Marzo 29th, 2018 Riccardo Fucile
IL RACCONTO DI CHI L’HA FREQUENTATO PER ANNI: “UN UOMO AGGRAPPATO ALLA VITA CON LE UNGHIE E CON I DENTI”
Non era solito negarsi alle interviste. Non l’aveva mai fatto, non era nel suo stile, fino alla
settimana scorsa quando rispose con un messaggio alla richiesta di un’analisi sul momento del suo amato Toro. Era molto strano, il Mondo era una persona generosa, il padre che tutti vorrebbero, l’amico che tutti sognavano, il vicino di casa che tutti desideravano. Dovevo richiamare, a costo di fare l’invadente.
Ma era solo per affetto, grande, enorme nei confronti dell’allenatore più importante della mia vita, conosciuto sui campi di Sestriere quando, nel pieno della sua prima esperienza in granata, portava il Toro ad allenarsi d’estate.
Io lo guardavo con gli occhi sognanti di un ragazzino e ipnotizzati dai quei modi gentili e mai banali di una persona diversa anche per questo, in un mondo del calcio che dimentica tutto in fretta e sorride per finta.
Lui, che era già diventato fenomeno sulla panchina dell’Atalanta, portandola in semifinale nella Coppa delle Coppe, ma che era ancora lontano dal giorno della sedia alzata col Toro allo stadio Olimpico di Amsterdam contro l’Ajax, maledetta finale, era diverso da tutti gli altri.
Mi prese sotto braccio, mentre la squadra entrava al campo d’allenamento, dandomi una pacca sulle spalle e una spettinata ai capelli.
E allora, aggrappandomi ai ricordi, l’ho richiamato e l’ho sentito rispondere con un filo di voce che mi ha spezzato il cuore, mentre raccoglieva tutto il fiato che aveva nel suo corpo debilitato da 7 anni di lotta durissima contro il cancro.
«Scusami, non riesco a parlare, mi hanno operato per la quinta volta alla pancia, mi hanno tolto praticamente tutto, sto facendo riabilitazione, ciao», le sue ultime parole con l’energia residua che aveva in corpo.
Parole calde, di un uomo aggrappato con le unghie e con i denti alla vita, che ci ha creduto fino all’ultimo, come quando faceva l’allenatore.
Oggi sgorgano soLo lacrime per la scomparsa di Emiliano Mondonico, libero di guardare il Toro da lassù e giocare a carte, tra un panino al salame e un bicchiere di vino, con gli altri eroi della storia granata.
(da “La Stampa”)
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Marzo 29th, 2018 Riccardo Fucile
FECE GRANDI TORINO E ATALANTA… LA LUNGA BATTAGLIA CONTRO IL CANCRO
Si è spento a 71 anni, dopo una lunga battaglia contro un tumore, Emiliano Mondonico, indimenticato protagonista del calcio italiano.
Nato a Rivolta d’Adda il 9 marzo 1947, ex giocatore di Cremonese, Torino, Monza e Atalanta, la sua fama è legata soprattutto alla carriera da allenatore: cinque le promozioni ottenute in serie A con Cremonese (1983-1984), Atalanta (1987-1988 e 1994-1995), Torino (1998-1999), e Fiorentina (2003-2004).
“Mondo”, questo il suo soprannome, ha fatto grandi Torino e Atalanta: sotto la sua guida i nerazzurri bergamaschi vissero la più bella esperienza in Europa, la Coppa delle Coppe 1987/88, quando arrivarono in semifinale.
E con lui in panchina il Torino, era il 1992, perse la finale di coppa Uefa contro l’Ajax.
Generoso, polemico, mai banale, Mondonico ha lasciato il segno anche fuori dal campo per la sua umanità : caratteristiche che lo legavano molto ai tifosi della squadra che allenava, Torino e Atalanta su sutte.
Mondonico è morto all’alba nella sua casa di Milano: accanto a lui, da sempre Carla, fedele compagna di tutta la vita, le figlie Francesca e Clara.
