Maggio 25th, 2019 Riccardo Fucile
UN VIDEO DRAMMATICO, COLPITO CON UN IGNOBILE CALCIO IN TESTA QUANDO ERA GIA’ A TERRA: ORA ESPORTIAMO SOGGETTI CHE DISONORANO IL NOSTRO PAESE
Una rissa sul retro di una discoteca, all’alba, nella zona della movida di Cadice, estremo sud-ovest della Spagna. Una violenza registrata in un video con un calcio alla testa che ha portato un 30enne del posto in coma e in prognosi riservata.
Per questo motivo la polizia della città spagnola ha arrestato quattro giovani italiani, studenti Erasmus, presunti responsabili del pestaggio.
Secondo quanto emerge finora i quattro sono campani di età compresa tra i 22 e i 30 anni e due di loro — incluso il ragazzo che ha sferrato il calcio alla testa — della provincia di Napoli.
I fatti sono avvenuti intorno alle 6.50 fuori da un locale. A ricostruire l’accaduto, che ha ancora molti aspetti da chiarire, è il quotidiano Diario de Cadiz che pubblica anche un video particolarmente scioccante: si vede il ragazzo cadere a terra dopo aver ricevuto un pugno in pieno volto e poi ricevere un calcio molto violento alla testa.
Il giovane a quel punto perde evidentemente i sensi tanto che tra le urla gli amici cercano di tirarlo in piedi ma lui resta privo di sensi.
Quello che non si sa, intanto, è il motivo che ha scatenato la rissa. I quattro italiani sono al commissariato di San Fernando in attesa di comparire davanti al giudice: come ha spiegato la polizia, sono detenuti in attesa di ricostruire tutto ciò che è accaduto, anche ascoltando i testimoni.
Secondo il giornale, la prognosi del ferito è ancora riservata e bisognerà aspettare le prossime 48 ore per capire se la vittima potrà riprendersi completamente.
Il giudice aspetterà il decorso per decidere se imputare al responsabile del calcio il reato di lesioni gravi o tentato omicidio.
La rissa è scoppiata sulla banchina del porto, per motivi ancora non chiariti, fra due gruppi di italiani e spagnoli. Nel video si vedono anche una ragazza che urla spaventata, mentre un’altra cerca successivamente di rianimare il ferito a terra privo di sensi.
(da agenzie)
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Maggio 25th, 2019 Riccardo Fucile
LA SHERNON HOLDING E’ STATA SCELTA DAL MINISTERO NOVE MESI FA… UN PIANO INDUSTRIALE MAI REALIZZATO E I MANCATI CONTROLLI
Shernon Holding, la società che gestiva i punti vendita di Mercatone Uno, è stata dichiarata
fallita. Lo ha fatto sapere la Filcams-Cgil di Reggio Emilia con una nota nella quale si racconta che i lavoratori sono venuti a conoscenza del fallimento via Facebook nella notte. “Non c’è stata nessuna comunicazione ufficiale da parte dell’azienda”, ha spiegato Luca Chierici, segretario della Filcams di Reggio Emilia. Shernon Holding aveva acquisito i 55 punti vendita meno di un anno fa e circa un mese fa aveva presentato domanda di ammissione al concordato preventivo.
Sono oltre 1.800 i dipendenti in tutta Italia finiti in mezzo a una strada. ùù
Per il 30 maggio era stato convocato al ministero dello Sviluppo economico il tavolo di crisi su Shernon-Mercatone Uno. L’azienda aveva punti vendita tra gli altri a Bologna, Colle Val d’Elsa, Caltignaga, Trecate e Pombia (Novara), Gravellona Toce e Preglia di Crevoladossola (VCO), Reana (Udine) e Verdello (Bergamo).
Oltre 500 le aziende fornitrici coinvolte dalla vicenda della Mercatone Uno, che vantano crediti non riscossi per circa 250 milioni di euro.
Di fronte alla sentenza di fallimento, l’Associazione Fornitori Mercatone Uno rende noto di seguire attentamente “il percorso giuridico che si evolverà , soprattutto per capire le conseguenze tra questo fallimento e il procedimento di amministrazione straordinaria del Gruppo Mercatone, al fine di tutelare i crediti dei propri associati e i livelli occupazionali”.
I fornitori, ha dichiarato William Beozzo, direttore dell’Associazione, “hanno sempre manifestato a tutti gli organi competenti le proprie perplessità sull’operazione con Shernon Holding. Sono stati persi altri 8 mesi e ulteriori risorse finanziarie. Ricordiamo che in gioco non ci sono solo i 1.860 dipendenti del Gruppo, a cui mandiamo tutta la nostra solidarietà , ma anche tutti i dipendenti delle nostre aziende, un indotto che coinvolge in Italia quasi 10.000 persone”
“C’è un problema serio anche con la clientela: molta gente si è presentata stamattina nei punti vendita per ritirare merce sulla quale aveva già versato degli acconti nei giorni scorsi per migliaia di euro”, racconta Luca Chierici, segretario della Filcams-Cgil di Reggio Emilia, in presidio con i lavoratori della Mercatone Uno nel punto vendita di Rubiera. “Le persone, trovando il negozio chiuso, in alcuni casi se la prendono con i dipendenti che ovviamente non hanno alcuna responsabilità ”, spiega.
Scene analoghe si stanno ripetendo anche negli altri punti vendita in giro per l’Italia, dal momento che fino a ieri l’attività di vendita era proseguita senza problemi. “Al momento non sappiamo se domani o lunedì saranno in grado di riaprire, abbiamo provato a contattare il curatore fallimentare, ma invano”, ha aggiunto Chierici.
