Giugno 18th, 2022 Riccardo Fucile
MA I DATI DICONO BEN ALTRO: L’INFLAZIONE RUSSA E’ ESPLOSA AL 17%
E alla fine, (ri)parlò Putin. Presentandosi di persona (e non in video) al Forum di
San Pietroburgo – dove quest’anno ospiti d’onore sono stati i talebani, ma c’erano anche gli italiani Vincenzo Trani e il presidente di Confindustria Russia – Vladimir Vladimirovich ha spiegato una volta di più che la guerra è a tutto l’Occidente, che «mina l’equilibrio internazionale», agli Usa, che «si credono unico centro del mondo», e all’Europa, che presto «sarà travolta dal radicalismo, e vedrà cambiare le sue élite». L’Ucraina è arrivata solo in fondo al ragionamento.
Prendendo la parola in mezzo al presidente kazako Tokayev – ormai uno dei pochi leader che accetti di farsi vedere con lui – e a Margarita Simonyan, la direttrice di RT e scatenata propagandista del Cremlino, Putin è andato subito al punto che gli brucia di più: le sanzioni. «Concetti chiave per le imprese» come l’inviolabilità della proprietà privata, ha detto, «sono stati decisamente minati dai nostri partner occidentali, apposta, per ambizione».
La colpa principale è degli Stati Uniti, nella sua visione: «Quando hanno vinto la Guerra Fredda, gli Stati Uniti si sono dichiarati rappresentanti di Dio in terra, persone che non hanno responsabilità, solo interessi. Hanno dichiarato sacri quegli interessi. Ora è un traffico a senso unico, che rende il mondo instabile». Poi ha allargato il tiro: «I nostri colleghi occidentali stanno cercando di fermare il flusso della storia. Sono persi nelle loro illusioni e non vogliono prestare attenzione ai cambiamenti. Pensano che tutti gli altri siano la loro colonia: se sono eccezionali, gli altri sono cittadini di seconda classe». In questo, riflettendo a specchio – un classico del Cremlino – proprio quello che aveva teorizzato nel celebre discorso su Pietro il Grande, e cioè che esistono stati sovrani e stati colonia. Solo che ora rovescia sull’Occidente questo (suo) modo di pensare.
Ma – e la notizia sta probabilmente qui – il presidente russo ce l’ha anche molto, forse soprattutto, con l’Europa, e questo è relativamente meno scontato. Tradendo frustrazione per le sanzioni e l’attivismo europeo su questa materia, Putin ha messo allo scoperto qual è la grande scommessa del Cremlino: «La situazione in Europa porterà a un aumento dei radicalismi e poi, in prospettiva, al cambio delle élite al potere».
Tutto a causa di sanzioni «folli e sconsiderate, il loro scopo è schiacciare l’economia della Federazione russa ma non non hanno funzionato. I politici europei hanno già causato con le loro stesse mani seri danni alla propria economia».
In realtà i dati dicono completamente altro. L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo ha ridotto per quest’anno le le previsioni di crescita della zona euro dal 4,3% stimato a dicembre al 2,6% e dal 2,5% all’1,6% per il 2023. L’Ocse insomma ha stimato che la Russia crollerà almeno del 10% quest’anno. Putin sostiene che l’inflazione russa è sotto controllo, ma è al 17,6%. L’inflazione media della zona euro è attualmente meno della metà, 8,1%.
Per Putin, invece, esiste una realtà alternativa, «la guerra-lampo economica contro la Russia non ha mai avuto possibilità di successo. E le armi delle sanzioni sono a doppio taglio». E qui ha fatto anche un suo calcolo: il Cremlino ritiene che l’Unione europea perderà 400 miliardi di dollari a causa delle sanzioni.
Ma tutte le considerazioni di Putin sull’Europa sono particolarmente interessanti, perché espongono in maniera paradossalmente sincera lo scheletro delle operazioni di disinformation e propaganda a cui stiamo assistendo nei paesi europei, Italia in primis.
Per esempio solleticare i partiti populisti e sovranisti: «L’UE ha perso la sua sovranità politica. Le sue élite stanno ballando sulla musica di qualcun altro, danneggiando la propria popolazione. I veri interessi degli europei e delle imprese europee sono totalmente ignorati e spazzati via». Insomma: sono io a difendere la vera Europa, più di Joe Biden.
