Destra di Popolo.net

MATTARELLA CHIEDE GIA’ OGGI INDICAZIONI CHIARE A M5S E PD

Agosto 22nd, 2019 Riccardo Fucile

ZINGARETTI: “DISPONIBILI A PROVARE CON M5S, MA CONDIZIONI TUTTE DA VERIFICARE”

Secondo giorno di consultazioni al Quirinale, con l’arrivo delle delegazioni dei partiti maggiori: nell’ordine Fratelli d’Italia, Pd, Forza Italia, Lega e M5S.
Nella prima giornata Sergio Mattarella ha parlato telefonicamente con il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano e ha ricevuto i presidenti delle Camere e i delegati dei partiti meno rappresentati in Parlamento.
Nessuna perdita di tempo. Secondo quanto si apprende, Mattarella esclude ogni possibile mandato esplorativo e – dopo che il M5S, ultima delegazione in calendario per le consultazioni, avrà  lasciato lo studio alla Vetrata – prenderà  quella che considera una delle due uniche decisioni possibili: se da parte dei pentastellati e del Pd emergerà  la volontà  di provare a formare un Governo di legislatura, il Capo dello Stato concederà  qualche giorno ai leader dei partiti per trovare una quadra, dando loro appuntamento a lunedì o martedì per un possibile secondo giro di consultazioni che sia riservato solo a chi comporterebbe la nuova maggioranza. Diversamente, se i numeri dovessero propendere per un ritorno alle urne, Mattarella potrebbe già  stasera dare l’incarico a un premier di garanzia di formare un Governo elettorale che porti il Paese al voto.
“Abbiamo espresso al presidente della Repubblica la disponibilità  a verificare la formazione di una diversa maggioranza e l’avvio di una fase politica nuova e per dare vita a un Governo nel segno della discontinuità  politica e programmatica”.
A dirlo è Nicola Zingaretti, segretario del Pd, al termine delle consultazioni al Quirinale con il capo dello Stato Sergio Mattarella. Nella delegazione dem figurano il presidente del partito Paolo Gentiloni, il vice segretario Paola De Micheli e i capigruppo di Camera e Senato Graziano Delrio e Andrea Marcucci.
“Non è una scelta facile” spiega Zingaretti, “sia per l’eredità  pesante del precedente Governo, sia per la distanza politica dai 5 stelle”, ma siamo “preoccupati per le difficoltà  enormi del Paese, grave isolamento internazionale del nostro Paese”.
Il Pd ritiene “utile provare a dare vita a un governo di svolta e abbiamo indicato i primi non negoziabili principi a cui il nuovo Governo dovrebbe rifarsi”. In altre parole, spiega Zingaretti, “non un Governo a qualsiasi costo, serve un Governo di svolta”, che sia “nuovo, solido, con un’ampia base parlamentare che possa ridare una speranza agli italiani. Se non dovessero esistere le condizioni, ancora tutte da verificare allo stato attuale — conclude Zingaretti – lo sbocco naturale della crisi sono nuove elezioni anticipate a cui il Pd è pronto”.

(da agenzie)

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ZINGARETTI: “CONTE NON VA BENE, NESSUN VETO SU DI MAIO”

Agosto 22nd, 2019 Riccardo Fucile

IL SEGRETARIO PD AL MESSAGGERO: “NO A DUE VICEPREMIER CHE SI CURANO DEL PROPRIO ORTICELLO”