E’ stata quest’ultima dare la notizia sulla sua pagina Facebook. “Ciao pap, sei stato il nostro esempio e la nostra forza…ora cercheremo di continuare come ci hai insegnato tu. Eternamente tua”.
Innumerevoli i tweet e i post di cordoglio sui social da parte del mondo del calcio: “Personaggio amato da tutti, oltre i colori della maglia”, si legge nel tweet della Lega di serie A. “Ricorderemo sempre la tua generosità e i tuoi valori. Riposa in pace”.
“Atalanta in lutto. È scomparso Emiliano Mondonico. In momenti come questo si fa sempre tanta fatica a trovare le parole, forse perchè non ce ne sono. Se n’è andato un pezzo importante di storia atalantina, ma mai potrà essere dimenticato”. Lo scrive l’Atalanta sul proprio sito, esprimendo il cordoglio per la morte di Emiliano Mondonico
(da agenzie)
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Marzo 29th, 2018 Riccardo Fucile
GLI ASSEGNI EROGATI SONO 17,9 MILIONI, DI QUESTI 3,9 MILIONI SONO PRESTAZIONI ASSISTENZIALI
Rimane pressocchè stabile il numero delle pensioni, ma aumenta l’importo. 
Le pensioni vigenti al primo gennaio 2018 erogate dall’Inps per il settore privato sono 17.886.623, circa 143.000 in meno rispetto all’inizio del 2017: lo rileva l’Inps nel suo Osservatorio sulle pensioni spiegando che la spesa complessiva annua (ottenuta moltiplicando per 13 il valore dell’importo mensile di gennaio) è pari a 200,5 miliardi, in aumento dell’1,57% sul dato 2017.
Le pensioni di natura previdenziale sono 13,97 milioni mentre 3,9 milioni sono le prestazioni assistenziali.
Il 70,8% delle pensioni erogate, 12,8 milioni di assegni, sono inferiori a 1.000 euro.
Per le donne la percentuale delle pensioni fino a mille euro è decisamente inferiore, arriva all’86,6% per le donne.
Il dato non tiene conto delle pensioni pubbliche (con la media di importo molto più alta) e di quelle dello spettacolo.
Bisogna ricordare che si tratta solo delle singole pensioni e non dell’importo totale spettante a ogni pensionato che può godere di più trattamenti.
(da agenzie)
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Marzo 29th, 2018 Riccardo Fucile
I DATI DELLE DICHIARAZIONI 2016… I TITOLARI DI DITTE INDIVIDUALI GUADAGNANO MENO DEI DIPENDENTI
Cresce leggermente nel 2016 il reddito medio dichiarato dai contribuenti italiani. Secondo i dati diffusi dal ministero dell’Economia il valore si è attestato a 20.940 euro, in crescita dell’1,2% rispetto all’anno precedente.
Complessivamente, il reddito totale dichiarato è stato di 843 miliardi, in aumento di 10 miliardi rispetto al 2015.
BONUS 80 EURO RESTITUITO DA 1,7 MILIONI
Come già accaduto negli ultimi anni, alcuni contribuenti hanno dovuto restituire in tutto o parzialmente il bonus 80 euro. Si tratta di 1.721.632 persone per un importo complessivo di 479.563.000 euro, con una media di 280 euro.
Allo stesso tempo 679.466 contribuenti a cui non era stato versato dal sostituto di imposta hanno potuto usufruirne in sede dichiarazione dei redditi, per un ammontare complessivo di 679.466.000 euro e un importo medio di 400 euro.
AUTONOMI AL TOP
I dati comunicati, che si riferiscono alle dichiarazioni dei redditi presentate nel 2017 e relative al periodo di imposta 2016, ricalcano le indicazioni emerse già negli ultimi anni.
Sono ancora gli autonomi a registrare in media i redditi più alti, con un dato che si attesta a 41.740 euro, mentre il reddito medio dichiarato dagli imprenditori (titolari di ditte individuali) è pari a 21.080 euro. Il reddito medio dichiarato dai lavoratori dipendenti è pari a 20.680 euro, quello dei pensionati a 17.170 euro. Infine, il reddito medio da partecipaz ione in società di persone ed assimilate risulta di 17.990 euro.
