Aprile 16th, 2018 Riccardo Fucile
ESPLODE LA GUERRA INTERNA TRA COMUNE E REGIONE, NE FANNO LE SPESE QUELLI CHE SI ERANO BEVUTI LE PROMESSE DEI PATACCARI
Euroflora sì, Multedo no. Lo strano caso del finanziamento di quattro milioni per Multedo, promesso a ottobre
dal sindaco Marco Bucci – nel pieno della rivolta del quartiere genovese per l’arrivo di alcuni migranti e l’esasperazione di sopportare servitù industriali – e che, ad aprile, non ci sono più.
Ed è incidente diplomatico tra Comune e Regione, che ha stanziato 1,5 milioni dal suo fondo strategico a favore del Comune per Euroflora e il recupero dei Parchi di Nervi, ma non copre gli interventi promessi dal sindaco ai cittadini del Ponente.
“L’impegno è stato preso dal presidente della Regione Giovanni Toti davanti al sindaco Bucci e all’assessore regionale allo Sviluppo Economico, Edoardo Rixi punta i piedi l’assessore ai Lavori Pubblici del Comune, Paolo Fanghella – quei soldi devono arrivare”
Ma, ad oggi, sembrerebbe che i 4 milioni di euro promessi dal sindaco Bucci non ci siano.
Ma facciamo un passo indietro: nell’autunno dell’anno scorso, a pochi mesi dall’insediamento della nuova giunta comunale, il primo cittadino genovese si è trovato travolto dal caso della rivolta dei cittadini di Multedo a causa dell’arrivo di una decina di migranti che dovevano essere ospitati nell’ex asilo Govone, una protesta che è proseguita per mesi fino ad arrivare a uno dei diversi incontri tra la cittadinanza di Multedo e il sindaco Bucci.
Nell’occasione Marco Bucci aveva provato a trovare un compromesso per placare gli animi e l’ira dei cittadini: “Abbiamo previsto 7 milioni di euro che devono entrare a Multedo in opere di infrastrutture, senza contare lo spostamento delle aziende petrolchimiche, che la giunta e io ci prendiamo in carico di fare, cominciando da subito, non appena saranno cantierabili. Perchè Multedo è in priorità uno rispetto alle altre delegazioni e sono convinto che il presidente di municipio non ci dirà di no” – aveva dichiarato il sindaco.
E quindi, cos’è cambiato?
A questo punto non resta che aspettare.
(da agenzie)
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Aprile 16th, 2018 Riccardo Fucile
MAKSIM BORODIN CON LE SUE INCHIESTE SUI MERCENARI RUSSI IN SIRIA AVEVA SVELATO LE “MORTI FANTASMA” DEI DIPENDENTI DELLA COMPAGNIA MILITARE CAPEGGIATA DA PRIGOSHIN, DETTO “IL CUOCO DI PUTIN”… SONO QUESTI I CRIMINALI AMICI DEI SOVRANISTI PATACCA ITALIANI
Maksim Borodin era stato tra i primi a indagare sulle morti fantasma dei contractor russi impegnati in Russia.
È morto in ospedale domenica mattina tre giorni dopo essere stato ritrovato incosciente dai vicini ai piedi del suo palazzo a Ekaterinburg, negli Urali.
Secondo le forze di polizia, il giornalista d’inchiesta trentaduenne sarebbe «caduto dal balcone» del suo appartamento al quarto piano. La porta era chiusa dall’interno, non c’era alcun segno d’effrazione. Un suicidio, dunque.
Ipotesi subito scartata da Polina Rumjanseva, la direttrice di “Novij Den”, il giornale dove Borodin lavorava.
Troppo scomode le inchieste di Maksim su crimine e corruzione. Borodin scavava dove c’era da indagare: che si trattasse dei conti segreti del magnate dell’alluminio Oleg Deripaska o degli esponenti della Chiesa russa ortodossa dietro alle proteste dell’anno scorso contro il film reputato blasfemo, “Matilda”, su un amore giovanile dell’ultimo zar Nicola II, canonizzato martire.
Lo scorso febbraio aveva raccontato che gli uomini di un villaggio vicino erano morti nel raid statunitense su Deir el-Zor, in Siria. Si trattava di dipendenti di Wagner, la compagnia militare privata che fa capo a Evgenij Prigozhin, soprannominato “il cuoco di Putin”.
Prigozhin è responsabile anche della cosiddetta “fabbrica dei troll” accusata d’influenzare la campagna presidenziale americana del 2016 e per questo è stato sanzionato dagli Stati Uniti.
Secondo diverse fonti, nel raid statunitense sarebbero morte decine, se non centinaia, di mercenari russi, ma Mosca ha sempre negato arrivando ad ammettere solo cinque vittime precisando che non facevano parte del “personale militare”.
Da tempo numerose inchieste denunciano il dispiegamento in Siria di mercenari russi che permetterebbe a Mosca di aumentare la propria presenza militare sul terreno minimizzando le perdite ufficiali.
L’uso di contractor però è vietato dalla legge russa, le reticenze del Cremlino nascerebbero da qui.
