Maggio 18th, 2020 Riccardo Fucile
IL DIRETTORE DEL “SACCO” DI MILANO: “NELL’APRI TUTTO DI OGGI CI SONO TROPPI RISCHI”
Massimo Galli, direttore di Malattie infettive dell’Ospedale Sacco di Milano, intervistato dal quotidiano il Messaggero parla degli elementi di rischio nell’apri tutto di oggi, anche al di là del metro di distanza nei bar e nei ristoranti.
“Ci deve preoccupare il fatto che molte persone si siano chiuse in casa, l′8 marzo, con l’infezione. E l’hanno trasmessa in famiglia. Sappiamo che i positivi sono dieci volte tanto quelli trovati. Ora tutti usciranno di casa, senza avere una diagnosi definita e precisa. E questo potrebbe far aumentare il numero dei contagiati. Se ogni giorno vediamo molti casi in Lombardia è perchè finalmente molte persone stanno ottenendo un tampone, non sono nuove infezioni, ma la coda di quello che non si è visto
Il medico aggiunge:
Non faccio previsioni su cosa potrà succedere in questi giorni: dico che negli ultimi giorni abbiamo avuto una pressione sugli ospedali bassissima e abbiamo ricoverato pochissimo. E questo è un segnale importante. Deve però essere chiara una cosa: non sarà facile riaprire con una epidemia ancora in corso.
(da agenzie)
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Maggio 18th, 2020 Riccardo Fucile
AUMENTATO IL TRAFFICO VEICOLARE E L’AFFOLLAMENTO SUI BUS
Code per entrare alla stazione di Ponte Mammolo come per aspettare i bus a Termini. Con la
riapertura dei negozi entra nel vivo la fase 2. E con essa aumenta il traffico veicolare e, soprattutto, le file all’ingresso delle metro e alle banchine degli autobus. Spesso non rispettando la distanza minima di un metro. In quest’ottica un apporto lo hanno dato le 4 linee sostitutive con bus privati, create per collegare le periferie e il Centro.
Sul fronte dei disagi i maggiori problemi si sono registrati alle fermate della metro in periferia o quelle dove c’è un interscambio con i capolinea dei pullman o i parcheggi di scambio.
Da questa mattina ci sono in circolazione circa 850 mila persone che circolano a Roma per motivi di lavoro. E sui mezzi pubblici il maggiore afflusso ha riguardato la fascia tra le 6 e le 7.30. Un migliaio di persone, per esempio, si è affollata alla stazione di Ponte Mammolo, sulla linea B, con gli addetti di Atac e della protezione civile che non sono riusciti a far rispettare la distanza minima di un metro. Stesse scene anche a Termini, a Cipro o a Battistini. Piccole calche anche sulle banchine della metro, in uscita dai treni.
Traffico più intenso stamattina su alcuni tratti del Grande raccordo anulare di Roma, del tratto urbano dell’A24 in direzione centro e sulla diramazione Sud verso il centro della Capitale.
Al via da questa mattina anche le messe. Una decina di persone hanno partecipato alla celebrazione nella parrocchia del Cristo Re, fra le maggiori della Capitale, che si affaccia sulla sede Rai di viale Mazzini. Essenziali le misure per rendere la partecipazione in sicurezza. Il portone è spalancato per evitare che si tocchino le maniglie, all’ingresso è posto un gel igienizzante, e vige l’obbligo di mascherina. I fedeli sono distanziati tra i banchi. La messa, nel grande edificio dalla capienza massima di 200 persone secondo le disposizioni anti-Covid, è iniziata puntuale alle 7 con un riferimento alla ripresa da parte del parroco, il quale ha menzionato anche il ricordo dei defunti di questi mesi. Tre in tutto i celebranti all’altare. Al momento della comunione, il parroco ha indossato mascherina e guanti. I fedeli si sono disposti in fila al centro della navata sotto l’altare dove il sacerdote li ha attesi per porgere dal calice con una pinza l’ostia nella mano. Al termine nessuno scambio di pace.