I redditi da lavoro dipendente e da pensione rappresentano circa l’82% del reddito complessivo dichiarato; il reddito da pensione, rappresenta circa il 30% del totale del reddito complessivo.
Il Mef nella sua nota ricorda che per ‘imprenditori’ nelle dichiarazioni Irpef si intendono i titolari di ditte individuali, escludendo pertanto chi esercita attività economica in forma societaria; inoltre la definizione di imprenditore non può essere assunta come sinonimo di ‘datore di lavoro’ in quanto la gran parte delle ditte individuali non ha personale alle proprie dipendenze.
LOMBARDIA LA PIU’ RICCA, CALABRIA LA PIU’ POVERA
L’analisi territoriale – spiega la nota – conferma che la regione con reddito medio complessivo più elevato è la Lombardia (24.750 euro), seguita dalla Provincia Autonoma di Bolzano (23.450 euro), mentre la Calabria presenta il reddito medio più basso (14.950 euro); anche nel 2016 il reddito medio nelle regioni del Sud, pur aumentato rispetto all’anno precedente è cresciuto meno rispetto alla media nazionale.
(da agenzie)
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Marzo 29th, 2018 Riccardo Fucile
LA FOTOGRAFIA DELLA MOBILITA’ DEI GIOVANI TRA 20 E 34 ANNI
Il 60% dei giovani disoccupati italiani, contro una media Ue del 50%, non è disposto a muoversi
per trovare lavoro e il 98% di quelli che già lavorano (la quota più grande registrata tra i Paesi dell’Unione dove la media è del 90%) ha trovato occupazione senza bisogno di cambiare residenza.
Questa la fotografia della mobilità dei giovani italiani tra i 20 e i 34 anni scattata da Eurostat in base ai dati del 2016.
Il 7% disponibile ad andare all’estero
Secondo l’istituto, solo il 7% dei giovani disoccupati italiani (contro una media Ue del 12%) è disposto a “traslocare” in un altro Paese dell’Unione per trovare lavoro, quota che sale al 13% (il 17% la media Ue) se la destinazione è un Paese extra-Ue e arriva al 20% (21% il dato Ue) si tratta di spostarsi dentro i confini nazionali.
Ma la maggioranza (60%) dei giovani disoccupati italiani non è disposta a cambiare città o Stato, indipendentemente dal luogo di destinazione. Un dato che colloca l’Italia al sesto posto nell’Ue insieme alla Polonia dietro a Malta (73%), all’Olanda (69%), a Cipro (68%), alla Romania (63%) e alla Danimarca (62%).
Propensione alla modalità più alta con un livello di istruzione maggiore
L’altra indicazione che emerge dallo studio dell’istituto di statistica europeo è che mediamente nell’Unione solo l’un per cento dei giovani occupati ha trovato lavoro spostandosi in un altro Paese Ue mentre l’8% si è dovuto spostare all’interno dei confini nazionali. Eurostat rileva infine che in generale la propensione alla modalità è più alta tra i giovani disoccupati con un livello di educazione scolastica maggiore: all’interno di questo gruppo il 23% è pronto a traslocare all’interno del suo Paese pur di lavorare e il 16% è pronto a spostarsi in un altro Paese dell’Unione
(da agenzie)
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Marzo 28th, 2018 Riccardo Fucile
L’IMPUNTATURA SULL’INCARICO NON REGGE E FINISCE SIA PER STRAPPARE CON I DEM CHE LITIGARE CON SALVINI
I forni, per dirla con la famosa quanto abusata metafora, sono chiusi, almeno per ora, in queste confuse pre-consultazioni che si consumano prima ancora di quelle ufficiali al Quirinale.
Si capisce quando a metà pomeriggio, in un clima di nervosismo sull’elezione di vicepresidenti, questori, segretari, Luigi Di Maio mette in rete un tweet di fuoco: “Salvini dice che gli bastano 50 voti. Vuole fare il governo con i 50 voti del Pd di Renzi in accordo con Berlusconi? Auguri!”.
