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INCHIESTA FONDI LEGA: SPUNTA UNA FIDUCIARIA PANAMENSE IN SVIZZERA

Settembre 12th, 2020 Riccardo Fucile

ROGATORIA PER RICOSTRUIRE I FLUSSI DEL DENARO E CHIARIRE LA DESTINAZIONE FINALE

Uno degli obiettivi è chiarire il passaggio dall’Italia alla Svizzera di parte degli 800 mila euro incassati dalla vendita gonfiata dell’immobile di Cormano, nel Milanese, per la Lombardia film commission.
In particolare, sotto la lente c’è la transizione su una fiduciaria panamense basata nel Paese elvetico: è questo uno dei punti che le indagini della Procura e della Guardia di finanza di Milano vogliono definire nell’inchiesta sui fondi della Lega in relazione alla “destinazione finale” di parte della provvista (pare quasi 300mila euro) creata con la presunta operazione immobiliare illecita.
La rogatoria
I magistrati hanno avviato una rogatoria in Svizzera per seguire i flussi del denaro. Le indagini hanno portato due giorni fa agli arresti domiciliari di tre commercialisti vicini alla Lega: Alberto Di Rubba, direttore amministrativo del gruppo Lega al Senato ed ex presidente della Lfc;   Andrea Manzoni, revisore dei conti della Lega alla Camera con un incarico nel collegio sindacale di Sea; Michele Scillieri, professionista con un contratto di consulenza fiscale con la Lfc. Assieme ad una quarta persona, Fabio Giuseppe Barbarossa, sono tutti indagati a vario titolo per peculato, turbata libertà  nel procedimento di scelta del contraente e sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte.
Gli arresti domiciliari dei tre commercialisti hanno messo un punto fermo nell’inchiesta della Procura di Milano. Per il pm Stefano Civardi e l’aggiunto Eugenio Fusco, l’operazione avrebbe drenato fondi pubblici, dispersi poi in vari rivoli di cui si sta cercando di capire su quali società  e su quali conti siano rimbalzati e dove siano effettivamente finiti.
Nell’inchiesta, che corre in parallelo con   quella genovese sui 49 milioni di euro spariti, a luglio era stato   fermato e poi arrestato Luca Sostegni, 62 anni, ritenuto il prestanome dei tre professionisti accusato anche di estorsione e in procinto di fuggire all’estero.
La “destinazione finale”
Negli interrogatori resi finora da Sostegni, gli inquirenti hanno posto anche domande sulla destinazione finale di parte della provvista dell’affare immobiliare. Sostegni, però, ha chiarito che lui si è occupato come prestanome solo di una parte delle transazioni, quelle già  individuate nelle indagini, e che la “mente” delle operazioni, anche quelle a lui sconosciute, era il commercialista Scillieri.
E in uno dei verbali Sostegni ha riportato anche una battuta che Scillieri avrebbe fatto rispondendo “servono per la campagna elettorale” alla sua domanda: “Che ve ne fate di tutti questi soldi?”.
Gli inquirenti hanno provato ad avere chiarimenti sul punto, ma Sostegni l’ha liquidata come una battuta. Sostegni si è assunto, invece, tutte le sue “responsabilità ” sulla vicenda che ruota attorno al capannone di Cormano, ma ha detto di non essere al corrente degli altri flussi di denaro su cui sta lavorando la Procura. È probabile che nelle prossime settimane Sostegni, difeso dal legale Giuseppe Alessandro Pennisi, venga ascoltato ancora dai pm.

(da “La Repubblica”)

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LA CENA TRA SALVINI E IL COMMERCIALISTA ARRESTATO: SI E’ PARLATO DI SOLDI E DELLA FILIALE UBI DI SERIATE DOVE VENIVANO FATTI TRANSITARE QUATTRINI

