Maggio 29th, 2020 Riccardo Fucile
“SBAGLIATO METTERE ASSIEME DIMESSI E GUARITI E INDICARE IL NUMERO DEI TAMPONI SENZA SPECIFICARE QUANTI SONO DI CONTROLLO. LA REGIONE METTA A DISPOSIZIONE I DATI COMPLETI”
Nino Cartabellotta è il presidente della Fondazione Gimbe e in questi giorni è al centro di un duro scontro con la Regione Lombardia sull’affidabilità dei dati che vengono comunicati quotidianamente dal Pirellone sui pazienti positivi al Covid.
Professore, lei ha parlato di “magheggi”, Fontana ha minacciato querele. Che sta succedendo?
“La Fondazione Gimbe è un ente indipendente che da dieci anni monitora tutte le attività del Sistema sanitario Nazionale, valuta le differenze regionali di qualità di servizi, ticket, mobilità sanitaria, oltre che finanziamento pubblico, livelli essenziali di assistenza, sprechi e altro. In totale indipendenza, la Lombardia si è trovata sul podio quando lo meritava. Ma se ora rileviamo che ci sono delle criticità , la nostra obiettività di ente terzo non ci permette di occultarle “.
Quali sono i problemi?
“Prima di tutto il numero dei dimessi e dei guariti. Rispetto a altre regioni la Lombardia mette tutti in un contenitore unico. Ci sono soggetti che vengono dimessi dall’ospedale, ma non sono guariti e dovrebbero andare in isolamento domiciliare. Finiscono però nella stessa casella verde. Capirà che se metto nello stesso contenitore i dimessi, casi ancora “aperti”, con quelli “chiusi”, il quadro epidemiologico è distorto”.
E’ questo che lei chiama ‘magheggio’?
“Questo nel linguaggio della ricerca si chiama “gaming”, un’operazione non necessariamente volontaria o fraudolenta: ma il risultato è che enfatizza i dati positivi e sottostima quelli negativi”.
Perchè è così importante oggi?
“Perchè la Lombardia, avendo contato in alcuni momenti oltre il 55% dei guariti, ha inevitabilmente influenzato il dato nazionale. Quando ascoltavo la Protezione Civile che diceva “partiamo dalle buone notizie: oggi 3 mila guariti di cui metà in Lombardia”, dei 1.500 non potevamo sapere se erano persone guarite o semplicemente dimesse senza notizia sul loro status di guarigione. Con il virus ancora circolante mettere insieme questi numeri è molto rischioso”.
Ma la questione riguarda solo i dati o anche le decisioni operative che sono state prese sul trattamento di questi positivi dimessi dagli ospedali? I positivi dimessi in teoria dovrebbero rimanere isolati finchè non si negativizzano.
“Noi ci limitiamo a monitorare i dati, perchè non è possibile verificare le decisioni. Il principio è che secondo le indicazioni del Ministero la definizione di guarigione clinica o virologica non presta adito ad interpretazioni. I dimessi comunicati dalla Lombardia non necessariamente sono guariti, ma finiscono sempre nella colonnina verde influenzando il tasso di guarigione nazionale. Inoltre, incrementando il numero dei guariti si ridimensiona anche l’indice Rt che tiene conto della popolazione suscettibile al virus e dei casi chiusi, ovvero i morti e, appunto, i guariti”.
Lei ha parlato anche di una percentuale di tamponi positivi sottostimata. Ce lo spieghi meglio.
“La percentuale dei positivi giornaliera è calcolata sulla base di tutti i tamponi effettuati, anche quelli di controllo, ovvero il famoso doppio tampone che viene fatto per assicurarsi che il paziente si sia negativizzato. Tuttavia, il calcolo corretto deve essere effettuato solo sui tamponi diagnostici, ovvero quelli utilizzati per identificare i nuovi casi. Tenendo conto che in Lombardia circa la metà dei tamponi è di controllo, il conto è presto fatto. La percentuale di tamponi positivi si dimezza”.
Sostiene anche che c’è un problema di ritardo nella comunicazione dei dati. Cosa intende?