È tempo di piantare paletti per Nicola Zingaretti. No a Giuseppe Conte premier; sì a Luigi Di Maio ministro; no a un Contratto di Governo; no ai due vicepremier che alla fine pensano solo al proprio tornaconto.
“Senza un Governo forte e con obiettivi evidenti, per noi ci sono solo le urne” dice il segretario del Pd in un’intervista al Messaggero in cui rivendica il successo della sua linea – e non quella di Matteo Renzi – dentro l’Assemblea dem.
Si parte dai 5 punti che ha indicato nella relazione, approvata (per una volta) all’unanimità  dall’assise dem. “M5S accetta questi punti o fa saltare il banco e se ne assume la responsabilità ” afferma Zingaretti, che nei toni fa capire da subito quanto preveda dura e complessa la trattativa per la nascita di un nuovo esecutivo. “Da parte nostra non c’è alcun tipo di subalternità ”.
Zingaretti esclude che l’inquilino di Palazzo Chigi resti quello attuale.
“Conte non va bene: non si può dire che gli altri, ovvero Salvini, hanno sbagliato, e riprendere a governare come se nulla fosse cambiando solo alleato
Il segretario Pd esclude anche di poter essere lui il presidente del Consiglio. Nessuna preclusione, nell’ambito di una necessaria “discontinuità ”, invece sulla presenza di Luigi Di Maio nel Governo.
“Non ho alcun veto su Di Maio nel Governo. Ma non si potrà  far scendere in campo la stessa squadra che ha perso già  una partita”.
Bisogna anche superare lo schema del Governo gialloverde in materia di programmi.
“Per carità . Il Contratto di Governo non funziona: lo abbiamo visto in questa triste pagina gialloverde. Non si può pensare che ci siano due vicepremier che si curano i rispettivi orticelli e che poi litigano su tutto. Cinque punti chiari sono la soluzione. Con la manovra al primo posto”.
Capitolo Pd. Zingaretti affronta il tema Matteo Renzi.
“La scissione di Renzi è un’eventualità  che nemmeno il diretto interessato nasconde. Vedremo. Ma io sono il segretario del partito e devono tenere tutti dentro lo stesso schema di gioco”… “La proposta di Renzi, cioè quella di un Governo istituzionale di breve durata, non ha ricevuto alcun tipo di reazione nel M5S. Perchè, credo, i grillini non si fidano di lui”… “Il dato politico è che nessuno ha risposto alla sua sollecitazione. Mentre con il M5S, dopo la direzione Pd, c’è un ragionamento aperto grazie alla nostra proposta forte e cristallina. Che mette i grillini davanti a una scelta di campo”.

(da agenzie)

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LA TELEFONATA DI CASALEGGIO A ZINGARETTI: “GOVERNO OK, MA NON UMILIATE DI MAIO”

Agosto 22nd, 2019 Riccardo Fucile

LE CONDIZIONI POSTE RECIPROCAMENTE (E ACCETTATE)

Mentre Matteo Salvini aveva detto più volte, nel corso della brevissima pausa di Ferragosto, di aver lasciato acceso il suo cellulare, dopo aver fatto deflagrare la crisi di governo, per aspettare una chiamata del Movimento 5 Stelle, la linea telefonica bollente, evidentemente, era un’altra.
E correva sulla cella che agganciava Zingaretti-Casaleggio, in una corrispondenza totalmente inedita.
Secondo quanto descrive Goffredo De Marchis su Repubblica, la telefonata fatidica sarebbe avvenuta nel giorno di Ferragosto.
I due sono gli attori esterni di questa alleanza possibile tra Movimento 5 Stelle e Partito Democratico. Non è una novità  che, ormai, le due forze in gioco stanno cercando un terreno comune di dialogo per provare a portare a casa un’intesa basata — secondo il Partito Democratico — su cinque punti programmatici.
Il tentativo è stato benedetto proprio da quella telefonata che, tuttavia, ha messo in luce altri punti di confronto che non sono emersi dopo la direzione del Partito Democratico di ieri.
Zingaretti ha ribadito di essere contrario ad accordicchi o a governi dall’orizzonte piuttosto ristretto, mentre invece Davide Casaleggio ha risposto che il cambiamento e la discontinuità  rispetto al passato dovrebbe avere un’eccezione nel ruolo di Luigi Di Maio: «Non va umiliato» — è la condizione che Davide Casaleggio ha posto.
Al momento, l’ex vicepremier è uno dei punti di contatto più saldi tra il Movimento 5 Stelle e la Casaleggio Associati che, invece, ha perso un po’ la presa sui duri e puri, partendo proprio da Beppe Grillo.
Davide Casaleggio rappresenta il movimento di governo (e poco di lotta) e il suo alter ego perfetto è proprio Luigi Di Maio.
Ma Nicola Zingaretti, che forse è disposto a chiudere un occhio sul big dei big del Movimento, ha dettato anche altre condizioni: lui non può entrare in questo governo come attore diretto (ha solo il mandato di metterlo in piedi, un mandato da segretario) e inoltre non è disposto a far percepire il Partito Democratico come una semplice riserva della Lega.
La telefonata è andata in scena a Ferragosto, a quanto pare. Da allora sono stati fatti più passi avanti che passi indietro. La sensazione, quindi, è che le rispettive cornette abbiano fatto click con discreta soddisfazione reciproca.

