Giugno 15th, 2022 Riccardo Fucile
REPLICA BATTELLI: “PAROLE VERGOGNOSE”
Tornano sulla graticola i vertici del M5s, dopo il risultato deludente delle liste
grilline alle comunali di domenica scorsa
«Sia chiaro, senza il presidente Conte i 5 Stelle, di fatto, non esistono». È bastata questa frase del senatore grillino Mario Turco a fare far scoppiare di nuovo la tensione all’interno del M5s, dove i malumori per il disastro elettorale alle ultime Comunali covava già sotto la cenere.
Le dichiarazioni del senatore tarantino, vice di Giuseppe Conte nel MoVimento, all’ultima domanda di un’intervista alla Gazzetta del Mezzogiorno sono state viste da diversi parlamentari come la negazione dei principi storici del MoVimento, a cominciare dal mitologico uno vale uno.
La reazione più dura è arrivata dal deputato Sergio Battelli, che sul suo profilo Instagram ha tuonato: «Parole vergognose, ma stiamo scherzando?».
Proprio Turco, assieme all’altra vicepresidente grillina Paola Taverna, responsabile delle Amministrative, è da ore nel mirino degli attacchi interni, visti i risultati deludenti ottenuti dalle liste M5s nei vari Comuni. E non fa eccezione Taranto, dove Turco è riuscito a portare anche l’ex premier Conte, dove il M5s non è andato oltre uno scarno 4%.
Alle critiche si era aggiunto anche l’ex sottosegretario Simone Valente su Repubblica, puntando il dito proprio sui vertici grillini: «Bisogna assumersi le conseguenze delle proprie scelte, chi aveva delle responsabilità deve rispondere al Movimento, agli iscritti e ai gruppi parlamentari».
(da agenzie)
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Giugno 15th, 2022 Riccardo Fucile
ALTRA MOSSA SUICIDA. FINISCE CHE A PONTIDA LO DEVE PROTEGGERE LA DIGOS… IL 26 GIUGNO INIZIATIVA DEI DISSIDENTI DI “AUTONOMIA E LIBERTA'”
Se non è un ultimatum, poco ci manca. Il leader della Lega Matteo Salvini attende “risposte” da Mario Draghi. Entro l’estate. Perché «ci sono temi su cui non siamo disposti a transigere», dice in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera. Altrimenti? «Temo un autunno molto difficile. Torneremo sul pratone di Pontida il 18 settembre. Per quella data vogliamo risposte».
Ecco perché nella location dalla quale storicamente la Lega ha annunciato tutte le sue battaglie il Carroccio potrebbe annunciare l’addio al governo.
Per reagire al risultato delle elezioni comunali, dove la Lega ha raccolto in media il 6,4% nei 26 capoluoghi in cui si è presentata. E per inseguire Giorgia Meloni, che ha tratto giovamento dalla collocazione di Fratelli d’Italia all’opposizione. Anche se, spiega Repubblica, c’è un altro scenario sul tavolo. Ovvero quella di commissariare il leader.
Pontida caput mundi
Andiamo con ordine. Ieri del risultato elettorale del Carroccio hanno parlato il leader e il suo vice Lorenzo Fontana. Indossando i panni del poliziotto buono e di quello cattivo. Il segretario leghista ha detto che continuerà a sostenere il governo, ma ha anche ammesso in pubblico i malumori crescenti nel partito: «Non c’è alcuna tentazione di staccare la spina ma ci aspettiamo discontinuità soprattutto sui temi economici».
Poi il lungo elenco di provvedimenti economici al termine della riunione del consiglio federale: rinnovo dello sconto carburanti, adeguamento di pensioni e stipendi al costo della vita, rottamazione delle cartelle esattoriali, superamento della legge Fornero, e istituzione di un tetto europeo allo spread”. la solita solfa di cazzate.