Alla vigilia della sua misteriosa caduta, Maksim era “molto agitato” e aveva telefonato a un suo amico alle cinque del mattino raccontando di aver visto “persone in mimetica e dal volto coperto sulle scale” e “uomini armati sul balcone”.
Pensava, ha scritto su Facebook l’amico Vjacheslav Bashkov, che da un momento all’altro avrebbero fatto irruzione in casa sua. “Aveva perciò bisogno di un avvocato, per questo mi aveva chiamato”. Poi si era rifatto vivo per scusarsi e spiegare che si era trattata di “un’esercitazione”.
“Non l’ho richiamato”, scrive Vjaceslav. “Poi ho letto che si trovava in rianimazione”.
(da “La Stampa”)
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Aprile 16th, 2018 Riccardo Fucile
VOLKER: “LA LEGA SBAGLIA, LE MISURE EUROPEE VANNO CASOMAI RAFFORZATE”
«L’Italia non può togliere le sanzioni alla Russia senza subire gravi conseguenze». Con queste parole Kurt Volker,
inviato speciale dell’amministrazione Trump per l’Ucraina, non intende lanciare un avvertimento, ma sottolineare un dato di fatto: «Sono misure europee, non italiane. Non rispettarle provocherebbe prima di tutto un problema con Bruxelles».
ntriamo nel dettaglio. Le elezioni del 4 marzo sono state vinte dal Movimento 5 Stelle e dalla Lega. Matteo Salvini, che potrebbe diventare il prossimo premier italiano, ha detto che se andasse a Palazzo Chigi toglierebbe le sanzioni a Mosca.
Quale sarebbe l’impatto, se l’Italia rompesse il fronte occidentale?
«Mettiamo la questione nel contesto. La Russia non ha rispettato l’obbligo di applicare l’accordo di Minsk e ristabilire la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina, dove è in corso una guerra in cui la gente muore. Poi ha fatto altre cose, come l’attacco con i gas nervini in Gran Bretagna. In questo quadro, togliere le sanzioni sarebbe esattamente il segnale sbagliato da dare. Dobbiamo garantire che le sanzioni restino in vigore, e magari vengano rafforzate, a causa delle azioni russe. Il secondo elemento da notare è che non sono solo misure italiane, ma europee. L’Ue si è accordata sul quadro e il contenuto delle sanzioni: se l’Italia non le applicasse avrebbe un problema prima di tutto con Bruxelles. Ciò mi rende ottimista, nonostante le posizioni prese dalla Lega, perchè sul piano pratico l’Italia non può togliere le misure senza che ci siano gravi conseguenze».
Negli ultimi tempi sono state denunciate molte interferenze russe nei processi politici occidentali, incluse le elezioni italiane. Liberarsi delle sanzioni è una motivazione di questi attacchi?
«Credo di sì, ma dobbiamo chiarire il contesto. La Russia sta cercando prima di tutto di creare caos e confusione. Vuole che la gente dubiti dei fatti che vede con i propri occhi, promuovendo una realtà alternativa. Sta cercando di favorire movimenti divisivi anti europei, anti immigrazione, anti legalità . Appoggia gruppi di estrema destra, estrema sinistra, o nazionalisti, per indebolire l’Occidente e le sue politiche. In questo quadro, certamente vuole che le sanzioni vengano tolte, e appoggia qualunque movimento prometta di farlo».
Cosa chiede agli alleati europei e della Nato, per aiutarla a raggiungere una pace stabile in Ucraina?
«Prima di tutto tenere le sanzioni in vigore, e considerare di incrementarle, se la Russia continua sulla strada attuale. Noi le abbiamo rafforzate, varando misure contro persone molto vicine al presidente Putin: sarebbe molto utile vedere che la Ue si unisse a noi. Secondo, ribadire la volontà di contribuire ad una forza di pace con mandato Onu, per facilitare l’applicazione dell’accordo di Minsk. Credo ci sia una forte disponibilità di molti Paesi europei a partecipare e sostenere questa idea, tenendola sul tavolo affinchè i russi sappiano che c’è una via praticabile per mettere fine a questo conflitto, se lo vogliono. Terzo, ribadire il rifiuto del riconoscimento della presunta annessione della Crimea. Per ogni Paese europeo dovrebbe essere inaccettabile che un altro Paese si annetta un territorio con la forza».
Il gasdotto Nord Stream 2, che collega la Russia alla Germania aggirando l’Ucraina, deve andare avanti o essere sospeso?
«La seconda opzione. Nord Stream 2 rafforza la dipendenza europea dal gas russo. La prima cosa da fare è assicurare la diversità nella fornitura del gas all’Europa, in modo che non ci sia più una condizione di bisogno da Mosca. Il gas russo può essere parte della fornitura, ma insieme ad altri attori internazionali. E deve essere basato sui prezzi di mercato, non sulla dipendenza e dominanza. Al momento la situazione non è questa, perciò la questione del transito dall’Ucriana deve essere affrontata prima di tutto, come ha detto la stessa cancelliera tedesca Merkel. Poi bisogna proseguire lo sviluppo e l’accesso a fonti di rifornimento non russe, cioè americane, norvegesi, africane, del Qatar. Una varietà di fonti devono essere sviluppate, per non creare la dipendenza dalla Russia».
