Aprile 25th, 2018 Riccardo Fucile
IL CENTRODESTRA NETTAMENTE FAVORITO: HA AVUTO A MARZO IL 43%, POI M5S 24,6% E CENTROSINISTRA 23%
Dopo il Molise, il Friuli Venezia Giulia. Le urne non osservano turni di riposo e domenica prossima, 29 aprile, saranno aperte per eleggere il nuovo governatore che succederà a Debora Serracchiani, appena ripescata alla Camera con il plurinominale, al termine di un travagliato mandato in cui si è divisa tra la guida della Regione e il delicato – e contestato – ruolo da vice segreteria nazionale del Pd durante il governo Renzi.
Gli sfidanti
*Sono in quattro a contendersi lo scranno triestino: Sergio Bolzonello, per il Centrosinistra, attuale vice della Serracchiani e già amatissimo sindaco di Pordenone per dieci anni. Massimiliano Fedriga, per il Centrodestra, che ha rinunciato al prestigioso ruolo di capogruppo alla Camera della Lega, dopo una mini rivoluzione degli elettori: quando nei salotti romani era stato indicato Renzo Tondo – già due volte presidente Fvg in passato – secondo accordi di spartizione delle cariche presi prima delle Politiche, i militanti del Carroccio hanno minacciato le barricate.
E a Roma hanno dovuto prenderne atto. Alessandro Fraleoni Morgera, romano, trapiantato a Trieste da una decina d’anni, ricercatore universitario, indicato dal Movimento 5 Stelle senza dover passare dalle Regionarie on line, essendo l’unico candidato che aveva presentato le necessarie credenziali.
Sergio Cecotti, già presidente Fvg e sindaco di Udine con la Lega una quindicina di anni fa e ora a capo di Patto per l’Autonomia che si ispira alle Province di Trento e Bolzano per garantire al territorio maggiore indipendenza decisionale ed economica.
La guerra dei numeri
La vera battaglia si gioca in seno al Centrodestra, forte del 43% alle Politiche del 4 marzo alla Camera. La Lega parte dal 25,8% e quasi 178 mila preferenze, oltre 100 mila in più di Forza Italia, che ha ottenuto uno striminzito 10,7% doppiando a propria volta Fratelli d’Italia, che si è fermata al 5,3%.
In chiave governo nazionale si capisce perchè Salvini abbia messo le tende in Friuli Venezia Giulia, dove, da inizio aprile, ha trascorso più tempo che a casa sua.
Una sorta di invasione cui Silvio Berlusconi ha reagito con una controffensiva senza precedenti: arrivato ieri, si fermerà in regione fino a venerdì. Emblematico il suo appello nel primo comizio di Pordenone: nemmeno una parola sugli avversari, ma un’invocazione affinchè Forza Italia abbia più preferenze della Lega. Obiettivo comune – per il momento l’unico – è quello di salire oltre il 45% e portarsi a casa un sostanzioso premio di maggioranza.
Il terzo sta fuori
La sfida per il secondo posto è serrata: il Movimento 5 stelle alle Politiche ha ottenuto il 24,6% e 170 mila voti, diecimila in più del Pd, che però, dopo la batosta rimediata, può ora contare su una tregua armata con il resto della Sinistra, che dovrebbe portare in dote allo schieramento i 22 mila voti di due mesi fa di Liberi e Uguali.
Ossigeno arriverà anche dalla galassia delle Civiche, accreditate di qualche punto percentuale, tra cui quella dell’ex sindaco di Udine, Furio Honsell, già rettore universitario, famoso per essere stato l’ospite fisso di Fabio Fazio nel «Che tempo che fa» degli albori. La legge regionale Fvg è però spietata: in aula entra solo il primo degli sconfitti, gli altri candidati restano a casa.
Il paradosso economico
L’ondata che, secondo gli analisti – e i sondaggi pubblicati fino ad inizio mese -, è destinata a spazzare via anche alle Regionali il governo del Centrosinistra uscente prescinde dai dati economici: il Fvg ha appena registrato il record storico del proprio export, la disoccupazione è in netto calo, gli occupati aumentano sensibilmente, i turisti sono cresciuti di un milione l’anno, la costruzione della terza corsia dell’A4 procede più velocemente del previsto, il porto di Trieste vola ed è il primo in Italia.
(da agenzie)
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Aprile 25th, 2018 Riccardo Fucile
IL VERSANTE EMOTIVO DELL’ATTUALITA’
Per capire chi è davvero un politico, il mio consiglio è di guardarlo in televisione togliendo l’audio.
Spegnendolo, proprio. Non sentire cosa il politico dice durante un talk show, solo osservarlo.