(da “Il Messaggero”)
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Maggio 18th, 2020 Riccardo Fucile
LA FOTO HA SCATENATO INDIGNAZIONE… “VOGLIAMO RITROVARCI TRA UN MESE DI NUOVO NEI GUAI?”
Dopo i Navigli di Milano, è la Corsarola, la via del passeggio di Bergamo Alta, a finire nella bufera: in tantissimi domenica pomeriggio hanno affollato la strada, alcuni anche senza mascherina e a poca distanza di sicurezza dagli astanti.
Le foto della stretta via colma di gente sono finite sui social scatenando l’indignazione non solo degli utenti, ma anche del sindaco Giorgio Gori che su Facebook ha scritto: “Non vi sono bastate centinaia di morti nella nostra città ?”.
Bergamo è stata una delle città più colpite dal coronavirus e l’immagine della sfilata dei veicoli dell’esercito con le bare dei morti all’interno è ancora nella mente di molti.
Per questo, Gori non riesce a capacitarsi della “leggerezza” delle persone: ”Mentre stamattina, dopo una passeggiata sui Colli, ero tornato a casa rinfrancato – si legge nel suo post –, perchè non avevo incontrato una sola persona senza mascherina, le immagini del pomeriggio, di Città Alta e di Largo Rezzara, mi hanno preoccupato e fatto arrabbiare”.
E ancora: “Vogliamo ritrovarci tra un mese di nuovo nei guai?! Ve lo chiedo di nuovo: per piacere, metteteci serietà , impegno e rigore”.
In molti si chiedono cosa accadrà con la riapertura dei negozi. Intanto la foto della Corsarola affollata parla chiaro: le persone non sembrano avere paura di uscire per una passeggiata.
(da agenzie)
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Maggio 17th, 2020 Riccardo Fucile
GOVERNO E REGIONI SI CONTENDONO REGOLE E SI RIMPALLANO RESPONSABILITA’ (CON FONTANA CHE PROVA A FARE IL FURBO)… ALLE 18 FINALMENTE ARRIVA IL DECRETO MA MOLTI DOMANI NON AVRANNO NEANCHE IL TEMPO DI ADEGUARSI… CONE DICEVA LONGANESI: “DESCRIVERE IL VAGO CON ESTREMA PRECISIONE”
Un grand commis di Stato racconta che ci sono problemi politici, ma anche umanissimi e
tragicomici problemi da riunione di condominio: “Ieri, per dire, abbiamo passato mezz’ora inchiodati su un punto. Mezz’ora di accese discussioni se in un passaggio nemmeno poi così rilevante dovessimo scrivere ‘preso atto’ oppure ‘sentito’. E ti sto facendo solo un esempio”.
Tre giorni di Consiglio dei ministri a tappe, riunioni, vertici notturni, lavorio d’uffici per sfornare le centoquaranta pagine (venti di Decreto del presidente del consiglio, più centoventi di relativi allegati) che determineranno il futuro del paese e “descrivere il vago con estrema esattezza”, per dirla con Leo Longanesi.
Verso le 18 arriva la firma di Giuseppe Conte, quasi 24 ore dopo l’annuncio in conferenza stampa con i giornalisti, mentre per tutto il giorno da Palazzo Chigi si spiegava che si era in attesa dell’ultima versione delle linee guida delle Regioni, mentre i governatori protestavano che, in assenza di dpcm, non si potevano emettere le ordinanze regionali.
È partito un gioco al rimbalzo delle responsabilità . “Non possono addossarle tutte a noi”, dicono a microfoni spenti diversi governatori. È Vincenzo De Luca a imbracciare il proverbiale lanciafiamme: “C’è un clima di confusione: dovremo aprire domattina, ma noi non apriamo nè i ristoranti, nè i pub, nè altro per serietà . Abbiamo deciso di avere una interlocuzione con le categorie economiche per prepararli alla sanificazione a procurarsi pannelli”.
