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BRUNETTA: “SUL MES CI STIAMO FACENDO DEL MALE, BASTA CON LA PROPAGANDA”

Dicembre 8th, 2020 Riccardo Fucile

“LA RIFORMA DEL MES E’ LUNICA STRADA” … L’ARTICOLO DELL’ECONOMISTA DI FORZA ITALIA

Sulla riforma del trattato MES (Meccanismo Europeo di Stabilità ) si sono dette e scritte tante cose, forse troppe. Eppure, in mezzo alla enorme propaganda che si è fatta sul tema, alcuni fatti appaiono incontrovertibili.
La prima versione del MES era di natura intergovernativa, costruita frettolosamente, sotto l’assillo della crisi dei debiti sovrani, ed obbediva alla miopia e all’egoismo degli Stati nazione che, pur temendo il contagio da default, non volevano costituire nuove istituzioni comunitarie a difesa dell’euro. Era il MES del momento “protestante” e “calvinista” dell’Europa, quello del sangue, sudore e lacrime, dei compiti a casa, del ‘debito’ sinonimo di ‘colpa’ alla tedesca, delle condizionalità  punitive.
Era anche il MES di un’Europa asimmetrica, in cui alcuni paesi relativamente piccoli all’interno dell’Eurozona (Grecia, Portogallo, Irlanda) avevano accumulato debiti pubblici non sostenibili, mentre la media dell’Eurozona navigava ben al di sotto del 100% del rapporto debito/PIL. Quell’Europa, e la sua incapacità  di gestire la crisi bancaria e il suo legame con i debiti pubblici nazionali, aveva poi consentito alla crisi stessa di allargarsi a Paesi con fondamentali rischiosi, ma non critici, come la Spagna e l’Italia, quest’ultima salvata grazie al ‘whatever it takes’ di Mario Draghi, dall’imbroglio dello spread.
Quell’Europa ora non c’è più, anche se pure la seconda versione del MES si presenta intergovernativa, per mancanza di coraggio e di visione.
Tre anni di discussioni tra i 19 dell’Eurogruppo, per l’Italia almeno tre governi con tre maggioranze diverse, con tre ministri, tutti degni di rispetto (Padoan, Tria e Gualtieri) e il risultato è certamente migliore della versione originaria del 2012, tuttora in vigore.
Nel frattempo, il mondo è cambiato per la crisi pandemica e con un grande shock culturale e politico, l’Europa si sta trasformando da intergovernativa a comunitaria, federale, anche se questa mutazione sembra più il prodotto della paura (pandemica) che di un maturo convincimento.
Proprio per questo anche la seconda versione del MES è purtroppo intergovernativa, ma l’introduzione del common backstop (una rete di sicurezza comune) sul sistema bancario, e la linea di credito (pandemica) temporanea, già  operante da maggio scorso fuori dalla riforma, finiscono per portare il processo di mutualizzazione delle risorse europee dei 19 progressivamente e inevitabilmente verso una nuova dimensione federale, anche se non ancora comunitaria.
Il tutto in presenza di una nuova Europa, quella del momento Merkel, della ‘Next Generation’, della mutualizzazione una tantum del debito, di certo parziale, ma che rappresenta pur sempre una novità  assoluta, quasi eversiva rispetto ai vecchi assetti ideologici e alle vecchie credenze.
Per tale motivo, questa riforma anfibia del MES sembra l’unica strada da intraprendere, perchè, pur figlia del passato, anticipa una istituzione di cui c’è bisogno, e che potenzialmente può diventare comunitaria e federale.
Per questo motivo, non si riesce a comprendere affatto (anzi si capisce benissimo) la posizione di chi dice no a questo nuovo MES, evidentemente ritenendo che sia meglio restare con il vecchio, più egoistico, meno solidale, meno comunitario, meno federale, e quindi meno europeo.
Andando nel merito, l’anticipo del meccanismo di ‘common backstop’ come rafforzamento del Fondo di Risoluzione Unico bancario dell’Eurozona, sotto forma di linea di credito Mes, e l’anticipo del ‘risk assessment’, entrambi al 2022, inseriti nella tanto attesa e discussa riforma del Trattato Mes, sono senza dubbio una ottima notizia.
Lo strumento del ‘backstop’ serve proprio ad evitare ciò che era accaduto tra il 2010 ed il 2012, quando l’incapacità  europea di gestire la crisi di un (piccolo) Stato sovrano, la Grecia, ha rischiato attraverso il contagio del sistema bancario, di far deragliare la seconda più importante valuta del mondo, con conseguenze facilmente immaginabili.
L’anticipo dello strumento è oltremodo importante per un sistema bancario alle prese con quella che sarà  una difficile uscita dalla crisi da pandemia, crisi che sta riempiendo nuovamente i bilanci delle banche dell’Eurozona di crediti inesigibili (NPLs), nel momento esatto in cui questi si stavano faticosamente riducendo.
Crediti NPL che, secondo le ultime stime della Bce, ammonterebbero alla cifra monstre di 1.500 miliardi di euro. Un quantitativo di sofferenze, latamente intese, che rappresenta una buona approssimazione della dimensione della crisi sofferta dalle imprese europee, che potrebbe presto portare a nuovi fallimenti sistemici negli istituti di credito.
L’Italia, da questo punto di vista, è lo Stato dell’Eurozona, insieme a Grecia e Portogallo, ad avere la percentuale di Npl più elevata, quindi tra i paesi più esposti a shock negativi, e dunque tra quelli che potrebbero maggiormente guadagnare dall’implicita stabilità  garantita dal meccanismo di ‘backstop’ anticipato.
Come sostenuto correttamente dal collega Gaetano Quagliariello, la pandemia, e soprattutto le sue conseguenze economiche, hanno cambiato le carte in tavola in Europa. Anche grazie agli “scostamenti di bilancio” che in diversi casi sono stati votati dal Parlamento all’unanimità , il nostro debito sovrano è salito al 160 per cento del Pil.
