Gennaio 18th, 2021 Riccardo Fucile
BIDEN AVRA’ UN GIUBBOTTO ANTIPROIETTILE, SI TEME ATTENTATO… L’FBI STA SETACCIANDO I CURRICULUM DEI SOLDATI PRESENTI ALL’INAUGURAZIONE… A COSA PORTA DARE SPAZIO AI CRIMINALI SOVRANISTI
“Ti ricordi dell’attentato a Sadat?”. La voce del mio amico, un dirigente del partito democratico
assai esperto di Italia, suona al telefono da Washington tesa, incerta. La capitale americana, alla vigilia del giuramento del nuovo presidente democratico, Joe Biden, il 20 gennaio, mercoledì, è in stato d’assedio, 25.000 uomini e donne della National Guard, in assetto da guerra, con blindati, jeep, elicotteri, posti di blocco, barriere in cemento armato vigilano perchè i terroristi che hanno devastato il Congresso il giorno dell’Epifania restino lontani.
Ieri era stata annunciata la Marcia delle Milizie, manifestazioni nei vari parlamenti statali, per protestare contro l’elezione di Biden e della sua vice, Kamala (pronuncia Kohmala) Harris, e in solidarietà con il presidente uscente Donald Trump. Benchè mascherati, con in spalla i mitra militari M 16, elmetto e giubbotti antiproiettile in Kevlar, i miliziani non hanno però raggiunto l’ambita quota di un milione, agognata dagli organizzatori, e si son visti in poche città , sparuti gruppi di untorelli, più da selfie al bar che da colpo di stato.
Eppure, il mio amico, nella città che mai, dall’11 settembre di venti anni fa, quando Al Qaeda colpì il Pentagono, quartiere generale militare degli Stati Uniti, ha visto stazioni della metropolitana sbarrate, militari controllare i passanti, “Documenti?”, auto perquisite in ingresso o uscita, ponti chiusi, non si sente rassicurato dallo schieramento di forze, una frazione sarebbe bastata a mandare a gambe levate i teppisti che cacciavano il vicepresidente Pence e la Speaker della Camera per linciarli o prenderli in ostaggio. Perchè Sadat dunque? Dopotutto, fin qui, le truppe hanno solo arrestato Guy Berry, ventiduenne della Virginia, trovato al 200 di Massachusetts Avenue NE con cinturone, fondina, pistola Glock 22, tre caricatori e altre munizioni, oltre a una paziente psichiatrica che si crede poliziotta e un tipo, con armi nel bagaglio, che dichiara di essere una guardia giurata ed è stato rilasciato.
In realtà ricordo benissimo l’attentato a Sadat, 6 ottobre 1981, facevo il caporedattore al Manifesto, era una parata militare cui presiedeva il presidente egiziano Anwar Sadat, odiato dai fondamentalisti per aver firmato la pace con Israele, vincendo quindi il Premio Nobel col premier israeliano Begin. La sfilata doveva rincuorare i falchi nazionalisti, celebrando la riconquista di parte del Sinai, perso nella Guerra dei 6 giorni del 1967, durante la guerra del Kippur 1973. Per precauzione, Sadat sapeva di essere nel mirino della jihad fondamentalista allora in fieri, le truppe erano armate solo a salve, e le misure di sicurezza imponenti. Nulla però potè impedire a una pattuglia di militari egiziani in divisa, non terroristi infiltrati ma soldati, guidati dal tenente Khalid Islambouli, di fermare il camion giusto sotto la tribuna d’onore, e, quando Sadat si alza in piedi credendo di ricevere un saluto, trarre fuori dall’elmetto le granate nascoste, lanciarle contro il presidente. Quando solo una esplode, Islambouli apre il fuoco, con i suoi complici, con i mitra Ak47 russi. Sadat era protetto da quattro file di guardie del corpo, inutile, cadono con lui, o muoiono per le ferite, in dieci, generali, diplomatici stranieri, il vescovo copto e restano feriti in 28, tra cui il futuro presidente Hosni Mubarak
Ecco cosa teme il mio amico, non un raid dei Proud Boys, dei Wolverines o della Nazione Ariana, gruppi paramilitari fedeli a Trump. Nè lo angosciano le trame di QAnon, setta segreta che ha partecipato all’assalto al Parlamento, in combutta con un paio di deputate estremiste, lasciando sul campo la militante Rosanne Boyland. La sua paura, diffusa nell’Fbi, è che poliziotti o soldati traditori, affiliati ai gruppi eversivi, riescano a superare le barriere protettive intorno al presidente per ucciderlo, lanciando da lontano una bomba a mano o raggiungendolo con fucili da sniper, i tiratori scelti, tipo il Mark 22 appena adottato dalle forze speciali, tiro accurato fino a un chilometro e mezzo distanza, calcio pieghevole, facile da trasportare e nascondere.
Biden indosserà , sotto la giacca un corpetto antiproiettile, ma una sparatoria durante il giuramento, in diretta mondiale, oltre all’incolumità del presidente metterebbe a rischio la dignità stessa della grande potenza.
Ogni militare Usa giura fedeltà alla Costituzione e, da sempre, i soldati si son tenuti fuori dalla politica. Il generale MacArthur, durante la guerra di Corea, ebbe smanie di carriera politica sull’onda della fama conquistata nella Seconda guerra mondiale, ma il presidente Truman lo smobilitò senza esitare e i suoi colleghi non aprirono bocca. Perfino durante la Guerra Civile, 1861-1865, quando i cadetti dell’Accademia militare dovettero giurare fedeltà alla Costituzione, o secedere con gli stati del Sud, la scelta fu ben ordinata, su 278 allievi 86 venivano dagli stati schiavisti, e in 65 scelsero le dimissioni per combattere con la bandiera Stelle e Sbarre. E il legame fra i diplomati a West Point, sulle opposte trincee, rimase così formidabile, che il generale nordista Grant, futuro presidente, durante la feroce battaglia di Petersburg poteva mandare un messaggio di auguri al colonnello sudista Pickett, suo compagno in Accademia, per la nascita del figlioletto o addirittura lodare, al sanguinoso scontro di Fredericksburg, l’artiglieria ostile del suo compagno di studi Pelham.
