Febbraio 10th, 2020 Riccardo Fucile
E TRA I TIFOSI ROSSONERI C’E’ CHI GLI DA’ ORMAI DEL “PORTASFIGA”
Non so se si è notato, ma Matteo Salvini è stato zittino-zittò durante tutto il Festival di
Sanremo: dopo aver tentato la polemica con Rula Jebreal e con Junior Cally, “colpevole” di aver scritto una canzone in cui si riferiva a lui e a Renzi, il Capitano ha evitato come la peste ogni discorso sulla kermesse durante il suo svolgimento.
Forse notando che gli ascolti hanno dato ragione agli altri e torto a chi inventava boicottaggi come se non ci fosse un domani.
Ma il nazional-popolarismo della Bestia andava nutrito, e forse per questo il Capitano ha ritenuto di dover cogliere al balzo la palla del derby Inter-Milan.
E così tra sabato e domenica un tripudio di foto in rossonero ha campeggiato su Twitter: cappellino del Milan, cuscinetto del Milan e tanta, tanta scaramanzia in attesa della stracittadina.
Eppure è andata male. Perchè, come tutti sanno, alla fine il derby l’ha vinto l’Inter per 4 a 2 rimontando uno svantaggio di due reti all’intervallo.
E non ci crederete: anche all’andata Salvini si era impegnato oltre ogni dire e il Milan ha perso il derby.
Tanto che pure all’epoca c’era chi gli dava la patente di portasfiga:
Salvini ha anche attaccato in più occasioni pubblicamente la dirigenza dei rossoneri, indignandosi per le prestazioni della squadra ma non per gli striscioni sui capi ultras arrestati, mentre rimarrà nella memoria dei tifosi quella volta che si presentò in curva ad Atene come un vero tifoso.
Anche quella volta il Milan perse. Ma non vorrete dare la colpa a lui, vero?
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 10th, 2020 Riccardo Fucile
LA RIVOLUZIONE D’IRLANDA: LA VINCITRICE E’ MARY LOU MCDONALD… IL SOGNO DI UNA IRLANDA UNITA, INDIPENDENTE ED EUROPEISTA
Un altro voto anti-establishment sulla mappa del grande scontento occidentale. È questo il senso delle elezioni in Irlanda, i cui risultati disegnano una “rivoluzione” nella politica dell’isola, concordano i giornali di Dublino e di Londra: la fine del duopolio Fianna Fà¡il-Fine Gael, i due partiti che l’hanno governata ininterrottamente per quasi un secolo; e la vittoria a sorpresa, perlomeno in termini di percentuale di voti, dello Sinn Fèin, il partito nazionalista socialdemocratico legato storicamente alla guerra per l’indipendenza del 1920 dall’Impero britannico e più recentemente alla guerra civile per l’indipendenza dell’Irlanda del Nord dal Regno Unito.
A conteggio ultimato, il responso delle urne assegna il 24,5 per cento allo Sinn Fèin, il 22,2 a Fianna Fà¡il e 20,9 a Fine Gael, con il resto suddiviso tra partiti minori, tra i quali spicca il rafforzamento degli ambientalisti del Green Party.
Ma poichè lo Sinn Fèin non ha presentato candidati in tutti i collegi elettorali, il maggior numero di seggi potrebbe andare a Fianna Fà¡il. Il cui leader Micheal Martin non esclude un governo di coalizione con lo Sinn Fèin: “Sono un democratico e rispetto il verdetto del popolo”, afferma Martin, pur riconoscendo “significative incompatibilità ” con il partito nazionalista.
Da parte sua il primo ministro in carica Leo Varadkar commenta che un’alleanza con lo Sinn Fèin non è “un’opzione praticabile” e predice che “non sarà facile” formare un governo.
La vera vincitrice delle elezioni è Mary Lou McDonald, leader dello Sinn Fèin, che ha guidato al maggiore successo elettorale in cent’anni. I commentatori irlandesi lo spiegano come un voto di protesta contro l’alto costo della vita e i prezzi troppo cari delle case in una piccola nazione che ha subito trasformazioni incredibili negli ultimi tre decenni: prima il boom che le è valso il soprannome di “tigre celtica”, trasformando una povera isola di emigranti in un polo di investimenti e alta tecnologia; quindi il crash finanziario del 2008 che l’ha portata sull’orlo della bancarotta; infine una ripresa propiziata anche dalla controversa bassa tassazione ai giganti dell’economia digitale, che hanno fatto di Dublino il loro quartier generale europeo.
Nonostante crescita del pil al 6 per cento, disoccupazione al 5 per cento, dunque fra le più basse in Europa, e forti investimenti esteri, l’Irlanda è insoddisfatta: così ha punito sia il partito di centro-destra del premier Varadkar, Fine Gael, al governo dal 2011, sia il principale partito d’opposizione, i centristi di Fianna Fà¡il, che l’hanno governata a lungo in precedenza.