L’attacco lanciato alla Siria per l’uso delle armi chimiche è anche un segnale alla Russia. Perchè è importante che il fronte occidentale sia unito su questo punto?
«Il sostegno politico è fondamentale, molto, molto importante. Lo scopo non è colpire la Siria o provocare un conflitto con la Russia, ma fermare l’uso delle armi chimiche e porre le basi per la fine del conflitto. È importante che la Russia veda come non si tratta solo di un’azione o un obiettivo americano, ma di un ampio fronte di Paesi, la comunità democratica, gli alleati Nato. Dobbiamo domandare insieme che Mosca si comporti correttamente, non continui a tollerare l’uso delle armi chimiche da parte di Assad, e favorisca la risoluzione del conflitto».
(da “La Stampa”)
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Aprile 16th, 2018 Riccardo Fucile
TOCCA ALLA GRANDE DISTRIBUZIONE SUBIRE LE CONSEGUENZE DELL’ESPANSIONE DELL’E-COMMERCE
Non conquista le prime pagine dei giornali perchè le crisi sono tante e diffuse un po’ ovunque.
E mai con numeri clamorosi: ma messe tutte insieme le ristrtturazioni, le chiusure e i licenziamenti testimoniano la crisi (qualcuno direbbe le trasformazioni) in atto nel settore del commercio al dettaglio.
Le vendite on line e giganti come Amazon stanno mettendo in crisi anche la grande distribuzione organizzata, che a sua volta aveva causato la moria dei picoli negozi di quartiere e nei piccoli centri. Nei casi più eclatanti, il sindacato è riuscito a portare le vertenze al ministero dello Sviluppo economico, ma non sempre i numeri sostengono questo tipo di soluzione. E contro i giganti delll’e-commerce politica e pubblica opinione sono mobilitati soprattutto per un tema fiscale, meno per le conseguenze che sta portando nel mondo del lavoro.
Quella che segue è la mappa stilata dall’agenzia Agi, sulle crisi sparse per la penisola.
TRONY. La crisi coinvolge 35 negozi di Dps Group in fallimento in Puglia, Basilicata, Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto; 466 lavoratori prima sospesi senza retribuzione (avvertiti con un messaggio telefonico che il punto vendita aveva chiuso) poi coinvolti nella procedura di licenziamento collettivo. Al momento è stata presentata un’offerta di acquisto per 8 negozi. Prossimo incontro entro fine mese al Mise ma non è stato ancora programmato.
MEDIAMARKET (Mediaworld e Saturn): Per il gruppo dell’elettronica di consumo, chiusura dei punti vendita di Grosseto e Milano stazione Centrale; trasferimento della sede di Curno (Bg) a Verano Brianza; soppressione del bonus presenza e della maggiorazione economica del 90% per il lavoro domenicale (riconoscendo solo il 30% previsto dal contratto nazionale); interruzione del contratto di solidarietà in 17 punti vendita (in Liguria, Piemonte, Lazio, Campania, Puglia e Sardegna) per 115 ‘full time equivalent’ corrispondenti a circa 200 dipendenti. Dopo l’incontro al Mise del 12 aprile, non è stata fissata una nuova data.
TUODI’. E’ stata presentata richiesta di concordato preventivo in continuità e avviata procedura di trasferimento di 61 punti vendita in Liguria, Emilia Romagna, Lazio, Lombardia e Piemonte dove sono occupati 324 addetti. Ipotesi cessione di complessivi 99 punti vendita. Per i sindacati vi è il rischio di dumping contrattuale nei passaggi del personale a nuove proprietà . Prossimo incontro al Mise entro il mese di giugno.
AUCHAN: Per il colosso francese, chiusura degli ipermercati di Napoli Argine e Catania La Rena, dove sono occupati complessivamente circa 260 addetti. I lavoratori sono in agitazione. Contratti di solidarietà sono in corso nel gruppo che nel 2015 aveva avviato la procedura di licenziamento collettivo per 1.400 dipendenti. Prossimo incontro l’8 maggio.
DICO DISCOUNT. Il gruppo haceduto parte della rete e attende l’ok sul piano concordatario; l’acquirente sarà reso noto entro il prossimo 19 aprile (fatto salvo proposte più vantaggiose). Sindacati preoccupati per il possibile peggioramento delle condizioni salariali e per la salvaguardia dei livelli occupazionali. Prossimo incontro a fine maggio.
LIMONI-DOUGLAS. Per la catena di profumerie, tra giugno e luglio 2018 è prevista la fusione per incorporazione delle società La Gardenia e LLG in Limoni e a gennaio-febbraio 2019 la fusione di Limoni in Douglas. Le società hanno previsto la chiusura di 26 negozi e la vendita di una ventina di punti vendita (per prescrizione dell’Antitrust). Prossimo incontro il 30 aprile.