È possibile che questa tradizione di onore e disciplina svanisca, nell’odio settario della politica americana XXI secolo? Il mio vecchio amico non è il solo a temerlo. Nella teppa che ha invaso il parlamento sono stati riconosciuti, arrestati, incriminati ex poliziotti, soldati, veterani, vigili del fuoco, la donna uccisa mentre saltava oltre le barricate della sicurezza, Ashli Babbitt, militante di QAnon a San Diego, California, aveva servito per 14 anni tra Aviazione e Guardia Nazionale, compresi periodi al fronte in Iraq Afghanistan, dove venne decorata.
Al contrario di quanto ritengono, erroneamente, vari osservatori italiani, innesco principale della rivolta di destra non è l’economia, la gran parte dei militanti, come i rivoltosi di Capitol Hill, sono borghesi del ceto medio o benestanti, ma la cultura, l’identità . Proprio come i jihadisti che uccisero Sadat, e i loro emuli fino a oggi, non rivendicano contro un sistema di classi che li opprime, ma rimpiangono una perduta stagione di potere e egemonia. La chimera della destra è un’America bianca, virile, potente, dove le razze hanno un posto assegnato, come le donne, le armi sono icona di forza, gli alleati vassalli feudali. Mito mai davvero realizzato, questo manifesto è, proprio come per i fondamentalisti islamici e i populisti estremisti in Europa, un rifiuto del presente, con la sua frenetica innovazione e sforzo di uguaglianza, a petto di un passato smarrito.
Da tempo, dunque, questa malinconica revanche anima l’infiltrazione dei terroristi di destra e degli estremisti nazionalisti nelle forze armate, preoccupando lo Stato Maggiore Usa. La rivista Foreign Affairs, organo del rispettato Council on Foreign Relations, anticipava, già prima dell’attacco al Campidoglio, come la crescente sinergia fra miliziani armati e corpi militari sia un pericolo per la democrazia americana. Nel loro rapporto per Foreign Affairs, Aila Matanock, docente all’Università di Berkeley, e Paul Staniland, dell’Università di Chicago, osservano come la “retorica del presidente [Trump] abbia dato legittimità alle azioni degli estremisti. Dicendo ai Proud Boys di “restare pronti”e non denunciando la marcia di Unite the Right nel 2017 a Charlottesville, Trump ha coltivato una ambiguità favorevole alla presenza dei gruppi della destra nazionalista nel dibattito corrente”.
La rete tv Cbs si occupa, in una sua inchiesta, del tenente della Guardia Costiera Christopher Hasson, veterano dei Marine e della Guardia Nazionale – il corpo che presidia Washington in queste ore – arrestato nel febbraio del ’19 per aver assemblato un arsenale illegale di armi, militando nella destra nazionalista e preparando attentati sul modello delle stragi di Anders Breivik, che nel 2011 uccise 77 persone, per lo più ragazzi, in Norvegia, o Brenton Tarrant, il terrorista che ha assassinato 50 innocenti in due moschee in Nuova Zelanda nel 2019.
Il tenente Hasson non è solo, per questo l’Fbi sta setacciando i curricula dei soldati mobilitati per l’inaugurazione di Biden, uno per uno, rileggendone i post sui social media, in cerca di minacce o complotti. Secondo la Cbs “l’estremismo alla Hasson deriva da molti fattori, il retroterra familiare, gli ideali, l’esperienza e la propria rete personale. L’esercito e il corpo dei Marine reclutano soprattutto nel Sud Est e nel Nord Ovest del paese, dove i gruppi di destra estrema sono radicati. E, fin dal 1998, il Dipartimento della Difesa ha notato come i leader dei gruppi di terroristi domestici incoraggino i loro militanti, uomini e donne, ad arruolarsi nelle forze armate, per ottenere accesso alle armi, training tattico e reclutare membri”. Tim McVeigh, condannato a morte per la strage di Oklahoma City nel 1995, 168 morti e 680 feriti, il maggiore atto di terrorismo Usa fino all’11 settembre 2001, era un veterano dell’esercito, tiratore scelto, registrato come repubblicano e iscritto alla NRA, la lobby delle armi.
Varie volte era stato redarguito per aver indossato magliette del Ku Klux Klan razzista in una base militare o avere litigato con commilitoni neri. Obiettivo della sua strage, la politica del New World Order del presidente repubblicano internazionalista George Bush padre, cui McVeigh opponeva una angusta visione nazionalista del paese.
Per questo il mio amico, come migliaia di suoi colleghi, legge e rilegge cv di militari, in queste ore livide.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: denuncia | Commenta »
Gennaio 18th, 2021 Riccardo Fucile
L’ACCUSA E’ DI SCAMBIO ELETORALE POLITICO-MAFIOSO, 49 ARRESTI.. C’E’ ANCHE UN CONSIGLIERE COMUNALE DI FORZA ITALIA,,, PENSATE A QUESTO, INVECE CHE LAMENTARVI DELLA POLVERINI
Scambio elettorale politico-mafioso. Per questo è finito in manette anche il sindaco di Rosarno Giuseppe Idà , arrestato dai carabinieri che hanno eseguito 49 arresti nell’ambito dell’operazione “Faust” coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria.
Nei confronti di Idà , su richiesta del procuratore Giovanni Bombardieri e dell’aggiunto Gaetano Paci, il gip ha disposto gli arresti domiciliari perchè sarebbe stato appoggiato dalla cosca Pisano (detti “i diavoli) alle elezioni comunali del 2016 quando è stato eletto sindaco.
In particolare, nel capo di imputazione contestato al sindaco ex Udc poi passato a Forza Italia c’è scritto che, nel 2016, in qualità di candidato alla guida del Comune avrebbe chiesto a Carmine Pesce di procurargli voti.
Inoltre, Idà avrebbe accettato la promessa dei voti della cosca Pisano in cambio dell’assegnazione al consigliere Domenico Scriva — anche lui ai domiciliari con l’accusa di scambio elettorale politico-mafioso — dell’assessorato ai lavori pubblici o, comunque, l’attribuzione di un altro incarico di prestigio.