Settembre 12th, 2020 Riccardo Fucile

L’INCONTRO A MAGGIO CON MANZONI A ROMA, PRESENTI ANCHE CALDEROLI E IL SENATORE BORGHESI

Cosa ci faceva Salvini a cena con Andrea Manzoni, uno dei tre commercialisti vicini alla Lega da ieri ai domiciliari nell’ambito dell’inchiesta sull’immobile di Cormano acquistato dalla Lombardia Film Commission?
A quell’incontro di maggio a Roma oltre al leader della Lega e al commercialista erano presenti anche Roberto Calderoli e il senatore bresciano Stefano Borghesi. E quello che è successo, secondo quanto risulta al Fatto, emerge dalle intercettazioni e dall’analisi dei tabulati degli indagati.
Di cosa si parla alla cena? Di soldi, naturalmente.
Tutto gira intorno alla filiale Ubi di Seriate. Secondo quanto racconta il Fatto, che spiega che gli indagati erano intercettati anche con il trojan, i vertici della Lega avevano convocato perfino Salvini per parlare della questione.
Il nome della persona di cui si discute durante la cena è quello di Marco Ghilardi, che dopo quell’incontro, verrà  licenziato ma non sarà  abbandonato: i commercialisti gli cercheranno un avvocato importante.
Chi è Ghilardi? à‰ proprio il direttore della filiale Ubi a Seriate. Ed è amico di un altro dei commercialisti ora ai domiciliari, Di Rubba. Sta per essere licenziato. Gli è arrivata una lettera di contestazione dai vertici dell’istituto di credito per una serie di operazioni sospette eseguite dai due commercialisti che il funzionario non avrebbe segnalato a Bankitalia.
Racconta il Fatto:
La cena, stando alle indagini, si svolge tra il 24 e il 26 maggio. Al centro dell’incontro il futuro di Marco Ghilardi, amico di Di Rubba (che in passato aveva lavorato in banca e proprio alle dipendenze di Ghilardi). Ghilardi, dopo una contestazione disciplinare da parte dell’istituto bancario dove lavora, rischia il licenziamento da direttore della filiale di Ubi Banca di Seriate, Bergamo. La sua cacciata è legata al fatto di non aver segnalato alcune operazioni sospette relative a conti di società  riconducibili a Di Rubba e Manzoni presso la stessa banca di Seriate. Operazioni anomale che erano state oggetto di alert da parte dell ‘Uif di Bankitalia già  nel 2019. Su quei conti, secondo le indagini, in sei anni sarebbero passati circa 2 milioni di euro. Sempre Ghilardi (che non è indagato), subito dopo il 2015 era stato contattato dagli stessi commercialisti per aprire nella sua filiale conti dedicati alle articolazioni regionali della nuova Lega di Salvini il cui primo indirizzo è risultato identico a quello dello studio di Michele Scillieri, altro commercialista coinvolto nell’indagine.
Qual è il giro dei soldi collegati alla Lega e finiti nella filiale di Seriate? Parte del piano, quello relativo ai conti da aprire per le associazioni regionali della Lega non andrà  mai in porto, perchè fermato dai vertici di Ubi.
Sandro De Riccardis racconta su Repubblica:
La filiale di Seriate è uno snodo centrale nel vorticoso flusso di denaro leghista. Da un conto nella filiale bergamasca — hanno ricostruito il procuratore aggiunto Eugenio Fusco e il pm Stefano Civardi — partono nel dicembre 2017 gli 800 mila euro bonificati ad Andromeda, la società  del commercialista Michele Scillieri (ai domiciliari) che aveva in pancia l’immobile di Cormano, individuato come futura sede della LFC. Ma soprattutto da quella filiale sono transitati negli anni circa due milioni di fondi leghisti finiti a Di Rubba e Manzoni.
Nel suo interrogatorio lo stesso Ghilardi (non indagato) ha spiegato come i due commercialisti, soci di studio del tesoriere della Lega Giulio Centemero (non indagato), hanno pianificato di creare conti da intestare ad associazioni territoriali della Lega su cui far transitare i soldi del Carroccio. Un piano, rimasto incompiuto per l’opposizione della banca, che avrebbe blindato le casse del partito dalle pretese di risarcimento delle procure.
Intanto c’è un altro indagato nell’inchiesta della Procura di Milano su Lombardia Film Commission: l’imprenditore Francesco Barachetti, accusato di peculato e che i pm, in uno degli atti dell’indagine, definiscono “personaggio legato a Di Rubba e Manzoni“, due dei commercialisti indagati, e “più in generale al mondo della Lega”.
Il nome di Barachetti era già  emerso negli atti delle indagini in relazione a somme incassate dalla sua impresa per lavori di ristrutturazione sull’immobile di Cormano (Milano).
Gli inquirenti stanno approfondendo la sua posizione nella vicenda anche perchè sospettano che l’impresa possa aver incassato ulteriori somme, attraverso false fatture, e che parte di quei soldi sia poi andata alle società  del ‘giro’ dei commercialisti bergamaschi, ossia Di Rubba e Manzoni.
La Barachetti service è stata oggetto di perquisizioni ieri sera e l’attività  dei finanzieri proseguirà  anche all’inizio della prossima settimana. Il nome dell’imprenditore era già  emerso anche un anno fa in un report dell’Uif di Bankitalia per operazioni sospette e movimenti di denaro anche verso la Russia. La Barachetti, si leggeva nella relazione citata in un’inchiesta de l’Espresso, “risulta essere controparte di numerose transazioni finanziarie con il partito della Lega Nord”

(da “NextQuotidiano”)

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SALVINI A NAPOLI, NON SONO BASTATE LE TRUPPE CAMMELLATE PER EVITARE UNA BRUTTA FIGURA

Settembre 12th, 2020 Riccardo Fucile

LE FOTO DIMOSTRANO IL FLOP, MENO DI MILLE PRESENTI NONOSTANTE I 60 PULMANN ANNUNCIATI DA ALTRE PROVINCE E SEMIVUOTI… CENTINAIA DI CONTESTATORI TENUTI A DISTANZA

“Matteo! Matteo! Matteo!”: l’arrivo di Salvini per il comizio a piazza Matteotti a Napoli è stato documentato sui social della Lega come se fosse l’entrata di Gesù a Gerusalemme: mancavano solo le palme ma in compenso c’era “Nessun dorma” sparato a tutto volume mentre il Capitano faceva la sua passerella smanazzando tutti, e che il Coronavirus vi accompagni.
Lui come sempre esagera: “Devo dire che di venerdì pomeriggio una piazza così a Napoli non me la sarei mai aspettata. La piazza di stasera non ce l’ho neanche a Milano”. La Lega parla addirittura di 4mila persone presenti: “Oltre 4mila persone, di venerdì pomeriggio, in una piazza Matteotti come non la si vedeva da tempo, ricca di entusiasmo e di aspettative”
Ma come sono andate davvero le cose?
Come dimostrano le foto dall’alto la piazza era semivuota, neanche mille i presenti, nonostante i 60 pulmann annunciati in arrivo da altre province. Molti non sono mai partiti.
Sta di fatto che Salvini teso lo sarà  fino a sera, quando il mini tour di sostegno al candidato forzista Stefano Caldoro che i sovranisti hanno sì e no tollerato, dopo le tappe di Torre del Greco, Gragnano, Eboli, Secondigliano, Giugliano, si concluderà  in una Piazza Matteotti, nel cuore di Napoli, più vuota che piena, come dimostrano le immagini
Quali sono le immagini? Basta guardare da un altro punto di vista rispetto a quello che propone la propaganda di Salvini per vedere tutta un’altra storia
Certo un risultato Salvini lo ha ottenuto. Non ha ricevuto fischi e pomodori come a Torre del Greco. C’erano troppi poliziotti a fermare i contestatori:
Magari con loro presenti la piazza sarebbe sembrata più piena.

