Giugno 14th, 2022 Riccardo Fucile
MONZA, SESTO SAN GIOVANNI E COMO VANNO AL SECONDO TURNO, ANCHE SE NEI PRIMI DUE CASI È AVANTI IL CENTRODESTRA… I DEM PERÒ GONGOLANO IN VISTA DELLE ELEZIONI REGIONALI DEL 2023: “È STATO SPEDITO L’AVVISO DI SFRATTO A FONTANA”
Una vittoria e tre ballottaggi, di cui uno partendo in vantaggio e senza
nemmeno il candidato del centrodestra. In Lombardia, dopo il primo turno, il centrosinistra guarda con più ottimismo alle Regionali del prossimo anno.
Appuntamento rimandato al 26 giugno per due capoluoghi di provincia e nella ex Stalingrado d’Italia, Sesto San Giovanni.
A Lodi il Pd, con un volto giovane e un campo largo, è invece riuscito a strappare alla Lega uno dei Comuni simbolo della sconfitta dem alle amministrative del 2017.
Il centrodestra può inseguire la riconferma a Sesto, dove ha sfiorato la vittoria al primo turno, e a Monza dov’è in vantaggio. Mentre a Como non rientra neppure nel ballottaggio per un pugno di voti.
Il prossimo anno si gioca il futuro della Regione: per il centrosinistra «l’inversione di tendenza in Lombardia è iniziata».
«Vincere a Lodi significa vincere le politiche del prossimo anno», aveva detto il segretario Pd Enrico Letta chiudendo qui la campagna elettorale. Andrea Furegato, 25 anni, impiegato bancario e cintura nera di judo, il secondo più giovane nella storia della città, sostenuto da una coalizione composta da liste civiche e dal M5S, ha battuto al primo turno con il 58,9% dei voti l’uscente Sara Casanova (37,2%).
«Sarò il sindaco di tutti i lodigiani – commenta dal quartier generale -. Il nostro dovere era quello di mandare a casa il centrodestra e ce l’abbiamo fatta».
A Sesto il sindaco Roberto Di Stefano è in vantaggio di dieci punti sullo sfidante Michele Foggetta, segretario locale di Sinistra Italiana e a sorpresa uscito vincitore dalle primarie.
Polemiche roventi in campagna elettorale su entrambi i fronti. Foggetta è finito sotto accusa per certe vecchie dichiarazioni contro Israele, la Lega per aver scelto come capolista l’assessore Claudio D’Amico, noto per essere l’uomo che ha costruito assieme a Gianluca Savoini i rapporti tra la Lega e l’entourage di Putin.
A Monza il sindaco uscente di Forza Italia Dario Allevi cercava il bis (impresa mai riuscita ai predecessori). Esce dal primo turno in testa col 47,6% sul dem Paolo Pilotto (39,8%), mentre a Como il centrosinistra con Barbara Minghetti è in testa con il 39,3%: contro di lei il 26 giugno ci sarà Alessandro Rapinese, che per la terza volta consecutiva cerca di conquistare la poltrona, e non il centrodestra di Giordano Molteni.
«La vittoria a Lodi e i ballottaggi a Como e a Monza dimostrano che il centrosinistra in Lombardia cresce rispetto al centrodestra a trazione Lega – dice il segretario del Pd lombardo, Vinicio Peluffo -. A Lodi la scommessa più audace, un test nazionale. Questa vittoria è la via da percorrere per le regionali. L’avviso di sfratto a Fontana è già stato spedito».
(da Corriere della Sera)
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Giugno 14th, 2022 Riccardo Fucile
FDI DAVANTI ALLA LEGA IN 10 COMUNI SU 16
Chi sarà il primo, in casa leghista, a trovare il coraggio di alzare la voce, chiedendo conto a Matteo Salvini del vistoso arretramento in Veneto alle elezioni amministrative, a tutto vantaggio di Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni?
Il confronto tra i due partiti è finito 10 a 5 a favore di FdI, a dimostrazione che in regione a dare garanzie al Carroccio è soprattutto il traino del governatore Luca Zaia.