La verità è che il giovane e ambizioso leader dei Cinque Stelle è in difficoltà .
Bastava vederlo sul tardo pomeriggio in buvette. Volto teso, ha salutato da lontano Ettore Rosato, per parlare qualche minuto fitto col suo Stefano Buffagni.
Qualche minuto, una consumazione, poi via.
Il pane del governo è ben diverso da quello infornato sull’elezione dei presidenti delle Camere. E il tono e le parole, certo di sfida e, di nuovo, tornate quasi da campagna elettorale, indicano la chiusura, almeno per ora, del forno leghista.
Poco prima Salvini, un altro abituato alla politica come comunicazione permanente, tutta proiettata sull’opinione pubblica più che nel Palazzo, aveva messo a verbale un altro bagno di realtà per il leader penstastellato: “Da solo Di Maio dove va… voglio vederlo trovare 90 voti in giro, che dalla sera alla mattina si convincono”.
Un bagno di realtà , perchè dietro l’approccio contabile (“a te ne mancano X, a me Y”), c’è un punto politico, per nulla irrilevante, che li pone in una posizione diversa.
Ed è la pretesa di avere l’incarico di governo.
Il leader della Lega ha già dichiarato la sua disponibilità a non pretenderlo, per favorire una dinamica che porti a un accordo.
L’altro, invece, è imprigionato nella logica dell’incarico. È questo il punto.
Perchè altrimenti, per dirla con i suoi, “non la regge”.
Solo la sua presenza a palazzo Chigi consente di far digerire l’accordo con la destra alla sua opinione pubblica inquieta.
Per la serie: fidatevi di me, sono io la garanzia che l’operazione non è uno snaturamento identitario e una omologazione agli altri partiti.
Ci vorrà tempo per capire se l’ambizione poggia su un calcolo consapevole e realistico o sul velleitarismo. Prima di un mese, ha spiegato ai suoi, non succederà nulla. Proseguiranno queste schermaglie tattiche, giochi di posizionamento, verifica delle possibili evoluzioni.
Al momento sembra complicato l’ottenimento dell’incarico senza una maggioranza, principio di realtà ben presente al Colle.
E sembra complicata, in questa fase, l’intera riproposizione dello schema seguito per l’elezione dei presidenti delle Camere, con Salvini unico interlocutore e Berlusconi che nasconde la sua ingombrante presenza.
Il Cavaliere ha fatto sapere che la prossima settimana salirà al Quirinale per le consultazioni, segno che, per dirla con i suoi, “semmai si farà un governo, sarà ‘con noi’, non ‘con noi sotto’ nei panni dei camerieri altrui”
Ecco. Nè ha prodotto esiti il timido tentativo di apertura del forno democratico. Perchè anche la trattativa su presidenze e vicepresidenze ha prodotto, più che l’inizio di un dialogo, un irrigidimento delle parti.
Parliamoci chiaro: l’idea che ci possa essere un pezzo di Pd che si smarca da Renzi per parlare con i Cinque Stelle, semplicemente, non esiste.
E non solo perchè, nella sua sostanza, al netto delle chiacchiere sulla collegialità il Pd è ancora ampiamente controllato da Renzi. Ma anche perchè è mancata qualunque iniziativa politica degna di questo nome per favorire un processo del genere.
Un processo del genere va costruito, con proposte, segnali di riconoscimento politico, disponibilità al confronto, atti concreti.
È complicato pretendere di formare un governo con i voti altrui, senza neanche chiederli e sperando che gli altri si facciano vivi per poi stupirsi che ciò non accada. Anzi, proprio questa pretesta ha rafforzato, di fatto, la linea dell’opposizione tout court dell’ex segretario.
Producendo il rifiuto di partecipare al giro di incontri proposti dal leader pentastellato per la giornata di domani, e neanche gestiti in prima persona. Dal centrodestra il rifiuto non c’è, segno che, semmai si riaprirà qualcosa, accadrà in quella direzione.
