Aprile 26th, 2018 Riccardo Fucile
DI MAIO SI E’ PERMESSO DI NON RISPONDERE A UNA SUA MAIL, ORA RISCHIA L’ARRESTO PURE LUI
Avevamo lasciato il generale Antonio Pappalardo impegnato in un ricorso per invalidare le elezioni
del 4 marzo e ad “arrestare”, dopo Mattarella, anche Beatrice Lorenzin.
Lo ritroviamo oggi impegnato nell’ennesima chiamata alle armi del popolo, stavolta per “invadere Roma per occupare il parlamento e cacciare via gli abusivi e incostituzionali. Mai governo 5S, PD, Gentiloni”.
Il generale Pappalardo anche stavolta promette fuoco e fiamme contro “gli abusivi” e minaccia esplicitamente il presidente della Repubblica Sergio Mattarella:
“Noi del Movimento Liberazione Italia lo abbiamo detto prima delle elezioni che questo Rosatellum era anticostituzionale e nullo e di non andare a votare. Molti cialtroni ci hanno coperto di insulti quando dicevamo che avrebbero fatto la grande ammucchiata. Ci hanno pure deriso quando siamo andati ad arrestare Mattarella. Ma il verbale del suo arresto è presso la Stazione carabinieri di Roma Quirinale e prima o poi lo tireremo fuori. Noi carabinieri abbiamo oltre 200 anni di storia e vediamo lontano nel tempo.
E ci svela anche un gustoso retroscena su Luigi Di Maio, che addirittura si sarebbe permesso di non rispondere alle sue mail per parlare dei soldi alle forze armate e alle forze dell’ordine.
Infine, il generalissimo ci svela il problema vero dell’Italia: il comunismo, anche da noi, è duro a morire (grrr, maledetto Ginko).
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 26th, 2018 Riccardo Fucile
“NON HANNO CAPITO CHE NON MI FACCIO INTIMIDIRE, NEI GRUPPI HO LA MAGGIORANZA”…MA CI SI CHIEDE: QUESTO E’ CAPO DI UN PARTITO PERSONALE O PENSA A RAPPRESENTARE L’INTERESSE DEL PAESE?
L’ex premier, secondo Il Giornale, si sente messo con le spalle al muro ma avverte: “Scelgo il muro. Io in Parlamento ci torno, Franceschini non so. Questi non hanno capito che non mi faccio intimidire”. E si affida al pallottoliere: “Per fare l’accordo non basta avere il 51% della direzione, devi assicurarti almeno l’85% dei gruppi. Numeri che non avranno mai”. Mattarella pronto a dare più tempo a Fico.
“Hanno impostato una trattativa violenta, con minacce e ultimatum. Vogliono mettermi con le spalle al muro: o dico sì al governo con i grillini o c’è il muro, cioè le elezioni. Ma io scelgo il muro, cioè le elezioni. Tanto io in Parlamento torno, Franceschini non so. Questi non hanno capito che non mi faccio intimidire. Sono pronto a trattare pure con Belzebù, ma certo non ho paura di chi nelle trattative politiche si comporta come sul web, con i metodi delle baby gang“.
Sono i commenti attribuiti dal Giornale a Matteo Renzi, che avrebbe “comunicato agli amici” queste valutazioni rispetto all’ipotesi — che per l’ex segretario dem è da escludere — di un esecutivo M5s-Pd.
Prospettiva che il presidente della Camera Roberto Fico cercherà giovedì di concretizzare con un nuovo giro di consultazioni nell’ambito del mandato ricevuto dal capo dello Stato Sergio Mattarella.
Pronto, secondo i quotidiani di oggi, a concedere altro tempo all’esponente pentastellato: probabilmente fino a metà della prossima settimana, quando è in calendario la direzione dem.
Il giorno dopo il “sondaggio” dell’ex premier tra i fiorentini sull’opportunità di un accordo, Yoda — alias Augusto Minzolini — sulle pagine del quotidiano berlusconiano dà conto anche di come Renzi si senta forte dei calcoli al pallottoliere sui voti in direzione Pd e in Parlamento.
Non a caso, come ricorda La Stampa, ha fatto convocare una riunione del gruppo al Senato per mercoledì 2 maggio, lo stesso giorno in cui si terrà la direzione, dove i numeri sono a suo favore.
“Per fare un governo con i grillini”, è la riflessione che gli attribuisce il Giornale, “non basta avere il 51% della direzione, devi assicurarti almeno l’85% dei gruppi parlamentari. Numeri che non avranno mai, specie con la rivolta che c’è nel partito”.