Tutto rimandato al 21 in Campania, così come il Piemonte ha deciso di differire la riapertura, ma per cautele legate al contagio.
In particolare De Luca contesta il monitoraggio che le Regioni devono effettuare sul contagio: “Su alcune norme di sicurezza generale deve pronunciarsi il Ministero della Salute, non è possibile che il Governo scarichi opportunisticamente tutte le decisioni sulle Regioni. Non è accettabile”.
Il rimpallo tra enti locali e Governo è continuo. Dopo aver rivendicato autonomia delle scelte per settimane, la palla della responsabilità scotta tra le mani dei governatori. Attilio Fontana, con alcune piccole differenze, ha deciso di rischiare e di seguire le linee guida per le riaperture, nonostante le centinaia di morti giornaliere.
È stato proprio il presidente della Lombardia nella riunione notturna di domenica a contribuire all’ennesimo supplemento di discussione. La Conferenza delle Regioni ha preteso di inserire le proprie linee guida tra gli allegati del dpcm, incontrando la resistenza del giurista Conte, per la mancanza di forza di legge del testo.
Qui Fontana ha provato a inserirsi, chiedendo una messa a punto delle norme nel testo, un nuovo confronto, magari un ulteriore passaggio con l’Inail.
A questo punto sia il premier sia il presidente della Conferenza delle Regioni Stefano Bonaccini hanno sentito puzza di bruciato.
Un esponente di Governo la spiega così: “La Lombardia è stata un disastro, e Fontana lo sa. Però non poteva permettersi di non riaprire con gli altri, avrebbe certificato la sua difficoltà , il suo fallimento, così ha provato a rimandare”.
Perchè ricominciare il gioco dell’oca di una nuova definizione delle regole avrebbe naturalmente portato a una dilazione dei tempi.
In questo puzzle dell’assurdo si metta anche in conto di una riunione finita alle 4 del mattino perchè, trovato faticosamente un accordo, non si riusciva a reperire Roberto Speranza.
“Serve il suo ok”, ha spiegato Conte, estensore del dpcm “su proposta del ministro della Salute”. Buttato finalmente giù dal letto il ministro, ecco l’avallo, seguito da una giornata intera di limature e correzioni al testo fino alla firma serale.
La cornice fornita da Palazzo Chigi dovrà essere riempita ora dalle singole ordinanze regionali. “Siamo pronti, aspettavamo solo il testo”, rispondono in coro Toti, Zaia, Bonaccini, Santelli.
Commercianti e imprenditori vengono messi a conoscenza dei criteri ufficiali per ripartire a poche ore dalla ripartenza. “È un pasticcio – spiega un dirigente del Pd – in tanti domani, magari anche dopodomani, rimarranno con la saracinesca chiusa, non puoi ridurti così all’ultimo, è anzitutto una questione di rispetto per i cittadini in difficoltà “.
Cittadini che dovranno fare lo slalom tra le peculiarità di ogni singolo territorio. A Milano e dintorni le mascherine saranno un obbligo anche all’esterno, nel Lazio la distanza da rispettare per le attività e per i servizi al pubblico sarà di un metro e mezzo anzichè di uno, la Toscana, visto il poco tempo, si riserva di emanare protocolli integrativi.
