Destra di Popolo.net

MUORE IN MARE UN MIGRANTE SU SEI E QUALCUNO GIOISCE PERCHE’ NE ARRIVANO DI MENO

Giugno 12th, 2019 Riccardo Fucile

ANCHE SE LE AMBULANZE NON SOCCORRESSERO I SOVRANISTI COLPITI DA MALORE SI EVITEREBBE DI INTASARE GLI OSPEDALI

L’ultimo caso di ieri si è risolto nella notte con un soccorso operato dalla nave P61 delle forze armate maltesi: ma per tutto il giorno l’sos di un gommone in difficoltà , con a bordo 100 persone, è rimbalzato sui social. Alarm phone e Sea Watch, attraverso l’aereo di ricognizione Moonbird, hanno chiesto incessantemente, l’intervento di un dispositivo di soccorso finchè una nave militare, che si trovava a poche miglia di distanza è intervenuta, portando le persone in salvo a Malta.
Ma quello di ieri non è un caso isolato, nelle ultime settimane infatti, si sono ripetuti episodi di imbarcazioni in difficoltà , segnalate dalle ong, che hanno dovuto attendere ore ( e in alcuni casi una notte intera) prima di essere salvate in mare.
Nonostante, infatti, il calo degli arrivi in Italia, e la riduzione drastica di navi civili di salvataggio, le partenze dalla Libia non si sono azzerate.
Le persone continuano a partire, spesso stipate in piccoli gommoni, in assenza di alternative sicure. Ma oggi il Mediterraneo centrale è la rotta più pericolosa per i migranti, come testimoniano i dati e gli allarmi delle organizzazioni internazionali.
A ridurre gli arrivi in Italia ha contribuito anche l’attività  della cosiddetta Guardia costiera libica, che dall’inizio dell’anno ha riportato indietro a Tripoli 2.747 persone (dati Unhcr aggiornati al 10 giugno) tra cui circa 270 bambini.
Nei fatti, sono ad oggi di più le persone costrette a tornare nel paese da cui cercano di fuggire, e dove sono in corso violenti scontri, nonostante tutte le organizzazioni internazionali abbiamo ormai formalmente dichiarato che la Libia non può essere considerato un porto sicuro.
“A farne le spese sono i migranti – spiega Sara Prestianni di Arci nazionale, curatrice del rapporto – obbligati a rotte sempre più pericolose e lunghe, a beneficio di imprese nazionali, che del mercato della sicurezza hanno fatto un vero e proprio business, e di politici che sull’immaginario dell’invasione basano i loro successi elettorali”.
I pull factor smentito dai fatti: gli sbarchi fantasma e le partenze dalla Libia.
Una serie di fattori che contribuiscono, nei fatti, a smentire il cosiddetto pull factor, cioè il fattore di attrazione che la presenza di navi di soccorso opererebbero come spinta alle partenze.
Come spiega Matteo Villa, ricercatore di Ispi (Istituto per gli studi politici internazionali), tra il 1 maggio e il 7 giugno   sono partite dalla Libia   almeno 3.092 persone. 379 sono partite quando le ong erano al largo delle coste libiche, 2.713 invece, hanno preso il largo nonostante non ci fosse nessun assetto europeo (pubblicamente) in mare a fare ricerca e soccorso.
Sulla stessa scia anche Carlotta Sami, portavoce di Unhcr, che in un tweet del 7 giungo scorso scrive: “700 persone alla deriva in 24 ore nel Mediterraneo. Non parliamo per decenza di pull factor. Nessuna ong può essere presente. E ancor peggio nessun sistema di soccorso. Stiamo perdendo vite umane e l’esperienza preziosa di anni di salvataggio che rendevano onore a chi li faceva”.
Inoltre, le cronache registrano una serie di arrivi con micro imbarcazioni, non solo sulle coste della Sicilia, ma anche della Calabria e della Puglia. Sono i cosiddetti sbarchi fantasmi, così chiamati perchè non intercettati dalle autorità  marittime.
Muore una persona su 6: rotta del Mediterraneo sempre più pericolosa.