Scrutare i suoi gesti, cogliere gli sguardi, le ombre, notare le pieghe inconsulte delle labbra, il tremito delle mani o delle ginocchia. Se il politico parlasse, questi segnali così rilevanti ci sfuggirebbero. Saremmo concentrati a cogliere le parole che dice. L’essenziale, che non sono i discorsi, lo perderemmo.
La macchina della verità dei politici è, secondo me, la televisione. Ma in pochi, tra coloro che la politica la chiamano “mestiere”, lo sanno. Altrimenti, starebbero più attenti.
Da 51 giorni , l’Italia cerca un Governo. E, da 51 giorni, i politici percorrono su e giù la piazza di Montecitorio, e il marciapiede davanti al Senato, da alcune settimane anche la scalinata e la Piazza del Quirinale.
Come?
Alcuni avanzano da soli, altri infilati dentro un gruppetto di colleghi e portaborse.
Sempre attenti a restare miracolosamente al centro.
Il Re Sole e la sua Corte.
Alcuni, la maggioranza, vengono avanti a piedi. Altri in bicicletta, in motorino, o scendono svelti dal taxi. Auto blu pochissime.
E’ interessante guardare le facce dei politici mentre si avvicinano alla meta, cioè all’ingresso di Montecitorio o del Senato o del Quirinale.
Girano impercettibilmente lo sguardo per capire dove si trovano i giornalisti.
Noi non vediamo il contesto, ma è plausibile che, il più delle volte, questo sguardo di ricognizione scopra con rammarico che le telecamere e i microfoni e i telefonini e i taccuini sono assiepati intorno a qualcun altro.
Osservate bene. Il politico in avanzamento rallenta il passo. Frena la giovanile baldanza. Magari si infila la mano in tasca per cercare il cellulare, o si volta per cercare qualcuno (che forse non esiste).
Appena la folla dei cronisti lo nota e si avvicina, il politico indossa un sorriso lieto.
Un sorriso che nulla ha a che fare con la situazione di certo non allegra in cui si trova il Paese. Ma è il tipo di sorriso che gli hanno detto è «rassicurante». Fa parte del pacchetto «onorevole». Lo trovi dentro la tessera di parlamentare eletto.
Finalmente arrivano i cronisti. E il politico scompare felice nella selva. E che fa?
Alcuni sorridono, chinano la testa in un grazioso inchino e sillabano «Grazie, grazie», dopo di che entrano nel portone. Tutti compiaciuti della bella figura appena fatta: discrezione e educazione.
Altri si fermano, prendono un respiro, gonfiano il petto. E parlano. Parlano come se fossero i detentori dell unico Verbo, nel senso del Vangelo. Ma è un piccolo cedimento alla vanità che subito controllano. Alla terza frase di queste interviste in piedi, i politici scuotono la testa, come a chiedere scusa . Allontano la selva dei microfoni che tanto avevano agognato con un gesto veloce della mano. Ma in favore di telecamera.
E poi salutano e si allontano con un passo ancora più svelto e brioso. Che sta a significare «Elettori, io sono uno che lavora per voi, guardate come mi sto dando da fare, come corro al lavoro».
E’ un red carpet che a me sembra tragico, più che triste.
Osservatelo e poi ditemelo.
(da “La Stampa“)
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Aprile 25th, 2018 Riccardo Fucile
INSULTI E MINACCE SULLA PAGINA FB DEL CAPO POLITICO DEL M5S… SI APRONO LE FOGNE DEI NAZI-GRILLINI, SARANNO QUELLI DEI TAXI DEL MARE
La torsione del Movimento verso il Pd è stata, forse, un po’ troppo improvvisa persino per i suoi standard.
È indicativo che i commenti del blog delle stelle, quello rimasto alla Casaleggio (dopo la migrazione di Grillo altrove), siano spessissimo di questo tenore: «Dopo 11 anni, prendo atto che si è passato dal vaffanculo, al Pd. Credo che il prossimo vaffanculo gli italiani lo daranno a voi. Che delusione».
Oppure: «Ritorniamno al vaffa e ci prendiamo il 50%». O ancora: «La più grande cazzata dopo il week-end è questa qui (storpiando una famosa canzone di Jovanotti). Sono contrario a qualsiasi accordo con il Pd e se il Pd dovesse dire di si io andrò via e mi tessererò con la Lega».
Se ne potrebbero citare tanti altri, più virulenti. Oppure dalla bacheca Facebook di Di Maio, dove gli danno del «traditore», ci sono punte di rabbia tipo questa: «Tra poco andrai ad elemosinare voti anche ai kebabbari, che finaccia che avete fatto».
E questo per quanto riguarda ciò che avviene in luoghi ufficiali del partito. Nella propaganda non ufficiale le cose sono più esplicite, e a volte violente e cupe.
