Destra di Popolo.net

PAURA PER NAVALNY, IL GIALLO SUL TRASFERIMENTO IN CARCERE

Giugno 14th, 2022 Riccardo Fucile

IL PORTAVOCE: “NON SAPPIAMO DOVE SI TROVI ORA”

L’attivista russo Alexei Navalny, in carcere dal gennaio 2021, sarebbe stato trasferito dalla colonia penale dove era detenuto e ora la sua posizione sarebbe sconosciuta ad avvocati e familiari.
A denunciare il fatto è la sua portavoce, Kira Yarmysh, con una serie di tweet: «Navalny è stato trasferito dalla colonia penale No. 2. Il suo avvocato, che era andato a visitarlo, è stato trattenuto al checkpoint fino alle 14.00 per poi sentirsi dire “Non c’è questo detenuto qui”. Non sappiamo dove si trovi ora e in quale colonia lo stiano portando», ha scritto Yarmysh.
«Ovviamente né i suoi parenti né i suoi avvocati sono stati avvisati in anticipo del trasferimento. C’erano voci che sarebbe stato spostato nella colonia penale di massima sicurezza IK-6 “Melekhovo”, ma è impossibile sapere quando (e se) ci è davvero arrivato», ha continuato nei commenti, raccogliendo la solidarietà dei suoi sostenitori.
Ora, la maggiore preoccupazione del suo entourage è individuarlo il prima possibile, «perché finché non sappiamo dov’è, rimane faccia a faccia con un sistema che ha già cercato di ucciderlo», ha aggiunto la portavoce.
(da agenzie)

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ANALISI COMUNALI YOUTREND: CENTROSINISTRA IN LIEVE VANTAGGIO SUL CENTRODESTRA

Giugno 14th, 2022 Riccardo Fucile

NEI COMUNI OLTRE 15.000 ABITANTI PD 15,7%, FDI 9,4%, LEGA 5,5%, FORZA ITALIA 4,4%

Nel voto di lista emerge un testa a testa tra centrodestra e centrosinistra. Secondo gli ultimi dati elaborati da YouTrend, nel totale dei comuni con oltre 15mila abitanti, la lista più votata è il Pd (15,7%), davanti a Fratelli d’Italia (9,4%), Lega (5,5%) e Forza Italia (4,3%).
La parte del leone, scrive il portale, la fanno però le liste civiche: quelle di centrodestra (che raccolgono ben il 21,8%) ma anche quelle di centrosinistra (20,9%). Nel complesso, le liste di centrodestra ottengono il 41% dei voti validi, contro il 42,1% ottenuto dalle liste della coalizione “giallo-rossa”, in cui però spicca in negativo il dato del M5S, che raccoglie solo il 2,2%.
E sempre guardando i risultati nazionali per lista e area politica nei Comuni sopra i 15mila abitanti il centro ottiene lo 0,6%.
I dati, precisa YouTrend, sono calcolati sul totale dei voti validi nei comuni superiori italiani (esclusi quelli in Sicilia e Friuli Venezia Giulia), e che molti partiti hanno presentato le proprie liste solo in una parte – talvolta una minoranza – dei comuni al voto.
Analoga a quella appena descritta poi è la situazione, sempre elaborata da YouTrend, relativa ai soli comuni capoluogo: qui le coalizioni di centrodestra ottengono il 43% e quelle di centrosinistra il 43,7% e si conferma il forte peso avuto dalla liste civiche sia dell’una che dell’altra coalizione (22,1% e 19,8% rispettivamente).
“Si sta materializzando lo scenario peggiore per la Lega: dietro a Fdi anche al Nord”, sintetizza Lorenzo Pregliasco, fondatore di Youtrend, postando un tweet del suo istituto di ricerca dove si dice che “secondo le proiezione e gli exit poll pervenuti finora, la lista di Fratelli d’Italia sarebbe sopra la Lega nella maggior parte delle città principali, anche nel Nord”.
(da agenzie)

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COMUNALI, DE PROFUNDIS DEL M5S

Giugno 14th, 2022 Riccardo Fucile

CONTE: “NON NASCONDO L’INSODDISFAZIONE”