Per quanto possano apparire surreali, sono argomenti che possono fare presa, in uno scenario mediatico compromesso da disinfo ops e spy ops russe intensissime, in questi mesi. In questa visione, l’Ucraina è un puro tavolo da macello, per Putin: che però accusa l’Occidente di quello che st facendo lui. «La nostra operazione speciale
Il presidente della Federazione russa – stavolta in maniera più cortese rispetto al discorso su «spazzeremo via i traditori della patria come moscerini» – ripete anche l’avvertimento sinistro agli oligarchi: Putin dice alle élite russe di restare a casa: «Il vero successo è possibile solo quando leghi il tuo futuro e quello dei tuoi figli alla madrepatria», sibila. «Gli eventi recenti hanno confermato che è più sicuro stare a casa: coloro che non volevano sentire quel messaggio hanno perso milioni di dollari». La cosa curiosa è che, in platea, c’erano ad ascoltarlo anche tanti di quegli oligarchi che si erano vestiti da “pacifisti” e da “trattativisti” dopo l’invasione, facendo commenti (invero molto prudenti) contro la guerra. Alla fin fine, da Oleg Deripaska ad Andrei Kostin a Herman Gref, molti sono – come di consueto – a baciare la pantofola a Vladimir Vladimirovich.
(da agenzie)
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Giugno 18th, 2022 Riccardo Fucile
LE LIMITAZIONI SONO GIA’ SCATTATE IN 170 COMUNI DEL PIEMONTE, DOVE E’ POSSIBILE USARE L’ACQUA SOLO A SCOPO ALIMENTARE
L’emergenza siccità che sta colpendo soprattutto Piemonte e Lombardia potrebbe estendersi molto presto almeno nel Centro Italia, con tempi di risoluzione che rischiano di allungarsi e soprattutto con la necessità sempre crescente di soluzioni drastiche.
A lanciare l’allarme è la ricercatrice Ramona Magno dell’Osservatorio siccità del Consiglio nazionale della ricerca, che in un’intervista al Fatto quotidiano affaccia l’ipotesi che in vista di settembre «andranno prese decisioni anche drastiche».
Certo l’acqua potabile per uso domestico è generalmente l’ultima a essere limitata: «ma se continua così – dice la ricercatrice – il razionamento non è purtroppo da escludere».
L’allarme al Nord
La siccità lungo il Po, in secca come non mai da 70 anni a questa parte, sta già colpendo più di 100 comuni costretti a far ricorso alle autobotti per rifornire le case di acqua. Solo in Piemonte, denuncia Coldiretti, sono oltre 170 i comuni in difficoltà, mentre il governatore Alberto Cirio ha già chiesto lo stato di emergenza al governo. Per i prossimi 15-20 giorni sono previste misure tampone, come lo sversamento di acqua dai bacini sfruttati per l’idroelettrico. Ma sono soluzioni temporanee, avverte la Regione Piemonte. Secondo Magno, è ormai tardi perché la situazione possa trovare una soluzione, perché «può sembrare un paradosso, ma il problema della siccità si affronta quando piove». Per questo non ci sarebbe altra via, una volta usciti da questa emergenza, che pianificare dei metodi di risparmio concreto e sistematico.
L’effetto a catena
E la siccità potrebbe portare con sé un effetto a catena preoccupante. Il fenomeno della siccità non sta colpendo solo l’Italia, ma anche altri Paesi europei come Francia e Portogallo. Fenomeni altrettanto gravi, ricorda Magno, ci sono stati anche nel Nord e soprattuto nel Sud America: «Qui la crisi idrica sta colpendo pesantemente i mercati della soia e del grano. Il mix concentrico tra guerra in Ucraina a Est e crisi idrica a Ovest e oltreoceano è potenzialmente devastante».
(da agenzie)
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Giugno 17th, 2022 Riccardo Fucile
FDI 22,1%, PD 21,8%, LEGA 14,1%, M5S 13%, FORZA ITALIA 8,1%, AZIONE 4,5%
Sono i primi sondaggi elettorali di EMG dopo le elezioni amministrative, ed è
subito evidente l’impatto che queste hanno.