CONBIPEL. E’ stata avviata la procedura di licenziamento collettivo, seconda crisi nel giro di 5 anni: previsto contratto di solidarietà per i punti vendita di Novara. Alle lavoratrici del negozio Castelvetro Piacentino, che è stato chiuso, è offerta la ricollocazione a Cesano Boscone (Mi). Possibile ricollocazione anche da Palladio e Montecchio a Bassano.
MERCATONE UNO. Il gruppo è in amministrazione straordinaria dal 7 aprile 2015; i commissari straordinari hanno individuato un aggiudicatario che garantirebbe la continuità aziendale dei 74 negozi (59 attivi) con 3.000 dipendenti circa. Prossimo incontro entro il mese
CONFORAMA. Annunciati 77 esuberi in Sardegna e Sicilia evitati con il ricorso ai contratti di solidarietà : la riduzione dell’orario di lavoro fino a marzo 2019 coinvolgerà 446 lavoratori.
(da agenzie)
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Aprile 15th, 2018 Riccardo Fucile
GLI ISTIGATORI A DELINQUERE SONO ANCORA A PIEDE LIBERO, COME SEMPRE… IL VIMINALE HA PERMESSO PERSINO UN PRESIDIO DAVANTI A CASA SUA, INVECE CHE PRENDERLI A CALCI IN CULO
San Lorenzo Dorsino è un piccolo comune in provincia di Trento, inserito nella lista dei borghi più belli d’Italia. 
Che nelle ultime settimane, però, ha mostrato il lato peggiore di sè.
Uno dei circa 1.600 abitanti, proprietario di un bed and breakfast, ha deciso di destinare parte del suo locale all’accoglienza di sette migranti.
Ma la procedura attivata dal Cinformi (il centro informativo per l’immigrazione che attraverso la Provincia si occupa dei rifugiati e dei richiedenti asilo) è stata sospesa. Troppe le proteste scatenate tra i cittadini, alimentate anche da Lega e Casapound. Fino ad arrivare all’intimidazione: un tentativo di incendio della sua casa.
A raccontare la storia è stato Gabriele Buscaini, il proprietario del b&b che ha manifestato il suo disappunto per una vicenda sulla cui ricostruzione non c’è ancora chiarezza.
A cominciare dall’immobile di cui la scorsa settimana hanno tentato di bruciare una finestra: non è lo stesso che avrebbe dovuto ospitare i sette migranti. “Si tratta di un’abitazione – ha spiegato Buscaini – ceduta alla mia compagna. È tutto sbagliato: la casa per i migranti si trova dall’altro lato. Quella parte non c’entra niente, è stata danneggiata la casa di una persona terza”.
Buscaini ha poi ripercorso le tappe dell’escalation culminata nell’atto di intimidazione. I passaggi burocratici obbligatori, la decisione di affittare l’immobile a Cinformi, i sopralluoghi per certificare agibilità e regolarità energetica.
Poi il parere dell’amministrazione locale, che dato il basso numero di migranti ospitati non si è opposta alla scelta del proprietario del b&b.
È il contratto stipulato con Cinformi, secondo Buscaini, ad aver alimentato il rancore dei suoi concittadini: “Pensano che io prenda 35 euro a persona, ma il contratto che ho firmato è di 900 euro al mese”.
Un tema, quello delle quote destinate a chi accoglie i migranti, che da anni alimenta polemiche in Italia. E che in un paese di 1.600 abitanti si è trasformato in un’occasione per atti intimidatori.
Prima del tentativo di incendio, la Lega aveva contribuito ad aumentare la tensione: “Sono arrivati a presidiare la casa tre o quattro di loro – ha raccontato ancora Buscaini – i giornali parlano di deputati, io non li conosco e ho solo visto le foto sui giornali. E dopo questo hanno cercato di bruciare una finestra della casa”.
Il seguito della storia è la denuncia del proprietario del b&b contro ignoti.
Casapound ha condannato il gesto, precisando però che si tratta di “una chiara manifestazione di un disagio nei confronti di questa imposizione delle istituzioni”, visto che “i cittadini di San Lorenzo non sono mai stati interpellati a riguardo” (come se uno dovesse chiedere il permesso ai concittadini…)
Dopo le fiamme, Casapound ha anche appeso uno striscione davanti ai locali che dovrebbero ospitare i sette migranti.
“Basta finti profughi”, recita la scritta. I cittadini hanno chiarito ancora una volta la loro opposizione all’arrivo dei migranti durante un incontro con l’assessore Luca Zeni. Bersagliato da fischi e urla.
Buscaini non si dà per vinto: “Io sono un privato e della mia casa posso fare quello che voglio, Comunque li ospiterò nella mia struttura come previsto”
(da agenzie)
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Aprile 15th, 2018 Riccardo Fucile
CHISSA’ COME MAI IL M5S NON HA NULLA DA DIRE SU QUESTO PRIVILEGIO A CARICO DELLA COLLETTIVITA’
“In aggiunta ai vitalizi c’è un altro tipo di privilegio: gli oneri figurativi. Se un parlamentare era prima un lavoratore dipendente, durante il mandato” alla Camera o al Senato “l’Inps gli deve versare i contributi datoriali: si tratta di circa il 24% della loro retribuzione, che in alcuni casi l’Inps ha versato per 20 o 30 anni”.
