Destra di Popolo.net

LA STORIA DI MERCATONE UNO SPIEGA IL FALLIMENTO DELLA POLITICA ITALIANA

Maggio 26th, 2019 Riccardo Fucile

PAZIENZA ASSEGNARE L’AZIENDA ALL’UNICO CHE PRESENTA UN’OFFERTA, MA POI OCCORRE VIGILARE SUL RISPETTO DEGLI IMPEGNI, NON CHIUDERE GLI OCCHI

Siccome in ogni tragedia si nasconde una commedia, ieri il dramma dei lavoratori di Mercatone Uno è stato sfruttato dalla politica per fare campagna elettorale. E allora proviamo a raccontare la storia del fallimento di Mercatone Uno, per delineare i contorni di una brutta storia in cui, come dicevano i Sex Pistols, nessuno è innocente.
Mercatone Uno è passata nel maggio 2018 alla Shernon Holding per volere dei tre commissari (Stefano Coen, Ermanno Sgaravato e Vincenzo Tassinari) nominati dal ministero dello Sviluppo nel 2015 (all’epoca era guidato da Federica Guidi, la decisione venne presa da Carlo Calenda), dopo tre bandi di vendita andati deserti e la cassa integrazione per 3mila dipendenti, eredità  della gestione dei precedenti proprietari, Cenni e Valentini, sotto processo a Bologna per aver distratto, secondo l’accusa, fondi della società  per dirottarli in due veicoli sociali in Lussemburgo.
La società  attualmente perde 5-6 milioni di euro al mese e, ricorda il Corriere, ha “omesso il pagamento degli oneri previdenziali per oltre 8,7 milioni, non ha rimborsato i creditori per 60 milioni e non ha onorato neanche le pendenze con l’amministrazione straordinaria dopo aver corrisposto solo 10 dei 25 milioni pattuiti, frutto della vendita del magazzino. Si fa strada l’ipotesi di bancarotta fraudolenta per gli amministratori”.
Carlo Festa sul Sole 24 Ore spiega oggi che la dichiarazione di fallimento è stata presa dal Tribunale di Milano per venire incontro alle richieste dei fornitori e per preservare l’azienda da un dissesto maggiore: in meno di otto mesi sotto la nuova gestione l’azienda ha infatti accumulato 90 milioni di buco e il rischio era che l’emorragia finanziaria continuasse senza poter essere più controllabile.
Il 23 maggio i fornitori hanno chiesto il fallimento e suggerito una strada per il salvataggio simile a quella di Parmacotto, mentre la procura della Repubblica ha evidenziato che Shernon Holding (inizialmente controllata da una holding maltese) fin dall’inizio era sembrato soggetto con scarse risorse finanziarie:
Ma c’è un filone, uscito nell’udienza, che necessiterà  di un approfondimento nelle opportune sedi: l’amministrazione straordinaria ha infatti ceduto l’azienda alla Shernon Holding, società  controllata a quel tempo da una finanziaria maltese al 100 per cento. L’amministratore delegato della Shernon, Valdero Rigoni, — è stato ricordato in udienza — era tuttavia già  stato amministratore di una società  dichiarata fallita da parte del Tribunale di Vicenza nel 2014.
Inoltre secondo la ricostruzione della Procura della Repubblica, l’amministrazione straordinaria avrebbe ricevuto 10 milioni dalla Shernon: ma questi 10 milioni sarebbero arrivati dalla cessione da parte della Shernon del magazzino di Mercatone Uno a una società  americana (con un guadagno di 8 milioni da parte di quest’ultima) e non da fondi nella disponibilità  della stessa Shernon. Inoltre nei mesi di gestione la Shernon avrebbe accumulato 10 milioni di debiti verso l’erario, con 60 milioni di debiti verso fornitori. Non sarebbe stata versata l’Iva, come le ritenute d’acconto sui lavoratori.
Ecco quindi che si capisce il primo problema: i commissari, e quindi il ministero e quindi il ministro (Carlo Calenda), hanno scelto un imprenditore che non forniva garanzie e non aveva liquidità  per affrontare una sfida del genere.
Ma da dire c’è anche altro. La crisi di Mercatone Uno è stata seguita con grande attenzione dal MoVimento 5 Stelle, che fin dall’inizio ha impegnato parlamentari e attivisti nella vigilanza. Purtroppo poi Luigi Di Maio è diventato ministro. E mentre la situazione si andava facendo via via più difficile, i parlamentari del MoVimento 5 Stelle hanno curiosamente perso la voce sulla questione.
Eppure le cose succedevano lo stesso: «Questo imprenditore è stato scelto dal ministero: il suo piano industriale, le garanzie, e i partner sono stati vagliati e autorizzati dal ministero. Ci sta che il Governo, in quel dato momento, abbia valutato la proposta di Rigoni come la migliore, ma da quando abbiamo fatto l’accordo a giugno per la cessione del plesso aziendale sono passati nove mesi e in questi nove mesi un comitato di sorveglianza del ministero doveva vigilare, però non lo ha fatto» ha dichiarato il mese scorso all’agenzia DIRE Stefano Biosa, della Filcams-Cgil di Bologna.
E di avvisaglie ce n’erano state diverse. A febbraio c’era stato un incontro con Shernon in cui era stata prospettata una ricapitalizzazione; se ne sarebbe dovuto capire di più in un altro summit il 5 aprile. Un altro tavolo era fissato per il 2 aprile a Roma ma è slittato.
Al MISE a quanto pare la cosa non ha destato sospetti. Anche perchè — ricorda Biosa — «su questa azienda sono stati spesi milioni di euro di soldi pubblici in ammortizzatori sociali».
Mentre i suoi ascari ieri cercavano di addossare tutta la colpa a Calenda (il quale ha invece la colpa di aver assegnato all’unico che si è presentato l’azienda anche se era evidente che non aveva i mezzi economici per sostenerla), il ministro Di Maio dimostrava tutta la sua inadeguatezza al ruolo che ricopre .
Di Maio infatti si comporta come una segretaria che anticipa o posticipa gli impegni in base alla necessità  di dire qualcosa alla pubblica opinione per buttarle fumo negli occhi mentre si va a votare.
Il punto, come capirebbe anche un deficiente dotato di tessera elettorale (ma su questo non bisogna mettere la mano sul fuoco…), è che lui doveva vigilare prima, non anticipare dopo.
Mercatone Uno rappresenta un fallimento bipartizan della politica italiana. Ma per fortuna adesso ha detto Salvini che ci metterà  le mani lui. Così dalla tragedia al disastro sarà  un attimo.