Figlio di immigrati indiani, gay e promotore di grandi modernizzazioni sociali, con i referendum che hanno approvato aborto, divorzio e matrimonio fra persone dello stesso sesso, Varadkar si era anche schierato nettamente contro la Brexit e per l’Unione Europea, da cui l’Irlanda ha enormemente beneficiato in termini economici. Una scelta, quella pro-Ue, che ora viene abbracciata con entusiasmo anche dallo Sinn Fein: la Brexit potrebbe propiziare un referendum per la riunificazione dell’isola, da sempre l’obiettivo principale del partito, che è stato il braccio politico dell’Ira, l’esercito clandestino indipendentista in Irlanda del Nord nei trent’anni di guerra civile conclusi dalla pace del 1998.
Ora lo Sinn Fèin potrebbe trovarsi al potere sia a Belfast, nel governo congiunto autonomo nord-irlandese insieme agli unionisti filo-britannici del Dup, e a Dublino, insieme ai moderati di Fianna Fail.
Una grande chance di completare il sogno di un’Irlanda unita e indipendente, dopo le divisioni intestine che un secolo fa portarono all’assassinio del suo leader Michael Collins. Uno sviluppo che Boris Johnson, da Londra, seguirà con preoccupazione. “Noi stessi”, il significato di Sinn Fein in gaelico irlandese, diventa oggi un proclama più concreto per l’Isola di Smeraldo, come viene chiamata per il colore dei suoi prati perennemente bagnati di pioggia.
(da agenzie)
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Febbraio 9th, 2020 Riccardo Fucile
“LE ONG LE HO RICEVUTE, DEVONO MUOVERSI COORDINANDOSI”… “ABBIAMO CHIESTO ALLA LIBIA MODIFICHE AL MEMORANDUM D’INTESA, DEVONO GARANTIRE IL RISPETTO DEI DIRITTI UMANI”
Aveva già chiarito il suo pensiero, Luciana Lamorgese. I decreti sicurezza vanno cambiati, aveva
già detto nei mesi scorsi.
La ministra dell’Interno sperava anche di farlo entro il 2019 ma ora il tema è tornato nell’agenda del governo per il nuovo anno.
E, ospite del programma di Fabio Fazio Che tempo che fa, la numero uno del Viminale imprime un’accelerazione.
“Penso che i decreti sicurezza vadano cambiati perchè ci sono state delle osservazioni della presidenza della Repubblica”. E aggiunge: “Potremmo valutare insieme alle altre forze della maggioranza per poter procedere ad altri mutamenti. È un discorso che si farà con la maggioranza”. Aggiungendo che saranno modificate le multe alle navi delle Ong che salvano migranti.
Quanto alle Ong, precisa: “Io le ho ricevute” (e su questa la ministra è stata duramente attaccata dal suo predecessore). E aggiunge: “Vorrei che il codice di condotta (ndr, quello firmato dall’ex ministro Minniti) fosse ritenuto buono e anche migliorabile. Le Ong devono coordinanarsi con le autorità competenti. Ho chiesto un codice europeo”.
Sul flusso di migranti nel nostro Paese dice: “Che i dati portino a un aumento elevato non c’è dubbio, ma dovuto ovviamente anche alla situazione politica in questo momento di instabilità che c’è in Libia. E ovviamente questo va a incidere anche sui flussi”.
Oggi l’Italia ha inviato alla Libia le richieste di modifica del Memorandum del 2017, molto criticato anche all’interno della maggioranza per le mancate garanzie sui diritti umani. Lamorgese ha detto: “Il Memorandum d’intesa con la Libia mira a fare in modo che le agenzie dell’Onu, Unhcr e Oim, vengano valorizzate ed aiutate nella loro attività nei campi di detenzione e migliorare la situazione dei diritti umani”.
(da agenzie)
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Febbraio 9th, 2020 Riccardo Fucile
“IL LORO RIFERIMENTO E’ L’ITALIANO CHE HA PAURA”
Anche se si stringono a coorte: “I sovranisti non amano l’Italia. Amano gli umori aggressivi che
provano alcuni italiani. L’Italia ha un cuore troppo femmineo per i loro gusti da macho. Il loro punto di riferimento è l’italiano che ha paura. Quello che oggi è terrorizzato dal coronavirus e se la prende con i cinesi”.
Dopo aver passato la vita a studiare e insegnare la letteratura italiana, Giulio Ferroni — uno dei più grandi critici letterari viventi, professore emerito de La Sapienza di Roma — ha attraversato l’Italia prendendo come guida l’uomo senza il quale l’Italia non esisterebbe nemmeno, nè esisterebbe la lingua che parliamo, come non esisteremmo noi italiani: “Dante Alighieri aveva in mente un’Italia che nasceva dal modello classico e letterario. Il suo riferimento era l’Impero Romano. Il suo orizzonte era universale. L’ipotesi di un’Italia chiusa dentro i propri confini, come un organismo a sè stante, era fuori dalla sua prospettiva”.