L’utente Marco Gherardi, attivista grillino dell’Emilia Romagna, scrive su Facebook:
D’altra parte i primi criminali sono stati proprio i vecchi commissari, che si sono fidati di una società che fa capo ad una holding con sede a MALTA (noto paradiso fiscale). Ma anche i sindacati hanno le loro colpe dato che dovevano controllarne la solidità , che non c’è mai stata dato che dei 40-50 milioni di euro in un anno ne erano stati versato 1/5. E il MISE? ahahahahahaha…. sapete cosa hanno detto alla riunione con i sindacati a Roma? Che la pratica era andata persa perchè avevano cambiato del personale. Loro che avrebbero dovuto CONTROLLARE.
Nel 2015 Mercatone Uno era sull’orlo del fallimento e venne salvata proprio dall’Amministrazione straordinaria speciale.
La stessa Shernon è stata costituita per acquisire la maggior parte dei punti vendita dall’Amministrazione straordinaria, operazione che ha consentito — si legge sul sito dell’Amministrazione straordinaria — “la salvaguardia occupazionale di 2.304 dipendenti pari a circa l’85% del totale degli occupati”.
E proprio nel maggio del 2018 il MoVimento 5 Stelle Sicilia aveva annunciato di aver chiesto l’apertura di un tavolo di crisi presso il MISE per discutere la chiusura dei punti vendita Mercatone Uno acquisiti da COSMO: «non possiamo non segnalare le preoccupazioni legate ai lavoratori che stando alle proposte da discutere ancora con le parti sindacali prevedono tagli pesanti al numero di occupati» aveva dichiarato il deputato dell’ARS Luciano Cantone. Poi dal M5S non è arrivato più nulla. Anche perchè da inizio di giugno al MISE si è insediato Luigi Di Maio. E forse non era il caso di sollevare il problema.
La senatrice PD Teresa Teresa Bellanova aveva accusato Di Maio di perdere tempo prezioso.
La CGIL se la prende con la proprietà e con il Ministero: «Questo imprenditore è stato scelto dal ministero: il suo piano industriale, le garanzie, e i partner sono stati vagliati e autorizzati dal ministero. Ci sta che il Governo, in quel dato momento, abbia valutato la proposta di Rigoni come la migliore, ma da quando abbiamo fatto l’accordo a giugno per la cessione del plesso aziendale sono passati nove mesi e in questi nove mesi un comitato di sorveglianza del ministero doveva vigilare, però non lo ha fatto» ha dichiarato all’agenzia DIRE Stefano Biosa, della Filcams-Cgil di Bologna.
Eppure di avvisaglie ce n’erano state diverse. A febbraio c’era stato un incontro con Shernon in cui era stata prospettata una ricapitalizzazione; se ne sarebbe dovuto capire di più in un altro summit il 5 aprile. Un altro tavolo era fissato per il 2 aprile a Roma ma è slittato. Al MISE a quanto pare la cosa non ha destato sospetti. Anche perchè — ricorda Biosa — «su questa azienda sono stati spesi milioni di euro di soldi pubblici in ammortizzatori sociali». Una ragione in più per vigilare, ma forse come dice la Bellanova il ministro era troppo impegnato ad andare in televisione.
Contro il governo si scaglia da Sinistra Nicola Fratoianni. “Sono allibito. 1.800 lavoratori dell’ex Mercatone Uno apprendono di notte e via Facebook del fallimento della Shernon Holding e della chiusura dei punti vendita in Italia. Dalla sera alla mattina ci si ritrova senza lavoro”, denuncia Fratoianni. “Da mesi c’erano avvisaglie sulla poca serietà della cordata – prosegue l’esponente della Sinistra – che aveva acquisito la catena dei negozi. Tanto che io stesso avevo visitato due punti vendita, uno in Toscana e uno in Abruzzo, con due interrogazioni al ministro Di Maio per avvertire dei rischi che i lavoratori mi avevano illustrato”. “Perchè non è intervenuto a quel tempo il governo? Adesso arrivano in batteria le dichiarazioni di ministri e sottosegretari, ma in questi 8 mesi – conclude Fratoianni – precisamente dov’erano?”.
(da “NextQuotidiano”)
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Maggio 25th, 2019 Riccardo Fucile
ECCO IL QUADRO GIURIDICO LA CUI VIOLAZIONE PORTA DRITTI DAVANTI ALLA CORTE DI GIUSTIZIA INTERNAZIONALE
“La guardia di frontiera e costiera europea garantisce la tutela dei diritti fondamentali nell’esecuzione dei suoi compiti a norma del presente regolamento in conformità del pertinente diritto dell’Unione, in particolare la Carta, il diritto internazionale pertinente, compresi la convenzione del 1951 relativa allo status di rifugiati e il suo protocollo del 1967, così come degli obblighi inerenti all’accesso alla protezione internazionale, in particolare il principio di non respingimento”: così la Gazzetta ufficiale dell’Unione europea, che l’Italia ha sottoscritto, garantisce che, nel portare a termine i suoi compiti di controllo e gestione dei confini dello spazio Schengen, l’agenzia Frontex tuteli i diritti umani come stabilito dal quadro giuridico di riferimento.
È proprio sulla base dei principi definiti anche da questa regolamentazione che le Nazioni Unite hanno chiesto all’Italia di ritirare, prima ancora che venisse approvato, il decreto sicurezza bis, la misura fortemente voluta dal ministero dell’Interno in cui veniva ulteriormente inasprita le normativa in materia di immigrazione.