Molto più di una sconfitta: il crollo generale, anche dove si sperava che “l’effetto Conte” avrebbe limitato le perdite.
Il Movimento 5 stelle esce dalle elezioni amministrative con le ossa rotte quasi ovunque e con la consapevolezza che ora la strada si fa per davvero in salita.
Il dato più eclatante è quello di Palermo: qui non solo il candidato dell’alleanza giallorossa perde al primo turno, ma la lista M5s si ferma al 7,6%. E se la Sicilia avrebbe dovuto essere la roccaforte di voti, la situazione è ancora più drammatica nelle altre città che sono andate al voto.
L’analisi dei dati delle città più popolose è impietosa: il Movimento ottiene il 4,4% a Genova; il 4,3% a Taranto; il 4,2% a Messina; il 2% a La Spezia; l’1,56% a Catanzaro; l’1,2% a Padova; l’1,8% a Pistoia; l’1,22% a Lodi; lo 0,71% a L’Aquila; il 2% a Piacenza.
A Rieti c’è stato un esperimento di lista Conte: si è bloccata allo 0,86%. Tra le pochissime eccezioni: Nola, dove il M5s prende il 12%. In generale risultati che lasciano poche speranze, tanto che oggi sembra credibile anche la profezia del nemico giurato Matteo Renzi sull’addio al simbolo “prima delle Politiche”.
Presto per dirlo, ma per sopravvivere allo choc sarà necessaria una vera e propria scossa dall’alto.
Intanto i vertici 5 stelle ripetono quello che per tanti anni è stato il ritornello: “Alle amministrative siamo sempre andati male” e di “funerali prima del tempo” “ce ne hanno fatti tanti”. Vero. Ma per superare la batosta, questa volta, ci vorrà molto più del Maalox evocato in passato da Beppe Grillo: dopo nove anni in Parlamento, la scusa dello scarso radicamento sui territori non può più bastare. Da Conte è arrivata una prima (debole) ammissione: “I dati non ci soddisfano”, ha detto il leader, “non possiamo accettare giustificazioni di comodo”. E poi cosa farà? I “big” M5s si trincerano dietro il silenzio, ma off the record commentano: “È un bagno di sangue”.
La botta di Palermo e il crollo generale da Genova a Taranto
Il risultato siciliano è quello che fa più male di tutti: l’Isola è stata laboratorio del Movimento 5 stelle per anni e l’impressione, confermata dai sondaggi, è sempre stata che lì ci fosse uno zoccolo duro di sostenitori da cui Giuseppe Conte avrebbe potuto ripartire. Non a caso il leader M5s è stato in prima linea nella campagna elettorale del candidato giallorosso Franco Miceli: l’ex premier è il padre del reddito di cittadinanza e in Sicilia, la Regione fra quelle che più ne beneficia, è stato accolto con grande calore.
Ma niente di tutto questo si è tradotto nelle urne: il 7,6% della lista, se i primi dati saranno confermati, è un risultato peggiore di qualsiasi aspettativa e sotto anche ad Azione di Calenda che prende l’8%.
Cinque anni fa il M5s alle Comunali presentò un suo candidato e la lista prese il 13 per cento delle preferenze. Un paragone improprio, ma da tenere in considerazione, è con le politiche del 2018: il Movimento a Palermo prese quasi tutto con oltre il 44% dei consensi. Un bacino di consensi che oggi sembra completamente prosciugato.
Ma le cose non vanno meglio in altre zone d’Italia. Prendiamo Genova, città del fondatore M5s Beppe Grillo: qui il Movimento oggi si ferma al 4,4%, superato leggermente anche dalla lista Europa Verde-Sansa (5%) e con gli ex M5s di Alternativa (rappresentanti dal senatore Mattia Crucioli) che prendono il 3,5%. Nel 2017, scorsa tornata amministrative, i 5 stelle presero il 18%. In Liguria i 5 stelle vanno malissimo anche a La Spezia (2%), superati pure da Sinistra italiana-Europa Verde (7%).
A Padova, dove il centrosinistra vince al primo turno con un sindaco civico, i grillini si fermano alla soglia dell’1,2 per cento. A Catanzaro, altra terra di accordo con i dem, il M5s fa l’1,56 ed è superato da vari gruppi di civiche.
Molto preoccupante anche il risultato di Taranto: prende il 4,3%, mentre il Pd quasi il 20.
Senza dimenticare che nelle due città dove il centrosinistra sta rivendicando un buon risultato o almeno il vantaggio (Parma e Verona), i 5 stelle neanche si sono presentati con una propria lista e sono di fatto inesistenti.
Infine, osservata speciale è la Campania dove tradizionalmente il M5s (e Luigi Di Maio) va forte. C’è il buon risultato di Nola, ma anche quello che “imbarazza” alcuni di Somma Vesuviana (Napoli): qui il M5s sosteneva il sindaco uscente con altre 6 liste tra cui “Somma al Centro per i giovani”, nata dal partito “Noi Di Centro” fondato dall’ex ministro della Giustizia e leader Udeur Clemente Mastella. Nello schieramento opposto, il Pd.
Conte: “Non mi nascondo”. E annuncia (un’altra) riorganizzazione
Il quadro è desolante per un Movimento che è prima forza in Parlamento e si prepara alla corsa delle politiche. In mattinata il vicepresidente M5s Riccardo Ricciardi ha tentato di addolcire la realtà: “Ho sentito tantissimi funerali dopo le amministrative”, ha detto, “e poi alle politiche succedeva quello che è successo. Siamo sereni, il percorso di rinnovamento messo in atto dal presidente Conte darà i suoi risultati nel prossimo futuro”. Ma nel pomeriggio è stato lo stesso Conte a presentarsi davanti ai giornalisti per ammettere che qualcosa non ha funzionato: “I dati che emergono dalle amministrative non ci soddisfano”, ha detto. “Non possiamo cercare giustificazioni di comodo. Ma c’è dato che mi fa male ed è quello dell’astensionismo”. E ancora: “Le amministrative sono state sempre state un tabù per M5s, a parte qualche tornata come a Torino e Roma. Però non sono qui per nascondermi dietro questa costante storica per il Movimento”. Per cercare di salvare il salvabile, Conte ha annunciato che lancerà un “percorso di completamento dell’azione politica e di organizzazione interna anche per quanto riguarda le articolazioni territoriali”. Perché, ha aggiunto, il risultato delle amministrative dipende anche dai ritardi su questa organizzazione sui territori, “un rallentamento dovuto anche a vicende esogene e a resistenze interne. Anche per le elezioni del Quirinale che oggettivamente ci hanno rallentato nel percorso”.
(da il Fatto Quotidiano)