“Sono gli asterischi che vediamo nelle infografiche della Regione Lombardia, dati sui positivi e sui morti che vengono comunicati con ritardi anche settimanali, alterando l’indice Rt e altri parametri, perchè la valutazione viene fatta su dati incompleti. Ma il vero “peccato originale” è la mancata disponibilità pubblica dei dati completi”.
Le infografiche non bastano?
“Assolutamente no. Numerose regioni mettono a disposizione sui loro siti istituzionali tutti i dati dettagliati in formato open. Perchè la Lombardia non lo fa? Perchè comunica pochi dati e per giunta parziali? Ho chiesto poco fa in diretta all’assessore regionale al Welfare Gallera di mettere a disposizione di tutti questi dati”.
Fontana dice che quelli veri li manda all’Istituto superiore di Sanità e che li validano loro.
“Non mi risulta che l’Istituto certifichi la validità dei dati. Li aggrega su una piattaforma comune e li analizza, ma la responsabilità della qualità e tempestività dei dati è delle Regioni”.
(da “la Repubblica”)
argomento: denuncia, emergenza | Commenta »
Maggio 29th, 2020 Riccardo Fucile
MUSUMECI LO INCONTRA VIOLANDO IL SUO STESSO DECRETO CHE VIETA GLI SPOSTAMENTI DA E PER L’ISOLA
E’ stato ieri lo stesso presidente della Regione, Nello Musumeci a rivelare nella conferenza stampa
sui ritardi Anas che Guido Bertolaso era arrivato in Sicilia dove tiene la sua barca, precisamente a Trapani e che avendolo saputo lo aveva incontrato informalmente a pranzo per offrirgli l’incarico di capo della task force per l’emergenza Covid al posto dell’arrestato Antonio Candela.
Bertolaso ha rifiutato perchè, ha spiegato Musumeci “troppo impegnato”. Peccato, però, che le norme anti coronavirus tenacemente volute (e scritte) dallo stesso Musumeci vietassero spostamenti se non di lavoro o per motivi di salute.
E così il viaggio di Guido Bertolaso in Sicilia diventa un caso politico. “L’ordinanza del presidente della Regione in merito all’ingresso nel territorio regionale per motivi non lavorativi è ancora valida o va interpretata in base ai rapporti di amicizia personali e politici?”, chiede il deputato regionale Claudio Fava in una interrogazione parlamentare. “Dalla stampa – aggiunge – apprendiamo che la visita in Sicilia di Bertolaso sarebbe riconducibile esclusivamente a questioni personali e pertanto, come ogni cittadino che vuole entrare nel territorio regionale, avrebbe dovuto rispettare le stringenti disposizioni emanate dal presidente della Regione in merito alla quarantena obbligatoria”.
“A rendere ancora più incomprensibile quanto avvenuto – aggiunge Fava – c’è anche l’incontro informale a pranzo con lo stesso presidente della Regione. In una situazione che sta causando enormi disagi a tutti e nelle stesse ore in cui Musumeci si mostra inflessibile sulle procedure di riapertura del territorio regionale, una simile disparità di trattamento appare come uno schiaffo alle migliaia di cittadini siciliani rientrati nell’isola e costretti, ancora oggi, a restare isolati in quarantena per due settimane o anche oltre in attesa dei tamponi”.
(da agenzie)
argomento: denuncia | Commenta »
Maggio 29th, 2020 Riccardo Fucile
I COMPAGNI DI MERENDE DEI SOVRANISTI ITALICI SE NE FOTTONO DEGLI ITALIANI
Nell’intervista alla Stampa dell’altroieri che aveva suscitato tanto riderone perchè si intestava il merito del Recovery Fund, Giorgia Meloni aveva negato che i suoi “amici sovranisti” facessero la guerra agli “spreconi” del Mediterraneo, tra cui l’Italia.
E ora indovinate chi è che boccia proprio il Recovery Fund?
Il Recovery Fund proposto dalla Commissione europea è “assurdo e perverso”: lo ha detto il primo ministro ungherese Viktor Orban, per il quale “finanziare i ricchi con i soldi dei poveri non è una buona idea”.
