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SE QUESTO E’ UN SINDACO

Maggio 25th, 2019 Riccardo Fucile

IL PRIMO CITTADINO DI TRIESTE CHE MOSTRA IL DITO MEDIO AL CESTISTA NERO E LA PENOSA GIUSTIFICAZIONE: “VOLEVO FARE PRESSIONE PSICOLOGICA PER VINCERE LA PARTITA”

Un gestaccio del sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza (Forza Italia), rivolto a   Mangok Mathiang, giocatore sudanese della squadra avversaria, la Vanoli Cremona, durante un match decisivo contro l’Alma Trieste: è successo l’altra sera, mentre in casa si disputava la gara tre dei quarti di finale dei playoff.
Un atteggiamento che ha suscitato molte polemiche. Protesta il vicepresidente della Vanoli: “Gesto brutto”. La società  di casa: “Non vogliamo che da questa città  parta un messaggio sbagliato”
In un’intervista a una emittente locale, Dipiazza spiega qual era, secondo lui, l’atmosfera nel palazzetto: “C’era tensione, perchè se si perdeva si andava a casa. Ho cercato di fare pressione psicologica per cercare di vincere e abbiamo vinto”.
Questo sarebbe un sindaco che dovrebbe dare l’esempio ai propri concittadini?

(da agenzie)

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MERCATONE UNO FALLITA DI NUOVO, I 1.800 DIPENDENTI LO SCOPRONO DAI SOCIAL: 55 STORE SBARRATI NOTTETEMPO

Maggio 25th, 2019 Riccardo Fucile

SOLO IN ITALIA UN GOVERNO NON SEGUE LA VICENDA E NON INTERVIENE A TEMPO PER IMPEDIRE UN EPILOGO CHE GETTA NELLA DISPERAZIONE 12.000 FAMIGLIE TRA DIPENDENTI E INDOTTO

Fallimento scoperto via Facebook, negozi chiusi all’improvviso e 1.800 lavoratori sconvolti. La Filcams-Cgil di Reggio Emilia ha fatto sapere che Shernon Holding, la società  che gestiva punti vendita di Mercatone Uno, è stata dichiarata fallita.
Secondo la ricostruzione data dal sindacato, i lavoratori sono giunti a conoscenza del fallimento attraverso il passaparola sul social network, soltanto nella notte: “Non c’è stata nessuna comunicazione ufficiale da parte dell’azienda”, ha spiegato Luca Chierici, segretario della Filcams di Reggio Emilia.
In una nota congiunta con Fisascat Cisl e Uiltucs Uil, i sindacati hanno poi fatto sapere che “questa notte si è appreso che il tribunale di Milano ha dichiarato il fallimento della società  e i direttori hanno comunicato ai lavoratori il divieto di accedere ai locali aziendali”.
Risultato: saracinesche chiuse, nessuno ha potuto raggiungere il suo posto.
“C’è un problema serio anche con la clientela – ha aggiunto Chierici – molta gente si è presentata stamattina nei punti vendita per ritirare merce sulla quale aveva già  versato degli acconti nei giorni scorsi per migliaia di euro”.
Per le sigle si tratta dell’ennesima “disavventura che i lavoratori si trovano ad affrontare ed iniziata ormai 7 anni fa. Dopo anni di contratti di solidarietà , cassa integrazione, amministrazione straordinaria e un altro fallimento di cui, a distanza di 3 anni, sono ancora in attesa di poter ricevere le loro spettanze”.
Insomma, “è una vergogna e chiediamo chiarezza in quanto tutto quello successo negli ultimi 8 mesi con la gestione Shernoon Holding risulta inspiegabile”.
Per il momento, “non si sa cosa succederà  ai dipendenti e se nei prossimi giorni potranno riaprire i punti vendita. Si chiede chiarezza e certezza”.
Shernon Holding aveva acquisito i 55 punti vendita dello storico marchio emiliano, dal Piemonte alla Puglia, nell’agosto del 2018, annunciando un piano di rilancio che prevedeva importanti ricavi già  dal 2022.
Nello scorso aprile, però, aveva presentato domanda di ammissione al concordato preventivo in continuità , garantendo la tenuta occupazionale fino al 30 maggio. Proprio quel giorno, infatti, è programmato da tempo un incontro al Mise, per studiare un piano di salvataggio.
La chiusura scattata ora è l’effetto della sentenza di venerdì, con la quale il tribunale fallimentare di Milano ha decretato il fallimento della Shernon.
I sindacati hanno ricordato che già  all’incontro al Mise del 18 marzo scorso era stato garantito che tutti i 1.800 dipendenti dei 55 punti vendita passati a Shernon sarebbero stati riassorbiti dall’amministrazione straordinaria. “Tuttavia non sappiamo cosa succederà  successivamente – continuano dal sindacato – E’ perciò di massima urgenza convocare un tavolo imminente con il Mise, l’amministrazione straordinaria, il curatore fallimentare, per capire cosa succederà “.
In allarme anche le oltre 500 aziende fornitrici coinvolte dalla vicenda, che vantano crediti non riscossi per circa 250 milioni di euro. Riuniti in Associazione, le società  fanno sapere in una nota di seguire attentamente “il percorso giuridico che si evolverà , soprattutto per capire le conseguenze tra questo fallimento e il procedimento di amministrazione straordinaria del Gruppo Mercatone, al fine di tutelare i crediti dei propri associati e i livelli occupazionali”.
William Beozzo, direttore dell’associazione, ha attaccato: “Sono stati persi altri 8 mesi e ulteriori risorse finanziarie. Ricordiamo che in gioco non ci sono solo i 1.860 dipendenti del Gruppo, a cui mandiamo tutta la nostra solidarietà , ma anche tutti i dipendenti delle nostre aziende, un indotto che coinvolge in Italia quasi 10.000 persone”