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IL “SUCCESSONE” DI FRANCESCA DONATO A PALERMO: 0,33%

Giugno 14th, 2022 Riccardo Fucile

NON E’ RIUSCITA NEANCHE A OTTENERE UN POSTO IN CONSIGLIO COMUNALE

Arancine amare. Anzi, amarissime. Si era candidata a Palermo tentando di utilizzare come grimaldello dei consensi le sue paradossali uscite no vax (e non solo) sulla pandemia Covid.
Ma i cittadini del capoluogo siciliano non hanno premiato gli sforzi biennali di Francesca Donato. La sua lista per le Amministrative (sostenuta anche da personalità come l’ex magistrato Antonio Ingroia) non è riuscita a superare la tagliola di quella soglia di sbarramento del 5% e l’europarlamentare – ex leghista – non avrà un posto nel Consiglio Comunale.
I risultati dagli scrutini di Palermo sono molto vicini all’essere ufficiali, ma le dinamiche non sono destinate a cambiare.
Questa mattina, poco dopo le otto, all’appello mancavano solamente 45 sezioni sulle 600 presenti in tutta la città e la lista “Rinascita Palermo” si è fermato al 3% (o poco più). Cosa vuol dire questo? Niente seggio in Consiglio Comunale, come scritto nel comma 3bis dell’articolo 4 della Legge Regionale Siciliana (regione a Statuto speciale): “Non sono ammesse all’assegnazione dei seggi nei consigli comunali dei comuni con popolazione superiore a 15.000 abitanti, le liste che non hanno conseguito almeno il 5 per cento del totale dei voti validi espressi. Al fine della determinazione del quoziente elettorale circoscrizionale non si tiene conto dei voti riportati dalle liste non ammesse all’assegnazione dei seggi”.
Palermo, ovviamente, è sopra i 15mila abitanti e occorreva almeno il 5% dei voti a una lista per ottenere un seggio. Cosa che non è accaduta a Francesca Donato che, dunque, potrà continuare a svolgere le proprie funzioni di Europarlamentare (ma non più della Lega, visto che il Carroccio l’ha cacciata nell’ottobre dello scorso anno.
E c’è di più: perché la sua lista a Palermo ha ottenuto poco più di 6mila voti (circa il 3% rispetto al totale dei voti conteggiati), ma solo 625 aventi diritto (lo 0,33%) hanno deciso di votare esclusivamente lei come futura sindaca di Palermo.
(da agenzie)