Ai tempi del referendum costituzionale l’account antonio_bordin fu il terzo nodo twitter, in Italia, della campagna del no.
Ieri scriveva: «Fossi in @luigidimaio non mi preoccuperei molto dei quattro gatti renzisti che twittano #senzadime. Mi preoccuperei piuttosto dei milioni di elettori che, in caso di governo col #PD, scriveranno sulla scheda elettorale #SenzailM5S». Oppure, con ancora maggiore violenza: “Il #PD detta le condizioni a #DiMaio: “agenda europeista” ovvero sottomissione alla #UE Euronazista, “politiche del lavoro” ovvero #jobsact per sempre, “equilibri di finanza pubblica” ovvero austerità e tagli. Accettate pure, tanto poi il popolo vi verrà a prendere sotto casa».
Altro account molto centrale nell’analisi di rete: Teladoiolanius, fortissimo nella propaganda pre-elettorale, molto anti-migranti, dedito alla bastonatura del Pd.
Ieri scriveva: «Abbiamo lottato per anni per far sparire il Pd ed ora che c’eravamo riusciti come per miracolo risorge. La Lega fa risorgere Berlusconi e il M5S il Pd. Andatevene a fanculo tutti e due».
Oppure, abbastanza minaccioso: «DiMaio chiude a Salvini e inizia percorso col Pd. Anche se riuscirà a fare un governo, prevedo che non durerà molto e sarà anche l’ultimo. Di Maio ha tradito buona parte dell’elettorato: ne pagherà le conseguenze». @Valy_S spiega chiaramente che il M5S, se si andrà al voto, avrà bruttissime sorprese: «Come chiesto da Martina “di cui ha APPREZZATO LE PAROLE”, DiMaio chiude il forno Lega per aprirlo col Pd “ci sono temi comuni”. Il Pd però propone punti #leuropeisti ed imprescindibili. Speriamo si vada presto al voto. Per qualcuno sarà un’amara sorpresa».
Un secondo network di account, molti dei quali erano spesso citati nel blog di Grillo quand’era gestito dalla Casaleggio, tacciono, per esempio @carlucci_cc. Oppure, come @Oinot49, ripetono: «Mattarella, questa volta la volontà popolare va rispettata. L’unico governo votato dagli italiani è M5S Lega». Qualcuno prova a rigirarla in favore di Di Maio, ma è una difesa politichese. @tranellio, per esempio: «Preferisco un contratto di governo del M5S, che pur rischiando di più politicamente, può però avere un maggior controllo sull’eventuale partito democratico… piuttosto che l’opposizione e dover subire nuovi abusi di fiducia di una qualsivoglia accozzaglia simil Nazareno».
Altri si assegnano il compito delle difese d’ufficio: «Scintille pd, tensione al Nazareno!!! Allora devo riconoscere che questa mossa tattica di Di Maio non ha fatto altro che finire di distruggere il Pd» (@lvoir ritwitta @serebellardinell).
Beppe Grillo nel suo nuovo blog i commenti li ha chiusi; ma l’esercito digitale è molto ascoltato, dalle parti della Casaleggio.
(da “La Stampa”)
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Aprile 25th, 2018 Riccardo Fucile
NON SI E’ ACCORTO CHE QUELLI STANNO A PENSARE AL CONTO IN BANCA E AI CAZZI LORO COME HANNO SEMPRE FATTO
“Chi dovesse consentire e siglare il sodalizio M5S-Pd si assumerebbe una grande responsabilità ,
non solo perchè verrebbe lasciata fuori dal governo la coalizione che ha vinto le elezioni a vantaggio dei secondi e dei terzi, ma ancor più perchè verrebbe escluso dall’area di governo tutto il Nord produttivo. L’esasperazione delle regioni che continueranno a tirare la carretta non so se sarà ancora contenibile”: è un Giancarlo Giorgetti in forma bossiana quello che si presenta oggi in un’intervista a Repubblica per paventare addirittura pericoli per la democrazia da un governo formato da forze liberamente elette in Parlamento.
Un po’ come i 300mila martiri bergamaschi che il Senatùr era pronto a scatenare ai bei tempi in cui ancora guadagnava i titoli delle prime pagine dei giornali.
E infatti anche Giorgetti dice che “faremo fatica a contenere certe spinte perfino secessionistiche. Penso al Veneto, per esempio, con forti propensioni autonomistiche da noi canalizzate responsabilmente nel referendum autonomista”.
Sembra proprio di essere tornati ai bei tempi in cui la Lega minacciava lo sciopero fiscale (tutte le volte, alla vigilia dell’estate) e poi puntualmente non succedeva nulla perchè il ricatto politico del momento era andato a buon fine con due sottosegretari in più.