(da agenzie)

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EXIT POLL IRLANDA: TESTA A TESTA TRA POPOLARI E LIBERALI, BALZO DEI VERDI

Maggio 24th, 2019 Riccardo Fucile

FINN GAEL (PPE) E FIANNA FAIL (ALDE) INTORNO AL 23%, SINN FEIN 10%, VERDI 9%… SOVRANISTI NON ESISTONO

Testa a testa fra i due storici partiti moderati in Irlanda dove s’è votato per le Europee, per le elezioni locali e per un referendum sul divorzio veloce.
Stando ai primi, ancora approssimativi exit poll diffusi dalla tv Rte, mentre lo scrutinio inizia dalle amministrative, il Finn Gael (Ppe) del premier Leo Varadkar e il Fianna Fail (Alde) di Michael Martin sono attorno al 23% come quota nazionale di voti.
A sinistra cala di 3 punti al 12% lo Sinn Fein, mentre volano i Verdi, dall’1,6 al 9%, e resta al 6% il Labour.
Per i Verdi grandissima affermazione soprattutto nella capitale dove, sempre secondo gli exit poll, il partito guidato da Ciarà¡n Cuffe sarebbe in testa con il 23% con un grande distacco dal Fine Gael.
Il partito conservatore del premier Leo Varadkar (alleato del Ppe) è solo secondo con il 14%, incalzato dal partito conservatore Fianna Fà¡il, alleato di Alde, pari con il 12% con Indipendents 4 change (gli Indipendenti per il cambiamento).
I nazionalisti del Sinn Fèin (sinistra europea) sono al 10%, mentre il partito laburista è in coda con il 4%.
La Brexit era stata al centro della campagna elettorale. Le possibilità  di non raggiungere un accordo sull’uscita del Regno Unito dall’Ue hanno alimentato il timore di un ritorno a una frontiera chiusa con l’Irlanda del Nord.
Tra i temi più discussi il cosiddetto backstop: il meccanismo che serve ad evitare la creazione di un confine rigido tra Dublino e Belfast.
Sorprese limitate, comunque, per un Paese pure alle prese con contraddizioni sociali, sacche di povertà  e nel quale non mancano polemiche sulle più recenti riforme ‘liberalizzatrici’ del governo Varadkar.
Ma dove comunque oltre il 90% della popolazione, secondo alcuni sondaggi, considera l’appartenenza all’Ue una garanzia da non mettere in discussione.
Un Paese che guarda del resto con speciale apprensione alle convulsioni del Regno Unito sulla Brexit, auspicando come nessun altro che il divorzio sia soft: per evitare qualsiasi ombra su quel confine senza barriere fra la Repubblica e l’Irlanda del Nord divenuto un suggello della pace dell’accordo del Venerdì Santo del 1998, nonchè una porta aperta al libero passaggio delle persone e a intensi, fruttuosi e vitali scambi economico-commerciali.
Paese che per il resto continua per la sua strada. Inclusa quella – non più da ‘cattolicissima Irlanda’ – di una secolarizzazione accentuata che trova oggi stesso conferma nel voto di un referendum convocato – assieme alle Europee e a una tornata di consultazioni amministrative – sul divorzio sprint e sull’abolizione dei 4 anni di separazione necessari finora: con una valanga di sì in arrivo.