La Fase 2 da pianificazione accurata che doveva essere si è trasformata in una corsa affannosa piena d’inciampi e incertezze. Descrivere il vago con estrema esattezza.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 17th, 2020 Riccardo Fucile
IL FONDATORE DEL CENSIS: “NEL DOPOGUERRA LO STATO FORNI’ GLI STRUMENTI PER LA RICOSTRUZIONE, MA POI FURONO GLI IMPRENDITORI A PRENDERE INIZIATIVE, NON STETTERO AD ASPETTARE CONTRIBUTI A FONDO PERDUTO”
Dal suo punto di vista, la questione va ribaltata: “Io sono spaventato dalla depressione del desiderio che vedo arrivare. La ripresa la fanno le persone, non il governo. Se lo stato ti dà i soldi per comprare una bicicletta, il denaro per pagare la baby sitter, gli incentivi per andare in vacanza, se cioè si preoccupa di non farti mancare niente, uccide l’iniziativa. Castra la libido. Il desiderio nasce dall’assenza. La pioggia di bonus, invece, lo spegne. Raffredda lo slancio. Inibisce la carica erotica del Paese”.
Da settant’anni impegnato a decifrare i movimenti sommersi della società italiana, Giuseppe De Rita è restio a dar troppa importanza a ciò che si vede a reti unificate: “Non ci credo a questa storia che i Dpcm, la decretazione d’urgenza, tutto il repertorio giuridico dell’emergenza, incideranno nei rapporti tra il parlamento e il governo, danneggiando la Costituzione. Nel caso so che potremmo contare su un certo numero di cani da guardia. Quello che mi preoccupa è la costituzione psicologica dell’Italia. Perchè la società non è fatta di circolari, di ordinanze, di protocolli. È fatta di testa, mani, rabbia, fantasia, ansia, voglia. Uno Stato che non sollecita le imprese del singolo, non incita l’attività , scoraggia i progetti, produce inerzia, attesa, rassegnazione. Nessuno si è mai ripreso così”.
Ottantotto anni, fondatore del Censis, De Rita non ha più l’età per ascoltare le indicazioni del comitato tecnico scientifico: “Quando qualcuno mi incontra sul marciapiede, mi guarda con angoscia. Io detesto la mascherina e mi rifiuto di indossarla. Questo sconcerta. Le persone mi vedono e raggelano. Poi, cambiano strada. Mi stupisco ogni mattina della paura che vedo in giro. Lei se lo sarebbe mai aspettato? Non dico i lombardi e i veneti — per loro era ovvio. Io dico tutti gli altri. Anche a Roma c’è gente terrorizzata. Un vecchietto, al semaforo, mi ha visto in macchina senza mascherina e ha iniziato a urlare ai carabinieri: ‘Arrestatelo, arrestatelo!”. Io sono un uomo vecchio. Ho vissuto la mia vita. Che vuole che me ne freghi di disinfettarmi le mani ogni quarto d’ora. Se è arrivato il momento di morire, morirò e amen”.
Non la preoccupa neanche la crisi economica?
Mi preoccupa l’idea che sarà lo Stato a tirarci fuori da questa situazione. Ho sentito più volte accostare il dopo pandemia al secondo dopoguerra. Molti dimenticano che la ricostruzione non l’ha fatta il governo. L’hanno fatta milioni di persone. Chi costruendo una casa, chi tirando su un’azienda, chi facendo una stradina per raggiungere un pezzo di terra.
Lo Stato non doveva intervenire?
Negli anni della ricostruzione, lo Stato si è mobilitato per fare ciò che i singoli non potevano fare. Infrastrutture, sistemi industriali, reti elettriche. Questo dovrebbe essere lo spazio dell’intervento statale anche oggi: fornire strumenti per stimolare l’iniziativa imprenditoriale, non distribuire sovvenzioni ad personam”
In realtà , c’è chi lamenta che i soldi siano stati solo promessi.
Ma, dal punto di vista della psicologia sociale, promettere equivale a erogare. L’annuncio mette in moto un’onda di soddisfazione che fa calare il desiderio, soffocando il bisogno di cui si nutre. Il capitalismo avanzato è un maestro in materia. Moltiplicando la disponibilità di beni, ne diminuisce la desiderabilità . Se posso avere tutto, non ho voglia di niente.
Era meglio governare di meno l’emergenza?
