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LO SCRITTORE SALMAN RUSHDIE E’ STATO ACCOLTELLATO SUL PALCO DURANTE UN EVENTO NELLO STATO DI NEW YORK

Agosto 12th, 2022 Riccardo Fucile

FERMATO L’AGGRESSORE, LO SCRITTORE IN SALA OPERATORIA

Lo scrittore Salman Rushdie, classe 1947, è stato accoltellato nella città di Chautauqua, nello stato di New York prima di una conferenza. Secondo quanto riferito dalla polizia Rushdie sarebbe stato colpito al collo con un’arma da taglio ed è stato subito trasportato in ospedale in elicottero.
Non sono state ancora rilasciate informazioni riguardo le sue condizioni di salute. La notizia è stata riportata dall’agenzia di stampa Associated Press. Il presunto aggressore è stato fermato dalla polizia.
Salman Rushdie, 75enne, scrittore, saggista e attore indiano, è stato ferito al collo da un’arma da taglio poco prima di tenere una conferenza: un uomo che indossava una maschera nera, secondo quanto riferiscono i testimoni, si è alzato dalla platea e si è avventato sullo scrittore, che stava per essere presentato al pubblico. S
econdo quanto rivelato dalla governatrice di New York, Kathy Hochul, «è stato un agente di polizia che si è alzato in piedi» a salvare la vita a Rushdie, proteggendo «lui e il moderatore della conferenza». Rushdie è stato accompagnato in ospedale per accertamenti sulle ferite multiple riportate, tra cui una al collo. Anche l’intervistatore – secondo quanto riferisce la polizia di New York – ha riportato un lieve trauma cranico.
L’aggressione è avvenuta a un evento letterario alla Chautauqua Institution, di Chautauqua, nello stato di New York, intorno alle 11 ora locale (le 17 in Italia), pochi istanti dopo l’inizio della presentazione di Rushdie al pubblico presente. Secondo quanto riferito da un giornalista dell’Associated Press, un uomo si è alzato dalla platea e si è avventato sullo scrittore: salendo sul palco ha iniziato a colpire Rushdie con un’arma da taglio. Anche il presentatore è rimasto lievemente ferito alla testa. L’assalitore è stato poi bloccato sul posto dalla polizia e immediatamente preso in custodia, mentre lo scrittore è stato soccorso dalle persone presenti che gli hanno sollevato in alto le gambe, presumibilmente per far arrivare più sangue al cervello, secondo quanto riferiscono testimoni.
Rushdie, secondo quanto riferito al New York Times da un medico presente all’evento, Rita Landman, ha subito ferite multiple: è stato raggiunto da diverse coltellate, inclusa una sul lato destro del collo. Lo scrittore, ha raccontato, era vivo dopo l’aggressione e non è stato sottoposto a rianimazione cardiopolmonare. Sotto il suo corpo si era formata una pozza di sangue.
L’assalitore era tra il pubblico, prima di saltare sul palco del festival letterario di Chautauqua e colpire lo scrittore. L’uomo, hanno riferito i testimoni, indossava una maschera nera. Sui social media sono comparse ricostruzioni secondo le quali l’assalitore sarebbe un cittadino britannico di origine pakistana, ma non vi è alcuna conferma ufficiale riguardo a questa notizia.
Dalla fine degli anni ’80 Rushdie è stato attaccato dal governo iraniano che lo ha accusato di blasfemia per il suo libro I versi satanici. Nel 1989 l’ayatollah Ruhollah Khomeini aveva emesso una fatwa chiedendo la morte dello scrittore. Nel 1998
I versetti satanici, pubblicato il 26 settembre 1988 dalla casa editrice inglese Viking Penguin, è stato subito bandito in India, Paese d’origine dell’autore, nonché in Iran, perché considerato blasfemo da molti musulmani.
A 10 giorni dalla pubblicazione del romanzo, arrivarono le prime minacce telefoniche di morte contro Rushdie e contro la sua famiglia, che si protrassero per mesi, anche contro la casa editrice che pubblicò il romanzo. La svolta arrivò il 14 febbraio 1989, giorno di San Valentino, quando l’ayatollah Khomeini, lanciò una fatwa contro lo scrittore, offrendo una ricompensa da 3,4 milioni di dollari a chi lo avesse ucciso. All’appello di Khomeini ha subito fatto seguito un’ondata di roghi del libro sia in Gran Bretagna sia nel mondo, innescando disordini che hanno portato alla morte di 60 persone e a centinaia di feriti.
Dopo il lancio della fatwa, Rushdie è stato messo sotto scorta, dovette crearsi una nuova e falsa identità, con il nome di “Joe”.
Gli stessi membri della scorta non erano a conoscenza della vera identità dello scrittore. Rushdie, per quasi un decennio, è stato costretto a ritirarsi dalla vita pubblica e vivere in diverse località segrete. Una parentesi di vita che ha raccontato nel suo libro di memorie del 2012, Joseph Anton (combinazione dei nomi dei suoi scrittori preferiti Conrad e Cechov).
Nel 2016, una fondazione religiosa iraniana ha aumentato di 600 mila dollari la taglia su Rushdie, facendola passare da 2,8 a 3,4 milioni di dollari. L’ayatollah Khamenei ha rinnovato la fatwa contro lo scrittore nel 2017 e nel 2019, su Twitter: «Il verdetto su Salman Rushdie è solido e irrevocabile». Per questo tweet, che violava la policy di Twitter, l’account del leader politico e religioso dell’Iran venne sospeso.
Dopo il lancio della fatwa, sono stati presi di mira e anche i traduttori del romanzo di Rushdie. Nel 1991, in Giappone, Hitoshi Igarashi, traduttore del libro, è stato pugnalato a morte nel campus dove insegnava letteratura. Sempre nello stesso anno, il traduttore dell’edizione italiana de I versetti satanici, Ettore Capriolo, è stato accoltellato nel suo appartamento di Milano.
Nel 1993, in Norvegia, William Nygaard, editore che ha pubblicato il romanzo di Rushdie, è stato vittima di un attacco nella sua abitazione, dove è stato colpito da tre colpi di arma da fuoco. Inizialmente dato per morto, è riuscito a sopravvivere all’aggressione.
Sempre nel 1993, in Turchia, Aziz Nesin, traduttore del romanzo, è stato coinvolto in un incendio doloso appiccato al Madımak hotel, in cui sono morte 37 persone.
(da agenzie)

