Destra di Popolo.net

“LA GUERRA DEL CODACONS AL TENNIS A PIAZZA DEL POPOLO? PER UN ACCREDITO AL FIGLIO DI RIENZI RESPINTO”

Aprile 14th, 2018 Riccardo Fucile

SUPERTENNIS TV SOSTIENE IN UN SERVIZIO CHE LA PROTESTA SIA DOVUTA A UN FAVORE PERSONALE NEGATO

Il 12 aprile scorso il CODACONS ha inviato una diffida al Comune di Roma riguardo lo svolgimento delle eliminatorie degli Internazionali di Tennis a Piazza del Popolo, dove è stato allestito un campo.
“Diffidiamo il sindaco Virginia Raggi e non fornire alcuna autorizzazione per l’utilizzo di Piazza del Popolo come campo da tennis per le pre-qualificazioni degli Internazionali di Roma — aveva detto in una nota il presidente Carlo Rienzi — Stiamo parlando di una piazza storica che rientra nel patrimonio culturale e artistico di Roma e dell’Italia intera, e che non può in nessun caso prostituirsi a fini commerciali o sportivi trasformandosi in un campo da gioco. Se ciò dovesse accadere, si concretizzerebbe un danno per la città  e per migliaia di turisti privati per giorni di un luogo simbolo della bellezza romana, e una forma di deturpazione di un bene storico tutelato dalle norme vigenti”.
La tv Supertennis ha però pubblicato un servizio nel quale si racconta una storia in qualche modo diversa.
Tutto comincia il 10 aprile 2018, due giorni prima della dichiarazione di guerra del CODACONS al tennis in Piazza del Popolo.
Il CODACONS chiese infatti all’epoca la possibilità  di avere un accredito per Vincenzo Rienzi, avvocato e figlio di Carlo Rienzi, “quale avvocato del CODACONS sempre accorto alle problematiche connesse al mondo dello sport ed alla tutela degli utenti consumatori”.
La richiesta è partita il 10 aprile 2018 e il servizio spiega che di solito a Carlo Rienzi, in quanto giornalista pubblicista, negli anni scorsi è stato concesso l’accredito stampa per poter seguire le partite degli Internazionali di tennis.
Ma nell’occasione il cerimoniale della Federtennis non ha potuto accontentare il figlio di Rienzi, Vincenzo Rienzi: “Siamo spiacenti di comunicare che, purtroppo, la drastica riduzione della biglietteria omaggio non ci consente di potere accogliere la richiesta da voi avanzata”. La risposta via mail è stata inviata l’11 aprile 2018.
Il giorno dopo è arrivato l’annuncio della diffida del CODACONS al tennis in Piazza del Popolo. Anche il Messaggero riporta oggi la notizia in un articolo a firma di Simone Canettieri nel quale si racconta anche la posizione della Federazione Italiana Tennis: «Se dovessimo accreditare tutti i legali che si occupano di sport non basterebbe il Centrale», dicono dalla Fit, sottolineando le «strane coincidenze» nei tempi della polemica.
Nel servizio di SuperTennisTV però Rienzi nega che la protesta nei confronti del tennis a Piazza del Popolo sia legata all’accredito negato al figlio: «No, non credo perchè io non c’entro nulla e perchè noi abbiamo fatto questo anche negli anni passati: abbiamo fatto sempre la richiesta di accredito perchè per noi è un’entrata di servizio ma questo non lo capiscono, non andiamo a vedere le partite. Io anche ho un accredito da giornalista ma non vado a vedere le partite, anche se mi piace il tennis».
Intanto c’è da segnalare che l’idea degli Internazionali a Piazza del Popolo non ha registrato solo l’opposizione del CODACONS: “Questa è una piazza urbana che ha delle bellezze anche delicate intorno. Non mi sembra una gran bella scelta…”, sostiene Viviana di Capua, coordinatore dell’associazione Abitanti centro storico Secondo Desirèe Nieves, del comitato piazza del Popolo: questa piazza “dovrebbe essere invece più tutelata. I residenti sono ostaggio delle deviazioni e dell’organizzazione degli eventi”.
E sulla questione il Campidoglio non si è sbilanciato:   “In questi giorni — ha detto l’assessore allo sport Daniele Frongia — c’è stata la richiesta di Fit, verrà  valutata dagli uffici competenti e dalle sovrintendenze come sempre”.