“Il diritto alla vita e il principio di non respingimento dovrebbero sempre prevalere sulla legislazione nazionale o su altre misure presumibilmente adottate in nome della sicurezza nazionale”, scrive la nota, esortando le autorità italiane a “smettere di mettere in pericolo la vita dei migranti, compresi i richiedenti asilo e le vittime della tratta di persone, invocando la lotta contro i trafficanti. Questo approccio è fuorviante e non è in linea con il diritto internazionale generale e il diritto internazionale dei diritti umani”.
Ma vediamo con ordine la struttura giuridica sovranazionale con la quale si scontra il decreto di Matteo Salvini.
Il primo fra i diritti: il diritto alla vita
La Gazzetta ufficiale dell’Ue rimanda in primo luogo alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, conosciuta anche come Carta di Nizza, un documento pienamente vincolante per le istituzioni europee e gli Stati membri, che si propone di definire i diritti essenziali che devono essere garantiti in modo imprescindibile in qualsiasi contesto.
Fra questi, vengono affermati il diritto alla vita, all’integrità degli individui e alle libertà della persona, la proibizione della tortura così come di trattamenti inumani e degradanti e il rifiuto della schiavitù; vengono poi sancite uguaglianza, solidarietà e il principio di non discriminazione.
La Carta riprende quindi l’orizzonte ideale della Dichiarazione universale dei diritti umani, redatta e approvata dai membri delle Nazioni Unite nel 1948, una linea con cui, secondo gli esperti dell’Onu, il decreto sicurezza cozza, “minacciando i diritti umani dei migranti, fra cui ci sono richiedenti asilo e vittime di tortura, di traffico di umani e di altri gravi abusi”.
Nessuna direttiva nazionale e nessuna azione politica del singolo Stato può in alcun modo negare o venire prima di questi diritti: non si tratta quindi semplicemente di una questione morale, ma di principi affermati dalla giurisdizione sovranazionale a cui l’Italia, come membro dell’Ue e dell’Onu, deve fare riferimento.
Infatti, la Costituzione italiana agli articoli 10, 11 e 117, afferma che le posizioni dell’autorità politica non possono in alcun modo derogare i trattati internazionali sottoscritti.
Ma ci sono anche altre clausole legislative più precise che mettono in discussione la direttiva del Viminale.
Per fare chiarezza, procediamo in ordine cronologico.
Il primo riferimento giuridico alla protezione delle vite in mare risale al 1914, quando l’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO), un istituto delle Nazioni Unite, ha deciso di redigere la Convenzione internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare (Solas) in seguito al naufragio del Titanic.
Nel 1951 viene invece emanata la Convenzione di Ginevra sullo statuto dei rifugiati, un trattato dell’Onu che definisce chi sono i soggetti aventi diritto alla protezione internazionale e quali sono le responsabilità dei Paesi che si adoperano per garantire l’asilo agli stessi.
Anche il contenuto di questo documento fa riferimento alla Dichiarazione universale del 1948, specialmente all’articolo 14, e riconosce il diritto a chiedere asilo presso un Paese se in quello di origine vengono minacciate la vita e l’integrità della persona, ma anche la sua dignità e libertà .
L’articolo 33 della convenzione del 1951, ribadito anche nel Protocollo firmato a New York nel 1967 e in quello addizionale alla convenzione Ue, è particolarmente fondamentale quando si tratta di flussi migratori verso l’Ue: questo stabilisce il principio di non respingimento, per cui ad un rifugiato non può essere impedito l’ingresso sul territorio, nè egli può esso essere deportato, espulso o trasferito verso luoghi in cui rischierebbe la persecuzione.
“Ciò si riferisce principalmente al paese dal quale l’individuo è fuggito, ma comprende anche ogni altro territorio dove l’interessato si trovi di fronte ad una simile minaccia”, ribadisce anche il rapporto redatto dall’IMO e dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) che si occupa di soccorso in mare.
Lo status di rifugiato non viene automaticamente attribuito a tutti i migranti, ma il quadro giuridico della Corte europea lo applica indipendentemente dal riconoscimento ufficiale o dal fatto che la domanda di asilo sia stata formalizzata
Cosa sono le zone Sar e come si determina un porto sicuro
Nel 1979 viene siglata ad Amburgo la Convenzione internazionale sulla ricerca ed il salvataggio marittimo, elaborata dall’IMO. Questo è il documento a cui fanno riferimento i diversi ordini della Guardia costiera nazionali nel coordinare le operazioni di ricerca e soccorso (Sar) in mare.
Il Centro nazionale di coordinamento del soccorso marittimo italiano (Imrcc), in base al trattato, ha il compito di gestire le operazioni di soccorso nell’area di sua competenza, collaborando con gli omologhi internazionali.
La complessità nel definire le varie zone Sar è stata negli ultimi anni un motivo di scontro fra i governi europei, che si sono accusati a vicenda di non adempiere alle proprie responsabilità in materia di soccorso in mare.
Fanpage.it ha contattato l’avvocato Dario Belluccio, socio dell’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione (Asgi), per comprendere meglio cosa siano queste zone e gli obblighi concreti che comporta la loro istituzione per i vari Paesi.