(da “NextQuotidiano”)

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EXIT POLL SLOVACCHIA: VINCE IL PARTITO EUROPEISTA LIBERALE DI ZUZANA CAPUTOVA, SECONDI I SOCIALISTI, SOVRANISTI SOLO TERZI CON IL 12%

Maggio 26th, 2019 Riccardo Fucile

ANCHE LA SLOVACCHIA ISOLA GLI ESTREMISTI RAZZISTI

I liberali di centrosinistra di Progressive Slovakia (Ps) della neo-presidente Zuzana Caputova hanno vinto le europee in Slovacchia, secondo i dati diffusi dal quotidiano ‘Dennik’.
Sconfitta per i socialdemocratici dell’ex premier Robert Fico, al 15% contro il 24% di cinque anni fa. L’estrema destra si afferma come terza forza politica.
Secondo i dati non ufficiali diffusi dal quotidiano Dennik, la Coalizione della Slovacchia progressista sarebbe al primo posto con il 20 per cento delle preferenze, mentre al secondo posto è dato Smer con il 15,7 per cento dei voti.
Conquista il terzo post il Partito popolare di Slovacchia nostra con il 12,1 per cento. Al 9 per cento il Movimento dei cristiani democratici, seguiti da Libertà  e Solidarietà  al 9,6.

(da agenzie)

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IL CARDINALE DI COLONIA CONTRO AFD: “CIARLATANI NAZIONALISTI, PARLANO DI POPOLO MA PENSANO SOLO AI LORO INTERESSI”