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INDOVINATE COSA MANCA NEL PROGRAMMA DEL CENTRODESTRA: LE COPERTURE

Agosto 12th, 2022 Riccardo Fucile

IN 17 PAGINE SI PARLA SOLO DI COSTI MA NON C’E’ UN ACCENNO DA DOVE ATTINGERE LE RISORSE NECESSARIE… COME SPUTTANARE 100 MILIARDI SENZA AVERLI… MAI CITATA LA “LOTTA ALL’EVASIONE”

C’è la flat tax (non quella salviniana e neanche quella berlusconiana). Ci sono l’aumento delle pensioni minime, il taglio del cuneo fiscale, il sostegno alla natalità, l’estensione delle prestazioni mediche coperte da ticket e la riduzione dell’IVA sui beni di prima necessità.
Cosa manca? La spiegazione di come tutto ciò possa diventare realtà e le coperture per queste misure che – a spanne – avranno un costo di decine e decine di miliardi di euro.
Il programma del centrodestra, quello ufficializzato nella giornata di ieri, sembra essere una sorta di letterina a Babbo Natale. Senza tenere conto di quanto costerà tutto questo sacco pieno di giochi da dare in pasto agli elettori.
Quindici punti in cui il programma centrodestra ha provato a sintetizzare la propria missione una volta vinte le elezioni del prossimo 25 settembre. Promesse elettorali che hanno un costo spropositato e che non possono essere compatibili neanche con la possibile cancellazione (anche se Berlusconi, nei giorni scorsi, ha parlato di rimodulazione) del reddito di cittadinanza.
Ma Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia dove pensano di trovare i fondi per coprire tutto ciò che hanno scritto in quel documento? Questo è un mistero e probabilmente resterà tale, come spiega Paolo Russo sul quotidiano La Stampa.
Quali siano i costi di un’operazione così vasta, il programma dei patrioti non lo dice. Ma sicuramente a fare la somma si potrebbero superare i 100 miliardi di euro che nemmeno il più spregiudicato dei condoni potrebbe compensare. Lasciando così immaginare che al momento di passare dalle parole ai fatti si andrà poi a sfogliare la margherita per decidere a chi dare e a chi no.
Prendiamo come esempio l’unica riga in cui si parla apertamente della tassa piatta, ovvero quell’aliquota unica che già nella dinamica annunciata nel documento non sarà unica: “Estensione della flat tax per le partite IVA fino a 100.000 euro di fatturato, flat tax su incremento di reddito rispetto alle annualità precedenti, con la prospettiva di ulteriore ampliamento per famiglie e imprese”.
Insomma, sembra più essere una promessa che risponde al coro: votateci e poi vedremo cosa riusciremo a fare.
Perché la sola ipotesi di optare per la versione salviniana della flat tax (quella al 15%, irrealizzabile), come abbiamo spiegato nei giorni scorsi, ha un costo tra i 50 e gli 80 miliardi di euro. E quella Berlusconiana (al 23%, che per dinamica non aiuterebbe le classi sociali meno abbienti) ha costi simili. E un discorso analogo può essere fatto anche per l’aumento delle pensioni minime che nel programma centrodestra viene solo accennato senza fornire alcun dettaglio.
“Innalzamento delle pensioni minime, sociali e di invalidità”.
Innalzamento di quanto? A mille euro anche per chi non ha mai potuto versare contribuiti come annunciato da Silvio Berlusconi? Un aumento che, come spiegato dagli economisti Boeri e Perotti avrebbe un peso annuo sulle casse dello Stato di circa 33 miliardi di euro. Ma, anche in questo caso, nessun dettaglio viene fornito sulle coperture.
E chi paga?
Questi sono solamente due aspetti (quelli cavalcati maggiormente da Salvini e Berlusconi) del programma centrodestra. Ma le 17 pagine che annunciano i 15 punti programmatici non forniscono dettagli. Insomma, manca un lavoro di ragioneria per identificare i costi di questa macro-operazione che contiene solamente spese e nessun taglio.
Perché, come spiega Marco Zatterin su La Stampa: “I quindici punti del programma tracciano una lunga teoria di spese, costi, esborsi generosi e minori entrate. Iniziative declinate come se non ci fosse un domani, come se il denaro si creasse da solo e non avessimo già il terzo peggior debito del pianeta. Tanto che nei 17 fogli del patto con gli elettori non appare il termine lotta all’evasione e nemmeno l’idea della frode fiscale. Tagli quasi zero.”
Quindici paragrafi che, dunque, sono economicamente insostenibili.
(da NextQuotidiano)