Quando non c’è lui di mezzo, la situazione si complica. Non a caso, il presidente della Regione, commentando i risultati, ha cercato di prevenire gli incendi, concentrandosi sulle divisioni della coalizione (in particolare a Verona) e non ha citato nemmeno il cambio di rapporti di forza con FdI.
“I numeri ci dicono che dove il centrodestra corre unito si portano a casa i comuni, dove invece ci si presenta separati, peggio ancora se la separazione è anticipata da dibattiti spesso poco comprensibile ai cittadini, gli elettori giustamente puniscono il centrodestra. La visibilità politica dei dati va a chi rotture non ne crea”.
Zaia ha così lanciato il monito pensando agli strappi di cui porta la responsabilità il vertice milanese della Lega: “Dobbiamo essere uniti, inclusivi, visto che la visione deve essere di una coalizione di centrodestra, però rispettosa di tutte quelle aree moderate che magari non si sentono rappresentate nel panorama politico italiano, ma possono trovare una casa comune”.
L’allarme nasce dal vistoso sorpasso di Giorgia Meloni. In 16 Comuni veneti Lega e FdI erano riconoscibili con il logo sulla scheda. In dieci di questi 16 Comuni ha prevalso FdI, la Lega cinque volte, in un caso il candidato era zaiano. E non si tratta di piccoli Comuni, ma di tutti i tre capoluoghi di provincia.
A Verona Meloni ha incassato l’11,94 per cento (ma ci sono anche i consensi diretti alla lista di Federico Sboarina, candidato sindaco con tessera di FdI), Salvini soltanto il 6,60: 12.276 voti contro 6.786. Praticamente il doppio.
E pensare che la Lega aveva investito molto, anche come sforzo pubblicitario, per valorizzare il voto alla lista, considerando che la base non aveva molto gradito l’acquiescenza al candidato di destra.
Per misurare la crescita della Meloni basti poi pensare che nel 2017 era al 2,7 per cento mentre Salvini stava all’8,8.
A Padova lo stacco è forse ancora più netto, visto che cinque anni fa il candidato sindaco era Massimo Bitonci, leghista doc, molto vicino al segretario Salvini: allora la Lega aveva raccolto il 6,6 per cento, oltre a una dote del 24 per cento della lista Bitonci, mentre FdI era rimasto fermo al 2,2 per cento.
Adesso cambia tutto: la destra all’8,27 per cento, la Lega al 7,35 per cento. Proprio a Padova la base ha contestato la scelta del candidato Francesco Peghin, voluta dall’ex sindaco Massimo Bitonci, considerato troppo estraneo al mondo leghista.
A Belluno, dove il candidato di centrodestra ha vinto al primo turno, Fratelli d’Italia ha avuto il 10,46 per cento dei consensi, la Lega il 9,42 per cento. Non c’è dubbio che la Meloni abbia portato il partito ad essere il primo della coalizione, pur in elezioni amministrative e non politiche.
Poi ci sono gli altri Comuni in cui Fratelli d’Italia prevale: Feltre (8,54 contro 6,97 per cento) nel Bellunese; Abano Terme (12,82 contro 7,36 per cento) e Vigonza (13,86 contro 10,62 per cento) nel Padovano; Silea (16,90 contro 12,45 per cento) nel Trevigiano; Jesolo (12,61 contro 9,98 per cento), Mira (8,57 contro 7,75 per cento) e Mirano (13,65 contro 9,51 per cento) nel Veneziano.
La situazione si rovescia a favore della Lega in cinque comuni: Marcon (14,82 per la Lega, 12,88 per cento per FdI), Santa Maria di Sala (17,92 contro 7,71 per cento), Thiene (7,74 contro 4,15 per cento), Rosà (64,65 voti per la candidata leghista) e Cerea (48,88 per la Lega, 30,93 per Fratelli d’Italia).
C’è poi un sedicesimo caso, il piccolo comune di Tarzo (Treviso) dove Gianangelo Bof ha avuto un plebiscito con l’88,2 per cento, ma si tratta di un candidato di Zaia, nella zona di appartenenza del governatore.
(da agenzie)
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Giugno 14th, 2022 Riccardo Fucile
LE PIU’ VOTATE? LE LISTE CIVICHE… TESTA A TESTA TRA CENTRODESTRA E CENTROSINISTRA
Pd primo partito e testa a testa tra i due schieramenti di centrodestra e
centrosinistra.