(da “NextQuotidiano”)

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BARI, ISCRITTI AL PDL A LORO INSAPUTA, CINQUE CONDANNE TRA CUI L’EX SENATORE D’AMBROSIO LETTIERI

Aprile 14th, 2018 Riccardo Fucile

SONO 154 LE PERSONE RISULTATE ISCRITTE A LORO INSAPUTA

Il giudice monocratico del Tribunale di Bari Lucia De Palo ha condannato cinque persone, fra le quali l’ex senatore Luigi D’Ambrosio Lettieri, e ne ha assolte sei nel processo su un presunto giro di tessere false per il congresso del Pdl, celebrato a Bari nel febbraio del 2012.
In particolare il giudice ha condannato a 17 mesi di reclusione e al pagamento di 550 euro di multa D’Ambrosio Lettieri, il suo collaboratore Giuseppe Casalino e all’epoca vicedirettore dell’ufficio postale del centro commerciale Mongolfiera al quartiere Japigia.
L’allora consigliere comunale di Valenzano Francesca Ferri è stata condannata ad un anno di reclusione e un altro attivista, Michele Santorsola, ad otto mesi reclusione.
A tutti gli imputati, condannati a vario titolo per violazione della legge sulla privacy e appropriazione indebita, è stata concessa la sospensione della pena. Sono in totale 154 le persone che sarebbe state iscritte al Pdl a loro insaputa. Il giudice ha condannato i cinque imputati a risarcire 14 cittadini e la Lilt, costituiti parti civili nel processo.
Dario Papa si sarebbe appropriato delle carte d’identità  di alcuni correntisti, procedendo a loro nome al pagamento dei bollettini necessari per l’iscrizione al partito.
Ad occuparsi del pagamento delle quote, su istigazione di D’Ambrosio Lettieri, sarebbe stato Casalino. Francesca Ferri, invece, avrebbe utilizzato i documenti di alcune persone iscritte alla Lilt di Valenzano (Lega Italia per la Lotta contro i Tumori) di cui lei all’epoca era presidente.
Il giudice ha poi assolto “per non aver commesso il fatto” i referenti del partito in alcuni comuni della provincia, avvocati o titolari di un’azienda, che erano accusati di aver approfittato delle loro attività  professionali per ottenere dati personali e documenti d’identità  di ignari cittadini che poi sarebbero stati iscritti a loro insaputa al PdL.
Tra questi anche il nipote del senatore, Ameglio D’Ambrosio Lettieri, difeso dall’avvocato Roberto Eustachio Sisto. “La vicenda doveva tutt’al più concludersi con un giudizio di riprovevolezza morale e politica per gli imputati, non con una sentenza di condanna per reati, peraltro difficilmente configurabili” ha dichiarato l’avvocato Fabio Campese, difensore di Francesca Ferri.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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SONDAGGIO PIEPOLI: CRESCONO M5S E LEGA, CALANO PD, LEU E FDI

Aprile 14th, 2018 Riccardo Fucile

FORZA ITALIA NON PERDE UN VOTO, MA NESSUNO ARRIVA AL 40%… M5S 35%, LEGA 19,5%, PD 17,5%, FORZA ITALIA 14%, FDI 3,5%, LEU 2%, +EUROPA 2%