Fontana è stato più diretto, premettendo di parlare a livello personale. «Se per la Lega sarà più difficile stare al governo questo autunno? Fosse per me, io sono abbastanza stanco …», ha risposto il responsabile esteri del Carroccio. Un Salvini dimezzato
C’è però un altro fronte interno al Carroccio. Ovvero quello dei governisti. Emanuele Lauria spiega oggi che i nomi sono i soliti: Giorgetti, Fedriga, Zaia. Vogliono evitare rotture con il governo Draghi. Reclamano anche una linea politica univoca e coerente. Senza oscillazioni sull’economia o sulla politica estera, come i viaggi a Mosca o i paragoni tra Italia e Grecia sulle intenzioni della Banca Centrale Europea. Perché inseguire Meloni fuori dalla maggioranza sarebbe un errore. A loro lo stesso Salvini ha fatto pervenire attraverso il caposegreteria Andrea Paganella una proposta. Quella di entrare in un comitato politico ristretto all’interno della Lega. Per allargare “la responsabilità” (e quindi la collegialità) delle scelte politiche e per evitare spaccature fino alle elezioni
Una scelta che porterebbe però a dimezzare, a essere buoni, la figura politica di Salvini. Che però, spiega oggi l’ex ministro della Giustizia Roberto Castelli, rischia di fare la fine di Renzi: «Esiste un mugugno critico, mettiamola così. Io vivo la pancia della vecchia Lega: il malcontento, che era forte prima, ora è fortissimo. E moltissimi parlamentari con posizioni di rilievo, che conosco da quando erano ragazzi, riservatamente si sfogano. Per il resto, che dirle? Ci sono delle associazioni che fanno sentire la loro voce in modo sempre più forte. Noi, con “Autonomia e libertà”, facciamo la nostra parte: e il 26 giugno, a Pontida, si terrà un’assemblea. Verranno in tanti, vedrà…».
(da agenzie)
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Giugno 15th, 2022 Riccardo Fucile
PASSA LA MOZIONE DEL M5S GRAZIE A 12 FRANCHI TIRATORI DEL CENTRODESTRA
Una dozzina di franchi tiratori nelle file del centrodestra nel Consiglio regionale
della Lombardia ha fatto passare a voto segreto una mozione del Movimento 5 Stelle che impegna il Pirellone a patrocinare il Pride di Milano, previsto per il prossimo 2 luglio.
L’edificio si colorerà con l’iconica bandiera arcobaleno, e la Regione, il Consiglio o un loro delegato sarà presente alla sfilata indossando la fascia istituzionale.
La mozione, primo firmatario Simone Verni, impegna in questo senso il governatore Attilio Fontana “come gesto simbolico e al tempo stesso tangibile di testimonianza di questa istituzione finalizzato a sostenere l’allargamento dello spettro delle tutele e dei diritti di tutti i cittadini lombardi, specialmente di chi, ancora oggi, è vittima di discriminazione e violenza determinata dall’orientamento sessuale”.
Il testo ha ricevuto 39 voti favorevoli e 24 contrari, nonostante fossero presenti in aula soltanto 27 membri del centrosinistra.
Erano 7 anni che il Pirellone negava il suo patrocinio al Pride. “Finalmente un gesto simbolico, ma concreto a sostegno di una Lombardia maggiormente inclusiva”, ha commentato soddisfatto Verni. Dal Pd Paola Bocci osserva: “Ci è voluto il voto segreto per illuminare il Pirellone e riconoscere i diritti di tutti”.
Dura la reazione della Lega, che aveva espressamente chiesto di votare contro: “La partecipazione formale al gay pride del 2 luglio è una inutile ostentazione offende i valori cristiani”.
(da NextQuotidiano)
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Giugno 14th, 2022 Riccardo Fucile
“LE PROVA TUTTE E FA UNA MINCHIATA DIETRO L’ALTRA. CIRCONDATO DA GENTE STRANA, CASI UMANI O PERSONAGGI DA COMMEDIA ALL’ITALIANA”
La battuta è fulminante, un epitaffio. “Povero Salvini ormai ha perso tutto, anche la testa. Se la faccia prestare dalla Meloni”. Cattivissimo, Vittorio Feltri. Esagerato. “Mi limito a descrivere un fatto oggettivo”. Quindi da oggi Giorgia Meloni è la leader del centrodestra? “Mi pare evidente”.