Maggio 26th, 2019 Riccardo Fucile

RAINER MARIA WOELKI SI SCAGLIA CONTRO I SOVRANISTI RAZZISTI

In Italia la chiesa si è ribellata contro l’ostentazione abusiva di rosari e vangeli fatta dagli spacciatori di odio che calpestano i valori cristiani.
Anche in Germania le gerarchie cattoliche non sopportano l’estrema destra razzista e xenofoba: “I ciarlatani narcisisti e ultranazionalisti che agiscono per il proprio tornaconto e parlano molto del popolo, ma non vogliono servirlo, non sono nessuna alternativa per me, nè per la Germania nè per l’Europa”.
Rainer Maria Woelki, cardinale di Colonia, attacca senza mezzi termini il partito di estrema destra AfD in un’intervista all’emittente Domradio.
Il cardinale, che guida la più grande diocesi tedesca, nel giorno delle elezioni europee si è rivolto in maniera esplicita ai fedeli con un appello: “Rafforzate le basi di questa casa con il vostro voto in modo da poter continuare a vivere in un’Europa libera e democratica in futuro”.

(da Globalist)

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IL VICEQUESTORE BOVE AL PM: “LO HANNO COLPITO ANCHE A TERRA, QUANDO ERA INERTE”, PARLA IL FUNZIONARIO CHE HA PROTETTO IL GIORNALISTA

Maggio 26th, 2019 Riccardo Fucile

SONO OTTO GLI AGENTI IDENTIFICATI PER IL PESTAGGIO DEL GIORNALISTA: SONO DEL REPARTO MOBILE DI BOLZANETO, NON ERANO DI FUORI GENOVA

“I poliziotti del reparto mobile che hanno ferito il giornalista Stefano Origone indossavano delle maschere anti gas ma ho visto E lo hanno colpito con i manganelli anche dopo averlo fermato, quando ormai era inerme”.
Sono le prime indiscrezioni sulla relazione di servizio del vice questore Giampiero Bove che ha soccorso e protetto il giornalista Stefano Origone ferito in più parti del corpo durante gli scontri divampati giovedì scorso in piazza Corvetto in occasione della manifestazione di CasaPound.
Bove non è stato tenero con i colleghi affermando che quando ha riconosciuto Origone si è gettato sopra di lui per ripararlo da altri colpi gridando a tutti di fermarsi perchè era un giornalista.
Poi siccome il cronista era molto scosso, quasi terrorizzato, l’abbracciato e l’ha rassicurato gridandogli ‘sono Giampiero, stai tranquillo, stai tranquillo’. Solo allora si è calmato”.
Cinquantuno anni, una lunga esperienza come dirigente o funzionario fra i commissariati, da Chiavari, Rapallo e San Fruttuoso, Bove era in servizio anche al G8 del 2001, ma non è stato sfiorato dalle inchieste sulle violenze: «Io non sono un eroe, credo che siamo addestrati per atterrare e immobilizzare una persona quando serve. A quel punto, se chi hai di fronte non resiste, non c’è bisogno di dare una seconda manganellata. Io sono di questa opinione, sono fatto così, ma non siamo tutti uguali.”
Fanno tutti parte del VI Reparto Mobile di Genova- Bolzaneto.
Otto nomi sono già  sotto l’attenzione del pm Gabriella Dotto a cui è stata assegnata l’inchiesta per lesioni personali. La lista degli otto agenti è stata fornita dallo stesso Bove, che ieri pomeriggio è salito a Palazzo di Giustizia ed è stato interrogato come testimone.
Nei video acquisiti dalla polizia e dalla magistratura si vedono gli otto uomini accanirsi su Stefano già  a terra. Uno degli agenti è inquadrato in viso; un altro non ha in mano un manganello, ma imbraccia un fucile di quelli che sparano lacrimogeni. Un altro ancora non è in tenuta antisommossa, ma in abiti borghesi con una felpa grigia. Non fa parte della squadra, ma del ” dispositivo di difesa”.

(da agenzie)

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AVEVANO RAGIONE LE ONG, SALVINI ORA AMMETTE: “LA LIBIA NON E’ UN PORTO SICURO”, DE FALCO LO SFOTTE: “BENVENUTO NEL MONDO DELLA REALTA'”

Maggio 25th, 2019 Riccardo Fucile

DE FALCO RINCARA: “ORA BISOGNA   AVVERTIRE I VARI LACCHE’ DI TERRA, DI MARE E DELL’ARIA CHE POSSONO TORNARE A USARE LA PROPRIA COSCIENZA” …OGGI ALTRO SBARCO DI 54 MIGRANTI A CROTONE