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ALESSANDRA GHISLERI: “IL FUTURO È DI LETTA E MELONI”

Giugno 14th, 2022 Riccardo Fucile

“IL SORPASSO DI FRATELLI D’ITALIA SULLA LEGA? IL PARTITO DI MELONI IN QUASI TUTTO IL NORD HA ACQUISITO PICCOLI PORTATORI DI VOTI DA FORZA ITALIA E DALLA LEGA”… “I 5 STELLE SONO NATI SU TANTI NO, NON POSSONO PIÙ TORNARE INDIETRO. NON SAREBBERO PIÙ CREDIBILI”

I risultati delle elezioni comunali e dei referendum non spostano decisamente il Paese verso una coalizione, anche perché gli italiani hanno ancora tanta paura dell’ignoto indotto da pandemia e guerra e tuttavia premiano le due forze che stanno provando a pianificare il proprio futuro: i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni e i Democratici di Enrico Letta.
Non è ancora detto che potrebbero diventare loro i partiti-guida alle prossime elezioni politiche. L’analisi di Alessandra Ghisleri, leader di Euromedia Research, lo conferma: anche stavolta i numeri elettorali non parlano da soli: bisogna saperli leggere, per capire quali scenari preparano. Con una responsabilità in più: oramai i leader interpretano il mondo attraverso i sondaggisti e dunque i più professionali di loro sono diventati le “Sibille” della politica italiana.
Affidarsi a voi non è peccato, ma farne derivare ogni decisione non trova che sia abdicare alla loro funzione: da leader a follower?
«Non è sbagliato. È sbagliatissimo! I sondaggi vengono fatti per capire qual è il mood dell’opinione pubblica. Se tu rispondi direttamente al sondaggio, vuol dire che non lo hai capito. Il leader deve studiare i dati e decidere autonomamente il da farsi. Programmare un percorso».
Sul flop dei referendum tante cause. Ma chi li ha promossi, non li ha poi abbandonati per strada?
«Chi grida allo scandalo sono gli stessi che non hanno cavalcato più di tanto i referendum. Chi ha raccolto le firme, ha un po’ abbandonato il campo».
Leggendo bene i dati dei referendum, scopri che la separazione delle carriere ha avuto un milione e 700mila sì in più rispetto ad altri quesiti: un voto pensato?
«Un voto consapevole, per chi ha votato: in genere i più adulti. Può disturbare l’idea ma i più giovani sono rimasti abbastanza insensibili. E questo non è un buon segnale: la società cambia per loro e per quelli di loro che saranno classe dirigente».
Quando è chiamato a votare quasi un italiano su cinque, è lecito aspettarsi un trend: non pensa che invece abbiamo la conferma di tendenze note, i sindaci uscenti sono intoccabili, mentre una qualche differenza possono farla candidati assai azzeccati o assai infelici?
«È così. Sui sindaci uscenti c’è da fare una riflessione importante. Escono da due anni di pandemia, da una gestione complicata. Si premia il sindaco, la persona. Pensiamo a Bucci, a Genova: l’altra volta si era candidato col centrodestra, stavolta lo ha fatto da solo, col sostegno del centrodestra. Ha allargato il “mercato”. La gente si affeziona a chi fa bene ed è competente. La Lista Bucci ha superato in voti la lista che l’aveva trainato: la Lega».
Elezioni e referendum che umore restituiscono del Paese?