Stando ai dati sono 543 le persone morte nel tentativo di raggiungere l’Europa, di queste 343 solo nel Mediterraneo centrale. “La percentuale di   persone morte in mare è passata da 1 su 29 dell’anno scorso a 1 ogni 6 di quest’anno. Il problema è evidente:, non essendoci più dispositivi di ricerca e soccorso come negli anni passati, il rischio è altissimo e percentualmente, nonostante il calo degli arrivi, le vittime aumentano – spiega a Redattore Sociale, Federico Fossi, uno dei portavoce di Unhcr Italia -.   Le ong erano arrivate a soccorrere il 40 per cento di persone in mare, avevano cioè un ruolo fondamentale. Oggi che dalla Libia si continua a partire, non ci sono più. Le persone fuggono da un paese che non è più quello di qualche anno fa, le persone sono bloccate nei centri di detenzione, nelle zone in cui imperversano i combattimenti, come la parte sud di Tripoli – aggiunge Fossi -. Altre persone riescono a volte a fuggire dai centri di detenzione ma poi sono abbandonate a loro stesse, senza la possibilità  di tornare indietro. Altri sono bloccati tra i combattimenti: mai come adesso la traversata in mare rappresenta l’unica via di uscita. Quindi   le persone partono ancora ma rischiando ancora di più. Per noi   è fondamentale che vengano fatti tutti gli sforzi possibili per soccorrere le persone in mare e per evitare che vengono riportate indietro , perchè già  qualche mese fa abbiamo chiaramente detto che la Libia non è un porto sicuro”.
In queste ultime settimane l’Unhcr ha operato diverse evacuazioni dai centri di detenzione libici. “Queste operazioni fanno parte del percorso di vie legali e sicure per far ottenere protezione ai rifugiati in Europa – aggiunge
Sea Watch, l’unica nave a fare attività  di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo.
In questo momento l’unica nave civile a fare ricerca e soccorso in mare è la Sea Watch 3 dell’ong tedesca Sea Watch, che opera anche attraverso i due aerei di ricognizione Moonbird e Colibrì. “Siamo ripartiti verso l’area Sar, in questo momento siamo l’unica nave civile in mare – sottolinea la portavoce Giorgia Linardi -. In questi ultimi giorni i nostri aerei hanno testimoniato numerose partenze:   tra i 20 e i 30 i casi avvistati in soli 14 giorni. Molti di questi casi hanno dovuto attendere ore prima di essere soccorsi, o addirittura notti intere”.
Il riferimento è ai due casi di distress del 23 e del 29 maggio scorso: “il primo ha visto l’intervento della Guardia costiera libica – spiega Linardi -, il gommone era in affondamento, in un video ripreso dal nostro elicottero si vede almeno una persone morire per annegamento. Nel secondo caso c’è stato l’intervento della Marina militare italiana dopo più di 24 ore dalla segnalazione. Allo sbarco le persone hanno riportato che alcuni compagni di viaggio sono stati dati per dispersi. La situazione è dunque gravissima, dimostra che le persone partono e si trovano in pericolo a prescindere dalla presenza delle navi delle ong”.
Linardi sottolinea inoltre che nei casi in cui sono state coinvolte navi militari non è stata aperta nessuna indagine per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, “ci auguriamo che sia lo stesso per noi – dice – siamo stanchi di dover dimostrare che non facciamo niente di male, se ci sono delle violazione sono in capo alle autorità . Ci aspettiamo soccorsi nei prossimi giorni, chiederemo, come sempre il supporto delle autorità  marittime, se questo non arriverà  ci dirigeremo verso quello che secondo le valutazioni del comandante sarà  ritenuto il porto sicuro più vicino seguendo la rotta meno vessatoria per le persone a bordo”

