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CONFRONTO POSSIBILE: “SE M5S CHIUDE DAVVERO CON LA LEGA, DIALOGHEREMO E LA DIREZIONE SI ESPRIMERA'”

Aprile 24th, 2018 Riccardo Fucile

MARTINA APRE A UN’INTESA SU ALCUNI PUNTI PROGRAMMATICI, CADE IL GELO TRA GRILLINI E PD

“Se i 5Stelle confermano la fine di qualsiasi tentativo di un accordo con la Lega, siamo disponibili a valutare questo nuovo e importante scenario”. Apertura di Maurizio Martina a un’eventuale collaborazione con gli M5s per provare a formare il nuovo governo.
La via per provare a “scongelare” il partito passa anche da una chiamata corale: “Ci impegniamo ad approfondire questo percorso di novità  con tutto il partito, coinvolgendo in primo luogo i nostri gruppi   dirigenti. E la direzione nazionale deve essere chiamata a valutare ed eventualmente deliberare un percorso nuovo”.
Decisivo, dunque, il passaggio in direzione. Il segretario reggente del Pd ha parlato al termine della consultazione con il presidente della Camera Roberto Fico, incaricato di sondare l’ipotesi di un governo M5S-Pd. Faccia a faccia durato poco meno di un’ora e finito alle 15,30. Alle 18, l’altro incontro istituzionale della giornata, con gli M5s.
Il segretario Martina ha detto anche altro, delineando i paletti dell’eventuale azione comune: “Abbiamo ribadito al presidente Fico che l’asse di riferimento fondamentale gira attorno ai 100 punti del programma del Pd, e in particolare nelle tre sfide essenziali richiamate durante le consultazioni al Quirinale”, quindi “l’Italia è chiamata a scegliere se contribuire a un stagione europeista o se ripiegare sul sovranismo. Noi siamo per un lavoro deciso perchè l’Italia contribuisca, assieme alla Francia e alla Germania, a una nuova agenda europea; il rinnovamento della democrazia, al di là  della deriva plebiscitaria; le politiche del lavoro e di contrasto alla povertà  e alle diseguaglianze” rispettando “gli equilibri di finanza pubblica”.
Insomma, ha concluso Martina, “siamo ad un passaggio di fase potenziale, aspettiamo ora delle vere risposte su questi temi fondamentali”.
Nella delegazione dem oltre al segretario reggente, Maurizio Martina, il presidente del Pd, Matteo Orfini, e i capigruppo Andrea Marcucci e Graziano Delrio. Marcucci, capogruppo al Senato, e Orfini, presidente del partito, renziani, avevano più volte manifestato perplessità  sul dialogo con M5s; Martina aveva chiesto un dialogo, ma senza ambiguità , mentre il ministro Delrio – considerato un renziano moderato – non aveva chiuso a priori: nei giorni scorsi aveva anche auspicato un referendum tra gli iscritti sulle possibili soluzioni di governo.
Prima dell’incontro con Fico, si erano tutti riuniti al Nazareno: un vertice che alcune fonti dem raccontano assai vivace. Marcucci e Orfini avrebbero sostenuto la necessità  di tenere una linea più cauta e ferma, mentre il segretario Martina caldeggiava l’apertura al dialogo con i Cinque stelle, a patto della chiusura del forno con la Lega.
Alla fine, con Delrio e Guerini mediatori, si è giunti a una sintesi su tre punti: stop chiaro al “forno” tra M5s e Lega, far partire la discussione dai cento punti del programma elettorale del Pd (che vuol dire non ‘abiurare’ quanto fatto dai governi di Renzi e Gentiloni) e far passare la scelta con un voto della direzione Pd.
Direzione di cui si ipotizzano anche i possibili giorni di convocazione: mercoledì 2 maggio o, più presto, il 30 aprile.
In mattinata si era espresso anche il ministro uscente dello Sviluppo economico Carlo Calenda,con una battuta: “Vedo il serio rischio che il Pd sia troppo antisistema per allearsi con M5s attuale”, aveva scritto su Twitter.
Sul fronte cinquestelle, è stato Emilio Carelli, ospite di Agorà , a tenere aperto il “forno” con il Pd: “È imprenscindibile la figura di Renzi, perchè Renzi è una figura ancora importante come leader del Partito democratico. Salvini in questi giorni si è autoescluso”.
E sottolinea che il M5s non è disposto “ad ammucchiate, a governi di larghissime intese. Noi puntiamo ad un governo politico che governi il Paese”.
Ancora più esplicito il deputato grillino Carlo Sibilia: “Archiviata l’esperienza Salvini che ha preso la sua decisione di restare legato a Berlusconi, ora credo che non ci siano più impedimenti per far avviare un governo M5s-Pd. I nostri programmi hanno diversi punti di contatto”.