Il Paese, anche per questo, si presenta molto più fragile ed esposto agli shock dei mercati finanziari, pur in mezzo agli squilibri comuni a tutta l’Eurozona. Come ben sappiamo l’Europa ha reagito in pochi mesi istituendo il Recovery Fund, una svolta epocale, mutualizzando una parte del debito sovrano (solo quello prodotto dalla pandemia) e affidando alla Banca Centrale Europea il ruolo di compratore di ultima istanza.
A riprova di tutto questo, in Italia nessuno sostiene che delle risorse del Recovery Fund si possa o si debba fare a meno. Purtroppo, l’accesso ai fondi NGUE, per effetto del veto posto dai sovranisti ungheresi e polacchi, rischia di essere rinviato ancora a lungo, lasciando il 2021 completamente scoperto dalla protezione finanziaria (famiglie, imprese, Stati), di cui avrebbe assolutamente bisogno.
Per questo motivo, proprio per non lasciare il problematico 2021 senza un bazooka a disposizione delle banche, sarebbe opportuno che il meccanismo di backstop, previsto dal MES riformato, fosse anticipato ulteriormente, in maniera da essere subito disponibile, fin dall’inizio del processo di ratifica del trattato (fine gennaio) da parte dei Parlamenti nazionali.
Ricordiamo che il Fondo unico di risoluzione bancario, attualmente esistente, è un fondo, capitalizzato dalle banche dell’Eurozona, che interviene per la risoluzione ordinata delle crisi degli istituti di credito, in maniera da evitare che i potenziali default diventino sistemici, per via dell’effetto contagio.
L’ulteriore anticipo di un anno del fondo unico ‘backstop’ dovrebbe idealmente essere accompagnato anche dall’entrata in vigore immediata dell’EDIS, lo schema di assicurazione dei depositi europeo, da anni in agenda tra le istituzioni dell’eurozona ma ancora lontano dall’essere attuato.
L’EDIS, lo ricordiamo, è un sistema di protezione dei depositi dei risparmiatori europei che, in caso di crisi bancarie estese, rischierebbero di perdere accesso al denaro depositato, in assenza di uno schema di garanzia che li tuteli in aggiunta a quanto già  costituzionalmente previsto da tutti gli ordinamenti nazionali degli Stati membri. Insomma, accompagnare il processo di ratifica del nuovo MES (lungo tutto il 2021) con una prima piena attuazione del fondo Salva banche finanziato dal vecchio MES, ed un irrobustimento delle tutele a favore dei depositanti in tutta Europa. Come sarebbe possibile realizzare tutto ciò?
L’idea parte dalla considerazione che i 68 miliardi di euro di dotazione del Fondo di Risoluzione Unico già  vigente, creato dalle banche stesse, appaiono insufficienti per far fronte da soli al credit crunch potenziale che potrebbe investire nel 2021 e 2022 il sistema bancario europeo.
Per questo motivo, potrebbe costituire una straordinaria novità , produttrice di stabilità  e deterrenza, la creazione presso il vecchio Mes di una nuova linea di credito temporanea, pensata appositamente per fornire una ulteriore garanzia anticipata al Fondo di Risoluzione Unico europeo, una linea avente la stessa base giuridica della ‘Pandemic Credit Line’ azionata la scorsa primavera per offrire copertura per le spese sanitarie dirette ed indirette sostenute dagli Stati membri dell’area euro per affrontare la crisi.
Una linea di credito pensata ad hoc ex art. 136, comma 2 del TFUE, per fornire garanzie al sistema bancario, con una dotazione pari al 2% del Pil dell’Eurozona, che si esaurirà  nel momento di entrata in vigore del common backstop nel 2022.
Una sorta di ‘polizza di assicurazione’ per il 2021, subito pronta, e che faciliterebbe il processo di ratifica da parte dei Governi, che con questo strumento avrebbero qualcosa di concreto da mostrare ai risparmiatori, ancora dubbiosi rispetto alle promesse di immediatezza delle risorse fornite dal Next Generation.
Una linea di credito che probabilmente non dovrà  (si spera) neppure essere utilizzata, essendo appunto una garanzia da escutere solo in caso di crisi effettiva degli istituti di credito dell’Eurozona. Ma il rafforzamento della garanzia pubblica, si sa, sarebbe apprezzata immediatamente dai mercati, perchè contribuirebbe a ridurre il rischio sistemico del credito europeo, a tutto vantaggio dei paesi maggiormente esposti come l’Italia. Minor rischio significa minori tassi di interesse al dettaglio e una ripresa dei corsi azionari delle banche europee, ancora al di sotto dei livelli pre-crisi.
Questa nuova linea di credito, da realizzarsi subito, sarebbe, dunque, una soluzione win-win per i governi europei, le banche e i cittadini. Per questo motivo sarebbe bene cominciarne a parlare fin dal prossimo Euro Summit dell′11 dicembre e certamente a gennaio, prima della sottoscrizione da parte del Coreper a Bruxelles del nuovo trattato MES.
A ben pensarci, in fondo, quelle di Ungheria, Polonia e degli altri sovranisti, compresi quelli di casa nostra, sono le ultime strenue resistenze alla nuova Europa. Resistenze che si esplicitano da un lato nei veti di Ungheria e Polonia al bilancio europeo, perchè ‘Next Generation’ significa anche regole sui diritti democratici comuni di una nuova Europa veramente federale e comunitaria; e dall’altro nei veti sovranisti sul MES, visto che questi ultimi, coerentemente, non vogliono l’Europa delle istituzioni comunitarie condivise, fino al rifiuto dell’idea di moneta unica.
Bisogna leggere così questo momento storico: o con l’Europa dell’euro o contro l’Europa.
Per questo motivo, occorre dire sì, con la ragione, al nuovo MES, guardando con il cuore al futuro, e dicendo no all’involuzione sovranista e autoritaria del Vecchio Continente.
In fondo la nuova Europa non può che essere comunitaria, federale e dei diritti. Il passaggio di fase è tutto qui, è bene esserne tutti consapevoli.