Si assiste a un crollo del partito che più di altri è uscito sconfitto dal voto locale, ovvero la Lega. Prima del silenzio elettorale le ultime intenzioni di voto lo davano al 15,2%, ma in tre settimane è arretrato di più di un punto, scendendo al 14,1%.
Le basse percentuali ottenute dalla formazione di Salvini, quasi sempre superata da Fratelli d’Italia anche al Nord, hanno provocato subito un effetto.
Al primo posto, invece, vi è proprio il partito di Meloni, che però non sembra approfittarne, e anzi, perde due decimali, dal 22,3% al 22,1%.
Va meglio al PD, che ha confermato la propria forza alle amministrative: sale dal 21% al 21,8% e si avvicina a FdI, da cui dista solo tre decimali, ora.
Dietro rimane stabile nonostante il pessimo esito delle comunali il Movimento 5 Stelle, che è al 13%. Forse perché quel risultato era dato per scontato?
Forza Italia è all’8,1% poco più in alto di tre settimane fa, mentre Azione e +Europa, insieme, scendono di un decimale al 4,5%.
Su, del 0,2%, Italia, Viva, al 2,75.
Tra i piccoli partiti di sinistra sono fermi sulle proprie posizioni Europa Verde e Sinistra Italiana, rispettivamente al 2,3% e al 2,1%.
Articolo 1 invece cresce dello 0,2% all’1,6%. Sempre lo 0,2% è la percentuale che perde Italexit, ora al 2%.
(da agenzie)
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Giugno 17th, 2022 Riccardo Fucile
UN SALARIO BASE DI 3-4 MILA DOLLARI PIÙ BONUS, CON UN’AGGIUNTA DI 55 DOLLARI PER OGNI GIORNO EXTRA IMPEGNATO AL FRONTE
Le trincee e le cittadine del Donbass triturano uomini, mezzi, piani. È una battaglia senza tregua, con bilanci drammatici e distruzioni profonde
La resistenza manda in prima linea elementi non addestrati in modo sufficiente, conta sui volontari stranieri. Per ora spera in un rallentamento dell’avversario, di più non ha.
Nelle retrovie crescono i danni alle infrastrutture, ai depositi, alle caserme. Per l’ex generale australiano Mick Ryan siamo all’inizio della fine della prima fase, con i contingenti quasi al limite, usurati e stanchi.
L’intelligence britannica insiste: i battaglioni degli invasori sono largamente incompleti rispetto ai 700-900 soldati previsti mentre fonti statunitensi affermano che il contingente ha visto incenerire il 20-30% dei corazzati.
La Russia, infatti, porta avanti una mobilitazione strisciante e si affida all’arruolamento offrendo nuove condizioni. Secondo il Washington Post mette sul tavolo un salario base di 3-4 mila dollari più bonus, con un’aggiunta di 55 dollari per ogni giorno extra impegnato al fronte.
Lo Stato Maggiore cerca di coinvolgere quote di coscritti, estende i limiti d’età, fa campagna ovunque ci possano essere persone disposte a rischiare la pelle. Se sono note le difficoltà di organico per l’Armata, è però altrettanto evidente che al momento non ha pesato troppo nell’equilibrio di forze.
I generali sono consapevoli delle condizioni, tuttavia premono perché è importante prendere Severodonetsk e altre località nel Donbass. La loro occupazione ha un valore politico. È il segnale di un successo. Per la stessa ragione Kiev ha deciso di difendere ad oltranza sacrificando plotoni su plotoni quando molti strateghi suggerivano un arretramento.
La pressione dello Zar ha poi una spiegazione militare. Nel giro di qualche settimana Kiev potrebbe accrescere l’arsenale.
Il capo di Stato Maggiore statunitense Mark Milley è stato puntiglioso nel descrivere il supporto: «Abbiamo consegnato di fatto l’equivalente di 12 battaglioni d’artiglieria, il gruppo di contatto Nato ha mandato 97 mila anti-tank, dato che supera quello dei carri armati nel mondo. Hanno chiesto 200 tank, ne hanno avuti 237. Hanno chiesto 100 veicoli blindati da combattimento, ne hanno ricevuti 300». Pacchetti ampi ai quali si aggiungono molte promesse su lunghi calibri, munizioni, equipaggiamenti.