Ma non solo. Secondo gli inquirenti, infatti, lo scambio elettorale politico-mafioso riguarderebbe anche il mutamento della destinazione urbanistica di alcuni terreni di proprietà dei “diavoli” vicino allo svincolo autostradale di Rosarno e la riapertura del centro vaccinale in un immobile di pertinenza della famiglia Pisano. Tra le richieste fatte dalla cosca al sindaco, ci sarebbe pure l’assegnazione a suoi uomini di fiducia della carica di vicesindaco.
L’inchiesta, iniziata nel 2016 e conclusa nel 2020, è stata coordinata dal procuratore aggiunto Paci e dai pm Sabrina Fornaro e Adriana Sciglio. All’alba di lunedì il blitz è scattato a Rosarno, Polistena e Anoia. Ma anche nelle province di Messina, Vibo Valentia, Salerno, Matera, Brindisi, Taranto, Alessandria e Pavia. Con l’inchiesta “Faust”, la Procura contesta i reati di associazione di tipo mafioso, scambio elettorale politico — mafioso, traffico di stupefacenti, detenzione illegale di armi, tentato omicidio, usura e procurata inosservanza di pena.
Secondo gli investigatori, l’operazione “Faust” ha consentito di acclarare “la radicata e attuale operatività della cosca Pisano, conosciuti come i diavoli di Rosarno, nonchè, in un contesto che rivela cointeressenze di sodalizi operanti nel Mandamento Tirrenico, l’attuale pervasività dell’articolazione territoriale di ‘ndrangheta denominata società di Polistena, capeggiata storicamente da esponenti della famiglia Longo, ed anche della locale di ‘ndrangheta di Anoia”.
Sul fronte politico, le indagini della Dda hanno consentito di accertare l’appoggio elettorale fornito dalla cosca Pisano al candidato sindaco di Rosarno, Idà , e al consigliere comunale Scriva, poi risultati eletti e tuttora in carica. Per gli inquirenti, avrebbero accettato i voti della ‘ndrangheta in cambio della promessa di incarichi nell’organigramma comunale a uomini di fiducia della cosca.
“Ci sono riferimenti ad altri politici che però non hanno trovato riscontri nelle indagini”. Il procuratore di Reggio Calabria Bombardieri durante la conferenza stampa non fa i nomi ma nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip viene citato spesso il presidente del Consiglio regionale Giovanni Arruzzolo, anche lui di Forza Italia. Non ci sono intercettazioni tra quest’ultimo, che non è indagato, e Francesco Pisano. Gli investigatori, però, sottolineato “l’anomala assenza di contatti diretti tra Pisano ed il consigliere regionale” e registrano quelli tra il boss e il fratello del politico, Francesco Arruzzolo.
“È un’indagine — spiega il procuratore Bombardieri — che prende le mosse dal collaboratore Lorenzo Bruzzese. I carabinieri hanno monitorato l’attuale operatività della cosca che spaziava non solo dal traffico di sostanze stupefacenti all’usura e all’estorsione. Ma anche alle ingerenze nell’attività amministrativa. La cosca si è occupata delle elezioni comunali svolte nel 2016 a Rosarno. Il boss Francesco Pisano si è posto come stratega delle elezioni. Nelle elezioni comunali abbiamo assistito all’ingerenza dei ‘diavoli’ nella predisposizione della lista, del simbolo della lista e addirittura del programma elettorale. In paese emergeva un collegamento chiaro tra i Pisano e il candidato sindaco. C’è una piena consapevolezza dell’appoggio criminale che veniva non solo accettato, ma nasce prima”.
“Non stiamo parlando di promesse generiche ma di promesse determinate”. Il procuratore aggiunto Paci non ha dubbi: “La prima uscita pubblica del candidato sindaco, poi eletto, è stata concordata prima con i referenti della cosca anche nei suoi dettagli grammaticali. C’è una compenetrazione strettissima del rapporto sin dalle origini”. Alcune intercettazioni sono imbarazzanti. “Perchè vorrei che tutti i rosarnesi siano orgogliosi giusto? È italiano? O fossero orgogliosi?”. Il candidato a sindaco Idà chiede lumi al boss sulla lingua italiana: “Fossero”.
Le voci sul rapporto tra il candidato a sindaco e la cosca Pisano si erano diffuse già durante la campagna elettorale quando, spiega il procuratore aggiunto, “emerge il tentativo del sindaco Idà di prendere le distanze dalla cosca. La sua preoccupazione era quella di smentire l’ondata di voci su questo rapporto con i Pisano”.
Presa di distanza che, secondo il magistrato, “non era stata gradita dalla famiglia mafiosa. Dopo l’arresto del latitante Marcello Pesce il sindaco aveva espresso il proprio compiacimento per l’operato delle forze dell’ordine e una posizione di sostegno all’opera di restaurazione del controllo di legalità . Dalle intercettazioni che sono state acquisite emergono delle reazioni negative che inducevano un esponente della cosca Pesce a rivelare quello che era stato l’atteggiamento accondiscendente dell’allora candidato sindaco verso il sostegno elettorale che gli veniva dalla cosca di ‘ndrangheta”. “Se inizio io su facebook — ha detto Carmine Pesce parlando con Francesco Pisano — a dire che lui è venuto a cercare anche i miei voti lo faccio cadere subito”.
“Appare evidente che nonostante Giuseppe Idà — scrive il gip nell’ordinanza di custodia cautelare — cercasse in pubblico di non mostrarsi legato al Francesco Pisano e alla famiglia dei “Diavoli”, lo stesso, al pari di Domenico Scriva, abbia consapevolmente scelto di raggiungere l’accordo illecito, accettando che lo stesso Pisano avrebbe veicolato il consenso elettorale attraverso la forza, anche implicita, della propria caratura mafiosa”
(da “IL Fatto Quotidiano”)
argomento: Giustizia | Commenta »
Gennaio 18th, 2021 Riccardo Fucile
“IRRESPONSABILE UN RITORNO ALLE URNE, C’E’ GENTE CHE SOFFRE”… TAJANI: “NON CI AVEVA DETTO NULLA”… E CHE DOVEVA DIRVI? CHE SIETE DEI SERVI DEI RAZZISTI?