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GIANNI ALEMANNO PRONTO A CORRERE PER PARAGONE

Agosto 12th, 2022 Riccardo Fucile

DOPO GLI SCAZZI CON LA MELONI, ORA POTREBBE ESSERE CANDIDATO CON ITALEXIT

Scorrendo lungo le liste elettorali che Italexit potrebbe presentare (il condizionale è d’obbligo, visto che deve raccogliere ancora le firme necessarie e la scadenza è imminente) alle elezioni Politiche del prossimo 25 settembre, si trovano nomi che nulla hanno a che fare con la vecchia politica parlamentare: da Stefano Puzzer a Nunzia Alessandra Schilirò.
A questo parterre de rois potrebbe aggiungersi, a breve, anche l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno che già sta dando una mano a Gianluigi Paragone.
L’indiscrezione arriva dalle pagine de il quotidiano La Repubblica. Lì viene raccontato come l’ex primo cittadino della capitale sia in rotta – da tempo – con il suo ecosistema politico, cioè quello rappresentato dalla zona più destrorsa di Fratelli d’Italia, gli eredi naturali di quell’Alleanza Nazionale in cui Gianni Alemanno si riconosceva.
E i motivi sono molti, a partire dalle visione diametralmente opposta sul posizionamento in merito al conflitto in Ucraina.
Perché Alemanno, a differenza della linea scelta da Giorgia Meloni, si è sempre detto contrario all’invio di armi a Kyiv. Una posizione analoga a quella di Gianluigi Paragone. E qui le due storie politiche si intrecciano. L’ex sindaco di Roma, infatti, starebbe collaborando proprio con Italexit per la raccolta delle firme necessarie per poter presentare le liste elettorali in vista delle elezioni del 25 settembre. Una impresa molto difficile e non solo per via dei tempi ristretti.
Ovviamente, per il momento, questa corsa fianco a fianco non è ancora stata ufficializzata dai diretti protagonisti. Ma la comunione di intenti sembra essere ben avviata e le strade potrebbero uniformarsi verso un tentativo di dare vita a un movimento politico che non contenga solo facili allucinazioni mediatiche (come gli avamposti del mondo no vax), ma anche personalità che hanno sempre fatto politica nelle aule e nelle istituzioni.
(da agenzie)

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SOUMAHORO RISPONDE ALLO SQUALLIDO TITOLO DI SALLUSTI: “NON SONO L’IVORIANO, HO UN NOME E COGNOME”

Agosto 12th, 2022 Riccardo Fucile

“SONO FELICEMENTE UN ITALIANO DI ORIGINE IVORIANA, LAUREATO IN SOCIOLOGIA”