Le persone stavano morendo, i posti in terapia intensiva erano pochi, la gente era spaventata. Era necessario intervenire velocemente. La verticalizzazione è stata naturale. Del resto è avvenuta in tutti i paesi del mondo.
Si aspettava la disciplina degli italiani?
Non è stata disciplina: è stata paura. Le persone sono rimaste a casa per non essere contagiate. È stata una questione di vita o di morte. Non hanno accettato le limitazioni per assolvere a una missione nazionale.
Era scontato?
No, però l’Italia non era in una fase di slancio nè economico nè sociale nè culturale. Staccare la spina — non dico che sia stato facile — ma è stato meno doloroso di quanto lo sarebbe stato in altri momenti della nostra storia.
Quando finirà , con chi ce la prenderemo?
Con nessuno. È difficile dare la colpa di quello che è successo a un cattivo da trasformare in capro espiatorio. Durante Tangentopoli, colpevoli ne avevamo quanti ne volevamo. C’erano le mazzette, i partiti corrotti, Craxi e tutti gli altri politici da additare. Oggi l’assassino è un microbo. Si vede solo al microscopio. Mi sembra difficile riuscire a linciarlo in piazza
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 17th, 2020 Riccardo Fucile
NON BASTANO LE MARCHETTE AI CACCIATORI, ORA PURE AI BRACCONIERI… IN LOMBARDIA IL 31% DEI REATI COMMESSI IN ITALIA
“Chiediamo alla Regione di non fare un regalo ai bracconieri”. È questo l’appello lanciato dalle
Guardie Venatorie Volontarie lombarde del WWF impegnate in prima linea nella lotta al bracconaggio.
Puntano il dito contro un emendamento proposto dal consigliere leghista Floriano Massardi che prevede l’obbligo di indossare un giubbino e un copricapo ad alta visibilità “per prevenire incidenti”. L’emendamento è stato già approvato in Commissione VIII e la prossima settimana dovrebbe andare in Aula per la votazione ma le guardie lombarde chiedono di eliminarlo.
“Usano l’argomento della sicurezza — denuncia il coordinatore regionale delle Guardie Venatorie Volontarie lombarde Antonio Delle Monache — ma in tutto il mondo è chi pratica l’attività venatoria a dover essere casomai visibile. Così il nostro lavoro diventa sempre più di difficile”.
Durante la stagione della caccia, le guardie pattugliano i boschi e le pianure lombarde collaborando con le altre forze di polizia.
“I bracconieri sono per il 60% dei cacciatori con licenza, il 40% sono persone senza licenza — spiega una delle guardie volontarie, Filippo Bamberghi — in Lombardia cacciano prevalentemente uccelli migratori sia per scopi ludici sia per scopi economici”.
Stando ai dati forniti dalle guardie, la Lombardia è la maglia nera del bracconaggio con il 31% dei crimini commessi in tutta Italia.
Le Guardie Volontarie contribuiscono a segnalare un terzo dei reati di questo tipo. Un’attività che, secondo loro, potrebbe essere compromessa dall’approvazione di queste modifiche e per questo hanno lanciato una petizione anche su change.org per chiedere alla Regione di ritirare le modifiche alla legge.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 17th, 2020 Riccardo Fucile
IL RICATTO DELLE GARANZIE SUL PRESTITO DA 6,3 MILIARDI DOPO CHE GLI AZIONISTI L’ANNO SCORSO SI SONO DIVISI 5,5 MILIARDI
I nodi vengono al pettine. Ed è chiaro a tutti che l’attacco concentrico al governo Conte, guidato lancia in resta dalla nuova Confindustria di Bonomi, non era affatto un’operazione neutrale.
Nè semplicemente il grido di dolore di un pezzo del mondo delle imprese davanti all’incedere di una crisi economica senza precedenti.
Tradotto in italiano, era soltanto un modo tutt’altro che sofisticato di battere cassa.