L’ex segretario: “Possiamo dare il Paese ai giustizialisti?” — Secondo il Giornale, il senatore di Rignano imputa a chi ha aperto al dialogo di aver impostato male la trattativa, o di puntare solo a mantenere salda la poltrona.
E annota che tra i “colpevoli” verrebbe annoverato pure il Colle, che “ha accelerato i tempi del confronto e non ha impedito che i grillini usassero l’arma di ricatto delle elezioni”. Insomma, Renzi si sente messo al muro da “minacce, ricatti e ultimatum”, per di più da parte di quelli che — annota Yoda — giudica “giustizialisti” per le reazioni alla sentenza palermitana sulla trattativa Stato-mafia.
Pd spaccato. Bindi: “Valutare accordo ma non sulle poltrone”
Il Pd però è spaccato, con il reggente Maurizio Martina schierato tra gli aperturisti insieme — come riporta il Corriere — al governatore pugliese Michele Emiliano, al deputato Francesco Boccia e ai compagni di corrente, da Dario Ginefra a Beppe Lumia. E anche Dario Franceschini, Piero Fassino, Andrea Orlando, Graziano Delrio e Anna Finocchiaro, tra gli altri, spingono per il confronto.
Per Rosy Bindi, intervistata da Repubblica, “prima vengono gli interessi del Paese, poi quelli del Pd. Perciò penso che occorra valutare se un accordo con i 5Stelle sia possibile. Ma attenzione, non è che si vanno a vedere le carte in nome di un nobile motivo e poi lo si trasforma in un accordo di potere, sulle poltrone, sul numero dei ministeri, su chi va a Palazzo Chigi e chi no”.
Scalfarotto: “Distanza enorme sui valori, nascerebbe mostro incomprensibile” Contrari invece i fedelissimi renziani Luca Lotti, Maria Elena Boschi, Matteo Orfini, Michele Anzaldi, Simona Bonafè, Silvia Fregolent, Alessia Morani, Alessandra Moretti.
Ma anche il ministro dello Sviluppo uscente Carlo Calenda che ribadisce: “Tra noi e il M5S c’è una distanza siderale, bisogna avere un minimo comune denominatore”. Un’alleanza con M5s “sarebbe un voltafaccia ai nostri elettori”, dice dal canto suo Anzaldi in un’intervista al Foglio.
“Per tutta la campagna elettorale abbiamo detto ‘mai con gli estremisti’ e ora ci alleiamo con chi non soltanto ci ha dato per cinque anni dei ladri, dei mafiosi e via insultando, ma ha anche un programma che è opposto al nostro? Credo che nessun elettore Pd capirebbe. Basta vedere come reagiscono i nostri militanti sui social, ma lo stesso avviene con le persone nei bar o per strada”.
“A un governo con i grillini sono decisamente contrario, e non solo per le differenze programmatiche. Esiste una distanza enorme sui valori“, aggiunge il deputato dem Ivan Scalfarotto intervistato da Repubblica.
Dall’intesa tra Pd e M5S “verrebbe fuori un mostro incomprensibile per gli elettori di entrambe le forze”. “Poche ore fa ero in piazza per il 25 aprile, a Milano. Non c’era una bandiera dei Cinquestelle. Come dice Di Battista, per loro fascismo e antifascismo sono categorie superate. Per noi no, la libertà deriva dalla Resistenza”.
“Io sono per rispondere no all’offerta di Di Maio”, commenta Sandro Gozi. “I dieci punti dei Cinque Stelle saranno anche di buon senso. Ma loro sono per abolire il Jobs act? Bene, noi no. Loro sono per l’abolizione della riforma Fornero? Noi no”.
Il Corriere attribuisce anche a Paolo Gentiloni la valutazione che un accordo con M5s è “implausibile“. Ma in mattinata fonti di palazzo Chigi hanno smentito le frasi sulle “scelte che attendono il Partito democratico”.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 26th, 2018 Riccardo Fucile
“SERVE TEMPO E SERVE RENZI” SECONDO MARTINA
Il presidente della Camera Roberto Fico salirà al Colle per chiedere l’unica cosa che può rendere
possibile quello che oggi sembra impossibile: tempo.
In questa lunga epopea di trattative e capovolgimenti, il tempo è una categoria che tutto contiene e tutto trasforma, come una sorta di divinità che muove i destini dei protagonisti inconsapevoli della meta finale.
«Serve tempo e serve Matteo Renzi» dice il reggente del Pd Maurizio Martina, ed è quello che i democratici ribadiranno a Fico, alle 11.30 di questa mattina.
È prevedibile che il presidente della Camera, grillino, riporterà a sua volta una domanda che assilla il suo Movimento: cosa vuole fare Renzi?