A quel punto i russi dovrebbero attaccare posizioni robuste, in grado di tirare da lontano e lo farebbero avendo sulle spalle settimane di scontri. Torna così per alcuni lo scenario dell’invasore troppo stanco per procedere ulteriormente.
Se il motore dell’Armata si gripperà lo rivelerà l’andamento futuro
Le prossime settimane saranno come un test della verità per le ambizioni di Putin e le speranze di Zelensky.
(da il Corriere della Sera)
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Giugno 17th, 2022 Riccardo Fucile
“GLI OBICI SONO STATI FORNITI SENZA SISTEMA DI CONTROLLO DEL TIRO A GUIDA GPS”
In una guerra come quella in corso in Ucraina un ruolo determinante è quello
giocato del tempo.
Dopo aver subito importanti sconfitte nei primi due mesi, i russi da settimane avanzano lentamente – ma inesorabilmente – nel Donbass. Merito della disponibilità di pezzi d’artiglieria che, invece, a Kiev sono arrivati con il contagocce da parte degli alleati occidentali.
C’è poi un altro aspetto da considerare: l’impiego di tali armamenti richiede un addestramento specifico di almeno 2/3 settimane, tempo che naturalmente Mosca utilizzerò a suo vantaggio per continuare a conquistare pezzi di territorio ucraino.
Se l’obiettivo dell’Italia, come detto più volte, è quello di sostenere anche militarmente l’Ucraina sarà necessario prendere rapidamente delle decisioni. Martedì prossimo, 21 giugno, il Presidente del Consiglio Mario Draghi tornerà in Parlamento, leggerà le sue comunicazioni sulla guerra in vista del Consiglio europeo e alla maggioranza che lo sostiene di votare una risoluzione comune sull’invio di materiale bellico a Kiev. Ma di quali armi c’è più bisogno? L’abbiamo domandato al professor Gastone Breccia, storico ed esperto di teoria militare.
Il 21 giugno in Parlamento verrà votato un nuovo eventuale invio di armi all’Ucraina. Lei è favorevole o contrario?
Sono favorevole. Ritengo che l’unico modo per giungere alla pace sia fermare i russi, non credo ci siano altri modi. D’altro canto chi, al loro posto, si fermerebbe se potesse arrivare indisturbato fino a Dnipro e occupare la metà dell’Ucraina?
Quali armamenti servirebbero a Kiev? Secondo il generale Camporini missili, secondo Tricarico sistemi d’intelligence.
Per gli ucraini è essenziale riuscire a contrastare l’artiglieria russa. I sistemi ISTAR suggeriti dal generale Tricarico sarebbero molto importanti perché permetterebbero alle truppe di Kiev di individuare immediatamente i colpi in partenza dell’artiglieria nemica. Sembra incredibile, ma mentre il proiettile è ancora in volo – nei 30/40 secondi che impiega a coprire la distanza tra la postazione russa e il target individuato – il radar riesce a individuare il colpo e dare ordine all’artiglieria di intervenire in controbatteria. Ricordo che sul campo più che l’aviazione russa – che finora non ha avuto un ruolo decisivo – è l’artiglieria che sta lentamente smantellando le difese ucraine. L’unico modo per contrastarla è dotarsi di altra artiglieria, meglio se guidata dai sistemi ISTAR.
Cos’altro serve agli ucraini?
Sono stati consegnati una novantina di obici M777, armi statunitensi da 155 millimetri molto moderne. Sono stati anche inviati gli Fh-70 italiani, anch’essi da 155 millimetri: rappresentano il contributo più significativo dato finora dal nostro Paese in termini di armamenti. Servirebbero anche altri sistemi di lancio multipli HIMARS statunitensi. Sono queste le armi di cui gli ucraini hanno grande bisogno, ma al momento stanno arrivando con il contagocce.
Qual è la precisione di questi pezzi d’artiglieria?
Bella domanda. Da alcune foto arrivate dal campo di battaglia si nota che gli obici statunitensi sono stati forniti senza il sistema di controllo del tiro a guida Gps: ciò non significa che i cannoni non possano sparare, ma che la loro precisione è nettamente inferiore.
Perché non è stato incluso il Gps?