È questo quanto riportato dall’analisi Youtrend sul totale dei Comuni con oltre 15mila abitanti (escluse Sicilia e Friuli-Venezia-Giulia).
I dem conquistano la vetta dei consensi con il 17,2 per cento delle preferenze e si piazzano davanti a Fdi (10,3%), Lega (6,7%) e Fi (4,6%). Chi però ottiene la maggior parte dei voti sono le liste civiche: quelle di centrodestra (che raccolgono ben il 22,2%) ma anche quelle di centrosinistra (18,7%).
Nel complesso, le liste di centrodestra ottengono il 43,8% dei voti validi, contro il 41,9% ottenuto dalle liste della coalizione giallorossa, in cui però spicca in negativo il dato del M5s, che raccoglie solo il 2,1%.
Se poi l’analisi si concentra solo sui Comuni capoluogo, il Pd sale ancora ed è primo partito con il 19% dei voti.
Partendo dalla necessaria premessa che è difficile fare un’analisi nazionale di elezioni locali, ognuna delle quali aveva le sue peculiarità, i dati però permettono di capire le tendenze dei singoli partiti sui territori. Così, nonostante le sconfitte di Genova e Palermo, il Pd può rivendicare il buon risultato a livello di lista.
“Quello che già oggi emerge chiaramente è che il centrosinistra vince quando è unito”, ha commentato Enrico Letta nel corso di una diretta Instagram per commentare il voto, “quando lavora in modo più unitario possibile, quando mette in campo candidature credibili. E poi esce fuori il dato forse per noi più importante in questo momento, il Partito democratico è il primo partito d’Italia”.
Come ricordato dall’agenzia Adnkronos, Letta solo venerdì scorso parlava di “un test per il campo largo“. Ora i risultati fotografano nuovi equilibri, soprattutto all’interno della coalizione giallorossa: il Pd, a fronte del crollo M5s, dovrà valutare come far pesare la sua posizione.
E visto l’exploit del terzo polo di Carlo Calenda, il dibattito sulle alleanza è già iniziato. E’ partito per primo il dem Andrea Marcucci. “Il Pd per competere deve avviare un dialogo con Azione, Italia Viva ed i civici”, ha detto. Anche il senatore Alessandro Alfieri, coordinatore di Base Riformista, parla di “campanello d’allarme”, di “crollo clamoroso” e “preoccupante” dei 5 Stelle su cui riflettere.
Tuttavia dal Nazareno non nascondono che, sebbene ci sia molto da lavorare, allo stesso tempo il Pd primo partito è sempre “più centrale” per la costruzione di qualunque alternativa alla destra.
“L’unico argine a evitare la vittoria delle destre è un centrosinistra, un campo progressista attorno al Pd”, scandisce Letta.
I 5 stelle, è la riflessione tra i dem, hanno i loro guai e non hanno opzioni se non seguire il Pd. E anche il polo riformista di Calenda è tutto da costruire (“non esiste”, è drastico un dirigente dem) e senza il Pd non va da nessuna parte. Quanto a Matteo Renzi poi viene dato ormai a destra. Calenda, si sottolinea, almeno “ha presentato due liste e ha gareggiato, Renzi si è nascosto tra i civici solo per governare e prendere poltrone”.
Sul fronte del centrodestra, anche l’analisi di Youtrend a livello nazionale conferma la tendenza: Fdi ha superato il Carroccio e può rivendicare la posizione dominante all’interno della coalizione.
Lo stacco è netto: 10,3 per cento contro il 6,7% dei leghisti. Un dato abbastanza stabile anche se il focus è solo sulle città capoluogo: Fdi al 10,4 (aumento dello 0,1) e Lega in calo dello 0,4 al 6,3 per cento.
Ormai stabilmente terza Forza Italia che, quasi ovunque (una delle eccezioni è Monza), si conferma all’inseguimento dei due alleati.
Ma il problema della coalizione è riuscire a non litigare, almeno platealmente. La pace interna non ha retto neanche qualche ora dopo il voto: Giorgia Meloni ha invitato Fi e Carroccio ha lasciare il governo e ha protestato per il mancato appoggio alle prossime Regionali del suo candidato Nello Musumeci.