Ancora uno sbarco sulle coste italiane, il decimo in 48 ore.
Cinquantaquattro migranti, tutti uomini, e tutti di nazionalità  pachistana, sono sbarcati nel porto di Crotone dopo essere stati soccorsi, la notte scorsa, da un pattugliatore della Guardia di Finanza al largo delle coste di Isola Capo Rizzuto, nel Crotonese. Due cittadini russi, ritenuti gli scafisti dell’imbarcazione, sono stati arrestati.
I migranti, che erano a bordo di un veliero battente bandiera statunitense alla deriva, sono stati raggiunti da due unità  navali dei Roan di Vibo Valentia e una del Roan di Taranto. L’equipaggio di uno dei pattugliatori ha prima avvicinato e poi trainato il veliero fino a portarlo nel porto della città  calabrese.
Le 54 persone sono state condotte nel centro di accoglienza di Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto. Dalle prime informazioni raccolte i migranti sarebbero salpati da Bodrum, in Turchia.
Gli arrivati in Italia nel 2019 salgono a 1482, la metà  dei quali solo nel mese di maggio. Nella totale assenza di navi umanitarie nel Mediterraneo, gli scafisti hanno ripreso a far partire centinaia di migranti ogni giorno.
La notte scorsa due gommoni con circa 200 persone a bordo sono state soccorse dalla Guardia costiera maltese che le ha portate nel porto de La Valletta.
E il ministro Salvini, ieri ai microfoni di Sky, ha per la prima volta ammesso: ” La Libia è un porto insicuro e instabile”.
Esattamente quello che da mesi ripetono le agenzie dell’Onu, Unhcr e Oim, che sottolineano l’illegittimità  dei respingimenti dei migranti in Libia.
E il senatore Gregorio De Falco commenta: “Persino Salvini ammette che la Libia non è un posto sicuro: bisogna avvertire i vari lacchè di terra, di mare e dell’aria che possono tornare ad usare la propria coscienza. Non si può consentire che i naufraghi siano riportati in Libia. Benvenuto nella realtà , ministro!”.

(da agenzie)

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QUALCUNO CREDE DAVVERO CHE FIORE SIA STATO FERMATO “CASUALMENTE” DALLA DIGOS GIUSTO IN TEMPO ?

Maggio 25th, 2019 Riccardo Fucile

IL GIOCO DELLE PARTI: FIORE RIESCE A FAR PARLARE DI SE’ E LA DIGOS FA BELLA FIGURA, REGIA PERFETTA, MISSIONE COMPIUTA

Roberto Fiore è candidato alle elezioni con Forza Nuova, che regolarmente si candida alle elezioni per prendere lo zero virgola niente. Alle ultime elezioni ha preso lo 0,38% dei voti alla Camera e lo 0,49% al Senato.
Fiore ama dedicarsi a iniziative che nelle sue intenzioni dovrebbero far parlare di sè, ma che spesso finiscono per essere dei clamorosi autogoal.
Come quando di recente ha annunciato un sit in a piazzale Aldo Moro per fermare Mimmo Lucano che doveva parlare in un convegno a La Sapienza e la storia è finita con un migliaio di antifascisti a piazzale Aldo Moro mentre lui e i suoi hanno girato, scortati dalla polizia, nei dintorni dell’università .
La notizia di oggi e che il leader di Forza Nuova è stato portato in Questura “per controlli” mentre con alcuni militanti del partito di estrema destra si muoveva verso l’ex palazzo del crac in via dei Lucani, a San Lorenzo, dove era prevista una manifestazione non autorizzata in ricordo di Desirèe Mariottini.
Alle 10 del mattino si era riunito a San Lorenzo un presidio antifascista, all’incrocio con via dei Lucani, dove doveva iniziare la manifestazione annunciata nei giorni scorsi dai militanti di Forza Nuova.
Come scrive l’AGI sul posto, controllato dalle forze dell’ordine in tenuta antisommossa, erano presenti al momento alcune centinaia di persone appartenenti a “Libera Repubblica di San Lorenzo”, “Non una di meno” e “Communia”.
Verso le 11, come ha scritto l’ANSA, Fiore è stato fermato dalla Digos e portato in Questura per controlli quando era a un paio di minuti a piedi da Largo Talamo, visto che si trovava in via dei Lucani.
Poi è cominciata la sceneggiata.
Nessuna denuncia per Fiore per la manifestazione non autorizzata, Digos incensata per “aver disinnescato” timore di scontri, antifascisti soddisfatti.
Spot assicurato con le regia del Viminale.