Il premier parlava con l’emittente statale Kossuth Rà¡dià³. Secondo le cifre della Commissione, che prevedono un fondo per la ripresa da 750 miliardi di euro, all’Ungheria sarebbero riservati 15 miliardi in tutto, di cui 8,1 a fondo perduto e 6,9 in prestiti
L’Italia quindi sarebbe tra i “paesi ricchi” che ruberebbero i soldi ai “paesi poveri” come l’Ungheria, Paese che grazie ai continui contributi Ue è passato dall’avere le pezze al culo a una economia florida senza mai dividere i doveri dell’Unione europea (vedi divisione dei migranti).
Una grande dimostrazione di solidarietà sovranista di cui non avevamo dubbio.
(da agenzie)
argomento: denuncia | Commenta »
Maggio 29th, 2020 Riccardo Fucile
I MILIARDI EUROPEI VANNO SPESI BENE, NON PER AMENITA’ COME TAGLIO TASSE E FLAT TAX
Se si vanno ad analizzare i discorsi e quindi i messaggi che il Governatore di Bankitalia, Ignazio
Visco, e il nuovo capo degli industriali, Carlo Bonomi, hanno lanciato al governo e alla politica in generale, viene fuori una somiglianza impressionante.
Quasi come se l’appello dell’intero mondo produttivo e finanziario fosse uno e uno solo. Ed è questo, sintetizzando: il Covid ha cambiato tutto, c’è il serio rischio che il paese non tenga nei prossimi mesi, la bomba sociale è innescata, quindi ormai non c’è più tempo da perdere, è l’ora di ribaltare i vecchi schemi, bisogna avere una visione di come portare fuori l’Italia dalla crisi e soprattutto spendere bene la pioggia di miliardi in arrivo dall’Europa e dai mercati.
Insomma, banchieri e imprenditori che da sempre hanno vestito i panni dei pompieri, ecco che si trasformano in rivoluzionari. Visco parla oggi nelle sue Considerazioni finali di “rottura rispetto all’esperienza storica più recente”. Bonomi nella sua prima relazione da presidente, un paio di settimane fa, ha chiesto una totale rifondazione delle regole del nostro paese. Rottura, rifondazione. Se le parole hanno ancora un senso, queste assomigliano a macigni gettati nella palude.
Purtroppo però le prime schermaglie di dibattito pubblico su come traghettare il paese fuori dalla crisi sono tutt’altro che incoraggianti.
Con i 5 stelle e Luigi di Maio che ripetono il mantra “usiamo i soldi del recovery fund per tagliare le tasse”, con la Lega di Salvini che ha rispolverato per l’occasione la balzana idea della flat tax. Tanto che il ministro dem agli Affari europei, Enzo Amendola, ha dovuto ricordare a tutti che no, non si può fare, che i 172 miliardi che arriveranno l’anno prossimo vanno investiti in progetti mirati e verificabili, altro che taglio delle aliquote, altrimenti bye bye soldi.
Ma anche qui il livello del discorso pubblico per ora gira a vuoto sul tema annoso e noioso delle “riforme”, che da almeno 50 anni tutti le vogliono ma nessuno le fa.
E chissà se questo governo riuscirà mai a mettere un po’ di sostanza sotto i titoli – che poi sono sempre quelli – semplificazione, riforma fiscale, sblocco cantieri, investimenti pubblici, digitalizzazione e via cantando.
L’esecutivo si trova, in altri termini, davanti a una sfida epocale, ben più grande di lui su cui già altri governi ben più attrezzati hanno fallito in passato (senza l’aggravante Covid). Non c’è quindi da essere ottimisti.
Visco però oggi nella sala più bella di palazzo Koch – in uno scenario surreale di sole 40 alte cariche istituzionali sedute, distanziate e con mascherine – ha suonato idealmente una campanella. E l’ha suonata forte.
Perchè se si andasse avanti così, per inerzia, solo due cose sarebbero certe: l’aumento imponente del debito pubblico e quello corrispondente delle diseguaglianze sociali.
Il primo è una specie di bomba pronta ad esplodere sotto i nostri conti pubblici, che ci può trascinare verso poco auspicabili scenari argentini.
Il secondo è una bomba messa lì sotto il tessuto sociale del paese, che se esplode rischia di portarci a situazioni inimmaginabili, poveri contro poveri, poveri contro ricchi, in generale italiani contro italiani. E il problema è che sono due ordigni che potrebbero anche deflagrare contemporaneamente con conseguenze devastanti. Proprio per questo bisogna che la politica si muova, che abbia una visione, che programmi e guidi la ricostruzione.