A rivelarlo è il presidente dell’Inps, Tito Boeri, a Mezz’ora in più su Rai3.
Boeri ha spiegato di aver scritto una lettera all’ufficio di presidenza della Camera (la struttura operativa del presidente Fico ndr) per sollecitare un intervento, ma di non aver ricevuto al momento “alcuna risposta”.
Dura critica anche al sistema dei vitalizi.
“I vitalizi – ha detto Boeri – erano uno schema insostenibile fin dall’inizio: si è partito già da subito in disavanzo. Nel 2016 io ero stato chiamato in audizione parlamentare e ho fornito i dati in nostro possesso, sollecitandone altri, ma trovo scandaloso che la Camera non ci abbia dato questi dati. Anche sulle valutazioni che ci sono state richieste, come sul ddl Richetti, non abbiamo avuto i dati sui contributi versati dai parlamentari: avrebbero dovuto darci la possibilità di fare analisi più dettagliate”.
Boeri ha ricordato che secondo un calcolo dell’Inps, uniformando le pensioni dei parlamentari a quelle degli altri cittadini, si sarebbero ottenuti risparmi “importanti”, pari a 150 milioni all’anno.
“Adesso – ha aggiunto Boeri – vedo che con questa nuova legislatura c’è un impegno nuovo: mi auguro sia vero. Il primo segnale serio sarebbe quello di darci le informazioni per rifare un calcolo serio”.
Boeri è intervenuto anche sul tema del reddito di cittadinanza, proposto dai 5 Stelle e ritenuto uno degli elementi che hanno decretato il successo dei pentastellati al Sud.
La proposta “costa fino a 38 miliardi, se vogliamo essere più ottimisti 35 miliardi, si estenderebbe ad una platea che va ben oltre i poveri assoluti” e lo farebbe “su un piano rischioso” perchè si tratterebbe di un “disincentivo a lavorare”.
Per il presidente dell’Inps, invece, è più opportuno potenziare il Rei: “Portando nuove risorse al reddito di inclusione, circa 4 miliardi in più, riusciremmo ad aiutare tutte le persone in difficoltà “.
Al Sud voglia di ritornare all’assistenzialismo con un voto a favore del reddito di cittadinanza?
“A mio avviso c’è bisogno di un’assistenza di base in Italia e questa assistenza deve essere erogata a livello nazionale: quei 4,7 milioni di persone che sono in povertà assoluta bisogna aiutarle. È un imperativo farlo, ma nel modo giusto, guardando alle loro condizioni di reddito e patrimoniale”.
“Molto spesso – ha spiegato Boeri – al Sud chi ha bisogno si rivolge al politico locale o nazionale: quello è l’assistenzialismo, è un rapporto sbagliato con la pubblica amministrazione. Se la pubblica amministrazione, guardando al reddito e patrimonio e facendo accertamenti rigorosi, è in grado di stabilire di quale aiuto hanno bisogno allora quelle persone non hanno bisogno di rivolgersi ai santi in paradiso”.
Stop alla riforma Fornero?
Per Boeri costerebbe nell’immediato 11 miliardi, costo che potrebbe salire a 15 miliardi.
L’impatto sul debito pensionistico, secondo il presidente dell’Inps, sarebbe circa 85 miliardi e si darebbe inoltre vita a un sistema “doppiamente iniquo” per i giovani e per chi ha pagato il costo della Fornero oltre che problemi si “sostenibilità al nostro Paese”.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 15th, 2018 Riccardo Fucile
NON E’ TEMPO DI PIPPO, PLUTO, MINNIE E PAPERINO
Dei quattro giorni che venerdì Mattarella ha concesso perchè quei due si parlino, si chiariscano e facciano
finalmente conoscere le loro vere intenzioni, le prime 24 ore sono trascorse senza passi avanti.
Anzi, come conseguenza dei bombardamenti in Siria le distanze tra Di Maio e Salvini sono aumentate considerevolmente.
Differenze di forma e di sostanza che rendono più problematico un governo grillo-leghista e fanno crescere le quotazioni di un esecutivo «del Presidente», con dentro tutti.
Mentre il capo dei Cinque stelle ha commentato gli accadimenti siriani con un linguaggio responsabile da presidente del Consiglio in pectore, e con toni di cui al Quirinale è stata senz’altro apprezzata la sobrietà , il leader padano ha tranciato a caldo giudizi come userebbe tra amici al bar.
E diversamente da Di Maio, che ha tenuto ferma la barra dell’atlantismo addirittura più del premier Gentiloni (il quale si è preoccupato di rimarcare il mancato impiego delle nostre basi), Salvini è andato giù pesante su Trump con argomenti molto graditi dalle parti del Cremlino («Attacco sbagliato, pericolosissimo, pazzesco», l’ha definito).