Sia come sia, in questa lunga attesa di ciò che potrà maturare, per la prima volta le parole e gli spin pentastellati rivelano una certa tensione e, per la prima volta meno fiducia verso Matteo Salvini che si sta mostrando legato a Berlusconi più di quanto parecchi di loro pensavano: “Si facciano il governo col Pd — sussurrano dalla war room — che tra un anno prendiamo il 50 per cento”.
Spifferi, comunque indicativi. A momento non c’è pane da cucinare nè da una parte nè dall’altra.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 28th, 2018 Riccardo Fucile
IL M5S PARLA DI 17 MILIARDI MA SI BASA SUL CALCOLO ISTAT DI 3 ANNI FA DOVE MANCAVANO DATI FONDAMENTALI… TRAVAGLIO PARLA INFATTI DI REDDITO MINIMO, LUI HA CAPITO IL BLUFF
Oggi i capogruppo pentastellati Danilo Toninelli e Giulia Grillo hanno deciso di fare piazza pulita
delle bugie sul Reddito di Cittadinanza proposto dal MoVimento 5 Stelle. «Basta bugie sul reddito di cittadinanza — hanno dichiarato — L’Istat ha calcolato in 14,9 miliardi di euro la spesa annua, più 2 miliardi d’investimento il primo anno per riformare i Centri per l’Impiego». Totale: 17 miliardi.
Il M5S aveva appena incassato l’apertura di Matteo Salvini sul Reddito di Cittadinanza ma questa mattina però il Presidente dell’Inps Tito Boeri ha detto che il Reddito di Cittadinanza proposto dal M5S potrebbe costare tra i 35 e i 38 miliardi.
Come mai questa differenza?
Il MoVimento durante la campagna elettorale non solo ha sempre detto di avere le coperture ma anche sostenuto a più riprese che la cifra di 15 miliardi di euro era frutto della stima dell’Istat del giugno 2015 in base al fatto che le famiglie beneficiarie sarebbero state 2 milioni e 759 mila, per un totale di circa 8,3 milioni di persone. L’Inps però, sempre nel giugno del 2015 e sempre durante un’audizione al Senato, aveva fatto sapere che il costo del Reddito di cittadinanza a 5 Stelle sarebbe stato di 30 miliardi.
I 5 Stelle sanno quindi dal 2015 che il loro calcolo sui costi della misura di sostegno alla disoccupazione non tiene conto delle osservazioni dell’Inps.
Perchè?
A inizio gennaio LaVoce.info ha pubblicato un’analisi a cura di Massimo Baldini e Francesco Daveri dove la conclusione è che “applicando alla lettera il testo della proposta di legge” avanzata dal MoVimento 5 Stelle la spesa per le casse dello Stato sarebbe di 29 miliardi.
Una cifra appunto molto vicina a quella calcolata da Tito Boeri nel 2015 ed esposta durante l’audizione alla XI Commissione “Lavoro, Previdenza Sociale” del Senato del 9 giugno 2015.
La spiegazione è contenuta già nel testo dell’audizione di Boeri che segnalava innanzitutto che «l’introduzione di un reddito di cittadinanza che nell’articolato della norma è poi descritto come reddito minimo garantito in quanto non è concesso a tutti i cittadini, indipendentemente dal reddito, bensì solo a chi ha determinati requisiti».
Il fatto che a quasi tre anni di distanza il M5S non abbia rivalutato i costi del RdC la dice lunga sull’affidabilità delle coperture finanziarie a 5 Stelle.
L’errore di calcolo dell’Istat
Tra le criticità della proposta pentastellata — con particolare attenzione alla mancanza di correzioni del reddito rispetto al costo dei servizi abitativi — c’è il fatto che nel DDL del M5S non siano previste soglie patrimoniali o di ISEE che finirebbero per avvantaggiare coloro che hanno redditi bassi pur avendo proprietà mobiliari e immobiliari di notevoli entità .
Baldini e Daveri spiegano anche il perchè della differenza tra i calcoli fatti da Istat e quelli dell’Inps (e dalla Voce.info).