(da agenzie)
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Aprile 25th, 2018 Riccardo Fucile
ODIO SUI SOCIAL E SUL BLOG A 5 STELLE E IPOCRISIA DEI POLITICI CHE SI SCANDALIZZANO: ANDATE A PRENDERLI A CASA UNO A UNO E VEDRETE CHE IN UNA SETTIMANA TUTTI DIVENTANO EDUCATI
Neppure il delicato intervento all’aorta a cui è stato sottoposto Giorgio Napolitano ha fermato i messaggi di odio sul web che si sono ripetuti anche nella notte persino con l’augurio della morte al presidente emerito.
Quotidiani – come anche Repubblica – hanno deciso di cancellare i post degli hater offensivi, otrlaggiosi e dall’ironia macabra, che di prima mattina si erano accumulati anche sul blog delle Stelle.
“Sui social c’è un esercito di miserabili che augura la morte al presidente Napolitano #mifateschifo”. È la denuncia della deputata pd Alessia Morani su quanto sta accadendo in queste ore su alcuni dei social più diffusi.
Su twitter, ad esempio, sono decine e decine gli insulti contro il presidente emerito operato nella notte.
Qualche esempio. Chiara: “me ne sbatto altamente i coglioni… Per dire #napolitano”. Famar67: “Chi ha calpestato la Costituzione e svenduto la sovranità popolare non merita alcuna onorificenza. Che l’uomo sopravviva… Ma il politico e personaggio bruci all’inferno #napolitano”.
Sui social c’è un esercito di miserabili che augura la morte al presidente Napolitano #mifateschifo
Alessia: “Napolitano se n’è sempre fregato del popolo italiano. Perchè a me dovrebbe fregare qualcosa del suo stato di salute…”.
E ancora, Antonio: “#napolitano dovremmo provare dispiacere per lo stesso delinquente che ha continuato l’opera di insabbiamento della #terradeifuochi? ma per cortesia”. Eticamenteconfede: “Attenzione #napolitano ricoverato d’urgenza per problemi cardiaci!!!!! stanno arrivando i corpi…. Era ora!!!!! godoooo!!!! eticamente”. Vito: “Non ho mai augurato la morte a nessuno/a #napolitano ricoverato d’urgenza ! mi sarei fatto schifo da solo…! Ma….Consentitemi una battuta molto cattiva….Domani si festeggia anzi festeggiano…La #liberazione…Chissà …..”.
ODIO CONTRO NAPOLITANO ANCHE TRA I COMMENTI NEL BLOG DELLE STELLE
Ironia macabra anche sul blog delle Stelle. Alcuni militanti 5 Stelle – rivela l’agenzia Dire – nella parte dedicata ai commenti delle parole di Luigi Di Maio dopo l’incontro con il presidente della Camera, legano il malore di Napolitano al possibile accordo Pd-M5s. Un commento di odio dopo l’altro sempre piu violento dove finiscono al centro delle deliranti invettive anche molti giornalisti, tra questi anche alcuni di Repubblica, dal fondatore Scalfari a Massimo Giannini a Vittorio Zucconi.
Nel blog 5 Stelle, infatti, la bolognese Viviana Vivarelli scrive: “Alla notizia di un possibile incontro del M5s col Pd, il cuore di Napolitano ha ceduto. E quello di Scalfari come sta? e come stanno Giannini, Zucconi, Franco, la Gruber, Floris, Iacoboni, Feltri, Ferrara…? Tutti tarantolati?”. “Guardate cosa avete combinato! avete fatto venire un infarto a Napolitano appena ha saputo di una possibile alleanza M5s+Pd!!”. “Sembra che l’operazione sia andata bene! aveva il cuore a dx!”.
I TWEET CONTRO L’ODIO SUI SOCIAL
Dal mondo della politica, e non solo, si è alzato un muro di protezione nei confronti del presidente emerito della Repubblica, a partire dal presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni: “Il 25 aprile fu il giorno del riscatto dell’Italia. È dovere di tutti ricordare chi ha combattuto per la nostra libertà contro gli orrori della dittatura. Un pensiero speciale oggi a Giorgio Napolitano, protagonista della Repubblica. Forza Presidente!”,.
Tra chi attacca gli hater sui social, anche il ministro Carlo Calenda. A chi gli domanda: “cosa ne pensa degli insulti arrivati al Napolitano?”, l ministro risponde così: “Che mi fanno orrore. Comunque la si pensi un grande italiano e un grande europeo”. “Un abbraccio e un augurio a Napolitano in questo momento operato al cuore. Quelli che si augurano la sua morte su Twitter sono bestie”, ha scritto il dem Emanuele Fiano. “Lo schifo in rete: #Napolitano ricoverato in Ospedale e gli schifosi odiatori gli augurano la morte. Siamo al capolinea della civiltà “, scrive David Parenzo.