(da “Huffingtonpost”)

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INTERVISTA A FIAMMETTA BORSELLINO: “SOGGETTI DELLO STATO HANNO ESPOSTO MIO PADRE ALLA MAFIA COME SOGGETTO DA ELIMINARE”

Aprile 24th, 2018 Riccardo Fucile

LA FIGLIA DI PAOLO: “LE ISTITUZIONI COINVOLTE AL MASSIMO LIVELLO”

Il primo pensiero di Fiammetta Borsellino, dopo aver saputo delle condanne per il generale Antonio Subranni e per gli altri, è stato per la madre Agnese Piraino, scomparsa nel 2013 dopo una lunga malattia.
Sua madre riferì ai pm quel che suo padre le aveva detto poco prima di morire sul comandante del Ros Angelo Subranni: che era punciuto, cioè in qualche modo legato alla mafia.
Allora fu attaccata duramente e poi Subranni fu prosciolto a Caltanissetta per concorso esterno in associazione mafiosa. Ora è stato condannato per la Trattativa a 12 anni.
Mia madre raccontò ai magistrati solo quello che mio padre le aveva detto. Fece il suo dovere ma fu attaccata duramente. Mi fa fatica anche ricordare.
Il generale Subranni, 80 anni, nel 1992 era il capo del Ros. Venerdì scorso è stato considerato colpevole di avere veicolato con il generale Mario Mori e il colonnello Giuseppe De Donno, la minaccia della mafia allo Stato. Sua madre potrebbe essere stata ritenuta attendibile?
Bisogna aspettare le motivazioni però ricordo le parole di Subranni. Disse che mia madre era malata di alzheimer e non era vero. Nè lui nè gli avvocati nè alcuni commentatori ebbero la minima forma di rispetto verso di lei.
Questa sentenza è importante?
Certo che è importante. Attesta il coinvolgimento a un altissimo livello di soggetti dello Stato con comportamenti che hanno esposto mio padre davanti alla mafia quale bersaglio da eliminare.
Pensa che ci possa essere stata una relazione tra la trattativa avviata dal Ros dei carabinieri dopo la strage di Capaci e la strage di via D’Amelio il 19 luglio 1992?
C’è un intero capitolo del processo Borsellino quater dedicato alla Trattativa come possibile movente dell’accelerazione dell’uccisione di papà . Non sono solo io a pensarlo.
Pensa che suo padre sia stato eliminato perchè era un ostacolo per il dialogo tra pezzi dello Stato e la mafia?
Certamente Totò Riina era determinato a uccidere mio padre, ma penso che l’accelerazione sia stata utile anche per altri apparati non appartenenti a Cosa Nostra che avevano interesse a eliminarlo. Il depistaggio, che è ormai acclarato, delle indagini sulla strage di via D’Amelio, potrebbe essere letto come la continuazione di un modo di operare che si intravede già  nella Trattativa. E poi rimane il grande dubbio sulla sparizione dell’agenda rossa. Non dimentichiamo che a prendere la borsa di mio padre, il 19 luglio in via D’Amelio, sono state sempre persone appartenenti ai carabinieri.
La Procura di Caltanissetta sta valutando se sia il caso di riaprire le indagini sulle stragi del 1992 e sui “mandanti esterni” alla mafia. Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi sono già  indagati a Firenze per le intercettazioni in carcere del boss Graviano. Secondo i pm e la Dia di Palermo, Graviano in carcere parlerebbe di qualcuno che gli ha chiesto una “cortesia” e in quel contesto nominerebbe Berlusconi. La condanna di Dell’Utri potrebbe spingere a riaprire l’inchiesta anche a Caltanissetta?
La sentenza sulla Trattativa condanna Dell’Utri perchè avrebbe avuto un ruolo nei riguardi del governo Berlusconi nel 1994 e anche io ho letto le intercettazioni in carcere di Giuseppe Graviano che sembra fare riferimenti a Dell’Utri e Berlusconi. Anche su questo punto penso che debbano essere fatte tutte le verifiche del caso. Penso che dopo tanto tempo è stato sistemato solo un primo tassello. È importante ma deve essere letto insieme agli altri per comprendere il quadro complessivo. Certo una cosa è sicura: lo Stato esce a pezzi da questa sentenza.
La sentenza fotografa uno Stato che ha trattato con la mafia, però a fare la foto oggi c’è uno Stato che ha avuto il coraggio di fare un processo difficile…
C’è uno Stato che ha fatto il proprio dovere. Questo processo non è una cosa strana. In uno Stato normale, fondato sul principio di legalità , questa sentenza dovrebbe essere considerata normale.
Un grande esperto di diritto penale come il professor Fiandaca ha sostenuto che i carabinieri del Ros, anche se avessero cercato il contatto con la mafia per far cessare le stragi, potrebbero avere agito nell’ambito del lecito se non addirittura del “doveroso”. Lei che ne pensa?
Non credo affatto che questo modo di porsi rispetto alla mafia sia lecito. Uomini come mio padre ritenevano di doversi opporre alla mafia fermamente. Non avrebbe mai accettato una cosa simile.
Dopo la lettura del verdetto, il procuratore Vittorio Teresi ha dedicato questa sentenza a Paolo Borsellino e a Giovanni Falcone.
Sono morti per il loro alto senso di fedeltà  allo Stato, si meritavano questo e altro. Però questa sentenza è un punto di partenza, non di arrivo. Mi auguro che i magistrati continuino a lavorare per giungere a una verità  non solo storica ma anche giudiziaria. Non ci voleva una sentenza per capire che questi comportamenti erano riprovevoli moralmente. Questa sentenza è il primo passo per stabilire che sono anche reati gravi.