Nelle rilevazioni di Piepoli pubblicate dalla Stampa il centrodestra, nonostante l’aumento di consensi per la Lega, si ferma al 38% e non sfonda, mentre anche il M5S sale ma non va oltre il 35%, anche se cresce a discapito del centrosinistra.
Queste le due indicazioni fornite dal sondaggio dell’Istituto Piepoli pubblicato oggi da La Stampa che restituisce una situazione diversa da quella raccontata dalla rilevazione di SWG che raccontava invece di un M5S in calo a causa delle trattative per il governo e della richiesta di alleanza parallela a Lega e Partito Democratico.
Forza Italia resta stabile — niente travasi di voti alla Lega, quindi — e Fratelli d’Italia continua a perdere in conseguenza della strategia dell’assenza di Giorgia Meloni.
Si nota che la percentuale di voti persa dal totale del centrosinistra rispecchia più o meno nei dettagli la crescita del M5S, con il calo di Liberi e Uguali
Riguardo le preferenze per l’incarico di governo, Luigi Di Maio raccoglie il maggior numero di preferenze arrivando al 33%, seguito da Matteo Salvini e Paolo Gentiloni appaiati con il 23%.
Molto staccati dal gruppone di testa arrivano Antonio Tajani e l’impossibilitato Silvio Berlusconi.

(da agenzie)

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SALVINI COME JOHN LENNON? NO, SOLO UN PACIFINTO

Aprile 14th, 2018 Riccardo Fucile

COME LE VECCHIE CARIATIDI DELLA NOMENKLATURA COMUNISTA, PACIFISTI A SENSO UNICO… QUANDO PUTIN HA INVASO LA CRIMEA NON HA VERSATO NEANCHE UNA LACRIMA DI COCCODRILLO

Matteo Salvini dice Give Peace a Chance. Dopo l’attacco di Donald Trump alla Siria il leader della Lega si è improvvisamente scoperto pacifista e utilizza gli argomenti più popolari negli anni precedenti a sinistra per criticare, senza nominarlo, il leader USA su cui aveva riposto tante speranze e foto-ricordo negli anni scorsi. Rimangiandosi tutti gli elogi di questi anni a The Donald nel nome del superiore interesse putiniano,
Salvini su Facebook scrive:
Stanno ancora cercando le “armi chimiche” di Saddam, stiamo ancora pagando per la folle guerra in Libia, e qualcuno col grilletto facile insiste coi “missili intelligenti”, aiutando peraltro i terroristi islamici quasi sconfitti. Pazzesco, fermatevi. #stopwar #stopisis
E la parte surreale della vicenda è che avrebbe anche ragione, se non fosse che era lui quello a farsi fotografare con The Donald o addirittura con le sue magliette, come un piccolo fà n, assicurando che l’elezione di Trump avrebbe portato a una nuova fase mondiale con la distensione dei rapporti con la Russia.
Così non è stato perchè, com’era facilmente immaginabile e come è sempre successo da che la politica è politica, il presidente USA ha capitalizzato il dissenso finchè era necessario per rimediare voti, per poi muoversi nella scia tracciata dai suoi predecessori.
Il Salvini pacifista di oggi è quindi credibile tanto quanto l’analista politico di ieri. Mentre il suo rifiuto di fare nomi nel post su Facebook dimostra che c’è ancora spazio per un altro dietrofront e avanti, march!
D’altronde, Salvini ha delle idee ma se non vi piacciono ne ha delle altre.

(da “NextQuotidiano”)

argomento: denuncia | Commenta »

LA SCENEGGIATA IN SIRIA DIVIDE IL CENTRODESTRA: BERLUSCONI BOCCIA LA REAZIONE DEL PACIFINTO SALVINI

Aprile 14th, 2018 Riccardo Fucile

“IN QUESTE SITUAZIONI MEGLIO NON DIRE NULLA, E’ UN ATTACCO CONTRO L’USO DELLE ARMI CHIMICHE”