E Salvini? “Voi che direste di uno che parla ogni minuto e non riesce a farne una dritta?”. Dunque ha perso tutto. “Soprattutto la testa, ripeto. Non da oggi. Mi dispiace, persino. Mica ce l’ho con lui personalmente”. Lui non sarà contento. “Non mi saluta più. Ma quello che dico io lo vedono tutti. Lo dicono tutti. Bisognerebbe dirlo anche a lui. Datti una calmata. Ragiona. Fermati. Farglielo capire non è un atto di inimicizia, è quasi un gesto di affetto”.
A Roma si dice: scànsate, lèvate. Fatti da parte. Glielo dicono quelli della Lega? “Chi gli vuole bene dovrebbe consigliarglielo. Ma quelli della Lega non sono amici suoi, fanno politica. Quindi più che altro immagino siano tentati di chiuderlo in una botte e gettarlo nel Tevere come Cola di Rienzo. Ma poi si guardano in faccia l’uno con l’altro e capiscono che non possono farlo”.
Giorgetti, Zaia, Fedriga. Perché non può esserci il 25 luglio nella Lega? “Perché non c’è nessuno pronto che possa sostituire Salvini. Quindi se lo devono tenere ancora per un po’”. Si è riavvicinato a Berlusconi. “E non mi pare un segno di forza”.
Ieri pomeriggio, mentre i risultati delle amministrative e del referendum andavano componendo la débâcle della Lega e il sorpasso di Fratelli d’Italia, Salvini attaccava l’Europa e la Bce. “Tentava di portare il discorso da un’altra parte. Parlava di Castrocaro terme e di Ponza. Ma come pensi di poterlo fare? Nascondi un elefante sotto un guscio di noce? E poi… S’è messo a parlare di economia, di Bce. Mah”.
Mah? “Tutte cose che lui orecchia, di cui non sa nulla, di cui probabilmente nemmeno gliene frega nulla e che tira fuori così, un po’ a caso, perché pensa che gli possa essere utile dirle. Solo che è sempre fuori tempo o contro-tempo. La gente se ne accorge. Anzi, peggio: se n’è già accorta. E rimane perplessa. O addirittura ride, che è persino peggio. E il guaio, guardate, è che Salvini va avanti così da quasi tre anni. Fedele a un copione ripetitivo”. Per esempio? “Un giorno descrive Medvedev come un uomo di pace, e quello due giorni dopo minaccia l’atomica contro l’Europa”.
Sfortuna. “No, è una cosa da pirla. Devi sapere di che cosa stai parlando”. E’ incontinente. “Lui è riuscito a portare la Lega dal 4 al 34 per cento. E quando uno produce un miracolo così, pensa di essere San Francesco. Ovviamente non è vero. Però lui non lo sa. Quindi pensa: come sono arrivato al 34 per cento una volta posso farlo di nuovo.
Di conseguenza le prova tutte. E fa una minchiata dietro l’altra”. Afflitto dall’ansia di risalire la china. “Dalla mattina alla sera. Ventiquattrore su ventiquattro. Ininterrottamente. Circondato poi da gente strana, casi umani o personaggi da commedia all’italiana”. Tipo? “Nella Lega c’è gente che s’intende sul serio di politica estera. Gente che per fare quelle cose ha studiato o s’è impegnata nelle istituzioni con ruoli rilevanti che peraltro era stato Salvini a dargli. Ma lui chi va a cercare?”. Capuano. “Ecco appunto. Dimmi chi ti accompagna e ti dirò chi sei”.
(da Il Foglio)
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Giugno 14th, 2022 Riccardo Fucile
PECCATO CHE IL NUMERO DI VOTI DA RICONTEGGIARE SIA MINORE DELLA DIFFERENZA TRA I DUE CANDIDATI: SE STAVANO ZITTI FACEVANO MIGLIORE FIGURA
La coalizione di centrodestra di Como ricorre al Tar per chiedere la sospensione
del ballottaggio e che vengano riconteggiati da capo i voti del primo turno.
La ragione è l’alto numero di schede contestate dai rappresentanti di lista. Se il ricorso verrà accolto, il riconteggio potrebbe influire sull’accesso al ballottaggio di Giordano Molteni, candidato sindaco sostenuto da Lega, FdI e FI, che al momento ne resterebbe escluso per 74 voti.