L’Italia di Dante (Nave di Teseo) è il libro che è risultato da questo lungo viaggio, a quasi settecento anni dalla morte del poeta, che celebreremo il prossimo anno. Più di mille pagine che contengono strati di reportage, di diario, di zibaldone di pensieri, di divagazioni, di preghiere civili, di racconti, di magie, di stupori e di amarezze: “La verità è che i sovranisti non sanno nemmeno cosa sia l’Italia. Non ne parlano mai, del resto. Fanno continuamente riferimento agli italiani, concependoli come un’entità pura e indistinta, da proteggere da ogni contaminazione esterna. Non considerano che nell’infanzia degli italiani ci sono i goti, i longobardi, gli arabi, i greci, i normanni, i tedeschi di Federico II. Se la cavano con una formula: “Prima gli italiani”. Sbandierando l’immagine di un popolo improbabile”.
Perchè l’Italia dovrebbe essere contrapposta agli italiani?
Massimo D’Azeglio, dopo l’Unità , disse: “Fatta l’Italia, ora bisogna fare gli italiani”. Gli fece eco, ne I Vicerè di Federico De Roberto, un nobile appena entrato in politica: “L’Italia è fatta, ora dobbiamo fare gli affari nostri”.
Vuol dire che gli italiani non esistono?
No, bene o male, si sono fatti. Ma è impossibile evocarli come un tutt’uno. Tutti insieme. Gli italiani sono tanti, molteplici, sfaccettati. Ci sono italiani capaci di raggiungere vette altissime, e ci sono italiani capaci di fare disastri. Ci sono italiani generosissimi e italiani feroci. Come si può ridurli a una cosa sola?
Nemmeno l’Italia è una cosa sola, però.
Infatti, io non amo la nazione italiana, io amo i luoghi di di cui è fatta l’Italia, amo il corpo di questo paese. La vita che scorre silenziosa nei borghi, le tracce del passato depositato nelle forme delle nostre città . Le chiese, le opere d’arte. Ma anche i selciati, le strade di campagna, i muretti di pietra. L’Italia è nella catena di biografie che si sono succedute e hanno dato bellezza agli edifici, ai paesaggi, agli scorci, a una piccola fontana da cui bere in un piccolo paese inerpicato sui monti. Scriveva Mario Tobino, medico e psichiatra, che la donna che amava di più al mondo era l’Italia. Non si riferiva all’Italia delle parate militari. Si riferiva al corpo dell’Italia popolare, quella con la pelle solcata da rughe lunghe secoli, dentro le quali si sente pulsare il corso del tempo.
Non è la stessa Italia che ama un nazionalista?
Forse, un nazionalita dell’Ottocento sì. In fondo, il Risorgimento non sarebbe potuto esserci se non ci fosse stata, alle sue spalle, un’idea letteraria dell’Italia — l’Italia che è nella poesia di Dante, nella pittura del rinascimento, nelle opere degli umanisti. Ma nel Novecento l’idea costruttiva e vitale del nazionalismo ha lasciato il posto a una pulsione distruttiva e mortifera. L’Europa si è autodistrutta, in preda ai deliri nazionalisti che hanno scatenato due Guerre mondiali. E oggi c’è il rischio che si torni lì, a mettere le nazioni le une contro le altre, in nome della sovranità .
Invece, cosa ci vorrebbe?
Ci vorrebbe la capacità degli italiani di non percepirsi fuori dal mondo che li circonda. Come Dante, la cui italianità non era in conflitto con uno spirito universale. Gli italiani dovrebbero riuscire a percepirsi europei, perchè senza l’orizzonte dell’Europa l’Italia si allontanerebbe da se stessa. È questa l’irresponsabilità più grande dei sovranisti. L’idea di considerare l’Italia e gli italiani come qualcosa di a se stante. Slegata dal mondo
Senza la lingua di Dante non ci sarebbe l’Italia. Servirebbe anche all’Europa una lingua comune?
No, l’idea di una lingua comune europea, oltre che una prospettiva utopica, sarebbe pericolosa. Significherebbe distruggere la sostanza culturale dei Paesi europei. Mentre la forza dell’Europa è proprio nella straordinaria potenza della molteplicità . Nella grandezza del francese, del tedesco, dello spagnolo, dell’inglese (anche se il Regno Unito è uscito dall’unione Europea). Sono lingue straordinarie, dotate di grandi letterature. E non c’è niente di meglio che conoscerle, leggendo i grandi scrittori che le hanno usate per scrivere i loro capolavori, per rendersi conto di che cos’è veramente l’Europa.
Si può creare un soggetto politico sulla bellezza?
La bellezza, se è veramente bellezza, è sempre qualcosa di inafferrabile. Promette in continuazione qualcos’altro. Impossibile da possedere. Dà un senso di fragilità , perchè adesso c’è, fra un attimo potrebbe non esserci più. La bellezza, se è veramente è bellezza, non si può mai dire fino in fondo. Lo stesso Dante, quando è di fronte a Beatrice, cioè alla cosa più bella che ci sia, getta la spugna: ammette di non essere in grado di descriverla. Perchè la bellezza, se è veramente bellezza, è oltre la parola. Come la politica, se è veramente politica, è oltre ciò che esiste qui, ora.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 9th, 2020 Riccardo Fucile
“RENZI CONTINUA A FARE MOLTI ERRORI, SALVINI E’ PEGGIO”
Sergio Lepri, lei va per i 101 anni. Qual è il segreto della longevità ?
«Poco cibo, un bicchiere di vino rosso, molto sport».