L’avvocato ha sottolineato come in primis sia importante fare una distinzione: “La zona Sar non è una zona in cui lo stato esercita la sovranità , non fa parte dello Stato. Colui che esercita il controllo dovrà coordinare le attività di soccorso, ma ovviamente non si può impedire a terzi di navigare in una zona che non fa parte delle acque territoriali”. Queste zone, ha spiegato Belluccio, vengono dichiarate unilateralmente all’IMO, ma il riconoscimento ufficiale non è sufficiente: “Lo Stato deve anche avere gli strumenti per poter portare effettivamente a termine operazioni Sar e si deve adeguare sia alle convenzioni internazionali che tutelano la vita umana”.
In passato sono nate controversie sull’esistenza effettiva o meno di una zona Sar libica e sulla legittimità dei governi europei di collaborare con le autorità di Tripoli: “Indipendentemente dai dubbi riguardo all’effettiva esistenza dello Stato libico, stiamo parlando di soggetti che non hanno controllo sul proprio territorio nazionale e sicuramente non hanno la capacità di operare in ambito di convenzioni internazionali”, ha chiarito Belluccio.
Tuttavia, ha specificato l’avvocato, “la convenzione Sar è una convenzione che si rivolge innanzitutto ai natanti, prima ancora che agli Stati. Ogni natante è tenuto ad intervenire in caso di emergenza: il comandante di qualsiasi nave ha l’obbligo di effettuare operazioni di salvataggio nel momento in ci sia notizia di una situazione di pericolo in mare. Questi obblighi si concludono nel momento in cui le persone salvate vengono portare in un porto sicuro (place of safety, pos)”.
Anche l’individuazione di un porto sicuro è una questione che ha sollevato numerosi dubbi e controversie in materia di accoglienza di migranti.
Secondo la Convenzione di Dublino, qualsiasi richiedente asilo, entrando nello spazio Schengen, deve presentare la propria domanda nel Paese di primo approdo, indipendentemente da quale sia la sua destinazione finale.
Negli ultimi anni, questo ha costretto Paesi come l’Italia e Malta a farsi carico delle operazioni di prima accoglienza, per cui le autorità hanno iniziato a mostrare una certa riluttanza nell’offrire un proprio porto come luogo sicuro.
La recente retorica del ministero dell’Interno italiano ha spesso puntato il dito verso altri Stati costieri, spingendoli ad indicare un pos lungo le loro coste utilizzando l’argomento della vicinanza, quando si sono verificati episodi di naufragio di migranti nel Mediterraneo. “Il porto sicuro non è il porto più vicino. Su questo la normativa è chiarissima: il porto che viene definito sicuro è il luogo dove possono essere portate a termine le operazioni di salvataggio e le persone possono essere poste in sicurezza; inoltre devono avere la possibilità di esercitare i diritti fondamentali della persona umana”, ha precisato Belluccio.
“Il fatto che uno Stato non voglia o non possa garantire determinati diritti non costituisce in alcun modo una giustificazione per gli altri Stati, ciò è banale”, ha continuato l’avvocato, aggiungendo che nonostante sia “impossibile andare ad incidere su quelle che sono le determinazioni di altri Paesi, ciò non esclude che i Paesi dell’unione europea, l’Italia in primis, siano comunque tenuti e vincolati a rispettare tali obblighi”.
Determinare un porto sicuro è quindi un’azione che varia caso per caso, spesso dipendendo dalle contingenze del momento.
Quando la discrezione politica viola i diritti umani
“Il comandante ha delle prerogative. È l’unico che può dire, rispetto alle condizioni del mare, se sia opportuno o meno andare in una direzione, piuttosto che in un’altra. Inoltre è anche l’unico che conosce la situazione reale che si presenta sulla sua nave, per cui anche la condizione delle persone a bordo in termini di sanità e sicurezza o eventuali vulnerabilità . Sono valutazioni che può fare solo lui”, ha affermato Belluccio. Chiaramente il comandante deve consultarsi anche con le autorità competenti, che dovranno partecipare all’indicazione di un porto sicuro: “Ma se viene chiesto all’Italia di segnalare un porto sicuro, l’Italia non può indirizzare verso la Turchia, verso Malta o verso la Tunisia, perchè evidentemente ciò andrebbe al di là delle proprie competenze. Può indicare un luogo sicuro fra i porti del proprio territorio, ma il Viminale non ha potere di governare e amministrare i porti di altri stati sovrani”. Continuando a fare il punto della situazione su quella che è una tematica attualissima, visti anche i recenti casi che hanno coinvolto le navi Sea Watch e Mare Jonio, l’avvocato ha spiegato che, in caso non venga assegnato un porto sicuro, il comandante non ha il potere di far sbarcare le persone a bordo della sua nave, “ma questo si ricollega ad una responsabilità dello Stato che nega l’indicazione di un luogo sicuro”. Questo fatto, potrebbe rappresentare una seria infrazione dei diritti umani, perchè “se nella nave ci sono delle persone in pericolo di vita o le condizioni a bordo dovessero risultare umanamente degradanti, evidentemente lo Stato che nega l’attracco può essere sanzionato da parte anche della Corte europea dei diritti dell’uomo per violazione degli articoli 1 (diritto alla vita) e 2 (trattamenti umani degradanti) della convenzione Ue”.
Inoltre, ha precisato Belluccio, assumendosi la facoltà di determinare la chiusura di un porto, il ministero dell’Interno assumerebbe una competenza concorrente a quella del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.
Secondo un altro trattato fondamentale che regola la giurisdizione marittima, la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos), firmata a Montego Bay nel 1982, l’attracco ad un nave può essere negato solo in alcuni specifici casi, fra cui lo sbarco illegale di persone su territorio nazionale.