Un’ondata di (legittimi) malumori e proteste si è sollevata nel centrosinistra di fronte al titolo scelto dal quotidiano “Libero”, diretto Alessandro Sallusti, per presentare le candidature di Ilaria Cucchi e Aboubakar Soumahoro con l’Alleanza Verdi Sinistra.
“La Sinistra imbarca la Cucchi e l’ivoriano”, questo il caustico (e piuttosto inadatto) titolo comparso sul giornale fondato da Vittorio Feltri.
Non si è fatta attendere la replica di Aboubakar Soumahoro, che oggi ha scritto su Facebook: “Gentile Direttore di Libero, Dott. Alessandro Sallusti, mi chiamo Aboubakar Soumahoro (e non “l’ivoriano” come mi chiamate in questo articolo) e sono felicemente un italiano di origine ivoriana, laureato in sociologia, che lotta da 20 anni per i diritti civili e per i diritti sociali di tutte e tutti, senza distinzione”.
Soumahoro continua: “Sono un attivista socio-sindacale che ha deciso di mettere la propria esistenza al servizio della vita delle persone, per essere uno strumento di lotta per la giustizia sociale ed ambientale, perché ho l’intima convinzione che ogni essere umano (indipendentemente dal colore della pelle, dalla provenienza geografica, dall’orientamento sessuale e dal credo religioso) debba avere l’opportunità di ambire alla felicità e all’accesso a (1) cibo e beni materiali necessari per il corpo, (2) la cultura e all’educazione indispensabili all’anima, e (3) la libertà e della dignità vitali per lo spirito”.
“Da attivista socio-sindacale – ha aggiunto – lotto con determinazione per i diritti civili, perché ho la profonda convinzione che l’ingiustizia del razzismo e della stigmatizzazione (che discrimina la singolarità degli esseri umani, erroneamente e ingenerosamente chiamati “diversi”) debba essere combattuta perché nessuna persona può essere considerata inferiore in base al colore della pelle, della provenienza geografica, della classe sociale, dell’orientamento sessuale o per la sua fede”.
Poi, Soumahoro ha concluso: “Con la certezza che Lei condivida questi ideali e principi fondanti della nostra umanità nonché della nostra Carta costituzionale, La invio, Gentile Direttore di Libero, Dottore Alessandro Sallusti, le espressioni della mia sincera considerazione.
Il titolo dedicato a Aboubakar Soumahoro comparso su Libero aveva suscitato anche la reazione del segretario di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni, che ha espresso nel pomeriggio sincere parole di condanna: “Capisco il livello a cui è abituato il giornalismo della destra di questo Paese, tuttavia ci sono dei limiti elementari di civiltà, buongusto e rispetto che non dovrebbero mai essere superati. Vorrei ricordare a Sallusti e a Senaldi (il condirettore di ‘Libero’, ndr) che ‘l’ivoriano’ ha un nome e un cognome: Aboubakar Soumahoro e che non siamo, per fortuna, nell’Alabama degli anni ’30 o nel Sudafrica dell’Apartheid, anche se evidentemente loro ne hanno tanta, tanta nostalgia”.
Europa Verde e Sinistra italiana hanno deciso di candidare per le elezioni politiche del prossimo 25 settembre Aboubakar Soumahoro e Ilaria Cucchi. Lo hanno annunciato ieri in una conferenza stampa alla Camera il portavoce di Ev, Angelo Bonelli, e il segretario di Sì, Nicola Fratoianni. Aboubakar Soumahoro è nato in Costa d’Avorio, poi è giunto in Italia nel 1999. Per anni si è occupato come sindacalista della condizione dei lavoratori agricoli e dei braccianti. Ilaria Cucchi e Soumahoro saranno candidati nell’uninominale e saranno i capilista di Europa Verde e Si.
“A volte le persone, con le loro storie, sono in grado più di tante parole di rappresentare un’idea diversa del Paese che vorremmo. Oggi vi vogliamo dire per chi abbiamo trattato i seggi “sicuri”: chi vogliamo portare in Parlamento. Sono due figure che per quel che ci riguarda contribuiscono a raccontare l’Italia migliore, che è in grado di battersi con forza per i diritti di tutti, per la dignità, per la giustizia. Siamo molto fieri di annunciare queste due candidature”, aveva detto il leader di Si Nicola Fratoianni presentando i due nomi.
(da agenzie)

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IL CHIOSCO SULLA SPIAGGIA IN SARDEGNA CHE RIFIUTA I PAGAMENTI ELETTRONICI: “TANTO LA MULTA E’ DI SOLI 30 EURO”

Agosto 12th, 2022 Riccardo Fucile

LA RAGAZZA CHIAMA LA GUARDIA DI FINANZA… UNO STATO RIDICOLO CHE FA LE LEGGI MA NON PENE ADEGUATE: SEI MESI DI CHIUSURA FORZATA E LA FINISCONO DI ROMPERE I COGLIONI