Sport?
«A 71 anni ho scalato il Cervino. Ho sciato fino a 96 anni, fino a quando camminando con gli scarponi sono scivolato e mi sono rotto la testa. Ho continuato per altri sei mesi a giocare a tennis, poi ho dovuto smettere».
Ora come si tiene in forma?
«Un’ora di passeggiata al mattino, un’altra al pomeriggio. Se piove, faccio sei volte le scale di casa. Ma la cosa più importante è continuare a scrivere. In rete, ovviamente».
La rete non sta uccidendo il giornalismo?
«Al contrario. La rete è una straordinaria opportunità per arricchire l’informazione, e anche per verificarla. Certo, ci sono pure pericoli. La rete cambia tutto a una velocità fino a ieri impensabile. Anche il nostro modo di pensare».
Cioè?
«Ogni giorno leggo l’edizione digitale di Corriere, Repubblica e Stampa, che è ancora una lettura tradizionale, a due dimensioni. Poi vado sui siti, dove la lettura è invece tridimensionale: ci sono i video, ma soprattutto i link, che ti portano vicino o lontano, prima o dopo. Una volta leggevamo come mucche, muovendo gli occhi da sinistra a destra; ora siamo come stambecchi, che saltano qua e là . La rete annulla la dimensione temporale».
Il passato non esiste.
«E la Seconda guerra mondiale è come la seconda guerra punica».
Lei la guerra l’ha fatta.
«Mi laureai – tesi sull’estetica di Croce – il mattino del 10 giugno 1940. Nel pomeriggio Mussolini dichiarò guerra».
Che ricordo ha del fascismo?
«I silenzi di mio padre Angiolo. C’era chi gridava “viva il Duce”, ma nessuno poteva gridare “abbasso il Duce”: finivi in questura e poi al confino o in galera. Si dissentiva tacendo».
E la guerra?
«Come laureato avrei dovuto fare il corso allievi ufficiali. Ma l’altezza minima, che prima era un metro e 54 come quella del re, era stata portata a un metro e 60; e io ero un metro e 59 e otto millimetri».
Per due millimetri...
«Mi mandarono al reggimento. Caporale, caporalmaggiore, sergente: ufficio operazioni comando della Quinta Armata. E posso dire che la storia dell’armistizio a sorpresa e dell’esercito lasciato senza ordini è un po’ una leggenda autoassolutoria: già nella notte tra l’11 e il 12 agosto arrivò l’ordine per le divisioni costiere di ruotare l’artiglieria di 180 gradi. I cannoni non erano più puntati sul mare in funzione antisbarco; perchè gli Alleati non erano più nemici».
Lei cosa fece l’8 settembre?
«Scappai a piedi, da Firenze a Reggello. Mi nascosi nella villa di un amico, anche lui disertore. Venne il maresciallo dei carabinieri a dirci: “Ho l’ordine di arrestare tutti i giovani sbandati. Ma sono le 5 del pomeriggio, e ho molto da fare. Tornerò domattina”. Era un chiaro invito a sparire. Così salimmo sul Pratomagno, la montagna nell’ansa dell’Arno, un posto bellissimo. Ogni quindici giorni un poliziotto passava da mia madre Ida a chiedere dove fossi».
E lei?
«Mamma era facile al pianto. Ogni volta scoppiava in lacrime: “Non lo so dov’è Sergio…”. Ovviamente lo sapeva benissimo. Ma quando la divisione Goering iniziò i rastrellamenti, non avendo armi per batterci, tornammo di nascosto a Firenze».
E lei divenne giornalista. Subito direttore.
«Ero iscritto al partito d’Azione – l’unica tessera che abbia mai avuto –, ma accettai di dirigere il giornale clandestino dei liberali, L’Opinione. A Firenze la guerra civile aveva una sua moderazione. Fino a quando non fucilarono cinque renitenti alla leva, e i partigiani risposero uccidendo Giovanni Gentile».
Un crimine? O un atto di guerra?
«Un episodio della guerra partigiana. Deciso a Firenze, non ordinato da Togliatti. Come studente di filosofia ammiravo Gentile, ma aborrivo le sue idee politiche. Fu un grande maestro; ma fu un cattivo maestro».
Incontrò mai Croce?
«Sì; e mi deluse. Aveva architettato una complessa proposta per salvare la monarchia: il re avrebbe dovuto affidare la luogotenenza non al figlio Umberto, ma al nipote Vittorio Emanuele – che si sarebbe poi rivelato uno sciagurato –, sotto l’egida di De Nicola. Mi pareva un pasticcio. Io ero per la Repubblica. Così lasciai il Pli per la Concentrazione democratica repubblicana, guidata da Ferruccio Parri e Ugo La Malfa. Avevamo grandi aspettative; ma alla Costituente furono eletti soltanto loro due».
Cosa votava?
«All’inizio, Pri. Negli anni 70 e 80, scheda bianca. Poi l’Ulivo».
Dopo la Liberazione lei passò al «Giornale del Mattino» di Firenze, direttore Ettore Bernabei.
