Gennaio 26th, 2021 Riccardo Fucile
ERA STATA LA LEGA, QUANDO GOVERNAVA CON IL M5S, A VOLER METTERE LE MANI SULLO SPORT VIOLANDO LE REGOLE OLIMPICHE… APPENA IN TEMPO PER EVITARE CHE L’ITALIA RISCHIASSE DI PARTECIPARE SENZA BANDIERA E INNO
Ore 9, ultimo Consiglio dei ministri del Governo Conte bis. Non c’era più un Governo da salvare, quindi, nella riunione dei ministri, ma un Tricolore da salvare.
Perchè il conto alla rovescia si fa sempre più angosciante e mercoledì 27 gennaio è il giorno della riunione dell’Esecutivo del Comitato olimpico internazionale (Cio) che dovrà pronunciarsi sull’accusa all’Italia di mancato rispetto della carta olimpica per quanto riguarda l’autonomia del Coni.
L’Italia rischiava la partecipazione ai Giochi di Tokyo senza Tricolore e senza Inno di Mameli. Per questo, malgrado non fosse all’ordine del giorno, il Cdm ha approvato il ‘decreto Cio’ per l’autonomia del Coni, per evitare quella che altrimenti si prefigurava come una ‘figuraccia’ mondiale.
“Il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto contenente le norme che sanciscono l’autonomia del Comitato olimpico nazionale italiano. Ora l’ultima parola spetta al Parlamento in sede di conversione” comunica il ministro delle Politiche giovanili e dello Sport Vincenzo Spadafora. “Per la lunga e gloriosa storia sportiva e democratica del nostro Paese era improbabile che l’Italia venisse così duramente sanzionata già domani – aggiunge – ma la decisione di oggi fuga ogni dubbio e risolve il problema dell’indipendenza del Coni lasciato aperto dalla riforma del 2019″.
(da agenzie)
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Gennaio 26th, 2021 Riccardo Fucile
PER DODICI GIORNI LA REGIONE LOMBARDIA NON HA PROVVEDUTO CAUSANDO LA MESSA IN “ZONA ROSSA” DI INTERE CATEGORIE PRODUTTIVE
L’Istituto superiore di sanità aveva avvertito già il 7 gennaio la Regione Lombardia che qualcosa
non andava nei suo dati sui sintomatici.
Un’altra delle accuse del governatore Attilio Fontana, quella che sarebbe stata la sua Regione ad accorgersi degli errori che hanno portato alla modifica dell’Rt, casca leggendo lo scambio avvenuto una settimana prima che la Lombardia finisse in zona rossa.
È stata la Cabina di regia del 15 di gennaio a sancire l’ingresso nell’area con più restrizioni, poi ufficializzato dall’Ordinanza del ministro alla Salute Roberto Speranza a partire dal 17. Allora l’Rt era 1,4 e nessuno aveva formalmente protestato con i tecnici di Istituto superiore di sanità e ministero per quel dato. Solo la settimana successiva, cioè nel monitoraggio del 22, la Regione ha presentato una richiesta di rettifica.
Scrive il 7 gennaio il tecnico dell’Istituto al collega dell’assessorato al welfare lombardo. “Ti ricordo il problema dei vostri dati con data inizio sintomi e mai uno stato clinica a conferma di questo. Dobbiamo cercare di lavorare per risolvere questo problema vista la forza differenza tra Lombardia e le altre regioni al riguardo”.
Da Roma quindi si erano accorti che qualcosa non andava nei dati utilizzati per calcolare l’Rt, basato appunto sui casi sintomatici.
Evidentemente si inseriva solo l’inizio dei sintomi ma non c’erano poi informazioni sullo stato di salute di quelle persone e soprattutto non si comunicava in quante di esse con il passare dei giorni fossero poi guarite. In quel modo la voce conteneva un numero di sintomatici più alto di quello effettivo.
Tra l’altro, dal testo si comprende che non è la prima volta che questa segnalazione arriva in Lombardia. Fontana, e anche gli altri governatori leghisti, criticano adesso l’algoritmo sul quale si base il monitoraggio ma a quanto pare l’errore qui sta nel flusso di dati che vengono usati per alimentarlo. Quelli lombardi non sono completi.
Nella stessa mail si parla anche di un problema sul dato delle comorbilità , cioè delle malattie concomitanti dei deceduti per Covid.
Alla fine il funzionario dell’Istituto dice che se necessario è disposto a far inviare una lettera formale del suo presidente Silvio Brusaferro o del capo della Prevenzione del ministero Gianni Rezza alla Regione (scherza anche sulla possibilità di raccogliere altre firme pesanti, come quella del Papa, a dimostrazione di come il rapporto tra i tecnici sia consuetudinario e amichevole ma anche di quanto sia urgente cambiare le cose).