“In queste situazioni è meglio non pensare e non dire nulla”. Così il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, ha bocciato laconicamente il duro commento di Matteo Salvini contro l’attacco missilistico in Siria ad opera di Stati Uniti, Francia e Regno Unito.
Il leader della Lega aveva detto: “Stanno ancora cercando le “armi chimiche” di Saddam, stiamo ancora pagando per la folle guerra in Libia, e qualcuno col grilletto facile insiste coi “missili intelligenti”, aiutando peraltro i terroristi islamici quasi sconfitti. Pazzesco, fermatevi”.
“Si tratta di un attacco su obiettivi precisi contro siti legati alla produzione di armi chimiche che traduce il principio internazionale di condanna di queste armi”, risponde Berlusconi. E nel sottolineare che “Trump ha voluto avere al suo fianco la Francia e il Regno Unito”, chiede un’accelerazione sulla formazione del Governo. “Vuol dire che dovremmo con sollecitudine avere un nostro governo. Questa crisi deve accelerare la sua formazione”, spiega.
“Serve un governo forte e autorevole, quello del centrodestra, perchè oggi purtroppo siamo arrivati ad una situazione in cui abbiamo un governo che non conta niente”, aggiunge il Cav, che specifica: “Dopo l’attacco serve un governo di tutti? Spero di no. Credo che si debba ripartire dal centrodestra che è la coalizione che ha vinto le elezioni”.
I 5 Stelle si dicono “preoccupati”, ma pronti a restare a fianco degli alleati. In un post pubblicato su Facebook, Luigi Di Maio, scrive: “Siamo preoccupati per quel che sta accadendo e riteniamo che in Siria occorra accelerare con urgenza il lavoro della diplomazia, incrementando i canali si assistenza umanitaria”. Di Maio sottolinea la necessità  di restare al fianco degli alleati.

(da agenzie)

argomento: Berlusconi | Commenta »

L’ATTACCO ALLA SIRIA E’ UNA SCENEGGIATA, TUTTI AVVERTITI PRIMA PER EVITARE INCIDENTI

Aprile 14th, 2018 Riccardo Fucile

IL GIOCO DELLE PARTI: TRUMP PER FARE DIMENTICARE GLI SCANDALI, PUTIN CONDANNA CON MODERAZIONE, ASSAD CONTINUERA’ A MASSACRARE IL SUO POPOLO

«La Russia è stata avvertita in anticipo degli attacchi militari congiunti di Usa, Regno Unito e Francia contro la Siria» ha dichiarato la ministra della Difesa francese, Florence Parly.
L’Eliseo quindi conferma la strategia di “deconflicting” dietro l’attacco di questa notte: missili su obiettivi mirati e piena collaborazione con i russi per evitare l’incidente imprevisto che possa portare a un’escalation del conflitto.
Non a caso la stessa Russia ha sottolineato come nessuna bomba sia caduta nelle zone di difesa aerea russa a Tartus e Hmeymim.
Mosca infatti non ha attivato i suoi sistemi di difesa aerea dislocati in Siria. Lo fa sapere il ministero della Difesa, citato dalla Tass.
I raid di Usa, Gran Bretagna e Francia sono stati contrastati unicamente dai sistemi antimissilistici siriani “S-125, S-200, Buk e Kvadrat”. “Sono sistemi prodotti oltre 30 anni fa in Unione Sovietica”, ha precisato il ministero russo.
Anche l’ambasciatore americano a Mosca, John Huntsman, ha detto a Interfax che gli Stati Uniti hanno contattato la Russia prima di procedere all’attacco per evitare vittime tra i militari russi e la popolazione civile. I raid, ha sottolineato l’ambasciatore, non rappresentano un conflitto fra superpotenze.
«Gli attacchi aerei occidentali in Siria hanno preso di mira il principale centro di ricerca per armi chimiche e due siti di produzione sono state colpite la possibilità  di sviluppare e produrre armi chimiche. L’obiettivo è semplice: impedire al regime di usare di nuovo armi chimiche», ha precisato la ministra francese Parly.
Le infrastrutture colpite erano state usate per colpire uomini, donne e bambini in spregio a tutte le norme internazionali, non cerchiamo il confronto e per questo abbiamo fatto in modo che la Russia fosse preventivamente avvisata dell’attacco» ha aggiunto in una conferenza stampa all’Eliseo, insieme al ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian, che ha ribadito: l’uso delle armi chimiche «viola il diritto internazionale ed è inaccettabile», l’operazione in Siria è stata «legittima, limitata e proporzionata».
Ovviamente non è tardata ad arrivare la condanna da parte di Putin, che ha chiesto una riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Reazione tuttavia contenuta nei toni e nei contenuti.