Renato Brunetta
parlamentare Forza Italia

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LA FACCIA TOSTA DI SALVINI CHE INSINUA CHE LAMORGESE NON ABBIA SEGUITO LE REGOLE ANTI-COVID

Dicembre 8th, 2020 Riccardo Fucile

SEMMAI E’ L’OPPOSTO: LAMORGESE FA TAMPONI OGNI 10 GIORNI, NON ANNUSA PECORINO SENZA MASCHERINA E NON ORGANIZZA NEANCHE CONVEGNI DI NEGAZIONISTI AL SENATO SENZA PROTEZIONI

Salvini ha fatto gli auguri alla ministra Luciana Lamorgese positiva al Coronavvirus ma ha aggiunto: «Bisognerà  chiarire se sia vero che abbia disubbidito alle disposizioni del suo stesso governo, andando in consiglio dei ministri senza attendere il risultato del test mettendo così a rischio la salute di altre persone. Il ministro che controlla e multa gli italiani che non rispettano le regole non può essere la prima a non rispettarle: in questo caso le dimissioni sarebbero dovute».
In realtà  Lamorgese non presentava sintomi e non era stata a contatto con positivi, per cui era presente al CdM anche se in attesa del test perchè lei, esattamente come il leader della Lega, fa il tampone periodicamente (ogni dieci giorni).
Anzi, racconta il Corriere, la ministra dell’Interno è molto precisa e prudente, anche oltre le regole: «Sto bene, non ho sintomi, non avrei mai immaginato che potesse succedermi». Mentre lascia palazzo Chigi dopo aver appreso dal medico della polizia di essere positiva al Covid-19, la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese parla con i suoi collaboratori al Viminale. È affranta: «Io che sono sempre stata attentissima, non capisco come sia possibile».
Il protocollo che ha imposto al ministero dell’Interno è rigoroso: lei si sottopone al tampone molecolare ogni 15 giorni e lo fa anche a distanza più breve se ha in programma di vedere qualcuno. In ufficio tutti devono sempre indossare la mascherina e mantenere la distanza, in caso di contatti sospetti si rimane a casa. È capitato che qualche funzionario si sia ammalato e lei non ha voluto sentire ragioni rispetto al ritorno al lavoro. Aveva il tampone positivo ma era ormai asintomatico da dieci giorni, secondo la legge poteva uscire dall’isolamento. Lei ha detto di no: «Non importa, fino a quando il tampone non sarà  negativo direi che è meglio non rientrare in presenza».
Al Viminale moltissime riunioni si fanno a distanza, i vertici internazionali si seguono – quando è possibile – attraverso le piattaforme online. Se ci sono incontri istituzionali Lamorgese non rinuncia, ma fa il tampone prima e dopo. Lo stesso avviene con gli incontri all’estero
Invece Salvini che questa estate ha partecipato a un convegno al Senato senza mascherina, contro le regole, e ha recentemente pagato una multa per non aver indossato la mascherina a Benevento, non avendo seguito le regole, che non si è messo la mascherina neanche quando annusava pecorini all’interno di laboratori alimentari, da quale pulpito parla?

(da agenzie)

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IL SONDAGGIO SWG SU CHE GOVERNO VORREBBERO GLI ITALIANI DICE MALE AL CENTRODESTRA

Dicembre 8th, 2020 Riccardo Fucile

IL 40% VUOLE ANDARE AVANTI CON QUESTO GOVERNO (34%) ANCHE CON UN RIMPASTO (6%)… A VOTARE SUBITO SOLO IL 29%… UN GOVERNO DI UNITA’ NAZIONALE E’ PREFERITO DAL 14%

I sondaggi politici di SWG per Tgla7 che ieri Enrico Mentana ha presentato si sono arricchiti anche di una rilevazione sul futuro del governo Conte.
Alla domanda “Viste le difficoltà  di queste ultime settimane nei rapporti all’interno della maggioranza secondo lei sarebbe più giusto”, il 34%   ha risposto che vuole che questo governo vada avanti a cui va aggiunto un 6% che consiglia un rimpasto di ministri.
Il totale fa 40% ovvero la percentuale che attualmente i sondaggi accreditano ai partiti di governo.
Ci si aspetterebbe che chi vuole andare subito a nuove elezioni sia intorno al 45-46% m percentuali attuali del centrodestra: invece si fermano al 29% che non rappresenta nemmeno la somma di Lega e Fdi (al 40%)
Un 14% preferirebbe invece un governo di unità  nazionale appoggiati quindi da tutti i partiti, una scelta sicuramente “moderata”.
Ne deriva che l’elettorato del centrodestra è spaccato sulla prospettiva di governo del Paese.

(da agenzie)

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MUGHINI: “SIAMO UN PAESE ALLA VIGILIA DEL TRACOLLO, LA PATRIMONIALE E’ INEVITABILE”

Dicembre 8th, 2020 Riccardo Fucile

“MONARCHICI E COMUNISTI TROVARONO UN PUNTO D’INCONTRO, QUA NON CI SI RENDE NEANCHE CONTO DELL’EMERGENZA”… “NON ESISTONO NEGAZIONISTI, ESISTONO I CRETINI”… “ABBIAMO UNA CLASSE POLITICA DI LIVELLO INFERIORE PERSINO A QUELLO MEDIO DEI CITTADINI”