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PRIMA GLI SVIZZERI: QUANDO GLI IMMIGRATI NELLE BARACCHE ERAVAMO NOI

Maggio 24th, 2019 Riccardo Fucile

UN LIBRO RICORDA IL PRIMO REFERENDUM ELVETICO PER CACCIARE GLI ITALIANI NEL GIUGNO 1970…   LE STESSE MOTIVAZIONI CHE ORA USANO I RAZZISTI NOSTRANI

Quando i migranti eravamo noi vivevamo nelle baracche.
Luciano Alban, arrivato da Montebelluna nel 1968, se le ricorda bene: «Baracche come ne ho viste poi solo a Dachau. Ci stavano gli stagionali, quelli che potevano restare solo nove mesi e non avevano il permesso di affittare una casa. E anche gli operai in difficoltà , quelli che invece nelle campagne stavano dai contadini».
Baracche coi letti a castello, un cesso per cinquanta persone, il lavatoio in comune, fornelletti per cucinare, fili stesi per i panni.
Ai margini delle città , vicino ai cantieri, lontano dai quartieri borghesi. Quando i migranti eravamo noi, c’era qualcuno che voleva cacciarci via, perchè “prima gli svizzeri”.
Ci fu un referendum nel 1970, lanciato da James Schwarzenbach, strana figura di intellettuale-scrittore-editore, aria da gentleman con gli occhialini d’oro, figlio di industriali proprietari della più grossa fabbrica tessile del mondo, allora.
Ci siamo abbastanza dimenticati di quando i migranti eravamo noi, quella memoria lì l’abbiamo cancellata.
Eppure dal 1860 a oggi più di 30 milioni di italiani sono emigrati. Dal 1946 al 1968 in Svizzera ne arrivano due milioni.
Prima i lombardi, poi i veneti e i friulani, e dai primi Sessanta l’ondata dal Sud.
A metà  dei Sessanta vivono in Svizzera 500 mila italiani. Sono arrivati coi treni stracarichi, con le valigie legate con lo spago, parlano quasi solo dialetto e spesso sono analfabeti.
Nel film Pane e cioccolata con Nino Manfredi si vede un gruppo di clandestini che vive in un pollaio: è successo anche questo, nessuna esagerazione.
Gli italiani sono venuti a fare i lavori pesanti, quelli che gli svizzeri non vogliono più fare. Lo stesso governo italiano, che nel 1948 ha siglato un accordo bilaterale con la Confederazione sul reclutamento di operai, li ha spinti verso il confine.
Perchè se ne andassero dall’Italia, che scoppiava di disoccupati. Alcide De Gasperi, nel 1949, invitò i meridionali a «partire verso le strade del mondo».
Sarebbe il caso di ricordare quegli anni della nostra emigrazione perchè sono anche gli anni in cui la xenofobia costruisce il suo castello di cosiddetti “valori” e la sua politica, con accenti e parole d’ordine che oggi ci suonano familiari.
A questo serve un libro in uscita da Feltrinelli, intitolato Cacciateli!, scritto dal giornalista di Repubblica Concetto Vecchio.
