Destra di Popolo.net

CONTE PARLA ALLA CAMERA SULLA RIFORMA DEL MES

Dicembre 9th, 2020 Riccardo Fucile

CHIEDE UNITA’ E IL DISCORSO CONVINCE ANCHE I RENZIANI

Il premier Giuseppe Conte è intervenuto alla Camera per le comunicazioni in vista del Consiglio europeo chiamato a varare la riforma del Mes. Un tema che ha fatto fibrillare la maggioranza di governo, in particolare il M5s e Italia viva.
E Conte, non a caso, ha chiesto ai partiti che lo sostengono maggiore compattezza: «Il governo ha bisogno della massima coesione delle forze di maggioranza per continuare a battersi in Europa. Il confronto dialettico è segno di vitalità  e ricchezza, ma è senz’altro salutare che si svolga con spirito costruttivo e non ci distragga dagli obiettivi».
L’appello non è caduto nel vuoto. Da una parte le opposizioni hanno riso, dall’altra i renziani dopo aver ascoltato le comunicazioni del premier hanno firmato la risoluzione di maggioranza sulla riforma del Mes.
Entrando nei dettagli, il presidente del Consiglio ha rivendicato le modifiche alla riforma del Mes introdotte anche grazie al contributo italiano, oltre che tedesco: «Com’è noto la riforma del Mes conteneva il backstop bancario che è un obiettivo cardine per il nostro Paese. Grazie al contributo italiano, l’Eurogruppo ha trovato un’intesa per introdurlo con due anni di anticipo».
Il backstop è un meccanismo di tutela che punta a trasferire a un organo sovranazionale la gestione delle crisi bancarie, questione particolarmente importante per l’Italia, i cui istituti sono gravati da una mole rilevante di crediti deteriorati.
Ma il Mes, per Conte, resta uno «strumento obsoleto» e la ratifica della sua riforma rimane in ogni caso una «responsabilità  delle Camere». Di sicuro «per cambiare l’Ue è decisivo ben altro percorso».
E quindi l’Italia «si farà  promotrice di una proposta innovatrice per integrare il nuovo Mes nell’intera architettura europea. Il modello a cui ispirarsi lo abbiamo già  adottato: è il Next Generation Eu», ha promesso il premier, mettendo l’accento su quello che rappresenta il punto di mediazione decisivo per ottenere l’appoggio della parte più critica del M5s.

(da agenzie)

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STOP AL VACCINO COVID NEL REGNO UNITO A CHI HA REAZIONI ALLERGICHE DOPO DUE EPISODI AVVENUTI NELLA PRIMA GIORNATA DI SOMMINISTRAZIONE

Dicembre 9th, 2020 Riccardo Fucile

INIZIA MALE LA VACCINAZIONE: SE CAUSA REAZIONI ALLERGICHE NON POTEVANO DIRLO PRIMA? ALLORA LA SPERIMENTAZIONE A CHE SERVE?

L’autorità  nazionale di controllo sui farmaci (Mhra) ha raccomandato oggi di non sottoporre a vaccinazione anti Covid chi abbia alle spalle una storia di “significative” reazioni allergiche.
L’indicazione ′ arrivata dopo che due delle centinaia di persone a cui è stato somministrato il vaccino Pfizer/Biontech nel Regno Unitio – primo Paese ad aver dato il via ieri alla distribuzione pubblica, dopo il via libera dato nei giorni scorsi dalla stessa Mhra – hanno avuto reazioni allergiche.
Le persone colpite da reazioni allergica nella prima giornata di vaccinazione sono due operatori sanitari di case di cura e ricovero vaccinati nella prima categoria di priorità  assieme a un contingente iniziale di degenti ultraottantenni di queste strutture, ha poi confermato il servizio sanitario nazionale dell’Inghilterra (Nhs England).
Non senza precisare che tutti gli ospedali coinvolti nella distribuzione del vaccino Pfizer sono stati avvertiti dell’accaduto e informati della raccomandazione della Mhra di evitare la somministrazione a chi abbia avuto in passato episodi seri di allergia.
Si tratta di procedure standard, ha poi minimizzato il professor Stephen Powis, direttore medico dell’Nhs in Inghilterra osservando come sia “comune che la Mhra suggerisca cautele in caso di nuovi vaccini per le persone con una storia significativa di allergie”.
Powis ha inoltre assicurato che i due sanitari dell’Nhs andati incontro ieri a reazioni di questo tipo dopo la vaccinazione anti Covid non sono in gravi condizioni e “stanno entrambi riprendendosi bene”.