Perchè il Pd vale nella sua compattezza, e senza Renzi, principale azionista dei gruppi parlamentari, l’accordo è impossibile.
Lo dicono i numeri: Pd e M5S uniti valgono al Senato 161 seggi, uno in più della maggioranza.
Sono cifre che al Quirinale compulsano da giorni, consapevoli di quanto tutto si regga sulle intenzioni dell’ex premier.
Il timore che filtra dal Quirinale è figlio della confusione percepita, di notizie che rimbalzano dal Pd, poco incoraggianti sulla tenuta del partito. Una spaccatura non servirebbe a nulla, nè avrebbe senso continuare se le condizioni poste da Renzi (un suo ruolo, o quello di Maria Elena Boschi nel governo, per fare un esempio che circola in queste ore) fossero irricevibili.
Non resterebbe che il voto anticipato, a settembre, un fantasma che è tornato ad aleggiare tra Quirinale e il Parlamento.
Per evitarlo, l’esploratore Fico dovrà inoltrarsi nella giungla dem, cercando di capire in fretta se in un margine temporale più ampio potrebbero smussarsi le ostilità . Alle 13 ne parlerà con Luigi Di Maio e il resto della delegazione grillina. Subito dopo, nel pomeriggio, andrà a riferire a Sergio Mattarella che a quel punto avrà il potere di dilatare ulteriormente i tempi.
Due date fanno propendere per l’ipotesi che le trattative si inoltreranno per più giorni. La resa dei conti interna al Pd si terrà il 2 maggio, in direzione.
Mentre questa sera i parlamentari 5 Stelle si riuniranno in un’assemblea per discutere la svolta, che anche se annunciata nella abusata dialettica dei due forni, ha avuto dei contraccolpi.
Cambiato il partner, devono cambiare le priorità politiche. E non è così semplice passare dal populismo sovranista anti-Bruxelles della Lega al riformismo europeista del Pd.
C’è da analizzare un trauma in casa 5 Stelle, in ore incandescenti, mentre i social network che veicolano l’umore dei militanti sono scatenati contro Renzi.
Per questo motivo a Fico che gli chiederà se è disposto a dare il tempo necessario al Pd per provare a rimettere insieme i cocci, Di Maio dirà di sì, soprattutto se sentirà il sostegno del Colle.
Concederà tempo, perchè lui stesso ha bisogno di tempo. Anche perchè il messaggio che gli ha recapitato ieri un 5 Stelle vip, new entry del Movimento, come Gianluigi Paragone è stato chiaro: «Sono entrato nelle istituzioni con un’idea di cambiamento e se qualcuno pensa di allearsi col M5S deve partire da ciò che ho detto in campagna elettorale».
Altre voci, invece, esultano all’idea che sia a sinistra che deve guardare Di Maio.
Il leader comunque, con astuzia e furbizia, si è tenuto due exit strategy.
Una esplicita: il referendum su Rousseau per dare alla base l’ultima parola su un eventuale accordo di programma con il Pd.
L’altra invece è quella che nessuno dei suoi più stretti collaboratori oserebbe confessare: riaccendere il forno con la Lega, se, di fronte alla prospettiva di un governissimo tecnico, Matteo Salvini trovasse il coraggio di rompere con Silvio Berlusconi. Uno scenario che in cuor suo Fico, fiero antileghista, vorrebbe evitare.
Ma anche in questo caso bisogna aspettare. Almeno fino a lunedì, quando il voto in Friuli sancirà il dominio del centrodestra al Nord.
(da “La Stampa”)
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Aprile 26th, 2018 Riccardo Fucile
LA COMUNICAZIONE HA ORDINATO DI RAFFREDDARE I TONI NEI CONFRONTI DEL PD E DI TROVARE UN NUOVO NEMICO, MATTEO SALVINI
In un articolo a firma di Pasquale Napolitano, il Giornale oggi racconta che ci sarebbe un ordine di scuderia all’interno del MoVimento 5 Stelle volto a raffreddare gli animi nei confronti dell’alleanza con il Partito Democratico e a indicare in Salvini il nuovo nemico:
Il partito del rottamatore è stato il principale bersaglio della battaglia politica del M5s. Ora quel partito può diventare un alleato di governo. Rocco Casalino, uomo comunicazione del M5s, è già al lavoro con i collaboratori per derenzizzare la propaganda grillina: la macchina social dei Cinque stelle ha bisogno di nuovo nemico. Già individuato in Matteo Salvini, che nel Di Maio pensiero ha la grave colpa di aver rispettato il patto con gli eletto rimantenendo fede all’alleanza di centrodestra.