Non andrà tutto bene se non si affronta la crisi con serietà e competenza. La parte più bella ed efficacia della relazione di Visco è quella in cui non snocciola numeri e non parla di economia. “Oggi da più parti si dice: “insieme ce la faremo”. Lo diciamo anche noi: ma purchè non sia detto solo con ottimismo retorico, bensì per assumere collettivamente un impegno concreto. Ce la faremo con scelte mature, consapevoli, guardando lontano. Ce la faremo partendo dai punti di forza di cui qualche volta ci scordiamo; affrontando finalmente le debolezze che qualche volta non vogliamo vedere. Molti hanno perso la vita, molti piangono i loro cari, molti temono per il proprio lavoro. Nessuno deve perdere la speranza”.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: economia | Commenta »
Maggio 29th, 2020 Riccardo Fucile
DI FATTO MOLTI NON HANNO MAI SMESSO DI LAVORARE DA CASA E L’AZIENDA SCARICA I COSTI SULLO STATO
Marco — nome di fantasia —, lavora a Milano, nel marketing di un importante multinazionale straniera. E’ in smart working da fine febbraio, quando è esplosa l’emergenza coronavirus. Da metà aprile è anche in cassa integrazione all’80%: vuol dire che 8 ore la settimana gliele paga l’Inps (4 euro netti l’ora, all’incirca).
In sostanza dovrebbe lavorare quattro giorni la settimana (o poco più di sei ore al giorno), ma la sua mole di lavoro non è mai calata.
In realtà non è cambiato nulla rispetto a prima se non che il suo stipendio è diminuito e che una parte gliela stanno versano tutti i contribuenti italiani: le riunioni in videoconference si tengono anche nelle ore in cassa; le email continuano ad arrivare ed esigono risposte. Per capire come comportarsi correttamente, Marco ha chiesto alla sua azienda cosa si può e cosa non si può fare in cassa integrazione: “Non dovreste lavorare, ma se state portando avanti un progetto valutate voi. Regolatevi come meglio credete”.
D’altra parte in smart working — in teoria — l’orario di lavoro viene gestito in autonomia dai dipendente. E di conseguenza la risposta dell’azienda suona come un invito non troppo mascherato a lavorare come sempre.
Il confine è sottile: far lavorare un dipendente in cassa integrazione sarebbe truffa ai danni dello Stato, ma se è il dipendente a scegliere “liberamente” di continuare a fare quello che ha sempre fatto, a partecipare a riunioni — che non può perdere per non restare indietro — e a rispondere a mail e telefonate, il problema non c’è.
La storia di Marco è simile a quelle di decine di altri lavoratori del terziario: uomini e donne che lavorano in agenzia di pubblicità , nel mondo della comunicazione, dell’arte e della consulenza, attivi in tutte le cosiddette “professioni intellettuali“.
Professionisti che spesso lavorano su progetti complessi semplicemente impossibili da quantificare in ore perchè a contare è solo la qualità del prodotto consegnato al cliente finale. Che non accetta ritardi. Qualcuno ha scoperto di essere stato messo in essere messo in cassa integrazione retroattivamente, qualcun altro, invece, è stato più fortunato e a fronte di una cassa integrazione che arriva al 50% dell’orario si vede integrare interamente lo stipendio da parte dell’azienda.
“E’ una libera scelta dell’imprenditore che in questo modo fidelizza il dipendente” spiega Massimo Braghin, consigliere nazionale dell’ordine dei Consulenti del lavoro ed esperto di smart working secondo cui “il lavoro agile e la cassa integrazione sono di fatto incompatibili. Lo smart working disciplinato dalle legge 81 del 2017 è molto diverso da quello che stiamo vivendo in questi giorni”.
Il motivo è semplice: se il lavoro agile prevede che tempi e ritmi siano dettati dal dipendente vincolato solo dal risultato del proprio lavoro, la cassa integrazione prevede lo stretto rispetto delle regole.
Più che lavoro agile, quello ai tempi del coronavirus, pare telelavoro con un controllo costante da parte del datore di lavoro.