(da agenzie)

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TRUMP SCONFITTO ANCHE DALLA CORTE SUPREMA DELLA PENNSYLVANIA, ORA CI RIPROVA IN TEXAS CON UN ATTO EVERSIVO

Dicembre 9th, 2020 Riccardo Fucile

QUESTO CRIMINALE VA ARRESTATO CON TUTTA LA SUA CORTE

Sconfitta per Trump alla Corte Suprema. Il presidente uscente ha infatti visto respingere dalla Corte l’ultimo tentativo di sovvertire il risultato delle elezioni dello scorso 3 novembre vinte largamente da Joe Biden.
I nove giudici hanno infatti negato all’unanimità  possibilità  di discussione alla causa presentata dal deputato repubblicano Mike Kelly che chiedeva di bloccare la certificazione del risultato in Pennsylvania, Stato vinto da Biden con 81.660 voti di vantaggio su Trump. Un no senza commenti e, in maniera alquanto insolita, senza eccezioni, che ha portato al tweet del profilo satirico God, che ha commentato così la decisione: “C’è solo una Corte più in alto dove Trump può andare adesso. E io sono più che pronto”.
Questa sconfitta per Trump alla Corte Suprema è solo l’ultima di una sempre più lunga serie di pesanti ko nelle aule di tribunale di tutto il Paese.
Al di fuori della bolla dei suoi sostenitori la campagna del presidente uscente per sovvertire il risultato è riconosciuta esattamente per quello che è: un tentativo, goffo e maldestro, ma decisamente eversivo di ribaltare la volontà  popolare e farsi assegnare la vittoria con accuse di brogli dei quali, in oltre un mese, i vari Minion del presidente uscente non sono riusciti a presentare neanche un accenno di prova.
Oltretutto la sconfitta per Trump alla Corte Suprema arriva nel giorno in cui si chiude il periodo per certificare le elezioni nei vari Stati, il che significa che ovunque il risultato è stato certificato il Congresso non potrà  in alcun modo intervenire, e gli unici Stati ancora da certificare sono California, Colorado, Hawaii e Idaho, nessuno dei quali è mai stato in bilico.
Si avvicina quindi il 14, giorno nel quale i delegati si riuniranno per votare ufficialmente il presidente, con Biden che 306 voti, contro i 232 Trump, il cui tentativo di “rubare” delegati al legittimo vincitore sembra fallito.
Anche per questo il tweet del profilo satirico God ha colpito nel segno, scatenando commenti brucianti contro il presidente uscente e il suo “golpe da operetta”, per restare in tema falliti colpi di Stato nei primi di dicembre
Dopo questa sconfitta per Trump alla Corte Suprema, i sostenitori di Trump si affidano però a un’ultima speranza: la causa presentata dall’Attorney General del Texas. Ken Paxton, contro Pennsylvania, Michigan, Georgia e Wisconsin.
Un’azione legale senza precedenti, a cui nel corso della giornata si sarebbero aggiunte anche almeno Louisiana, Alabama, che chiede alla Corte Suprema di rimandare il meeting del 14 dicembre per permettere alle legislature dei 4 Stati, tutte a guida repubblicana, di nominare dei delegati che votino Trump invece di Biden, come da volere degli elettori.
Una causa che ha scatenato la reazione dei governatori e dei vertici istituzionali dei quattro Stati che hanno definito quella di Paxton, fedelissimo di Trump sotto indagine dell’Fbi per una serie di reati che comprendono la corruzione e l’abuso d’ufficio per favorire i propri finanziatori, un “attacco sconsiderato” alla democrazia americana.
Gli esperti legali invece danno poche speranze di successo all’azione legale, che Paxton ha presentato direttamente alla Corte Suprema dopo la lunga serie di imbarazzanti sconfitte nelle corti di tutto il Paese di Giuliani e del suo clan nella speranza che la super maggioranza di giudici conservatori (6-3, tre de quali nominati proprio da Trump) possa in qualche modo bypassare la mancanza di argomenti reali e favorire il presidente uscente nel suo tentativo eversivo.

(da agenzie)

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IL SITO DI APPUNTAMENTI E’ PIU’ RESPONSABILE DEI SOVRANISTI: MORENASEX SI AUTOSOSPENDE PER EVITARE DI FAR PROLIFERARE I CONTAGI

Dicembre 9th, 2020 Riccardo Fucile

“CONTRO IL NOSTRO INTERESSE ECONOMICO, MA PRIMA VIENE LA SALUTE, NON VOGLIAMO FAVORIRE COMPORTAMENTI IRRESPONSABILI”