Molteni ha dichiarato: «Prendiamo atto che, sia pure di poco, non siamo riusciti ad arrivare al ballottaggio per la carica di sindaco. Ma aggiungiamo pure che le numerose contestazioni ai seggi ci hanno portato a decidere di presentare ricorso al Tar».
Per la destra, storicamente forte a Como, è una sorpresa non arrivare al secondo turno, dove invece si dovrebbero sfidare la candidata di centrosinistra Barbara Minghetti, con il 39,26 per cento dei consensi e Alessandro Rapinese (27,42 per cento), sostenuto dalla lista civica Rapinese Sindaco.
Quando sono state scrutinate 72 sezioni su 74, la differenza tra Molteni e Rapinese è di appena lo 0,36 per cento a favore di quest’ultimo: 8.059 voti contro 8.133.
Il riconteggio in corso conferma il vantaggio
Le rimanenti due sezioni sono quelle oggetto delle contestazioni, e il loro riconteggio sta avvenendo in queste ore. Il motivo della contestazione delle schede da parte dei rappresentanti di lista è l’interpretazione del voto disgiunto. Pare, comunque, che il risultato finale non subirà variazioni, anche al netto delle schede contestate, dato che il numero di voti che rimane da conteggiare è minore della differenza tra i due candidati al testa a testa.
Si prospetta, quindi una clamorosa sconfitta nella città del lago per il centrodestra.
(da agenzie)
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Giugno 14th, 2022 Riccardo Fucile
LE CRITICHE DEI MILITANTI, IL TESSERAMENTO CHE NON VA, I CONGRESSI CHE NON SI FANNO
Più dei lunghi coltelli, i larghi tendoni. La vera grana con cui il segretario della Lega Matteo Salvini dovrà fare presto i conti non si trova tra i corridoi di via Bellerio ma nelle centinaia di piazze italiane affollate da più di un anno da gazebo e banchetti di militanti leghisti.
Passino le trame interne e i malumori dei colonnelli. Ci sono, erano già più che palpabili al Consiglio federale convocato all’indomani delle amministrative e continueranno ad esserci nei prossimi mesi. Difficile che bastino nel breve periodo a preparare il dopo-Salvini in un partito che – con buona pace di tanti retroscena veri, presunti o sperati –nonostante tutto vive di obbedienza al commander-in-chief che lo ha raccolto al 4% otto anni fa.
A togliere il sonno al leader è semmai un altro popolo, più silenzioso, più decisivo e più arrabbiato dei dirigenti per la doccia fredda dei sei referendum sulla Giustizia e la debacle astensionista, con il dato record in negativo di una partecipazione al 20,9%.
È il popolo delle migliaia di militanti che per più di un anno, ogni week end, con la pioggia e con il sole, si è riversato in piazza a sventolare depliant, raccogliere firme e sostenere in ogni modo la causa referendaria.
Tutto è iniziato il primo luglio, quando assieme ai radicali la marea di attivisti del Carroccio ha montato i banchetti sulla scia di una solenne promessa del “Capitano”: “Altro che 500mila firme, ne raccoglieremo 5 milioni”. Le firme sono state meno, anche se è impossibile fare stime esatte.
Sì perché, dopo sei mesi di militanza sotto i gazebo, la partita referendaria di Salvini è inceppata in un primo, grande imbarazzo.
Il comitato promotore ha giurato di averne raccolte quattro milioni – 4 milioni e 275mila per l’esattezza – ma la Lega non ha mai depositato le sottoscrizioni popolari: sfruttando una scorciatoia prevista dalla Costituzione (art. 75), Salvini ha preferito far approvare i referendum da nove consigli regionali del centrodestra.
Vicenda chiusa con un rigo al fondo di un comunicato uscito da via Bellerio: “Dopo il via libera della Cassazione, non è più necessario il deposito delle firme previsto per domani”. La mossa ha reso di fatto inutile la lunga ed estenuante campagna di raccolta firme finite al macero.
Suscitando la rabbia non solo del Partito radicale – pronto a depositare le sue firme raccolte al Palazzaccio – ma soprattutto quella del “popolo dei banchetti” che si è chiesto il senso di quella corrida dall’estate all’inverno.
Una delusione che si è riversata sulla seconda fase della campagna quando, da gennaio a giugno, gli stessi iscritti sono stati chiamati a riprendere la battaglia dei referendum per invitare la gente a votare cinque sì.