L’ordine della scuderia grillina è partito, dopo l’apertura del reggente del Pd Maurizio Martina alla trattativa con il M5s: far dimenticare l’antirenzismo, colpendo Salvini.
La comunicazione social dei Cinque stelle viaggia su un doppio binario: le pagine ufficiali dei gruppi di Camera, Senato, Regioni e Comuni, direttamente gestite da Casalino e il suo staff, e quelle non certificate (W Il M5s, Notizie sul Movimento di Beppe Grillo, Tutti uniti nel M5s), delle quali il guru grillino ne ha sempre negato la paternità ma che concorrono a veicolare i messaggi della battaglia del Movimento.
A onor del vero, c’è da segnalare che finora sono state le risorse web di Matteo Salvini a lanciare i militanti contro Di Maio e non il contrario.
Ma c’è anche da segnalare che alcune pagine non ufficiali sembrano davvero aver cambiato verso nei giorni scorsi e se la stiano prendendo più con Salvini che con Renzi
Il Giornale sostiene che però tutto questo sia gestito dal vertice pentastellato.
Una macchina da guerra perfetta, svelata in un’intervista a La Stampa di Arnaldo Capezzuto, ex capo della comunicazione del M5s in Campania, guidata da Casalino in persona attraverso la gestione delle pagine, affidata ai suoi più stretti collaboratori. L’ex concorrente del Grande Fratello nei gruppi Whatsapp detta tempi e temi della comunicazione dei Cinque stelle.
Il primo compito dello staff comunicazione del M5s sarà quello di ripulire tutte le pagine da messaggi, post e foto contro Renzi.
Far sparire dalla propaganda social gli attacchi contro i democratici. Attacchi su cui Di Maio e il suo cerchio magico hanno fondato la battaglia politica: dalle accuse a Maria Elena Boschi per l’affare di Banca Etruria agli insulti contro Renzi per il caso Consip. E per evitare incidenti politici nella delicata fase della trattativa tra Martina e Di Maio, Casalino avrebbe suggerito, sempre attraverso i gruppi Whatsapp, di ammorbidire i toni contro il Pd.
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 26th, 2018 Riccardo Fucile
NON UNA CONSULTAZIONE SU ROUSSEAU PER I SOLI ISCRITTI MA UNA RICHIESTA AGLI ELETTORI
Il MoVimento 5 Stelle sta per commissionare «un sondaggio vero e proprio», dunque diverso e
indipendente dal referendum annunciato sulla piattaforma Rousseau, per misurare il reale gradimento del patto 5S-PD.
Un’indagine, racconta oggi Giovanna Vitale su Repubblica, non limitata ai soli iscritti, solitamente più attivi sui social e dunque in grado di condizionare il dibattito, bensì allargata all’intera platea degli elettori.
In grado di far capire ai vertici se spegnere il forno di destra per accendere quello di sinistra sia stata o no la scelta giusta.
I pentastellati quindi pensano che le reazioni a caldo al messaggio di Di Maio di qualche giorno fa siano soltanto l’inizio di un dibattito in cui le voci a favore devono ancora farsi sentire.
E mentre Il Giornale scrive che c’è un (improbabile) ordine di scuderia dei vertici per evitare le polemiche con il Partito Democratico e cancellare gli insulti degli ultimi tempi, i grillini cercano conferme che però tardano ad arrivare: anche sul post di Di Maio sul 25 aprile ieri è arrivato un nuovo diluvio di reazioni indignate: «No agli inciuci col Pd!», «Hai tradito 11 milioni di elettori», «Infame», «Mai con Renzi, meglio al voto».
Un’onda che ha sorpreso anche i più governisti fra i Cinquestelle. Da monitorare e sondare. Per poter mettere a punto le contromisure.
Cominciando dalla più urgente: prendere tempo, che poi è la stessa necessità del potenziale alleato, per consentire alle rispettive famiglie di digerire un simile matrimonio. «L’odio che reciprocamente abbiamo alimentato in questi anni non lo risolvi in un attimo», spiega uno dei custodi dell’ortodossia dimaiana.
«Specie in alcune realtà , penso per esempio alla Campania dove abbiamo attaccato persino i sospiri del governatore De Luca, dobbiamo avere i margini per spiegare perchè il contratto con il Pd è l’unica strada per dare un governo di cambiamento al Paese».
È la sola cosa che preoccupa i davvero i vertici del Movimento.
Convinti invece che l’assemblea dei gruppi parlamentari convocata per il tardo pomeriggio di oggi a Montecitorio si risolverà in un passaggio poco più che formale.