L’Istat infatti prende in considerazione gli affitti imputati (la stima del canone che si riceverebbe se la casa fosse data in affitto) che però non sono citati nella proposta di legge del M5S (e nemmeno tra i criteri Eurostat per definire la soglia di povertà ).
La definizione di reddito del DDL non ne tiene invece conto ed è per questo che i costi salgono.
Oggi Boeri ha detto sostanzialmente che i conti non tornano ancora: «L’avevamo valutata già nel 2015 e sarebbe costata allora 29 miliardi. La stima di 14,9 miliardi (più 2) sarebbe quindi frutto di un’interpretazione errata da parte dell’Istat del DDL (o al fatto che il testo è scritto male) proposto dal MoVimento dove certi criteri non sono menzionati e quindi bisogna procedere ad un calcolo diverso, i cui risultati danno un costo dell’ordine dei 30 miliardi di euro. Ora abbiamo rifatto queste stime alle luce dei dati più recenti, combinando le nostre informazioni con quelle dell’Agenzia delle Entrate, e riteniamo che possa costare tra i 35 e i 38 miliardi».
Boeri ha anche aggiunto che «il reddito minimo c’è già e si chiama Rei» spiegando che si tratta di «un primo passo, ancora sottofinanziato, ma c’è».
Ad usufruire del REI sono state fino ad ora 251.000 famiglie per un totale di circa 870.000 persone beneficiarie.
Mentre tutto il MoVimento 5 Stelle va all’attacco del Presidente dell’Inps qualcuno si ricorderà di quando il Direttore del Fatto Quotidiano disse ad Otto e Mezzo che nè l’abolizione della Legge Fornero nè il Reddito di Cittadinanza erano proposte realizzabili perchè costerebbero troppo.
Qualche giorno fa ad in Mezzorainpiù Marco Travaglio ha corretto il tiro dicendo che il Reddito di Cittadinanza del M5S va considerato come reddito minimo. Travaglio sostiene anche che una misura del genere sia presente in molti — se non tutti — i paesi europei. Ed è vero.
Non è vero però che il reddito minimo proposto dal M5S sia “meno generoso” di quello erogato in altri paesi.
Secondo LaVoce.info infatti dal punto di vista del beneficio monetario i 780 euro al mese “garantiti” dal DDL del M5S sono più generosi: «in Francia il beneficio mensile per un single è di circa 500€ al mese, in Germania di 400€, in Svezia di 300€, in Gran Bretagna di 450€».
La proposta del M5S, scrivono su Facebook, è la più alta (60%) anche se si considera il reddito mediano.
Anche per quanto riguarda gli obblighi quelli previsti dal M5S non sono così stringenti come quelli imposti ai beneficiari britannici (che non possono rifiutare alcuna proposta di lavoro). In Francia, Portogallo e Belgio è previsto un riesame periodico dell’erogazione mentre in Olanda il beneficiario che non si attiene agli obblighi può essere passibile di una sanzione.
Solo in Danimarca e in Finlandia — conclude LaVoce.info — gli obblighi sono simili a quelli della proposta a 5 Stelle.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 28th, 2018 Riccardo Fucile
INTESA RENZI-MARTINA… “NESSUN QUESTORE ALL’OPPOSIZIONE, FATTO GRAVE”
“I numeri sono quelli…”. Il ragionamento che fa Matteo Renzi prima di lasciare il Senato dopo la votazione su questori e vicepresidenti è fatto di numeri, appunto, più che di parole.
Ed è questo: “Serve il 90 per cento dei gruppi parlamentari del Pd per fare un governo con il M5S. Se anche qualcuno nel Pd facesse un accordo, vuoi che il senatore di Rignano non riuscirebbe a tenere con sè almeno 7 dei suoi?”.
Insomma, 7 renziani sarebbero sufficienti a bloccare qualsiasi eventuale tentazione di intesa con tra i dem e il M5S.
Tentazione che oggi non trapela, nemmeno tra i non-renziani. Domani all’incontro dei capigruppo convocato da Di Maio il Pd non andrà .