(da agenzie)

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LA SENTENZA DI TRAPANI POTREBBE FAR SALTARE LE MULTE DEL DECRETO SICUREZZA BIS

Maggio 25th, 2019 Riccardo Fucile

“NON SI PUO’ FAR TORNARE IN LIBIA I MIGRANTI”… CROLLA QUALSIASI VELLEITA’ DI MULTARE LE ONG

Antonio Massari sul Fatto Quotidiano oggi racconta una sentenza del tribunale di Trapani che potrebbe rovinare la festa a Salvini e al suo decreto sicurezza bis.
I due “dirottatori ”della Vos Thalassa, il rimorchiatore che l’8 luglio 2018 soccorse 67 migranti, sono stati assolti e scarcerati perchè — come anticipato ieri dal Corriere della Sera— “il fatto non costituisce reato” in quanto è “scriminato dalla legittima difesa”. Tra i primi a chiedere l’arresto di Ibrahim Tijani Bushara e Ibrahim Amid fu proprio Matteo Salvini.
Secondo le accuse i due, quando il comandante della Vos Thalassa decise di indirizzare il rimorchiatore verso la Libia, si rivolsero a lui facendogli un segno che si poteva interpretare come una gola tagliata. Un segno che l’accusa interpretò come una minaccia di morte. E che innescò l’accusa di dirottamento del rimorchiatore. Secondo la difesa, invece, quel segno stava a significare ben altro: tornare in Libia equivaleva a morire.
Salvini in quei giorni dichiarò che erano “delinquenti”e dovevano “scendere in manette”e finire in “galera”. A Salvini si accodò il ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, che chiedeva la loro punizione “senza sconti”. Infatti sono stati in carcere dieci mesi. Ora però, secondo il Tribunale di Trapani, i due non commisero alcun reato. Anzi. Era “legittima difesa”.
E questo significa che, tornare in Libia, per il Tribunale di Trapani era pericoloso per la loro incolumità .
Un’argomentazione che da oggi in poi varrà  per qualsiasi Ong decida di non riportare i migranti soccorsi sulle coste libiche.
E che disinnesca qualsiasi velleità  di multare i volontari con multe che dissanguerebbero le casse delle Ong.
La sentenza del giudice Piero Grillo, che dopo aver assolto i due “dirottatori”ne ha ordinato la scarcerazione immediata, ha quindi un immediato riflesso sulla politica del governo gialloverde sull’immigrazione. E probabilmente non sarà  l’unica.

(da agenzie)

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GENOVA, INTERVISTA AL PROCURATORE ZUCCA: “C’E’ ANCORA OMERTA’ DA PARTE DELLA POLIZIA”

Maggio 25th, 2019 Riccardo Fucile

“OCCORRE UN CODICE IDENTIFICATIVO DEGLI AGENTI, ESISTE PERSINO IN TURCHIA”…”LO STATO USI LA FORZA, NON LA VIOLENZA”… “L’INCHIESTA NON DOVEVA ESSER AFFIDATA ALLA POLIZIA”