L’autore sa di che cosa parla, e infatti il libro è qualcosa a metà  fra il reportage e il romanzo familiare: in Svizzera, non lontano da Zurigo, ci è nato nel 1970, l’anno del referendum.
Figlio di emigrati siciliani, da Linguaglossa provincia di Catania. In Svizzera ha vissuto fino ai 14 anni, è andato a scuola dove la maestra lo chiamava “Konzetto” e lui avrebbe preferito chiamarsi Roland o Markus.
Da bambino, se faceva baccano in strada, la mamma lo zittiva: «Non facciamoci riconoscere dagli svizzerazzi, sennò arriva Schwarzenbach!». A un certo punto gli è presa la curiosità  di andare a scoprire chi fosse quel tale, quel babau.
Un pioniere, quello Schwarzenbach: il suo del 1970 fu il primo referendum europeo per dare una stretta all’immigrazione.
Se avesse vinto, in 300 mila italiani avrebbero dovuto fare le valigie. Luciano Alban oggi ricorda che dove lavorava lui, azienda che costruiva centrali idroelettriche, glielo dicevano in faccia: «Se passa, te ne vai», anche se i capi erano tutti per votare no.
Non che la xenofobia fosse una novità , in Svizzera. «Nel 1896» racconta Franco Narducci, presidente del Corriere degli Italiani, «ci fu qui a Zurigo un pogrom contro gli italiani, scatenato da un pretesto. Bastonature per strada, negozi bruciati. Chiuso il cantiere del Gottardo erano arrivati gli operai italiani, accusati di lavorare sotto costo, di rubare il lavoro agli svizzeri».
E nemmeno è tramontata la xenofobia, dopo la sconfitta del 1970. Altri referendum ci sono stati, tutti persi. Altre forze politiche hanno urlato “Prima gli svizzeri”, e ancora adesso valgono un 25 per cento.
Ma Schwarzenbach fu il primo, e fece quasi da solo. Unico parlamentare del partitino Nationale Aktion, tenuto a distanza da socialisti e democristiani, contrastato dagli imprenditori che temevano di perdere forza lavoro.
Perse per soli 100 mila voti, il 46 per cento contro il 54, e venne votato nei quartieri popolari, dove gli svizzeri vivevano gomito a gomito con gli italiani.
E non li amavano, li disprezzavano, li temevano.
Tschingg era l’insulto per gli italiani: veniva dal “cinque” spesso urlato nel gioco della morra. La morra era addirittura vietata in certi posti: Mora Verboten si leggeva sui cartelli. E li spiavano, pronti a denunciare sospetti attivisti del Pci, o bambini clandestini. In quegli anni Sessanta c’erano bambini nascosti, illegali, tappati in casa senza poter fare rumore nè guardare dalla finestra, per paura che un vicino facesse la spia. E c’erano bambini costretti a stare in collegio nel Comasco e nel Varesotto.

(da agenzie)

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PESTAGGIO DEL GIORNALISTA GENOVA, IL PM ZUCCA: “NON SI POSSONO AFFIDARE LE INDAGINI ALLA POLIZIA, VA CONTRO LE DIRETTIVE EUROPEE”