(da agenzie)
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Giugno 13th, 2022 Riccardo Fucile
CENTROSINISTRA IN VANTAGGIO AI BALLOTTAGGI A VERONA E PARMA…CROLLO LEGA E M5S, FDI SORPASSA LA LEGA ANCHE AL NORD… PD PRIMO PARTITO
Come anticipato dagli exit poll, il centrodestra vince al primo turno a Palermo con Roberto Lagalla, a Genova e a L’Aquila, rispettivamente con Marco Bucci e Pierluigi Biondi sopra il 50%.
Il centrosinistra vince a Lodi, a Padova e a Taranto, che esce dal commissariamento.
A Verona in vantaggio l’ex calciatore della Roma Damiano Tommasi – sostenuto dal centrosinistra che a oltre metà scrutinio è sopra il 39% – che andrà al ballottaggio con Federico Sboarina (Fdi), davanti a Flavio Tosi (centrodestra). Tutto si gioca sull’elettorato di Tosi al ballottaggio, che potrebbe convergere in parte su Tommasi.
Al secondo turno andrà anche Parma dove è in vantaggio il centrosinistra con Michele Guerra (appoggiato anche da Effetto Parma di Federico Pizzarotti) che ottiene il doppio dei voti del candidato di centrodestra e in passato già primo cittadino, Pietro Vignali, con il quale se la vedrà il 26 giugno.
E sia a Parma che a Verona FdI come voto di lista supera la Lega. Che ha avuto un crollo dietro il partito di Giorgia Meloni in tutta Italia, come anche il M5S.
Matteo Salvini prova a minimizzare in conferenza stampa: “Il centrodestra unito vince, diviso va al ballottaggio” puntualizzando però che “il leader della coalizione si deciderà alle prossime Politiche”. Nel 2023, dunque.
Soddisfatto dei risultati il segretario dem, Enrico Letta: “Il Pd è il primo partito in Italia”.
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Giugno 13th, 2022 Riccardo Fucile
IL PROCESSO TERMINA IN DUE MODI
I campi di filtraggio sono dei veri e propri checkpoint, attraverso i quali i cittadini ucraini sono costretti a passare e a scegliere se rimanere nella propria città assediata o fuggire nel paese che ha distrutto la loro casa.
E così, prima di essere smistati verso i luoghi finali della deportazione in Russia, le persone vengono fotografate e interrogate, sottoposte alla rilevazione delle impronte digitali e al controllo dei loro telefoni cellulari.
“Agli uomini viene ordinato di spogliarsi fino a rimanere in mutande, mentre i russi cercando sui loro corpi tatuaggi che potrebbero rivelare un legame con i gruppi nazionalisti ucraini. A tutti viene chiesto se loro o qualcuno che conoscono abbia prestato servizio nell’esercito ucraino”, scrive il Guardian.
La testata britannica riporta, attraverso le testimonianze di chi le ha subite, le crudeltà perpetrate nei campi di “filtraggio”.
Le testimonianze dei rifugiati ucraini che, prima di entrare in Georgia, sono transitati dal campo di Nikolske, una città nell’autoproclamata Repubblica popolare di Donetsk, sono particolarmente drammatiche. Dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, circa 20 mila ucraini sono entrati nell’ex repubblica sovietica.
Non riuscendo a fuggire dalle città occupate come Mariupol e Kherson verso ovest del territorio ucraino, molti ucraini hanno dovuto fare ingresso in Russia venendo sottoposti al processo di pre-smistamento. Una delle vittime, la 60enne Olena, ha raccontato che, nel corso del suo interrogatorio, al tavolo accanto veniva interrogato un altro uomo a cui i russi avevano trovato addosso un portachiavi con l’immagine dello stemma ucraino. Allora – scrive il Guardian – “quattro guardie hanno picchiato selvaggiamente l’uomo con manganelli e calci alla testa, prima di gettarlo fuori a temperature sotto lo zero, senza cappotto o cappello”.