Con i fatti di Genova di giovedì 23 maggio si è tornato a parlare di violenza da parte della polizia   Il sostituto procuratore Enrico Zucca, che in passato ha indagato sulle violenze delle forze dell’ordine durante il G8 del 2001, ci aiuta a comprendere meglio il clima che si respira in città , e più in generale oggi nel nostro paese,
Scontri violenti in città . Una lista di venti agenti di polizia, almeno 5 coinvolti. E un cronista picchiato malamente, ridotto peggio. Ci risiamo?
“Parliamoci chiaro: l’Italia, i suoi governi tutti e suoi ministri, si rifiutano di applicare quella misura elementare che è stata indicata dal primo codice etico per le forze di polizia, approvato dal comitato dei ministri del Consiglio d’Europa già  all’indomani del G8 di Genoa, ossia il cosiddetto codice identificativo per gli agenti in divisa in servizio di ordine pubblico, la quale serve a identificare e a responsabilizzare, soprattutto, gli stessi agenti. Il parlamento europeo, ancor più di recente, ha adottato una risoluzione nel 2012 esortando gli stati ad adottare una misura di questo tipo. Amnesty International ne ha fatto oggetto di una campagna speciale, che mai poteva essere così attuale, dopo questi nuovi fatti di cronaca. Che altro? Anche la Corte europea dei diritto dell’uomo ritiene il codice identificativo uno strumento utile e indispensabile. E tuttavia in Italia non viene applicato”.
Ma perchè?
“Ah, bella domanda. Pensi al caso del suo collega, il giornalista Lorenzo Guadagnucci, torturato alla Diaz, a cui nessuno ha mai chiesto scusa. Aveva fatto scalpore, tempo fa, un suo intervento volto a chiedere l’introduzione dei codici identificativi, cui aveva anche allegato una fotografia che ritraeva poliziotti in Turchia con il codice identificativo sulla divisa. In quella foto il poliziotto ritratto aveva coperto il codice con un nastro, che però si era staccato. Il sotterfugio non era bastato… Quell’immagine serviva a dimostrare due cose. La prima che, anche in una nazione dove la tutela dei diritti umani è altamente problematica, la polizia ha accettato una simile disposizione e l’altra è che la necessità  di coprire il codice dimostra che il poliziotto sa quando vuole eccedere i limiti. Ed è in quel numerino che sta la sua responsabilità .
Ma chi è che si oppone ai codici identificativi?
“Ogni corpo di polizia reagisce chiudendosi a riccio di fronte a misure che sembrano punitive. Ma questo atteggiamento non è altro che il rifiuto alla trasparenza di comportamenti devianti che sono di pochi, ma che contano sulla solidarietà  e l’omertà  di molti. Anche l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti non era riuscito a proporre che l’introduzione di un codice di reparto. Una dimostrazione di scarsa volontà  politica e di impotenza, perchè il codice di reparto è — considerata la realtà  dei casi, primi fra tutti quelli del G8 — una misura apparente e inutile oltre che di rinuncia al promuovimento di una immagine diversa della polizia e al suo rapporto con un’etica di responsabilità  che avrebbe dovuto essere incoraggiata. Nessun poliziotto teme il codice se non quelli che lo coprirebbero alla bisogna.
La procura ha aperto un’indagine dopo gli scontri di Genova. Con la collaborazione della Questura …
“Questa domanda non ha alternative, nella risposta. Assegnare l’indagine allo stesso corpo di appartenenza degli agenti sospettati di abusi è in contrasto con i criteri che la CEDU ha stabilito per assicurare una indagine imparziale. La Corte di Strasburgo lo ha sostenuto specificamente anche in una condanna contro lo stato italiano, osservando che non basta nemmeno una sola istituzione di garanzia come il PM italiano, che certamente gode di uno statuto di indipendenza e autonomia, per garantire imparzialità  di indagine (il caso Alikay contro Italia, 2011). In Italia lo stesso PM può compiere personalmente gli atti di indagine e può soprattutto avvalersi di una polizia giudiziaria distaccata presso la procura stessa”.
E allora?
“Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura e i maltrattamenti in uno dei suoi periodici rapporti aveva già  dal 2010 raccomandato l’istituzione   di un servizio specializzato sotto la direzione della procura della Repubblica ‘per la trattazione di ogni denuncia di maltrattamento da parte delle forze dell’ordine’. Esortazione rimasta lettera morta ma che è la risposta all’esigenza di cui si discute. Tra l’altro ciò aiuterebbe anche il pubblico ministero a superare inevitabili situazioni di conflitto di interessi nel caso di indagini nei confronti della polizia con cui si collabora”.
Oggi però c’è un invito a presentarsi spontaneamente dai magistrati…
“Guardi: o qui cade il muro di omertà  che non è mai caduto in precedenti occasioni, e la polizia stessa diviene artefice del proprio riscatto, oppure rimane così com’è: violenza impunita. C’è un evidente richiamo al G8 e i problemi sono sempre gli stessi”.
Quali?
“Il questore (di Genova, ndr) che parla di “ostaggi” ricorda il frasario della Diaz, in cui i funzionari parlavano di fare “prigionieri” riferendosi anche loro agli arrestati. Ebbene, cosa nasconde questa mentalità  che ancora resiste all’interno della polizia? È la logica della contrapposizione e del nemico. E un confronto fisico, che invece è da evitare. La logica dello schieramento: quelli sono violenti, certo, è vero, ma lo stato usi la forza, non la violenza. La divisa fa la differenza”.
Giusto. Come si fa?
“Il vero eroismo è quello di non lasciarsi andare alla forza bruta ma dimostrare l’autorità , anche solo non reagendo ma contenendo. E per farlo, sì, è vero, bisogna essere un po’ eroi. E non vigliacchi, a manganellare persone ormai inermi e a terra. La vera svolta può venire dall’interno del corpo di polizia e dal sentirsi Stato anche quando non si reagisce allo stesso modo di chi manifesta la sua impotenza con la violenza senza senso”.
Anche la magistratura a volte è violenta…
“Non si tratta di bon ton istituzionale affidare o meno l’indagine alla polizia stessa. L’indagine contro gli abusi serve a garantire le istituzioni, e non a delegittimarle. Sarebbe l’ora che anche i magistrati smettessero di considerare le indicazioni della Corte Europea come inutili orpelli. Invece che parlare di convenzioni nei convegni e sulle riviste, sarebbe opportuno che le facessero vivere nella pratica, e con fatti concreti, anche a rischio di impopolarità . Così aiuterebbero la fermezza anche all’interno della forza di polizia”.

