lo Statuto preveda che il 50% delle quote stanziate dalle rispettive Camere per il funzionamento dei gruppi parlamentari sia stanziato per il sovvenzionamento dei gruppi di comunicazione”.
Gruppi la cui organizzazione e scelta spetta al capo politico del M5S. Molto interessante l”articolo 19 dello statuto del Gruppo Camera M5S che secondo AdnKronos è dedicato alla figura del ‘Capo del personale’.
Una figura che sicuramente è destinata a ricoprire un ruolo di primo piano.
“Il Capo del personale — si legge nel documento -, sentito il Direttore Amministrativo, gestisce e amministra il personale del gruppo disciplinandone l’attività , tenendo conto dell’inquadramento e delle mansioni specificatamente assegnate. Assicura altresì il coordinamento con il personale del Gruppo parlamentare del MoVimento 5 Stelle del Senato della Repubblica. Il Presidente del Gruppo, in accordo con il Capo Politico del MoVimento 5 Stelle, nomina il Capo del personale”.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 29th, 2018 Riccardo Fucile
“I PARLAMENTARI GRILLINI RISCHIEREBBERO L’INCOLUMITA’ FISICA”
“Accordo di governo tra M5s e Lega con appoggio esterno di Forza Italia? I 5 Stelle pagherebbero caro e salato. Credo che i loro elettori non lo perdonerebbero mai e andrebbero a prendere per strada i parlamentari M5S, che rischierebbero anche l’incolumità fisica”.
Sono le parole pronunciate a Otto e Mezzo (La7) dal direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, che aggiunge: “Altra cosa sarebbe se il M5S riuscisse a fare un accordo solo con la Lega, ma per quale motivo la Lega dovrebbe sganciarsi da Forza Italia? Salvini vuole fare il leader di tutto il centrodestra e senza Forza Italia è il leader del terzo partito. L’elettorato M5S è piuttosto nervosetto. Ha perdonato la nomina della Casellati a presidente del Senato, perchè con quell’accordo i 5 Stelle sono riusciti a far eleggere Fico alla Camera e hanno impallinato un condannato come Romani” — continua — “L’accordo sulle presidenze delle Camera era giusto perchè il centrodestra ha preso più voti del M5S. Non poteva ripetersi quello che è successo nel 2013, quando il Pd, pur avendo pareggiato coi 5 Stelle col 25%, si pappò Camera, Senato, Palazzo Chigi e Quirinale”.
E aggiunge: “Gli uomini di Berlusconi hanno tutti votato la mozione per cui Ruby era nipote di Mubarak. E l’hanno votata pure i leghisti e i centristi, come la Lorenzin che adesso sta nel centrosinistra. Quindi, se vai da quella parte, trovi solo sostenitori della tesi secondo cui Ruby era nipote di Mubarak e solo gente che ha votato leggi vergogna. Non è che trovi Ingrao o Pertini”.
Poi si sofferma sulla strategia del Pd: “Come fa a decidere di stare all’opposizione quando non sa ancora chi sta al governo? E’ demenziale. In un sistema parlamentare proporzionale uno sceglie di stare all’opposizione dopo che ha capito chi va al governo. Il Pd sostiene che gli elettori lo ha mandato all’opposizione, cosa totalmente falsa, perchè chi ha votato Pd voleva mandarlo al governo” — prosegue — “Di Maio domani inizia a incontrare i vari leader dei partiti. E’ lì che uno decide di stare all’opposizione o no. Ma il Pd ha deciso di non andarci e di non parlare. E allora si assumi le sue responsabilità . Non è che poi può piangere se si mettono d’accordo gli altri”
(da agenzie)
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Marzo 29th, 2018 Riccardo Fucile
PRENDERA’ IL POSTO DI MELONI IN GIUNTA… SI DIMISE DA CONSIGLIERE MUNICIPALE ACCUSANDO IL MOVIMENTO
Sarà Carlo Cafarotti a prendere il posto di Adriano Meloni, assessore al commercio dimissionario
della Giunta Raggi per la gioia di Andrea Coia.