(da agenzie)

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MACRON: “QUANDO CI SI ALLEA CON I SOVRANISTI, SONO I SOVRANISTI A VINCERE”

Agosto 22nd, 2019 Riccardo Fucile

“L’ITALIA HA UN GRANDE POPOLO CHE MERITA UN GOVERNO E DEI DIRIGENTI ALL’ALTEZZA”

Emmanuel Macron parla della crisi di governo in Italia e punta il dito su Luigi Di Maio e Matteo Salvini.
In una serie di dichiarazioni rilasciate alla stampa ieri e riportate oggi da Anais Ginori su Repubblica il presidente della Republique durante un lungo incontro con l’Association Presse Prèsidentielle dice la sua su quanto sta accadendo a Roma, partendo dal Capitano:   «La lezione che ci viene dall’Italia è una sola: quando ci si allea con i sovranisti alla fine sono i sovranisti a vincere».
E poi specifica nel merito:
«Faccio una semplice constatazione – argomenta Macron – chi era in testa nelle ultime elezioni politiche? Il Movimento 5 Stelle che poi ha deciso di governare con Salvini. E ora chi è il grande perdente dell’ultima sequenza? Di Maio».
Il leader della Lega non è indebolito dall’attuale crisi politica? «Forse, me lo auguro», ribatte il presidente francese. «Ma pensare che allearsi con i sovranisti sia un modo di reinventare la politica non funziona. Lo vediamo altrove, non funziona mai». Il breve flirt di Di Maio con il movimento dei gilet gialli ha lasciato tracce all’Eliseo.
Macron appoggia convinto l’ipotesi di un nuovo governo di coalizione per isolare la Lega: «L’Italia – commenta Macron – è un Paese amico e un grande popolo il cui destino è profondamente europeo. È un Paese che merita un governo e dei dirigenti che siano all’altezza».

(da agenzie)

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CONTE INGOMBRANTE ANCHE COME COMMISSARIO UE

Agosto 21st, 2019 Riccardo Fucile

IL SUO NOME TRA I PAPABILI MA COMPLICA LO SCACCHIERE DI VON DER LEYEN… IPOTESI LETTA O CONTE ALLA UE E GIOVANNINI PREMIER