«Fu il primo giornale moderno: grandi foto, titoli secchi, inserto della domenica, pagina dei ragazzi, e pure il cruciverba. L’editore non era la Dc ma Montini, il futuro Papa: era stato lui a trovare i soldi; però collaboravano laici come Manlio Cancogni e Carlo Cassola. Io ero il caporedattore, mi affidavano anche lunghe inchieste. Nel 1952 passai tre mesi negli Stati Uniti, evitando con cura New York e la California. Mandai 26 articoli, tutti dall’America sconosciuta: il Kentucky, l’Illinois. Lavorai per due settimane al quotidiano di Florence, Alabama. Mi chiesero un articolo su Firenze e lo misero in prima pagina, con la mia foto: il mattino dopo, per strada mi salutavano tutti. Poi mi chiesero un articolo sulla loro città ».
E lei cosa scrisse?
«Che le ragazze erano tutte belle ma tutte uguali: stessi sorrisi, stessa pettinatura, stesse scarpe da tennis bianche con striscia colorata… Il mattino dopo per strada la gente si voltava dall’altra parte. Dovetti andare nell’aula magna del college a chiedere scusa alle studentesse».
Come mai si offesero?
«C’era un non detto: i neri erano invisibili. Segregati nelle loro chiese e nelle loro scuole. Ma al Nord se la passavano pure peggio».
È stato anche in Unione sovietica?
«Altri tre mesi. Fu Giorgio La Pira a farmi avere il visto. La guida era ovviamente un agente segreto, quindi inutile. Giravo da solo nei mercati kolchoziani, nelle poche chiese rimaste aperte, nei cimiteri».
Perchè nei cimiteri?
«Il comunismo annunciava l’avvento dell’uomo nuovo; e io volevo capire come moriva, quest’uomo nuovo. Nei cimiteri c’era moltissima gente. Le tombe erano interrate, e attorno c’erano sedie su cui vedove e orfani passavano intere giornate, a far compagnia al defunto; siccome non si trovavano fiori, portavano quelli di carta. Non parlavo il russo; ma tanto loro non dicevano nulla. Restavano lì. E mi sembravano uguali a noi uomini vecchi».
Poi Fanfani la volle come portavoce.
«Lo avvisai che non votavo Dc. Lui rispose: “Le ho chiesto di diventare mio collaboratore, non le ho chiesto le sue idee politiche”».
Era così tollerante?
«Molto. A volte però si infuriava. Stava per morire Pio XII: l’accordo era che, quando fosse accaduto, un sacerdote avrebbe sventolato un fazzoletto bianco alla finestra. Il redattore dell’Agi, l’Agenzia Italia, vide o credette di vedere un fazzoletto, e diede la notizia. La France Presse la riprese. Ma il Papa era ancora vivo. La sera Fanfani entrò nel mio ufficio e intimò: “Faccia licenziare il direttore dell’Agi ed espellere quello della France Presse!”. Gli suggerii di aspettare il mattino dopo. Uscì adirato sbattendo la porta. Ma il mattino dopo cambiò idea».
Montanelli lo chiamava il Rieccolo.
«Era diventato presidente del Consiglio; ma la Chiesa e la Confindustria non volevano il centrosinistra, e i franchi tiratori lo silurarono. Quando tornò in sella, Fanfani mi chiese di ricominciare. Dissi di no: non avevo la necessaria passione politica».
E lui?
«Mi domandò: ma un posto ce l’hai?».
Ce l’aveva?
«No. Però avevo una mezza proposta del consigliere delegato dell’Ansa: la poltrona da direttore era vacante da due anni. Non la voleva nessuno: lo stipendio era basso, la redazione piccola».
Lei ha diretto l’Ansa dal 1961 al 1990.
«Ho assunto più di seicento giornalisti. Diventammo la quarta agenzia al mondo, davanti alla Dpa tedesca e all’Efe spagnola, con corrispondenti da tutte le capitali».
I politici telefonavano?
«Solo i primi due anni. Non fu difficile farli smettere: bastava dire di no».
Celebre una telefonata di Aldo Moro.
«Mi chiese se avrei dato la notizia dell’attacco di Malagodi al centrosinistra. Risposi che l’avrei fatto di sicuro. Seguì un lungo silenzio. Pensavo avesse riattaccato. Invece Moro disse: “Mi rendo conto”. Appena tre parole, ma importanti. La politica si rendeva conto che le notizie non si potevano censurare. Allora nessuno pensava di poterle manipolare o inventare, come fanno i politici di oggi».
Come ricorda gli Anni Sessanta?
«Un’era di grandi e positivi cambiamenti. Prima si viveva ancora secondo gli schemi dell’Ottocento. Nel 1961 la Corte Costituzionale confermò che l’adulterio femminile – ma non quello maschile – era reato. Meno di dieci anni dopo avevamo il divorzio».
È vero che ebbe uno scontro con Nilde Iotti?
«Lei voleva essere definita il presidente della Camera, ma io avevo dato disposizione di scrivere la presidente. Si adattò. Susanna Agnelli invece venne a protestare: “Sono il senatore Agnelli, non la senatrice!”. Risposi che senatore era suo nonno. Se ne andò senza salutare».
Pansa o Bocca?