Maggio 24th, 2019 Riccardo Fucile

UN ASSURDO AFFIDARE L’INCHIESTA NELLE MANI DELLO STESSO CORPO DEGLI AUTORI DELL’AGGRESSIONE

L’indagine sul pestaggio del giornalista di Repubblica Stefano Origone avvenuto durante gli scontri fra antagonisti e polizia in occasione del contestato comizio di CasaPound, è stata affidata alla squadra mobile della Questura.
Ieri negli ambienti forensi c’è chi si è stupito del fatto che a indagare su delle violenze palesemente commesse da poliziotti fosse la stessa polizia.
Enrico Zucca, oggi sostituto procuratore generale ma pm dell’inchiesta e del processo per la scuola Diaz al G8 del 2001, risponde alle domande di Repubblica sull’opportunità  della scelta: “C’è un canone indiscusso fissato da varie sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che stabilisce come, di fronte alle violazioni dei diritti fondamentali, non si dovrebbero affidare le indagini allo stesso corpo di appartenenza degli agenti o dei funzionari sospettati di aver commesso gli abusi. Nella sentenza Alikaj che ha portato a una condanna dello Stato italiano, la Cedu specifica addirittura come non sia sufficiente l’indipendenza della procura a garanzia di un’indagine imparziale”.
Non è evidentemente una problema di assenza di fiducia nella polizia genovese bensì una questione di procedure che sono poi frutto del buon senso e della ragionevolezza, quella che consiglia di tenere distinte le figure di controllori e controllati.
Ciònonostante è comunque una prassi diffusa quella di assegnare gli accertamenti agli stessi corpi sotto indagine. “Forse — conclude Zucca — esiste un problema anche culturale all’interno della magistratura, alcuni messaggi, anzi indicazioni molto chiare che arrivano dalla Cedu, non vengono recepite”.
“Ci sono delle costanti che si fa fatica a comprendere” ha detto Zucca all’Ansa su quanto avvenuto ieri in piazza Corvetto durante gli scontri tra polizia e antifascisti
“Ho visto quello che è stato – ha detto Zucca -, ho guardato con gli occhi di un genovese e credo che la gestione dell’ordine pubblico sia ancora un punto critico. Pur dovendo riconoscere la difficoltà  della gestione in situazioni del genere non è possibile non dire che certi episodi comunque richiamano alla mente quei giorni”. I giorni del G8, appunto.
“Quel che fa impressione – ha detto ancora Zucca – è che un poliziotto, pur nel non facile contrasto verso azioni anche violente, debba utilizzare la forza a sproposito. Mi chiedo: perchè infierire e accanirsi con persone già  a terra? Ecco, questa è una costante difficile da capire”. Perchè, continua il magistrato “non ci sono giustificazioni di modalità  operativa o di concitazione. Diventa così un modo che appare ritorsivo”, una sorta di “uso della forza che fa presupporre un non ponderato uso di questo mezzo”.
“Allora sentii parlare di ‘prigionieri’ – ha detto ancora Zucca – e erano alti funzionari di polizia che parlavano. ‘Prigionieri’, una parola che evoca scenari di guerra, il ‘nemico’. Oggi sento parlare di ‘ostaggi’. E questo rientra in una mentalità ”
“Sì, il pensiero continua a andare al G8 – ha concluso il magistrato -. Chi dice che è stata voltata pagina?”

(da agenzie)

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ASSOLTI I DUE MIGRANTI CHE NON VOLEVANO TORNARE IN LIBIA, DIECI MESI IN GALERA DA INNOCENTI GRAZIE AL GOVERNO: “HANNO AGITO PER LEGITTIMA DIFESA, OPPORSI A ESSERE RISPEDITI IN LIBIA NELLE BRACCIA DEGLI AGUZZINI NON E’ REATO”

Maggio 24th, 2019 Riccardo Fucile

SALVINI E TONINELLI CHE LI AVEVANO CHIAMATI DELINQUENTI SONO STATI DENUNCIATI ALLA CORTE DI GIUSTIZIA EUROPEA PER VIOLAZIONE DEI DIRITTI DELL’UOMO