(da “NextQuotidiano“)
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Aprile 26th, 2018 Riccardo Fucile
SI PARLA DI BENEDETTI, CECCONI, VITIELLO, CAIATA E TASSO… E’ IL MOVIMENTO DEGLI ITALIANI AL’ESTERO
In un articolo a firma di Salvatore Dama Libero oggi racconta che cinque deputati eletti con il Movimento 5 Stelle hanno annunciato la propria adesione al Maie, il Movimento associativo degli italiani all’estero.
Ed è una cosa che fa anche un po’sorridere. Perchè i transfughi in questione sono tutti stati eletti sul suolo patrio.
Sono la padovana Silvia Benedetti, il pesarese Andrea Cecconi, il campano Catello Vitiello, il lucano Salvatore Caiata e il pugliese Antonio Tasso.
A differenza di quanto scrive Libero, non ci sono annunci ufficiali da parte dei cinque deputati riguardo la loro adesione al MAIE.
I cinque sono finiti al centro della campagna elettorale per i motivi più strani.
Catello Vitiello è stato accusato di aver nascosto il suo passato massone, Salvatore Caiata avrebbe nascosto al M5S un’indagine per riciclaggio che lo vedeva coinvolto, Antonio Tasso non aveva comunicato ai capi una condanna per contraffazione. Cecconi e Benedetti invece sono stati abbattuti dalla Rimborsopoli scatenata dalle Iene (nei confronti della deputata padovana le accuse non sono state mai chiarite). Durante la campagna elettorale Di Maio aveva sostenuto che gli “impresentabili” avrebbero rinunciato al seggio (impossibile) e si sarebbero dimessi (nessuno di loro ha presentato dimissioni).
Con molta franchezza, Cecconi ha detto pubblicamente che la rinuncia al seggio era “un patto firmato sulla carta igienica” e non aveva alcun valore.
Quelle che con poca eleganza Luigi Di Maio definì “mele marce” sono quindi rimasti in parlamento.
Tornano in mente oggi le parole profetiche di Luigi Di Maio che disse: «Tutti coloro che erano in posizioni eleggibili nei candidati delle liste plurinominali mi hanno già firmato un modulo per rinunciare alla proclamazione altrimenti gli facevo danno d’immagine».
Una richiesta che non ha alcun senso perchè la proclamazione è un passaggio tecnico e automatico che avviene in conseguenza del fatto che un candidato ha ricevuto un numero sufficiente di voti per essere eletto.
Ciononostante il M5S è andato avanti per tutto il proseguo della campagna elettorale a spiegare che “gli eletti avrebbero rinunciato” al seggio, che gli impresentabili non erano un problema perchè candidati in collegi uninominali perdenti nei quali non sarebbero stati eletti.
Il modulo “per gli impresentabili” però era una bufala, un trucchetto da campagna elettorale.
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 26th, 2018 Riccardo Fucile
IL 21ENNE HA SIMPATIE DI ESTREMA DESTRA E POI SCRIVE: “MAI DALLA PARTE DI CHI INDOSSA LA DIVISA”
Si chiamano Filippo Lombardi, 21 anni, e Daniele Sciusco, 28 anni, i due tifosi romanisti arrestati
martedì sera a Liverpool con l’accusa di tentato omicidio nei confronti del 53enne Sean Cox, in questo momento in coma al centro neurologico di Walton.
Ci sono stati altri arresti: un italiano di 38 anni è accusato di rissa e di possesso di arma contundente. Un altro di 28 anni è stato fermato per aver divelto un seggiolino all’interno dell’Anfield. Il quinto italiano, 28 anni, è accusato di possesso di arma pericolosa.
I quattro inglesi, due di 35 anni, uno di 40 e uno di 42 anni, sono stati arrestati per rissa, ubriachezza, danni e possesso di cocaina.
Sean, irlandese, 53 anni, originario di Dumboyne, direttore vendite di Precision Cables, stava andando allo stadio Anfield insieme al fratello. Sean si trovava di fronte al The Albert pub in Walton Breck Road, storico punto d’incontro dei tifosi Reds, sotto la Kop. È stato colpito da alcune cinghiate ed è caduto sbattendo la testa sull’asfalto.
Secondo le ricostruzioni fornite dai testimoni 30-35 ultras romanisti del gruppo dei Fedayn sono arrivati poco prima del fischio d’inizio della gara in una zona tra la Kop, il settore dei tifosi inglesi, e l’Albert Pub.
Il giornalista della BBC David Ornstein ha raccontato che il gruppo è spuntato da Venmore Street, è arrivato a Walton Breck Road e ha attaccato quelli del Liverpool usando le cinture. Lì è stato colpito Sean Cox, e lì è ritratto anche un uomo con un martello, un modello acquistabile in Gran Bretagna al costo di 3 sterline.