Non è un caso, confida un parlamentare leghista, se nell’ultimo mese “si è vista nelle piazze meno della metà delle persone presenti l’anno scorso”. Complice lo sconforto per una causa forse “nobile”, come rivendica uno sconsolato Roberto Calderoli, ma certo poco comprensibile all’elettorato del Nord che di questioni “tecniche” come la riforma della Giustizia preferirebbe si occupi il Parlamento.
L’effetto tsunami sul morale dei militanti leghisti – la vera ossatura del partito, quella che lo ha tenuto in piedi anche nei momenti di alta marea – rischia ora di allargarsi alla campagna dei tesseramenti per il 2022. Lanciata a fine febbraio, sta andando a rilento.
Colpa di un ritardo nella roadmap dei congressi locali: ad aprile sono partiti quelli comunali e sovracomunali, in autunno sarà il turno dei congressi provinciali e dunque regionali. Del Congresso nazionale – dove inevitabilmente si andrà alla conta sul segretario – Salvini non vuol sentire parlare prima delle elezioni politiche del 2023.
Per arrivare forte alle urne nazionali e al Congresso il leader dovrà allora recuperare la fiducia della militanza leghista amareggiata dal capitombolo referendario. Anzitutto mettendo un punto fermo sui rapporti nel centrodestra.
Più delle manovre di corridoio,, Salvini ha ben altro di cui preoccuparsi.
(da Formiche.it)
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Giugno 14th, 2022 Riccardo Fucile
BORGHEZIO: “ORMAI LA LEGA È SALTATA, E A FARLA SALTARE, ROMPENDO IL RAPPORTO TRA IL PARTITO E LA BASE, TRA IL CERCHIO MAGICO DEL SEGRETARIO E GLI ORGANI TERRITORIALI, È STATO SALVINI. IL LEADER SOSTITUTIVO SI TROVA, DIPENDE SOLO DA QUANDO LO SI VUOLE TROVARE”
Silurare Salvini? La sola ipotesi era ritenuta, fino a prima del voto disastroso
della Lega in queste Comunali, non solo blasfema ma impronunciabile, assurda, fuori luogo e fuori tempo. Si è finora detto infatti: il Carroccio è un partito leninista e il capo non si discute mai.
Ecco, adesso Salvini – indebolito e stremato dai suoi errori che sono quelli del viaggio a Mosca, del referendum gestito malissimo e del rapporto indeciso, incerto, altalenante e più di lotta che di governo rispetto all’esecutivo Draghi: e da tutto ciò deriva il tonfo elettorale – si può discutere ma non si può ancora silurare.
È la Lega del leninismo, tipo quella in cui non esiste dirigente che non dica, ma riservatamente: “Matteo non ne azzecca più una”.
Ed è una sconfessione pubblica del leader l’assenza di Giorgetti ieri al vertice in via Bellerio. Così come gli atteggiamenti di Zaia e di Fedriga che vogliono bene a Matteo ma sembrano distanti, nelle loro mezze parole e soprattutto nei loro silenzi, dal segretario.
Che di fatto ormai si muove in una foresta di dubbi, quelli degli altri nei suoi confronti, di recriminazioni (chi come i giorgetti si sostengono che bisogna essere più governativi e chi come il vicesegretario Fontana lascerebbe subito Draghi al suo destino e Salvini indeciso e sbandante dice a tutti: “Accetto consigli” di freddezza e di solitudine. “
Ma se lui si rivolge a tipi improbabili, sconosciuti e pericolosi come Capuano, quello del viaggio in Russia, abbandonando il rapporto con il partito, la colpa di chi è se non sua?”: questo si sente dire in queste ore tra parlamentari lumbard e tra quelli della Lega veneta che sono particolarmente preoccupati della china che sta prendendo il partito salviniano, ovvero della sua tendenza alla sconfitta continua.
Salvini inizia a capire l’antifona. E ripete a tutti: “Non sono certo attaccato alla poltrona, se volete un altro leader basta dirlo”. Ma nessuno gli dice di andarsene, anche perché al momento non c’è nessuno che lo voglia sostituire. E allora nessun siluramento di Matteo? Semmai, un siluramento per gradi.