(da agenzie)

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IL GIORNO DELL’ADDIO A WILLY, IL VESCOVO: “IL SUO SACRIFICIO COME UN GIOVANE CRISTO”

Settembre 12th, 2020 Riccardo Fucile

PRESENTI IL PREMIER CONTE, LAMORGESE E ZINGARETTI, L’ABBRACCIO DEI GENITORI, MIGLIAIA DI PERSONE RENDONO OMAGGIO AL GIOVANE

Duecento i palloncini bianchi lasciati andare, ‘liberati’ in cielo, tra lacrime ed applausi, dagli amici del 21enne. Si sono conclusi così i funerali di Willy.   Alla fine delle esequie il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha abbracciato la madre e il padre di Willy, Lucia e Armando e la sorella Milena. “Ora ci aspettiamo condanne severe e certe”. Ha commentato il premier al termine della cerimonia.
“Willy “si è sacrificato sulla croce come un giovane Cristo. Per amore dell’amicizia che deve essere d’esempio chi vede come vita il culto della forza, della violenza”.
E’ il messaggio centrale dall’omelia pronunciata da monsignor Mauro Parmeggiani, vescovo di Tivoli e Palestrina, che ha scelto il vangelo delle Beatidutini per ricordare il giovane ucciso a soli 21 anni, nel corso di una rissa, per proteggere un amico.
“Un fatto esecrabile che stamane ci vede riuniti insieme e per il quale il nostro cuore è profondamente scosso e colpito”, prosegue il vescovo   Il giovane aveva “passione per lo sport ma senza fanatismi, nel rispetto per gli altri e nell’impegno per loro che, lungi da quegli atteggiamenti di indifferenza che spesso chi si dice adulto assume, ha portato Willy nella notte tra sabato e domenica scorsa a intervenire a favore di un amico per sedare una lite e perdere la vita in quella forma grande che Gesù ci ha insegnato nel Vangelo: ‘non c’è amore più grande di questo, dare la vita per gli amicì”. Gesù, ha detto ancora, “non ci ha liberati con la forza dei muscoli ma donando la propria vita sulla croce per amore e assicurando a tutti coloro che come Willy tentano di praticare il suo Vangelo, la vita eterna”.
Ma soprattutto Impegniamoci perchè la morte di un innocente con cada nel vuoto.   “Perchè la morte barbara e ingiusta di Willy non cada nell’oblio impegnamoci tutti, istituzioni, forze dell’ordine, uomini e donne della politica, della scuola, dello sport e del tempo libero, Chiesa, famiglie e quanti detengono le chiavi di un potere enorme, quello dei media e in particolare dei media digitali, a comprometterci insieme, al di là  di ogni interesse personale e senza volgere lo sguardo altrove fingendo di non vedere, a riallacciare un patto educativo a 360 gradi”.
n lungo applauso aveva l’ingresso del feretro di Willy Monteiro Duarte e della sua famiglia nel campo di Paliano. Subito dopo l’ingresso della bara, c’è stato un minuto di silenzio. Da ore centinaia le persone si erano messe in fila per assistere alla cerimonia. Ci sono il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese e il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti e i sindaci di Paliano e di Colleferro, Domenico Alfieri
I parenti del ragazzo sono arrivati, in lacrime: sull’auto una fotografia del figlio ucciso. Familiari e amici indossano maglie e camicie bianche, come la maggior parte dei partecipanti: è stata una richiesta della famiglia del giovane, come “segno di purezza e di gioventù” aveva riferito il sindaco di Paliano.
I genitori del ragazzo hanno scortato la salma dal policlinico di Tor Vergata al campetto dove si svolgono le esequie. Mamma Lucia non perde mai di vista la bara del suo angelo. Al loro fianco il sindaco di Paliano Domenico Alfieri.
Nel campo sportivo, moltissimi ragazzi sulle sedie in plastica disposte sul manto erboso con maglie bianche e la scritta ‘Ciao Willy’.   “Ora bisogna solo far sentire alla famiglia la vicinanza di tutti e pretendere presto giustizia.
La Regione pagherà  e sosterrà  la famiglia per le spese legali e uno degli istituti alberghieri della nostra regione sarà  dedicato al nome di Willy”, ha ribadito Zingaretti prima di entrare nel campo. Mentre il premier Conte si è trattenuto a parlare con i sindaci dell’hinterland romano.
Gli fa eco il sindaco di Colleferro: “Il mio auspicio è che sia presto fatta giustizia e che si faccia chiarezza presto sulle responsabilità  di ognuno. Il mio appello a testimoniare è stato ascoltato e si sono aggiunti testimoni” aggiunge Pierluigi Sanna.
E la procura di Velletri ha modificato il capo di imputazione per i quattro giovani arrestati per la morte del 21enne, da omicidio preterintenzionale e omicidio volontario. Al momento, fanno sapere gli inquirenti,   non ci sono altri indagati, oltre ai fratelli Marco e Gabriele Bianchi, a Mario Pincarelli e a Francesco Belleggia, quest’ultimo ai domiciliari.   Il ragazzo citato nell’informativa della Procura di Velletri, seppur presente al momento dei fatti, non è iscritto nel registro degli indagati.