La moglie di Cox, Martina, sta valutando se lasciare andare il marito, ovvero staccare la spina. Filippo Lombardi e Daniele Sciusco, riconosciuti dai video — secondo alcune cronache di oggi grazie alla Digos — sono trattenuti con l’accusa di tentato omicidio. Loro hanno respinto le accuse, confermando solo di trovarsi in zona e sostenendo di aver subito un lancio di bottiglie prima della rissa. Giuseppe Scarpa racconta su Repubblica chi sono i due:
A testimoniare la loro cieca fede calcistica ci sono i rispettivi profili facebook intasati di foto in mezzo ai sostenitori più accesi della Roma. Dall’account del 21enne emerge anche una certa simpatia nei confronti degli ambienti di estrema destra.
Tra i vari “mi piace” cliccati da Lombardi c’è infatti quello dedicato a “Opposta Fazione Roma”, un gruppo ultrà di ispirazione neofascista.
Tra l’altro la bacheca di Lombardi, prima di essere chiusa, è stata presa d’assalto da parte di diversi utenti.
Sotto a un post in cui il 21enne offende le forze dell’ordine — “mai dalla parte di chi indossa la divisa” — sono numerose le persone che l’accusano di aver compiuto un gesto scriteriato: “Prima dell’immagine della Roma — scrive una donna — hanno rovinato la vita di un uomo e della sua famiglia. Ora questo poveraccio è in coma con danni irreversibili al cervello e non si sa se potrà sopravvivere”. Il più giovane è uno studente, l’altro è un impiegato. Nessuno dei due ha mai avuto problemi con la giustizia.
A difendere i due è l’avvocato Lorenzo Contucci insieme a un collega inglese.
La polizia inglese ha 24 ore di tempo (più dodici di proroga) per formalizzare l’accusa. Attualmente sono fortemente indiziati e per questo in stato di fermo. Una volta confermata l’imputazione entro 96 ore dovrebbero comparire di fronte a un giudice per la convalida dell’arresto. Davanti al magistrato i due — dietro il pagamento di una cauzione — potrebbero essere rilasciati.
Ci sono versioni contrastanti su cosa rischia la società A.S. Roma per i fatti di Liverpool. Secondo la Gazzetta dello Sport la sanzione più probabile, visti i precedenti Uefa in casi simili, sarebbe il divieto di vendere biglietti ai tifosi per una o più trasferte. Meno facili le porte chiuse in casa, proprio perchè i fatti si sono svolti altrove. Inoltre è da non escludere una multa.
Secondo La Repubblica invece la pena massima è giocare a porte chiuse tutta la prossima stagione. Ma la Roma — e pure il Liverpool, a oggi — rischiano di più: extrema ratio è l’esclusione dalle coppe per un anno.
I due club intanto cooperano in vista del ritorno, il 2 maggio all’Olimpico.
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 25th, 2018 Riccardo Fucile
L’EX SEGRETARIO PENSA A “UN NUOVO INIZIO” E A FAR FUORI MARTINA, SIAMO AL DELIRIO TAFAZZIANO
Alla vigilia del secondo giro di consultazioni di Roberto Fico con il Pd, Matteo Renzi chiude il ‘forno democratico’.
Lo fa a Firenze, dove passa il 25 aprile in piazza, partecipa alle celebrazioni per il 25 aprile e, bici al seguito, ne approfitta per chiacchierare con i passanti sull’ipotesi di un accordo di governo con il M5s.
Il sondaggio improvvisato non ha naturalmente valore scientifico, ma per il segretario dimissionario contiene tanta valenza politica. Pur continuando a osservare silenzio sulle trattative sul governo, oggi da Firenze Renzi si sente molto rafforzato nel suo no ai pentastellati: un passaggio che si annuncia sempre più decisivo per i rapporti di forza nel Pd.
Renzi infatti non cede. Anzi: questa discussione sta diventando il suo ‘nuovo inizio’. Un modo per tornare in scena nel partito o con un nuovo percorso politico, chissà . Mette persino in conto una scissione, se nel partito chi insiste a vedere ponti di dialogo con il M5s non si placa.
Questa storia è diventata per lui quella definitiva. E i dialoganti tra i Dem sono diventati i nuovi rivali interni, che vengano dalla sua stessa maggioranza, come Dario Franceschini e Maurizio Martina, o dalle minoranze come Michele Emiliano e Francesco Boccia.
Basta sentire i suoi: “Se la linea di Martina verrà sfiduciata dalla direzione nazionale la prossima settimana, beh è evidente che non potrà fare più il reggente…”. Dunque si accelererebbe sul congresso nazionale. Ad ogni modo, Martina è avvertito.