Mughini, come sta vivendo personalmente l’emergenza legata al Covid?
Vivo una vita molto solitaria. Il mio lavoro – svela il giornalista e scrittore rispondendo all’Agenzia SprayNews – lo faccio in casa, in quella che io chiamo la stanza dei libri. Vedo poca gente, non vado agli appuntamenti sociali, quelli molto importanti per chi deve farsi notare. A me il Covid non ha cambiato molto. L’unica cosa, che mi ha cambiato, è l’immensa preoccupazione per le sorti del mio Paese.
Ha paura?
No. Sa, io ritengo che quando deve capitare, capiterà . (E ride fragorosamente, n.d.r.)
Allarmista o negazionista? E’ diventata una domanda, quasi come chiedere a qualcuno se è juventino o interista?
Io non sono allarmista, però dico accidempoli, sessantantatremila morti è un bottino spaventoso, che il destino ha raccolto nel nostro Paese, se uno non capisce che più cauto è, e meglio è per sè e per tutti, non è un negazionista, è solo un perfetto cretino.
Come le sembra l’Italia al tempo del Covid? Un teatrino?
E’ anche un teatrino, ma in primo luogo è un dramma. C’è gente che non arriva a fine mese, alberghi chiusi, negozi che chiudono, aziende con la gente in cassa integrazione, che peraltro non riceve. E, poi, c’è, soprattutto, un’Italia che non si rende conto che, quando il Covid sarà  finito, noi ci ritroveremo con un debito pari al centosessanta per cento del prodotto interno lordo. Un rosso spaventoso, quello di un Paese alla vigilia del tracollo. Non mi pare che ce ne si renda conto. Io le dico, molto francamente, che la patrimoniale sia purtroppo una scelta…(sospiro assenso, n.d.r.).
Torniamo al teatrino. Che ne pensa dei virologi che, anzichè mettersi d’accordo su un unico protocollo di cura, litigano in tv come delle comari?
Lei ha perfettamente ragione. Litigano in tv, proprio come delle comari, sul come proteggerci da questo nemico micidiale. Purtroppo, il nostro è un Paese, in cui l’elemento della responsabilità , della disciplina, della misura, è molto basso, ma, del resto, è dappertutto così. Pensi agli Stati Uniti, che hanno eletto come Presidente, un certo Donald Trump.
Lei è preoccupato per gli effetti sociali del coronavirus, che sta acuendo tutte le differenze: fra Nord e Sud, fra garantiti e non, fra ricchi e poveri? A proposito, lo sa che i ricchi, durante la pandemia, sembra stiano diventando ancora più ricchi?
Questo è del tutto naturale. Chi è ricco, chi ha denaro, chi ha possibilità , può diventare più ricco, in qualsiasi situazione. Non è strano. E non è che il ricco diventa più ricco perchè fa delle cose losche, ma solo perchè ha le carte in mano. Chi ha il negozietto, o una bottega artigiana, diventa, invece, sicuramente più povero. Anche questo non è strano. E’ talmente naturale.
Il mondo tornerà  a essere quello di prima, dopo il lavoro da remoto, l’insegnamento a distanza e quello che, forse emblematicamente, hanno chiamato distanziamento sociale?
Io credo proprio di sì. Guardi che, dopo la seconda guerra mondiale, la società  ha ricominciato a vivere, come prima. Gli italiani nel 1948 vivevano, come nel 1938. Poveri, biondi, bruni, quelli che risparmiavano, quelli che non risparmiavano, quelli che si divertivano e quelli che lavoravano sodo. Non credo che resterà  una traccia indelebile nella struttura ossea. E credo che è meglio sia così. Meglio assorbire il colpo e continuare. Naturalmente, con il centosessanta per cento di debito pubblico, il che vuol dire che le future generazioni sono belle che fritte.
Che cosa l’ha indignata maggiormente in questi mesi. Che cosa aborre o abborre, scelga lei?
L’imbecillità  di chi straparla, l’imbecillità  di chi, anzichè ragionare urla, l’imbecillità  di chi sceglie un punto di vista e lo difende contro ogni evidenza…ma questa è la cretineria più diffusa nel Paese.
Se lei si trovasse al posto di Giuseppe Conte, che cosa farebbe?
Guardi che io, contrariamente a quello che dicono molti, non ritengo che Conte se la sia cavata malaccio. Ragazzi, era un mestiere, che non si impara all’università , quello di fare il Presidente del Consiglio nel momento di una pandemia così spaventosa. All’inizio è stato coraggioso, facendo scelte impopolari, dicendo “chiudiamo, chiudiamo”. In politica non c’è mail più perfetto, ma il meno peggio, che ci sia.
Non la innervosiscono neppure le decisioni strambe, come l’equiparare, nel giorno di Natale, Roma e Milano a Zoppe’ di Cadore, un Comune di soli 197 abitanti?
Guardi, io penso che in questo momento non esista decisione possibile, che possa essere accolta da un applauso collettivo, come un gol di Maradona.
Torniamo alla patrimoniale. E’ davvero inevitabile?
Assolutamente inevitabile. Non ci vuole un genio per capirlo. Io ho grande stima di Giuliano Amato, uno dei migliori Presidenti del Consiglio dell’Italia recente, che ebbe il coraggio, nel momento del bisogno, di prendere i quattrini dalle tasche degli italiani. Un gesto, che personalmente ho molto apprezzato. Tenga presente che in Italia c’è non so quanta gente che ha nel conti conto corrente milioni di euro. Ora, se questi danno diecimila o quindicimila euro, non è la fine del mondo. Anche io sono pronto a darne, al mio livello. Credo che dovremmo renderci conto dell’emergenza, in cui ci troviamo e nell’emergenza si fanno scelte più difficili che in una situazione normale. Non dimenticando che, di fronte all’emergenza della guerra e della guerra civile, monarchici e comunisti trovarono un punto d’incontro. Anche in questo momento dovrebbero mettersi d’accordo soggetti e storie di origini diverse, per aiutare quella cosa che si chiama bilancio dello Stato e che riguarda tutti. Il debito non è un’entità  astratta e lontana. Il debito dello Stato è, in percentuale, un debito delle famiglie, un debito mio e suo.
Un’ultima cosa, Mughini. Fra i cretini e gli imbecilli che la indignano, ci mettiamo anche i politici, che speculano sul Covid, anzichè remare tutti dalla stessa parte per evitare che la nave affondi?
E’ talmente vero quello lei dice, ma oggi, purtroppo, noi abbiamo in Italia una classe politica che, secondo me, è più bassa del livello medio della nazione. Quando io stavo all’università  negli anni ’60, venivo dopo la generazione di quelli che all’università  avevano fatto politica. I migliori. Li chiamavano, ci chiamavano, quelli del trenta e lode. Hanno imparato a fare politica all’università  Bettino Craxi, La Malfa padre e figlio, Achille Occhetto e tanti altri. Oggi la politica la fanno quelli dei Cinquestelle, che, quando sono entrati al Parlamento la prima volta, l’ottanta per cento di loro non aveva mai fatto una dichiarazione dei redditi, il che vuol dire che non aveva mai lavorato. Entravano in Parlamento dei buoni a nulla, senza nessuna esperienza, in nessun campo. Sono i politici che corrono oggi. Senza arte nè parte.
E la destra, la Lega, gli altri, le sembrano più preparati?
Lasciamo perdere, tanti di loro… basta sentirli parlare.