Quella raccontata da Olena è solo una delle tante storie provenienti dai campi di “filtrazione”, che sono stati allestiti principalmente in città e villaggi della Repubblica popolare di Donetsk, come Novoazovsk, Mangush, Bezimenne e Nikolske.
“Gli ucraini che fuggono da Mariupol in autobus – riporta la testata britannica – spesso arrivano nei campi inconsapevolmente, dopo che gli è stato detto che sarebbero portati in città controllate dagli ucraini. Una volta giunti sul posto, di solito non sono autorizzati a lasciare la città”.
Il processo pre-smistamento, racconta ancora il Guardian, di solito termina in due modi: “O si ‘supera’ l’interrogatorio e si riceve un piccolo pezzo di carta timbrato con la data del ‘filtraggio’ e la firma dell’ufficiale supervisore, oppure si viene trattenuti per ulteriori interrogatori”.
(da Globalist)
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Giugno 13th, 2022 Riccardo Fucile
OGGI I PADOVANI HANNO RICONFERMATO IL SINDACO GIORDANI
Un episodio vergognoso quello avvenuto sul palco organizzato dal centrodestra a Padova lo scorso 10 giugno in occasione della chiusura della campagna elettorale in vista delle amministrative.
La coordinatrice provinciale di Fratelli d’Italia Elisabetta Gardini chiama a raggiungerla Francesco Peghin, candidato sindaco della coalizione, e un ospite, Antonio Ludovico Dodi, della Lega, candidato nel 2017 con Massimo Bitonci nella lista Veneto Libertà.
Quest’ultimo si lancia in un’imitazione del sindaco uscente, Sergio Giordani, accentuando il suo modo di parlare difficoltoso dovuto a un ictus che lo ha colpito cinque anni fa proprio durante la campagna elettorale. Gardini è stato seguito da logopedisti e attori per migliorare nel linguaggio dopo l’episodio.
Gardini fingeva di intervistarlo per provocare le sue risposte, alle quali seguivano applausi e risate di tutti i presenti.
Peghin stesso è stato al gioco, anziché dissociarsi. Ha lasciato il palco in un secondo momento. Alcuni vertici di partito si sono poi scusati privatamente con Giordani stesso, che in quei momenti teneva il suo comizio in un’altra piazza della città.
(da NextQuotidiano)
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Giugno 13th, 2022 Riccardo Fucile
E’ RIUSCITO NELL’IMPRESA DI NON FARSI VOTARE DA NESSUNO
Dei 507 votanti per il Comune di Ventotene, nessuno ha espresso la sua
preferenza per Mario Adinolfi, che si era candidato a sindaco dell’isola con il suo partito, il Popolo della Famiglia.
È stato eletto primo cittadino Carmine Caputo, della lista “Insieme per Ventotene”, con 274 voti, pari al 55,02% delle preferenze.
Per lui l’endorsement dell’ex sindaco Geppino Assenso e dall’ex vice sindaco Modesto Sportiello.
Staccato di poco il secondo arrivato, Gerardo Santomauro, della lista “Uniti per il bene di Ventotene”: ha raccolto 223 voti, al 44,78%. Un solo voto per Luca Vittori del Partito Gay, mentre a chiudere la classifica c’è il leader ultracattolico. I votanti sono stati il 73,91% dei 686 elettori.
“A Ventotene lo scontro tra bande rende impraticabile lo spazio democratico”, ha scritto Adinolfi su Twitter. “Un voto al partito gay – ha aggiunto – nessun voto al Popolo della Famiglia, 500 voti alle due bande. Brutto segnale di controllo del voto, ma in alcune piccole realtà funziona così. Insisteremo perché l’isola cambi”.
Dopo la pubblicazione delle liste, lo scorso 8 giugno, si era lamentato pubblicamente: “Abbiamo a Ventotene noi del PdF l’aspirante sindaco più giovane, l’aspirante consigliere più giovane e la più anziana, il maggior numero di donne in lista”
(da agenzie)
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Giugno 13th, 2022 Riccardo Fucile
ORIGINI ITALIANE. NATO E CRESCIUTO A SEINE SAINT-DENIS, UN SOBBORGO PARIGINO POVERO ED ETNICAMENTE DIVERSIFICATO, BARDELLA HA IDEE ANCORA PIU’ ESTREME DELLA LE PEN E SI FA SEGUIRE SEMPRE DAL SUO FOTOGRAFO UFFICIALE
«Quello che vogliamo è che la gente entri nell’Assemblea nazionale e che le nostre idee siano rappresentate», ha detto Jordan Bardella, che non si candida a un seggio, dopo aver parlato con i pescatori. «Voglio che le nostre idee prendano il potere».