Probabilmente gli americani temono che questi sistemi così moderni possano cadere in mani russe. Un’altra spiegazione è che per l’uso dei sistemi di controllo Gps occorre un addestramento specifico, e che la formazione sia in corso in queste settimane nelle retrovie. Nel frattempo, quindi, sono stati schierati cannoni più “rudimentali” e imprecisi.
Le armi d’artiglieria necessitano di specifico addestramento. Gli ucraini hanno il tempo necessario per imparare?
Questo è un punto fondamentale. C’è poco tempo e gli ucraini schierati sul terreno devono per forza guadagnarne affinché i loro compagni possano addestrarsi nelle retrovie. Probabilmente la necessità di guadagnare tempo è anche la spiegazione per cui gli ucraini stanno difendendo palmo a palmo Severodonetsk, città che dal punto di vista strategico non ha alcun significato, ma la cui difesa serve a rallentare l’avanzata russa. Le due/tre settimane che abbiamo davanti saranno fondamentali per consentire all’Occidente di inviare armi e agli ucraini a imparare a utilizzarle e schierarle nelle vicinanze del fronte. Quella in atto è una vera lotta contro il tempo.
Nei giorni Zelensky ha detto che l’Occidente finora ha inviato solo il 10% delle armi promesse. Perché?
L’attenzione per la guerra sta chiaramente diminuendo. Credo che la battaglia di Severodonetsk per gli ucraini abbia anche questo significato: mostrare che il conflitto è ancora in corso, che si sta combattendo una battaglia disperata e che gli ucraini stanno difendendo il loro territorio metro per metro al costo di enormi sacrifici.
Kiev ha dichiarato che vengono uccisi tra i 100 e i 200 soldati al giorno, ai quali vanno aggiunti feriti, dispersi e prigionieri. Quanto a lungo può resistere, con tali perdite?
I morti sono molti, ma se si calcolano anche le altre perdite come feriti, dispersi e prigionieri si arriva facilmente a 500 al giorno, oltre 10mila al mese. Sono numeri importanti, ma ben lontani da quelli – ad esempio – della Seconda Guerra Mondiale. Gli ucraini dispongono di un numero sufficiente di uomini e donne da mandare al fronte per contrastare i russi, soprattutto se si considera che ai militari vanno aggiunti i civili volontari. C’è però un problema di addestramento: dall’Occidente stanno arrivando armi che gli ucraini non conoscono, con munizionamento e pezzi di ricambio diversi da quelli a loro già noti. La formazione dei soldati, quindi, è fondamentale e richiede settimane. Torniamo sempre allo stesso punto: è una lotta contro il tempo.
Secondo il capo dell’Interpol almeno una parte del materiale bellico spedito all’Ucraina finirà nel mercato nero gestito dalla criminalità organizzata ed alimenterà un florido commercio di armi. Vede anche lei questo pericolo?
Ho letto anche io questa notizia ma credo che si tratti di un allarme eccessivo e in buona parte ingiustificato, almeno in questa fase della guerra. Non mi intendo di traffico internazionale di armi, ma credo che in un Paese che – come l’Ucraina – sta lottando per la sopravvivenza sia stato previsto un controllo delle armi da parte dello Stato, cioè delle forze armate. Quello del traffico di armi però è un problema serio in prospettiva futura: se tra qualche mese ci sarà un cessate il fuco avremo un Paese con una forte corruzione pieno di armi, molte delle quali potrebbero essere vendute sul mercato nero.
(da Fanpage)
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Giugno 17th, 2022 Riccardo Fucile
IL “CADAVERE CHE CAMMINA” INVITA I MACELLAI SIRIANI DI ASSAD A PARTECIPARE AL TRIBUNALE SUI “CRIMINI UCRAINI”
Denis Pushilin è il leader dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk, una delle due regioni separatiste al centro del conflitto tra Russia e Ucraina.
Con un passato nelle truffe finanziarie, Pushilin ha iniziato la sua carriera politica nel 2014, quando prese parte alle rivolte pro-russe nell’Est dell’Ucraina. Da allora è incluso nella lista delle sanzioni europee e statunitensi per il suo ruolo nell’annessione della Crimea alla Russia.