Uno che se ne intende, Mario Borghezio, leghista doc da sempre, assicura: “Ormai la Lega è saltata e a farla saltare, rompendo il rapporto tra il partito e la base, tra il cerchio magico del segretario e gli organi territoriali, è stato Salvini. Il leader sostitutivo si trova, dipende solo da qua di lo si vuole trovare”. Fedriga? Sarebbe secondo tutti il più attrezzato. La via crucis di Matteo comunque è già cominciata.
Verrà tenuto in piedi fino alle elezioni del 2023, a meno che qualche vicenda legata alla Russia o altri incidenti di percorso non arrivino come tegole sul segretario, ma i maggiorenti del partito, ministri e governatori, non gli faranno fare le liste elettorali solo a lui.
Anzi lo condizioneranno pesantemente nella scelta degli eletti, che saranno pochi con questi chiari di luna e ognuno vuole assicurarsi i propri fedelissimi in una battaglia sui nomi che sarà durissima, perché ognuno vuole attrezzarsi in vista del dopo Salvini. Che in seguito a questo periodo da anatra zoppa potrà essere silurato all’indomani del voto 2023 se dovesse andare male.
E al momento, nessuno si aspetta miracoli di resurrezione nelle urne dell’anno prossimo.
(da agenzie)
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Giugno 14th, 2022 Riccardo Fucile
ANCHE AL 60% DEGLI ELETTORI FDI E AL 70% DEI FORZISTI NON FREGAVA NULLA
La maggioranza degli elettori della Lega, nonostante il partito fosse parte del comitato promotore, ha scelto di non votare ai referendum sulla giustizia del 12 giugno, conclusi con l’affluenza più scarsa di sempre (sotto il 21%).
A dirlo è un sondaggio realizzato da Swg su un campione di tremila elettori, da cui risulta che la maggioranza assoluta di chi vota Lega non si è espressa su tre quesiti su cinque: limitazione delle misure cautelari (59%), abrogazione del decreto Severino (57%) e voto degli avvocati nei consigli giudiziari (50%). Negli altri due casi la maggioranza di astenuti è relativa: sia al quesito sulle firme per candidarsi al Csm sia a quello sulla separzione delle funzioni non ha votato il 49% degli elettori del Carroccio (nel primo caso il 42% ha votato sì e il 9% ha votato no, nel secondo il 43% ha votato sì e l’8% no).
Per quanto riguarda gli elettorati degli altri partiti, chi ha votato di meno sono gli elettori 5 Stelle e Pd, che si sono astenuti in percentuali variabili tra il 73% e l’80% a seconda dei quesiti.
Ma è altissima anche la percentuale di diserzione delle urne tra chi vota Forza Italia (un partito che pure si dichiarava favorevole ai referendum): 68% al quesito sulla Severino, 70% a quello sul voto degli avvocati, 71% a quello sulle misure cautelari, 73% a quello sulla separazione delle funzioni, 74% a quello sulle firme per il Csm.
Gli elettori di Fratelli d’Italia (che si era dichiarata contraria ai quesiti su cautelari e Severino, favorevole agli altri tre) si sono invece astenuti tra il 60% e il 62% a seconda dei quesiti.
(da agenzie)
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Giugno 14th, 2022 Riccardo Fucile
IL COSTITUZIONALISTA AZZARITI DOPO IL FLOP DEI QUESITI SULLA GIUSTIZIA: “IN PASSATO NON HANNO AVUTO PROBLEMI DI QUORUM I REFERENDUM SU DIVORZIO, ABORTO, NUCLEARE, ACQUA PUBBLICA. TEMI SENTITI, COME SAREBBERO STATI QUELLI DEL SUICIDIO ASSISTITO O DELLA CANNABIS”
Che il referendum sulla giustizia non si sia neppure avvicinato al quorum
(l’affluenza al 20,9% è il minimo storico) non sorprende il costituzionalista Gaetano Azzariti: «Una débâcle totale, ampiamente annunciata». Tuttavia lo interroga su cosa fare per salvaguardare questo strumento.