(da agenzie)

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SONO 14 MILIONI GLI ITALIANI CHE HANNO RICEVUTO UN SUSSIDIO ANTI-COVID, LO STATO HA ELARGITO 22,6 MILIARDI

Settembre 11th, 2020 Riccardo Fucile

PURTROPPO ANCHE A CHI CI HA MARCIATO E A CHI NON SA FARE ALTRO CHE LAMENTARSI E HA DECINE DI MIGLIAIA DI EURO DEPOSITATI IN BANCA

L’asticella è poco sotto quota 14 milioni: 13,9. Sono gli italiani che fino ad oggi hanno ricevuto un aiuto anti Covid da parte dello Stato sotto forma di bonus, cassa integrazione e altre forme di sostegno.
Una platea record per una spesa record perchè lo Stato, attraverso l’Inps, ha stanziato 22,6 miliardi. I numeri, che Huffpost è in grado di anticipare, sono contenuti nell’ultimo report che l’Istituto di previdenza ha redatto per tracciare un bilancio degli aiuti al 10 settembre.
Il quadro inizia a farsi definitivo perchè alcuni di questi aiuti, come il bonus baby sitter e quello per le colf e le badanti, non si possono più richiedere.
E altre misure, come la cassa integrazione e il bonus per i lavoratori autonomi, sono già  in una fase piena. Per questo il report è in grado di fissare lo scatto quasi definitivo degli aiuti.
L’Inps ha autorizzato oltre 2,8 miliardi di ore di cassa integrazione (2.819). I lavoratori che hanno ricevuto almeno una prestazione mensile durante il periodo febbraio-settembre sono stati 3,3 milioni (3.384.431) su un totale di 3,4 milioni di beneficiari (3.414.755).
Sono in attesa di essere pagati 30.324 lavoratori, prevalentemente legati a domande pervenute dalle aziende dal primo giugno in poi. A questi lavoratori che hanno ricevuto la cassa integrazione vanno aggiunti altri 3 milioni che sono stati pagati con dalle aziende con un anticipo.
La portata monstre della cassa integrazione non si evince solo dal numero delle ore autorizzate, ma anche da quello delle mensilità  di integrazioni salariali pagate sempre da febbraio a settembre. Hanno sfondato quota 11 milioni (11.060.900) su un totale di 11.459.453. Sono ancora da pagare 398.553.
Più di 4 milioni di autonomi hanno preso il bonus
Per i lavoratori autonomi lo Stato ha messo in campo un bonus da 600 euro per marzo e aprile (salito a mille euro a maggio, ma non per tutti). A richiederlo sono stati più di 5 milioni di lavoratori (5.377), a ottenerlo 4,1 milioni (4.129).
In 204mila hanno beneficiato dell’estensione della legge 104, quella che permette a un lavoratore di usufruire di giorni di permesso per assistere i familiari affetti da gravi disabilità .
Il boom delle domande per il bonus baby sitter (1,3 milioni), ma 189mila sono state respinte
Uno degli aiuti che è stato più richiesto dagli italiani, in questo caso dalle famiglie con figli fino a 12 anni, è stato il bonus baby sitter.
Un bonus da 1.200 euro (duemila euro per il personale sanitario, gli addetti al soccorso pubblico e alla pubblica sicurezza) per pagare il lavoro della baby sitter, il cui utilizzo è stato poi allargato anche ai nonni e all’iscrizione dei bambini ai centri estivi.
Le domande arrivate all’Inps sono state 1,3 milioni (precisamente 1,303 milioni) e sono arrivate da 716mila richiedenti (si possono fare più domande per più figli).
Non tutte le domande però sono state accettate dall’Inps. A essere respinte sono state 189mila richieste: niente soldi sul Libretto famiglia, lo strumento online attraverso cui l’Inps eroga il bonus alle famiglie.
Un trend sostenuto anche per l’estensione dei congedi parentali, cioè la possibilità  di stare in congedo dal lavoro per 30 giorni, anche per alcune ore e non solo per intere giornate, con la garanzia di una copertura del 50% in termini di retribuzione. Le richieste sono state 319mila.
Tra gli aiuti messi in campo dal Governo anche l’indennità  da 500 euro per aprile e maggio da utilizzare per pagare le prestazioni lavorative dei collaboratori domestici.
Le domande arrivate al 10 settembre sono 275mila, i beneficiari sono 209mila. Alcune richieste sono state respinte, un numero seppur esiguo è in fase di elaborazione.
A maggio è arrivato il reddito di emergenza, una misura per sostenere le famiglie più in difficoltà . A chiedere di accedere al sostegno, che può variare da 400 a un massimo di 840 euro, sono state 599mila famiglie.