Divergenza vera
Uno di qua, l’altro di là . In qualunque altro Paese serio, i due personaggi sarebbero politicamente agli antipodi.
E comunque, da nessuna parte al mondo si sognerebbero di governare insieme, senza aver raggiunto un punto di mediazione e per giunta in presenza di una crisi niente affatto destinata a esaurirsi con i missili di ieri notte.
Si manifesta una divergenza vera, non aggirabile con i giochi di parole. D’altra parte, se fossero le scelte internazionali a dettare le alleanze interne, accadrebbero fatti interessanti. Di Maio, per dirne una, si ritroverebbe a braccetto con il Pd, dal quale il giudizio sui bombardamenti in Siria è stato quasi indistinguibile.
Ma questa possibilità di intesa al momento viene preclusa dalla decisione «dem» di non contaminarsi coi vincitori.
Si vocifera che Renzi accarezzi l’idea di rinunciare all’Aventino e di tornare in campo quale «deus ex machina», però dalle sue parti non viene specificato come, nè quando, nè per fare cosa.
Sempre usando la politica estera quale metro essenziale di giudizio, Salvini farebbe molta fatica a coesistere con Berlusconi.
Il quale ieri, dopo qualche iniziale tentennamento, si è ricordato di rappresentare in Italia il Ppe e una visione occidentale. Pur senza ferire il suo vecchio amico Vladimir, e anzi rimarcando che «attacchi di questo genere dovrebbero essere prima autorizzati dall’Onu», il Cav ha fatto la sua scelta di campo.
Come sempre, quando il gioco si fa duro, l’ex premier si schiera con gli alleati tradizionali. Ricapitolando: Salvini vive, sulle grandi questioni internazionali, una condizione di isolamento. Invece Di Maio (se il suo partito o Grillo non gli imporranno un dietrofront) è in vasta compagnia.
Nè accelerazioni nè rinvii
Ma ci sarà , e quando, il tanto atteso faccia a faccia?
Qualora la crisi siriana fosse degenerata in uno scontro militare tra super-potenze, Mattarella avrebbe potuto nominare di corsa un «gabinetto di guerra», come usa nelle emergenze; ma il terzo conflitto mondiale ieri non è scoppiato, fortunatamente. Dunque dal Colle non si ha notizia di accelerazioni, ma nemmeno di rinvii.
Domani a Forlì Mattarella ricorderà Roberto Ruffilli, assassinato dalle Br trent’anni fa. Martedì il Parlamento discuterà di crisi internazionale, dunque una decisione arriverà probabilmente mercoledì, sotto forma di pre-incarico a uno dei due vincitori, o di mandato esplorativo (per Roberto Fico o per Elisabetta Casellati, che già si dichiara pronta).
Il presidenti del Senato o della Camera sono al momento gli unici indiziati per guidare un governo istituzionale. Con gli echi delle bombe che arrivano dalla Siria, spariscono dai radar i tanti nomi di fantasia circolati finora: non è tempo di Pippo, Pluto, Minnie e Paperino.
(da “La Stampa”)
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Aprile 15th, 2018 Riccardo Fucile
INSEGNA LORO INGLESE E GRECO: “BISOGNA FARE IN MODO CHE I BAMBINI TORNINO A SENTIRSI BAMBINI”
In fondo alla classe, dietro gli ultimi banchi del campo profughi, c’è un cartello: «All children have a right to an education» («Tutti i bambini hanno diritto a un’educazione»).
E in fondo questa è la vera missione di Nicolò Govoni, 25 anni, originario di Cremona.
Un compleanno movimentato, il suo, il peggiore degli ultimi anni. Un naufragio nell’Egeo che invece delle candeline si è portato via i fratelli di alcuni suoi bambini, quelli con cui oggi passa le giornate, con i ricordi di Cremona — il liceo Manin, l’esame di maturità e quel biglietto di sola andata per il mondo — che continuano a fare da sfondo.
La scelta di partire dopo il liceo. Prima l’India, con la laurea in giornalismo e il sogno, raggiunto, di fondare un orfanotrofio.
«In Italia ho fallito — racconta -, ancora e ancora. Sentivo i miei insegnanti dirmi che non sarei andato da nessuna parte».
Da pochi mesi l’approdo nel campo profughi di Samos. Lì, Nicolò, i sogni in tasca e il portafoglio vuoto, ha trovato la sua strada: una vita a sostegno dei diritti umani, là dove il mondo finisce e il bisogno di ritornare alla normalità si fa ogni giorno più intenso.
L’arrivo a Samos
«Sono arrivato nell’isola di Samos a settembre con l’intenzione di restarci due mesi, per poi cominciare un master negli States. Qui ho trovato una situazione disastrosa — racconta Nicolò al Corriere della Sera —. Un campo in grado di accogliere 700 profughi ne aveva, al suo interno, 2500. Uomini, ragazzi, ma soprattutto donne e bambini che cominciano il viaggio della fortuna a bordo di un barcone, in bilico tra la vita e la morte».