Lo sconto Irap generalizzato nel mese di giugno ne è l’esempio più palese e sfacciato.
Lo prende chi ha pagato un prezzo al lockdown e chi ha quasi raddoppiato il fatturato.
Tutti uguali, tutti sanati. Ancora una volta un pezzo delle classi dirigenti soffia sul fuoco del populismo antisistema per guadagnarci qualche soldo.
Sollevano il rischio di rivolta sociale la mattina, ma la notte trattano gli sgravi.
La storia è antica: fa parte del rapporto irrisolto tra le famiglie principali del capitalismo italiano e lo Stato. Quei 4 miliardi — maledetti e subito — potevano essere orientati alla domanda, alla qualità degli investimenti, all’innovazione tecnologica. Se servivano — e servono eccome — risorse per rilanciare il nostro tessuto imprenditoriale, la logica del fondo perduto a lungo termine rischia di fotografare soltanto la situazione esistente.
Che non era buona nemmeno prima della pandemia, con un’incapacità del nostro sistema economico — soprattutto nelle fasce produttivo a basso valore aggiunto — di stare sul mercato internazionale.
Già , perchè nessuno lo ammetterà mai, ma la crisi di domanda era già evidente prima del Covid.
Un’interpretazione rigida del divieto degli aiuti di stato voluti dall’Unione europea ha impedito al nostro paese di proteggere l’industria nazionale o per lo meno di avanzare fusioni internazionali senza apparire come un partner di secondo livello.
E oggi, dopo l’abbuffata dell’Irap, fa molto discutere il tema del ricorso al credito garantito dallo Stato da parte di alcune grandi imprese. Lo fanno anche quelle che negli anni hanno portato sede legale e sede fiscale altrove. Cosa che non è accaduto in Germania.
La Volkswagen, Bmw e Mercedes pagano le tasse laddove producono e fanno profitti. Oppure la Francia dove Renault in un paradiso fiscale sarebbe impensabile.
Al netto del giudizio morale – dopo che soltanto quest’anno gli azionisti si sono spartiti cinque miliardi e mezzo di dividendi dell’Fca non appena consumato il matrimonio con La Peugeot – colpisce la richiesta di 6,3 miliardi di prestiti.
Il messaggio è implicito: o ci date questi soldi oppure prendiamo baracche e burattini e trasferiamo altrove.
D’altra parte per chi viaggia tra Detroit, Amsterdam e Londra, gli stabilimenti di Pomigliano d’Arco piuttosto che di Melfi non sono altro che lucine accese sul mappamondo di una grande multinazionale. Possono tranquillamente essere spente e riaccese altrove.
Ricatto? Certamente. Possibilità di evitare questo ennesimo maxiprestito con danaro pubblico? Quasi nessuna.
E oggi fanno sorridere i tanti che si strappano le vesti, dopo aver indossato per anni maglioncini alla Marchionne, che quando la Fca scelse di lasciare il paese dall’alto dei ministeri economici che occupavano non dissero nulla, magari accusando il sindacato di essere conservatore perchè non comprendeva il valore dell’internazionalizzazione della casa automobilistica di Torino.
A chi batte cassa vanno poste delle condizioni: se lo Stato paga, soprattutto per chi ha esposizioni bancarie notevoli, ha il diritto di dire qualcosa.
Ad esempio l’ingresso dei lavoratori nella gestione diretta delle aziende (una volta era uno dei cavalli di battaglia della destra sociale), nella pianificazione degli investimenti, nell’orientamento dell’automotive sulla frontiera dell’ibrido, dove Fca sconta il ritardo più grande. Significa in parole povere dare avvio a una nuova stagione di politiche industriali. Che è qualcosa di più di aprire il Bancomat degli sgravi.