“Verrà un giorno nel quale gli zombie che stanno twittando per augurare la morte a Napolitano divoreranno quelli che li hanno evocati per conquistare il potere. È sempre stato e sempre sarà così. Forza Napolitano”, scrive il giornalista Vittorio Zucconi. “Riuscito l’intervento chirurgico subito da Giorgio Napolitano. Ma sul web troppa violenza. Ne siamo stati avversari politici, ma vogliamo continuare a contrastarne le idee, non danzare in oltraggio alla vita”, si legge sul profilo twitter di uno dei leader della Destra, Francesco Storace.
(da agenzie)
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Aprile 24th, 2018 Riccardo Fucile
LA VIA IMPERVIA DEL GOVERNO M5S-PD
È evidente che giovedì al Quirinale Roberto Fico non riuscirà a portare un accordo di governo. Ma,
almeno così pare, non si troverà nemmeno nella condizione della precedente esploratrice che, al termine di una complicata due giorni, ha allargato le braccia ammettendo che “non ci sono le condizioni” per andare avanti.
Se riferirà , come pare, che i segnali raccolti in questo avvio di confronto tra Pd e Cinque Stelle rappresentano un “concreto innesco di trattativa”, Sergio Mattarella sarà disponibile ad concedere altro tempo.
Del resto, dopo una cinquantina di giorni di confronto nell’altra metà del campo, tra centrodestra e 5 Stelle, non si può pretendere un miracolo in due giorni.
Ed è sensato comunque attendere che il travaglio democratico produca il parto di una decisione.
In fondo, il senso dell’esplorazione affidata a Fico con un “perimetro stretto” è proprio questo: obbligare il Pd al confronto con i 5 Stelle e i 5 Stelle al confronto col Pd.
E obbligare entrambi a una faticosa elaborazione interna. Perchè la verità è che al Quirinale al momento non si prendono in considerazione “piani B”, anche se viene dato per certo che, una volta consumati tutti i tentativi, ma proprio tutti, Sergio Mattarella dovrà necessariamente calare l’asso.
L’asso di un governo — si chiami “del presidente”, di “transizione”, di “garanzia” — da lui nominato e spedito alle Camere per incassare la fiducia da chi ci sta ed evitare il ritorno al voto.
Adesso che si è chiusa di fatto la finestra elettorale di giugno (e questo è un primo successo del Quirinale), resta il problema di evitare il voto a ottobre, in piena sessione di bilancio, con una delicata manovra delicata da approvare.
Visti i tempi per la formazione del governo si correrebbe il rischio di lasciare il paese senza manovra, il che sarebbe, tecnicamente, una pura follia.
Il problema — non di poco conto — è che l’asso, al momento, sembra essere una carta pesante come il due di coppe quando regna bastoni.
Perchè l’operazione è tutt’altro che scontata, in questo contesto, e in questo clima.
Al momento non c’è un Parlamento pronto ad accogliere un nome del presidente, in un rigurgito, si sarebbe detto una volta, di “responsabilità nazionale”.
Anzi, al momento un governo del genere rischierebbe di essere figlio di nessuno. È già evidente che Salvini si è posto, sin da ora, all’opposizione di un governo calato dall’alto.
E anche Di Maio che pur ha dimostrato un atteggiamento più istituzionale, compiendo audaci piroette politiche rispetto a ciò che il Movimento era solo poche settimane fa e non è più, ha messo a verbale il suo no senza se e senza ma a un governo “tecnico, istituzionale o del presidente”, perchè non può permettersi il lusso di sostenere un governo di questo tipo, consegnando al leader leghista le praterie dell’opposizione demagogica, almeno così spiegano fonti degne di questo nome. Piuttosto, meglio le urne.
Ecco il punto, ben presente nei ragionamenti degli esperti frequentatori del Colle. La situazione che ha di fronte il capo dello Stato è infinitamente più complessa rispetto a quella del suo predecessore, ad esempio.
Perchè allora (ricordate i tempi di Napolitano?) c’era una forza — il Pd — che politicamente e numericamente rappresentava il baricentro della “responsabilità nazionale”, spesso pagata a caro prezzo nelle urne; e c’era come alleato, diciamo così, il “vincolo esterno”, inteso come Europa, mercati, spread che alimentava la retorica dell’emergenza, creando pressione politica e ambientale.
Due elementi venuti meno che mettono Mattarella, e non per sue responsabilità , di fronte a una situazione inedita e straordinariamente più complicata: la situazione in cui più che il governissimo, inteso come “governo di tutti”, l’opzione realistica è un governino, che pare già il governo di nessuno.