Tempo di pandemia, tempo di vincoli, tempo di restrizioni.
Un periodo particolare nella nostra vita e nella nostra storia, con la speranza che si tratti di un unicum. Lunghi mesi in cui molti italiani si sono contraddistinti per comportamenti consoni al periodo, rispettando le indicazioni sanitarie per evitare di far proliferare i contagi. Poi, però, ci sono quei pochi che se ne sono fregati, mettendo a rischio la salute di molti.
Tra di loro c’è anche chi ha deciso di utilizzare app di incontri e siti di appuntamento per fare quel che devono fare. Ma c’è un attore protagonista che ha deciso di ribellarsi e di interrompere la propria attività , proprio perchè non vuole rendersi complice di questi comportamenti: si tratta di MorenaSex, un sito sulla cresta dell’onda da vent’anni.
Un’interruzione del proprio servizio e della propria attività  online. Una community che si ferma e si fermerà  per colpa di pochi (ma comunque tanti) che hanno scelto di proseguire con gli incontri, spostandosi anche all’interno delle zone rosse, le aree più colpite dai contagi e dall’emergenza.
Noi di Giornalettismo abbiamo parlato con Morena per farci chiarire cosa sia successo: «È stata una decisione obbligata. Già  a febbraio avevamo invitato gli utenti del nostro portale a limitare i loro incontri al ‘virtuale’. Probabilmente complice la ‘paura’ del virus a quel tempo sconosciuto, quasi tutti i nostri utenti sono stati attenti. La seconda ondata pare invece invisibile a molti. Abbiamo ricevuto numerose segnalazioni di persone che hanno addirittura violato la zona rossa e, ancor più grave, la quarantena pur di incontrarsi. Comprendiamo bene che a nessuno fa piacere stare chiuso in casa e limitare i piaceri della vita ma, a nostro avviso, ci sono delle priorità , incontrarsi di nascosto in un parcheggio in piena zona rossa non ci sembra una di queste».
Comportamenti che sembrano rappresentare lo specchio dei tempi: «Sicuramente sì. Ormai vogliamo tutto e subito, non siamo più disposti ad attendere — sottolinea Morena -. Soprattutto tutti hanno tristemente preso ormai l’abitudine di coltivare solo ed esclusivamente il proprio orticello».
«Avremmo voluto sospendere la visibilità  del portale appena pervenuti alla convinzione che fosse cosa da farsi, ma nel rispetto del Regolamento abbiamo dovuto fissare la data per la fine di questo anno, così da lasciare la possibilità  a chi ha acquistato delle password di poterle utilizzare. Ad ora sono arrivate soltanto decine e decine di e-mail di apprezzamento, e questo ci ha convinto ancora di più che fosse la scelta giusta». E questi sono alcuni dei messaggi ricevuto dopo la scelta di MorenaSex:
«Ho ritenuto doveroso da parte mia mostrarvi seppur in modo minimo la mia stima!! In questo periodo, in cui tutti cercano di ‘arraffare’ l’arraffabile con la non biasimabile motivazione della crisi economica, voi avete mostrato di andare contro corrente, contro l’interesse economico, a favore di un “dovere” sociale che magari tramite il vostro sito (ma certo non a causa del vostro sito) viene invece a volte ignorato! Fossero tutti come voi probabilmente la situazione ora sarebbe migliore per tutti».
La storia di MorenaSex
Un portale nato tantissimi anni fa e che ora si rende protagonista di una decisione che va ben oltre il valore simbolico. Perchè la rete (e le comunità  che si creano all’interno di essa) deve avere anche un ruolo educativo. «Il nostro sito è nato quasi vent’anni fa da un gruppo di persone che volevano creare qualcosa di ludico. Le nostre entrate da sempre sono servite unicamente a coprire le spese vive dei server, della banda, del software, della grafica e della supervisione degli annunci. La “vita social” non ha influenzato in modo significativo il nostro settore. C’è da dire che dieci anni fa molti ventenni sceglievano di pubblicare annunci sulle nostre pagine, oggi i ventenni preferiscono social come Instagram e Tik Tok. Il rinnovamento è una componente della vita».
I settori da tutelare
Per congedarci, abbiamo posto una domanda a Morena: «Un portale come il vostro dovrebbe essere tutelato?». La risposta è stata esemplare: «Del tipo ‘MorenaSex patrimonio dell’Unesco?’. Questo sì che farebbe scalpore!! Scherzi a parte, crediamo che ad essere tutelati debbano essere prima di tutto altri settori. Come detto prima, ci sono delle priorità . Il mondo dell’eros è in evoluzione già  da qualche anno. Sicuramente ci sono delle attività  che si trovano in crisi esattamente come le attività  tradizionali (sexy-shop, club privè, motel a tema, ecc). Dietro ogni attività , di qualunque genere, ci sono famiglie da mantenere. Loro sì che devono essere tutelate».