(da agenzie)

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IN ITALIA CHI PRENDE UN SUSSIDIO NON CERCA PIU’ UN LAVORO

Aprile 14th, 2018 Riccardo Fucile

UNA SPERIMENTAZIONE PER AIUTARE 28.000 DISOCCUPATI A TROVARE UN NUOVO IMPIEGO HA OTTENUTO SOLO IL 10% DI ADESIONI

Incassa il sussidio e nasconditi.
L’italiano, quando perde il posto e accede agli ammortizzatori sociali, si guarda bene dal cercare un nuovo lavoro.
È una questione culturale, è l’abitudine alle politiche passive del lavoro che rende complicato attivare in Italia sistemi di sostegno al reddito a pioggia, come potrebbe essere il reddito di cittadinanza proposto dal Movimento 5 Stelle.
La conferma viene da una sperimentazione lanciata da Anpal, Agenzia nazionale per le politiche attive del Lavoro, creata a inizio 2017 e diretta da Maurizio Del Conte, professore di Diritto del Lavoro alla Bocconi di Milano.
L’Anpal nasce non solo per rilanciare il sistema nazionale dei centri per l’impiego, ma anche per disegnare nuove strategie di sostegno alla ricerca di nuove opportunità  professionali.
L’ente ha avviato lo scorso anno una sperimentazione, coinvolgendo 28 mila disoccupati su una platea di circa 125 mila percettori di Naspi, l’indennità  di disoccupazione introdotta dal Jobs Act.
Ai soggetti selezionati – scelti con un sistema randomizzato e quindi estratti a caso su tutto il territorio nazionale – sono state inviate delle lettere per partecipare a un percorso di attivazione su misura con colloqui, corsi di formazione e un sistema di ricollocamento che prevedeva un premio compreso tra i 250 e i 5 mila euro euro per la società  o il centro per l’impiego che fossero riuscite a trovare un lavoro alla persona.
Il risultato? Solo 2.800 persone si sono presentate ai centri per l’impiego, vale a dire il 10 per cento degli aventi diritto.
Un esito piuttosto magro, che Maurizio Del Conte prova a spiegare così: «Il dato più negativo di questa sperimentazione è stata sicuramente la bassa partecipazione al piano di attivazione al lavoro. Tendenzialmente abbiamo notato che la reazione delle persone coinvolte è stata quella di nascondersi, di non dare alcun seguito alla proposta offerta».
In parte succede perchè i percettori di disoccupazione sono lavoratori stagionali con contratto a termine e quindi non necessitano di un altro lavoro, ma attendono la ripartenza della stagione, facendo fronte ai periodi di inattività  con i sussidi pubblici. Ma in generale «c’è un’assoluta impreparazione e una mancanza di tradizione all’idea che, quando si percepisce indennità , si possa e si debba ricercare attivamente un lavoro», spiega Del Conte, «abbiamo notato che le domande si sono concentrate verso la fine del periodo di copertura economica dell’assegno Naspi. Significa che, solo quando il sussidio economico sta per finire, allora alcune persone si attivano per valutare l’opportunità  offerta dai centri per l’impiego. Questo non è buono, perchè tutti gli studi concordano nel dire che più ci si allontana dal periodo di occupazione precedente, più è difficile trovare un nuovo lavoro».
Il professore, più che puntare a un sussidio a pioggia – come quello ipotizzato dal Movimento 5 Stelle, che vorrebbe lanciare un sistema di sostegno al reddito a 360 gradi con il reddito di cittadinanza – avanza l’urgenza di lanciare un piano massivo di formazione culturale, perchè vengano scardinate le cattive abitudini e si punti piuttosto a una immediata ricerca di lavoro, già  dal giorno seguente della perdita del posto di lavoro.
Il piano è già  cominciato: infatti dal 3 aprile di quest’anno l’assegno di ricollocazione, cioè la sperimentazione descritta sopra, è stata esteso a tutte le persone disoccupate che percepiscono la Naspi da almeno quattro mesi, vale a dire a una platea di un milione di italiani.
Fra qualche mese sarà  possibile capire l’attitudine dei percettori di assegno di disoccupazione alla ricerca di un nuovo lavoro.