(da “Huffingtonpost”)

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REFERENDUM: IL NO DI GIORGETTI E IL DOPPIO GIOCO DELLA LEGA

Settembre 11th, 2020 Riccardo Fucile

UN   CHIARO SEGNALE ALL’ELETTORATO LEGHISTA E A ZAIA DI UN BATTITORE LIBERO MA NON TROPPO

Allo sgarbo non crede nessuno. Alla mossa concordata, pochi. E allora?
Nel centrodestra si è aperto il toto-interpretazioni dell’ultima mossa di Giancarlo Giorgetti, uomo forte della Lega da molte stagioni, economista spendibile anche in Europa, sottosegretario a Palazzo Chigi nel Conte I in cui Matteo Salvini occupava il Viminale, da mesi in freddo con il suo leader.
Infatti, dopo lunghi silenzi che lasciavano intendere senza dire, ieri sera a un comizio a Vittuone, comune di 9mila abitanti a sud di Milano, Giorgetti è sbottato: “Al referendum voterò convintamente No. Un semplice taglio dei parlamentari in assenza di altre riforme è improponibile”.
Una “deriva da evitare” non solo “perchè darebbe un potere senza limiti alle segreterie di partito” ma soprattutto in chiave anti-governativa: “Sarebbe un favore ad un governo in difficoltà . Il governo Conte è inadeguato. Ed è anche per questo che voterò No’”. Un obiettivo politico all’ennesima potenza, quasi un tentativo di spallata, mentre il dettato costituzionale sbiadisce sullo sfondo.
Parole riportate da Ticino Notizie e arrivate alle agenzie di stampa proprio mentre Salvini, fiaccato da una mattinata di contestazioni in Campania e con la prospettiva di incontrarne altre in serata nel centro di Napoli, si domandava retoricamente “se è ancora possibile fare opposizione in questo Paese”.
E allora, il numero due del Carroccio ha scelto oculatamente la data, a ridosso del voto, per maramaldeggiare?
Nonostante la distanza degli ultimi tempi, e la defezione alla festa estiva di Rimini, lo scenario è poco plausibile. “Giorgetti fa il battitore libero. In questa fase non concorda con Salvini”, ammette un big leghista “Ma lo conosce talmente bene che sa cosa può dargli fastidio e cosa no”. E il No al referendum, ampiamente condiviso tra i suoi elettori, rientra di sicuro nella seconda categoria.
Del resto Claudio Borghi, il consigliere economico di “Matteo” che per primo si è smarcato dalla linea di partito, ribadisce di non aver ricevuto nè reprimende nè critiche. Ed è stato poi seguito da due big come Lorenzo Fontana e Andrea Crippa, da Alberto Bagnai, dal segretario lombardo Paolo Grimoldi, dal deputato Massimiliano Capitanio. Si vocifera, non da oggi, che sarebbero contrari al taglio dei parlamentari sic et simpliciter anche l’ex ministro, oggi senatore, Gian Marco Centinaio, e persino il governatore del Veneto Luca Zaia. Che però si tiene lontano dalla contesa, come Roberto Calderoli.
E c’è chi, nel centrodestra, legge il coming out di Giorgetti anche in chiave interna: “Giancarlo ha sempre giocato su un cavallo e mezzo. Per questo è rimasto in sella da Bossi a Maroni a Salvini. Adesso, sta lanciando segnali a Zaia: si smarca da Matteo senza però fargli dispiacere. E’ uno schema abile”.
I segnali, tuttavia, arriveranno prima all’elettorato leghista. Che potrebbe recepirli.
Gli ultimi sondaggi sul referendum davano il Sì tra il 66 e il 71% versus il No tra il 29 e il 34%.
Tra la base della Lega la rilevazione di Nando Pagnoncelli del 4 settembre per il “Corriere della Sera” posizionava il Sì al 64% e il No al 36%. Non male per un partito che il leader ha attestato su un Sì “coerente” (con i voti espressi in Parlamento durante l’alleanza con i Cinquestelle) ma tiepido: “Non siamo i proprietari del cuore e dell’anima degli italiani che voteranno”, “Non siamo una caserma”.
Non siamo alla libertà  di voto che aveva preconizzato Silvio Berlusconi per Forza Italia, ma poco ci manca. Anche perchè sui social e nelle sezioni sul territorio buona parte della base non digerisce il “regalone” ai grillini.
“Se vince il No le due anime governiste entrano in rotta di collisione e finisce la partita” si scalda un parlamentare padano.
Già : ma il No ha qualche speranza realistica di vincere? “Il No non vincerà  — taglia corto Gaetano Quagliariello, senatore che ha da poco lasciato il gruppo di Forza Italia per costituire una componente del misto insieme agli uomini del governatore ligure filo-leghista Giovanni Toti — Ma è meglio un Sì riformatore di un Sì populista”.
Spiega l’ex “saggio” della commissione sulle riforme voluta dal presidente Giorgio Napolitano: “Io voterò Sì perchè la democrazia rappresentativa così non funziona e non voglio lasciare lo scettro del cambiamento in mano ai Cinquestelle. Però preferisco vincere 60-40 che 98 a zero. Se accorciamo le distanze, il giorno dopo il referendum potrà  partire una strategia trasversale di riforme. Ecco perchè la mossa di Giorgetti non mi è dispiaciuta. E in questa chiave non credo che dispiaccia neanche alla Lega”.
L’ex sottosegretario di Palazzo Chigi, allora, sarebbe stato l’uomo di punta per dare una scossa alla base. Ridurre il divario. Mettere (un po’) in difficoltà  i Cinquestelle di Luigi Di Maio e Giuseppe Conte, che Salvini considera responsabili — politicamente parlando – di tutti i suoi guai.
La spallata forse è un sogno, ma un balsamo per l’umore cupo di questi giorni.