“Per quanto riguarda lo smart working, l’accordo tra azienda e dipendente è fondamentale perchè indica le regole del gioco. Chiarisce quello che si può fare — prosegue l’esperto — In questo momento viviamo una situazione molto complessa”.
Una situazione della quale qualcuno sta approfittando sfruttando le larghe maglie del Cura Italia: indicando la causale “Covid-19 nazionale” non si deve allegare nulla alla domanda di cassa integrazione che “può essere utilizzata per sospensioni o riduzioni dell’attività dal 23 febbraio e fino al 31 agosto” per 9 settimane. Poi prorogate ulteriormente.
Ad aprile i dati Inps hanno mostrato come i dipendenti in cassa fossero quasi 8 milioni in tutta Italia (poco meno della metà dei 18 milioni di italiani con un rapporto di lavoro subordinato), non tutti però hanno un cartellino da timbrare e proprio per questo il controllo del rispetto delle regole è semplicemente impossibile.
Se in una qualunque azienda manifatturiera la verifica della cassa integrazione avviene con il conteggio delle ore lavorate, per gran parte del terziario questo strumento non esiste. A maggior ragione in tempo di smart working.
Le verifiche da parte degli ispettori del lavoro avvengono in azienda, ma come possono verificare il rispetto delle norme da parte di chi sta a casa?
Motivo per cui diversi lavoratori in busta paga hanno visto da un lato la trasformazione di giornate di ferie in ore di cassa integrazione e ad altri è stata comunicata la riduzione dello stipendio senza un taglio del carico di lavoro: riunioni e mail proseguono senza il diritto alla disconnessione, mentre le consegne dei progetti non vengono posticipate.
Tradotto: lo smart working da strumento di welfare aziendale rischia di trasformarsi in una trappola per i dipendenti e in una possibile truffa ai danni dello Stato.
Se da un lato era urgente trovare una soluzione per salvare la vita a migliaia di imprese — e a milioni di dipendenti — dall’altra il governo avrebbe dovuto riflettere sulle conseguenza dell’incapacità a legiferare in modo chiaro e deciso.
(da Business Insider)
argomento: denuncia | Commenta »
Maggio 29th, 2020 Riccardo Fucile
“SE INVITO A CENA IL MIO VICINO DI CASA E LO VEDO USCIRE CON LA MIA ARGENTERIA NON ASPETTO LA CASSAZIONE PER NON INVITARLO PIU'”
“L’errore italiano è stato sempre quello di dire aspettiamo le sentenze”. Così Piercamillo Davigo,
ospite a Piazza Pulita, La7, accusato di giustizialismo.
“Se invito a cena il mio vicino di casa e lo vedo uscire con la mia argenteria nelle tasche non devo aspettare la sentenza della Cassazione per non invitarlo di nuovo”, ha aggiunto il togato del Csm.
Davigo ha commentato il caso Palamara difendendo la gran parte dei magistrati non coinvolti dalle intercettazioni. “La maggior parte dei magistrati italiani è perbene, poi ce ne sono ‘permale’, il compito e’ distinguere”, ha detto.
“Ho difficoltà a parlare di casi singoli perchè altrimenti mi ricusano”, ha affermato Davigo (che fa parte del collegio disciplinare di Palazzo dei Marescialli) sottolineando che “la sezione disciplinare non può procedere d’ufficio, ma viene investita da richieste. La procura generale sta lavorando su un immenso materiale, se e quando arriveranno richieste, giudicheremo”.
Quindi, l’ex magistrato di Mani pulite, ha raccontato un episodio: “Una sera ho partecipato a un dibattito qui a Roma, tra i relatori c’era Palamara: alla fine ho chiesto quale mezzo pubblico passasse di li’, lui ha sentito e mi ha dato un passaggio. Immagino avesse già il trojan attivato, ma non ci sono intercettazioni contro di me, perchè io non faccio queste cose, e come me migliaia di magistrati seri non le fanno”.
(da agenzie)
argomento: Giustizia | Commenta »
Maggio 29th, 2020 Riccardo Fucile
NEL VIDEO SU TIKTOK SI ESIBISCE IN CYCLETTE MENTRE CANTA DUE STROFE DI COCCIANTE
E che non si dica che Matteo Salvini non è attento alle evoluzioni della politica italiana.