(da Globalist)

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COME SALVINI HA FREGATO IL TABACCAIO DI PAVONE CANAVESE

Giugno 12th, 2019 Riccardo Fucile

IL SOTTOSEGRETARIO LEGHISTA MOLTENI COSTRETTO AD AMMETTERE: “LA LEGITTIMA DIFESA NON SI PUO’ INVOCARE SE SPARI ALLE SPALLE”… ALTRO CHE “DIFESA E’ SEMPRE LEGITTIMA”… POI CI SONO I PIRLA CHE CI HANNO CREDUTO E ORA SONO NEI CASINI

Si complica la posizione di Marcellino Iachi Bonvin titolare della tabaccheria «Winner Point» di Pavone Canavese (Torino) che nella notte tra giovedì e venerdì scorso ha sparato — uccidendolo — a Ion Stavila, 25 anni, sorpreso durante un tentativo di furto. Nella versione del tabaccaio la dinamica è la seguente: Bonvin ha sparato per legittima difesa dopo una colluttazione con i tre ladri sorpresi nel cortile. Svegliato dall’allarme l’uomo sarebbe sceso dalla propria abitazione (che si trova sopra il negozio) e avrebbe sorpreso i ladri sparando al petto di Stavila.
L’autopsia sembra smentire completamente il racconto fornito dal tabaccaio di Pavone Canavese.
Innanzitutto Stavila è stato colpito alle spalle, e non al petto. Il procuratore capo di Ivrea Giuseppe Ferrando però non vuole giungere a conclusioni affrettate: «l’autopsia ha accertato che l’uomo è stato colpito da un unico colpo trapassante al cuore, dal lato destro ma non sappiamo ancora quale sia il foro di ingresso e quello di uscita del proiettile». Mancano ad esempio i risultati dei rilievi e gli accertamenti balistici compiuti sul posto dalla polizia scientifica.
Secondo le prime indiscrezioni però il medico legale avrebbe rilevato che il colpo è stato esploso dall’alto. Il che collocherebbe Bonvin sul terrazzo della sua abitazione e non nel cortile. Se questa ipotesi venisse confermata non ci sarebbe stata alcuna colluttazione. Nel tamburo della pistola   — una Taurus 357 magnum — sono stati trovati sette bossoli, solo uno dei colpi esplosi ha colpito Stavila.
Il ministro dell’Interno Matteo Salvini si era affrettato ad esprimere tutta la sua solidarietà  nei confronti di Bonvin al grido di «la difesa è sempre legittima!».
Se sia stata legittima difesa o meno lo decideranno giudici e magistrati. Come direbbe lui: se Salvini vuole davvero occuparsi dell’argomento può sempre iscriversi a Giurisprudenza, laurearsi, sostenere un esame di Stato e scegliere se fare l’avvocato o il magistrato.
Al momento risulta che sia il ministro dell’Interno e che quindi non debba mettere il becco nei procedimenti in corso.
Anche dopo le notizie sull’esito dell’esame autoptico Salvini ha continuato a stare dalla parte del 67enne di Pavone Canavese: «ribadisco che sono e sarò sempre a fianco dell’aggredito e mai dell’aggressore, in torto c’è l’aggressore e non l’aggredito. Lascio fare ai giudici il loro lavoro».
Appunto saranno i giudici a valutare se è stato un caso di legittima difesa o meno, tenendo presente che il Parlamento ha di recente approvato l’ennesima riforma voluta dalla Lega. Una riforma che però potrebbe essere inutile, almeno in questo caso specifico.
A dirlo è il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni (Lega) che in un’intervista al Messaggero spiega «È chiaro che la legge sulla legittima difesa evidentemente non scatta se spari alle spalle. Era così anche prima. Ed è per questo che la vera importanza sta nella prevenzione, proprio perchè bisogna evitare che simili episodi accadano».
Determinante sarà  quindi l’esito della perizia balistica che servirà  per accertare se i colpi sono stati esplosi in strada o se invece il proiettile mortale è stato sparato dal terrazzino. Secondo il medico legale il foro d’uscita è quello sul petto, ma per ricostruire l’esatta dinamica è importante ritrovare anche il proiettile, che al momento non è ancora stato rinvenuto.
Il PD va all’attacco della Lega con il   capogruppo nella commissione Giustizia della Camera, Alfredo Bazoli: «se fosse vero che il tabaccaio di Ivrea ha sparato dall’alto e alle spalle saremmo di fronte alle prime due vittime delle menzogne di Salvini sulla legittima difesa. Il ladro, sanzionato per un furto con la pena di morte direttamente eseguita sul posto, e il tabaccaio, ingannato dalla propaganda del governo, che si ritrova indagato per omicidio volontario. Perchè anche oggi, nonostante la riforma, la difesa è legittima solo a certe condizioni, e non può mai trasformarsi in giustizia fai da te».
Ed è proprio così, se le indagini dovessero confermare che non si è trattato di legittima difesa Salvini dovrebbe farsi un’esame di coscienza.
La moglie di Bonvin aveva infatti dichiarato «meno male che Salvini ha fatto questa legge, dopo otto furti, non ce l’abbiamo più fatta».
È evidente come la propaganda della Lega sulla “difesa sempre legittima” e la diffusione di vere e proprie fake news sull’argomento (come quella che chi spara per difendersi non viene indagato) abbia generato parecchia confusione nei cittadini.
E su un tema così delicato, dove ad ogni azione ci scappa il morto e si rischia di rovinare almeno due famiglie il ministro dell’Interno avrebbe fatto bene a mettere da parte la propaganda sicuritaria per dire le cose come stanno in modo chiaro.
Così però Salvini non avrebbe potuto prendere i voti di tutti coloro che si sentono minacciati da ladri e malviventi. Molto più conveniente invece è stato generare un senso di insicurezza (nonostante le statistiche dicano che certi reati siano in calo) nei cittadini per farli sentire “sotto assedio”.
La Lega e Salvini hanno giocato sulla paura, quella dell’inesistente invasione di migranti e quella di chi teme di vedersi rubare i propri beni.
Ma la legittima difesa nella versione salviniana genera solo un falso senso di sicurezza.
Il risultato? Per ora un ragazzo morto e un uomo di 67 anni che rischia un processo.