(da agenzie)

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CONSULTAZIONI, SEMBRA DI GUARDARE UN FILM DI TOTO’

Aprile 24th, 2018 Riccardo Fucile

RICORDANO “TOTO’TRUFFA”, QUANDO IL PRINCIPE DE CURTIS TENTAVA DI VENDERE LA FONTANA DI TREVI A QUALCHE SPROVVEDUTO

Sullo schermo della politica italiana stanno scorrendo con una certa accelerazione le immagini di coda del non propriamente apprezzato remake di un classico della comicità  napoletana.
Quel “Totòtruffa 62”, in cui il principe Antonio De Curtis (appunto, in arte Totò), con l’assistenza di Nino Taranto, tentava di vendere a qualche sprovveduto la fontana di Trevi.
D’altro canto, l’attuale aggiornamento della sceneggiatura prevede secondo me la virtualizzazione del “pacco”: non più storici marmi, bensì quel papello di pura astrazione, denominato “contratto”, che per un mesetto l’imperturbabile Luigi Di Maio, avendo come spalla un amministrativista dal nome improbabile e probabilmente d’arte (Giacinto Della Cananea, presumibile rivisitazione di Don Vincenzo ‘o Fenomeno in “Operazione San Gennaro”), ha tentato di rifilare indifferentemente a destra e sinistra; a Matteo Salvini e Maurizio Martina.
Nella migliore tradizione magliara che risale all’Italietta del dopoguerra.
Operazione largamente pasticciata, che non ha mai subornato i diretti destinatari; ma per qualche tempo seduceva alcuni commentatori fiduciosi nel “nuovo che avanza, a prescindere”.
Oltre la folla in diminuzione (Molise docet) dei credenti, altrettanto “a prescindere”, nelle doti taumaturgiche del re travicello piovuto nello stagno pentastellato per volere del Giove biteste Grillo-Casaleggio; virato a manichino.
Già  la scelta del primo destinatario della profferta appariva temeraria, al limite del contro natura, se solo ci si fosse liberati dalla fregola di fare l’affare ad ogni costo. Magari analizzando l’effettivo campo del gioco politico rinunciando alle cavatine dei consulenti accademici che officiano il pensiero benpensante; dal bocco-nume milanese e romano (Luiss), ai campus tipo Cepu.
Partendo degli evidenti flussi elettorali che hanno accompagnato il 4 marzo scorso i successi molto relativi dei non-vincitori (che pure si sono proclamati tali): se il M5S cresce intercettando una larga messe di voti in libera uscita dall’ectoplasma Pd renziano, come non scorgere che l’avanzata della Lega è in larga parte dovuta alla cannibalizzazione dell’estrema destra neofascista; con in testa CasaPound, a lungo corteggiata da Matteo Salvini e poi prosciugata.
Come poteva sperare il manichino travicello di coniugare la strategia leghista, di colonizzazione dello spazio politico fortemente orientata a destra, con il vecchio trucco, su cui Ugo La Malfa campò per anni (ma in una posizione subalterna a Dc e Pci), della “politica dei contenuti”?
Il non confezionabile paccone in cui si pretendeva di mettere insieme flat tax e reddito di cittadinanza. “Le grandi cose” di cui fino all’ultimo ha cinguettato Di Maio.
Nel frattempo si provava a rilanciare l’offerta aggiungendo nella confezione in vendita anche una mercanzia dell’antica manifattura Andreotti, sopravvissuta ai terremoti della Prima Repubblica: l’infausta teoria dei “due forni”, apoteosi (a propria insaputa?) del più smaccato cinismo.
Tanto che non ha torto l’ologramma del segretario pro tempore dei democratici quando chiede sommessamente al pazzariello in giostra di porre fine alla girandola imbonitoria. E scegliere un destinatario dell’offerta.
Ora dobbiamo prepararci alla proiezione di un altro film.
Forse qualche spezzone di “Miseria e nobiltà ” (1954), in cui Roberto Fico nella parte di Felice Sciosciammocca si propone quale sensale di un matrimonio in cui nessuno crede.
Una farsa destinata a finire, non si sa bene se in riso o in pianto. Con il passaggio all’inevitabile sceneggiatura affidata per disperazione al presidente Mattarella; e a un governo di suoi precettati.
Questa volta con l’intera popolazione italiana quale protagonista.
L’ennesimo remake, anche in questo caso tratto dalla filmografia del principe De Curtis: “I tartassati” (1959).

(da “il Fatto Quotidiano”)

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ROMA, IL MURALE CON IL BOSS DELLO SPACCIO CHE NESSUNO RIMUOVE DA CINQUE ANNI

Aprile 24th, 2018 Riccardo Fucile

A FRONTE DELLO ZELO CON CUI VENGONO ELIMINATI DOPO POCHE ORE QUELLI DI SATIRA SU DI MAIO E SALVINI

“Serafino, sei il nostro angelo”. La gigantografia del boss Serafino Cordaro, assassinato nel 2013, capo del clan monopolista dello spaccio di droga a Tor Bella Monaca campeggia su un muro di un palazzo del quartiere, un caseggiato per giunta di proprietà  comunale.
Da cinque anni è lì. Tutti lo sanno, nessuno lo toglie.
Ventiquattro ore invece ha campato il murale dello street artist Tvboy che aveva ritratto Di Maio e Salvini in un bacio appassionato.
Solerti sbianchettatori comunali furono inviati a ripulire lo scandaloso e imbarazzante bacio disegnato appena dietro Montecitorio.
Si potrebbe dire, e magari è effettivamente così, che quando il potere costituito è preso di mira e sbeffeggiato, si difende e risponde in un battibaleno.
Io invece credo che la disparità  di trattamento abbia una spiegazione ancora più profonda e grave: il quadro che inneggia al capo degli spacciatori è dentro una comunità  di invisibili, è ai margini della Capitale, nelle larghe periferie che il potere proprio non vede, di cui non s’accorge.
Desta scandalo o polemica, si dibatte e si ragiona solo su ciò che sappiamo, che conosciamo. Che appare, quindi che è.
E le notizie che selezioniamo, i fatti di cui ci occupiamo sempre più hanno poco a che fare con gli interessi dei più, le gioie o le pene di chi sta lontano dall’obiettivo.
L’Italia non è divisa in due dalla politica ma dalla vista di chi la abita.
La società  che appare, rimpicciolita quanto si voglia, e quella invisibile, sempre più larga, ma che fa fatica a esistere.
Il boss ha la sua gigantografia, ma sta nel suo territorio, e chi vive là  e magari non spaccia, non ruba, sceglie la legalità , non ha altra possibilità  che delegare la sua vita, la tutela dei propri diritti e anche delle sue speranze a chi sta di qua, che nemmeno si accorge di lui, l’invisibile.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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FRATELLI MASSONI: IL VICE-SINDACO DI GENOVA DI FDI NELLE LISTE DELLA MASSONERIA

Aprile 24th, 2018 Riccardo Fucile

MA I SEGUACI CELLA MELONI NON SONO (A PAROLE) CONTRO L’EUROPA DEI BANCHIERI E DEI MASSONI?