La situazione, a Samos, è tra le più drammatiche.
«La realtà della Grecia è quella di minorenni che si prostituiscono con vecchi per raccattare dieci euro con cui mangiare. Ci sono intere famiglie che dormono in mezzo alla foresta, con una doccia ogni duecento persone, i servizi igienici fatiscenti, un dottore per duemila anime. Nessuno dice che qui, in un lembo della «civilissima» Europa, c’è ancora gente che vive nuda, in mezzo ai topi e alla scabbia».
I primi giorni in Grecia sono bastati a Nicolò per decidere di invertire i piani. «Ho preso il telefono, ho chiamato a casa e ho detto: “Mamma, io a New York non ci vado”».
Il lavoro con i piccoli profughi
I «fratelli» di Nicolò sono 22, vengono da Siria, Afghanistan, Iraq e Palestina. Nelle orecchie portano il rumore delle bombe. Sono i bambini a cui fa lezione ogni giorno, con un programma educativo che prevede ore di inglese, greco, geografia, ma anche sport e educazione sessuale.
La settimana scorsa il giovane volontario ha portato i suoi «fratelli» dal dentista, perchè «l’obiettivo — spiega — è quello che i bambini tornino a sentirsi bambini». Govoni ha cambiato vita, vive di elementi essenziali, «al di fuori del campo non c’è alcuna vita».
«Qui peggio della Siria»
Certi ricordi non possono essere cancellati. «Se chiudo gli occhi rivedo il giorno di quella sommossa, il mio benvenuto in questa terra. Un gruppo di persone, nella notte, ha spaccato gli alloggi dei miei bambini. Un ragazzino il giorno dopo tremava. Mi ha guardato e ha detto: “Qui è peggio della Siria”. Una pausa di silenzio e quella confessione che torna a fare rumore: “A mia madre, al telefono, dico che va tutto bene. Ha speso tutti i suoi soldi per pagarmi il viaggio. Se le dicessi che qui rischio ancora di morire le verrebbe un colpo”».
La mamma lo segue da Cremona
La famiglia di Nicolò lo segue da Cremona, dove non torna da quattro anni. Sua madre Cristina continua a sperare che un giorno torni a casa. Ce lo racconta facendosi forza. «Le cose meravigliose che fa ogni giorno il nostro Nicolò ci rendono sopportabile la sua assenza».
Il desiderio di Govoni di fare del bene supera la distanza. «Nella mia classe c’è un bimbo vittima di abusi. Ho inviato un report al governo greco perchè intervenisse, ma hanno ignorato gli abusi fisici ricevuti dal bambino e di conseguenza anche la mia richiesta».
Nicolò ha scritto un libro perchè queste situazioni non vengano ignorate, perchè non si disperdano, negli occhi di chi ha visto la guerra, di chi non si è arreso, mettendosi alla ricerca della vera felicità .
«Un giorno, andando a letto dopo una giornata circondato dai bambini, ho realizzato di non essere solo in questa grande missione. Se è vero che l’infanzia è un diritto di tutti, non arrendiamoci: c’è ancora molto lavoro da fare».
(da “Il Corriere della Sera”)
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Aprile 15th, 2018 Riccardo Fucile
LA VERGOGNA DI UN GOVERNO CHE AFFIDA COMPITI E SOLDI AI CRIMINALI LIBICI PER FARE IL LAVORO SPORCO… MA FINIRA’ PER RISPONDERNE DAVANTI ALLA CORTE DI GIUSTIZIA EUROPEA CHE CI HA GIA’ CONDANNATO IN PASSATO
C’è un cambio della strategia italiana nel Mediterraneo centrale. Una svolta mai apertamente dichiarata, mai
discussa a livello parlamentare, ma attuata sul campo dalla Marina Militare e dalla Guardia Costiera.
Dopo la chiusura dell’operazione Mare nostrum, dopo l’intervento delle Ong nei salvataggi nel Mediterraneo centrale, il governo italiano sta preparando il campo all’intervento della Guardia costiera libica.
Lo scrive, nero su bianco, lo stesso Comando generale delle Capitanerie di Porto, in un progetto finanziato dall’Unione europea — 1,8 milioni di euro di fondi erogati — che IlFattoQuotidiano.it ha consultato: “E’ chiaro che una Guardia costiera libica formata ed efficiente potrebbe essere utile per fermare il traffico di essere umani e l’immigrazione irregolare verso gli Stati membri dell’Unione europea”, si legge nella descrizione degli obiettivi dell’intervento.
L’azione principale prevista nel progetto riguarda la creazione di una zona di salvataggio per il Mediterraneo centrale sotto la competenza di Tripoli, passo necessario per affidare all’autorità libica il coordinamento delle operazioni in mare. Tecnicamente si chiama “regione Sar” (Search And Rescue, ricerca e salvataggio), ovvero lo specchio di mare per il quale uno Stato garantisce l’attività di recupero dei naufraghi.