I segnali del M5S verso i Dem (“Delrio interlocutore”, dicevano stamane riferendosi al capogruppo appena eletto alla Camera) finiscono nella rete di Renzi e si trasformano in fumo. Anche perchè la mossa pentastellata di non offrire ai democratici nemmeno un posto da questore in uno dei due rami del Parlamento ha fatto perdere la pazienza anche ai non-renziani.
“Significa che a una forza di opposizione non viene garantito un occhio sui conti del Parlamento: è grave, mai successo nella storia della Repubblica”, ci dice in Transatlantico l’ex capogruppo Pd al Senato Luigi Zanda, uno che certo renziano non è, eppure oggi anche lui non vede alcun segnale di dialogo da parte del Movimento. “Noi cinque anni fa lo abbiamo eletto un questore pentastellato in Senato…”.
Il fatto che oggi M5S non abbia contraccambiato con il Pd (se non con l’offerta scontata di una vicepresidenza al Senato) viene letto dai dem come un altro segnale di mancanza di interlocuzione.
“Del resto – ci dice una fonte Dem – noi non abbiamo nulla da offrire perchè siamo all’opposizione. Dunque perchè dovrebbero offrirci delle cariche e trattare con noi?”.
“Una cosa molto grave, mai successa: la maggioranza che ha già eletto i presidenti ha deciso di non dare possibilità di accesso all’opposizione” nei ruoli dell’ufficio di presidenza al Senato, dice il neo-capogruppo Pd a Palazzo Madama Andrea Marcucci. E’ “un rapporto basato sulla spartizione e sull’assenza di trasparenza tra M5S e Lega”.
C’è anche il ragionamento che fa Renzi con i giornalisti alla buvette. I 5 Stelle fano l’asso-pigliatutto per “dinamiche loro, interne. Essendo tanti dovranno dare un qualcosa a ciascuno. Solo che quando lo facevamo noi era una ‘spartizione di potere’, ora che lo fanno loro è ‘libera espressione della democrazia’. Ecco: l’espressione della volontà popolare ‘is the new’ spartizione di poltrone”.
A differenza dei primi giorni in Senato, oggi Renzi è più incline a lasciarsi andare a qualche commento politico.
Segno di sicurezza sulla linea: ne ha parlato con Maurizio Martina in una delle salette del gruppo Pd, il fronte dell’opposizione è compatto per ora.
E così nelle chiacchiere coi cronisti oggi c’è meno spazio per battute sui film visti al cinema, il jogging mattutino o le partite di tennis.
Riaffiora la politica perchè l’ex segretario è riuscito a sgominare i tentativi dei non-renziani del Pd di fare da sponda ai 5 Stelle. “Hanno sbagliato i calcoli – dice ai suoi – io non avrei consigliato a Di Maio di far sponda con chi nel Pd pensava di far fuori me per poi fare un accordo con il M5S…”.
In effetti, così non è andata, al di là delle “processioni” che qualche esponente dem non-renziano racconta sotto anonimato: “Processioni di 5 Stelle ci vengono a chiedere di salvarli da Salvini…”.
Ecco: ora M5S agita la favola di un dialogo con una parte del Pd per gridare aiuto, “ci usano”, dice Renzi. E’ la lettura anche di Lorenzo Guerini, il quasi-capogruppo alla Camera che ieri ha fatto un passo indietro in nome dell’unità . “Ho capito che fare i passi indietro è popolare: mi stanno arrivando complimenti da ogni dove”, ci dice alla Camera. Poco dopo Delrio lo chiama sul cellulare.
Il Pd si rannicchia all’opposizione e chi nel partito ha altre idee non ha una exit strategy. Ma certo nessuno ha interesse a consumare ora la resa dei conti interna che prima o poi arriverà . “Aspettiamo il terzo giro di consultazioni e vediamo cosa mette in campo Mattarella”, ci dice un renziano.
“Credo che le consultazioni debbano essere sempre fatte, credo che i partiti che hanno vinto le elezioni debbano avere l’incarico e poi valuteremo”, dice Marcucci. Sarà lunga.