«Estendendo il progetto, speriamo di raccogliere risultati molto diversi. Infatti nella sperimentazione alcuni lavoratori non si sono presentati perchè non erano stati coinvolti i colleghi di lavoro, poichè non avevano ricevuto la lettera. L’effetto gruppo, invece, potrebbe invogliare molti a partecipare».
Nella fase di sperimentazione, si è aggiunta la preoccupazione che, partecipando all’evento, si mettesse a rischio l’indennità  di disoccupazione percepita: «Ma si tratta di una paura ingiustificata, perchè il percorso di formazione e ricollocamento è un’opportunità  in più e non toglie nulla», spiega Del Conte.
L’assegno di ricollocazione, infatti, che varia dai 250 ai 5 mila euro a seconda della probabilità  di occupabilità  del disoccupato e della tipologia di contrato, viene versato all’ente che eroga il servizio di ricollocazione solo se riesce a trovare un posto al disoccupato.
Il progetto, grazie a una nuova disposizione contenuta nella legge di bilancio, si potrà  estendere anche ai lavoratori in cassa integrazione straordinaria. In questo caso sono state fatte altre sperimentazioni, concedendo ai percettori di cassa integrazione di mantenere parte dell’ammortizzatore sociale anche quando ha trovato una nuova opportunità  di lavoro: qui l’86 per cento dei lavoratori ha aderito all’iniziativa.
«Con Anpal abbiamo iniziato un’inversione di rotta dal punto di vista del messaggio da comunicare ai disoccupati e delle regole di ingaggio. C’è bisogno di far capire alle persone che il sussidio economico non è fine a se stesso, ma deve essere solo finalizzato alla ricerca di un nuovo lavoro. Il rischio, introducendo e ventilando l’ipotesi di un reddito di cittadinanza come lo vorrebbe il Movimento 5 Stelle è tornare a una logica assistenzialista, di dispensare denaro senza avere la possibilità  di inserire queste persone nel mondo del lavoro. Perchè oggi i centri per l’impiego non sarebbero in grado di far fronte ai volumi che potrebbero riversarsi lì».
La fase due del jobs act, che doveva concentrarsi sullo sviluppo delle politiche attive, si è bloccata soprattutto a causa della vittoria del No al Referendum del 4 dicembre 2016, che non ha permesso ai centri per l’impiego territoriali di essere unificati sotto un unico ente nazionale.
Al contrario restano vincolati alle specifiche leggi regionali, frammentando parecchio il sistema e rendendo complicato realizzare un unico database con le opportunità  occupazionali del paese.
Attualmente le persone che lavorano nei 550 centri per l’impiego nazionali sono 7.500, più 1.500 collaboratori.
Poca cosa se confrontati con i 110 mila addetti alle politiche attive della Germania, i 70 mila del Regno Unito i 60 mila della Francia.
«Nel panorama europeo siamo il paese meno avvezzo alle politiche attive. La nostra tradizione si basa solo sui sussidi di cassa integrazione, un modello oggi non più è sostenibile. Bisogna innanzitutto ripartire dai servizi di ricollocamento non solo potenziandoli, ma assumendo persone con professionalità  e competenze».
C’è ancora da affrontare il tema della condizionalità  del sussidio: infatti nel Jobs Act esiste l’obbligo per il lavoratore di accettare l’offerta occupazione presentata dal centro per l’impiego, sempre che sia rispondente alla formazione e agli skill professionali della persone, pena il taglio del sussidio economico.
«Il fatto che l’erogazione dell’assegno mensile sia condizionato all’accettazione del percorso lavorativo è una regola esistente già  da molti anni. Tuttavia i casi di revoca del sussidio per mancata attivazione a causa del rifiuto del lavoratore sono rarissimi. Siccome il contributo proviene direttamente dallo Stato, non c’è nessuna pressione sul funzionario del centro per l’impiego a segnalare i casi di rifiuto all’Inps, che a sua volta dovrebbe adottare il provvedimento di revoca del sostegno economico stanziato. Questo sistema molto complesso ha reso pura teoria il principio di condizionalità . A tal proposito andrebbe ricostruito tutto il sistema decisionale della condizionalità , in modo da rendere automatico il taglio del sostegno economico in caso di rifiuto».