Domani quindi il nuovo round di Fico non servirà a granchè.
Nello studio del presidente della Camera, la delegazione Dem composta dai due capigruppo Andrea Marcucci e Graziano Delrio, il presidente Matteo Orfini e Martina, andrà a ripetere che il partito discuterà nella direzione nazionale della settimana prossima. “Nè Martina potrà ‘allargarsi’ di più, come ha tentato di fare ieri…”, avverte una ancora fonte renziana.
Per arrivare a far prevalere la linea del no, la cerchia renziana si sta organizzando al millimetro. Per il 2 maggio, il giorno in cui dovrebbe riunirsi la direzione del Pd, Marcucci ha convocato anche la riunione dei senatori Dem.
E’ una vera prova di forza, un modo per arrivare ‘corazzati’ alla direzione.
Il capogruppo conta almeno 34-36 senatori contrari all’accordo con i cinquestelle, su un totale di 52 eletti.
Non è una maggioranza schiacciante, ma sufficiente per dire in direzione che a Palazzo Madama, territorio sempre difficile per le maggioranze di governo, non ci sono i numeri per procedere all’intesa con i pentastellati.
Senza considerare che, a conti fatti, anche una maggioranza con tutto il Pd e il M5s (109) sarebbe risicata al Senato: 161 senatori, che è esattamente il minimo indispensabile.
Certo, andrebbero aggiunti eletti pescati da Leu, gruppo misto e Autonomie, ma anche così non c’è la certezza di arrivare a numeri solidi.
Eppure nel Pd il pressing resta fortissimo. Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria e deputato comunque vicino a Renzi, è uno dei pontieri, al lavoro per favorire il confronto interno: per questo ha chiesto di convocare la direzione solo il 2 maggio.
Qualche giorno in più, insomma, per cercare di arrivare ad una posizione comune e non spaccare un partito che per ora si muove diviso.
Anche il vicepresidente della Camera Ettore Rosato sta in questa terra di mezzo che cerca di riannodare fili per mantenere l’unità .
“Le distanze tra noi e il M5S sono abissali, enormi, siamo stati avversari per cinque anni non per caso ma per profondi motivi di divergenza sui programmi – dice da San Sabba, dove partecipa alle celebrazioni della Festa della Liberazione – Con senso di responsabilità , convochiamo i nostri organismi dirigenti” per capire “se è utile o no, nell’interesse del Paese, fare un governo con forze politiche così distanti”.
Ma anche i ‘pontieri’ sono consapevoli che, se non si smuove Renzi, questa storia del dialogo con i cinquestelle va a sbattere contro un muro.
“Se Renzi dice no, il 70 per cento della direzione nazionale lo segue”, ci dice un dirigente Dem. Insomma non c’è partita.
Martina intanto insiste: “L’impressione che ho è che tanti chiedano di provare a fare un lavoro, sapendo che è complicato, nessuno la fa facile – dice il reggente partecipando al corteo del 25 aprile a Roma – C’è preoccupazione vera rispetto a un governo a trazione leghista: se il rischio è consegnare il Paese a derive pericolose, c’è una consapevolezza del Pd nel provare a prendere un’iniziativa. Decideremo insieme e quel che decideremo impegnerà tutti”.
Oggi più di ieri: si va verso la conta finale. Ai blocchi di partenza, posizioni distanti. Tra i renziani si avverte il fastidio per il secondo giro di domani con Fico: “Frutto di un evidente pressing di Mattarella”, dicono i più scocciati.
Nel pomeriggio di domani, il presidente della Camera salirà al Colle a riferire. Se il capo dello Stato deciderà di aspettare la direzione del Pd prima di fare la prossima mossa, i renziani avranno solo più tempo per inchiodare chi nel partito vorrebbe aprire, riuscendo quindi a ridefinire a proprio favore i giochi nel Pd, a due mesi dalla sconfitta elettorale.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 25th, 2018 Riccardo Fucile
“SERVE PIU’ IMMIGRAZIONE E DI QUALITA’. CARENZA DI PERSONE NELLA SANITA'”
L’immigrazione per l’Italia è una necessità imprescindibile che, come dimostrano altri casi
mondiali, può far decollare la nostra economia e migliorare anche i nostri salari medi.
Una ricetta economica che, se ben gestita, può dare risultati migliori di qualsiasi flat tax, reddito di cittadinanza o bonus vari.
Serve però accogliere più immigrati e di qualità . Parola di Stefano Proverbio, director di McKinsey & Company e autore, con Roberto Lancellotti del libro “Dialogo sull’immigrazione. Tra falsi miti e scomode verità “, edito da Mondadori.