(da Giornalettismo”)

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“PERCHE’ MI CHIAMI NEGRO?”: PSG E BASAKSEHIR LASCIANO IL CAMPO PER LA FRASE RAZZISTA DEL QUARTO UOMO

Dicembre 9th, 2020 Riccardo Fucile

RAZZISMO IN CHAMPION LEAGUE, VITTIMA IL VICE-ALLENATORE DELLA SQUADRA TURCA… PARTITA SOSPESA, RIPRENDERA’ OGGI SENZA IL QUARTO UOMO ROMENO

Il calcio europeo travolto dal più clamoroso caso di razzismo: un quarto uomo è accusato di aver dato del ‘negro’ a un giocatore in panchina, e il Basaksehir prima e il Paris Saint Germain a seguire lasciano il campo del Parco dei Principi, sospendendo la partita di Champions League, che pure è decisiva per il girone.
“Perchè mi chiami negro? Chi è il negro?”. Il grido ripetuto contro il quarto uomo Uefa da Pierre Webo, ex attaccante del Camerun e ora viceallenatore a Istanbul col Basaksehir, rimarrà  a lungo nella lista più buia del calcio europeo
Il caso di razzismo scoppiato stasera a Parigi, in un Parco dei Principi che nel vuoto di pubblico ha fatto rimbombare tutto il caos in campo, è clamoroso.
Un giudice di gara, il romeno Sebastian ColÅ£escu, accusato di frasi razziste dall’attaccante Demba Ba, seduto in panchina; le lite col viceallenatore; la sua espulsione, una parapiglia di diversi minuti alle fine i giocatori che abbandonano il campo: prima quelli del Basaksehir, poi anche quelli del Psg.
E la partita resta appesa anche oltre il limite fissato dall’Uefa, alle 22, per la richiesta dei turchi di cacciare dal campo quell’assistente dell’arbitro romeno Hategan. La squadra arbitrale, completata in sala Var dagli italiani Marco Di Bello e Maurizio Mariani, è travolta insieme con l’Uefa dall’episodio di razzismo.
A dispetto della campagna voluta da Ceferin e da tutti i dirigenti di Nyon, che ora il club di Istanbul ribalta twittando ironicamente il logo della campagna Uefa. ‘No al razzismo, rispetto’.
A complicare il caso, il fatto che la partita incroci una squadra di Parigi e una di Istanbul, dopo le crisi diplomatiche degli ultimi mesi. E che il Basaksehir sia la squadra di Erdogan, che infatti in serata è intervenuto: “E’ razzismo, la Uefa agisca”.
Ma in questa occasione parigini e turchi sono strati solidali. Il dg Leonardo, ex Milan, è sceso in campo per provare a calmare gli animi, ma quando Demba Ba ha lasciato il campo e i suoi compagni di squadra l’hanno seguito, anche Neymar, Mbappè, Verratti e Florenzi hanno fatto la stessa cosa.
Difficile una ricostruzione precisa, a caldo, su fatti che porteranno inevitabilmente all’apertura di un’inchiesta. Dalle prime indicazioni, Coltescu avrebbe proferito Ba, in panchina, col l’epiteto di ‘negro’, scatenando prima le sue proteste e poi quelle del vice Webo. A quel punto Hategan è andato dal suo quarto uomo a bordo campo a chiedere chi protestasse, ha estratto il rosso a Webo che ha cominciato a inveire all’indirizzo di Coltescu, e’ scoppiato il parapiglia e tutti sono rientrati negli spogliatoi. L’Uefa aveva stabilito la ripresa alle 22, spostando Coltescu in sala Var e Marini tra le due panchina, ma i dirigenti del club turco sono stati irremovibili: o lascia lo stadio o noi non rientriamo in campo. E quando erano le 23 gli inservienti hanno cominciato a togliere le coperte dalle panchine oramai vuote.

(da agenzie)