“Ma come fa un’autorità amministrativa, in questo caso appunto il ministero dell’Interno italiano, a sapere se su quella nave ci siano persone che stanno effettivamente compiendo una azione illegale? Se su quella nave ci sono delle persone che hanno intenzione di fare richiesta di asilo, di protezione internazionale, allora l’ingresso di quelle persone in Italia è consentito dalla legge, è consentito dall’articolo 10 comma 3 della Costituzione, ed è consentito dalla convenzione di Ginevra del 1951. Se su quella nave vi sono dei minori non accompagnati, il loro ingresso in Italia non determina alcuna irregolarità perchè per legge sono titolari di un permesso di soggiorno. Ad oggi si vuole forzare su questa indicazione di Montego Bay scollegandola però dalle convenzioni internazionali in materia”.
Una questione di priorità
Secondo Belluccio, è essenzialmente “pericoloso il fatto che, sulla base della normativa relativa al procedimento per l’irrogazione delle sanzioni amministrative, cioè la legge 689 del 1981, si preveda che sia il Prefetto a poter stabilire determinate sanzioni nei confronti della nave che abbia trasgredito all’ordine dell’autorità amministrativa, e contestualmente sia lo stesso Prefetto, cioè un organo del ministero dell’Interno, a poter operare il sequestro cautelare della nave”.
In sostanza, questo significa che il governo ha la facoltà di ostacolare le operazioni Sar, un’attività stabilita da trattati che portano anche la firma italiana, come si è visto. “Si è arrivati ad una forma di criminalizzazione diretta e stabilita per legge delle navi che operano in attività Sar. Attraverso un apparato di sanzioni si ostacola ad operare. Ma non ci sono mai stati episodi di violazioni delle convenzioni internazionali e nemmeno della normativa nazionale in materia di salvataggio e soccorso dei naufraghi da parte della Marina militare italiana o di navi private italiane o straniere. Inoltre dobbiamo considerare che queste navi non si dirigono verso Paesi terzi per portare vie le persone e traendone una qualche forma di profitto. Queste sono imbarcazioni che salvano dei naufraghi in mezzo al mare”.
“Il punto fondamentale è che nell’ambito dei valori che vengono stabiliti dalle costituzioni e che vengono riconosciuti a livello internazionale, evidentemente il più alto e il più importante è il diritto alla vita. Chi opera per salvaguardare questo valore, che è il più grande di tutti quanti, non può essere sanzionato, non può avere ostacoli. Questo per un giurista è un fatto banale, ma dovrebbe esserlo per qualsiasi persona. Purtroppo oggi si sta verificando una progressiva inversione del paradigma analitico con cui siamo abituati a attribuire maggiore o minor valore a determinati diritti, e quello alla vita per le persone povere e straniere sembra ora soccombere rispetto ad altre questioni”, ha concluso l’avvocato.
(da “Fanpage“)
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Maggio 25th, 2019 Riccardo Fucile
SCARICABILI ANCHE DOCUMENTI D’IDENTITA’, COMUNICAZIONI E ACCREDITI
Più di 70mila email degli iscritti ai siti della Lega e del blog di Matteo Salvini sono stati
hackerati da una divisione di Anonymous chiamata “CyberGuerrilla”.
Le mail — più di 23 gigabyte di dati — erano state sottratte nel febbraio del 2018, quando gli hacker di AnonPlus avevano preso il controllo del blog del vicepremier. All’interno, scrive l’Agi, c’è qualsiasi cosa: comunicazioni inviate dai sostenitori della Lega, richieste di accrediti stampa, documenti di identità .
Tutto scaricabile attraverso poche parole chiave, come su Google. Il sito dove trovare le mail è accessibile solo attraverso il dark web, ovvero la rete internet “sotterranea” e non direttamente accessibile usando i normali browser.
Nella pagina creata da CyberGuerrilla si vede un collage di foto del ministro dell’Interno sotto lo sguardo del presidente russo Vladimir Putin. E poi la scritta: “Leak Lega Nord and Minister of the Interior Matteo Salvini”, sia in inglese sia in russo.
Appena più in basso, c’è un vero e proprio motore di ricerca nel quale è possibile cercare tra i documenti allegati.
Tra gli allegati, segnala Agi, c’è anche il file utilizzato dal partito per gestire l’agenda di impegni del vicepremier, all’epoca impegnato nella campagna elettorale in vista delle elezioni politiche del 4 marzo 2018.
Nel febbraio 2018, il gruppo di pirati informatici AnonPlus pubblicò un comunicato contro il ministro dell’Interno, in cui lo accusavano di una serie di demeriti e avvertivano: “Salvini, vuoi diventare il premier della Nazione, ma a causa della tua incompetenza, nemmeno gli iscritti al tuo blog possono stare tranquilli”.
(da agenzie)
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Maggio 25th, 2019 Riccardo Fucile
GIORGETTI: “BILANCI CERTIFICATI DA MARONI”… LA REPLICA: “COLPA DI SALVINI CHE HA RITIRATO LA COSTITUZIONE DI PARTE CIVILE NEI PROCESSI A BOSSI”
Chi comanda adesso fa il nome di chi comandava prima. Chi comandava prima non ci sta: e invita a rivolgersi a chi il potere lo tiene in mano adesso.
Che quella della Lega fosse la storia di un partito animato da feroci lotte intestine era noto.
Ed è anche comprensibile che gli scontri sotterranei diventino più violenti ed evidenti quando l’argomento è legato ai 49 milioni di fondi pubblici ottenuti con una truffa ai danni dello Stato.