(da Globalist)
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Maggio 17th, 2020 Riccardo Fucile
E GUARDA UN PO’: I RISPARMI DEGLI ITALIANI IN BANCA SONO SALITI DI 20 MILIARDI… CIRCA 15.000 MILIARDI DI RISPARMI MA TUTTI PIANGONO MISERIA E CHIEDONO SOLDI A FONDO PERDUTO
Il nostro Paese non ha mai avuto una performance così negativa. Secondo la Bce, in media, stanno
lasciando l’Italia 16 miliardi al giorno di capitali investiti.
Al contempo crescono i risparmi: i conti in banca sono saliti di 20 miliardi. Ma l’economia è paralizzata.
L’Italia potrebbe mettere di più sul piatto — secondo l’economista francese Jean Paul Fitoussi – “ma la sorveglianza dei mercati su Roma è diventata molto aggressiva”.
La conferma viene dal collocamento sui mercati dei titoli di Stato.
Per una scadenza a soli 5 anni, il Tesoro ad aprile ha dovuto offrire un rendimento nettamente superiore a quello ad esempio del trentennale spagnolo.
E il trentennale italiano offre quasi il doppio dell’omologo emesso da Madrid.
Fa riflettere anche il dato che i conti in banca degli italiani siano aumentati di 20 miliardi, portando il totale dei risparmi a circa 1.500 miliardi.
Sono risparmi “diffusi” non quindi solo in mano a pochi privilegiati. Sarebbe interessante sapere quanti di costoro siano tra quelli che strillano “non abbiamo neanche i soldi per mangiare” o “senza contributi a fondo perduto saremo costretti a chiudere l’attività “.
Fa testo che tra i beneficiari dei 600 + 600 + 1000 euro destinati ad autonomi e professionisti, il 50% annovera oltre 50.000 euro depositati in banca.
(da agenzie)
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Maggio 17th, 2020 Riccardo Fucile
SALE LA TENSIONE SOCIALE, MA PATUANELLI CON 150 EMERGENZE AZIENDALI NON HA NEANCHE ASSEGNATO LE DELEGHE AI SUOI VICEMINISTRI
“Può sembrare un paradosso, ma dobbiamo ringraziare Covid-19 e i divieti di spostamento perchè altrimenti qui sotto avremmo qualche problema a gestire le proteste degli operai. E non solo di quelli dell’Ilva”.
“Qui sotto” è via Molise, a Roma, e a parlare è un alto dirigente del ministero dello Sviluppo Economico, che chiede di mantenere l’anonimato. Poche parole per fotografare il caos della politica industriale italiana, il caotico vuoto di sempre aggravato dall’allarme sanitario.
Tanto da far temere il peggio in vista del riemergere delle tante crisi aziendali temporaneamente congelate dall’avvento del coronavirus. Ilva in primis, con le tensioni sociali di questi giorni negli stabilimenti di Taranto e Genova, sottoposti ad una grottesca altalena di cassa integrazione, avvisaglia di quello che potrà accadere nelle prossime settimane.
“E non voglio neanche pensare a quando, dopo l’estate, finiranno gli ammortizzatori sociali Covid, la moratoria sui licenziamenti e il re tornerà nudo…”.
Ilva, Whirlpool, Blutec, Wanbao, Jindal Piombino, Embraco, Bekaert…da Nord a Sud la geografia del declino industriale italiano: 150 emergenze irrisolte che coinvolgono 250mila lavoratori.
A inizio marzo era stato raggiunto un accordo tra ArcelorMittal e il governo per tentare il rilancio della più grande acciaieria d’Europa (solo a Taranto occupa oltre 8.000 lavoratori diretti, più altre migliaia dell’indotto) con una partnership pubblico-privata e con un progetto green di parziale decarbonizzazione.