(da agenzie)

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LA RICANDIDATURA DI SALA SPIAZZA IL CENTRODESTRA CHE ORA RINCORRE ALLA RICERCA DI UN NOME (QUANDO CE L’HA IN CASA E SI CHIAMA “CUOR DI LEONE” MATTEO SALVINI)

Dicembre 8th, 2020 Riccardo Fucile

SE I NOMI SONO QUESTI QUATTRO, SALA PUO’ DORMIRE SONNI TRANQUILLI: L’EX PREFETTO MARANGONI, L’EX DEPUTATO CROLLA, IL MANAGER RASIA E DEL DEBBIO… VERONESI HA DETTO NO

E adesso che Beppe Sala ha sciolto la riserva, tocca al centrodestra rincorrere. Perchè l’annuncio – a sorpresa per le tempistiche – del sindaco, che nel giorno di Sant’Ambrogio ha accettato la sfida per il bis, ha preso in contropiede soprattutto gli avversari. Che ora un po’ di fretta in più ce l’hanno.
Il leader della Lega Matteo Salvini al quale, per equilibri di coalizione, dovrebbe spettare l’ultima parola sulla scelta del candidato di Milano, aveva più volte ribadito come il loro campione sarebbe arrivato già  a metà  novembre o, comunque, prima della decisione finale di Sala.
Ma un nome ufficiale ancora non c’è e, per cercare di trovare la quadra, il tavolo nazionale del centrodestra si riunirà  giovedì, subito dopo il voto sul Mes.
Ci saranno Salvini, Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni, ma anche Giovanni Toti (Cambiamo!), Maurizio Lupi (Noi con l’Italia) e Lorenzo Cesa (Udc). E sullo scacchiere delle prossime amministrative del 2021, Milano è diventata la sorvegliata speciale.
L’identikit, almeno quello, è tracciato. Perchè, ha ripetuto spesso Salvini, lo sfidante di Sala dovrà  arrivare dalla società  civile e non dalla politica. Anche se Forza Italia, che ha commissionato una serie di sondaggi, sino a qualche giorno fa sembra aver tentato di giocare persino la carta del ritorno dell’ex sindaca Letizia Moratti. Aveva perso Milano nel 2010 contro Giuliano Pisapia. Ma “purtroppo si è detta indisponibile”, avrebbe detto ai suoi lo stesso Silvio Berlusconi in una video conferenza su Zoom.
Il mantra leghista, comunque, è ancora quello. E non solo per il candidato. L’assessore regionale Stefano Bolognini, per dire, che affianca il Capitano nella ricerca della squadra milanese, anche dopo l’annuncio di Sala ha continuato a ripetere come lo scorso venerdì abbiano incontrato “almeno una decina di professionisti e persone dei mondi più vari che hanno dato la loro disponibilità  a presentarsi in Consiglio comunale e nei Municipi”.
E sempre dalla società  civile arrivano anche i nomi degli aspiranti campioni del centrodestra che sono circolati nelle ultime settimane. Tra questi c’è il chirurgo dell’Istituto europeo di oncologia, Paolo Veronesi. Che, però, ha chiarito come preferisca continuare a fare il medico oltre a mantenere l’impegno come presidente della Fondazione creata da suo padre Umberto: “Non ho ricevuto alcuna richiesta ufficiale – ha spiegato -, ma sono lusingato, a prescindere dal colore politico della proposta. Pur venendo da una tradizione anche famigliare di sinistra, ho sempre inteso la figura del sindaco come un ruolo civico. Al di là  di questo, però, tengo moltissimo ai miei pazienti ed è troppo difficile pensare di lasciare il mio lavoro”. Niente da fare.
Nella rosa dei papabili, raccontano nel dietro le quinte del centrodestra, c’è ancora l’ex prefetto di Milano Alessandro Marangoni. E c’è Simone Crolla, consigliere delegato della Camera di commercio Usa, ex deputato del Pdl e, dal novembre 2018, coordinatore al fianco del presidente Fedele Confalonieri dell’Advisory Board della Veneranza Fabbrica del Duomo.
Un altro nome è quello di Roberto Rasia dal Polo, classe 1974, direttore della Comunicazione e Formazione del Gruppo Pellegrini, “dirigente d’azienda, comunicatore, formatore professionista e scrittore di libri”, si definisce lui. A questi, gira voce tra i vari staff, si starebbero aggiungendo anche un “imprenditore di altissimo livello e un manager”. Si sarebbe detto disponibile anche il giornalista Mediaset Del Debbio.
Riusciranno, come molti all’interno della coalizione auspicano, a trovare l’avversario di Sala entro Natale?

(da agenzie)

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CRISANTI: “LA TERZA ONDATA E’ CERTA E L’ITALIA AVRA’ IL RECORD DI MORTI IN EUROPA”

Dicembre 8th, 2020 Riccardo Fucile

“CI ATTENDE UN INVERNO PREOCCUPANTE”

“La terza ondata in queste condizioni è una certezza. Siamo in una situazione grave stabile, ci attende un inverno preoccupante”. Il professor Andrea Crisanti si esprime così a “L’aria che tira”, analizzando il quadro dell’emergenza coronavirus in Italia.
“In Lombardia, che è stata zona rossa, la situazione migliore. In Veneto, zona gialla, i casi aumentano”, afferma.
“Per un effetto paradosso, una regione preparata dal punto di vista sanitario adotta misure più blande e consente la maggiore circolazione del virus. Alla fine di questa esperienza, gli indicatori di queste zone andrebbero ripensati. L’obiettivo è mantenere l’attività  economica o tutelare la salute? Bisogna trovare il giusto compromesso”, dice ancora.
“Prima che il vaccino abbia effetto passeranno mesi, ci attende un inverno preoccupante. L’Italia alla fine della prossima settimana sarà  il paese con più morti in Europa, non è qualcosa di cui essere orgogliosi. Natale, con scuole chiuse e fabbriche a ritmo ridotto, va sfruttato per ridurre i contagi”, afferma.
“La terza ondata è una certezza in questa situazione, non c’è bisogno di previsioni. Con la riapertura delle scuole e delle attività  produttive, abbiamo offerto una grande occasione al virus e i contagi sono esplosi. Dopo l’estate avevamo in mano una situazione gestibile e ce la siamo lasciati sfuggire. I casi residui potevano essere gestiti”, ribadisce.