Il vicesindaco Stefano Balleari, Fratelli d’Italia, è nelle liste della massoneria italiana. Il suo nome compare in un elenco di 26.410 massoni italiani, un dossier compilato in base alle liste comunicate alle prefetture.
Gli elenchi contengono le indicazioni anagrafiche, il luogo e la data di nascita, la residenza e la professione dei soggetti interessati, Balleari figura come commercialista, anche se non lo ha mai fatto.
Il vicesindaco ha lavorato infatti a lungo come imprenditore nelle aziende di famigliea specializzate nel commercio delle carni.
Ha fatto il consigliere comunale e vicepresidente del consiglio comunale all’opposizione ocn la giunta Doria.
Eletto un anno fa è diventato ed è diventato vicesindco con la giunta Bucci. “E’ una roba vecchia, che esplorai per curiosità  _ ha dichiarato al Secolo XIX a proposito della sua appartenenza alla massoneria. Ero entrato a fine anni ’80. Al tempo ero un imprenditore, lo feci spinto da una certa curiosità ”
Quasi in contemporanea, un’indagine dei carabinieri del Ros ha svelato come d’una loggia abbia fatto parte in tempi molto più recenti Roberto Garbarino, odontoiatra e per dieci anni (dal 2002 al 2012) consigliere comunale nel capoluogo ligure per il centrodestra. In questo caso il suo gruppo, denominato “Loggia del Falcone”, non aveva comunicato la propria esistenza e gli iscritti in via ufficiale.

(da agenzie)

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“I PARTITI FACCIANO PRESTO”: ULTIMO AVVISO DI MATTARELLA PRIMA DEL “SUO” GOVERNO