(da “L’Espresso”)

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INSOSPETTABILE COLF ITALIANA SOSTITUIVA QUADRI ORIGINALI CON FALSI NELLE VILLE NOBILIARI

Aprile 14th, 2018 Riccardo Fucile

I CARABINIERI RECUPERANO IN UNA CASA D’ASTE DI MONACO DI BAVIERA DUE DIPINTI RUBATI NEL 2011

Lo stratagemma era infallibile. Una “colf” dalle referenze false infiltrata in case e ville di famiglie nobiliari con le pareti tappezzate di opere d’arte, approfittava dell’assenza dei padroni di casa, fotografava quadri di valore e, quando era pronta la copia falsa antiquata, sostituiva la tela portando via l’originale.
La banca dati dei beni culturali illecitamente sottratti dei carabinieri del nucleo tutela patrimonio artistico anche questa volta non ha fallito e ha consentito l’individuazione, nel catalogo di una nota casa d’aste di Monaco di Baviera, di due dipinti, olio su tela, rubati anni fa nella residenza di una famiglia nobiliare a Venezia.
I due quadri   di Lazzaro Baldi e Niccolò Berrettoni, allievi di Pietro da Cortona e Carlo Maratta, del valore di circa 200.000 euro, sono stati recuperati in Germania dai carabinieri del nucleo tutela patrimonio culturale di Venezia che hanno denunciato una persona per ricettazione.
Le indagini coordinate dalla Procura di Venezia hanno permesso di stabilire che le due opere sono state trafugate nel 2011 da una banda specializzata che utilizzava come “gancio” una donna italiana, dall’aspetto e dalle maniere irreprensibili, che riusciva a farsi assumere come governante presso famiglie nobili del Veneto e approfittava del momento giusto per fotografare le opere d’arte che venivano poi ricopate da abili pittori.
I falsi venivano quindi rimontati su telai e rimesse nelle cornici originali dalle quali, nel frattempo, veniva smontato l’originale.

(da agenzie)

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L’AUTOSTRADA PADANA PIU’ BREVE, MENO UTILE E PIU’ COSTOSA D’ITALIA: TiBre, NOVE CHILOMETRI VERSO IL NULLA