(da “NextQuotidiano“)

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IL FIGLIO DI ARATA CHE PORTO’ BANNON AL VIMINALE DA SALVINI

Giugno 12th, 2019 Riccardo Fucile

“DOBBIAMO PIANIFICARE LA VITTORIA ALLE EUROPEE”

L’inchiesta di Report aveva ricostruito l’incontro del 7 settembre scorso al Viminale tra Steve Bannon e Salvini, con la mediazione di Federico Arata, figlio di Paolo, l’uomo coinvolto nell’indagine siciliana che tocca il sottosegretario leghista Armando Siri.
In auto ci sono l’uomo forte della destra mondiale e un emissario della Lega. Il primo è Steve Bannon, l’ex capo stratega di Donald Trump, ora diventato ideologo dell’internazionale populista, grande ammiratore del modello organizzativo del campo di sterminio nazista di Auschwitz, definito, letteralmente, “una figata, ingegneria di precisione all’ennesima potenza, fatta da Mercedes, Kropp, Hugo Boss… un complesso industriale istituzionalizzato per eccidi di massa”.
L’emissario della Lega è Federico Arata. È il figlio di Paolo, il perno dell’indagine che in Sicilia collega gli interessi del boss Matteo Messina Denaro e il sottosegretario leghista Armando Siri.
Ma è anche consigliere a Palazzo Chigi del numero due del Carroccio Giancarlo Giorgetti. I due sono diretti al ministero degli Interni, dove Bannon incontrerà  Matteo Salvini per farne il punto di riferimento italiano del suo “The Movement”.
Sarebbe proprio Arata jr l’artefice del rapporto fra Bannon e Salvini. È presente all’incontro fra i due del 7 settembre al Viminale.
Dal servizio di Report emerge inoltre che l’organizzazione populista “The Movement” avrebbe avuto un ruolo chiave nella nascita del governo Conte.
Secondo il portavoce del movimento di Bannon, Mischael Modrikamen, “Steve (Bannon, ndr) ha fatto pressioni su Salvini e Di Maio per formare l’attuale coalizione di governo”. Il contesto è la crisi seguita alle elezioni dell’anno scorso: dopo il fallimento delle consultazioni, Carlo Cottarelli riceve l’incarico di formare il governo, mentre il Movimento 5 Stelle evoca l’impeachment.
A quel punto Bannon attacca: “L’Italia è in una crisi di sovranità “, dichiara da Roma. “All’epoca delle trattative tra Salvini e Di Maio – ricostruisce adesso Modrikamen – (Bannon, ndr) ha detto loro “dovreste provare a fare questa alleanza populista””.
Nel servizio, mentre si fa accompagnare al Viminale, l’ex consigliere di Trump istruisce Arata jr: “Intendiamo fornire inchieste, analisi di dati, messaggi dal centro di comando”. “Possiamo diventare il partito numero uno in Italia – gli risponde il giovane Federico – E poi dovrete dir loro che dobbiamo pianificare… Pianificare è la parola chiara… la vittoria per le Europee”.

(da “La Repubblica”)

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ARRESTATO ARATA, EX CONSULENTE DI SALVINI PER L’ENERGIA: “CORRUZIONE, INTESTAZIONE FITTIZIA DI BENI E RICICLAGGIO”