Subito dopo il voto, l’ex governatrice del Lazio ha annunciato il suo addio al partito di Silvio
Berlusconi: “Lascio Forza Italia. Sulla fiducia non si può votare in dissenso dal gruppo. Non ho votato sì a un provvedimento, ho votato sì alla fiducia: come ho sempre fatto nella mia vita mi sono assunta una responsabilità . Non condivido la crisi ora, con la pandemia, le persone in difficoltà , i licenziamenti. Non possiamo continuare a dire che tutto non va bene, io mi assumo le mie responsabilità . Punto”, ha dichiarato Polverini giudicando “irresponsabile” un ritorno alle urne.
Una decisione che lascia di stucco l’intero partito, a cominciare dal vicepresidente Antonio Tajani: “Non ci aveva detto nulla, si è messa fuori da FI”, ha dichiarato.
(da agenzie)
argomento: Forza Italia | Commenta »
Gennaio 18th, 2021 Riccardo Fucile
I VOTI IN PIU’: 8 EX GRILLINI, POLVERINI, ROSTAN … ITALIA VIVA NE PERDE DUE PER STRADA CHE NON SI ASTENGONO… LUPI NON VOTA CONTRO “PER PROBLEMI LOGISTICI”… IN MISSIONE DUE M5S CHE ALTRIMENTI AVREBBERO VOTATO SI’
Pure senza i renziani il governo di Giuseppe Conte ottiene la fiducia della Camera. E lo fa superando il quorum della maggioranza assoluta. L’esecutivo, infatti, passa la prova di Montecitorio con 321 voti a favore, 259 contrari e 27 astenuti.
L’inquilino di Palazzo Chigi incassa una fiducia piena, con ben cinque voti oltre la maggioranza assoluta che è a quota 316 (oggi però era inferiore causa assenze).
Oltre alle forze rimasti fedeli al governo (M5s, Pd, Leu), quelle del gruppo Misto (Centro democratico, le minoranze linguistiche, il movimento degli italiani all’estero) votano sì sette deputati ex M5S (Piera Aiello, Nadia Aprile, Silvia Benedetti, Rosalba De Giorgi, Alessandra Ermellino, Lorenzo Fioramonti, Raffaele Trano), il grillino “dissidente” Andrea Colletti, e Renata Polverini, che dopo aver dato la fiducia al governo lascia Forza Italia.
Aveva annunciato l’astensione, invece, Italia viva che conta 29 deputati: essendo gli astenuti solo 27, in due hanno votato in senso contrario agli ordini di scuderia.
Si tratta di Michela Rostan, che aveva già annunciando l’intenzione di votare la fiducia, e Giacomo Portas, che dai tabulati risulta non aver partecipato.
Assente anche Maurizio Lupi, che era intervenuto in Aula in dichiarazione di voto ma
poi sostiene di aver avuto un “problema logistico”.
Erano in missione Antonio Del Monaco e Doriana Sarli del M5S, che hanno annunciato che voteranno comunque sì a Conte nelle prossme occasioni.
Pd: “Fatto politico importante”. M5s: “Voltare pagina”
“Maggioranza assoluta alla Camera. Un fatto politico molto importante. Ora avanti per il bene dell’Italia!”, scrive su twitter il segretario del Pd, Nicola Zingaretti.
“Segnale positivo per tutto il Paese. È la giusta risposta che la politica doveva dare ai cittadini al termine di questa giornata”, commenta il capo politico ad interim del M5s, Vito Crimi.
Per Matteo Renzi, l’uomo che ha provocato questa crisi, quella ottenuta dall’esecutivo senza di lui “è una maggioranza risicata”.
Non ha ancora commentato la fiducia ottenuta Giuseppe Conte.
(da agenzie)
argomento: governo | Commenta »
Gennaio 18th, 2021 Riccardo Fucile
PUNTARE SULL’EUROPEISMO PER ALLARGARE LA MAGGIORANZA E LA RIFORMA ELETTORALE PROPORZIONALE PER INGOLOSIRE FORZA ITALIA
Il discorso di Conte, in attesa del voto di fiducia di oggi alla Camera e domani al Senato, chiarisce
alcuni punti chiave della sua strategia per uscire dalla crisi.
Il primo: nessuna ricucitura con Matteo Renzi, che pure non nomina: “Quel che è successo è incancellabile”. Il presidente del Consiglio non prende in considerazione un riavvicinamento: “È venuta meno la fiducia”.
Conte ha anche annunciato che cederà la delega all’intelligence, una delle richieste avanzate da Renzi: soddisfarla pur senza ambizioni di ripresa del dialogo con Renzi ha un chiaro significato, provare a dimostrare la pretestuosità della crisi aperta da Iv. Confermato dunque che Conte punterà alla sostituzione di Renzi. Con chi?
L’identikit disegnato in aula parla di “forze politiche volenterose” e “persone disponibili”, l’appello è rivolto a chi voglia perseguire una linea europeista contro “le logiche sovraniste”.
In questo passaggio echeggia la strategia suggerita in particolare da Goffredo Bettini, secondo i bene informati l’autore del discorso di Conte: la collocazione europeista come chiave per allargare, in prospettiva per parlare soprattutto a Forza Italia o almeno a una parte.
Conte cita “popolari, liberali e socialisti”, confermando anche che l’obiettivo è la costruzione di una nuova gamba della maggioranza, obiettivo che non appare ancora a portata di mano.
Altro passaggio cruciale: l’impegno in direzione di una legge elettorale proporzionale. La chiede il Pd, perchè l’attuale sistema sfavorisce il centrosinistra. Dovrebbe essere gradita pure a Forza Italia, che senza una riforma che cancelli il meccanismo delle coalizioni elettorali sarebbe costretta a correre alle prossime elezioni sotto la guida della destra sovranista di Salvini e Meloni.
Poco, forse, per sperare che Forza Italia possa entrare in maggioranza, ma abbastanza per sperare che tenga una condotta non del tutto ostile in aula nelle prossime settimane.