La risposta del funzionario regionale è che le pratiche sugli asintomatici non sono state caricate ma che lui ha chiesto di inserirle nel database usato per il monitoraggio. Evidentemente però i dati non sono entrati, visto cosa è successo il 15.
Per una settimana non ci sono correzioni ai dati e il 19 gennaio il direttore del dipartimento al welfare della Lombardia, Marco Trivelli, a seguito delle polemiche di livello politico sulla zona rossa, chiede a Rezza e Brusaferro la modifica dell’Rt in base ai nuovi calcoli. Infine, il 22 gennaio, 5 minuti prima della Cabina di regia, scrive: “Gentilissimi, tenuto conto della integrazione nel flusso dati trasmesso mercoledì 20 us rispetto al flusso trasmesso mercoledì 13 us, effettuata a seguito del confronto tecnico tra ISS e DG Welfare e relativa alla riqualificazione del campo stato clinico da “assenza di informazioni in merito alla presenza di sintomi” in stato “asintomatico” nei casi con data inizio sintomi, si chiede la rivalutazione dell’indice Rt sintomi per la settimana n.35 ora per allora”. E così con il monitoraggio numero 36 si cambia il valore dell’Rt anche di quello precedente.
La mail del 7 e quelle successive rivelano come siano effettivamente le Regioni ad inserire i dati sui quali poi prende le decisioni la Cabina di monitoraggio. Inoltre le comunicazioni fanno capire come prima del 15 si sapesse che c’erano problemi (evidentemente ancora precedenti, come si evince dal testo) ma che di fatto nel monitoraggio di quel giorno non sono stati segnalati dalla Lombardia.
L’Istituto superiore di sanità , infine, sembra aver fatto tutto il possibile per mettere in guardia la Regione, oltre ad essere poi disponibile a rivedere l’Rt del 15 la settimana dopo, cioè nel monitoraggio del 22. Ma a quel punto i lombardi avevano già fatto sette giorni in zona rossa.
(da agenzie)
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Gennaio 26th, 2021 Riccardo Fucile
ERA STATA QUERELATA PER DIFFAMAZIONE
Foto naziste sul profilo Facebook dell’addetta stampa del comune di Belgirate, due per la precisione: nella prima il cancello del campo di concentramento di Buchenwald, e la scritta: “A ciascuno quello che si merita”; nella seconda una maestra che con i suoi bambini festeggia Adolf Hitler: “Per il compleanno del nostro Fuhrer”.
Due foto pubbliche sul profilo Facebook della giornalista Veronica Galluzzo, che aveva da poco vinto un bando per curare la comunicazione del piccolo paese piemontese.
Siamo nella provincia del Verbano-Cusio-Ossola, giugno 2018. E la giunta comunale dell’allora sindaco Valter Leto decide di mettere a bando un posto per addetto alla comunicazione: 5.500 euro per sei mesi. Si presentano in tre, e vince il posto proprio Veronica Galluzzo, giornalista 30enne locale.
“Io allora sono andata a vedere di chi si trattasse — dice a Nextquotidiano Flavia Filippi, all’epoca consigliera comunale, già sindaco della città e presidente dell’Anpi del Vergante Flavia Filippi — e sono rimasta ghiacciata”. Foto profilo della donna: uno dei campi di sterminio nazisti. “Ho subito denunciato pubblicamente la vicenda, non riportando il nome della giornalista, ma solamente scrivendo quanto avvenuto. Perchè non è pensabile che una persona con un incarico pubblico, pagata dai cittadini, possa pubblicare certe cose”.
Una denuncia sacrosanta, condivisa fin da subito anche da alcuni membri del Partito democratico, come Emanuele Fiano e Enrico Borghi, che poco dopo presenterà un’interrogazione parlamentare all’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini.
Di tutta risposta, però, a lei arriva una diffida della giornalista veronica Galluzzo. Che, spinta a lasciare l’incarico dalla giunta di allora, querela Flavia Filippi per diffamazione aggravata.
Ma non solo: perchè — tra lo stupore dei più — l’ex sindaca della città viene rinviata a giudizio dalla procura di Verbania. La giornalista infatti avrebbe poi accusato Flavia Filippi di averle procurato danni professionali, come la perdita della collaborazione col Comune e con il quotidiano La Stampa, all’epoca diretto da Maurizio Molinari.
Veronica Galluzzo quindi, davanti al giudice Annalisa Palomba, si sarebbe giustificata dicendo che si trattava di “foto storiche”. Sempre in Aula però, oggi, Flavia Filippi: “Non volevo attaccare la giornalista, di cui infatti non ho neanche fatto il nome, ma l’amministrazione, che aveva fatto quella scelta grave. E consideri — dice ancora a Nextquotidiano — che il comune di Belgirate ha due medaglie d’oro per la Resistenza”. Difesa che è valsa l’assoluzione, perchè, fa sapere il giudice, il fatto non sussiste. “Oggi sono contenta”, conclude Flavia Filippi.
(da “NextQuotidiano”)
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