«Due grandi giornalisti. Ma ho riserve su entrambi. Non so se tutto quello che scrivesse Bocca fosse veritiero. Quanto a Pansa, ha passato la vita a elogiare la Resistenza, per poi scrivere certi libri…».
Ha letto «Il sangue dei vinti»?
«Non l’ho letto e non mi è piaciuto».
Montanelli o Scalfari?
«Montanelli è stato un grandissimo. Prediligeva il verosimile, ed era talmente bravo da renderlo vero. Scalfari è come me: un superstite. Tra i giornalisti della Liberazione sono rimasto solo io. Dell’ondata successiva restano Arrigo Levi, Sergio Zavoli ed Eugenio Scalfari; che scrive ancora».
Lei disse di Renzi: «Non lo giudico, ma se fallisce sarà il disastro». Direi che ci siamo.
«Sono arrivate le Sardine però. Renzi ha fatto e continua a fare molti errori, ma non condivido la demonizzazione che ne viene fatta. Salvini è peggio».
Perchè?
«Mi fa paura. Sono un liberale; non mi piace la democrazia illiberale».
Il fascismo può tornare?
«Nulla torna. Tutto muta: anche la morale, i valori. La storia cambia ogni giorno. E va scritta con la “s” minuscola: perchè è la storia di tutti noi, dei miliardi di esseri umani che abitano la Terra».
Lei crede in Dio?
«No, non per motivi religiosi ma filosofici: non credo nella trascendenza. L’unica realtà è l’individuo. Sopra e al di là dell’individuo non c’è nulla».
E dopo la morte cosa c’è?
«Niente».
Chi è la signora che sorride da tutte le foto esposte in questa casa?
«Mia moglie Laura. Se ne è andata nel sonno, nove anni fa. L’ho amata per tutta la vita e la amerò per sempre. Laura, come vede, è ancora con me. Abbiamo avuto tre figli: Stefano, Paolo e Maria».
E di noi cosa resta?
«L’aspetto straordinario della rete è l’immortalità . I nostri articoli di carta venivano gettati via dopo poche ore. Il mio sito resterà anche dopo la mia morte».
(da “Il Corriere della Sera”)
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Febbraio 9th, 2020 Riccardo Fucile
TRE PARTITI DIVISI DALLO 0,1%
Elezioni in Irlanda: spoglio in corso, sfida a 3 fino all’ultima scheda, in palio 160 seggi I risultati
definitivi non giungeranno prima di domani.
Gli exit danno un sostanziale equilibrio tra il partito di centrodestra Fine Gael al 22.4%, dalla sinistra nazionalista del Sinn Fein al 22.3% e dall’altro partito di centrodestra, Finna Fail, al 22.2%, con la prospettiva di una gara all’ultima scheda per la spartizione dei 160 seggi del Dà¡il à‰ireann, la camera bassa, data la situazione di quasi parità tra tre partiti visto il margine di errore dell’1.3%,
Malgrado la quasi parità tra i tre partiti in termini percentuali, la distribuzione dei seggi deve tenere conto di un sistema proporzionale con “voto singolo trasferibile”, che prevede l’assegnazione di più di una preferenza scrivendo 1 per il candidato preferito, 2 per il secondo, 3 per la terza scelta, e il quadro finale non dipende solo dalle “prime scelte”.
Inoltre, il Sinn Fèin – che comunque si prospetta come il ‘vincitore morale’ delle elezioni di ieri, considerata l’avanzata di 13,8 punti percentuali rispetto alle elezioni generali del 2016 – ha presentato solo 42 candidati, circa la metà rispetto al Fine Gael e al Fianna Fà¡il, cosa che si tradurrà in un minore numero di seggi.
I nazionalisti del Sin Fein, sostenitori dell’unificazione con l’Ulster britannico, sembra abbiano fatto incetta di voti soprattutto tra i giovani, sensibili piuttosto a istanze sociali come il problema delle abitazioni.
Il partito diretto da Mary Lou McDonald ha condotto una campagna di denuncia della scarsità di posti negli ospedali, dei problemi dei costi della assicurazioni, della riforma delle pensioni: temi molto sensibili per quella parte di elettorato che si sente esclusa dalla crescita economica irlandese.
Questo accento sui temi sociali ha fatto fare un balzo in avanti al partito penalizzato in passato perchè visto come il braccio politico dell’Ira.
Anche la questione dell’unificazione e dell’Irlanda del Nord in generale è rimasta in secondo piano.
Scommessa persa invece per il premier Varadkar, che sperava di capitalizzare proprio sulle ottime performance economiche del Paese (Pil +5,6% nel 2019) e ha così puntato su elezioni anticipate per rafforzare il suo governo.
Se gli exit polls saranno in sostanza confermati, i negoziati per la formazione di una coalizione governativa saranno certamente difficili.
Sia Varadkar che Micheal Martin del Fianna Fail hanno escluso un governo con la partecipazione del Sinn Fein.
Dietro il terzetto di testa, gli exit danno il Partito dei Verdi al 7,9% delle preferenze, i Laburisti al 4,6%, i socialdemocratici al 3,4%, il partito Solidarietà prima del profitto al 2,8%. I candidati indipendenti raccoglierebbero complessivamente l’11,2% dei voti.