La telefonata di Angela Merkel. Tantissime mail di sostegno arrivate alla casella di posta elettronica di Palazzo Chigi. Il suo intervento in Senato che fa il giro dei social: virale. All’indomani delle dimissioni, Giuseppe Conte trova conforto in questi segnali. Eppure si allontana per due giorni dai riflettori di Roma, rifugiandosi in famiglia, per prepararsi comunque a rappresentare l’Italia al G7 di Biarritz in Francia sabato prossimo, da premier dimissionario. Cosa farà  Conte in futuro?
A sentire Nicola Zingaretti non farà  il premier di un governo Pd-M5s: il Pd non entra in un governo Conte bis, dice il segretario dopo la direzione dem, serve “discontinuità ”.
Conte commissario europeo? Nei palazzi della politica se ne parla, se ne parla anche a Bruxelles da tempo, almeno come suggestione. L’idea piacerebbe a M5s, specchio delle altre voci che – sempre oggi – fanno salire le quotazioni di Raffaele Cantone e Enrico Giovannini per Palazzo Chigi, entrambi di area dem.
Per la commissione resta in ballo anche Enrico Letta, se il premier fosse invece di area M5s secondo una spartizione di massima che sembra regolare questa complicata trattativa fin dall’inizio. Ma ci sono complicazioni che arrivano anche da Bruxelles.
L’Italia è in ritardo sull’indicazione del nome del commissario. È vero che anche la Francia deve ancora indicare un proprio candidato.
Ed è vero anche che la presidente Ursula von der Leyen non sta col fiato sul collo di Roma ora che si è aperta la crisi di Governo, la scadenza fissata del 26 agosto è più fittizia che vicina. Ma è la stessa crisi di Governo a suggerire altri schemi, riferiscono fonti europee. Schemi diversi da quelli iniziali, quando per l’Italia si prospettava un portafoglio alla Concorrenza con la vicepresidenza della Commissione.
Per uno come Conte, ex premier uscente, questo portafoglio potrebbe risultare troppo leggero – oltre al fatto che la Liberale Marghrete Vestager non fa mistero di volerlo tenere per sè. C’è il precedente del lettone Valdis Dombrovskis, ex premier entrato in commissione Ue con vicepresidenza e portafoglio pesante con delega all’euro. Insomma, non è facile incasellare Conte. Oltre al fatto che, segnalano alcune voci di Bruxelles, è pur sempre l’ex premier del primo Governo populista dell’Europa occidentale e questo complica il suo futuro anche in Europa, oltre che a Palazzo Chigi per i veti di Zingaretti.
C’è dell’altro. Il tempo sta per scadere.
Nonostante la pazienza che sembra prevalere a Palazzo Berlyamont, arrivando ultima Roma rischia di trovare solo ‘posti in piedi’. Con l’aggravante che Ursula von der Leyen ha urgenza di accontentare i paesi dell’est, dalla Polonia di Kaczynski all’Ungheria di Orban, leader che l’hanno sostenuta in Consiglio europeo e all’Europarlamento e che sono ancora in attesa di ricompensa: si aspettano incarichi pesanti.
Anche Conte, certo, ha sostenuto von der Leyen e questa è una carta che userà  per accreditarsi ancor di più negli ambienti europei negli incontri a margine del G7 in Francia. Ma certo con la crisi, niente più è scontato malgrado a Bruxelles abbiano tutto l’interesse a trattare bene l’Italia, soprattutto ora che si appresta ad avere un governo filo-europeista, senza le incognite del sovranista Matteo Salvini.
Ed è proprio il filo europeista che conduce all’altro candidato in campo: Enrico Letta. Anche lui è un ex premier, anche per lui dovrebbe prospettarsi un portafoglio importante. Ma c’è anche il fatto che Letta entrerebbe in squadra con una valenza politica maggiore per i due contraenti del nuovo patto di governo.
Il M5s potrebbe così dimostrare di non aver fatto patti con Renzi, l’accusa salviniana che li ferisce di più. Stesso ragionamento per Zingaretti. Le sue quotazioni sono alte. Lui oggi è ospite alla festa di Cl a Rimini ma non commenta.
Il puzzle fatica a comporsi.
I nomi di Cantone, ex capo dell’autorità  anti-corruzione, e di Giovannini, ex ministro del Lavoro di Letta premier, ora a capo dell’Asvis, associazione per lo sviluppo sostenibile, girano per Palazzo Chigi.
Ma è ancora presto, alla vigilia della seconda giornata di consultazioni al Colle, quella dei partiti principali. Sergio Mattarella vuole una soluzione al più presto.

(da “Huffingtonpost”)