Aprile 24th, 2018 Riccardo Fucile

SE FALLISCE FICO IL DISCORSO ALLA NAZIONE DEL PRESIDENTE

Come lungo i binari, Sergio Mattarella sta procedendo lento (secondo alcuni troppo) però inesorabile.
Non gli è bastato che l’esplorazione di Elisabetta Casellati si fosse conclusa venerdì con un buco nell’acqua: il Presidente, per maggiore scrupolo, ha atteso altri tre giorni prima di prendere atto definitivamente che tra Lega e Cinque stelle non c’è nulla di concreto, soltanto una voglia reciproca, al massimo un’attrazione o, per usare un’altra immagine, un «annusamento» tra vincitori destinato tuttavia a rimanere tale.
A questo punto, sfidando serenamente l’ira di Salvini, e mettendo nel conto le reazioni a caldo dei pasdaran renziani che non hanno ben capito la mossa, alle ore 17 di ieri Mattarella ha voltato pagina.
D’ora in avanti si lavorerà  solo per un governo M5S-Pd perchè insistere con la formula precedente sarebbe stata, quella sì, una perdita di tempo, anzi una presa in giro.
Logica euclidea
Per essere più inattaccabile, il Presidente non si è limitato a mettere una bella lapide sul sogno di governo grillo-leghista. Ha scelto il nuovo esploratore secondo una logica geometrica, euclidea, identica a quello che una settimana fa l’aveva portato a lanciare in pista la presidente del Senato, e con un «perimetro» perfettamente speculare. Casellati aveva battuto la savana sulla destra, Roberto Fico si inoltrerà  nella giungla a sinistra: tutto assai lineare e molto prevedibile, sostengono i frequentatori del Quirinale, per cui gli attacchi leghisti (parecchio sguaiati) e le critiche (nel loro caso invece piuttosto rispettose) delle due capogruppo berlusconiane Anna Maria Bernini e Mariastella Gelmini non hanno fatto al Capo dello Stato «nè caldo nè freddo».
Semmai, ieri sera, l’attenzione del Colle era tutta orientata altrove.
I consiglieri presidenziali avevano i radar puntati chi sul Pd e chi sui Cinque stelle, per capire in che modo la scelta di Fico era stata accolta nei due partiti, con quali prospettive di riuscita e se le voci giunte insistenti sul Colle trovavano conferma.
Di quali voci si trattava? Delle stesse anticipate ieri mattina sulla Stampa che ha raccontato come, durante il weekend, ci fossero stati contatti preliminari tra Di Maio e il mondo renziano: niente di chissà  che, giusto un sondaggio riservatissimo grillino per capire se il Pd avrebbe sbattuto la porta davanti a un’offerta di dialogo o magari l’avrebbe socchiusa in cambio di qualche solenne impegno.
Per esempio, della promessa di non trafficare mai più con la Lega, per nessuna ragione e nemmeno nel caso in cui Salvini, pentito, volesse tornare sui suoi passi.
La carta finale
Prima di cena, puntualissimo, Di Maio ha postato su Facebook quello che i vertici Pd si attendevano: un bye bye Salvini, anzi «buona fortuna» (che suona più elegante). Dopodichè, quasi in tempo reale, il reggente dem Maurizio Martina ha aperto uno spiraglio ai Cinque stelle.
Presto per dire che i due partiti inizieranno a ragionare di programma, ma le premesse ci sono. E se Fico, pure lui, tornasse da Mattarella a mani vuote?
Per il momento, al Quirinale, non si prendono in esame «piani B». Se ne parlerà  eventualmente giovedì. Però viene dato per certo che, una volta esauriti tutti i tentativi di mettere d’accordo i protagonisti, il Presidente dovrà  necessariamente calare l’asso.
Sotto forma di governo da lui nominato e spedito davanti alle Camere per raccogliere la fiducia di chi ci sta.
Quello che Mattarella ha detto a Fico, ed è filtrato all’esterno, non lascia dubbi: «A distanza di quasi due mesi dal 4 marzo, va sottolineato il dovere di dare al più presto un governo all’Italia».
È l’ultima chiamata ai vari leader, quasi un estremo appello alla responsabilità  perchè poi scatterà , appunto, il «dovere» di intervenire comunque. E si può star certi che, nel caso in cui dovesse esporsi di persona per mettere in piedi il «suo» governo, anche transitorio, Mattarella ne spiegherebbe le ragioni con grande schiettezza.
Ipotizzare un discorso alla nazione per adesso è prematuro, suonerebbe perfino minaccioso (non è lo stile dell’uomo).
Ma la pazienza presidenziale è agli sgoccioli: dei giochi tattici l’Italia non ne può più, se non decolla il dialogo M5S-Pd una decisione verrà  presa.

(da “La Stampa”)

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SALVINI PATETICO: ORA INVITA A PROTESTARE SULLA PAGINA SOCIAL DI DI MAIO PER LA CHIUSURA DEL FORNO LEGHISTA

Aprile 24th, 2018 Riccardo Fucile

E DOPO LO SPAM SULLA PAGINA DEL GRILLINO MINACCIA LA MANIFESTAZIONE DEL “MARCIO SU ROMA”