(da agenzie)
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Febbraio 9th, 2020 Riccardo Fucile
IL SI’ DEI CITTADINI ELVETICI ALLA NUOVA LEGGE: “L’ODIO E LA DISCRIMINAZIONE NON HANNO POSTO NEL NOSTRO PAESE”
La Svizzera si schiera contro l’omofobia. Chiamati ad esprimersi in un referendum, gli elettori elvetici hanno approvato con una maggioranza di oltre il 63% la nuova legge contro le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale.
Una norma contestata invece da conservatori e populisti che hanno messo in guardia dal rischio di “censura” e di attentato “alla libertà di espressione e di coscienza”.
La legge approvata mira a proteggere le persone Lgbt ed estende all’orientamento sessuale le disposizioni dei Codici penale e penale militare che già puniscono la discriminazione e l’incitamento all’odio a causa della razza, dell’etnia o della religione con una pena detentiva fino a tre anni o una pena pecuniaria.
Nel Canton Vaud il sì alla legge ha raggiunto l′80,2%, a Ginevra il 76,3% e a Zurigo il 63,5%. Solo tre piccoli cantoni germanofoni del centro e dell’est del Paese hanno registrato una maggioranza di misura al ‘no’.
“Oggi non sono solo i diritti di lesbiche, omosessuali e bisessuali ad essere rafforzati, ma quelli di tutte le minoranze”, ha esultato la co-presidente dell’Organizzazione svizzera delle lesbiche, Salome Zimmermann, citata dall’agenzia di stampa svizzera Keystone-Ats.
Per il padre della nuova norma, il parlamentare socialista Mathias Reynard, il sostegno popolare alla norma anti-omofobia è “un magnifico segnale” per tutte le persone interessate. “L’odio e la discriminazione non hanno più posto nel nostro Paese”, ha aggiunto citato dai media elvetici.
La sua iniziativa parlamentare contro l’omofobia era stata depositata nel 2013 e ha affrontato un percorso parlamentare di sette anni prima di essere approvata dal Parlamento nel 2018. Il testo in votazione era appoggiato dal governo e dalla maggioranza dei partiti.
Il referendum contro la legge, all’origine dell’odierna votazione popolare, era stato invece lanciato da un comitato composto in particolare da rappresentanti dell’Unione democratica federale (Udf), piccolo partito conservatore che sostiene di difendere i valori cristiani, e dalla sezione Giovani dell’Unione democratica di Centro (Udc, destra nazionalista). “Continueremo a difendere i valori cristiani”, ha dichiarato il presidente dell’Udf, Hans Moser, sconfitto alle urne.
La nuova norma punisce le offese pubbliche e la discriminazione in base all’orientamento sessuale e qualsiasi atteggiamento di incitamento all’odio a parole, per iscritto, immagini o gesti. Non si applica però all’ambito familiare nè tra i gruppi di amici, nemmeno se chiacchierano in un caffè.
Ristoranti, alberghi, trasporti, cinema o piscino non potranno rifiutare l’accesso di qualcuno per il suo orientamento sessuale.
I voti a favore sono stati 1.413,609. L’opposizione, uscita sconfitta col 36,9% dei consensi (827.361), era più radicata nelle zone rurali della Svizzera centrale e orientale. I più alti tassi di approvazione sono stati registrati nelle regioni e nelle aree urbane di lingua francese e italiana. La legge attuale puniva solo la discriminazione religiosa o razziale. Gli attivisti della comunità Lgbt hanno descritto il risultato come un “chiaro segnale contro l’odio” e hanno aggiunto che continueranno la loro lotta politica per il matrimonio tra persone dello stesso sesso, tema che sarà discusso il prossimo mese in Parlamento.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 9th, 2020 Riccardo Fucile
“LE DONNE DEVONO DENUNCIARE SEMPRE, DONNE DI DESTRA E DI SINISTRA DEVONO UNIRSI IN QUESTA BATTAGLIA CIVILE”
Rula Jebreal è uno dei personaggi della settimana. Con il suo straziante monologo ha fermato il
Festival di Sanremo, portando il tema della violenza sulle donne sul palco dell’Ariston.
Ha raccontato della madre Nadia, morta suicida quando lei aveva 5 anni: si è data fuoco, dopo essere stata brutalizzata e stuprata. In collegamento da Parigi, interviene al programma Mezz’ora in più di Lucia Annunziata.
“Mia madre non ha avuto le mie opportunità ”, racconta su Rai 3 Jebreal, docente della Facoltà di Scienze Politiche all’Università di Miami, “Era una donna semplice. È stato il secondo marito della madre a stuprarla, ha fatto lo stesso con le altre figlie. Lui trattava le donne come fossero schiave, proprietà . In un confronto con mia madre avvenuto prima della sua fuga da casa, le disse una frase che mi fa venire ancora adesso la pelle d’oca: ‘Se hai un frutto in casa, non hai il diritto di assaggiarlo?’. Questi criminali pensano che le donne siano una loro proprietà privata, da usare e abusare come credono”.