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PRIMO OSTACOLO CONTE

Agosto 21st, 2019 Riccardo Fucile

IL PD VUOLE DISCONTINUITA’ DI NOMI DA ENTRAMBE LE PARTI, RISCHIA DI ANDARE A VUOTO IL PRIMO GIRO DI CONSULTAZIONI

Il problema è Conte. È questo il senso della “discontinuità ” di agenda e, soprattutto, di uomini, su cui il segretario del Pd Nicola Zingaretti ottiene il mandato (per acclamazione, e questa è una notizia) dalla direzione del suo partito.
Per trattare su un Governo con i Cinque stelle, ma non a tutti i costi, con uomini buoni per tutte le stagioni.
E nell’ambito di una cornice politica che archivi la logica del “contratto”. Tanto per intenderci: quella del “fuori i verdi, dentro i rossi”, purchè Conte & co. restino nelle ovattate stanze del potere abitate finora.
Diciamo le cose come stanno: è un mandato che, di fatto, rischia di mandare a vuoto il primo giro di consultazioni al Colle.
Perchè lì i Cinque stelle si presenteranno con l’ipotesi di “proseguire con Conte”, senza indicare per ora altri nomi, prima di capire quale potrà  essere il suo destino che non può terminare con un “arrivederci e grazie”.
È questo il punto che Di Maio ha compreso in tutta la sua portata politica, leggendo le dichiarazioni di Zingaretti: “Questo di Conte per noi è un problema serio” ha detto ai suoi. Le uniche speranze, in caso di voto, solo legate all’esposizione dell’ex premier, l’unico a tenere negli indici di popolarità  e fiducia: “Come facciamo a tenerlo fuori?”.
Comunque la scelta sarebbe foriera di un’ulteriore tensione nel Movimento, tra i due leader, gli staff, il corpaccione dei parlamentari che vive come leader naturale l’avvocato che le ha cantate a Salvini. È così che si spiega il granitico silenzio di un Movimento solitamente ciarliero che con una nota quasi bulgara fa sapere che la posizione sarà  nota domani e che è “monolitico” attorno a Luigi Di Maio, proprio nel momento in cui di monolitico c’è poco.
I gruppi, dice qualcuno, “voterebbero Dell’Utri premier, pur di non andare a casa”, ma i big sono divisi alla prima condizione della trattativa col Pd.
Di Battista e Taverna vogliono votare, Di Maio vuole fare il Governo, Conte non pensa affatto di tornare ai suoi amati studi.
Ecco perchè anche un ottimista come Dario Franceschini, a margine della direzione del suo partito, confidava a qualche collega: “Oggi la vedo 50 e 50. Al 50% si fa il governo, al 50% si vota”. Non a caso nei giorni scorsi, il suo suggerimento era quello di tenere l’avvocato con la pochette a palazzo Chigi, in uno schema che prevedesse l’ingresso di Zingaretti al Governo come suo vice, ipotesi che il segretario ha decisamente scartato.
E la novità  è proprio la mossa di Zingaretti, che è riuscito a posizionare il Pd, in questo negoziato, in maniera degna, dopo le convulsioni di questi giorni.
Come partito, per una volta, e non come aggregato di bande. Su una posizione autonoma. Se avesse detto “al voto”, si sarebbe sciolto il Pd dopo un minuto; se avesse ceduto alla linea “Governo a tutti i costi”, si sarebbe messo nelle mani di Renzi. Ha invece ottenuto un mandato per andare a vedere, altrimenti si vota. Le condizioni, messe nero su bianco, non ostacolano il confronto, come si dice in gergo, ma ne fissano una cornice.
A partire da un punto non irrilevante, politicamente e culturalmente, che è la richiesta di un riconoscimento della democrazia parlamentare come prassi e terreno del confronto.
È uno “schiaffo” diretto alla Casaleggio Associati, laboratorio culturale della sostituzione della democrazia rappresentativa con la democrazia diretta.
Il passaggio del documento ribalta quel che Davide Casaleggio ripete in ogni intervista: “Il modello della democrazia ottocentesca non resterà ”. Scendendo sul concreto significa che la riduzione dei parlamentari si resetta, e la discussione semmai ricomincia da capo, così come si resetta il referendum propositivo. Insomma, dicono al Nazareno: “Nicola ha messo i titoli, poi su ogni punto si entrerà  nel merito”
Ecco, sia pur senza traumi, il Pd entra nella trattativa ribadendo che questo anno non si può rimuovere. Ma, parliamoci chiaro, il problema vero sono i nomi.
Il possibile nome per palazzo Chigi ancora non c’è. E non c’è uno schema condiviso sul resto, finchè non si dipana la questione Conte.
Anzi, nella parola “discontinuità ” si intravede anche un’altra possibile traccia di lavoro, che al Nazareno qualcuno ha in mente: “Fuori tutti quelli che sono stati al Governo con Salvini e fuori anche tutti quelli che sono stati nei Governi passati”. Per ora è una suggestione, ma c’è nella formula “il migliore dei Governi possibili”.
Che darebbe il senso della novità  rispetto all’immagine del Governo degli sconfitti. Il problema, al momento, è l’inquilino di palazzo Chigi. Come hanno capito bene al Colle, dove continua a prevalere lo scetticismo. E sbaglierebbe chi pensa che, in qualche modo, il nome possa essere suggerito da Mattarella.