Non un profilo tecnico ma un attivista, quindi, come auspicava Paolo Ferrara, capogruppo M5S in Campidoglio, qualche tempo fa.
Cafarotti è l’attuale delegato della prima cittadina al municipio VIII oltre che uno dei pentastellati più vicini all’assessore Frongia.
Allo stesso tempo, funzionario della Banca d’Italia ed ex capogruppo cinquestelle alla Garbatella, è la figura più politica che tecnica richiesta a gran voce dai 5S capitolini.
Cafarotti è di sicuro un 5 Stelle di grande personalità .
Nella lettera in cui annunciava le sue dimissioni infatti i romani del M5S: «il Movimento nasce come il collettore verso le istituzioni, il soggetto più aperto e disponibile all’ascolto dell’intera Repubblica, lo strumento della vera partecipazione dal basso. Invece spesso è stato una Arena, un luogo di conflitto, di scontri tra fazioni difficilmente prevedibili a priori, con gioia immensa dei nostri avversari, e anche con un po’ di delusione di chi ci ha votati. Non è così che deve andare».
Poi Cafarotti sosteneva che dopo che c’è chi è stato «cacciato dopo una pesante attività di denigrazione» i carnefici di oggi diventeranno vittime domani. E poi profetizzava:
Sicuramente siamo diversi dagli altri: le capacità dei nostri portavoce, la nostra buona fede, il tutto rafforzato dalla nostra fedina penale intonsa, ci rende dei marziani al confronto del Pd+-L con il loro Mose, L’Expo, MafiaCapitale, etc. — insomma una Manipulite perpetua -; ma la mancata indulgenza, le forme di intransigenza interna, il fondamentalismo più ottuso ci rendono a volte più simili all’ISIS che non allo strumento di democrazia che sognamo. Non è così che deve andare. Dobbiamo ripensare il nostro rapporto con gli altri, e ripensarci come organizzazione interna.
Abbiamo anche confuso la centralità della rete, sacrosanto dogma da noi sposato, con la centralità del sito www.beppegrillo.it. Questo è un errore tattico che diventa persino strategico: abbiamo demandato ad un sito soltanto, quel che fino a poco prima delle elezioni facevano centinaia di siti e meetup, diminuendo la nostra potenza di fuoco. Ci siamo legati le braccia da soli, e per chi sta sul territorio come sono stato io, per chi lavora in cambusa, per dirlo alla marinara, è un pò come legarsi le mani: con cosa le peli le patate? Non è così che deve andare. Anche gli strumenti, non ultimo quelli di sondaggio su realtà locali, devono essere molto più diffusi e capillari, anche fluidi, come fluida è la rete stessa, come fluidi ci siamo pensati sin dall’inizio.
Cafarotti aveva già presentato le dimissioni davanti all’assemblea degli attivisti dopo aver invitato a parlare in assemblea due componenti di Occupypalco all’indomani dell’espulsione comminata dal blog di Beppe Grillo.
Le dimissioni erano state respinte quasi all’unanimità .
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 29th, 2018 Riccardo Fucile
LA CASSA DEPOSITI E PRESTITI E’ L’OBIETTIVO SULLE NOMINE DEI CINQUESTELLE… DA LI’ PASSANO I DOSSIER PIU’ CALDI, DA TIM A ILVA
È il salvadanaio degli italiani e allo stesso tempo il salvagente invocato dalla politica nelle crisi aziendali di peso. Ma non solo.
Perchè Cassa Depositi e prestiti è anche il crocevia di partite e poltrone importanti, come Ilva, Tim, Alitalia e Fincantieri.
Ecco perchè nel risiko delle nomine nelle società pubbliche, a cui ha dato il via ufficiale il Movimento 5 Stelle, la Cassa è il boccone più ghiotto. Insieme a Saipem, gioiello dell’industria petrolifera, i pentastellati puntano in alto.
Il post del candidato ministro dell’Economia M5S, Andrea Roventini, ha rotto il silenzio dei partiti sulle poltrone in scadenza: da aprile al 2019 ci sono da riassegnare 350 posti in 79 società controllate, direttamente o indirettamente, dal Tesoro.