Per lungo tempo ha deciso di non parlare di quanto accaduto a sua madre: “In orfanotrofio, noi bambine ci raccontavamo queste storie per esorcizzarle. Ho trascorso lì tutta l’adolescenza e l’infanzia. Quando ho sceso le scale dell’aereo che mi ha portato in Italia, un paese libero che mi ha accolto, ho voluto nascondere questa verità . Poi ho lavorato nel consiglio di Macron e ho conosciuto Nadia Murad, attivista yazida stuprata dall’Isis. Lei ha avuto il coraggio di parlare, di denunciare le migliaia di donne yazide vendute come schiave, come se non fossero essere umani. Lei mi ha dato il coraggio. L’unica mia richiesta per la partecipazione a Sanremo era poter parlare di questo tema di cui mi occupo”.
Per questo spera che il suo monologo sia servito a qualcosa: “Se è valsa la pena andare al Festival? Dipende se il prossimo anno le donne saranno protagoniste, guidando il Festival, occupando ruoli decisionali, magari come direttore artistico. Vorrei vedere dieci donne a Sanremo, ma vorrei vederle nei posti di potere vero. Sarà valsa la pena se la conversazione non è limitata a Sanremo ma continua nel paese, se le donne stuprate o molestate hanno la possibilità di parlare chiaramente. Ma soprattutto se iniziamo a cambiare il linguaggio, smettendo di dare la colpa alle donne”.
Le donne, ribadisce Rula, devono poter occupare “il tavolo delle trattative”: “Spero di vederle nei posti di potere. Femministe di destra e sinistra, alleatevi su questo tema. Se una di noi ha un minimo di libertà , deve aiutare le altre”, dice citando la poetessa afroamericana Maya Angelou.
In questo percorso, gli uomini devono essere complici delle donne: “Mio padre era un guardiano della moschea. Devo moltissimo a lui. Ci ha messo in un orfanotrofio perchè stava morendo, aveva un cancro. Credeva nell’istruzione delle donne, per lui era un biglietto verso la libertà . Ci sono stati momenti in cui ha dovuto scegliere se pagare i medicinali o la nostra istruzione. Sono qui per il suo sacrificio. Lui mi ha fatto credere che gli uomini possono essere nostri complici”.
(da agenzie)
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Febbraio 9th, 2020 Riccardo Fucile
NON ESISTONO PARAMETRI DI GRAVITA’ DEGLI ORRORI, VANNO TUTTI DENUNCIATI PERCHE’ NON SI RIPETANO MAI PIU’
Domani sarà la giornata dedicata al ricordo dello sterminio delle Foibe.
Ricordo ancora le immagini del film trasmesso dalla Rai l’anno scorso, immagini di violenza, di terrore, di odio. La sequenza più dura da vedere fu quella relativa alla sequela di stupri di gruppo consumati ai danni di una bellissima ragazza – che era stata legata ad un tavolo – da parte di un nutrito branco di animali. Scene strazianti.
Cose che non si vorrebbero mai vedere. Cose che non dovrebbero mai accadere…
La guerra, in senso letterale o metaforico che esso sia, non sarà mai la soluzione a nessun problema. In casi estremi può servire a ristabilire l’ordine violato, ma soltanto come extrema ratio e, comunque, nel rispetto della dignità delle persone perchè la prevaricazione sarà , sempre, uno dei crimini più abbietti che possa consumare l’uomo…
Gli uomini hanno bisogno di parlarsi e di trovare, insieme, le soluzioni ai problemi, il punto di equilibrio tra le varie posizioni: lo scontro muscolare o “bellicoso” non servirà mai a nulla.
Ricordare certi eventi dovrebbe farci riflettere. Dovrebbe farci diventare migliori. E non sarà mai troppo tardi, almeno (anche solo) per provarci.
La vita è una sola e scorre via velocemente.
La felicità , la pace e un “sistema Paese”, una civiltà capaci di far sentire – e di far essere! – ognuno se stesso in modo pieno, secondo un eticamente sovraordinato principio di totale auto-affermazione, negli affetti, nel lavoro e nelle varie interazioni sociali in cui si svolge la vita di ognuno, non dovrebbero essere considerati “un orpello” o una “onanistica superfetazione” del dover essere: l’imperativo dovrebbe essere un irrefragabile imperativo categorico
Il nostro Paese è sistematicamente attraversato da una perenne litigiosità e conflittualità . Al “sistema” fanno giogo le divisioni. “Dividi te impera”. Che non accada mai più, però, attraverso lo sterminio di interi popoli, violentando donne inermi o trucidando bambini innocenti.
Reputo personalmente indegno provare a fare una graduatoria tra gli stermini.
I crimini commessi nei campi di Concentramento e nelle Foibe non possono essere classificati secondo un sedicente parametro di gravità quantistica o pseudo-valoriale: anche soltanto provarci sarebbe cosa ancora più indegna di quelle stesse stragi.
Innanzi a certe scene, è eticamente contemplato soltanto un profondo senso di umanità . Una profonda pietà . Una devastante vergogna.
La “voglia feroce” affinchè non si ripetano mai più.
Salvatore Totò Castello
Right BLU . La Destra liberale
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