(da “Huffingtonpost”)

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LA GRANDE SCALATA DI BONACCINI PER METTERE LE MANI SUL PD (E FAR RIENTRARE RENZI)

Settembre 11th, 2020 Riccardo Fucile

IL DEVASTATORE DELLA SINISTRA ITALIANA CERCHERA’ DI FAR PERDERE IL PD PER POI PROPORRE BONACCINI COME SEGRETARIO

C’è un piano anti-Zingaretti nel Pd. Nella trappola che si sta preparando per dopo le regionali nel partito cardine dell’alleanza giallorossa si annida un paradosso quasi grottesco: quelli che vorrebbero sostituire Nicola Zingaretti alla guida del Pd, per restaurare un renzismo senza Renzi, sperano di poter far leva su una eventuale sconfitta in Toscana.
Dove però il candidato (persona degnissima ma dal punto di vista elettorale un “brocco”) lo ha scelto proprio Matteo Renzi.
Quindi chi gioca la partita (per ora coperta) della detronizzazione, si prepara a contestare il segretario dopo il voto, sulla base del risultato delle regionali, proprio quello dove, per ovvi motivi, e nel bene e nel male, Zingaretti non ha potuto scegliere, e si è ritrovato in campo le eredità  del passato.
In Campania il mitico Vincenzo De Luca, in Puglia il coriaceo Michele Emiliano, in Toscana il gassoso Eugenio Giani, sessantunenne, ex socialista, ex presidente del Consiglio regionale, uno di cui si diceva — per magnificare la sua dote più importante — che poteva menar vanto di aver girato tutti i comuni della Toscana.
Noi auguriamo al simpatico Eugenio di portare a casa comunque la pelle, ma forse, per combattere la pepatissima amazzone salviniana, Susanna Ceccardi, serviva qualcosa di più vitale, di un “candidato Alpitour”.
Tuttavia, all’epoca di quella designazione, Renzi era ancora dentro il Pd, aveva già  programmato la sua scissione del micron, e nella sua regione si era apparecchiato la tavola per realizzare quello che aveva in testa: un candidato teleguidato da lui, la prima prima prova elettorale del suo partito bonsai con un bel risultato in casa, che potesse diventare la piattaforma per lanciare una sua Opa sulla sinistra, poggiata sul sogni di un granducato leopoldino replicabile su scala nazionale.
Lo aveva anche enunciato, come è noto, il buon Matteo: “Faremo al PD quello che Macron ha fatto ai socialisti francesi”.
Come sia andata nella realtà  è noto: Italia Viva annaspa nei sondaggi, secondo tutti gli istituti demoscopici, la Toscana è stata dichiarata contendibile nella sfida con la Lega, e la fotografia migliore di questa ambizione, ridicolizzata nella realtà , furoreggia nel web sotto la forma genialmente sintetica di una vignetta di Osho.
Nella foto ci sono Matteo Salvini e Maria Elena Boschi, con lui che dice a lei: “Mà³ vojo vedè, se vince er NO, se lasciano la politica, come amo fatto io e te!”. Sublime.
Ma torniamo alle regionali a cui si vorrebbe appendere lo scalpo di Zingaretti. Nelle Marche, già  a destra da anni (elettoralmente), e in Puglia il segretario ha provato in ogni modo a fare l’unica cosa che poteva impedire una sconfitta: una alleanza con il M5s. Non ci è riuscito, ma ha fatto bene, perchè altro non si poteva tentare.
Per ottenere lo stesso risultato, in Liguria, ha dovuto spianare con i cingoli una patetica insurrezione di cacicchi locali (in quel caso la direzione del Pd genovese) che si era ribellata alla candidatura di Ferruccio Sansa.
E ovviamente anche in quel caso Zingaretti ha fatto bene a imporre il nome del giornalista, anche se tutti questi interessati e suicidi tira e molla, hanno fatto perdere al candidato unitario del tempo prezioso, in una sfida che era già  in salita.
In Puglia, dove Emiliano può contare sulla sua istintiva vocazione di politicone territoriale, Renzi ha animato contro di lui un’altra candidatura Bonsai di disturbo (quella del povero Ivan Scalfarotto, vedi il suo manifesto pop da rockstar avvizzita) con l’unico, deliberato obiettivo di far perdere la sua coalizione, esattamente come ha fatto anche in Liguria.
Ovunque i Renziani sono ovunque il miglior certificato di assicurazione elettorale dei sovranisti sempre grzie alla sintonia tra “i due Mattei”, che si dividono la mission così: uno dei due (quello leghista) prova a far vincere, mente l’altro (quello a fine carriera) prova a far perdere. C’è una bella differenza.
Ma siccome, malgrado queste attività  sottocoperta, Italia Viva sembra comunque nata già  cadavere nella culla, ecco il piano d’emergenza della carovana acchiappa-poltrone: rimuovere Zingaretti, rientrare dentro il Pd con una nuova operazione trasformistica, spostare l’asse del partito al centro, insediare al Nazareno Stefano Bonaccini (o chi per lui), mascherare questa operazione con un po’ di ammuina (magari offrendo un biglietto in tribuna anche ad Articolo 21, Speranza e Bersani per bilanciare i pesi sulle ali) e tornare a vivere sulla groppa degli elettori democratici.
L’unica domanda che va fatta a Bonaccini non è se sia disposto a candidarsi o meno a leader (è troppo intelligente per lasciarselo scappare), ma se pensa che sarebbe utile e necessario un riassorbimento di Italia Viva dentro al partito (sarebbe interessante la risposta).
L’unico rimprovero che si può muovere a Zingaretti è di aver sacrificato alcune sue legittime ambizioni per tenere insieme la casa, le spinte centrifughe e scissionistiche che in tutti questi anni sono state la continua maledizione della sinistra.
Avrebbe potuto scacciare Renzi dal partito, e reprimere la sua operazione bonsai in Toscana, ma non lo ha fatto perchè voleva portare il partito unito alle europee.
Poteva decapitare i capogruppo (ex renziani) ma non voleva apparire, come i suoi predecessori, un leader che pensa unicamente a piazzare i suoi soldatini ovunque. Con Graziano Del Rio questa scelta si è rivelata azzeccata, con il suo collega del Senato no (ma sono dettagli).
Tuttavia adesso il tempo è scaduto, e il Pd si ritrova davanti solo due opzioni: difenderei il governo Conte che ha fatto nascere lui, continuare a lavorare nel faticoso cantiere dell’alleanza giallorossa, finire la legislatura, eleggere un presidente buono come Sergio Mattarella (magari proprio Sergio Mattarella), oppure lasciare via libera a Salvini e consegnargli le chiavi di Palazzo Chigi.
Così i due Mattei potranno ridividersi il campo secondo lo schema di cui sopra: uno si prende l’Italia, e l’altro può trovare una nuova poltrona per la mitica Meb, e per il resto della compagnia cantante.
Gli allegri devastatori della sinistra italiana — ormai invisi anche ai parenti più stretti — hanno ancora voglia di completare l’opera che Zingaretti aveva interrotto. Scorrerà  del sangue, speriamo che non riescano nel loro piano.