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CASHBACK, DAI LIMITI DI SPESA ALLE SCADENZE

Dicembre 9th, 2020 Riccardo Fucile

LE REGOLE PER OTTENERE I RIMBORSI

Dopo la partenza sofferta, il cashback di Natale è pronto a decollare.
L’ostacolo principale, quello della registrazione alla app Io, letteralmente andata in tilt da lunedì nel primo giorno possibile per iscrivere i propri strumenti di pagamento, con il passare delle ore è in via di soluzione, anche se sui social sono ancora molti gli utenti che lamentano difficoltà  di accesso. Per i più fortunati invece il cashback è già  attivo, ma prima di procedere alle spese occorre ricordarsi alcune delle regole principali della misura.
Acquisti solo il giorno successivo alla registrazione
Una volta completata la registrazione, con l’inserimento delle carte di pagamento, non bisogna farsi cogliere dalla frenesia. Chi in questi giorni ha atteso magari qualche giorno per effettuare qualche spesa signficativa, confidando di poterla effettuare dall’8 dicembre recuperando così il 10% attraverso il cashback, deve armarsi di un supplemento di pazienza in più. Gli acquisti che concorrono alla maturazione del cashback saranno validi soltanto il giorno dopo la registrazione. Ad esempio, chi ha completato la registrazione oggi, soltanto da domani potrà  effettuare spese che saranno valide ai fini del cashback.
Attenzione ai limiti di spesa
Anche se il cashback è un rimborso percentuale sulla spesa sostenuta, esistono comunque dei limiti. Se si acquista uno smartphone da 400 euro, il rimborso non sarà  di 40 euro, cioè il 10%, ma soltanto di 15. Per ogni singolo acquisto infatti il massimo di cashback maturabile è di 15 euro, anche se la spesa è superiore ai 150 euro. Diversamente se si effettuano due singoli acquisti da 200 euro, con due pagamenti diversi, si ottengono 15 euro di cashback per ogni operazione. Attenzione anche al complesso delle spese. Se entro la fine dell’anno si spenderanno 2000 euro con bancomat e carte, in ogni caso il rimborso complessivo si fermerà  al massimo a 150 euro.
Posso ottenere il cashback pagando il caffè?
Assolutamente sì, non essendoci soglie minime per ottenere i rimborsi, l’obiettivo è proprio quello di incentivare l’utilizzo delle carte anche per i pagamenti più piccoli, di solito effettuati in contanti e con il rischio della mancata emissione dello scontrino.
Quanti pagamenti devo effettuare
Come si può vedere dalla schermata della app Io, occorre ricordarsi di effettuare almeno 10 transazioni entro la fine dell’anno per raggiungere la soglia che permette di ottenere il cashback. Non esiste invece un tetto massimo. Anzi, a partire da gennaio, i 100 mila cittadini che effettueranno il maggior numero di transazioni a semestre verranno premiati con un Super cashback da 1500 euro.
Gli esclusi dal cashback
Occorre infine ricordarsi che non tutte le spese effettuate con pagamenti digitali consentono di accumulare i rimborsi cashback. Sono escluse come è noto tutte le spese effettuate online ma anche tutte quelle effettuate attraverso l’esercizio di impresa.
Cashback, quando arriveranno rimborsi e come fare per ricevere il denaro
I rimborsi per il cashback di Natale verranno versati nel mese di febbraio. Per incassare le somme spettanti occorre inserire nella app IO il proprio Iban, che corrisponde al conto corrente su cui verrà  versato il denaro.

(da agenzie)