«Una insofferenza verso un sistema politico che pensa di conquistare il consenso con le strette di mano durante la campagna elettorale. Insofferenza verso una politica che non tiene conto di quel che la gente sente e vede tutti i giorni, dal costo della vita al lavoro difficile. Ma quel che manca è una pianificazione del futuro del Paese, dire chiaro: ci metteremo tot anni, ma cambieremo le cose per davvero. Tutto sembra gestito in emergenza».
L’effetto-guerra più lo spettro recessione, chi ha aiutato? E a chi può dare una spinta nei prossimi mesi?
«L’effetto-guerra per noi è economico. Se uno avesse votato ai referendum, sapeva che non avrebbe avuto nessun beneficio economico. Sul medio periodo la guerra può mettere in difficoltà un sistema nel quale nulla è stato pianificato, anche perché gli italiani sono molto pigri e vorrebbero essere accompagnati in ogni percorso».
Nel Lombardo-Veneto si registrano diversi sorpassi dei Fratelli d’Italia sulla Lega; piccoli avanzamenti ma simbolici: la frenata di Salvini non si ferma più? E i Fratelli diventano partito nazionale?
«Lei dice sorpassi simbolici e io penso che nei simboli ci sia sempre qualcosa da studiare e da capire. Da mettere a frutto. A Verona sembra che i Fratelli d’Italia abbiano più voti della Lega e così anche in altre realtà del Nord. Il partito di Meloni in quasi tutto il Nord ha acquisito piccoli portatori di voti da Forza Italia e dalla Lega. A Meloni, considerata troppo legata a Roma, mancava una rete al nord. E le mancava una classe dirigente importante. Non a caso la sua Convention l’ha fatta a Milano. Dimostrando, ecco il punto, che lei sta costruendo un percorso. Lei ogni volta conta i suoi voti. Anche a costo, talora, di perdere col candidato. Per lei conta più il partito del leaderismo. Una scuola più antica e diversa dagli altri. Con Salvini la Lega non è più la Lega della Padania, ma la Lega di Salvini».
Partita patta per il Pd?
«Credo che i buoni risultati di Azione e Più Europa e quelli negativi dei Cinque stelle pongano un problema a Letta, che pure sta facendo la sua pianificazione: ricostruire storia e valori per tutti quei movimenti che si sono allontanati».
I 5 Stelle sono residuali: l’unica chance è tornare alle origini antisistema? O sono dentro una gabbia
«Loro sono nati su tanti No. Essendo stati al governo e avendo messo le mani nel sistema, non possono più tornare indietro. Non sarebbero più credibili. Devono costruire un percorso».
Il futuro è di Letta e Meloni?
«Le tendenze vanno in quella direzione, ci sono due partiti che si confrontano come centro-destra e come centro-sinistra, due percorsi diversi ma simili. Stanno lavorando sulla loro strada, cercando il proprio baricentro».
(da la Stampa)

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LA LEGA SI PREPARA A SPEDIRE SALVINI AI GIARDINETTI: IL “CAPITONE” ESCE A PEZZI DAL DOPPIO FLOP REFERENDUM-AMMINISTRATIVE: IN 22 COMUNI SUI 26 PIÙ GRANDI IL CARROCCIO È FINITO DIETRO FRATELLI D’ITALIA

Giugno 14th, 2022 Riccardo Fucile

LA LEGA PRENDE SCHIAFFONI DALLA MELONI ANCHE NELLE ROCCAFORTI STORICHE AL NORD, E NEI COMUNI CON PIÙ DI 15MILA ABITANTI È COSTANTEMENTE SOTTO IL 10%… “SE I SONDAGGI A SETTEMBRE CI DIRANNO CHE ANCHE A LIVELLO NAZIONALE SCENDEREMO PIÙ IN BASSO DI QUELLA QUOTA, BEH, QUALCOSA SI DOVRÀ FARE”