(da “TPI”)

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INCHIESTA LEGA, UN TROJAN NEL CELLULARE DEI COMMERCIALISTI

Settembre 11th, 2020 Riccardo Fucile

LA PROCURA DI MILANO HA INSERITO UN SOFTWARE SPIA NEL TELEFONINO DEL REVISORE DELLA LEGA MICHELE SCILLIERI… INTERCETTATO OGNI INCONTRO, ANCHE NELLA SEDE DI VIA BELLERIO

«Ne faremo altre mille la prossima volta andrà  bene, invece di 50 ne prendi 70». È quanto dichiara il commercialista Scillieri, in un’intercettazione del 19 maggio 2020 finita agli atti dell’inchiesta sul caso Lombardia Film Commission (per cui giovedì sono state arrestate 4 persone, tra cui lo stesso Scillieri, Alberto Di Rubba, Andrea Manzoni e Fabio Barbarossa).
Nell’ordinanza del gip si legge che «Di Rubba e Scillieri a proposito della conclusione infelice dell’affare relativo alla fondazione e ai terreni (da intendersi il complesso immobiliare) concordano circa la necessità  di superare il malcontento serpeggiante tra i sodali in conseguenza dei guadagni rivelatisi minori del previsto».
Il gruppo «del quale si sono potute ben saggiare le potenzialità  operative, beneficia degli incarichi di rilievo tuttora ricoperti da alcuni componenti negli organigrammi di numerose società  ed enti, tra i quali anche soggetti di diritto privato a partecipazione pubblica», aggiunge Fanales.
L’intera operazione dell’acquisto della sede di Lombardia Film commissione avrebbe avuto fin dall’inizio una «natura sostanzialmente appropriativa, concretizzando di fatto l’impossessamento degli 800mila euro stanziati dalla Regione Lombardia, da parte dell’allora presidente Di Rubba (carica che ha rivestito fino al 2018 ed alla quale era stata designato dalla Regione Lombardia su indicazione della Lega, ndr) e dai suoi sodali», come si legge in uno dei passaggi principali dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal Gip di Milano Giulio Fanales.
L’operazione immobiliare risulterebbe priva di una reale giustificazione economica perchè sarebbe stato solo «lo schermo giuridico dietro il quale occultare l’unico intendimento perseguito, ossia la distrazione del fondo erogato dall’Ente pubblico a favore dell’allora presidente Di Rubba e dei suoi complici», aggiunge il gip nelle 60 pagine dell’ordinanza.
Un affare, che, secondo la prospettazione dell’accusa, aveva anche l’obiettivo di sottrarre «l’immobile alle legittime e consistenti pretese creditorie avanzate dall’Erario dello stato sui beni della Paloschi srl», aggiunge il giudice.
La Paloschi, infatti, si trovava in pessime condizioni finanziarie quando cedette il capannone di Cormano all’Andromeda srl amministrata da Luca Sostegni, il prestanome di Scillieri arrestato a metà  luglio mentre tentava di estorcere 30mila euro ai tre commercialisti molto vicini alla Lega di Matteo Salvini minacciandoli di rivelare cosa facevano nei loro studi professionali, quelli di Manzoni e Di Rubba nei pressi di Bergamo sono stati anche perquisiti dalla Procura di Genova namatricell’inchiesta che dà  la caccia ai 49 milioni di euro di fondi elettorali della Lega che sono spariti nel nulla. Per anni Sostegni ha fatto da testa di legno per Scillieri e a volte anche per gli altri commercialisti indagati. Intercettato, infatti, minacciava che avrebbe rivelato gli affari poco chiari che c’erano dietro anche altre operazioni simili.
Nella sostanza, una società  che rischia il fallimento e che deve molti soldi allo stato, nel caso della Paloschi più di mezzo milione di euro per tasse non pagate, e che ha come unico cespite di valore un immobile, lo cede ad un’altra società , in questo caso la Andromeda, in modo da evitare che possa essere aggredito dal fisco.
Così, quando l’erario arriva non trova nulla se non, solitamente, una impresa in liquidazione. Da qui la contestazione di evasione fiscale mossa dai pm milanesi Eugenio Fusco e Stefano Civardi.
L’immobile intanto veleggia di società  in società  e alla fine viene veduto. In questo caso, l’acquirente è stato Lombardia film commission che l’ha pagato, secondo le indagini della Guardia di finanza di Milano, al doppio del suo valore reale con soldi dello Stato finiti poi nelle tasche degli indagati, il che costa loro l’accusa di peculato.
Ad ammettere che si tratta di un affare progettato, costruito e concluso tra i tre commercialisti sono gli stessi Di Rubba e Scillieri.
Un’intercettazione eseguita dalla Guardia di finanza di Milano grazie a un trojan inoculato nel suo cellulare, registra Scillieri che dice: «Quando all’inizio abbiamo fatto tutti i conti, nessuno ci perdeva. Quindi la proprietaria (la Paloschi srl, ndr) prendeva la sua parte; quello lì (da intendersi Sostegni, precisa il gip) prendeva la sua parte; io (Scillieri tramite Barbarossa, ancora il giudice) prendevo la mia parte e voi (da intendersi Di Rubba e Manzoni, ancora annotazione del gip) prendevate».
Sostegni, interrogato dai pm Fusco e Civardi ad agosto in nel carcere di San Vittore, ha confermato che i commercialisti si incontravano per discutere l’operazione, anche nella sede storica della Lega nord in via Bellerio a Milano.
Lui non partecipava, ma veniva poi aggiornato da Scillieri su cosa era stato deciso. Ad un solo incontro avrebbe dovuto essere, quello che si sarebbe dovuto tenere nella sede del Carroccio nella seconda metà  del 2016, ma non è in grado di dire esattamente quando.
Il Gip scrive che Sostegni, arrivato in via Bellerio, vide «uscire dall’edificio lo Scillieri in compagnia di Manzoni e Di Rubba. Scillieri lo informava della preferenza espressa da Di Rubba e Manzoni per un luogo meno rischioso perchè più apparato».
Per evitare, quindi, di essere notati da qualcuno nella sede del Carroccio, i tre si trasferiscono «all’interno di una tavola calda nelle vicinanze».
Una dichiarazione che, con tutti gli altri elementi raccolti nell’inchiesta, «conferma la prova dell’accordo collusivo, siglato fin dall’orine dagli indagati (Di Rubba, Manzoni e Scillieri), volto a minare dalle fondamenta» la procedura.