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A VENEZIA ACCADE L’INCREDIBILE: IL MOSE FUNZIONA, I MANOVRATORI NO

Dicembre 8th, 2020 Riccardo Fucile

NON SOLO NON LO HANNO ATTIVATO MA E’ STATO ABBASSATO DOPO DUE GIORNI CHE LE PARATOIE ERANO STATE ALZATE

“La situazione è terribile, siamo sotto l’acqua in maniera drammatica. Il Nartece è completamente allagato e se il livello sale ancora andranno sotto anche le cappelle interne”, lancia l’Sos Carlo Alberto Tessein, procuratore della Basilica di San Marco. Sembra la drammatica serata di martedì 12 novembre 2019 quando il mondo vide affondare Venezia, invece è il pomeriggio dell’8 novembre di questo pazzo 2020.
A Venezia è accaduto l’incredibile, il replay della serie “facciamoci del male”.
Il sistema Mose, con la nuova piena in arrivo, non solo non lo hanno attivato, ma è stato abbassato dopo due giorni in cui le paratoie erano state alzate e per oltre 40 ore consecutive e anche notturne, avevano scongiurato alte maree e persino permesso la navigazione aprendo varchi.
Perchè è stato abbassato con previsioni meteo ancora da emergenza? Perchè non è stato azionato? Lo scopriremo.
Eppure il Mose, dopo decenni in sala d’attesa, ci aveva fatto tirare un respiro di sollievo. Nel Paese delle alluvioni e in permanente pandemia catastrofica da zona rossa, nell’Italia che non ci concede neanche il tempo di assorbire l’ultima settimana di tragedie e emergenze con morti e devastazioni come quelle da Bitti all’Alto Adige, mai come oggi abbiamo a disposizione risorse, tecnica e tecnologie.
Lo dimostrava Venezia, uno degli hot spot degli effetti del riscaldamento globale, dove almeno c’era una buona notizia per la città  più fragile del Pianeta e per la sua delicata e complicata laguna: il mitologico MOSE funziona.
E fino a poche ore fa, finalmente, faceva il suo lavoro, bloccando l’acqua alta. Il sistema di barriere mobili aveva evitato che su Venezia si verificassero almeno due punte di acqua alta 130 centimetri.
Era la dimostrazione che la schiera di paratoie galleggianti sulla laguna funziona, e non è poca cosa per quelli che come noi speranzosi ma abbastanza disillusi e incazzati di fronte ad una storia industriale e tecnologica sicuramente geniale, ma pazzesca e tangentara.
A vedere per la prima volta il primo cassone giallo in mezzo alla laguna mi portò Franco Miracco, che allora collaborava con il Consorzio Venezia Nuova. A bordo di un motoscafo arrivammo alle bocche di porto e salimmo su una chiatta ormeggiata davanti al prototipo della prima gialla paratoia, un modulo sperimentale che lentissimamente riempito d’acqua si inabissava e poi lentissimamente svuotavano, facendolo risalire in superficie.
E raccontai sul giornale un progetto ingegneristico e idraulico avveniristico e unico al mondo. Eravamo affascinati dall’avventura del MOSE che sta per “Modulo sperimentale elettromeccanico”. Era l’estate del 1998.
Era martedì 12 novembre 2019, e abbiamo ancora negli occhi il grande spavento mondiale dell’entrata in laguna di acque alte 187 centimetri, la seconda alta marea di sempre, solo 7 centimetri in meno dell’Aqua Granda del 4 novembre 1966.
Quella terribile sera la marea granda trovò ancora sola e indifesa Venezia davanti a un Adriatico gonfio, spinto dal forte vento che soffiava a 100 km orari, e sommerse la città  devastandola con una nuova alluvione epocale. L’acqua si prese tutto, con danni enormi, e lasciò il mondo sotto shock e il MOSE sempre   sott’acqua.
Eppure la storia del MOSE era cominciata nell’anno dell’alluvione del secolo, il 1966, quando tutti ripetevano: “Non c’è tempo da perdere, bisogna salvare Venezia”. E cosa è stato fatto quando le acque si ritirarono, il fango si asciugò, i negozi riaprirono, i tavolini dei bar tornarono al loro posto al suono delle orchestrine nello scenario da favola di San Marco? Come ricorda sempre anche Gian Antonio Stella, i lavori a parole “urgentissimi” diventavano “urgenti”, poi “necessari”, poi diluiti nel tempo e quindi finiti in un ginepraio.
Per l’irripetibile patrimonio dell’umanità  veneziano, il nostro Parlamento se la prese molto comoda e aspettò il 16 aprile 1973 per varare la legge speciale per Venezia, la numero 171, dichiarando “di preminente interesse nazionale” la salvaguardia della città  e della sua complicata laguna. Lo Stato decise d’investire come per nessun’altra città  od opera pubblica. Bene, molto bene.
Peccato che l’andamento restò molto lento e solo dieci anni dopo, con la legge 798 del 1984, istituirono il Consorzio Venezia Nuova, soggetto attuatore di un progetto davvero faraonico d’ingegneria civile, ambientale e idraulica. Ebbero l’idea suggestiva di chiamarlo MOSE, evocando il ritiro biblico delle acque del mar Rosso. Ma l’acronimo richiamava il “Modulo Sperimentale Elettromeccanico” che, con comodo, iniziarono a progettare solo a fine anni Ottanta.
Vista l’urgenza massima, i lavori urgentissimi iniziarono appena 37 anni dopo quella grande piena del Novecento: 37 anni fanno esattamente 13.505 giorni e anche 37 governi e cicli parlamentari della Repubblica!
Una lentezza insultante se pensiamo ai veneziani della Serenissima che scavarono un canalone di 8 chilometri per la deviazione titanica del “Taglio del Po” a Porto Viro   in soli 4 anni; proposto nel 1556 portò l’immissione delle acque del fiume nella sacca di Goro e al mare il 16 settembre 1604, e salvò la città . L’impossibile con i mezzi di allora si realizzò in soli 4 anni, altro che i 42 del MOSE.
Era il 14 maggio 2003 quando iniziarono a lavorare sul progetto della chiusura contemporanea delle tre bocche di porto con 78 gigantesche paratoie mobili poste sul fondo che devono, al salire della marea, sollevarsi. Sono trattenute al fondo da cerniere, vincolate a 20 cassoni di alloggiamento nei fondali collegati tra loro da tunnel per ispezioni tecniche.
Poi ci sono altri sei cassoni di spalla, con dentro impianti e tutto il necessario al funzionamento del sistema più avanzato di quello che sbarra la foce della Schelda per proteggere Amsterdam, o delle Thames Barriers che oppongono paratie alte come palazzi di sei piani alle alte maree dalla foce del Tamigi.
Il costo progetto è passato dagli iniziali 3,4 miliardi di euro a quasi 6 miliardi, di cui 5.493 milioni di euro spesi più 221 messi in conto, salendo fino alla cifra di circa 8 miliardi se consideriamo tutte le opere di contorno, compreso il miliardo tra fondi extracontabili e schifose tangenti e la vergogna del maxiscandalo trasversale venuto a galla nel giugno 2014, con l’ampio sistema di corruzione, sprechi e mazzette e manette per 35 persone.
Abbiamo poi visto di tutto, da allora: stallo dei cantieri, abbandono al loro destino delle parti già  realizzate che, senza più manutenzione, sono rimaste esposte a deterioramento e corrosione dei materiali, con fessurazioni dei cassoni sommersi. Più si ispezionava la struttura subacquea, più emergevano paratoie aggredite dalla ruggine, un paio fuori dai cassoni per sedimenti sabbiosi, cerniere corrose, scarsi controlli e caos di competenze nella gestione con doppioni e “triploni” di commissari, commissari speciali, ordinari, straordinari.
Dopodichè accadde che, nella disillusione e nel disinteresse generale, fissarono al 4 novembre 2019 la prima prova completa di sollevamento di tutte le paratoie alla bocca di porto di Malamocco.
Pronti, partenza, via? No, fermi tutti! Test parziali preliminari evidenziarono nuovi problemi, e tutto si fermò. Ma non l’alta marea. La seconda prova ci fu venerdì 10 luglio 2020. Dopo le 11, nelle tre bocche di porto che uniscono l’Adriatico con la laguna, dal fondo del mare le 78 paratoie colossali d’acciaio incernierate nel calcestruzzo si alzarono fra gorghi e mulinelli e, per la prima volta, la laguna di Venezia venne separata dal suo mare.
La prima prova totale di chiusura delle bocche di porto era stata effettuata con una serenissima marea da appena 65 centimetri. Però, i cassoni hanno poi resistito a tempeste e fortunali e   anche contro maree ben più alte.
Oggi finalmente sappiamo che è possibile contrastare nuovi disastri e difendere Venezia con la migliore tecnica e tecnologia. Ma sappiamo anche che non c’è traccia degli altri interventi altrettanto urgenti che decenni fa avrebbero dovuto integrare la mega-opera e garantire anche la tutela delle acque, degli ecosistemi e della biodiversità  lagunare.
Sono indicati come necessari dall’Autorità  di bacino, proposti con una certa disperazione anche da Massimo Cacciari, richiesti da esperti ingegneri e “padri” della moderna idrologia come Luigi D’Alpaos per i quali il sistema di dighe mobili funzionerà  molto meglio se affiancato da opere per la difesa dalle proiezioni modellistiche climatiche che se ai tempi del progetto MOSE vedevano nell’arco del secolo un incremento del livello medio del mare di 22 centimetri,   oggi l’Intergovernmental Panel on Climate Change dell’Onu le porta a 80-100 con problemi già  nei prossimi decenni, con una sottostima anche dei costi di gestione e manutenzione delle paratoie (allora fissati a 10-15 milioni di euro all’anno e oggi tra 100 e 120).
Che fare? Garantire quel che serve al MOSE e affiancare alle dighe mobili altri interventi (da finanziare visto che il MOSE ha assorbito finora tutti i finanziamenti stanziati per la salvaguardia di Venezia, ma il Recovery Plan può essere la soluzione) come il progetto “Insulae” che prevede perimetri urbani a quote sufficientemente elevate a protezione di abitati, bonifica dei fondali e delle acque da inquinanti, rafforzamento delle fondamenta di Venezia provando a rialzarle di 25-30 centimetri con iniezioni di liquidi, manutenzione di edifici e canali per la migliore resilienza nell’assorbimento dell’impatto dell’acqua alta.
In ogni caso, se il più grande cantiere idraulico del mondo funziona e funzionerà , per favore fate funzionare meglio anche i manovratori e le procedure.