Per Cdp i tempi sono strettissimi: i vertici scadono a maggio e anche se il Mef ha deciso di spostare l’assemblea a fine giugno, come anticipato dal Messaggero, è già tempo di nomi e strategie.
Una fonte M5S ha rivelato a Reuters che i 5 Stelle stanno pensando di azzerare gli attuali vertici: condizione ritenuta “imprescindibile” per un rilancio della Cassa.
C’è più di un elemento che rimanda alla volontà dei 5 Stelle di rivoluzionare Cdp e non solo in riferimento ai posti di comando.
Innanzitutto le parole di Roventini: quando parla di una Cassa che “non ha contributo come dovrebbe” allo “sviluppo industriale e tecnologico dell’Italia” pone come elemento deficitario la “mancanza di un chiaro indirizzo da parte del potere esecutivo”. In pratica come il governo deve guidare Cdp.
Elemento di un dibattito, già avviato da tempo, che vede contrapporsi sostanzialmente due fazioni: chi vede la Cassa come la vecchia Iri, quindi come un soggetto erogatore di risparmio postale, principalmente per la risoluzione di crisi, assoggettata ai partiti, e chi, come il management attuale, promuove e difende una visione privatistica, legata al solo obiettivo di investire nella competitività del Paese.
I 5 Stelle hanno un’idea ben chiara sulla mission della Cassa. Ancora Roventini per capire il disegno: “È una risorsa dell’Italia che può assumere il ruolo di banca di sviluppo per stimolare l’innovazione, lo sviluppo tecnologico e aiutare le nostre imprese sul mercato nazionale e su quelli esteri”.
Cdp, quindi, come banca di sviluppo, cioè orientata al finanziamento di progetti infrastrutturali e produttivi,che agisce finanziando gli enti locali e con l’aiuto di Invitalia, l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa.
Ora che il voto del 4 marzo ha dato la forza politica per incidere nella partita delle nomine, i 5 Stelle escono completamente allo scoperto e affinano una vision che era stata già tratteggiata negli anni addietro. Giugno 2015: l’allora presidente Franco Bassanini e l’amministratore delegato Giovanni Gorno Tempini vengono sostituiti da Costamagna e Gallia con un anno di anticipo rispetto alla scadenza naturale del loro mandato. Impronta renziana sul cambio al vertice e i 5 Stelle, con un post pubblicato sul blog di Grillo, denunciarono l’operazione.
“Il cambio al vertice – si legge nel post – sarebbe il preludio a un vero e proprio cambio di strategia e finalità operative di Cassa depositi e prestiti destinata, secondo l’intendimento del Governo, ad assumere sempre più i connotati di un investment bank”. Il rischio, secondo i pentastellati, era quello di “mettere a rischio” i risparmi degli italiani. I 5 Stelle criticavano sostanzialmente un’apertura, ritenuta “eccessiva”, al sistema bancario privato. In pratica una Cassa con la veste di banca d’investimento, con un ruolo più da intermediario finanziario, legato cioè a operazioni come aumenti di capitale, scalate e fusioni.
Sotto accusa finì Costamagna. “Cassa depositi e prestiti in mano a Goldman Sachs”, si legge in un altro post, firmato M5S Parlamento e datato 22 giugno 2015. I 5 Stelle puntarono il dito contro il passato di Costamagna in una delle più grandi banche d’affari del mondo, Goldman Sachs appunto, e sul fatto che sedeva nel cda di Luxottica e in quello di Salini-Impregilo, dove ricopriva il ruolo di presidente. Fu definito “l’uomo del destino che svenderà i nostri gioielli nazionali per un piatto di lenticchie”. Roventini, nel suo post, pur senza citare gli attuali vertici di Cdp, puntella la linea delle nuove nomine: “Massima trasparenza, evitando logiche politiche spartitorie che possano promuovere manager appartenenti a circoli di potere, che affondano le radici nella Prima e Seconda Repubblica”.