Salvini, garantista con i bancarottieri di casa sua, è sempre stato giustizialista a priori con i poveri e i migranti, colpevoli a prescindere e sempre descritti come malfattori o potenziali terroristi
Ma le cose non sono così: verranno depositate fra 15 giorni le motivazioni con cui il giudice Piero Grillo ha assolto il ghanese Ibrahim Amid e il sudanese Ibrahim Titani Bichara.
Erano accusati di violenza privata, resistenza a pubblico ufficiale e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina per i fatti dell’8 luglio 2018, quando il rimorchiatore Vos Thalassa dell’armatore olandese Vroon Offshore ha soccorso e tentato di riportare in Libia 67 migranti soccorsi nel Mediterraneo su di una barca in difficoltà  vicino a una piattaforma petrolifera nella zona Sar libica
Il capitano fu costretto a chiamare la Guardia costiera parlando di “ammutinamento” a bordo da parte dei migranti e di rischi per la sicurezza dell’equipaggio, salvo poi ridimensionare l’accaduto nei giorni successivi.
In totale vennero tratte in salvo 67 persone che poi vennero trasbordate sulla nave Diciotti della Guardia costiera che sbarcò a Trapani
I due sono stati assolti dai reati a loro ascritti in concorso perchè “il fatto non costituisce reato, essendo scriminati dalla legittima difesa” ha scritto il giudice dell’Ufficio Gip del Tribunale di Trapani nel dispositivo della sentenza 112/19 rilasciato il 23 maggio per il procedimento celebrato con rito abbreviato, disponendo la scarcerazione immediata dei due migranti dopo dieci mesi di detenzione
L’esito inedito del procedimento, con il richiamo alla “legittima difesa”, può avere conseguenze su altre due vicende in corso: il pubblico ministero Andrea Tarondo, prima di chiedere una condanna a due anni, ha infatti proposto al gup di “sollevare davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea in Lussemburgo una questione pregiudiziale circa la compatibilità  tra la zona di ricerca e salvataggio autodichiarata nel 2018 dalla Libia e le norme europee sul divieto di respingimento”
Mentre gli avvocati Marina Mori e Paolo Oddi hanno presentato un ricorso alla Corte di Strasburgo “sulla violazione da parte dell’Italia dell’art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo circa l’equo processo, violato quando ad anticipare dichiarazioni colpevoliste su chi ancora debba essere processato sono autorità  pubbliche”.
Nei giorni del caso Vos Thalassa i ministri Salvini e Toninelli hanno infatti dichiarato a più riprese che i migranti in questione fossero “violenti dirottatori” che devono “scendere in manette” e “finire in galera”, apostrofandoli come “delinquenti” “facinorosi” da “punire” e “senza sconti”.

(da agenzie)

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ALTRO CHE PORTI CHIUSI, A MAGGIO SONO SBARCATI IN ITALIA 700 MIGRANTI (SENZA CONTARE QUELLI CHE NON VEDE NESSUNO)

Maggio 24th, 2019 Riccardo Fucile

IMPONENTE RIPRESA DEI FLUSSI ANCHE IN ASSENZA DELLE NAVI ONG… FINISCE LA BUFALA CHE FOSSERO LORO AD ATTIRARE I PROFUGHI… TUTTE LE INCHIESTE CONTRO LE ONG SI SONO CHIUSE CON L’ARCHIVIAZIONE: NESSUNA COLLUSIONE CON GLI SCAFISTI, QUINDI SALVINI E’ UN DIFFAMATORE SERIALE