(da agenzie)

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STAVOLTA RENZI NON HA TORTO: “SUL RECOVERY SI CAMBIA O VOTIAMO CONTRO”. SALTA IL CONSIGLIO DEI MINISTRI

Dicembre 8th, 2020 Riccardo Fucile

ANCHE IL PD E’ CRITICO… UN GOVERNO NON PUO’ DELEGARE A 300 PRESUNTI ESPERTI E 6 MANAGER LA GESTIONE DELLE RISORSE, NEGLI ALTRI PAESI EUROPEI I GOVERNI SI ASSUMONO LE RESPONSABILITA’

Se è saltato il consiglio dei ministri è perchè hanno capito che quello di Renzi non è un “penultimatum” a favor di stampa ma un “ultimatum” a favor di Conte.
E che, detta in sintesi, a questo punto o il premier torna indietro ridiscutendo tutto — il piano, l’allocazione delle risorse, i compiti e la natura della cabina di regia — oppure il rischio di andare a sbattere è concreto.
Perchè, ha spiegato Renzi ai suoi, “o toglie dalla manovra la norma sulla cabina di regia e anche il progetto di fondazione sui servizi segreti o votiamo contro la manovra”.
È per questo che, in un crescendo dichiaratorio, ha detto ai microfoni del Tg2 che, per come si è messa “teme la rottura”, parole che rendono complicata una frenata se a palazzo Chigi non si deciderà  di accogliere la richiesta. Scenario per cuori forti, in piena sessione di bilancio, nel pieno di una pandemia, col paese chiuso in casa a Natale.
La verità  è che Renzi ha azzeccato la mossa, comprendendo che siamo a uno snodo: i tempi, le modalità , il terreno. E non è un caso che, proprio attorno all’iniziativa, si registri un clima nuovo, proprio nella sinistra.
Bettini invita a prenderlo sul serio, ecco perchè, prima di arrivare a questo punto, aveva suggerito una discussione profonda sull’assetto di governo; in pochi lo attaccano come una volta, contano le parole che in altri tempi gli venivano dette su “stabilità ”, “responsabilità ” e “irresponsabilità ” che, stavolta, invece restano bloccate nelle ugole dei dichiaratori.
E in parecchi sussurrano dentro il Pd che “anche se lo dice Renzi è vero”, inviandogli messaggi di condivisione, che celano un malessere che cova al fondo su una linea che non è linea: c’è la pandemia, non c’è l’alternativa a questo governo e, anche se fa cose discutibili che se le avesse fatte la destra si sarebbe urlato all’allarme democratico, si deve essere usi ad ubbidir tacendo.
In fondo, magari in modo meno guascone, più riflessivo, meno irriverente ma, insomma, il concetto di fondo non sarebbe stato un’eresia se lo avesse detto qualche alto in grado al Nazareno. E invece lo dice Renzi, proprio lui: “Così non si può andare avanti con una misura che sostituisce il governo con una task force, la seduta del Parlamento con una diretta su Facebook, noi abbiamo mandato via Salvini per non dargli i pieni poteri, ma non è che li diamo a Conte”.
Effettivamente che gli vuoi dire, se non che ha trovato un terreno perfetto che gli consente di parlare non di rimpasto, poltrone, alchimie, ma di una questione di dignità  delle istituzioni. E infatti, sulle chat di Italia Viva, ha messo nero su bianco questa regola di ingaggio: “Chi parla di rimpasto, lo asfalto”.
Gliel’hanno servita su un piatto d’argento. Era stato il premier ad assicurare un ampio dibattito parlamentare sul più grande piano di ricostruzione dal dopoguerra e invece ha recapitato una bozza all’una di notte ai ministri.
Si è pure inventato una struttura che esautora il governo, prevedendo poteri in deroga per un gruppo di manager non si sa scelti come, con meccanismi di assunzione fuori dal controllo della Corte dei conti: “È una roba— ha spiegato Renzi ai suoi – fuori dal mondo. Ero anche andato a trovarlo per aiutarlo per una ripartenza su un nuovo assetto, erano tutti d’accordo e la risposta quale è stata? Due interviste per prendermi per i fondelli e una struttura che non sta nè in cielo nè in terra.”.
E ora in una situazione che è un classico muro contro muro, qualcuno ci perde la faccia. Difficile che, a questo punto, Renzi si accontenti di quattro poltrone dentro la cabina di regia. Così giura a chi gli chiede lumi: “Su questa cosa si va fino in fondo, è una linea Maginot. Servono i tecnici? E allora andiamo su un governo tecnico. Io la faccia non ce la perdo”.
Se però Conte sarà  costretto a stralciare la norma dalla finanziaria, accettando un dibattito e una norma ad hoc sulla cabina di regia non si sarà  consumata solo una dimostrazione di forza nel governo, ma sarà  andata in scena anche una lezione nei confronti del Pd. E cioè che si può stare al governo anche senza calare le braghe.