Ma da quel momento nulla si è mosso e, anzi, è come se le lancette fossero state riportate indietro di mesi, creando le condizioni ideali per il disimpegno del gruppo franco-indiano. Così l’emergenza Covid è diventato il nuovo alibi dei Mittal (come lo era stato quello della cancellazione dello scudo penale) per prepararsi all’abbandono del nostro Paese e concentrarsi sulla picchiata dei ricavi del gruppo a livello globale per il crollo della domanda mondiale di acciaio (nel primo trimestre dell’anno, solo in parte influenzato dalla crisi sanitaria, il fatturato è sceso del 22,6% e la perdita è stata superiore al miliardo di dollari).
L’ennesimo errore strategico del governo che, appunto, prima con lo “stop and go” sulla tutela penale dei manager e ora con la clausola, inserita nell’accordo di marzo, che consente ai Mittal di sfilarsi pagando una penale di 500 milioni, si è sempre collocato in posizione svantaggiata davanti alla controparte.
È il risultato della confusione che regna sovrana al Mise dove il ministro Stefano Patuanelli, a otto mesi dall’insediamento, non ha ancora assegnato le deleghe ai sottosegretari (emarginando in particolare i rappresentanti dem, Gianpaolo Manzella e Alessia Morani) e dove si sovrappongono troppi organismi e troppi “master and commander”: la Direzione della politica industriale, riformata da Luigi Di Maio un attimo prima di passare le consegne a Patuanelli, e guidata ora da Mario Fiorentino che è succeduto al navigato Stefano Firpo; il nuovo capo di gabinetto, Francesco Fortuna, che era il vice di Vito Cozzoli (passato alla presidenza di Sport e Salute) ma la cui poltrona viene data già per traballante; il segretario generale del ministero, Filippo Barca; la task force delle crisi industriali, guidata da Giorgio Sorial che, oltre ad aver ereditato lo scomodo ruolo da un altro grand commis come Giampiero Castano, ha cercato fin qui vanamente maggior supporto dal ministero stesso.
Nè ha aiutato, restando al caso Ilva, il rimbalzo di competenze tra Mise, Palazzo Chigi e ministero dell’Economia. “La realtà è che nessuno si sta veramente occupando dell’Ilva”, dice chi frequenta i piani alti del Palazzo dell’Industria.
In realtà qualcuno il dossier sul tavolo ce l’ha, ed è Invitalia che è il soggetto statale candidato a rilevare una quota del 40-45% nell’azienda siderurgica. Ma oltre al macigno precipitato sulla società pubblica di promozione industriale, con l’incarico totalizzante di commissario Covid assegnato al suo presidente Domenico Arcuri, il lavoro sul fronte Ilva procede a malapena proprio per l’assenza di sponde solide sul fronte politico, pronto oltretutto ad esplodere di nuovo sul caso siderurgia, tra Pd, Cinque Stelle (con le loro divisioni interne) e Italia Viva.
E, guardando all’altra metà campo, per la linea tenuta da ArcelorMittal che, anche in seguito a Covid e ai relativi problemi di cassa, è in ritardo nei pagamenti dell’indotto, dell’affitto ai commissari Ilva e nel rispetto delle scadenze Aia.
Per questo l’azienda aveva chiesto al governo la garanzia statale su un prestito da 400 milioni di euro, proposta non accolta perchè ArcelorMittal non ha ancora presentato il piano industriale di rilancio (si vocifera che in realtà quello predisposto dall’ad Lucia Morselli sarebbe pronto, ma che mancherebbe il placet dei Mittal a conferma del raffreddamento dei rapporti con la manager) e, soprattutto, perchè non dà rassicurazioni sulla volontà di rimanere.
I lavoratori dell’Ilva di Genova, un migliaio, sono già in sciopero e hanno annunciato per lunedì un’assemblea davanti ai cancelli della fabbrica. È la prima protesta operaia al tempo del coronavirus, ma non in difesa della salute.
Il migliaio di “caschi gialli” genovesi, come gli oltre ottomila a Taranto, e con loro tutti i 250mila delle crisi industriali italiane continuano la resistenza per il posto di lavoro.
(da “La Repubblica”)
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