Cadono una alla volta, le roccaforti storiche della Lega. E naufraga il progetto di espansione al Sud con un simbolo nuovo. Matteo Salvini, man mano che va avanti lo spoglio delle amministrative, si ritrova dentro un incubo.
In 22 dei 26 Comuni più grandi finisce dietro Fratelli d’Italia. I sondaggi negativi si tramutano in dati veri. Sconfortanti. La leadership della coalizione è persa.
Il Carroccio arranca dietro Giorgia Meloni a Genova come a Verona, persino a Monza e Como. A Lodi la lista di Salvini è avanti ma la Lega perde la sindaca uscente, Sara Casanova. Non va meglio in Piemonte.
Alessandria è la patria del capogruppo alla Camera Riccardo Molinari: ma lì un altro primo cittadino uscente, Gianfranco Cuttica, è costretto al ballottaggio e la lista della Lega ha cinque punti di svantaggio rispetto a FdI.
Il copione non cambia in Emilia, fra Parma e Piacenza, e neppure in Toscana, fra Lucca e Pistoia. A L’Aquila i meloniani sono tredici punti sopra i “cugini”.
La vera debacle è al Sud, dove debuttava il simbolo “Prima l’Italia”, embrione di un progetto di aggregazione più ampia (con moderati e civiche) dal respiro nazionale. Il risultato è stato un tonfo: a Palermo “Prima l’Italia” fino all’ultimo rischia di restare sotto il cinque per cento e di non entrare dunque in consiglio comunale. A Catanzaro la Lega sotto mentite spoglie oscilla fra il 6 e il 7 per cento, a Taranto precipita sotto il tre per cento.
Nessuno, nella Lega, immaginava un exploit del partito in queste amministrative. Ma nessuno, d’altra parte, si attendeva un crollo di queste dimensioni. La Lega, salvo rare eccezioni, è costantemente sotto il 10 per cento nei Comuni con più di 15 mila abitanti, in cui si è votato con il sistema proporzionale.
Il 10 per cento, si badi, è la soglia sotto la quale l’ala governista del partito è pronta a far scattare l’alert, a mettere in discussione il segretario. «Difficile accada qualcosa subito – dice un autorevole esponente di quest’ area – ma se i sondaggi a settembre ci diranno che anche a livello nazionale scenderemo più in basso di quella quota, beh, qualcosa si dovrà fare». Il credito di fiducia di Salvini nei confronti dei big si sta esaurendo.
Sempre più forti, nel silenzio ufficiale del movimento, i malumori per alcune scelte del senatore milanese ritenute sciagurate, dall’oscillazione su vaccini e Green pass della scorsa estate, fino al pasticcio del mancato viaggio a Mosca. In mezzo, un’avventura referendaria finita nel peggiore dei modi.
Ora il leader è in una tenaglia: da un lato Giorgia Meloni che parla da maggiore azionista della coalizione e invita gli alleati a mollare Draghi. Dall’altro il pressing appunto della componente istituzionale – Giorgetti, Zaia, Fedriga – che non sono più disposti a sopportare azioni di indebolimento del governo.
E in questa frangia del partito, ieri mattina, si era diffuso il sospetto che Salvini volesse staccare la spina all’esecutivo Draghi, con la convocazione di un consiglio federale con i requisiti dell’urgenza. Alla fine, assente Giorgetti («per motivi familiari di salute», ha detto Salvini) si è parlato di sconti su carburanti ed energia, di rottamazione delle cartelle esattoriali e di superamento della Fornero. Di un incontro da chiedere al premier e al ministro per l’Economia Daniele Franco.
«Nessuno ha fatto una polemica, solo proposte», ha detto alla fine il segretario. Mentre sottotraccia gli altri facevano circolare lo smarrimento per un vertice convocato per parlar d’altro, prima ancora che si conoscesse l’esito (non lusinghiero per la Lega) delle amministrative.
Salvini, intanto, non può che fare buon viso a cattivo gioco.Deve accettare che Meloni si attribuisca il ruolo di «traino della coalizione» ma ribatte dicendo che «la Lega è il collante del centrodestra». E il segretario fa sapere che per lui la partita per Palazzo Chigi non è chiusa a favore dell’alleata-rivale: il leader del centrodestra, dice, lo decideranno gli italiani ma non ora, «alle prossime elezioni politiche».
L’ultimo pallonetto alzato a difesa di un partito sempre più in crisi. L’ultimo sussulto malinconico di un lunedì nero.
(da la Repubblica)