(da TPI)

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IL GOVERNO NON HA VERSATO I FONDI PROMESSI AI CENTRI ANTI-VIOLENZA

Maggio 25th, 2019 Riccardo Fucile

LA DENUNCIA DELLA PRESIDENTE DEL TELEFONO ROSA: FERMI 20 MILIONI A BILANCIO DESTINATI ALLE CASE RIFUGIO … IL DIPARTIMENTO PARI OPPORTUNITA’ E’ INATTIVO

Dove sono i 20 milioni stanziati per creare nuovi centri antiviolenza o per finanziare quelli esistenti? Il governo avrebbe dovuto trasferirli fin dagli inizi del 2019 alle Regioni per finanziare i centri e le case rifugio, ma sta per terminare anche maggio e di quei fondi non c’è traccia nei versamenti effettuati.
Si tratta delle risorse previste nell’ultima legge di bilancio del 2018 del governo Gentiloni nel fondo antiviolenza. Sono state aumentate rispetto agli anni precedenti ma sono anche state accompagnate da molte polemiche per un uso non corretto.
La Corte dei Conti era intervenuta nel 2016 per denunciare la cattiva gestione da parte delle Regioni: si disse che il problema era creato dalla mancanza di un censimento dei centri e fu avviata un’attività  di raccolta dei dati per creare la prima mappa nazionale.
«Ma da novembre si è fermato tutto», denuncia Maria Gabriella Carnieri Moscatelli, presidente del Telefono Rosa. «Non ci sono state più convocazioni di incontri che prima erano regolari, non si è andati avanti nel lavoro per la mappatura e non c’è stato più alcun segnale di attività ».
Fermi anche i fondi, denuncia Francesca Puglisi, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio dal 19 aprile 2017 al 22 marzo 2018.
«E il ritardo nel trasferimento da parte del governo si somma al ritardo con cui in genere le Regioni ripartiscono a loro volta i fondi ai comuni».
Chissà  fra quanto tempo, insomma, i centri e le case- rifugio di tutta l’Italia vedranno arrivare i fondi necessari per la loro attività  rendendo ancora più difficile e precaria la vita di istituzioni che già  oggi appaiono inadeguati rispetto ai problemi.
Il caso più recente è quello di Monterotondo, per esempio. Un fallimento totale delle istituzioni, hanno denunciato i centri antiviolenza: nessuno degli enti competenti è riuscito a occuparsi di un uomo già  arrestato per violenze mettendo la figlia in una situazione di difficoltà  tale da costringerla a ucciderlo per difendersi durante l’ennesima aggressione.
La presidente del Telefono Rosa: «La sensazione è che si sia fermato tutto e che il dipartimento stia perdendo pezzi e quindi quell’importanza che ha avuto nel tempo. Ne ho parlato anche con il responsabile del Dipartimento Pari Opportunità  Vincenzo Spadafora che mi ha rassicurato sulla buona volontà  di andare avanti ma di concreto non c’è nulla. Forse è colpa delle elezioni? Ma la violenza che c’è contro le donne va avanti, non aspetta mica la fine della campagna elettorale».

(da agenzie)

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