Giugno 12th, 2019 Riccardo Fucile

IN CELLA ANCHE IL FIGLIO E NICASTRI, IL RE DELL’EOLICO

Due mesi dopo l’avviso di garanzia e le perquisizioni, finisce in manette Francesco Paolo Arata, ex consulente per l’Energia del ministro Matteo Salvini, due anni fa aveva contribuito a stilare il programma della Lega.
Ora, è accusato di “intestazione fittizia, corruzione e autoriciclaggio”, queste le contestazioni che gli vengono mosse dalla procura di Palermo e dalla Dia di Trapani.
Per i suoi affari con Vito Nicastri, il “re” dell’eolico vicino all’entourage del latitante Matteo Messina Denaro, e per alcune mazzette che sarebbero state pagate a un dirigente regionale.
Questa mattina, sono stati arrestati anche il figlio di Arata, Francesco, Vito Nicastri e suo figlio Manlio. Ai domiciliari, il dirigente Alberto Tinnirello, che è stato in servizio all’assessorato regionale all’Energia.
Indagato, per abuso d’ufficio, è invece il presidente della commissione “Via” (Valutazione di impatto ambientale) dell’assessorato regionale al Territorio, si tratta di Alberto Fonte, il cui ufficio è stato perquisito.
E’ scattato anche il sequestro di otto società  del gruppo Arata-Nicastri, il provvedimento riguarda Solcara, Solgesta, Etnea, Bion, Ambra energia, Alcantara srl (precisiamo che la società  Alcantara Spa, azienda che produce e commercializza in tutto il mondo l’omonimo materiale a marchio registrato Alcantara ®, non ha nulla a che vedere con la società  menzionata, Alcantara Srl, che opera nel settore eolico (una delle società  sequestrate), Greta Wind e Intersolar.
L’indagine è a una svolta. Dalle perquisizioni del 17 aprile scorso, sono emersi riscontri importanti alle ipotesi d’accusa, così all’inizio di maggio il procuratore aggiunto Paolo Guido e il sostituto Gianluca De Leo hanno avanzato una richiesta di misura cauteare al gip Guglielmo Nicastro.
Intanto, alla procura di Roma, prosegue l’altro filone dell’inchiesta, che vede indagati Arata e l’ex sottosegretario leghista Armando Siri, per una mazzetta da 30 mila euro, il prezzo di un emendamento che alla fine del 2018 avrebbe dovuto aprire nuovi finanziamenti per gli affari sull’eolico con Vito Nicastri.
Di quella mazzetta Arata parlò al figlio Francesco e al figlio del “re” dell’eolico nel settembre scorso. E il fascicolo è passato per competenza territoriale nella Capitale: dopo la notizia dell’inchiesta, il presidente del Consiglio Conte ha dimissionato Siri, che non intendeva farsi da parte.
Arata e Siri avevano rapporti strettissimi: nel giugno scorso, era stato proprio Arata (ex deputato di Forza Italia passato alla Lega) a sponsorizzare la nomina del sottosegreario.
Sono le parole di Francesco Paolo Arata, intercettate dalla Dia di Trapani, ad avere aperto uno scenario di affari e complicità .
“Io sono socio di Nicastri al 50 per cento — diceva lui stesso a un amico avvocato — nella sostanza abbiamo un accordo societario, di co-partecipazione”. In un’altra intercettazione, con il figlio dell’imprenditore ai domiciliari per concorso esterno in associazione mafiosa, raccontava: “Nel 2015, ho dato 300 mila euro a tuo papà ”. E, intanto, si vantava pure di aver sborsato diverse mazzette.
“Questi qua sono stati tutti pagati”, diceva con orgoglio al figlio Francesco mentre stava per entrare negli uffici dell’assesorato regionale all’Energia, a Palermo. Francesco Paolo Arata, l’ex professore di ecologia reclutato due anni fa da Salvini per stilare il programma della Lega, era davvero un gran dispensatore di mazzette.
“Quanto gli abbiamo dato a Tinnarelli?”, sussurrava a proposito del dirigente che si occupava delle autorizzazioni per i parchi eolici, Alberto Tinnirello. “Quello è un corrotto”, diceva di un altro funzionario, Giacomo Causarano. “Un amico, una persona a noi vicina”.
A scorrere le ultime intercettazioni dell’inchiesta, emerge tutto l’orgoglio del tangentista che riesce a sbloccare quelli che lui chiama ostacoli, e invece sono le regole. Emerge anche una grave consapevolezza: Arata sapeva di fare affari in Sicilia con personaggi “a rischio”. Per le loro frequentazioni mafiose.
Da una parte, Vito Nicastri; dall’altra, Francesco Isca, imprenditore oggi indagato per associazione mafiosa. La procura contesta l’aggravante di mafia a Nicastri e Arata, che però il giudice non ha al momento riconosciuto nella ordinanza. Nicastri scrive però che negli affari dei due faccendieri “c’è un elevato rischio di infiltrazioni di Cosa nostra”.
E poi ci sono i rapporti con la politica. “Dalle attività  di indagine – ricostruisce la procura – è emerso che Arata ha trovato interlocutori all’interno dell’assessorato all’Energia, tra tutti l’assessore Pierobon, grazie all’intervento di Gianfranco Miccichè, a sua volta contattato da Alberto Dell’Utri”.
Dunque, l’ambasciatore di Vito Nicastri era riuscito a parlare con il presidente dell’Ars e con il fratello di Marcello Dell’Utri, uno dei fondatori di Forza Italia condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Probabilmente, contatti che arrivano ad Arata dalla sua partecipazione in Forza Italia dopo l’elezione alla Camera nella circoscrizione della Toscana.
Ma le relazioni di Arata vanno molto oltre: incontra anche Calogero Mannino. Gli serve per arrivare ai vertici dell’assessorato al Territorio. Scrivono ancora il procuratore aggiunto Guido e il sostituto De Leo: “Quando l’epicentro della fase amministrativa diveniva l’assessorato al Territorio e Ambiente (per la verifica di assoggettabilità  del progetto alla “Via”, valutazione di impatto ambientale), Arata è riuscito a interloquire direttamente con l’assessore Cordaro e, tramite questi, con gli uffici amministrativi di detto assessorato, dopo aver chiesto un’intercessione per tale fine a Calogero Mannino”.

(da agenzie)

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LA PROCURA DI GENOVA INDAGA SULLA LEGA PER I 480.000 EURO DEL GRUPPO AL SENATO VERSATI ALLA BARISTA E GIRATI POI A MORISI