La Libia — sconvolta dalla guerra civile iniziata nel 2011, in parte controllata ancora oggi da milizie e bande irregolari — non ha mai dichiarato la propria competenza e quell’area di mare è sotto il controllo italiano, coordinato dal centro MRCC di Roma. La stessa IMO — l’organizzazione marittima internazionale — ha più volte confermato di non aver ricevuto alcuna comunicazione dalla autorità di Tripoli, dopo un primo tentativo, poi ritirato, dello scorso anno.
L’attivazione della zona Sar libica trova tra l’altro la contrarietà delle parti sociali del mondo marittimo, come si legge in un verbale di una riunione di fine ottobre presso l’IMO sull’argomento.
L’altro lato della medaglia non appare nelle carte del progetto della Guardia costiera italiana.
Le normative internazionali sui salvataggi, insieme alle norme che regolano lo status dei rifugiati, prevedono lo sbarco dei naufraghi in un “Place of safety”, ovvero un luogo sicuro (e non il porto più vicino).
Per chi fugge dalle guerre africane attraversando il deserto libico, dopo aver vissuto le torture dei centri di detenzione — più volte documentate dalle Nazioni unite — gestiti dalle milizie o, a volte, dalle stesse autorità di Tripoli, l’approdo sicuro non può essere la Libia, soprattutto quando è potenzialmente riconoscibile lo status di rifugiato.
In sostanza i profughi non possono essere respinti (principio del non refoulement, previsto dall’articolo 33 della Convenzione di Ginevra).
E pochi dubbi ci sono sullo status di molti naufraghi che già da mesi la Guardia costiera libica — con il coordinamento ed il supporto logistico italiano — riporta a Tripoli.
In uno degli ultimi bollettini dell’agenzia Onu per i rifugiati, ad esempio, si legge che la maggior parte delle persone sbarcate il 16 marzo scorso da una delle motovedette cedute dall’Italia ai libici sono somali.
Ovvero migranti con il diritto alla protezione internazionale, che non possono ricevere in Libia, paese non firmatario della Convezione di Ginevra.
Il rimpatrio forzato dei migranti salvati in mare operato dalla Guardia costiera libica potrebbe diventare un problema serio per il governo italiano, già condannato nel 2011 dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per respingimento.
Il Gip di Catania nel decreto di convalida del sequestro della nave Open Arms — unità di salvataggio di una Ong spagnola che il 15 marzo si era rifiutata di consegnare i migranti ai libici — scrive che “il coordinamento (delle motovedette libiche, ndr) è sostanzialmente affidato alle forze della Marina Militare Italiana”.
Il professor Fulvio Vassallo Paleologo, consulente della difesa della Open Arms, nella memoria difensiva annota poi come “è lo stesso Giudice delle indagini preliminari di Catania che, senza qualificarlo come tale, tratteggia i connotati di un respingimento collettivo effettuato su ordine delle autorità italiane, che avevano inizialmente assunto la responsabilità SAR”.
I naufraghi recuperati dai libici una volta tornati nel porto di Tripoli rischiano di diventare fantasmi.
Non hanno notizie di quegli 89 rifugiati arrivati il 16 marzo i volontari e i cooperanti di una delle Ong italiane che operano nei principali campi di detenzione in Libia, il Cesvi, che ad una richiesta de IlFattoQuotidiano.it ha risposto di “non avere disponibilità di queste informazioni”.
Così come non si hanno notizie su altri 90 naufraghi recuperati dalla Guardia costiera libica i primi di aprile — dopo aver imposto alla nave Aquarius della Ong Sos Mèditerranèe di non recuperare i migranti, salvo qualche donna incinta e qualche bambino — portati, secondo il Libyan Observer, nel campo Tajoura, uno dei centri di detenzione oggetto di un intervento della Cooperazione italiana.
I corridoi umanitari attivati dalla Caritas, in coordinamento con il governo italiano, hanno permesso l’arrivo in Italia di due aerei fino ad oggi, per poco meno di 300 richiedenti asilo. Una piccolissima parte rispetto ai 51mila rifugiati attualmente registrati dall’UNHCR.
Il progetto della Guardia costiera italiana non affronta quello che avviene dopo il rientro a Tripoli dei naufraghi.
Gli obiettivi sono esclusivamente operativi e puntano all’affidamento delle operazioni Sar ai libici: “Valutare l’attuale quadro legale marittimo, con particolare riferimento ai servizi Sar, valutare le necessità della Guardia costiera libica in termini di attrezzature e formazione, per stabilire un MRCC (centro di coordinamento dei salvataggi in mare, ndr) libico, per svolgere operazioni Sar i autonomia o in cooperazione con altre autorità MRCC europee o non europee”.
Per raggiungere questi traguardi, le attività previste prevedono l’assistenza delle autorità libiche nelle procedure per dichiarare una propria zona Sar e la fornitura delle attrezzature per la creazione di una centrale operativa.
Alla fine il beneficio per l’Italia e i paesi europei è chiaro e dichiarato: “Riduzione dei salvataggi direttamente gestiti dai paesi UE e dei relativi costi”.
Cosa accadrà ai migranti? Questo il progetto non lo dice.
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: criminalità | Commenta »