Di origini italiane, Bardella è nato e cresciuto a Seine Saint-Denis, un sobborgo parigino duro, povero ed etnicamente diversificato, e ha abbandonato l’università per dedicarsi alla politica. È salito rapidamente nei ranghi del partito, diventandone vice nel 2019.
Bardella mette in scena il suo background e si ritrae come l’esatto opposto del politico francese medio. Ha aiutato Le Pen a far diventare “mainstream” il partito, concentrandosi sull’aumento del costo della vita e riformulando le sue opinioni sulle donne.
«Avevamo una donna come candidata alla presidenza e abbiamo un ragazzo che ha 26 anni come capo ad interim, il che dimostra quanto siamo moderni e di mentalità aperta», afferma Louis Aliot, sindaco della città meridionale di Perpignan e vicepresidente del partito.
Allo stesso tempo Bardella sostiene alcune opinioni che anche Le Pen si è sforzata di non esprimere.
Mentre Le Pen ha preso le distanze dai commenti sulla razza, Bardella ha descritto l’immigrazione dall’Africa come una minaccia alla civiltà. Questa è un’allusione al “grande sostituto” – una teoria del complotto un tempo confinata ai trattati razzisti di estrema destra e che sta alimentando la micidiale violenza armata in tutto il mondo. È sostenuta da Eric Zemmour, che è arrivato quarto alle elezioni presidenziali ed è stato sanzionato per incitamento all’odio.
«Sono d’accordo con alcune delle opinioni di Zemmour, conosco gli argomenti di cui parla perché sono cresciuto in un sobborgo», ha detto Bardella in un’intervista giovedì, prima di aggiungere che «Zemmour non offre alcuna risposta ai problemi delle persone».
Al porto, Bardella è stato seguito dal suo fotografo ufficiale, che secondo il quotidiano Le Monde sta scattando immagini come parte della campagna per farlo apparire presidenziale.
Alcuni membri del partito non pensano che la RN andrà bene nel ballottaggio legislativo e si stanno scagliando contro un sistema che dicono non riflette la volontà popolare. «Le persone escono per strada perché l’Assemblea nazionale non affronta i problemi e le idee delle persone», ha detto Bardella.
Se in autunno avrà la meglio nel suo partito e si confermerà leader di RN, avrà due elezioni da preparare: per il Senato nel 2023 e per il Parlamento europeo l’anno successivo. Solo allora potrà iniziare a concentrarsi maggiormente sulle elezioni presidenziali del 2027.
«Sento le critiche interne dire che sono troppo giovane ma questo non mi fermerà. Napoleone ha detto ‘siamo cresciuti velocemente sul campo di battaglia’», ha detto Bardella, «e ho ereditato la resilienza di Marine Le Pen».
(da Globalist)
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Giugno 13th, 2022 Riccardo Fucile
OVUNQUE SI SONO SEGNALATI DISAGI: SCHEDE INSUFFICIENTI, NOMI DI ELETTORI ASSENTI SUI REGISTRI, MATERIALI RICEVUTI CON ORE DI RITARDO, URNE MONTATE AL CONTRARIO
«Arrivò u prisirienti!». Un’epifania nel corridoio dell’Istituto comprensivo
Tenente Carmelo Onorato del quartiere Sferracavallo, a due passi dal mare più profumato di Palermo: con quasi dieci ore di ritardo apre la sezione 387, alla fine di un corridoio dove si è formata una fila inferiore solo a quella davanti allo stadio, per la partitissima che vale la serie B.
Neonati gementi abbarbicati a mamme in astinenza da doposole, gentildonne sventaglianti, tifosi terrorizzati di perdere il fischio d’inizio e sessantenni in patibolari bermuda attendono che Vanda Bucceri, poco più che ventenne ortottista («faccio la riabilitazione oculistica») reclutata alle due del pomeriggio da un’amica per garantire il diritto di voto di un migliaio di palermitani, rediga i verbali e insedi il seggio.