Meno significativo l’elenco dei presunti successi di governo e dei punti di programma, sui quali Conte si è limitato a un elenco di obiettivi già indicati, riservandosi però di formalizzare un piano d’azione portando a conclusione l’opera dei tavoli di programma che si era arenata prima della crisi. Ci sarà un “patto di legislatura”, come chiede il Pd. È chiaro che il voto in Senato, che realisticamente Conte supererà senza raggiungere la maggioranza assoluta, è solo un passaggio che non basterà ad archiviare la crisi. Saranno decisive le mosse e i movimenti dei giorni seguenti per capire se davvero il presidente del Consiglio ha la forza, oltre che per proseguire, anche per sperare di arrivare a fine legislatura.
(da “La Repubblica”)
argomento: governo | Commenta »
Gennaio 18th, 2021 Riccardo Fucile
LA FORZA DEL PREMIER POGGIA NEL SUO CONSENSO POPOLARE, PER QUESTO HA POTUTO SFIDARE RENZI ALLA CAMERA
Il discorso del Presidente del Consiglio può essere preso in molti modi, a seconda dell’inclinazione politica personale e del grado di simpatia verso il personaggio, ma non può certo essere tacciato di poca chiarezza.
Infatti con parole sferzanti e anche assai poco abituali per la politica italiana il premier sceglie nell’aula di Montecitorio una linea durissima contro Renzi e la sua formazione politica, una linea che però ha anche come destinatari “primari” le forze di maggioranza, cioè i soggetti destinati a votare a favore del governo nelle prossime ore.
Questa linea è così riassumibile: o votate per me o vi porto tutti alle urne.
Semplice, drastico, vagamente minaccioso.
Questo il Conte di oggi in Parlamento, un professore – avvocato del popolo – primo ministro che ha piena consapevolezza della sua forza (pur relativa), ma che soprattutto ha ben chiara la debolezza altrui, una debolezza che riguarda tutti i convitati al tavolo della crisi di governo.
Ma dov’è la forza di Conte, di cui oggi abbiamo visto plastica dimostrazione?
È innanzitutto nel Virus e nella condizione di emergenza in cui versa la nazione, che gli consente di bollare come “inspiegabile” la crisi di governo.
Ma è anche nel peso specifico che comunque lui e il suo team hanno ormai guadagnato, divenendo interlocutori spesso privi di alternativa per i soggetti organizzati italiani, stante la crisi devastante in cui versano tutte le forze politiche (compreso il PD).
In cima alla piramide della “forza” però c’è proprio quest’ultimo aspetto, cioè la condizione degli altri attori in scena.
Guardiamoli un momento, per capirci meglio.
All’opposizione c’è innanzitutto Salvini, ancora il più forte nei consensi. Guida però una Lega in profondo ripensamento “ideologico” ed è ormai privo del tocco magico mostrato nelle elezioni regionali, come riscontrabile nei risultati di Emilia Romagna, Puglia e Toscana.
Poi c’è Giorgia Meloni, certamente la figura più in ascesa. Fratelli d’Italia però è debole in questo Parlamento e comunque sconta (come Salvini) un difficilissimo rapporto con l’establishment europeo.
Infine c’è Forza Italia che si pone sempre con toni diversi da quelli degli alleati, mostrando sì coerenza con la propria metà campo, ma anche voglia di smarcarsi appena possibile.
Sul lato della maggioranza c’è un PD che mugugna contro Conte in ogni colloquio riservato, ma che poi in pubblico agisce da scudo stellare al premier, non fosse altro per il fatto che al Nazareno tutto si può fare tranne cha dare ragione a Renzi.
Poi c’è il M5S, in cui regna la confusione più assoluta. Giocoforza quindi stravince la linea “governista” di Di Maio (che pure ha con il premier un rapporto non esattamente idilliaco), anche perchè l’alternativa (tipo Di Battista) è roba buona per le serie minori.
Se a tutto ciò aggiungiamo la paura da febbre a quaranta che attanaglia i parlamentari di tutti i gruppi di fronte ad una crisi senza sbocco e l’ansia da stabilità che regna sovrana al Quirinale, ecco ben evidente il contesto in cui Conte può permettersi toni di sfida come raramente ne abbiamo sentiti in aula.
Anche perchè il professore dispone dell’arma per la battaglia finale, un’arma alimentata dal suo consenso popolare che, pur essendo in calo, è ancora decisamente forte.
Egli infatti può contribuire in ogni momento all’entropia complessiva, facendo scivolare la situazione verso elezioni anticipate cui presentarsi alla guida di una forza autonoma che, male che vada, vale il 10/15 per cento.
Uno scenario che proprio nessuno vuole vedere realizzato, meno che meno il segretario del Pd Zingaretti.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: governo | Commenta »
Gennaio 18th, 2021 Riccardo Fucile
IL LEGHISTA OGGI DICE CHE TUTTI ERANO A CONOSCENZA DELLA SECONDA ONDATA… TUTTI TRANNE LUI VISTO QUELLO CHE DICEVA A GIUGNO: “SI FA DEL TERRORISMO, PERCHE’ MAI DOVREBBE ESSERCI UNA SECONDA ONDATA?”
Matteo Salvini ha vinto tutto. Prima dice una cosa, la porta avanti per mesi. Poi, sperando che le
persone si siano dimenticati delle sue boutade comunicative, torna sui suoi passi accusando gli altri di aver sottovalutato quell’aspetto che lui minimizzava fino a qualche tempo fa.
Nel rovesciamento della realtà il leader della Lega è sempre stato un fenomeno, senza pari. E oggi arriva il compimento della sua operazione: dire tutto e il contrario di tutto. Così Matteo Salvini su seconda ondata oggi cita i tombini (che ne sapevano più di lui, questo è certo).
Nel consueto appuntamento Facebook, il leader della Lega ha voluto commentare a caldo le parole di Giuseppe Conte a Montecitorio. L’aspetto più interessante è quando afferma: «Sulla prima fase della pandemia è inutile dar lezioni. Si capiva poco e nulla, si navigava a vista e si cercava di salvare il salvabile».
Allora non si capisce perchè, anche nella prima fase, la Lega abbia oprato per un’opposizione non responsabile. Ma il clou arriva poco dopo.
«Ma la seconda ondata — dice Matteo Salvini — l’avevano prevista anche i tombini». Poi prosegue parlando di terza ondata, ma a noi interessano i tombini tirati in ballo dal leader della Lega. Il motivo?