(da “Huffingtonpost”)

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L’IPOTESI FICO CHE TUTTI TEMONO MA E’ LA PIU’ LOGICA PER MATTARELLA PER UN GOVERNO ISTITUZIONALE

Agosto 21st, 2019 Riccardo Fucile

SAREBBE UN COLPO PER CONTE E DI MAIO, MA LIBEREREBBE LA PRESIDENZA DELLA CAMERA PER UN ESPONENTE PD

Si fanno sempre più insistenti le voci sul nome del prossimo inquilino di Palazzo Chigi
In realtà  tra le due forze politiche quasi nessuno la porta avanti; i grillini la vivrebbero come una sconfessione sia di Conte sia di Di Maio, entrambi nel caso costretti a star fuori dal governo (e per il secondo sarebbe di fatto intaccato anche il ruolo di capo politico del Movimento).
Le due anime del Pd ne resterebbero spiazzate: soprattutto i renziani, che puntano a un premier neutrale ma amico (candidato ideale per loro: Cantone) e a un governo destinato a durare solo fino alla prossima primavera. Zingaretti in realtà  diffida sia dei grillini sia soprattutto dei renziani, e prefererirebbe andare al voto per poter avere la certezza di gruppi parlamentari allineati al partito.
Ma la delegazione Pd che lui guiderà  al Quirinale non potrà  che fare buon viso a cattivo gioco se il nome che Mattarella sceglierà  sarà  proprio quello di Fico. E lo stesso dovranno fare i 5 stelle. Ma perchè il capo dello stato dovrebbe orientarsi su Fico?
Per molti buoni motivi: perchè si entra in terra incognita, con un’intesa tutta da costruire, e ci vuole un “nocchiero” già  investito di un ruolo istituzionale. Perchè il presidente della Camera fu investito già  lo scorso anno di un mandato esplorativo per verificare la possibilità  di un accordo di governo M5s-Pd, che fu poi vanificato dall’intesa diretta Di Maio — Salvini.
E perchè un governo Fico, guidato da chi è fino a oggi la terza carica dello stato avrebbe una corazza istituzionale che ne potrebbe garantire la durata, anche perchè darebbe in pegno agli alleati del Pd proprio la guida dell’assemblea di Montecitorio.
Per Franceschini oppure — come polizza vita del governo — per un renziano come Rosato o Guerini…

(da Open)

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“SALVINI SEI FINITO”: MIGLIAIA DI COMMENTI SUL SUO PROFILO CHE LO INVITANO AD “ANDARE A CASA”

Agosto 21st, 2019 Riccardo Fucile

DECINE DI INSULTI, CENTINAIA DI PROTESTE DI QUANTI CI AVEVANO “CREDUTO”… ORA I SOCIAL SI RIVOLTANO CONTRO IL SEQESTRATORE DI PERSONE, MORISI NON RIESCE A TAMPONARE, SONO PIU’ I COMMENTI NEGATIVI CHE I FAN

“Buffone”, “falso”, “sei finito”. La discesa del ‘Capitano’ inizia dai social.
Dopo la giornata di ieri – con il durissimo discorso di Conte e il tentativo di ricucire con il ritiro della mozione di sfiducia al premier -, Matteo Salvini si ritrova, forse per la prima volta, in minoranza anche su Facebook e Twitter.
Migliaia sono infatti i commenti sui profili del leghista che lo invitano ad “andare a casa”, decine e decine gli insulti, centinaia le proteste di quanti ci avevano “creduto”, ma che ora si dicono “pentiti amaramente” dopo quello che giudicano “un tradimento”.
“Capitan Coniglio” lo chiamano, sperando “nell’oblio” del leader del Carroccio, colpevole di “incoerenza” ed “eccesso di protagonismo”, incapace secondo alcuni di rinunciare al “ruolo di prima donna” per il bene di quegli italiani “che dicevi di voler mettere al primo posto. Tutte balle”.
Migliaia i commenti indignati, insomma, che sorpassano, doppiandoli, quelli dei sostenitori irriducibili, ora impegnati a denunciare il complotto Pd-M5S contro il leader padano nell’ultimo post di Salvini.
Una minoranza rumorosa, ma pur sempre minoranza per il leghista, che anche attraverso un sapiente uso dei social aveva costruito nel tempo l’immagine di politico ‘pop’, guadagnando consensi, voti e bagni di folla virtuali.
Oggi, invece, ecco arrivare il duro primo colpo per ‘la Bestia’, testimoniato anche dalle reazioni al tweet del social media manager del ministro, Luca Morisi, dopo il discorso di Salvini in Senato. Un intervento “stratosferico” per l’esperto social, che è stato però letteralmente massacrato nei commenti fra accuse di vivere “in una realtà  parallela”, battute e gif dal contenuto inequivocabile.
Come quella, ad esempio, con il gesto ormai virale di un altro Capitano, il senatore ex 5S Gregorio De Falco, che a Palazzo Madama ha puntato il dito contro Salvini, invitandolo senza mezzi termini a tornare a casa.