Ancora un altro gommone alla deriva nel Mediterraneo. Dopo quello approdato all’alba di oggi a Lampedusa con 57 persone a bordo, un altro gommone grigio alla deriva con il motore fuori uso è stao individuato da un aereo dell’operazione Sophia in ricognizione. La sua posizione 47 miglia a sud est di Lampedusa. Nelle operazioni di soccorso è stato coinvolto un mercantile delle Bahamas, il Saint Peter.
Le imbarcazioni cariche di migranti dunque continuano a partire senza sosta e continuano ad arrivare indisturbati.
I flussi hanno avuto una enorme accelerazione nel mese di maggio. Basta pensare che dei 1425 approdati in Italia nel 2019 quasi la metà , circa 700,   sono arrivati nel solo mese di maggio.
Gli ultimi 57 sono approdati questa mattina alle 4 a Lampedusa. L’imbarcazione, partita dalla Libia e incredibilmente arrivata a destinazione senza essere intercettata da nessuno, è probabilmente una delle quattro che era stata avvistata ieri dall’alto in una giornata di tensione nel Mediterraneo in cui, sotto gli occhi di una nave della Marina militare italiana che non è intervenuta aspettando l’intervento dei libici e limitandosi a far partire un elicottero, tre gommoni con circa 280 persone a bordo sono state riportate indietro da motovedette della Marina libica.
La quarta imbarcazione, invece, è approdata a Lampedusa. A bordo marocchini, algerini, senegalesi ma anchd cittadini libici fuggiti dalla guerra
Sono ben nove,   con 130 migranti, le imbarcazioni approdate in Italia nelle ultime 48 ore, 280 quelle intercettate dalla guardia costiera libica.
Dunque il flusso delle partenze è ripreso imponente in un momento in cui nel Mediterraneo non c’è alcuna nave umanitaria, un dato che smentisce la tesi delle Ong pull factor, cioè fattore di attrazione che spingerebbe i trafficanti di uomini a far partire i migranti.
Tutte le inchieste della magistratura che hanno ipotizzato una qualsiasi complicità  tra Ong e trafficanti si sono chiuse con un’archiviazione e ieri, a Trapani, i giudici hanno assolto anche i due migranti arrivati a Trapani lo scorso anno a bordo della Diciotti che il ministro Salvini avrebbe voluto veder scendere dalla nave in manette.
I due erano accusati di aver minacciato il comandante del rimorchiatore Vos Thalassa che li aveva soccorsi in mare girando poi la prua per riportarli in Libia. I giudici invece li hanno assolti e ordinato la loro scarcerazione

(da agenzie)

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STRISCIONI CONTRO SALVINI, IL PM DI BARI ARCHIVIA LA DENUNCIA: “SOLO CRITICA POLITICA”