Partiamo da una delle domande principali del libro: l’immigrazione è un problema o viceversa può rivelarsi un’opportunità ?
Il libro nasce da una discussione sulla demografia in Italia. E la risposta è che l’immigrazione per l’Italia è una necessità imprescindibile. Perchè l’Italia è già dentro una crisi demografica: negli ultimi 20 anni abbiamo perso 3 milioni di italiani in età lavorativa che sono stati compensati come forza lavorativa solo grazie all’immigrazione. Da qui al 2020 ne perderemo altri 12 milioni con conseguente insostenibilità del sistema sanitario e del welfare e con ripercussioni su Pil e debito pubblico. E fare più figli italiani non basterebbe: primo perchè ci vorrebbero venti anni prima che entrino nel mondo del lavoro; e poi per colmare il gap bisognerebbe tornare a sei figli per donna.
Gli immigrati dunque sono una risorsa che può sostenere la nostra economia.
Certamente. E lo sono già . Basti pensare che l’8% del nostro Pil è fatto già oggi dagli immigrati. E il numero di nuove imprese aperte dagli stranieri in Italia cresce del 3% all’anno, mentre quelle aperte dagli italiani cala dell’1% l’anno. Anche far ringiovanire la popolazione sostiene l’economia facendo ripartire i consumi.
Una valida alternativa a flat tax, reddito di cittadinanza o bonus da 80 euro quindi?
Non le vedo come cose alternative queste, le vedo come disastri. Il reddito di cittadinanza sono gli 80 euro per 20. La flat tax è un salto nel buio con un enorme deficit nel breve periodo, da rischio default.
Uno slogan che una parte della politica ha fatto suo è “gli immigrati rubano il lavoro agli italiani”.
Non è vero. Perchè gli immigrati fanno dei lavori che gli italiani non vogliono fare. E poi i casi studiati — come l’immigrazione dei vietnamiti e dei cubani – dimostrano che l’immigrazione crea un circolo virtuoso nell’economia del Paese di approdo con un aumento medio anche dei salari dei nativi. Guardiamo al caso di Israele che ha importato un milione di russi laureati e ha avuto un boom economico eccezionale: oggi per iniziative di start up Israele ha superato la Silicon Valley, e questo è dovuto essenzialmente agli immigrati.
Ecco, noi di quale immigrazione abbiamo bisogno?
In Italia dovremmo avere più immigrazione e di qualità . Gli studi dimostrano che se io prendo dei rifugiati è meglio che prendere immigrati economici, perchè i rifugiati hanno di norma più competenze. Noi invece ci focalizziamo sugli sbarchi, che sono in realtà un fenomeno che si gestisce con dei numeri relativamente piccoli. Gli immigrati che accettiamo sono pochi e per lavori temporanei in cui il grosso è rappresentato dall’agricoltura, quindi l’opposto di quello che serve. Anzichè importare, idealmente, laureati, noi importiamo manodopera di basso valore.
Potremmo allora imitare il modello tedesco?
Sì. La Germania non è perfetta ma fa bene: quando arrivano gli immigrati li classifica subito in funzione delle proprie competenze, li mette subito a studiare il tedesco e alcuni basic di educazione civica. Quelli che hanno competenze buone li segnala alle aziende che fanno richieste, e gli altri li addestra per le professionalità che servono al Paese.
Ci sono delle professioni che in Italia servono di più?
Ad esempio abbiamo una carenza in tutte le professioni della sanità , come infermieri, che già importiamo, e medici. E questa carenza aumenterà con il tempo, col rischio di non riuscire ad attrarre da fuori immigrati professionalizzati. Perchè si tratta di una carenza globale e io immagino che in futuro un medico albanese preferirà emigrare negli Stati Uniti piuttosto che in Italia.
Come si fa a “importare” solo gli immigrati di cui abbiamo bisogno?
Il sistema è complesso ma io imiterei quelli che stanno andando bene come la Germania, il Canada e la stessa Australia, anche se finisce sui giornali come quella cattiva. Questi Paesi delineano le competenze che gli servono e scelgono gli immigrati che sono più allineati a quel tipo di competenza. Dovremmo poi pubblicizzare di più tentativi come quello degli incentivi fiscali per attrarre laureati stranieri e non proibire, come fatto, i corsi integralmente in inglese al Politecnico di Milano.
Dove sbaglia l’Italia oggi?
In Italia c’è anche il problema che mentre facciamo aspettare i migranti per accogliere la richiesta di asilo, non gli permettiamo di lavorare. Questo porta al rigetto da parte della popolazione, che vede queste persone ciondolare per strada senza un’occupazione.
(da “La Stampa”)
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