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“CONTE NON E’ L’UOMO GIUSTO PER IL MOVIMENTO”: L’EX SINDACO GRILLINO DI PARMA, PIZZAROTTI, AFFOSSA LA LEADESHIP DELL’EX PREMIER

Giugno 14th, 2022 Riccardo Fucile

“AVREBBE DOVUTO CREARE UN MOVIMENTO NUOVO: QUESTO NON LO PUÒ CAMBIARE DA DENTRO, NON NE HA L’AUTORITÀ. MEGLIO DI MAIO: QUELLO DI OGGI È BEN DIVERSO DA QUELLO DI UNA VOLTA. IL PROBLEMA È CHE IL M5S ORA NON ESPRIME VALORI NÉ OBIETTIVI”

«Ha vinto il modello Parma e ora credo che si debba puntare a un modello Italia, a una rivoluzione che parta da qui».
A mezzanotte Federico Pizzarotti arriva al comitato di Michele Guerra, che fu suo assessore e che ora è nettamente in testa nel ballottaggio. Lo abbraccia ma guarda già oltre la città che ha governato per dieci anni. Guarda alle prossime Politiche e a Roma, con l’ambizione di un seggio da deputato.
I 5 Stelle sono spariti, non esistono più a Parma.
«Non solo a Parma. Nel 2012 le Regionali in Sicilia anticiparono il boom del Movimento. Ora credo che sarà l’inverso: le prossime annunceranno il declino finale».
Per Enrico Letta Parma può essere «una mosca cocchiera, avanguardia di uno schema nazionale».
«Sono d’accordo. Parma è un laboratorio, serve un’alleanza larga: il Pd, con la sinistra, il centro di Italia viva e gli ambientalisti. La formula ereditata da Zingaretti e Bettini, il campo largo del Pd con i 5 Stelle, non funziona più. Lo dice anche l’aritmetica».
E Conte, che era «il punto di riferimento fortissimo» della sinistra?
«Non penso sia l’uomo giusto. Avrebbe dovuto creare un Movimento nuovo: questo non lo può cambiare da dentro, non ne ha l’autorità. Per ora cerca l’identità solo sui giornali».
Meglio Di Maio?
«Il Di Maio di oggi è ben diverso da quello di una volta. Certo, ha fatto tutto e il contrario di tutto. Ma proprio per questo, è uno che può cambiare il Movimento. Il problema però è che il M5S ora non esprime valori né obiettivi. Deve cambiare politica. La spinta propulsiva anti sistema e anti tutto è finita».
Serve un nuovo Ulivo?
«Sì, anche se non serve rifarsi a modelli del passato. Il centrosinistra deve essere largo, deve riassorbire, non necessariamente dentro il Pd, quelle aree uscite con la segreteria Renzi. Come Mdp e Articolo 1. Ma anche loro devono fare ordine: ci sono più sigle che esponenti. Serve qualcuno che riesca a conciliare campi diversi».
Letta? O Bonaccini?
«Letta con le Agorà ha cominciato un giusto percorso. Bonaccini ha tutte le caratteristiche per essere un buon leader, ma non entro nelle questioni interne del Pd».
C’è anche l’incognita della legge elettorale.
«Io sono per il ripristino delle preferenze. L’affluenza non premia il modello politico italiano. Il Parlamento è stato mortificato, i parlamentari vengono considerati inutili e sono invisibili. Bisogna cambiare modello e agganciare i parlamentari ai territori».
Non c’è il rischio dell’aumento del voto di scambio?
«Nessun modello è perfetto. Senza preferenze, le liste bloccate le fa il segretario».
E il centro di Calenda? A Parma è restato fuori, a differenza di Italia viva.
«La sua è stata un’operazione miope e poco coraggiosa. Credo che in questo nuovo modello ci debba essere anche l’area politica di Calenda. Ma non necessariamente lui».
(da il Corriere della Sera)

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E ANCHE ZEMMOUR CE SE LO SIAMO LEVATO DALLE PALLE

Giugno 14th, 2022 Riccardo Fucile

ALLE ELEZIONI LEGISLATIVE IN FRANCIA IL SUO PARTITO, “RECONQUETE”, SI FERMA AL 4%. NESSUN SEGGIO… MACRON AVANTI PER UN SOFFIO (9 CENTESIMI DI VOTO) SU MELENCHON