Erasmo D’Angelis
Segretario generale dell’Autorità  di bacino distrettuale dell’Italia Centrale

(da Huffingtonpost”)

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NEL PD CRESCE IL DISAGIO VERSO CONTE

Dicembre 8th, 2020 Riccardo Fucile

UNA COALIZIONE E’ COSA DIVERSA DA UN UOMO SOLO AL COMANDO

Italia Viva si smarca su tutto, mentre i Dem, in assetto filo governativo, mordono il freno. L’offensiva di Renzi insomma rischia di mettere il Pd in una strettoia politica: da un lato ci sono appunto i renziani che si muovono come barca corsara, riscuotendo consensi anche in casa democratica; dall’altro c’è l’esito scontato che i Dem finiscano di nuovo schiacciati su Conte.
Potrebbero anche accodarsi all’ex segretario, che solo 15 mesi fa ha lasciato il Partito democratico per fondare Italia Viva con grandi speranze e però pochi consensi. Significherebbe riconoscere a Renzi in questi giorni una sorta di primazia per avere risposto colpo su colpo alle pretese dei 5Stelle, a partire dal Mes, e per cercare di bloccare le fughe in solitario di Conte e gli strappi.
“Noi dem siamo i bravi ragazzi che ogni volta salvano la baracca”, ha detto Enrico Borghi, vicino al ministro Lorenzo Guerini. La corrente Base riformista è di certo in ebollizione. Sempre Borghi: “E’ come quando uno sta sotto il crinale della montagna e un altro da lontano vede che sta staccandosi una valanga e avverte: “Spostati, perchè arriva la valanga. L’altro gli risponde: “Ma va là , tu sei la vecchia politica. Ecco, abbiamo un problema”.
Il problema è, in particolare per il Pd, mostrare il suo peso politico. Non essere gregario, nè vedersi ridotto lo spazio d’azione. Al Nazareno usano parole misurate, però sulle riforme mancate, a cominciare dalla legge elettorale, sbottano: “Conte deve prendere in mano la situazione, altrimenti consegna le riforme istituzionali ai veti incrociati”. E’ un esempio, che rappresenta la cartina di tornasole del disagio dem.
La partita si gioca nelle prossime ore. Andrea Marcucci, il capogruppo al Senato, è tra i più netti nei confronti del governo: “Non si può vivacchiare così”. Dario Stefà no, presidente dem della commissione Ue di Palazzo Madama, entra a gamba tesa: “Non è il tempo nè il momento di dare seguito a nuove strutture che rischiano di sembrare bizantine. Staccare il Recovery da un controllo diretto e del Parlamento e del consiglio dei ministri tout court è due volte sbagliato: la prima, perchè Conte in Parlamento aveva assicurato un ruolo centrale delle Aule; la seconda è perchè la velocità  e la semplificazione non passa certamente attraverso la moltiplicazione di poltrone e di incarichi”.