Giugno 12th, 2019 Riccardo Fucile

UN PUZZLE DI INTERESSI POCO CHIARI… REPORT NON SI FA INTIMIDIRE E RILANCIA LE ACCUSE

Mentre il tesoriere della Lega Giulio Centemero annuncia non meglio precisate querele nei confronti di Report senza negare o spiegare nulla riguardo la vicenda della società  di una barista che ha ricevuto 480mila euro ad appena otto giorni dalla nascita per gestire la comunicazione social della Lega (evidentemente sono stati pagati in anticipo…) e poi ne ha girati una bella fetta a Luca Morisi, il Casaleggio di Salvini, la procura di Genova sta indagando proprio su quanto andato in onda due sere fa su Rai3.
Racconta Matteo Pucciarelli su Repubblica:
La procura sta indagando nella fattispecie, sui 480 mila euro di fondi del gruppo del Senato versati un anno fa per la comunicazione istituzionale alla società  della cognata di Alberto Di Rubba, uno dei commercialisti del partito.   A parte la parentela, la donna fa la barista e la srl era stata aperta 8 giorni prima della chiusura del contratto.
La trasmissione ha chiesto chiarimenti a Centemero, senza successo.
Domande riproposte da Ranucci: «È vero o no che il gruppo parlamentare della Lega ha fatto un contratto da 480 mila euro con la società  della cognata di Di Rubba? È vero o no che quei soldi sono tornati in parte allo staff di Salvini? Per quali attività ? Ci sono fatture che documentano che con quei soldi è stata svolta attività  istituzionale e non propaganda politica, visto che sarebbe vietato? E perchè è stata utilizzata una società  di comodo aperta 8 giorni prima da una barista?».
Centemero, che è indagato a Bergamo per finanziamento illecito in un’altra vicenda, preso dalla foga di querele non ha evidentemente trovato il tempo di spiegare le curiose circostanze del pagamento. Magari lo troverà  a breve. Intanto, però…
Le complicate operazioni societarie di fondi pubblici che escono e riescono dai bilanci della Lega – la vecchia Nord e la nuova, per ora sgravata da pendenze giudiziarie – e da fiduciarie riconducibili al partito, sono tutte operate da tre persone: Centemero, Di Rubba e un altro commercialista, Andrea Manzoni. Quest’ultimo è peraltro l’uomo della Lega su Milano, piazzato nel collegio sindacale anche in società  a partecipazione pubblica di peso come Arexpo, Sea e Amiacque. Così come Di Rubba era a capo di Lombardia Film Commission, che comprò una nuova sede a 800 mila euro, soldi in parte rientrati in società  a lui collegate. Un puzzle d’interessi poco chiari.

(da “NextQuotidiano”)

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SALVINI, LE CASSETTE DI SICUREZZA E UNA PATRIMONIALE TUTTA DA RIDERE

Giugno 12th, 2019 Riccardo Fucile

SALVINI SMENTISCE SE STESSO E SI FREGA DA SOLO: NON VOLEVA TASSARE LE CASSETTE DI SICUREZZA PER COLPIRE I RISPARMIATORI, VOLEVA SOLO FARE L’ENNESIMO CONDONO PER CHI IMBOSCA I SOLDI

La vicenda di Salvini e delle cassette di sicurezza degli italiani che il leader della Lega ha proposto di far emergere e tassare si arricchisce di nuovi, significativi dettagli che contribuiscono a rendere la situazione già  bella disperata ma assolutamente non seria.
Subito dopo aver visto i giornali di stamattina che lo dipingevano come un tassator scortese, visto che aveva detto: «Non parlo di soldi all’estero, se qualcuno ce li ha portati sono affari suoi, ma mi dicono che ci sono centinaia di miliardi in cassette di sicurezza, fermi. Potremmo metterli in circuito per gli investimenti. Si potrebbe far pagare un’imposta e ridare il diritto di utilizzarli», Salvini ha tenuto a smentire di aver detto quello che ha detto:
“Prive di qualsiasi fondamento le ipotesi di una patrimoniale, di tasse sui risparmi, sui conti correnti degli italiani o su cassette di sicurezza. Siamo al governo per togliere, non per aggiungere tasse. L’unico ragionamento riguarda una ‘pace fiscale’ per chi volesse sanare situazioni di irregolarità  relative, oltre che ad Equitalia, al denaro contante”.
Ora, forse al Capitano serve di capire che se vuole tassare del patrimonio (a suo dire per rivitalizzare gli investimenti, anche se il governo di solito toglie fondi agli investimenti per regalarli alle città  indebitate) sta proponendo una tassa sul patrimonio, ovvero una patrimoniale.
Se invece sta proponendo di far emergere a sconto liquidità , allora sta promettendo un condono.
Quindi, al di là  dei giochi di parole sulla pace fiscale, delle due l’una. Ciò detto, è meravigliosamente comico segnalare che il MoVimento 5 Stelle ha appena smentito il Capitano:
Il Movimento Cinque Stelle smentisce che sia in corso una trattativa sull’ipotesi di “pace fiscale” che riguardi il contante, come annunciato invece da Matteo Salvini. “Non c’e’ nessuna ipotesi di condono, e tanto meno sui contanti”, riferiscono fonti M5s interpellate dall’agenzia Dire.
Ecco quindi che Salvini smentisce la patrimoniale aprendo al condono mentre i grillini smentiscono il condono e la patrimoniale.
E il bello è che dal manicomio Italia per oggi non è nemmeno tutto, visto che non sono nemmeno le 13 e la giornata è ancora lunga.