Parliamoci chiaro: una volta avremmo assistito, in un crescendo di drammatizzazione, a un grande appello al paese, col presidente che inchioda i partiti alle loro responsabilità in nome del primato dell’interesse generale sull’avventurismo, e a una difficile e sofferta adesione delle forze “responsabili” all’alto richiamo.
Questo film, stavolta, non lo vedremo. E ne sono consapevoli tutti, a partire dai consiglieri attorno al capo dello Stato che già stanno ragionando sulle varie eventualità .
L’ipotesi realistica è un accrocco, da mettere in piedi con un mandato “limitato”, “non sfiducie” e altre diavolerie del genere per provare a tornare al voto in modo ordinato. Più che un “piano B”, è una specie dell’emergenza nell’emergenza.
Ed è per questo che la prima opzione resta continuare ad esplorare l’unica opzione possibile.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 24th, 2018 Riccardo Fucile
IL LEADER M5S PROVA A SMUSSARE IL MALCONTENTO: “VOTERETE SU ROUSSEAU”
È una sorta di all inn quello che Luigi Di Maio piazza sul tavolo di chi si gioca il montepremi del governo: “Per me qualsiasi discorso con la Lega si chiude qui”. Quando esce dall’incontro con Roberto Fico, esploratore incaricato dal Quirinale di sondare l’ipotesi di un governo tra M5s e Pd, il capo politico del Movimento usa parole nette.
La sala stampa, prospiciente la sala della Lupa dove è avvenuto il faccia a faccia, è gravida di storia.
Tra quelle quattro mura i deputati socialisti protestarono nel 1924 contro il governo fascista. E sotto la medesima volta affrescata i delegati della Corte di Cassazione proclamarono l’esito del referendum del 1946 che trasformò la monarchia italiana in Repubblica.
Il passaggio di un martedì d’aprile quasi qualunque della storia italica impallidisce di fronte a tali monumenti di storia patria.
Eppure segna una svolta non indifferente sulla strada che conduce al prossimo esecutivo. Di Maio, sollecitato dal reggente del Pd Maurizio Martina qualche ora prima, si posiziona dietro i microfoni e da un podio istituzionale chiude definitivamente il forno con il Carroccio.
L’atmosfera è scarica, l’afflusso di telecamere e giornalisti scarno rispetto ai pienoni dei giorni scorsi. Perchè il leader M5s ha incontrato il compagno di tante battaglie Fico, non ci si aspettano novità rilevanti.
Ma Di Maio più che riferire del colloquio parla al Pd. Che poco dopo l’ora di pranzo aveva aperto a una possibilità di dialogo, sia pur dopo essere passato per una Direzione che definisse i se, i come e i cosa di un’eventuale trattativa.
Indicando il programma presentato in campagna elettorale come ineludibile punto di partenza di qualsiasi dialogo, e i sigilli sulla porta di un esecutivo gialloverde come precondizione essenziale.
Ottenendo un via libera sulla seconda questione, quella qualificante, si sono aperte le danze.
I 5 stelle non nascondono di puntare forte su un governo politico che pur comprenda l’appoggio del tanto vituperato Matteo Renzi e dei suoi.
È forse l’ultima possibilità di partecipare a un governo politico. Probabilmente a un governo tout court. Il capo politico stellato lo mette in chiaro: “Voglio chiarire una cosa: non esiste per noi alcuna fiducia a governi tecnici, istituzionali, di scopo, di garanzia, del Presidente o altro. Quindi se fallisce anche questo tentativo, il paese dovrà affrontare nuove elezioni”.
Un suo fedelissimo spiega anche che “in quel caso si riproporrebbe una maggioranza tra noi e il Pd o tra noi e il centrodestra, ma con un esecutivo che ci vedrebbe fuori. Ma siamo matti?”.
La strada è impervia. Per le oggettive condizioni politiche. Un dialogo con il Pd non è mai veramente decollato. E nonostante le concrete aperture di Martina la macchina fatica a carburare.
Con il timore che Matteo Renzi butti acqua nel serbatoio per farla sbiellare. Una paura che lo stato maggiore grillino ha ben chiara: “In questa fase ci sono poche alternative. Ma chi ci dice che l’ex premier non mandi avanti il segretario reggente, ci faccia credere che ci siano margini d’intesa, e che poi invece non saboti tutto?”.
In questa fase a prevalere è tuttavia l’ottimismo della volontà .
Insieme alla convinzione che sia proprio il Colle a esercitare quella moral suasion sui Dem che potrebbe essere il discrimine tra un successo e un fallimento.