Cosa diceva ieri
Salvini era ospite di una televisione locale e disse tronfio e belligerante: «Ma perchè dovrebbe esserci una seconda ondata? ‘Sta roba che stiano dicendo ‘a ottobre e a novembre, attenzione’. È inutile continuare a terrorizzare le persone».
Insomma, sicuramente i tombini sapevano dell’arrivo della seconda ondata. Ma questo era un fatto noto a tutti. Ma Matteo Salvini era sicuro che non sarebbe mai arrivata e parlava di terrorismo mediatico (e politico). Evidentemente è inciampato in quel tombino lasciato aperto.
(da Giornalettsmo)
argomento: denuncia | Commenta »
Gennaio 18th, 2021 Riccardo Fucile
SE SI VA OLTRE, LA CAMPAGNA VACCINALE RISCHIA DI SALTARE
Oggi le consegne del vaccino Pfizer avranno 165 mila dosi in meno e a decidere in quali Regioni tagliare è l’azienda americana.
Il rischio è quello di non avere garantita la fornitura sufficiente per la seconda dose. Possibile iniettarla oltre i 21 giorni? E cosa si rischia se il rallentamento non sarà solo di una settimana? Dietro il ritardo di Pfizer i sospetti del ruolo americano
Nelle scatole di Pfizer oggi in consegna verso le Regioni ci saranno 165 mila dosi di vaccino in meno da poter somministrare. Un amaro dato di fatto a cui nè l’Italia nè l’Europa hanno potuto opporsi: la Big Pharma ha rallentato la produzione perchè impegnata in lavori di ampliamento, punto, anche se il sospetto è che abbia quantomeno lavorato in overbooking.
La notizia della casa produttrice è piombata sugli Stati membri, che tra rabbia e impotenza continuano a minacciare azioni legali per spaventare quello che ad oggi si rivela l’unico vero gigante della trattativa.
«Pfizer ha unilateralmente deciso in quali centri di somministrazione del nostro Paese ridurrà le fiale inviate e in quale misura» ha detto il Commissario per l’emergenza Domenico Arcuri nelle ultime ore.
Secondo gli accordi presi, difatti, la consegna delle dosi del vaccino negli hub sparsi sul territorio italiano è gestita direttamente dalla casa farmaceutica. Morale: in una delle campagne vaccinali più grandi e delicate della storia, il governo non ha alcuna voce in capitolo sulle dinamiche di distribuzione delle forniture.
È ancora Pfizer a decidere a quali Regioni toccherà il taglio di dosi previsto, nello spiazzante stupore di un Commissario per l’emergenza che dichiara di non saperne nulla.
Le reazioni di rabbia da parte dei paesi nordeuropei, le minacce di azioni legali da parte dello stesso governo italiano, hanno avuto un effetto piuttosto ridotto. Rispetto allo slittamento di 15-20 giorni annunciato in prima battuta, ora Pfizer promette un rallentamento soltanto di una settimana, garantendo il recupero della consegna per il 25 di gennaio, con un aumento del ritmo a partire da metà febbraio.
I rischi per il piano italiano
Delle 562.770 dosi settimanali previste per l’Italia, arriverà il 30% di fornitura in meno. Le 397.800 dosi in totale consegnate da oggi, 18 gennaio, devono contribuire a un momento fondamentale della prima fase di campagna vaccinale: quello del secondo richiamo. Per ottenere una protezione completa e quindi essere parte della copertura necessaria per l’immunità di gregge, sarà fondamentale sottoporsi alla seconda iniezione di Pfizer dopo gli indicati 21 giorni.
Considerati i primi momenti di campagna vaccinale come date di rodaggio (compreso il V Day del 27 dicembre), e cominciando a contare dal 31, giorno in cui le somministrazioni sono iniziate su tutto il territorio nazionale, il 20 gennaio risulterebbe la data ufficiale per partire con il secondo richiamo. In buona sostanza tra appena due giorni gli operatori sanitari, primi in assoluto ad aver ricevuto la somministrazione della dose 1, dovranno essere chiamati per la seconda.
Un momento decisivo che il Paese vivrà di fatto all’ombra di 165 mila dosi consegnate in meno e con una promessa da parte di Pfizer di cui ci si dovrà fidare senza molte alternative. Come senza scelta da parte del governo è stata la decisione su quale Regione penalizzare per il taglio di fornitura.
Le regioni penalizzate
Pfizer consegna, Pfizer decide (o almeno questo è il principio a cui si è attenuta): sotto indicazione dell’azienda di distribuzione, oltre alle uniche 5 Regioni non toccate dai tagli (Marche, Abruzzo, Basilicata, Umbria e Valle D’Aosta), Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna saranno tra i territori più penalizzati, insieme a Lazio, Puglia e soprattutto Friuli Venezia Giulia con il 54% di dosi in meno.
Le soluzioni estreme sono due: ricorrere (per chi lo ha messo da parte) al 30% di fiale Pfizer lasciato come scorta e alle poche dosi di Moderna (per chi le ha ricevute), o rallentare ufficialmente il piano vaccinale della regione. Ma durerebbero comunque poco. Dal 28 di gennaio, visto che nella seconda parte della campagna vaccinale il ritmo è aumentato di parecchio, al primo gruppo si sommerà un altro mezzo milione di persone che chiedono la seconda dose e lì non ci saranno scorte che tengano.
Dunque, Pfizer dovrà necessariamente mantenere la promessa di un ritmo tornato a pieno regime dal 25 di gennaio o il richiamo della seconda dose verrebbe seriamente messo a rischio, con tutto quello che ne consegue per le tempistiche dell’intera campagna. Come già calcolato da Open, i numeri promessi dal piano vaccinale italiano si sono presentati deboli sin dall’inizio, soprattutto per ciò che riguarda la prossima categoria di popolazione da vaccinare e cioè gli ultra 80enni.
Alla luce di quanto successo nelle ultime ore, se l’allarme dei rallentamenti non dovesse rientrare in modo definitivo, anche per loro il momento della prima iniezione continuerebbe ad allontanarsi, a discapito della promessa di Arcuri di vaccinarli tutti «entro fine marzo», e comunque, «già dai prossimi giorni». Con gli 8,794 milioni di dosi garantite da Pfizer (a ritmo regolare), e il primo milione e 300 mila di Moderna, mancherebbero all’appello della prima fase circa 3 milioni di dosi di vaccino anti Covid.