Non una marcia, ma una passeggiata. Matteo Salvini contro l’esecutivo M5S-PD, che il mandato di Roberto Fico dovrebbe esplorare, annuncia una manifestazione di piazza da Udine, dove è in campagna elettorale per il voto in Friuli Venezia Giulia.
«Faremo una bella passeggiata a Roma, e credo che saremo in tantissimi». Perchè «noi faremo di tutto per evitare all’Italia un governo dell’estrema sinistra».
Poi ci ritorna sopra: «Ma come è possibile pensare di fare un governo con chi prende legnate sempre più forti ad ogni occasione elettorale?».
Un riferimento al magro esito del voto molisano per i democratici. E c’è di più, visto che il bot della pagina Salvini Premier, ovvero l’utente che gestisce la community del gruppo con trentatremila iscritti legata alla pagina, ieri sera ha mandato i suoi utenti a protestare sulla pagina di Luigi Di Maio, nel post in cui il candidato premier M5S annunciava la chiusura del forno della Lega.
Lo spam di Salvini premier sulla pagina di Di Maio ha trovato terreno fertile in un elettorato che non si aspettava la svolta del M5S pur se ampiamente annunciata e non ha intenzione di seguire il leader grillino nelle sue interlocuzioni.
Dietro lo spam di Salvini il tentativo di recuperare alla causa del centrodestra i voti di chi ha scelto il M5S perchè non si fidava dei suoi leader. E c’è da pensare che un “esecutivo fantoccio” guidato dal M5S con l’appoggio del PD o scelto dal presidente della Repubblica in assenza di scelte da parte dei partiti favorirebbe la carica “antisistema” del leghista nella prossima campagna elettorale.
Carmelo Lopapa su Repubblica spiega però che tanto Salvini quanto Di Maio confidano piuttosto che dopo Fico maturi un pre-incarico che a quel punto consenta di sondare l’opzione iniziale, dei quasi-vincitori del voto: M5S e Lega.
Salvini brinderebbe se venisse affidato al “suo” Giancarlo Giorgetti.
Il capo dei 5 stelle a quel punto lo rivendicherebbe per sè: l’ultima chance per Palazzo Chigi.
Quel che è certo è che i due partiti insieme partirebbero da un bottino di 347 voti alla Camera e 167 al Senato. Peccato che quel sondaggio ultimo il Quirinale lo concederebbe solo a fronte di un preciso e preventivo accordo, a cominciare dalla premiership.
E lì, tra i due leader, cascherà  l’asino.

(da “NextQuotidiano”)

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DI MAIO COSTRETTO A TRATTARE, MA SPERA ANCORA NELLA LEGA

Aprile 24th, 2018 Riccardo Fucile

“COI DEM LOTTA ALLA POVERTA'”…E NON CEDE SULLA PREMIERSHIP

Sommerso di delusione e ancora spaesato, Luigi Di Maio è costretto a scrivere il post che non avrebbe mai voluto scrivere. «A Salvini auguro buona fortuna».
Ma per capire quale sia l’umore ai vertici del M5S bisogna fare un passo indietro di una cinquantina di ore.
Sabato pomeriggio, dall’entourage di Luigi Di Maio, filtra un’indiscrezione: «Matteo Salvini ha ancora 24 ore, ma abbiamo buoni segnali da Giancarlo Giorgetti. Speriamo, non vogliamo fare il governo con il Pd».
Domenica pomeriggio, la certezze sembrano sfumare: «Ormai non ci crediamo più. Dobbiamo rassegnarci ad aprire al Pd. Da domani dobbiamo chiudere con la Lega. Lo abbiamo promesso al presidente Mattarella».
Ieri mattina: «Inutile che Salvini si affanni. Con la Lega è game over. C’è solo il Pd». Ieri pomeriggio: «Per noi è un lutto non fare il governo con la Lega».
Ci hanno provato fino all’ultimo, non c’è che dire. E fino all’ultimo, forse ingenuamente, ci hanno creduto. Ora invece sembra davvero finita, anche se una piccola remota speranza che il fallimento di questa settimana di negoziati con il Pd possa riaprire a Salvini, dopo il Friuli, ancora abita il cuore di Di Maio.