(da “NextQuotidiano”)

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NELLE CASSETTE DI SICUREZZA DEGLI ITALIANI 50 MILIARDI DI EURO IN NERO? SALVINI VUOLE FAR PAGARE UNA PERCENTUALE MINIMA PER RENDERLI PULITI

Giugno 12th, 2019 Riccardo Fucile

QUESTA L’IDEA PROPOSTA, UNA SORTA DI MINI-PATRIMONIALE A FAVORE DEGLI EVASORI E MALAVITOSI

Matteo Salvini a Porta a Porta lancia una tassa sulle cassette di sicurezza degli italiani: «Non parlo di soldi all’estero, se qualcuno ce li ha portati sono affari suoi, ma mi dicono che ci sono centinaia di miliardi in cassette di sicurezza, fermi. Potremmo metterli in circuito per gli investimenti. Si potrebbe far pagare un’imposta e ridare il diritto di utilizzarli», annuncia.
E la frase somiglia molto a quella sulla ricchezza privata che pronunciò qualche tempo fa: chi tiene nelle cassette di sicurezza del denaro potrebbe dichiararlo al fisco e, pagando una certa percentuale – quella che circola è del 15%, come la flat tax –, farlo pienamente «riemergere».
Si tratta di una sorta di patrimoniale che, secondo La Stampa, potrebbe fruttare molto:
Un tesoretto interessante da tassare se si considera che secondo il vice premier i nostri concittadini vi tengono nascosti beni per decine se non centinaia di miliardi. Sarebbero circa cinque milioni gli italiani che hanno una cassetta di sicurezza nel caveau di una banca.
I risparmiatori vi depositano ogni genere di preziosi: gioielli, lingotti, monete d’oro, ma anche ingenti somme di denaro. Per la verità  l’idea di accendere un faro su questo tesoretto non è nuova: già  nel 2013 Bankitalia mise in atto un provvedimento di verifica in chiave antiriciclaggio.
Da allora l’Agenzia delle Entrate conosce nome e cognome dei titolari delle cassette e può ordinare quando lo ritiene utile verifiche a tappeto sui loro contenuti.
Gian Maria De Francesco sul Giornale nota che il meccanismo potrebbe essere simile a quello della voluntary disclosure:
Nella pace fiscale originaria, così come formulata dalla Lega prima dell’avvio della sessione di Bilancio 2018 nello scorso agosto, era prevista una flat tax al 15 o al 20% sui contanti detenuti in Italia o all’estero e non dichiarati. Lo stop dei M5s allo scudo penale (si configurano, infatti, i reati di riciclaggio e autoriciclaggio) ha fatto passare tutto in cavalleria.
Eppure il carroccio avrebbe voluto «obbligare» a investire quanto non tassato in titoli di Stato o in Pir, i piani di investimenti nelle aziende italiane. Non si hanno dati precisi sull’ammontare dei risparmi detenuti nelle cassette di sicurezza ma sulla base di quanto dichiarato in audizione dal procuratore di Milano, Francesco Greco, si stimavano almeno 150 miliardi di cui almeno un terzo, cioè 50 miliardi in Italia.
In quella formulazione si sarebbe potuto incassare un massimo di 7,5-10 miliardi, cioè un anno di quota 100 o di reddito di cittadinanza.
Secondo i leghisti a proporre un meccanismo simile è stato nel 2017 il procuratore capo di Milano Francesco Greco, che a un convegno del 2017, presente l’allora ministro Maria Elena Boschi, aveva quantificato in circa 200 miliardi l’ammontare dei contanti sepolto nelle cassette di sicurezza italiane.
Ricorda oggi il Corriere che “lo stesso governo Renzi aveva accarezzato l’idea di «scudare» quelle somme, ma se ne sarebbe trattenuto per le delicate implicazioni che la mossa comporta: a seconda di come venisse messa in pratica si potrebbe sfiorare l’ipotesi di riciclaggio di denaro sporco da parte dello Stato”.
Resta solo da capire, come segnala Mario Seminerio su Twitter, se si tratta invece di una minaccia per chi vuole evitare la prossima patrimoniale su conti correnti e dossier titoli.

(da “NextQuotidiano”)

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GOVERNO SCHIZOFRENICO: CONTE FA RETROMARCIA, LA SUA INTRANSIGENZA SUI CONTI E’ DURATA 48 ORE