Alla cifra mancante ora si aggiunge il 30% assente nella fornitura settimanale prevista per oggi e quindi le 165 mila iniezioni eseguite in meno. Ancor di più, un pericolo di ritardo per il completamento della vaccinazione di operatori sanitari e ospiti delle Rsa, a cui è stata riconosciuta massima priorità fin dall’inizio.
Possibile ritardare la seconda dose e di quanto?
I 21 giorni stabiliti dal protocollo Pfizer per il secondo richiamo sono strettamente collegati all’efficacia del siero sull’organismo: gli studi scientifici legati allo Pfizer hanno dichiarato un range di immunità garantita dalla prima dose tra il 29,5% e il 62,4%. Questo vuol dire che la probabilità che la prima iniezione non raggiunga il valore minimo di efficacia del 50% stabilito dall’Oms è effettiva.
L’efficacia al 95%, come da annunci fatti dallo stesso team di ricerca, viene invece garantita soltanto a 2 settimane dalla seconda dose, da somministrare a 21 giorni di distanza dalla prima.
E se i 21 giorni non fossero rispettati? Le percentuali di efficacia raggiungibili con le due dosi piene si ridurrebbero? Il direttore dell’istituto di genetica molecolare del Cnr, Giovanni Maga, raggiunto da Open risponde alla domanda:
Il riferimento di tempo a cui attenersi deve essere il più possibile quello validato dalla sperimentazione di questo vaccino: quindi i 21 giorni. Lì abbiamo la garanzia e il dato oggettivo del tipo di immunità che il siero garantisce.
È vero che possiamo anche avere un margine, ma direi di non andare oltre una settimana. Il rischio è che se si aspetta troppo, l’immunità indotta dalla prima dose si abbassi notevolmente e che quindi la seconda dose abbia un’efficacia minore. La prima dose infatti inizia a mettere in movimento il nostro sistema immunitario, la seconda trova già un terreno fertile su cui stimolare ulteriormente il numero di cellule che poi produrranno gli anticorpi. Somministrando la seconda dose con una risposta immunitaria che sta già svanendo, la stimolazione potrebbe non avere la stessa efficacia. Occorre quindi prudenza nel non aspettare troppo oltre il tempo stabilito dai protocolli.
La stessa prudenza predicata dal virologo Maga, è stata più volte raccomandata anche dall’Agenzia italiana del farmaco. Alla luce di quanto accaduto nel Regno Unito riguardo la scelta di allungare di molto i tempi della seconda dose per garantire a più persone possibili la prima, Aifa invita a non seguire l’esempio.
Sulla linea più morbida ci sarebbe l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms):
«In circostanze eccezionali si può aspettare fino a sei settimane per la somministrazione della seconda dose. Dove per circostanze eccezionali si intendono problemi di fornitura o situazione epidemiologica grave».
Insieme, per l’Italia, al membro del Comitato tecnico scientifico, professor Luca Richeldi che se da un lato osa sul margine di tempo, dall’altro tenta di rientrare nelle direttive dell’Agenzia italiana:
«È possibile che anche ad una distanza di 42 giorni per il richiamo sia garantita l’efficacia del vaccino. Ma non è questa l’attuale indicazione dell’Aifa e non prevedo che sia modificata a breve».
Nella selva dei pareri discordanti, però, è chiaro che a prevalere è la linea del rispetto del protocollo fissato dalla Pfizer.
I sospetti sui ritardi: ingenuità o rischio calcolato (e taciuto)?
Ripercorrendo le dichiarazioni arrivate da Pfizer nelle ultime settimane, l’attuale quadro dei ritardi potrebbe risultare non così inaspettato. Era l’1 gennaio quando il capo dell’azienda tedesca BioNtech, UÄŸur Åžahin, lanciava un chiaro allarme sulla difficoltà che di lì a poco avrebbero avuto per far fronte alla richiesta di forniture. «Se altri vaccini contro il Coronavirus non saranno approvati subito in Europa, l’azienda da sola non riuscirà a coprire il fabbisogno», aveva detto Åžahin.
Informando quindi su un buco di dosi che di lì a poco si sarebbe verificato e che Pfizer non avrebbe potuto risolvere. Un segnale di difficoltà che, alla luce dei fatti attuali, potrebbe acquistare un senso ancora maggiore. La motivazione del ritardo presentata da Pfizer difatti è proprio quella di un «necessario potenziamento dell’impianto belga» per riuscire a sostenere la produzione dei prossimi mesi. Insieme a questa anche la notizia della costruzione di un nuovo stabilimento in Germania.
Andando avanti nel tempo, forse non proprio a caso era stato il suggerimento da parte di Pfizer nei confronti delle autorità italiane di recuperare la sesta dose di vaccino dalle singole fiale, fino a quel momento utilizzate per 5 iniezioni. L’aggiunta avrebbe permesso di ottenere il 20% in più rispetto al milione di dosi fino a quel punto somministrate.
Secondo la linea meno sospettosa, dunque Pfizer avrebbe provato a reggere fino all’ultimo nella speranza di altre autorizzazioni in arrivo, per poi doversi arrendere al necessario ampliamento. Una versione che, se vera, taccerebbe il colosso farmaceutico quantomeno di ingenuità : iniziare un’imponente campagna vaccinale prevedendo la possibilità di un ampliamento in piena corsa equivale ad essere scesi in campo con un rischio di rallentamento già implicito. E di aver quindi assicurato ai Paesi membri un piano distributivo a rischio ancora prima di cominciare
L’America c’entra qualcosa?
Tra i sospetti, che per ora rimangono tali, anche quello di un servizio negato all’Europa per favorire in silenzio alcune delle forniture americane. Il piano vaccinale annunciato il 14 gennaio dal presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, prevede 1.900 miliardi di dollari investiti per la somministrazione di 100 milioni di dosi in 100 giorni. Una dichiarazione di numeri importanti a cui il giorno immediatamente successivo ha fatto seguito la comunicazione di Pfizer all’Europa di un taglio di dosi per circa 4 settimane.