(da “Huffingtonpost“)
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Marzo 28th, 2018 Riccardo Fucile
SALVINI AVEVA AUSPICATO CHE I DEM NON RESTASSERO FUORI
Poco dopo mezzogiorno Danilo Toninelli diffonde una nota che sa di dichiarazione di guerra:
“Noi abbiamo i numeri per votare due vicepresidenti, quattro segretari e un questore”.
Il capogruppo M5S al Senato nei fatti minaccia di lasciare a bocca asciutta il Pd, nonostante la promessa fatta nei giorni scorsi di dare alle opposizioni il “giusto spazio”.
In pratica M5s, nonostante abbia già la presidenza di Montecitorio, rivendica per sè due vicepresidenti al Senato. In realtà l’obiettivo finale dei grillini, in questo gioco di strategia in cui i 5 Stelle hanno alzato la posta, è eleggere Paola Taverna vicepresidente, dare ai dem una vicepresidenza con l’orlandiana Anna Rossomando e in cambio avere dal Pd i voti per Laura Bottici, affinchè diventi questore anziano, prima degli eletti quindi con più poteri.
I senatori pentastellati non scrivono nella scheda il secondo nome per la vicepresidenza, così da spianare la strada al Pd, e quelli dem dal canto loro avrebbero dovuto votare Bottici.
Il meccanismo però si inceppa e il capogruppo Marcucci avverte: “Non accettiamo ricatti”.
Riavvolgendo il nastro, la mattinata è stata lunga e densa di trattative.
Il Pd quando capisce di non avere i voti per eleggere un suo vicepresidente perchè M5s si è tirato indietro si ribella: “Continuando così sarà guerra totale, altrochè dialogo”.
Matteo Salvini arrivando a Palazzo Madama prova a mediare: “Il Pd può restare fuori? Spero di no”.
Un’ora e mezza prima dell’inizio delle votazioni i capigruppo M5s si incontrano con quelli del Pd.
Il clima è decisamente pessimo: “Abbiamo offerto loro due vicepresidenze, una alla Camera e una al Senato – spiegano fonti grilline – in tutta risposta ci hanno detto che volevano anche due questori, un atteggiamento di chiusura e supremazia che fa male al dialogo”.
Quindi ecco cosa propone M5s: “In ogni caso noi seguiremo la strada della responsabilità , daremo comunque una vicepresidenza al Pd ma ci aspettiamo che il Pd voti un nostro senatore questore”. Quest’ultimo passaggio non avviene ed ecco lo strappo.
Nel mezzo delle trattative ci sono anche le cariche della Camera.
I 5 Stelle si sono resi conto che, senza il vicepresidente a Montecitorio, non hanno i numeri per portare a termine la battaglia sui vitalizi.
Hanno la necessità di avere almeno questore e segretario. Ed ecco quindi che si ripeterà lo stesso schema. M5s dirà che ha i numeri per eleggere un vicepresidente. Inizieranno così le trattative. Alla Camera si voterà giovedì, ma se non c’è un accordo, il presidente Roberto Fico ha già detto che si tornerà in Aula martedì.
Forza Italia, che ha rinunciato alla poltrona del Senato avendone la presidenza, punta su Mara Carfagna a Montecitorio, la Lega su Raffaele Volpi e Fratelli d’Italia su Guido Crosetto.
Resta anche qui lo scontro Pd-M5s. I grillini insisteranno per avere la vicepresidenza, malgrado la promessa di rinunciarvi avendo ottenuto la presidenza.
Quindi proporranno Marta Grande. Il Pd rivendicherà per sè l’incarico proponendo Ettore Rosato, che però i grillini considerano troppo renziano ed è anche per questo che mettono un veto.
Si ragiona sull’ipotesi di un altro nome, meno vicino all’ex segretario Renzi e che possa essere un punto di caduta per un accordo M5s-Pd.
Ma anche in questo caso i grillini chiederanno i voti su un questore per avere i numeri quando ci sarà la conta nell’ufficio di presidenza e il Pd ha già fatto sapere che, anche questa volta, non cederà al “ricatto”.
Il solco tra M5s e dem si allarga.
(da “Huffingtonpost”)
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