Ora una delegazione della Repubblica popolare di Donetsk (Dpr) ha proposto alla Siria di partecipare al tribunale internazionale per valutare i crimini commessi dai militanti ucrain
Chiedere aiuto ai boia e ai macellai è davvero indicativo dell’idea di giustizia che ha Putin. Una delegazione della Repubblica popolare di Donetsk (Dpr) ha proposto alla Siria di partecipare al tribunale internazionale per valutare i crimini commessi dai militanti ucraini. Lo ha affermato il capo della Dpr, Denis Pushilin.
“Durante l’incontro [con il presidente siriano Bashar al Assad] abbiamo proposto di considerare la possibilità di una partecipazione della Repubblica araba siriana al tribunale internazionale contro i militanti delle formazioni armate ucraine accusati di aver commesso crimini contro gli abitanti del Donbas”, Pushilin ha scritto sul suo canale Telegram.
Dal 2018 è presidente della Repubblica di Donetsk in seguito alla morte del suo predecessore, Aleksandr Zakharchenko, ucciso in circostanze misteriose nel centro di Donetsk. Rispetto ai leader separatisti precedenti, spesso in contrasto con le posizioni di Mosca, Pushilin ha sempre dimostrato totale lealtà al Cremlino, arrivando a dichiararsi favorevole alla restaurazione dell’Impero Russo.
(da agenzie)
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Giugno 17th, 2022 Riccardo Fucile
LA CORTE EUROPEA: “TRATTAMENTO INUMANO E DEGRADANTE DALLA GIUSTIZIA ITALIANA”
Ha dovuto rivolgersi alla Corte europea dei diritti dell’uomo perché in Italia le
era stato riservato un “trattamento inumano e degradante”: Silvia De Giorgi, 44enne padovana, ha denunciato per sette volte il suo compagno, che picchiava lei e i suoi figli, ma è rimasta in attesa di risposte per anni, senza riuscire a sentirsi veramente al sicuro.
La Cedu ha condannato l’Italia a versarle 10 mila euro per inadempienze. “Sono sempre stata sola. Abbandonata dalla magistratura e dalle forze dell’ordine”, la sua testimonianza.
Ha cominciato a segnalare i comportamenti violenti del suo ex marito già nel 2015, andando avanti fino al 2019: “Mi picchiava e mi minacciava. E faceva lo stesso con i nostri tre figli, all’epoca minorenni. Poi mi ha tolto tutto. Mi ha reso nullatenente, con tre bambini da mantenere. È andato avanti anni, finché non sono riuscita ad allontanarlo, fino a quando ho deciso di denunciare”.
Ma a quel punto le violenze non si sono fermate: “Ha continuato a perseguitarmi – rivela De Giorgi a La Stampa – entrava in casa, ha messo delle telecamere per controllarci. Alla fine ce ne siamo andati noi”.
Le pratiche da lei aperte sono rimaste sotto la polvere per anni, “probabilmente – sostiene – perché il mio ex marito è nipote di un personaggio politico di un certo peso”.
È stato il suo avvocato a proporle di appellarsi alla Cedu: “Mi ha detto che non sapeva più come aiutarmi e l’unica strada era quella di Strasburgo. Ha istruito la pratica. Contro ogni aspettativa, nel 2019 è stata accettata e ora è arrivata la sentenza che condanna la Repubblica italiana. Ho dovuto trovare giustizia fuori dal mio Paese”.
Ora spera che questa storia si chiuda per sempre: “Per anni ho rincorso il mio ex, chiedendogli una firma per cambiare la carta d’identità, per la scuola. Si è sempre negato, non pagando nemmeno gli alimenti. Aspetto la decadenza genitoriale”.
(da agenzie)
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Giugno 17th, 2022 Riccardo Fucile
L’ARROGANZA DI UN MALEDUCATO
Il ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta sul palco di Mira, in Veneto, durante un comizio elettorale in vista delle Amministrative risponde a muso duro a un lavoratore che gli rivolge la parola. “Ah sei dipendente? E cosa chiede il tuo datore di lavoro?”. “Lo chieda a lui”. “E perché cazzo parli allora?”.
La scena è accaduta lo scorso 10 giugno ma sta circolando in queste ore sui social. Sul palco, circondato da fioriere, Brunetta sembra provocare il cittadino: “Perché non ti metti in proprio?”. Lo ripete per tre volte, l’uomo chiede la parola per spiegare la sua scelta e il ministro taglia corto: “No, non ti lascio parlare perché il microfono ce l’ho io, quindi comando io. Viva la democrazia. Continua a fare il tappezziere, dipendente”.