«Abbiamo un istituto di democrazia diretta al quale il popolo non partecipa. È un segnale grave, un problema per la democrazia. Ma la soluzione non può essere solo abbassare il quorum: nessuno troverebbe ragionevole farlo scendere sotto la soglia del 20 per cento».
Professor Azzariti, lei quindi esclude che possa essere utile intervenire sulla soglia di validità per i referendum abrogativi?
«No. Non lo escludo, ma ritengo che l’eccessiva attenzione a questo solo ostacolo abbia distolto dai più logoranti profili che stanno affossando uno strumento decisivo della nostra democrazia. Non di solo quorum vive (o muore) il referendum».
Negli ultimi quindici anni, però, sono fallite otto consultazioni referendarie su nove. In un quadro generale in cui l’affluenza cala in tutte le chiamate al voto.
«Al di là delle statistiche, se domenica l’80 per cento degli aventi diritto ha deciso di non accedere ai seggi, il vero problema è sicuramente il “tipo” di quesito che è stato proposto. Sia in passato sia più di recente, non hanno avuto problemi di quorum referendum su divorzio, aborto, nucleare, acqua pubblica. Temi sentiti, come sarebbero stati quelli del suicidio assistito o della legalizzazione della cannabis, se fossero stati ammessi. Inoltre, dal 2011 i referendum abrogativi falliscono. È vero. Ma a quelli costituzionali, che pur notoriamente non richiedono un quorum, la maggioranza degli italiani ha partecipato. Il referendum è una domanda alla quale si risponde con un sì o con un no. Deve quindi essere univoco, di portata politica e culturale chiara, coinvolgente».
Eppure anche i referendum costituzionali, partecipati dagli elettori, come ricordava, non trattavano temi semplici
«Toccavano la Costituzione, di cui lasciavano percepire al comune elettore uno stravolgimento tale da provocare una reazione, in un senso o nell’altro. Il problema vero è tornare allo spirito principale del referendum».
I cinque quesiti di domenica scorsa non erano sentiti?
«Almeno quattro di quei cinque quesiti riguardano questioni interne alla magistratura e rapporti tra magistratura e altri poteri o soggetti. Solo uno, quello sul carcere preventivo, riguarda direttamente i cittadini.
Non entro nel merito dei quesiti, dico che non sono materie adatte a un referendum. Nessuno di essi si occupa dei problemi fondamentali che ogni elettore percepisce come critici: durata del processo e formazione dei magistrati».
Lei quindi non ritiene che, per non far fallire il prossimo referendum, si possa rivederne il meccanismo?
«In parte. Prima di tutto credo si debba evitare di usare il referendum in termini troppo disinvolti. Quindi penso che un cambiamento debba riguardare più i promotori, compresi i partiti, che le istituzioni».
In che modo?
«Deve cessare l’uso politico del referendum: è stato piuttosto evidente in quest’ultimo caso se si pensa che è stato proposto da nove Consigli regionali benché la competenza sulla giustizia non sia delle Regioni. Una strategia strumentale, utilizzata perché non si erano raccolte le firme sufficienti».
Altri interventi possibili?
«La giurisprudenza sui referendum è piuttosto ondivaga. I quattro criteri fissati dalla sentenza 16 del 1978, redatta dal compianto Livio Paladin, si sono in questi anni moltiplicati e frantumati. Sarebbe auspicabile che la Corte costituzionale definisse una giurisprudenza consolidata sull’ammissibilità. Il Parlamento, poi, dovrebbe rivedere la legge 372 del 1970 che regola lo svolgimento dei referendum. Anche alla luce della normativa che consente di raccogliere le firme per via telematica. La soglia delle 500 mila firme a sostegno dei quesiti sarà molto più facile da raggiungere. La previsione conseguente è che aumenteranno le richieste. Un fatto positivo, ma per evitare l’eterogenesi dei fini si dovrebbero regolare in modo più serrato le condizioni. E poi c’è un altro intervento che può rivitalizzare lo strumento dei referendum».
Quale?
«Sarebbe opportuno assicurare un seguito parlamentare a quelli che ottengono un esito positivo, per evitare che la volontà popolare legittimamente espressa cada nel vuoto, com’ è avvenuto in molte occasioni: dal finanziamento pubblico dei partiti all’acqua bene comune».
(da il Corriere della Sera)
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