Mai però il conflitto era arrivato a essere esplicitato sui giornali. E con la faccia di due pesi massimi del Carroccio di oggi e di ieri: Giancarlo Giorgetti e Roberto Maroni.
Che non corresse buon sangue tra l’ex governatore della Lombardia e il potente sottosegretario era cosa nota.
Basta andarsi a rileggere l’intervista rilasciata da Maroni a La Stampa nei giorni successivi all’indagine per corruzione sul sottosegretario Armando Siri.
“Il vero problema non è Siri, ma Giorgetti“, aveva detto a sorpresa l’ex ministro dell’Interno, focalizzando l’attenzione mediatica sul Richelieu di Matteo Salvini.
Che aveva replicato lapidario: “Maroni gufa un po’, sta cercando di rientrare in gioco“. “La verità è che più di Richelieu, Giorgetti somiglia a Mazzarino. È l’unico vero politico di tutta la storia della Lega, dopo Bossi”, dice un vecchio e importante esponente del Carroccio al fattoquotidiano.it.
Cresciuto all’ombra del senatùr, arrivato al vertice del partito già ai tempi della secessione della Padania, Giorgetti è rimasto in sella anche durante l’interregno di Maroni, quando riuscì a farsi nominare tra i saggi di Giorgio Napolitano.
“Poi ha capito che il leader del futuro era Salvini, che a tirare sarebbe stato il nazionalismo non la Padania. E si è riposizionato per tempo, eliminando uno a uno i nemici interni. Maroni lo odia per questo. Perchè ha fatto a lui quello che lui aveva fatto a Bossi”, continua la stessa fonte.
In questo senso è facile intravedere una serie di messaggi trasversali anche dall’ultimo botta e risposta a distanza tra i due.
Il solitamente riservato Giorgetti ha convocato una conferenza alla sala Stampa estera per rispondere — tra le altre cose — anche una domanda sugli ormai stranoti 49 milioni di euro. “Che fine hanno fatto quei soldi? Tutti i bilanci sono certificati e pubblici da quando divenne segretario Roberto Maroni, poi le inchieste possono andare avanti anche per decenni… finirà anche questa”, ha detto l’highlander del Caroccio.
Una dichiarazione che può suonare pacifica e minimalista a tutti, tranne che al diretto interessato.
Maroni, infatti, sa bene che il tesoretto lasciato nelle casse della Lega da Bossi è Francesco Belsito comincia a evaporare durante i suoi quindici mesi al vertice del partito di Alberto da Giussano: nel 2011 a bilancio era iscritto un patrimonio da 46 milioni, nel 2017 è sceso a 4,5 milioni.
Che fine hanno fatto quei soldi? Sono semplicemente stati spesi. E i bilanci — come dice Giorgetti — sono stati certificati dalla Pwc, società di revisione ingaggiata proprio da Maroni per diradare ogni ombra su via Bellerio.
Il problema, semmai — come segnalava l’ex revisore Stefano Aldovisi in un esposto alla procura depositato alla fine del 2017 — è capire come siano stati spesi. Come ha raccontato ilfattoquotidiano.it, proprio durante la gestione Maroni alcune voti nei bilanci — pubblici e certificati — esplodono: dai contributi alle associazioni, ai mai chiariti “oneri diversi di gestione“, fino alle spese legali.
Sarà anche per questo che a poche ore dalle dichiarazioni di Giorgetti, il settimanale l’Espresso anticipa i contenuti di un’intervista a Maroni.
Oggetto del colloquio? Ma ovviamente gli ormai notissimi 49 milioni di euro.
L’ex governatore, ovviamente, non fa cenno alle parole del sottosegretario ma si focalizza su un passaggio molto più tecnico: la mancata costituzione di parte civile del Carroccio nei processi a Bossi.
“Sulla storia della truffa da 49 milioni la Lega era parte lesa, perciò i giudici avevano accolto la costituzione di parte civile che avevo fatto io. Così facendo saremmo stati considerati parte offesa e avremmo tutelato la Lega da azioni risarcitorie. Poi avremmo dovuto chiedere noi i soldi ai condannati. Ovviamente non avrei mai obbligato Bossi a ridarci alcunchè, ma in questo modo avrei salvaguardato il partito”.
Maroni, che è tornato a fare l’avvocato nello studio del fidato Domenico Aiello, in pratica ricorda che di quella truffa ai danni dello Stato erano accusati Bossi e Belsito. Se la Lega fosse rimasta parte civile, nessuno oggi avrebbe chiesto al Carroccio quei 49 milioni, oggetto delle ricerche delle procure Genova, Milano e Bergamo. Solo che quella costituzione di parte civile “poi Salvini l’ha ritirata, e il partito oggi paga le conseguenze di questa scelta”, ricostruisce sempre l’ex governatore.
Tradotto: per colpa di Salvini ora il partito deve restituire quei soldi. Dunque chi chiede notizie dei 49 milioni è con l’attuale segretario che deve parlare, non con con quello passato.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 25th, 2019 Riccardo Fucile
LA FUGA DI ARTISTI E INTELLETTUALI
Attori, intellettuali, cantanti. Erano in tanti ad aver fatto il proprio endorsement per il
Moviemento 5 Stelle. Ma oggi in molti hanno iniziato a manifestare il proprio pentimento.