È la disfatta più completa e repentina della politica francese: Éric Zemmour eliminato al primo turno (di nuovo, dopo la presidenziale), il partito Reconquête si ferma al 4 per cento, e nessuno degli altri candidati ha qualche speranza di entrare in parlamento.
Domenica sera il candidato di estrema destra ha dato appuntamento ai suoi sostenitori a Cogolin, incantevole villaggio provenzale vicino a Saint Tropez, nella circoscrizione del Var dove Zemmour si era presentato sperando di raccogliere il voto dei facoltosi e non più giovani nostalgici della Francia che fu. Ma intorno alle 21, davanti al ristorante Chez Nous (A casa nostra) di Rue Nationale – che trionfo di simboli nazionalisti – uno Zemmour dalla voce affaticata si è presentato davanti alle telecamere e ai pochi fan: «Vi ringrazio, mi sarebbe piaciuto essere il vostro rappresentante. Dobbiamo continuare a batterci, ormai siamo l’unico partito di destra».
Ma come battersi, senza neanche un deputato? Zemmour è a terra, finisce il discorso in cinque minuti, cancella tutti gli inviti tv e poi si chiude nel ristorante. Solo il 5 aprile scorso scriveva su Twitter, sicuro: «Sarò presidente della Repubblica. O capo dell’opposizione».
Zemmour volava nei sondaggi, faceva comizi da 20 mila persone, e molti tradivano Marine Le Pen – prima fra tutte la nipote Marion Maréchal – per passare dalla parte del vincitore predestinato.
Invece Zemmour, con i suoi eccessi e la sua violenza verbale, ha finito per stare antipatico ai francesi rafforzando senza volerlo la rivale del Rassemblement national.
(da agenzie)

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CONTE E’ SVAPORATO, SALVINI E’ ORMAI INCAPACE DI INTENDERE E DI VOLERE

Giugno 14th, 2022 Riccardo Fucile

QUATTRO ANNI FA ALBEGGIAVA IL GOVERNO GIALLOVERDE, ED ERA IL SOL DELL’AVVENIRE POPULISTA… NON SAPPIAMO SE ESSERE PIÙ STUPEFATTI DALLA FACILITÀ CON CUI IL PATRIMONIO È STATO ACCUMULATO O DALLA RAPIDITÀ CON CUI È STATO DILAPIDATO

Fa impressione pensare che quattro anni fa – giugno 2018 – albeggiava il governo gialloverde, ed era il sol dell’avvenire populista.
Quattro anni più tardi, i leader del partito giallo e del partito verde, allora titolari di un complessivo cinquanta per cento (33 più 17), si industriano in surreali conferenze stampa con cui eludere la personale rovina: Giuseppe Conte svaporato al culmine del mercimonio esercitato con un Movimento che, come Isabella di Castiglia, si concede a chi lo piglia, e Matteo Salvini, ormai incapace di intendere e di volere, e umiliato al nord dalla destra romana di Giorgia Meloni.
Non so se essere più stupefatto dalla facilità con cui il patrimonio è stato accumulato o dalla rapidità con cui è stato dilapidato, ma forse devo conservare lo stupore per il prossi
Ora non vorrei equiparare due leader imbarazzanti come Salvini e Conte a qualche predecessore, magari discutibile ma di altra levatura, però il modo allucinato di votare degli italiani negli ultimi trent’ anni, all’inizio con la perfetta e inesorabile alternanza fra destra e sinistra, e soprattutto negli ultimi quindici, con gli effimeri trionfi di Silvio Berlusconi (2008), Matteo Renzi (2014), Beppe Grillo (2018), Matteo Salvini (2019), e già si annuncia Giorgia Meloni, ecco, mi fa ricredere su una frase di Leonardo Sciascia, che non mi era mai piaciuta ma ora mi pare perfetta. Il fascismo, diceva, appendeva la sua bandiera al corno del popolo, la democrazia lascia che ognuno si appenda alle corna la bandiera che crede, ma alla fine il popolo cornuto era e cornuto resta.
Mattia Feltri
(da “la Stampa”)

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