“Vedete – conclude Brunetta – il mondo è bello anche per questo perché io, figlio di venditore ambulante, mio padre mi diceva sempre ‘mai sotto padrone’. E io questa cosa l’ho continuata nella mia vita, ho avuto solo un datore di lavoro, lo Stato”.
Il ministro ha pubblicato un video dell’evento sui suoi profili social, ma lo spezzone in cui avviene il diverbio non c’è.
(da agenzie)
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Giugno 17th, 2022 Riccardo Fucile
È LA PERCENTUALE PIÙ ALTA TRA I PRINCIPALI STATI EUROPEI… SONO QUELLI CHE PENSANO SOLO AI CAZZI LORO, PREOCCUPATI PER L’IMPATTO DELLA GUERRA SUL COSTO DELLA VITA E SULL’AUMENTO DEI PREZZI DELL’ENERGIA
I cittadini italiani, ed europei in generale, hanno paura delle conseguenze che il
conflitto sta provocando e vorrebbero una fine immediata delle ostilità. A qualsiasi costo. Anche se ciò dovesse significare concessioni territoriali alla Russia da parte di Kiev. In questo senso il nostro Paese è quello che ha empatizzato meno con le posizioni ucraine.
È quanto emerge dai risultati di un ampio sondaggio realizzato da Datapraxis e YouGov tra il 28 aprile e l’11 maggio in 10 Paesi europei e diffuso dal think-tank “European council on foreign relations”, un’organizzazione privata impegnata in studi e ricerche di politica internazionale.
L’indagine è stata condotta su un campione totale di circa 8mila persone sparse tra Finlandia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Polonia, Portogallo, Romania, Spagna e Svezia.
I risultati del report mostrano che gli europei concordano in modo schiacciante (in media) sulla responsabilità del conflitto in Ucraina: il 73% ritiene infatti che la responsabilità sia della Russia.
Ma se in Finlandia questa percentuale è del 90%, in Gran Bretagna dell’83 e in Germania scende al 66, in Italia è pari al 56%, il dato più basso tra i Paesi presi in esame.
Di contro da noi è ben più alta la percentuale di chi pensa che la crisi sia responsabilità dell’Ucraina, dell’Unione Europea o degli Stati Uniti (27%).
Altro dato significativo: in Italia solo il 39% degli intervistati pensa che la Russia sia l’ostacolo principale al raggiungimento di eventuali accordi di pace, di poco inferiore al 35% che ritiene Ucraina, Ue o Stati Uniti come i primi responsabili. Tra i Paesi presi in considerazione, insomma, l’Italia sarebbe il più “filorusso” o, se vogliamo, “antiamericano”.
Anche se considerando il retaggio storico, culturale e politico delle varie realtà della rosa le conclusioni sorprendono fino ad un certo punto (Svezia, Finlandia, Polonia e Regno Unito, ad esempio, sono notoriamente tra i Paesi più ostili al Cremlino in tutto il mondo).
Ci sono poi differenze importanti tra le sensibilità dei singoli cittadini che motivano le risposte. Gli intervistati in Germania, Italia e Francia, per dire, sono principalmente preoccupati per l’impatto della guerra sul costo della vita e sull’aumento dei prezzi dell’energia, mentre svedesi, britannici, polacchi e rumeni temono invece di più il rischio di una guerra nucleare.
Potrebbe essere anche questa una spiegazione della straordinaria voglia di pace a tutti i costi invocata dagli italiani. Il timore, cioè, che in un Paese già di per sé non proprio in salute, e che ha subito più di altri l’impatto della pandemia, l’istinto di autoconservazione possa essere basato sulla sensazione che altre pesanti conseguenze economiche potrebbero essere davvero fatali ai nostri conti.
Ed è proprio su questo aspetto che, secondo i due autori del report, Mark Leonard e Ivan Krastev, si baseranno gli equilibri politici. La “resilienza delle democrazie europee dipenderà in gran parte dalla capacità dei governi di assecondare il sostegno dei cittadini a politiche potenzialmente dannose». Ecco, il messaggio che viene dall’Italia è chiaro: questo sostegno, da noi, non ci sarà.
(da Corriere della Sera)
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