Si legge sulla Stampa:
In questi giorni se n’è accorta bene Fiorella Mannoia, cantautrice, di sinistra, che nel 2013 spiegava: «I 5 stelle sono davvero in gamba, hanno tutti contro. Io sono di sinistra, per questo non voto Pd». (…)
Acqua passata, adesso la Mannoia ha concesso l’uso di una sua canzone al leader democratico Nicola Zingaretti ed è una dei tanti intellettuali – tra i quali appunti diversi altri «pentiti» – che hanno firmato un appello di voto in favore della Sinistra, il partito di Nicola Fratoianni”
Ma non è la sola, si legge ancora sulla Stampa:
Nello stesso appello firmato da lei compaiono anche lo storico Aldo Giannuli, Franco «Bifo» Berardi, uno dei protagonisti della sinistra extraparlamentare degli anni ’70, l’urbanista comunista Paolo Berdini che per qualche mese è stato assessore della giunta Raggi, il vignettista Vauro. T
utti con una storia di sinistra e tutti recentemente «pentiti». (…)
Ma l’elenco è ancora lungo. Anche se non hanno sottoscritto l’appello in favore della Sinistra, negli ultimi mesi hanno mollato i 5 stelle anche gli attori Claudio Santamaria e Michele Riondino, Sabrina Ferilli e Sabina Guzzanti.
E i pentimenti non sono arrivati solo da sinistra, anche lo storico Ernesto Galli Della Loggia ha ammesso di avere «sbagliato», sia pure in buona fede per «provare a cambiare».
(da “NextQuoidiano”)
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Maggio 25th, 2019 Riccardo Fucile
L’ANALISI DEL “SECOLO XIX”: SCELTE LOGISTICHE SBAGLIATE, AGENTI DI FUORI CITTA’, SCONTRI CHE POTEVANO ESSERE EVITATI, QUALCUNO HA VOLUTO IL CONTATTO
Piazza Corvetto, se la si osserva al riparo della speculazione politica, è soprattutto la storia di un fallimento tattico e strategico da parte della forza pubblica.
Gli scontri tra la polizia e le frange violente, che si erano messe in testa alle centinaia di manifestanti pacifici contro il comizio di CasaPound in piazza Marsala, potevano essere evitati.
Se invece sono divampati e hanno coinvolto persone non violente è a causa di una lunga serie di errori. Visibili dal vivo a occhio nudo.
Il primo errore è stato quello di non capire che autorizzare quel comizio era una bomba a orologeria. Chi non ha posto il veto ha dimostrato di non conoscere la piazza genovese: era scontato che la presenza così ostentata di una formazione neofascista avrebbe calamitato quel tipo di contromanifestazione.
A questo si è aggiunto l’abbaglio di schierare contingenti di polizia in arrivo da fuori: la presenza di quei reparti ha portato in prima linea agenti che ignoravano la Piazza e le piazze.
Non avevano il polso della situazione su chi fosse a Corvetto (gente di mezza età , reduci dal G8, pacifisti, portuali, giovani, esponenti della sinistra e — certo — un gruppo di esagitati), nè avevano contezza di eventuali loro spostamenti sbagliati.
Così, quando il dirigente ha schierato un plotone tra le grate e la massa che pressava, lo scontro è diventato inevitabile. Il gioco poteva essere condotto ancora per un’ora come si era snodato fino a quel punto: la massa saliva verso le grate, si scontrava senza effetti sullo schieramento immobile di polizia, veniva allontanata con il lacrimogeno, si rialzava e rimetteva in moto il pendolo.
Dopo cinque o sei movimenti del genere, la piazza poteva essere sciolta dichiarando concluso il comizio neofascista e lasciando ai manifestanti l’impressione di aver vinto la contesa.
Invece, messa sul tavolo l’opzione del contatto, il contatto c’è stato.
Consentendo di speculare sull’intenzionalità di crearne le condizioni. Tanto più che le vie di fuga erano state tutte chiuse, tranne via Santi Giacomo e Filippo: quando la polizia ha dovuto scaricare proprio su quella strada, allontanando gli autonomi, ecco che l’equilibrio si è rotto.
Da un lato la manovra ha esposto al rischio di scontri tutti i manifestanti pacifici, che già erano stati travolti da un centinaio di lacrimogeni inspiegabilmente sparati a campanile (arrivati così fin sotto la Prefettura); dall’altro ha fatto correre a un contingente di carabinieri il rischio di essere colto alle spalle da gruppi fuggiti da via Serra e riparati su via XII Ottobre. La cosa avrebbe avuto conseguenze. Alcuni lacrimogeni che erano finiti oltre le camionette, infatti, sono stati rispediti da una manciata di ragazzi proprio in mezzo ai militari schierari e fermi.
In mezzo, alcuni errori spiccioli: la polizia non deve rispondere alle provocazioni, invece, provocata, l’ha fatto. Con contro-lanci di bottiglie e altri oggetti da parte degli agenti e con altri atteggiamenti di sfida in risposta ad atteggiamenti di sfida.
Anche in questo caso, a rischio sono finiti i manifestanti pacifici, a vantaggio dei pochi facinorosi incappucciati che potevano essere tranquillamente isolati (il servizio d’ordine dei portuali aveva già provveduto a contenere un paio di suoi ragazzi).
Arrivati allo scontro, per la resistenza al ripiegamento di una decina di uomini con il casco in testa e armati di bastoni, ecco la reazione più scomposta.
La carica è stata disorganica, generalizzata e brutale: prova ne è il fatto che a subirne le conseguenze tra la gente in fuga sulla collina dell’Acquasola, sia stato il giornalista Stefano Origone di Repubblica, colpevole solo di essere sul posto di lavoro. La veemenza con cui è stato picchiato svela la pressione cui sono stati sottoposti i poliziotti.