Giugno 11th, 2019 Riccardo Fucile

IL PREMIER RITORNA SULLE POSIZIONI DI SALVINI E DI MAIO TRA LE PERPLESSITA’ DI TRIA E MOAVERO

C’è una terza sedia nella sala stampa di Palazzo Chigi dove è annunciata la conferenza stampa di Giuseppe Conte e Matteo Salvini. Dal corridoio che vi accede si sente la voce stentorea del vicepremier in arrivo.
Alle sue spalle si materializza anche Giancarlo Giorgetti. È la prima volta del presidente del Consiglio solo con i capi della Lega. Il pretesto è l’approvazione del decreto Sicurezza bis, ma il discorso ben presto si allarga. È l’immagine della ritrovata concordia fra i trionfatori delle elezioni europee e il capo del governo, appena una settimana fa proclamatosi urbi et orbi stufo delle liti fra gli alleati.
Basta prendere il negativo della foto, e vi si legge del professore di diritto stretto nella morsa barricadera sul fronte europeo. La risposta chiave è una non risposta.
Quella sulla effettiva destinazione d’uso dei risparmi di reddito di cittadinanza e quota100. Conte nicchia, svicola, alla fine spiega che “dobbiamo ancora costruirla la manovra, è una domanda prematura”. Eccoci.
Come incastrare la minaccia di una procedura di infrazione per debito eccessivo, con i 23 miliardi da trovare per l’Iva, la dozzina necessari per la flat tax, i due tre di spese indifferibili che da soli fanno già  schizzare l’asticella della prossima legge di stabilità  intorno ai quaranta miliardi?
La risposta non c’è. Mercoledì mattina un primo passo lo si farà .
Quando premier, vicepremier e ministro dell’Economia si siederanno intorno a un tavolo per tentare di trovare una quadra fino a tre giorni fa assai complicata. Ma la triangolazione tecnica 2.0 Conte-Moavero-Tria sembra più che scricchiolare nelle ultime ore. “Non capiamo che stanno facendo a Palazzo Chigi”, confida un uomo vicino al titolare del Tesoro. E anche dalla Farnesina filtrano segnali di impazienza.
In effetti la posizione del premier è in riallineamento con quelle di Movimento 5 stelle e Lega.
Si era partiti lunedì mattina con un robusto warning sui conti, poi il vertice serale, infine uno spartito percettibilmente diverso suonato martedì.
E sì, va bene che “nessuno di noi vuole la procedura d’infrazione, tutti la vogliamo evitare”, ma Conte ha martellato tutto il giorno, dal no alla manovra correttiva alle critiche di Jean Claude Juncker, al quale ha puntutamente risposto di aspettare a giudicare il precorso dell’Italia, perchè “già  si è sbagliato con la Grecia”.
L’avvocato del popolo getta acqua sul fuoco, spiega di aver avuto le risposte che chiedeva, ribadisce di non aver bisogno di nessuna delega, perchè insita nelle cose: “Se sentissi che manca la fiducia nei miei confronti, avrete la crisi più trasparente della Repubblica”.
Certo, gli aspetti di frizione non mancano. Come quello sul nuovo ministro per gli Affari europei. Palazzo Chigi fa filtrare che il presidente terrà  per sè le deleghe fino alla chiusura della vicenda procedura d’infrazione, Salvini ha ribadito di volerlo “a breve”, perchè “serve che qualcuno stia sette giorni su sette” in Europa.
Di rimpasto, però, nessuno ha voglia di parlare. Quando chiedono a Giorgetti se gli piacerebbe fare il commissario europeo, la risposta è lapidaria: “Quello che mi chiedono, faccio”.
Da qui a qualche settimana ci saranno ministri che probabilmente non daranno la stessa risposta. Sono aperte le scommesse.

(da “Huffingtonpost”)

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UN’ALTRA IDEONA DI EVASIONE LEGALIZZATA: SALVINI PROPONE UNA TASSA SULLE CASSETTE DI SICUREZZA

Giugno 11th, 2019 Riccardo Fucile

“PER FAR RIEMEREGERE   I RISPARMI FERMI NELLE CASSETTE DI SICUREZZA”… IL PD HA BUON GIOCO: “IRRESPONSABILE, VUOLE METTERE LE MANI NELLE TASCHE DEGLI ITALIANI”

“In Italia ci sono decine, forse centinaia di miliardi fermi nelle cassette di sicurezza. Noi possiamo rimetterli in circuito. Posso farmi pagare un’imposta, se sono soldi frutto di guadagni lecitamente ottenuti, e consentire di usarli nuovamente?”.
Se lo chiede Matteo Salvini che, nella registrazione di Porta a Porta, spiega: “Sono soldi nascosti, ma l’Italia è piena di soldi tenuti sotto il materasso”.
Il ministro ipotizza una tassa per far emergere risparmi che definisce “nascosti”.
Ma che genere di risparmi? “Non parlo di soldi all’estero – spiega – se qualcuno ce li ha portati sono affari suoi, ma mi dicono che ci sono centinaia di miliardi in cassette di sicurezza, fermi. Potremmo metterli in circuito per gli investimenti. Si potrebbe far pagare un’imposta e ridare il diritto di utilizzarli”.
Immediata la reazione del Pd: “L’avevamo detto che sarebbero arrivati a toccare i risparmi degli italiani. Certo, non ci aspettavamo così presto. Irresponsabili”.

(da “Huffingtonpost”)

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