(da “Huffingtonpost”)

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RIENTRA IL DISSENSO MES NEL M5S: HANNO TROVATO UN PUNTO DI CADUTA

Dicembre 8th, 2020 Riccardo Fucile

RISOLUZIONE SU LOGICA A PACCHETTO

“Ho trascorso due intere giornate insieme ad altri 60 parlamentari per mediare le posizioni, per trovare un punto di caduta. Grazie a questo lavoro è venuta fuori una risoluzione che non è quella ideale ma, almeno, rivendica il ruolo del Parlamento in sede di ratifica e avverte che non sarà  disposto al voto finale se non ci sarà  l’avanzamento significativo del resto del pacchetto di riforme (Edis prima di tutto)”. Lo scrive su Facebook la senatrice M5S Barbara Lezzi che aggiunge: “Tutto a posto? No. Il testo dovrà  essere ulteriormente mediato con il resto delle forze di maggioranza”.
Ci siamo riuniti “superando sterili distinguo, posizioni tese solo a provocare o azioni esterne di chi esalta Conte in pubblico ma mira ad affossarlo, ringrazio tutti i colleghi per questo impegno sentito e aperto di questi due giorni.”, spiega la senatrice, tra gli esponenti M5S che, in una lettera a vertici, qualche giorno fa avevano avvertito che non avrebbero votato la riforma del Mes.
Nel post Lezzi attacca duramente Marco Travaglio per il suo editoriale “i nuovi Bertinotti”, oggi sul Fatto Quotidiano. “Il Parlamento ha due prerogative da esercitare in merito ai trattati intergovernativi. La prima è l’atto di indirizzo ovvero la risoluzione con la quale approva un impegno in cui traccia la linea che il Governo deve seguire nel negoziato. La seconda è il disegno di legge di ratifica che rende pienamente operativo il trattato intergovernativo.   In questi due anni e mezzo, due diverse maggioranze hanno impegnato il governo a procedere nelle riforme richieste dall’Europa seguendo la c.d. logica di pacchetto. Questo significa che, a fronte della modifica del Mes, ci sarebbe dovuta essere anche l’introduzione di altri meccanismi come, ad esempio, l’Edis”, scrive Lezzi che attacca: “Cosa fa Gualtieri pochi giorni fa? In totale spregio del Parlamento approva in Europa la modifica del Mes pur senza avanzamenti dell’Edis.   È stato naturale per il M5S insorgere di fronte al ministro”.
“Lei potrà  darmi della Bertinotti, dell’utile idiota così come altri suoi colleghi potrà  insultarmi e denigrarmi ma, dopo la fuga in avanti del Ministro Gualtieri, il Partito Democratico non potrà  porre veti o distinguo. La mia linea rossa è questa e non posso cambiarla”, conclude Lezzi rivolgendosi a Travaglio.
Di Maio: “Domani voto su Governo, serve responsabilità ”.
“Come ho ribadito più volte, il no all’utilizzo del Mes resta fermo, ma il voto di domani sarà  un voto sul governo, su una risoluzione, sul presidente del Consiglio. Prevalga la responsabilità ”. Così il ministro Luigi Di Maio in una nota.
”È un bene che si stia andando verso un punto di caduta nel Movimento 5 Stelle a proposito del voto di domani e mi auguro si raggiunga un punto di incontro quanto prima – prosegue -. Era ciò che avevo fortemente auspicato e per cui ho lavorato insieme a tutti gli altri. Come ho ribadito più volte, il no all’utilizzo del Mes resta fermo, ma il voto di domani sarà  un voto sul governo, su una risoluzione, sul presidente del Consiglio. Prevalga la responsabilità ”.
Fico: “Per M5s un dovere sostenere Conte”.
“Il presidente del Consiglio ha il pieno sostegno del Movimento 5 Stelle, questo non lo ha messo in discussione nessuno al nostro interno”. Parla il presidente della Camera Roberto Fico e in un’intervista al Corriere della Sera dichiara che “come tutti i periodi di transizione, si vive un momento complesso”, tuttavia nel Movimento “abbiamo ragionato e stiamo ragionando su punti essenziali per l’identità , l’organizzazione e il percorso di una forza politica che in poco tempo ha conosciuto varie fasi” tanto che con gli Stati generali “stiamo cercando di dare risposte a esigenze e problematiche che sono emerse nel tempo”. Passaggio che Fico reputa “fondamentale per affrontare al meglio i prossimi nodi e le prossime sfide”.
Brescia: “Il Governo non è a rischio”.
“Il governo non è affatto a rischio. Domani”, giorno del voto sulla riforma del Mes, “sarà  senza dubbio un giorno delicato. Sono certo che il M5S e la maggioranza troveranno la maturità  necessaria a superare tutte le differenze e votare insieme un testo. Non ci possiamo permettere polemiche e divisioni in questa fase. Francamente è uno spettacolo surreale”. Sono le parole di Giuseppe Brescia, presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, esponente del M5S vicino a Roberto Fico, dettate a ‘La Stampa’.
I timori sulla fronda? “In passato sono stato anch’io in dissenso, ma ho sempre rispettato le decisioni, provando nel mio piccolo a cambiarle. Non temo chi scappa dal trovare una soluzione condivisa, accecato dalle ideologie. Domani – aggiunge – voteremo una risoluzione per sostenere il presidente del Consiglio ai tavoli europei e non possiamo mancare all’appuntamento. Capisco i fari accesi della stampa, non la drammatizzazione interna. Comunque non penso che questa fronda sarà  determinante”.
Tofalo: “Sì alla riforma del Mes, no all’utilizzo”.
“La votazione sulla risoluzione per il Consiglio d’Europa, invita alla grande responsabilità  istituzionale, in una fase delicata legata all’emergenza Covid. In queste ore stiamo leggendo tutto e il contrario di tutto sul Mes e sulla votazione che si terrà  domani in Aula. D’altronde sappiamo che da sempre provano a dividerci. Nessuno dice però che in queste ore i gruppi parlamentari del M5S, di Camera e Senato, stanno lavorando senza sosta a in perfetta sinergia per arrivare alla migliore risoluzione sul tema e, soprattutto, per tener conto di ogni sensibilità  interna. La fase conclusiva degli Stati Generali e una leadership ormai non più riconosciuta non devono infatti pesare su votazioni così importanti per il Paese. Il Movimento voterà  compatto dando un forte mandato al Presidente del consiglio Giuseppe Conte per la trattazione sui tavoli europei”. Lo afferma il sottosegretario alla Difesa Angelo Tofalo (M5s).
“Una cosa è certa, il Mes resta per noi – conclude – uno strumento inadeguato e ormai inutile per le esigenze dell’Italia, disponiamo infatti già  di tantissime risorse come i fondi strutturali, gli scostamenti di bilancio, il Recovery Found e altri. La questione piuttosto è come e dove usare al meglio queste risorse”

(da agenzie)