(da “il Secolo XIX“)
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Maggio 25th, 2019 Riccardo Fucile
“LA SITUAZIONE STA DEGENERANDO E POTREBBE ANCORA DEGENERARE”
Marco Doria, Genova blindata per il comizio di Casapound, gli scontri e i lacrimogeni e un
giornalista di Repubblica manganellato dalla polizia. Cosa ne pensa?
«Mi sembra che la situazione sia grave, ci sono una molteplicità di segnali che dimostrano come al di là della felpa ci siano collegamenti di tipo politico tra la Lega di Salvini e le formazioni neofasciste».
La risposta della polizia è stata molto violenta. Una scelta voluta, secondo lei?
«È molto grave un uso della forza che diventa violenza da parte della polizia che si scatena in maniera assolutamente spropositata colpendo delle persone inermi che non possono in alcun modo essere considerate pericolose. È il caso del giornalista steso a terra e preso a bastonate, a cui va tutta la mia solidarietà , che mi ricorda l’immagine del ragazzo assolutamente disarmato preso a calci in faccia da un dirigente della polizia durante il G8. Devo registrare che sono arrivate subito le scuse sincere del Questore; però sono convinto che un comportamento non controllato e violento non sia solo il frutto della tensione che in certo momenti i poliziotti comprensibilmente sentono, ma ci sia una oggettiva legittimazione politica a quel tipo di comportamento. E, su un altro piano, fa il paio con i pompieri che muovono i loro mezzi per rimuovere uno striscione dal balcone o il provveditore che sospende la docente per un video degli studenti»
Pensa sia un’esasperazione legata al clima elettorale?
«No, non credo: è una deriva che non è iniziata con questo governo, ma sicuramente il ministro dell’Interno, con i messaggi che lancia, ha responsabilità pesantissime».
Ma aveva senso blindare così il centro di Genova per uno sparuto drappello di neofascisti
«Andiamo oltre, io voglio portare il mio impegno su come si contrastano questi fenomeni. L’obiettivo non è impedire un comizio con 20 persone, ma fare un’azione pacifica, valoriale, politica”
Ritiene che la giunta di Marco Bucci sia troppo disponibile verso queste formazioni?
«Gli spazi a questi neofascisti non li dà una giunta, ma una deriva incoraggiata dalla Lega di Salvini e dalle paure di una società invecchiata e in crisi. Se si afferma una posizione di neutralità , allora non accetto che si minacci un presidente di municipio che nella sua autonomia politica decide di dare un patrocinio, che è un atto politico, al Liguria Pride. Questa neutralità non è in tutte le direzioni, i moderati devono capire come la situazione stia degenerando e potrebbe ancora degenerare».
(da “La Repubblica”)
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Maggio 25th, 2019 Riccardo Fucile
PER SINCERARSI DELLE SUE CONDIZIONI HANNO CHIAMATO IN TANTI, TRA CUI MATTARELLA, FICO, PREFETTO, QUESTORE E TANTI AGENTI E CITTADINI…. IL VICEQUESTORE BOVE CHE LO HA SALVATO MERITEREBBE UN ENCOMIO, GLI AGENTI RESPONSABILI DELL’AGGRESSIONE SONO CINQUE
Stefano Origone, il giornalista di Repubblica colpito a manganellate giovedì da un gruppo di poliziotti durante i tafferugli di Genova, è stato operato alla mano ieri pomeriggio all’ospedale Galliera: il chirurgo ha ridotto le fratture, le ossa erano «sbriciolate». Respira a fatica per via della costola a pezzi.
E al suo giornale racconta che ha ricevuto tante chiamate di solidarietà , tranne quella del responsabile dell’ordine pubblico in Italia: Matteo Salvini.
Racconta delle forze dell’ordine, che in piazza Marsala dovevano proteggere tutti i genovesi e garantirne la sicurezza durante le proteste per il comizio di CasaPound. Parla degli agenti del reparto mobile, che abbandonata all’improvviso la “gabbia” sono partiti con una furibonda carica per motivi che devono ancora essere chiariti. Hanno cominciato a picchiare chiunque gli capitasse davanti.
Il cronista di Repubblica terrorizzato gridava: «Sono un giornalista». Ma quelli, niente. Gli ha salvato la vita un funzionario di polizia, che dopo averlo riconosciuto gli ha fatto scudo col proprio corpo. Però intanto, quante botte.
Ieri lo ha contattato il Quirinale: Mattarella ha chiesto notizie del suo stato di salute.
Anche Fico, presidente della Camera, lo ha cercato telefonicamente per sincerarsi delle sue condizioni. Il ministro dell’Interno Salvini, no.
Origone ha ricevuto in ospedale la visita e le scuse ufficiali del questore di Genova, Vincenzo Ciarambino, e del capo della squadra mobile Marco Calì. Una telefonata del prefetto del capoluogo ligure, Fiamma Spena: «Mi dispiace tanto».
Sul cellulare continuano ad arrivargli messaggi di solidarietà e richieste di perdono da parte di agenti e ufficiali. «Volevo rinnovarti le mie scuse ed auguranti una pronta guarigione», scrive via WhattsApp Giampiero Bove, il vicequestore che con ogni probabilità l’altro giorno gli ha salvato la vita. Invece
Salvini, da cui dipende la polizia, non si è proprio fatto sentire. Neppure il premier Conte, nemmeno Di Maio.
(da “NextQuotidiano”)
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