Certo, Di Maio ha ribadito che non svilirà i “valori e le più grandi battaglie” del Movimento. Elencandoli: “Costi della politica, ambiente, reddito di cittadinanza, lotta al business dell’immigrazione, pensioni e aiuti alle imprese, lotta alla corruzione”. Facendo capire che sull’eventuale programma ci sarà molto da discutere. Glissando, fra l’altro, sul nodo della sua premiership.
Argomento per ora prematuro da affrontare, ma che se le cose procedessero nella direzione sperata si porrà con forza.
C’è un altro terreno che rende il campo di gioco scivolosissimo. Ed è fotografato da una base e da un gruppo parlamentare in gran subbuglio.
Perchè il Pd è stato per cinque anni considerato il nemico da combattere e smontare con tutti i mezzi. E si fatica molto a digerire una partnership con il nemico di sempre. Di Maio ne è consapevole, e ha messo in campo una serie di contromisure.
Per giovedì è stata convocata un’assemblea, nella quale il capo politico darà conto ai parlamentari delle mosse degli ultimi giorni e tratteggerà un orizzonte degli eventi. E ha lanciato un altro segnale preciso: “Sottoporremo anche ai nostri iscritti sulla piattaforma Rosseau” il contratto di governo.
È la prima volta che nei cinquanta giorni della crisi viene tirata in ballo la rete. Non un elemento nostalgico. Nemmeno un modo per rispondere alle critiche su verticismo e accentramento. Ma un segnale di coinvolgimento lanciato alla base, tentando di calmierare, almeno per il momento, il disagio percepito.
“Condivido anche io le perplessità — dice chi ha sentito Di Maio nelle ultime ore — ma che facciamo, ci arrocchiamo nel nostro castello e buttiamo via 11 milioni di voti? La nostra gente deve capire che l’alternativa è l’irrilevanza”.
La via per un governo giallorosso è stretta e accidentata. Si dovrà camminare in equilibrio tra due voragini, rischiando di scivolare al minimo refolo di vento.
E la Lega? Sentite cosa dice uno dei massimi vertici 5 stelle: “Certo che con loro è chiusa; in queste ore è chiusa, in questi giorni è chiusa. Ma tu hai mai visto una cosa definitivamente chiusa in politica?”.
“It ain’t over ‘til it’s over”, amava ripetere il grande allenatore di baseball Yogi Berra. “Non è finita finchè non è finita”.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 24th, 2018 Riccardo Fucile
#SENZADIME L’HASHTAG DEI FEDELI DI RENZI SCATTATO UN MINUTO DOPO L’APERTURA DEL SEGRETARIO AL M5S
Ai renziani non interessa sedersi al tavolo con Luigi Di Maio. 
Sono passati pochi minuti dalla fine del colloquio tra la delegazione del Partito Democratico e il presidente della Camera Roberto Fico per ragionare su una possibile intesa Pd-M5S e su twitter ha subito ripreso a circolare l’hashtag #senzadime.
Prese di distanza nette dall’apertura fatta dal segretario Maurizio Martina che all’uscita dal confronto con Fico – incaricato con un mandato esplorativo dal presidente della Repubblica Mattarella – aveva parlato di una valutazione su “un percorso comune”, di fronte al potenziale “passaggio di fase” dopo la chiusura del forno Lega da parte dei 5 Stelle.
Decisione, l’ipotetica apertura ai grillini, di cui si dovrà discutere negli organismi deputati, in primis la Direzione del partito che verrà convocata nei prossimi giorni. Ma, a leggere i commenti apparsi sui social subito dopo la conferenza stampa di Martina, per gli esponenti dem vicini all’ex segretario Renzi non c’è molto su cui avviare ragionamenti.
Se Martina apre, loro chiudono e sono pronti ad andare alla conta in Direzione. “Secondo i siti, Martina apre. Davvero qualcuno nel Pd pensa di fare il governo con Di Maio e Casaleggio? Messaggio incomprensibile e umiliante per i nostri elettori, che hanno fatto sentire loro voce con #senzadime, ancora in queste ore”, ha commentato Michele Anzaldi, parlamentare di fede renziana.
Per Anna Ascani, “qualora il reggente Martina, come ha annunciato, sottoponesse qualsivoglia ipotesi di governo PD-Cinque Stelle alla direzione del partito, io voterò convintamente, senza esitazioni, contro. Senza di me”.
Secondo Sandro Gozi è giusto che si esprima la Direzione sull’eventuale accordo di programma con il Movimento ma lui ha le idee chiare: “Io voterò contro #senzadime”. Anche Ivan Scalfarotto è dello stesso avviso: “Un accordo con M5S non è pensabile”. A chiudere, il solito hashtag.