Intanto, molto controvoglia, il leader è costretto a intavolare una trattativa con gli avversari degli ultimi cinque anni, mentre sullo sfondo la sfiducia di militanti ed elettori si comincia a registrare sui social e nei commenti sotto forma di sfoghi rabbiosi contro il Pd.
«Mai con Renzi» echeggia, proprio come qualche ora prima echeggiava «Mai con Berlusconi». Ma tant’è: Di Maio è rimasto imprigionato dalla sua stessa strategia dei due forni.
Lui dice di sentirsi «ottimista», ma sa che non è così semplice. Il post pubblicato sul blog arriva come risposta ai leader del Pd che pretendevano – come precondizione per sedersi al tavolo – che il grillino seppellisse definitivamente l’asse con Salvini.
La versione ufficiale che il M5S veicola in serata asseconda questa impressione, ma in realtà  la chiusura verso la Lega non è così netta.
Ricominciare, tutto da capo, è sconfortante, e non aiuta la riluttanza verso i dem. Dunque, le basi di partenza non sono le migliori.
Il perimetro in cui si muoverà  Fico è stretto e non sono stati del tutto accantonati i sospetti sulle vere intenzioni del Pd sul presidente della Camera.
Ad accomunare 5 Stelle e dem c’è poco. Ad allontanarli la violenza delle offese di questi anni. Ma a venire in aiuto c’è la prima stesura della sintesi dei programmi affidata da Di Maio al professor Giacinto della Cananea e a un pool di accademici.
La pubblicazione era prevista per il 30 aprile, all’indomani del voto in Friuli, una data non scelta a caso, che serviva a dimostrare a Salvini la buona disposizione dei grillini verso le richieste del leghista.
Il timing dell’anticipazione è rivelatorio. Ieri scadeva l’ultimatum di Mattarella ai tentativi di un esecutivo M5S-Lega.
«L’accelerazione degli scenari politici – confessa Di Maio – ha costretto a far lavorare anche di notte il comitato scientifico per pubblicare prima i risultati». La prima stesura del contratto alla tedesca, declinata in dieci punti, però, ha una chiara indicazione politica in alcuni dei suoi pilastri. Scompare la revisione della legge Fornero sulle pensioni, che accomunava Lega ed M5S, mentre creava una radicale distanza con il Pd.
Il reddito di cittadinanza rimane ma riformulato con un altro nome, un dettaglio che fa pensare a un ampliamento del reddito di inclusione partorito dal governo di centrosinistra.
Su questo punto la convergenza può essere semplice ma non è scontata. Sicuramente Di Maio è pronto a offrire la lotta alla povertà  come asso per attrarre la sinistra, ma è anche deciso a non concedere troppo, visto l’alto tasso di consenso che si porta dietro un argomento come il reddito di cittadinanza.
E in vista di una possibile campagna elettorale è bene tracciare un confine. Altro assist al Pd è la scomparsa di argomenti controversi come i vaccini e la conferma dell’adesione totale all’Ue e alla Nato.
Anche se, spiega Della Cananea «la mia impressione è che gli italiani siano poco interessati alla partecipazione del nostro Paese nella Nato e più interessati ai problemi della Sanità , del Lavoro, del sostegno al reddito in periodo di crisi, degli investimenti pubblici per le infrastrutture».
Tutti argomenti su cui, sulla carta, non sarebbe difficile trovare convergenze con i dem senza troppa contaminazione: «Perchè sarà  un governo di contratto, non una alleanza» precisa Di Maio.
Resta da superare sempre il solito scoglio. «Sono curioso di capire a questo punto quale può essere il veto del Pd» dice un deputato più vicino a Fico che a Di Maio, come Carlo Sibilia, ben sapendo che il veto potrebbe essere uno solo: la premiership. «Ma quella – continua a giurare Di Maio – non la mollo. Se non l’ho fatto con la Lega…».