(da Globalist)

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CON ZINGARETTI SI PUO’ PROVARE: SEGNALI DI APERTURA DEL M5S SULLA RELAZIONE DEL SEGRETARIO PD

Agosto 21st, 2019 Riccardo Fucile

I NODI CONTE, DI MAIO, RENZI

Il barometro degli umori in casa 5 stelle oscilla come fosse un orologio impazzito. A metà  giornata la lancetta punta verso l’alto. Le cinque condizioni poste da Nicola Zingaretti e approvate per acclamazione alla direzione del Pd sono sembrate tutto sommato digeribili. Un uomo vicino a Luigi Di Maio si lascia prendere dall’emotività : “Sono il segnale che vogliono fare il Governo con noi”.
La situazione è assai più complessa. E l’ipotesi elezioni subito è ancora ben concreta all’orizzonte. Ma se queste sono le condizioni del segretario — il ragionamento che si fa in queste ore nella war room del capo politico — ci possiamo sedere a parlare. Sul fatto che questo dialogo dia frutti concreti l’aura di scetticismo avvolge ancora i vertici stellati.
I nodi di difficile districabilità  sono tre. E portano i nomi di Giuseppe Conte, Matteo Renzi e dello stesso leader M5s.
Lo schema d’ingresso al momento prevede la sola blindatura del capo politico. “Di Maio è la guida del Movimento, il Pd non può pretendere che stia fuori, non possono dettare le condizioni”.
La blindatura del politico di Pomigliano è anche un modo per metterlo al riparo dalla bufera che lo sta lambendo in queste ore. Accettare un diktat per lasciarlo senza incarico ministeriale sarebbe interpretato internamente come un ulteriore segno di debolezza.
Ecco a cascata il secondo nodo.
Perchè i 5 stelle sanno perfettamente che al Nazareno non si accetterebbe un esecutivo con dentro anche Conte, troppo simile a una riedizione del Governo che fu con la Lega che esce e i Democratici che entrano.
L’avvocato del popolo italiano è il nome che ancora viene speso in queste ore, ma sul suo ruolo non si vede la stessa inflessibilità .
Un problema, dopo che il premier dimissionario si è accreditato davanti al paese come il baluardo dell’antisalvinismo, con una giornata a Palazzo Madama che gli ha fatto guadagnare un bel bottino di punti anche al di fuori del perimetro consolidato dei 5 stelle. La domanda sul che fare con Conte è al momento quella che più fa arrovellare i vertici. Perchè è chiaro che il presidente del Consiglio si sia ritagliato un ruolo importante nell’universo pentastellato, e non lo si può mettere in soffitta come se nulla fosse. Anche perchè il nome che più circola in queste ore, quello di Roberto Fico, fa storcere assai il naso al leader e agli uomini a lui più vicini.
Dai fattori esogeni a quelli endogeni. Il fattore MR sta agitando i sonni dei 5 stelle.
Uno iato profondo quello che segna la sofferenza del dover necessariamente far conto sul voto dei renziani, di voler a tutti i costi evitare nomi pesanti del renzismo in prima fila (a partire dal fu rottamatore, passando per Maria Elena Boschi e Luca Lotti), e di dover comunque inchiodare l’altro Matteo a palesi responsabilità  in modo che gli sia difficile staccare la spina.
Nel mondo 5 stelle girano già  i nomi di Luigi Marattin, Andrea Marcucci e soprattutto Graziano Delrio, come spendibili per una cosa giallorossa.
Legati a doppio filo al senatore di Rignano, ma non così esposti da creare coliche al mondo pentastellato.
Ce la farete? Risponde chi ha partecipato alle riunioni di questi giorni: “Difficile, dobbiamo prepararci al voto”.
Poco dopo richiama un altro: “Certo, non si può far altro che chiudere per minimizzare i danni”. Intanto ai piani alti ci si tutela.
Da Rousseau è partita questa mattina una mail, direzione parlamentari ritardatari: mettetevi in pari con le rendicontazioni, “in vista di eventuali elezioni e dei relativi controlli da farsi per le candidature”.

(da “Huffingtonpost”)

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