(da agenzie)
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Aprile 24th, 2018 Riccardo Fucile
ARMANDO SIRI, NEO SENATORE DELLA LEGA, E LA PENA RICEVUTA PER UNA SOCIETA’ SVUOTATA DAI BENI
Nella puntata di Report dedicata alla flat tax ieri ha parlato anche Armando Siri, il senatore della Lega che è l’alfiere della proposta del partito di Salvini.
Siri ha detto la sua sulle coperture della flat tax e parlato anche del patteggiamento per bancarotta fraudolenta che l’ha visto protagonista:
Siri: “Ma guardi io ultimamente sento solo previsioni negative. Se tu non hai un po’ di speranza nel domani, se non hai un po’ di forza nell’intravedere il domani in modo positivo e cosa fai ti arrendi?
Sì, ma voglio dire con la speranza ci facciamo poco. Mi dica qualcosa di più…
“No ma guardi la speranza, l’immaginazione, i sogni e l’ottimismo sono alla base di tutta la crescita evolutiva dell’uomo. Se lei non immagina le cose, le cose non avvengono.”
In estremissima sintesi, possiamo dire che il recupero dei 63 miliardi per voi significa recuperare dall’evasione e stralcio delle cartelle esattoriali.
“Non è evasione, è sommerso, son due cose diverse. Io non mi rivolgo a quello che deve essere ovviamente perseguito, trovato e come dire sanzionato. Mi rivolgo invece a quei migliaia di atteggiamenti che sono forme di difesa fiscale, di difesa verso un fisco aggressivo, fortemente sanzionatorio.”
L’Espresso dice che lei ha avuto, ha patteggiato una pena di un anno e otto mesi per bancarotta fraudolenta, ha lasciato un debito, la sua società , di un milione di euro, e non ha pagato tasse per 162 mila euro. Me la racconta questa storia?
“Ma aver patteggiato non significa aver compiuto atti di bancarotta fraudolenta, io non ho mai compiuto atti di bancarotta fraudolenta.”
Lei ha riconosciuto che c’era il…
“No, io non ho riconosciuto affatto nulla.”
Cioè lei a un certo punto ha detto andiamo a patteggiare perchè così me ne libero.
“No guardi glielo spiego, no, non è che siamo tutti ricchi o siamo tutti Berlusconi che possiamo pagare gli avvocati. Siamo tutti persone normali
L’intervistatore si riferisce a un articolo pubblicato il mese scorso da Giovanni Tizian e Stefano Vergine su L’Espresso, che racconta le vicende in cui è rimasto coinvolto Siri: la condanna è stata comminata tre anni e mezzo fa dal tribunale di Milano in sede di patteggiamento per il fallimento della Mediatalia, società che ha lasciato debiti per oltre 1 milione di euro.
Secondo i magistrati che hanno firmato la sentenza, prima del crack Siri e soci hanno svuotato l’azienda trasferendo il patrimonio a un’altra impresa la cui sede legale è stata poco dopo spostata nel Delaware, paradiso fiscale americano.
Secondo il racconto della vicenda Mediaitalia, società che produceva contenuti editoriali per media e aziende (editava anche la rivista della Air One di Carlo Toto), aveva debiti per un milione di euro quando Siri e gli altri soci hanno trasferito il suo patrimonio alla Mafea Comunication, gratuitamente.
Meno di un anno dopo Siri decide di chiudere la MediaItalia e nomina come liquidatrice Maria Nancy Marte Miniel, immigrata in Italia da Santo Domingo e oggi ufficialmente titolare di un negozio di parrucche e toupet a Perugia.
«Una vera e propria testa di legno», la definiranno i giudici nella sentenza di condanna. Già , perchè la donna non ha le competenze per gestire un’azienda nè i mezzi per pagare i debiti.
E così a rimanere con il cerino in mano sono i creditori della MediaItalia: fornitori, banche e lo Stato italiano.
Lo stesso che adesso Siri vuole rappresentare in qualità di uomo di governo.
La sentenza del tribunale di Milano parla chiaro: l’ideologo della flat tax e i suoi soci, Fabrizio Milan e Andrea Iannuzzi, hanno provocato il fallimento della società con operazioni dolose, svuotando l’azienda e omettendo di pagare alle amministrazioni dello Stato 162 mila euro tra tasse e contributi previdenziali.
Altre due società italiane in cui il guru economico di Salvini ha avuto ruoli di spicco (socio di maggioranza e amministratore unico) hanno trasferito la sede legale nella piazza offshore a stelle e strisce.
È successo negli stessi anni in cui la MediaItalia andava a picco.
Le aziende in questione si chiamano Top Fly Edizioni e Metropolitan Coffee and Food.
(da “NextQuotidiano”)
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