La vicinanza dei due episodi ha alimentato il sospetto, insieme al dato non secondario sullo stabilimento belga in fase di ampliamento: l’impianto di Puurs non rifornisce soltanto i Paesi europei. Dubbi che alimentano uno scenario già complesso e che rischiano di dare adito agli umori di scetticismo e sfiducia ora più che mai nemici della lotta al virus.
(da Open)
argomento: denuncia | Commenta »
Gennaio 18th, 2021 Riccardo Fucile
IL MINISTRO DEGLI ESTERI LAVROV ESILARANTE, PENSA DI ESSERE ANCORA IN UN REGIME COMUNISTA E ACCUSA IL MODELLO CAPITALISTA DELL’OCCIDENTE… PECCATO CHE IN RUSSIA CI SIA UN OLIGARCHIA CAPITALISTA CORROTTA PEGGIO CHE IN OCCIDENTE
Aleksej Navalnyj è stato condannato a 30 giorni. Resterà in carcere almeno fino al 15 febbraio,
scrivono i suoi collaboratori su Twitter al termine di un processo improvvisato in un posto di polizia a Khimki, periferia di Mosca.
All’avvocato Vadim Kobzev, uno degli avvocati di Aleksej Navalnyj, la notifica dell’udienza era arrivata solo un minuto prima: il processo inizierà alle 12.30, ora di Mosca, le 10.30 in Italia. Per almeno 15 ore i legali dell’oppositore fermato ieri al suo atterraggio all’aeroporto Sheremetevo di Mosca avevano chiesto di poter vedere il loro cliente. Invano.
L’udienza è iniziata di colpo in un’aula improvvisata dentro al dipartimento di polizia di Khimki dove Navalnyj era stato trasferito in nottata. Un giudice portato in fretta e furia e tv filo-governative fatte entrare da una porta di servizio, mentre la stampa internazionale e i collaboratori del dissidente venivano lasciati all’addiaccio dietro a una recinzione a oltre 20 gradi sotto zero.
Non abbiamo gli esiti del tampone anti-Covid di Navalnyj, si è poi giustificato il ministero degli Interni russo citato da Ria Novosti.
Solo a metà udienza, la giudice Morozova ha concesso ai difensori di Navalnyj mezz’ora per familiarizzare con i materiali del caso e altri 20 minuti per interloquire con il loro cliente, annunciando una pausa di 50 minuti.
Navalnyj resterà in carcere fino al 15 febbraio. Ma il 29 gennaio è già stata fissata l’udienza per trasformare la condanna alla libertà vigilata in carcere nell’ambito di un vecchio processo del 2014, su richiesta del Servizio penitenziario federale russo.
“Non capisco che cosa stia succedendo. Un minuto fa sono stato portato fuori dalla cella per incontrare gli avvocati. Sono venuto qui e qui si sta svolgendo una sessione del tribunale di Khimki. Alcune persone mi stanno filmando, altre sono sedute in sala. Questa è la “seduta pubblica” del tribunale di Khimki, dove si sta esaminando la questione del mio arresto su richiesta del capo della polizia”, ha commentato lo stesso Navalnyj in un filmato diffuso su Twitter dalla sua portavoce Kira Jarmish. Il primo commento dopo l’arresto.
“Perchè l’udienza si svolge in un posto di polizia, non capisco?”, ha continuato Navalnyj. “Perchè nessuno è stato informato, perchè non è stata fatta alcuna convocazione? È semplice. Ho visto la giustizia più volte umiliata, ma a quanto pare lo stesso nonno (Putin) nel bunker ha così paura di tutto che hanno strappato con aria di sfida il codice di procedura penale e lo hanno gettato nella spazzatura. È impossibile quello che succede qui. È semplicemente illegalità al massimo grado, non posso definirlo in altro modo”.
Navalnyj ha poi chiesto che in aula venissero ammessi anche i giornalisti lasciati ad aspettare fuori dal dipartimento. “Non accettano di accreditare giornalisti, il che evidenzia uno strano pregiudizio, ovviamente sono per la trasparenza totale del processo, affinchè tutti i media possano osservare questa stupefacente assurdità , che sta avendo luogo qui. E voglio che lascino passare tutti, non solo Lifenews e il servizio stampa della polizia, ma anche i giornalisti che al momento se ne stanno al freddo presso il cancello e non vengono fatti entrare”. Ma la richiesta è stata respinta.
L’arresto di Navalnyj
Navalnyj è rientrato in Russia ieri sera dopo aver trascorso cinque mesi in convalescenza in Germania dove era stato trasferito lo scorso agosto dopo essere finito in coma su un volo Tomsk-Mosca in seguito all’avvelenamento da Novichok, agente nervino di fabbricazione sovietica.
Lo scorso dicembre il Servizio penitenziario federale russo aveva minacciato di trasformare una sua vecchia condanna alla libertà vigilata in pena detentiva usando come pretesto il fatto che Navalnyj, stando in Germania, non si era più recato davanti al giudice di sorveglianza.
Le condanne dell’Occidente
Dall’Occidente intanto continuano a piovere condanne e appelli per il rilascio immediato. “La detenzione di oppositori politici è contraria agli impegni internazionali della Russia”, ha commentato Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea.
“Non hanno spezzato Navalnyj col veleno, non ci riusciranno con la prigione. Che la nostra solidarietà sia la sua forza”, ha scritto su Twitter il presidente del Ppe ed ex presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk.
Le reazioni di Mosca
Stando al canale di notizie su Telegram Podjom, Dmitrij Peskov, portavoce del presidente russo Vladimir Putin, alla richiesta di un commento ieri notte avrebbe replicato: “È stato arrestato in Germania? Non sono aggiornato”. Come Putin, Peskov non nomina mai l’oppositore.
“Si capisce quanto (i politici occidentali) siano felici di copiare le stesse dichiarazioni. Sono felici perchè sembra che credano di poter distrarre in questo modo l’opinione pubblica dalle profonde crisi che il modello liberale di sviluppo sta attraversando”, ha dichiarato invece stamani il ministro degli Esteri russo Serghej Lavrov, citato da Tass, durante la conferenza stampa sui risultati della diplomazia russa nel 2020.
(da agenzie)
argomento: denuncia | Commenta »