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I NUOVI BERTINOTTI

Dicembre 8th, 2020 Riccardo Fucile

L’ARTICOLO DI MARCO TRAVAGLIO SUI “DISSIDENTI” DEL MES NEL M5S

C’era una volta un buon governo di centrosinistra molto più apprezzato dei partiti che lo sostenevano, con un premier onesto e capace e vari ministri coraggiosi e stimati anche all’estero.
Portò l’Italia in Europa, riformò la sanità  privilegiando il pubblico e non il privato, si oppose alle spinte inciuciste col centrodestra. Ma durò solo due anni.
Poi un leader che si credeva il più puro e intransigente del bigoncio lo sfiduciò sventolando la decisiva battaglia per l’orario di lavoro a 35 ore. Il governo cadde alla Camera per un voto, il premier andò a casa, indisponibile ad ammucchiate.
E quattro giorni dopo il suo rivale, che fino ad allora giurava “o questo governo o elezioni”, era già  pronto a formarne uno nuovo con un plotone di parlamentari eletti col centrodestra.
Il premier abbattuto era Romano Prodi, il suo killer Fausto Bertinotti, il successore e utilizzatore finale di cotanta intransigenza Massimo D’Alema, i voltagabbana suoi compagni di strada Mastella e Buttiglione, fondatori con Cossiga della leggendaria Udr.
Nato sotto i peggiori auspici, il governo D’Alema si distinse per quattro scelte sciagurate: i bombardamenti sulla Serbia nella guerra del Kosovo, ordinati da Usa e Nato ma senza l’Onu; l’abolizione dell’ergastolo per le stragi; le privatizzazioni di due galline dalle uova d’oro come Autostrade e Telecom, praticamente regalate ai Benetton e ai “capitani coraggiosi” Colaninno, Gnutti e Consorte.
Risultato: crollo dei consensi del centrosinistra, caduta di D’Alema dopo un anno e mezzo, nascita del secondo governo Amato e resurrezione di B. Che nel 2001 rivinse le elezioni e tornò al governo come nuovo.
Il copione stava per ripetersi nel 2008 ai danni del governo Prodi-2, se le manovre dei compagni Rossi e Turigliatto, anch’essi purissimi e intransigentissimi, non fossero state anticipate dal ritorno di Mastella alla casa del Papi.
Ma domani il bis potrebbe arrivare al Senato con Conte al posto di Prodi, i dissidenti 5Stelle al posto di Bertinotti&C., la risoluzione sul Mes al posto delle 35 ore, pezzi di FI e pulviscoli centristi al posto dell’Udr, la moglie di Mastella al posto di Mastella, Cottarelli o Cassese o un altro tecnico uscito dal cilindro dell’Innominabile e degl’inciucisti Pd al posto di D’Alema e, come utilizzatore finale, il solito centrodestra. Naturalmente, della risoluzione sul Mes che rischia di mandare in mille pezzi M5S e maggioranza, da giovedì se ne sbatteranno tutti allegramente.
Così come delle 35 ore non è mai più fregato nulla a nessuno. Ciò che resterà  saranno i risultati nefasti della geniale Operazione Morra, Lezzi &C., talmente puri e intransigenti da non vedere al di là  del proprio naso.
Cioè da immaginare l’eterogenesi dei fini sempre ottenuta dagli estremisti miopi, vanesii e irresponsabili, altrimenti detti “utili idioti”, che diventano regolarmente i migliori amici dei loro peggiori nemici in cambio di qualche ora di visibilità .
Gli effetti di uno scisma a 5Stelle mercoledì al Senato si vedranno già  da giovedì e potranno essere soltanto tre. Meglio pensarci prima che pentirsi dopo. Dunque eccoli.
1) I no dei dissidenti bastano a mandar sotto Conte e la maggioranza: così si va a votare in piena pandemia e campagna vaccinale, con la probabilissima mancata ricandidatura dei dissidenti medesimi e l’immancabile vittoria del centrodestra, che si pappa i 209 miliardi del Recovery.
2) Oppure, caduto Conte, nasce un nuovo governo-ammucchiata tecnico che smantella le principali conquiste fatte dai 5Stelle in questi due anni e mezzo e chiede il Mes sanitario: l’unico premier che non voleva chiederlo è andato a casa.
3) I frondisti non bastano a rovesciare Conte, ma fanno da cavallo di Troia al soccorso forzista-centrista, che salva il governo: così la maggioranza muta e si sposta a destra; il rimpasto, oltre al Pd e al Iv, lo chiedono pure i nuovi arrivati; i 5Stelle contano meno di prima e devono ingoiare non solo la riforma del Mes, ma pure l’accesso al Mes sanitario.
In tutti e tre i casi, la riforma del Mes va avanti spedita, visto che non dipende dai dissidenti grillini, ma dall’Unione europea. E non è all’ordine del giorno domani o dopodomani, ma a 2021 inoltrato, quando passerà  per i Parlamenti degli Stati membri e tutto può accadere (del resto, un anno fa nessuno avrebbe immaginato una Ue che vara il debito comune con gli eurobond del Recovery).
Intanto, finchè dura la legislatura, l’Italia non chiederà  mai nè il Mes sanitario nè quello ordinario riformato, che in questo Parlamento non hanno i numeri per passare. Tantopiù che nel 2021 l’Italia inizierà  a incassare il Recovery e di tutto avrà  bisogno fuorchè di un premier azzoppato o ricattato da chi non sa distinguere una risoluzione parlamentare dalla riforma di un trattato e sogna un veto italiano all’Ue senza calcolare le ritorsioni che ci pioverebbero in capo.
Già , perchè i giochetti di queste teste calde (o vuote) danneggerebbero anzitutto gli italiani. I nuovi Bertinotti e Turigliatto, invece, diventerebbero (anzi già  sono) gli idoli dei giornaloni e delle tv Mediaset. I padroni del vapore cercavano giusto un grimaldello per scassinare Palazzo Chigi, introdursi nel caveau del Recovery e levarsi dai piedi i 5Stelle e il loro premier senza lasciarci le impronte digitali.
Ma nemmeno loro osavano sognare che, a servirgli il pacco dono su un piatto d’argento, fossero proprio dei 5 Stelle.

Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)

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