Rispetto al 2015, la critica dei 5 Stelle oggi è più spostata su Gallia. Costamagna, dal canto suo, non si scompone sull’ipotesi di una possibile uscita: “Noi siamo qui fino alla scadenza del nostro mandato, non sappiamo quello accadrà dopo: ho sempre detto che siamo sempre stati in prestito a questo mondo, veniamo tutti e due dal mondo privato, prima o poi ci ritorneremo, se questo sarà prima o dopo lo vedremo nelle prossime settimane o mesi”.
Allo stesso tempo, però, il presidente di Cdp proprio oggi ha illustrato la performance del gruppo.
Numeri da capogiro. Nel triennio 2015-2017, la Cassa depositi e prestiti ha mobilitato risorse pari a 92 miliardi di euro, in crescita del 17% rispetto ai 79 miliardi del triennio 2012-2014.
L’impatto del gruppo sull’economia italiana, nel 2017, è stato pari a 40 miliardi di euro, con un contributo sul Pil del 2,3%, mentre per quanto riguarda l’occupazione l’impegno di Cdp si è tradotto nel creare o mantenere 490mila posti di lavoro.
Basteranno questi numeri a evitare l’avvicendamento? Poltrone a parte, il punto su quanto sia cruciale e appetibile Cdp si evince anche dal ruolo che gioca nelle partite industriali di primissimo livello. Ilva: Cdp ha presentato un’offerta per rilevare l’acciaieria e Gallia ha ribadito che la Cassa è disponibile a prenderne una quota. Alitalia: la Cassa è pronta a essere il partner finanziario del nuovo proprietario. In Fincantieri, che nella cornice dell’accordo con Stx, è chiamata a giocare un ruolo da leader mondiale, Cdp gioca un ruolo di primissimo ordine: è l’azionista di maggioranza con il 71,6 per cento. Ancora, Tim.
C’è l’ipotesi di una quotazione in Borsa della rete con la Cassa azionista: Costamagna ha affermato che non c’è al momento “nessuna decisione”, ma allo stesso tempo ha confermato che ci sono stati dei contatti con il fondo Elliott, che sta provando a farsi spazio dentro Tim.
Nella partita delle tlc, Cdp, inoltre, ha una posizione forte perchè guida, insieme a Enel, Open Fiber, la società nata nel 2015 per realizzare l’installazione, la fornitura e l’esercizio di reti di comunicazione elettronica ad alta velocità in fibra ottica.
L’altro dossier che sta a cuore ai 5 Stelle è quello di Saipem, società che opera nel settore petrolifero e specializzata nella realizzazione di infrastrutture per la ricerca di giacimenti di idrocarburi, la perforazione e la messa in produzione di pozzi petroliferi, ma anche nella costruzione di oleodotti e gasdotti.
Partita che si intreccia con Cdp, che di Saipem è azionista con il 12,5 per cento e che dal distaccamento del gioiellino petrolifero da Eni ha guadagnato 700 milioni di euro a fronte di 900 milioni di investimento.
Anche la scadenza dei vertici di Saipem è vicina: 3 maggio. Il neo deputato M5S, Stefano Buffagni, rivendica su Facebook il peso dei 5 Stelle: “Il Movimento 5 Stelle – scrive – è la prima forza politica del paese: nessuno sogni di non tenerne conto, a partire da Saipem e Cdp perchè lo sviluppo del paese passa da questi nodi fondamentali”.
È anche tempo di altre poltrone eccellenti da confermare o ribaltare: ad aprile (ma probabilmente ci sarà una proroga in attesa del nuovo governo) toccherà all’Autorità di regolazione Energia, Reti e Ambiente.
Poi a giugno a Eur Spa, Rai e Sogei, la società informatica dello Stato che i 5 Stelle vogliono indirizzare verso la creazione della banca dati unica del fisco. A luglio cambio o conferma ai vertici del Gestore dei servizi energetici e poi a novembre toccherà all’Antitrust.
Tra le società controllate per via non diretta dal Tesoro il 2018 è un anno di direttivi in scadenza per sei società del gruppo Enel, ma anche per alcune società interne di Invitalia, Fs, Poste e Sogin. Nel 2019, infine, toccherà a Fincantieri e Snam. Orizzonte più lungo. Ora la partita più imminente e calda si chiama Cdp.
(da “Huffingtonpost”)
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