Maggio 24th, 2019 Riccardo Fucile

SCRIVERE “LA LEGA E’ UNA VERGOGNA” NON E’ UN’OFFESA MA UNA LEGITTIMA CRITICA POLITICA

Cosa succede quando un poliziotto con lo striscione (sequestrato) incontra un magistrato che deve convalidare il sequestro?
Succede come è successo a Bari dove il PM non ha convalidato il sequestro degli striscioni confiscati dai Carabinieri in occasione della visita di Matteo Salvini a Gioia del Colle il 21 marzo scorso.
Anche in quell’occasione in città  era comparsi striscioni che contestavano la presenza del ministro dell’Interno in città .
Contestazioni pacifiche e a volte spiritose che però — come è uso da parte delle Forze dell’Ordine — vengono rimosse perchè offensive o perchè potenzialmente arrecano disturbo all’ordine pubblico.
Tra le varie scritte comparse sui balconi c’erano cose come “Noi Gioia, voi odio”, “Bal(r)coni aperti”, “I terroni non mollano” oppure “Restiamo umani”.
In particolare i Carabinieri avevano sequestrato due striscioni reputandoli offensivi e ingiuriosi. Su uno era scritto “Meglio lesbica e comunista che salviniana e fascista“, citazione dal famoso cartello esibito dalla ragazza messa alla gogna da Salvini.
Nell’altro, appeso su un cavalcavia sulla Statale 100 all’altezza di Gioia del Colle, era scritto “La Lega è una vergogna, Pino Daniele“. F
rase che tra l’altro compariva anche su un altro striscione, quello fatto rimuovere a Salerno.
Secondo il PM di Bari Iolanda Daniela Chimienti questi striscioni non avevano “una portata e idoneità  offensiva”, “trattandosi di esternazioni del proprio convincimento politico” che “possono assumere toni aspri” ma che sono “prive di portata denigratoria del prestigio della funzione pubblica“.
Nella richiesta di archiviazione per l’indagine di vilipendio (a carico di ignoti) il magistrato scrive che nell’ambito della manifestazione del proprio pensiero politico si possono toni aspri e accesi (come del resto ha sempre fatto anche Salvini) e che dette manifestazioni possono essere “colorate dall’utilizzo di espressioni diffuse nel gergo corrente”. Insomma il ricorso ad espressioni gergali non significa che siano volgari, offensive o ingiuriose.
Anche il ricorso al termine “fascista” non è lesivo dell’onore di Salvini: «l’uso dell’epiteto ‘fascistà  per caratterizzare l’ideologia politica del segretario di un partito leader di un movimento politico, in occasione o comunque in vista di un comizio elettorale da egli in tale veste tenuto, costituisce una normale critica politica anche se espressa in toni aspri».
La Procura rileva infatti che i manifesti non attaccavano Salvini in quanto persona ma costituiscono una legittima critica nei confronti delle politiche attuate dal governo .
In particolare la PM scrive che «affermare che un partito politico è una vergogna ed esprimere il proprio convincimento su omosessualità  ed omofobia, sebbene contrapponendolo a quello del leader contestato sì da dare implicitamente a quest’ultimo una connotazione negativa, costituiscono legittime manifestazione del pensiero scevre da connotati denigratori».
Per questi motivi il pm di Bari non ha convalidato il sequestro di due striscioni e ha chiesto l’archiviazione dell’indagine per vilipendio a carico di ignoti.

(da agenzie)

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LA PROF DI PALERMO NON CI STA: “NON VOGLIO CLEMENZA, PRETENDO CHE SI DICA CHE E’ STATO SBAGLIATO PUNIRMI”

Maggio 24th, 2019 Riccardo Fucile

DOPO LA PASSERELLA DI SALVINI E BUSSETTI, LA DOCENTE RIBADISCE CHE OCCORRE LA SUA RIABILITAZIONE

“Non vorrei che passasse un messaggio sbagliato — dice la professoressa Dell’Aria – cioè che si è trattato di un atto di clemenza o grazia nei miei confronti, perchè se è stato riconosciuto ai più alti livelli che sono esente da colpe la mia unica richiesta è che ufficialmente sia dichiarata la mia estraneità  e che la sanzione inflittami è ingiusta”.
La professoressa palermitana Rosa Maria Dell’Aira non vuole grazia o clemenza, ma una totale riabilitazione.
Il giorno dopo l’incontro in prefettura col ministro degli Interni Matteo Salvini e quello dell’Istruzione Marco Bussetti, l’insegnante torna così sulla vicenda della sua sospensione, che ancora non è stata revocata.
Come si ricorderà , tutto ebbe origine da una ricerca degli studenti sulle leggi razziali alla luce dell’attuale momento politico
Ieri pomeriggio, dopo un’ora di colloquio, che aveva soddisfatto tutti e, che, secondo la docente, si è svolto “nella massima tranquillità  e serenità ”, sia Salvini che il ministro Bussetti, avevano parlato di una soluzione tecnica per risolvere definitivamente il caso, senza spiegare chi e in che modo ritirerà  il provvedimento, ma specificando che non potrà  farlo direttamente il ministro dell’Istruzione.
“Desidero sottolineare   – aggiunge la docente, che rientrerà  a scuola lunedì allo scadere della sospensione – che l’incontro si è svolto in un clima assolutamente sereno, alla presenza anche del prefetto di Palermo, oltre che dei ministri e dei loro staff, e dati alla mano è stato detto e convenuto che la sanzione non aveva ragione di essere comminata e visto che il ministro non può intervenire direttamente si sarebbe trovata una soluzione che annullasse completamente tutti gli effetti della sanzione, cioè quelli relativi alla mia dignità  professionale e quelli economici

(da Globalist)

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