Nel suo ultimo video su TikTok si esibisce in cyclette mentre canta le prime due strofe di In bicicletta di Riccardo Cocciante, dimostrando così che l’improvviso silenzio (suo e di Giorgia Meloni) sui Recovery Fund è soltanto un caso.
Ed eccolo qui, a mimare il “Passeggiando in bicicletta accanto a te / pedalando senza fretta la domenica mattina”, un chiaro giudizio di apertura nei confronti della proposta di Von der Leyen ma anche un severo monito al governo Conte: “pedalare, lavorare”, dice metaforicamente il Capitano.
Perchè sia chiaro, l’ipotesi che invece la butti in caciara perchè non sa cosa dire è assolutamente da scartare
(da “NextQuotidiano”)
argomento: Politica | Commenta »
Maggio 29th, 2020 Riccardo Fucile
LA COMMISSIONE FARSA DELLA LEGA PER DIRE CHE E’ ANDATO TUTTO BENE E’ UN INSULTO ALLE FAMIGLIE DELLE VITTIME
La renziana Patrizia Baffi non si dimette. Nonostante gli inviti a fare un passo indietro perchè
eletta con i voti della maggioranza di centrodestra e non con quelli dell’opposizione di centrosinistra, ha deciso di rimanere al comando della commissione d’inchiesta sull’emergenza coronavirus in Lombardia appena costituita in Consiglio regionale.
Così Pd e Cinquestelle sono pronti a farsi da parte, svuotando la commissione stessa, e sono pronti soprattutto a costituirne un’altra parallela. Nelle due ore di riunione Baffi, il vice presidente Mauro Piazza (Forza Italia) e il consigliere segretario Elisabetta Strada (Lombardi Civici Europeisti) hanno iniziato a tracciare il programma dei lavori, che da statuto dovranno concludersi entro 12 mesi e saranno a porte chiuse, con atti e verbali secretati.
La commissione, intanto, ha già svolto i primi lavori preliminari. Si terrà ogni lunedì alle 14.30. La prima seduta è prevista per l’8 giugno mentre la prima audizione dovrebbe vedere la presenza dell’assessore regionale Giulio Gallera e della direzione generale Welfare
Ai lavori, come detto, non parteciperanno i due maggiori gruppi di opposizione a Palazzo Pirelli: M5S e Pd.
“Prendiamo atto della decisione della presidente Baffi di non dar seguito alla nostra richiesta di rassegnare le dimissioni — dice il capogruppo del Pd in Regione Lombardia, Fabio Pizzul -. In assenza di novità che ci ostiniamo ad auspicare, domattina formalizzeremo al presidente Fermi le dimissioni dei nostri tre consiglieri (Gianni Girelli, Jacopo Scandella e Carmela Rozza) dalla commissione d’inchiesta e daremo vita, in accordo con i consiglieri del Movimento 5 Stelle e con gli altri consiglieri di opposizione che intenderanno aderire, a una commissione d’inchiesta alternativa che si metterà in ascolto di tutti coloro che hanno qualcosa da dire riguardo a quanto accaduto in Lombardia in questi mesi”.
(da agenzie)
argomento: denuncia | Commenta »
Maggio 29th, 2020 Riccardo Fucile
NUMERI BALLERINI SU DECESSI E GUARITI
«Se andiamo a guardare il numero di tamponi diagnostici, la Lombardia ne fa una percentuale di poco superiore rispetto a quella nazionale. Bisognerebbe tracciare e isolare molte più persone perchè altrimenti si entra nel loop della persistenza del contagio»: Nino Cartabellotta della Fondazione Gimbe ieri a Otto e Mezzo è tornato ad accusare la Regione che ha annunciato una querela nei suoi confronti.
Ma la parte curiosa della vicenda è che anche Massimo Galli, infettivologo dell’ospedale Sacco di Milano, in un’intervista a La Stampa dice esattamente la stessa cosa e chiama in causa anche il Piemonte: «Di certo la Regione non ha tutti gli elementi che dovrebbe avere. Se non fai abbastanza tamponi è possibile che l’attendibilità o la riproducibilità dei tuoi dati ne risenta, e vale per molte regioni. È una questione molto lombarda, ma non soltanto. Diciamo che dipende dalla rilevanza dell’infezione. In Lombardia è più evidente anche perchè è una regione sotto i riflettori. In Piemonte per esempio per settimane si è fatto poco per limitare l’epidemia. Così pure altrove».