(da agenzie)

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IL “LODO LEZZI” SUL MES E’ UNA FINTA TUTTA ITALIANA, SOLO UN MODO PER PRENDERE TEMPO A FINI INTERNI

Dicembre 8th, 2020 Riccardo Fucile

“NIENTE RATIFICA AL SALVA STATI SENZA IL RESTO DELLE RIFORME SULL’UNIONE BANCARIA”. CHE PERO’ NON CI SONO ANCORA

“Ho trascorso due intere giornate insieme ad altri 60 parlamentari per mediare le posizioni. Grazie a questo lavoro è venuta fuori una risoluzione che non è quella ideale ma, almeno, rivendica il ruolo del Parlamento in sede di ratifica” della riforma del Mes “e avverte che non sarà  disposto al voto finale”, previsto l’anno prossimo in tutti gli Stati membri dell’Ue, “se non ci sarà  l’avanzamento significativo del resto del pacchetto di riforme” sul rafforzamento dell’unione bancaria, “Edis prima di tutto”.
Barbara Lezzi annuncia così il compromesso raggiunto in maggioranza in vista del voto di domani sull’informativa di Giuseppe Conte prima del Consiglio europeo di giovedì.
Ancora una volta è l’invocazione della “logica a pacchetto” sul rafforzamento dell’unione bancaria a salvare l’alleanza Pd-M5s. Ma la prima volta che fu evocata — e lo fece lo stesso premier l’anno scorso quando divampò la polemica sulla riforma del Mes — non portò bene. A un anno di distanza l’Italia ha dovuto dare il suo ok definitivo alla riforma del Mes, pur senza ‘pacchetto’.
Insomma, il pacchetto non c’è, la riforma del Mes sì. E stando a quanto riferiscono fonti europee a Bruxelles, il pacchetto non è all’orizzonte.
L’Edis di cui parla la senatrice Lezzi, lo ‘European deposit insurance scheme’, cioè la garanzia comune sui depositi bancari, è riforma nemmeno abbozzata, ferma ad una proposta presentata a fine 2019 dal ministro tedesco Olaf Scholz e non condivisa dal ministro italiano Roberto Gualtieri.
La proposta tedesca legava la garanzia sui depositi ad una ponderazione del debito pubblico in pancia agli istituti bancari. L’Italia non è d’accordo ma, tra l’altro, non ha nemmeno presentato una sua proposta, annunciata già  dall’inizio del 2020.
Insomma, siamo a ‘caro amico’. Per questo il compromesso raggiunto in maggioranza servirà  magari a superare lo scoglio del voto di domani, ma fornirà  non più che una foglia di fico ai pentastellati scettici sul Mes.
L’anno prossimo l’Ue chiede a tutti gli Stati membri una ratifica parlamentare della riforma del Salva stati, in modo che da gennaio 2022 possa entrare in vigore il cosiddetto ‘backstop’, il fondo istituito nel Mes per sostenere le banche in crisi. Nessuno in Europa lega la riforma del Meccanismo europeo di stabilità  al resto delle riforme sul rafforzamento dell’unione bancaria.
La ‘logica a pacchetto’ è di fatto un modo italiano per prendere tempo: lo è stato un anno fa, quando Conte doveva cercare un equilibrio di facciata tra M5s e Pd. Lo è anche adesso.
Il pacchetto non c’è (oltre all’Edis, comprenderebbe anche il Bicc, strumento di bilancio per la convergenza e la competitività ). Ma c’è la riforma del Mes, con il sì dell’Italia.
Prevedibilmente domani il governo passerà  il test parlamentare. Ma l’orizzonte sul voto parlamentare che conta, quello sulla ratifica della riforma del Salva Stati l’anno prossimo, resta oscuro, i pentastellati resteranno in fibrillazione con un grido di battaglia – sul completamento del tanto invocato ‘pacchetto’ – che in Europa non trova alcuna eco.

(da “Huffingtonpost”)

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