(da agenzie)

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DA CALDEROLI A SALVINI: LA LEGA E LA MALEDIZIONE DEL VOODOO

Settembre 11th, 2020 Riccardo Fucile

MALEDIZIONE LANCIATA A SALVINI? QUANDO CALDEROLI SI DISSE VITTIMA DI MAGIA NERA

Che non finisse lì, lo si poteva ben immaginare.
La ragazza trentenne Auriane Fatuma Bindela, strappando il crocefisso al leader della Lega al grido di “io ti maledico”, è stata additata come “fuori di testa”. Ma dietro il suo gesto qualcuno vuole vederci qualcosa di più oscuro.
Secondo Il Giornale il gesto di violenza potrebbe esser letto anche sotto una chiave diversa, quella della magia nera. Più precisamente: di un rito vodoo. Sì, di nuovo.
La mente corre immediatamente a qualche anno fa quando un altro esponente leghista, Roberto Calderoli sostenne di essere vittima di una macumba.
Era il 2013, il tempo in cui la la Lega non aveva ancora nascosto il Nord dal suo nome e a Palazzo Chigi presiedeva Enrico Letta. Durante la festa della Lega (Nord) a Treviglio, Calderoli si rivolse all’allora ministro per l’integrazione, Cècile Kyenge, di origini congolesi, paragonandola a un “orango”.
La giustizia fece il suo corso, condannando in primo grado a un anno e sei mesi Calderoli, al quale fu riconosciuta l’aggravante razzista. Ma anche la giustizia “divina” si prese la sua rivincita.
Secondo la cronaca leghista, il padre della Kyenge dal suo villaggio africano avrebbe fatto un rito contro il leghista e da quel momento seguirono diverse disgrazie per Calderoli, da lui stesse confermate: poco tempo dopo sua madre morì, una brutta caduta in casa gli procurò la rottura di una vertebra e la frattura di due dita e, come non bastasse, si ritrovò un grosso serpente in casa.
O per spavento o per superstizione, il risultato fu che Calderoli chiese scusa alla Kyenge ritrattando sull’aggettivo razzista: “Non volevo, era uno scherzo”. La Lega (Nord) sembrerebbe, dunque, conoscere bene cosa voglia dire essere toccati dalla magia nera.
Morale della favola: non è sufficiente ridurre il tutto a un condannabile gesto di un singolo quando c’è di mezzo la possibilità  di continuare a alimentare i discorsi strampalati, anche travisando un’ingiuria per una maledizione vera e propria.
Bisogna essere pronti a ritrovare la causa di un futuro prurito alla testa in qualche macumba.
Per questo non poteva finire lì.

(da “Huffingtonpost”)

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