Il Corriere della Sera oggi riepiloga le accuse al sistema sanitario lombardo:
Uno: la percentuale di positivi al giorno è più alta di quella che viene comunicata. Per capire la reale incidenza dei nuovi casi sul numero di tamponi eseguiti non bisogna prendere, come invece viene fatto nei comunicati quotidiani, il totale dei tamponi, ma solo dei «diagnostici», escludendo cioè quelli eseguiti per confermare la guarigione. Nel periodo indicato la percentuale di tamponi diagnostici positivi in Lombardia (6%) è superiore alla media nazionale(2,4%).
Due: il numero dei positivi è potenzialmente sottostimato perchè manca ancora un tamponamento massiccio. I tamponi «diagnostici» per 100 mila abitanti in Lombardia sono 1.608, poco sopra la media nazionale di 1.343. Ora, siccome per trovare il virus lo devi cercare, la domanda sollevata da Gimbe è: quanti sarebbero davvero i casi se la Lombardia aumentasse i tamponi?
Tre: i nuovi casi giornalieri, per 100 mila abitanti, sono il triplo della media nazionale, ma sono i numeri meno noti. L’incidenza di nuovi casi per 100 mila abitanti, rispetto alla media nazionale (32), è nettamente superiore in Lombardia (96). Conclusione di Cartabellotta: «La curva del contagio non è adeguatamente sotto controllo».
Quattro: la Lombardia sovrastima i guariti perchè li comunica assieme ai dimessi di cui non è noto lo status di guarigione. Ciò fa sì che i 24.037 oggi potenzialmente infetti in realtà possano essere di più.
In più anche Walter Ricciardi stamattina in un’intervista a Repubblica senza fare nomi dice che i dati che provengono dalle Regioni non sempre sono attendibili.
A Radio24 Cartabellotta aveva detto ieri mattina: «C’è il ragionevole sospetto che le Regioni stiano “facendo magheggi”per non dovere richiudere. La Lombardia è una di quelle». Accuse che la Regione definisce “gravissime, offensive e soprattutto non corrispondenti al vero”
Chi ha ragione? Il Fatto Quotidiano scrive oggi in un articolo a firma di Marco Palombi che quanto al retropensiero (tengono giù i contagi per poter riaprire) non si sa, sulle stranezze non c’è da discutere: a stare solo agli ultimi giorni abbiamo avuto i “decessi zero” di domenica che non erano zero (visto che almeno tre persone erano morte proprio quel giorno) e soprattutto l’asterisco nella slide di mercoledì in cui — scritto piccolissimo — si diceva che ai 216 contagi dichiarati ne andavano aggiunti 168 dovuti a “tamponi effettuati a seguito di test sierologici fatti su iniziativa dei singoli cittadini processati dall’Ats di Bergamo negli ultimi 7 giorni”.
Il consigliere regionale del Pd Samuele Astuti è membro della commissione Sanità e ogni giorno produce sul suo sito decine di slide sul Covid-19 in Regione: “La scarsa trasparenza è un fatto incontrovertibile: noi non abbiamo quasi avuto risposte sui nostri accessi agli atti e in questi giorni dobbiamo mendicare i dati sui test sierologici. I database poi sono costruiti male, basti dire che gli esiti dei (pochi) tamponi sono ‘pubblicati’ senza dire a che giorno risale il prelievo. Non solo: manca anche la capacità di leggerli i dati. E dire che in Lombardia abbiamo accademici bravissimi nel settore. Senza buoni database e senza capacità di leggere i numeri semplicemente non si può sapere cosa è giusto fare”.
A condire il tutto c’è anche la denuncia del MoVimento 5 Stelle Lombardia: “Ci scrivono in moltissimi per denunciare che le Ats stanno fermando i privati che — di tasca propria hanno prenotato i test sierologici. Motivo: ci sarebbero problemi a fare tamponi, se il test rivelasse la presenza degli anticorpi che segnalano la malattia”.
(da “NextQuotidiano”)
argomento: denuncia | Commenta »