La sezione 387 è l’ultima ad aprire, alle quattro del pomeriggio, dando una grottesca parvenza di normalità alle elezioni nella sesta città dell’ottava potenza economica mondiale.
Vanda è uno dei 50 presidenti di seggio reclutati in extremis, a urne virtualmente aperte. Via chat, via mail, con telefonate da amici o semplicemente svegliati alle 8,15 da un vigile urbano motorizzato con la nomina da consegnare. Come Antonio Rere, funzionario comunale.
Una doccia e via, «è un nostro dovere, in fondo, e comunque il biglietto per lo stadio non l’avevo trovato».
Lui no, molti altri sì. «Colpa della partita di calcio», spiegano in Comune già al mattino. Ma uno dei presidenti disertori, sotto richiesta di anonimato, aggiunge motivazioni vagamente marxiane: «Ci sono sette schede e nove scrutini da fare: cinque referendum, sindaco, consiglio comunale, presidente di circoscrizione, consiglio di quartiere. Sa quanto prendiamo? 288 euro. Gli scrutatori 208. Per quattro giorni di lavoro, senza orario. Sabato dalle 15,30 alle 2 di notte. Oggi dalle 6 e chissà quando si finisce. Domani si farà notte e probabilmente bisognerà tornare anche martedì. Almeno 40 ore. Cinque-sette euro l’ora, altro che salario minimo».
Si racconta di file ai pronto soccorso «per farsi refertare», di telefonate disperate a medici di base attovagliati o spiaggiati, per pietire un certificato giustificativo della defezione.
«Non condivido, ma li capisco – sbotta la scrutatrice Mary – qui è un delirio, se continua così chiamo il 118. Si rende conto del caldo che fa in queste aule? Non abbiamo nemmeno le sedie, ci danno quelle dell’asilo. Una vergogna».
Alla scuola Antonio Ugo, quartiere Zisa, c’è il presidente di seggio più giovane d’Italia: Angelo Lucia, appena maggiorenne, cerca di arrangiarsi con registri e verbali.
«È la prima volta, per me». Da presidente? «No, da elettore, voterò per la prima volta». Imberbe studente di corno francese al conservatorio, quando ha letto che c’erano problemi ai seggi s’ è presentato come volontario. Arruolato nella sezione 440. Accolto come un salvatore. Invano scrutatori e funzionari comunali avevano atteso il presidente designato per tutta la notte. Maria Guddo ha gli occhi pesti. «E dire che a noi dipendenti pubblici riconoscono 30 ore forfettarie di straordinario. Ne faremo almeno il doppio».
Anche Antonino Ciaccio, commissario di polizia municipale in pensione, è un volontario. Ha chiamato gli ex colleghi, s’ è reso conto del disastro, ha rinunciato alla Formula 1 bussando alla scuola Gregorio Russo, a Borgo Nuovo. Nominato presidente della sezione 550, dove alle 2 del pomeriggio c’era ancora un gran tramestio di timbri, scotch e cartoni. Fuori decine di elettori a sacramentare con paragoni geografici i più disparati: neanche in Africa, neanche in India, neanche in Colombia.
Quasi due ore per votare alla scuola del quartiere Pallavicino, sulla strada per Mondello. Scuola La Rosa, centro. «Qui tutto bene, i presidenti c’erano. Però mancava un’urna e abbiamo dovuto aspettarla per due ore».
Ovunque segnalazioni di disagi: schede insufficienti, nomi di elettori assenti sui registri, verbali con errori macroscopici, materiali ricevuti con ore di ritardo, urne montate al contrario. «Siamo stati letteralmente abbandonati», sospira Marco Giunta, presidente della sezione 78, scuola Cocchiara-Veneto. A tarda sera Sferracavallo è un luccichio ininterrotto. Ultimi gelati sul lungomare, ultimi elettori in coda da due ore. Nel seggio 387 il voto è come un bagno a mezzanotte. Chi alla fine entra, chi rinuncia, chi esce dicendo «mai più».
(da la Stampa)
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