Aprile 14th, 2018 Riccardo Fucile

PER IL PROLUNGAMENTO NON CI SONO SOLDI E VOLONTA’ POLITICA

Nove chilometri in direzione del nulla.
Da qualche mese vicino al casello di Parma Ovest, nel bel mezzo della pianura Padana, ruspe e betoniere stanno alacramente lavorando per costruire una nuova autostrada: è la TiBre, l’autostrada Tirreno-Brennero.
Sulla carta collegherà , prolungando la Camionale della Cisa, il porto di La Spezia all’autostrada del Brennero.
Ma con ogni probabilità  il collegamento da Parma Ovest a Nogarole Rocca, in provincia di Verona, non verrà  completato mai.
E quasi certamente della TiBre alla fine verranno costruiti soltanto i 9 chilometri dove ora lavorano macchine e operai del costruttore Pizzarotti, un tratto che si concluderà  al paesello di San Quirico di Trecasali.
Sarà , chissà  per quanto tempo, l’autostrada più breve d’Italia. E – insieme – una tra le meno utili e tra le più costose.
Prodigi che avvengono solo in Italia.
Immaginata negli anni ’70, per decenni la TiBre è rimasta solo un progetto. E per andare dalla Spezia all’AutoBrennero si è dovuto passare per l’A1 e lo snodo di Modena, allungando il tragitto di una ventina di minuti.
Poi, nel 2006, una serie di circostanze – anche queste tipicamente italiane – cambiano la situazione. Quell’anno il governo Berlusconi decide di concedere senza gara pubblica alla società  Autocisa, di proprietà  della famiglia Gavio, una proroga di 34 anni della concessione di gestione dell’autostrada Parma-La Spezia.
Bruxelles protesta, minaccia l’infrazione alle regole e pesanti sanzioni.
Per aggiustare le cose l’Italia firma un accordo con l’Unione europea: Autocisa avrebbe finanziato la realizzazione della TiBre, acquisendo così il diritto al rinnovo automatico della concessione per la Parma-La Spezia.
Nel 2010 il Cipe approva il progetto, ma solo per il primo tratto di una decina di chilometri. I soldi, la bellezza di 513 milioni, 40 milioni di euro per chilometro di piattissima pianura, li mette Autocisa.
Che però ottiene il permesso di aumentare i pedaggi della Parma-La Spezia del 7,5% annuo dal 2011 al 2018, incrementando per più di un miliardo le sue entrate.   Insomma, Gavio ha mantenuto la sua concessione, ha accollato la spesa dei lavori agli utenti della Camionale della Cisa (tra le più care d’Italia), e addirittura è riuscito a guadagnarci.
Lo Stato, stavolta, non ci ha rimesso un soldo; ma il prezzo è stato quello di dare via libera a una folle autostrada che non va da nessuna parte, e che forse mai ci andrà , nonostante mezza città  di Parma sia favorevolissima.
Sì: perchè sia per la Regione Emilia-Romagna che per il governo il completamento dell’opera – che costerebbe altri 2,2 miliardi – fino all’AutoBrennero «non è di interesse prioritario».
Come ha dichiarato il ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio, «il resto dell’autostrada è condizionato molto dalla sostenibilità  finanziaria, e dalla sua reale utilità  nei pezzi che mancano».
E a parte la logica e il buon senso, in questa storia italiana c’è un’altra vittima: l’ambiente.
In una pianura altamente cementificata, l’area interessata oggi dai lavori era una specie di isola felice: «terreni agricoli a prativi – spiega Rolando Cervi, presidente del Wwf di Parma – usati come foraggio per le mucche che danno il latte per il parmigiano nella food valley.
E ancora, una importante risorgiva a un passo dal corso del Taro, che aveva creato bei fontanili e i laghetti del Grugno, protetti come Zona d’Interesse Comunitario; e un bel pioppeto, anch’esso protetto, che era l’habitat privilegiato del raro e tutelato Falco cuculo». Adesso sulla risorgiva ci corre il viadotto dell’autostrada; e difficilmente i falchi vorranno nidificare a dieci metri dalle automobili.
Un altro pezzo di pianura che si copre di cemento. Quel che più addolora, è che questo cemento chissà  per quanto tempo non servirà  a niente e nessuno.

(da “La Stampa”)

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