(da “La Stampa”)

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CARLO SIBILIA E IL GOVERNO M5S-PD: “BISOGNA ANDARE OLTRE I NOMI”

Aprile 24th, 2018 Riccardo Fucile

IL RIFERIMENTO A DI MAIO E’ EVIDENTE: “UN GOVERNO M5S-PD SI PUO’ FARE A BREVE”

Carlo Sibilia su Facebook oggi ha gettato il cuore oltre l’ostacolo della diffidenza degli attivisti del MoVimento 5 Stelle nei confronti del Partito Democratico sostenendo esplicitamente che un governo M5S-PD s’ha da fare, domani o il prima possibile.
Di più: Sibilia nello status si spinge a dire che bisogna andare “oltre i nomi”, ovvero l’unico nome che oggi è sul tavolo: quello di Luigi Di Maio candidato presidente del Consiglio del MoVimento.
Inutile dire che i commentatori e gli iscritti alla pagina di Sibilia non sembrano essere esattamente entusiasti della presa di posizione del deputato del MoVimento 5 Stelle e gli rinfacciano l’idea di governare con “i criminali che hanno ammazzato la nostra terra”, “quelli dell’euro e della globalizzazione selvaggia”.
Di certo l’apertura di Sibilia va oltre quello che ha annunciato ieri Di Maio da capo politico eletto (?) del M5S.
Il mandato esplorativo a Roberto Fico per la ricerca di una maggioranza PD-M5S potrebbe essere davvero un modo per movimentare il dibattito interno di un MoVimento che fino a ieri sembrava graniticamente pronto ad appoggiare Di Maio fino alla fine.

(da “NextQuotidiano”)

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