«Chiama pure la Finanza, tanto sono 30 euro di multa più il 4% di quello che dovevi prendere». Dal 30 giugno per le attività commerciali è obbligatorio consentire i pagamenti con il Pos, ma molti non si sono ancora adeguati e non sembrano intenzionati a farlo.
Lo ha provato sulla sua pelle Rita Capparelli, a Stintino, in Sardegna, che ha denunciato quello che le è successo su TikTok.
Non solo non le è stato possibile pagare una bottiglietta d’acqua con carta, ma lei e il suo compagno hanno dovuto usare i contanti anche per i lettini e l’ombrellone, per un totale di oltre 100 euro.
Il confronto con il commerciante
Capparelli dichiara che era già innervosita dal non aver potuto pagare elettronicamente ombrellone e lettini, e proprio per quello aveva scelto, per acquistare l’acqua, un chiosco diverso da quello del suo stabilimento. Quando alla richiesta del Pos le è stato risposto picche, Capparelli ha preteso di parlare con il titolare, che le ha detto di andare a cercare un altro chiosco.
A quel punto l’influencer ha chiamato la Guardia di Finanza ha denunciato il fatto. Come il commerciante già sapeva, gli verrà comminata una multa di 30 euro, a cui si somma il 4% della transazione negata; lo standard previsto per questo tipo di infrazione.
(da agenzie)

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ALLA FINE IL CENTRODESTRA IN SICILIA SCEGLIE COME CANDIDATO GOVERNATORE SCHIFANI

Agosto 12th, 2022 Riccardo Fucile

DOPO I VETI INCROCIATI SU MUSUMECI E PRESTIGIACOMO, FORSE LA FARSA ARRIVA A CONCLUSIONE (SE SALVINI NON SI METTE DI TRAVERSO)

La conferma è arrivata da Ignazio La Russa. Il cofondatore di Fratelli d’Italia ha spiegato all’agenzia di stampa Ansa che il centrodestra ha scelto Renato Schifani come candidato per le elezioni regionali in Sicilia, in programma il prossimo 25 settembre.
Ex presidente del Senato, Schifani è stato selezionato in una rosa di nomi proposti da Silvio Berlusconi: «Ho parlato con Giorgia Meloni che, nell’impossibilità di far convergere tutta la coalizione sul Presidente uscente Musumeci, ha accolto la proposta di Silvio Berlusconi di individuare un nome tra la rosa che il Presidente stesso gli ha proposto. Il nome individuato da noi, tra i nomi fatti, è Renato Schifani».
La scelta, spiega La Russa, arriva soprattutto per conservare l’unità nello schieramento: «In qualità di ex Presidente del Senato, Schifani ha mostrato nel suo ruolo istituzionale di essere al di sopra dei partiti. Meloni ha comunicato a Salvini questa preferenza.”
(da agenzie)

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BULLI E ILLUSI: ANCHE SE DOVESSE SUPERARE IL 10%, IL TERZO POLO DI RENZI E CALENDA NON RIUSCIREBBE A IMPEDIRE LA VITTORIA DEL CENTRODESTRA

Agosto 12th, 2022 Riccardo Fucile

SECONDO UNA SIMULAZIONE DI YOUTREND, SONO SOLO 22 I COLLEGI CHE TORNEREBBERO IN BILICO. ANZI, NELLE GRANDI CITTÀ E IN TOSCANA AVVANTAGGERÀ IL CENTRODESTRA

Se anche riuscissero a «fare il botto», per citare Matteo Renzi, non cambierebbero l’esito della partita.
Se il Terzo polo arrivasse in doppia cifra, superando il 10% dei voti e togliendoli tutti alla destra, non sposterebbe gli equilibri al punto da impedire la vittoria del centrodestra.
La simulazione sui collegi uninominali realizzata da YouTrend, in collaborazione con Cattaneo Zanetto, ridimensiona le aspirazioni di Carlo Calenda e soci.
Ad esempio, spiega che sono solo 14 i collegi in cui oggi il vantaggio del centrodestra sul centrosinistra è inferiore alla percentuale di cui è accreditata l’alleanza tra Azione e Italia Viva (in media tra il 5% e il 6%). Sono concentrati soprattutto nelle grandi città (Roma, Milano, Torino e Genova) e in Toscana.
Non c’è dubbio che lì la divisione tra il centrosinistra e il ticket Calenda-Renzi avvantaggerà il centrodestra. Stesso discorso al Senato, dove i collegi uninominali sono più grandi e solo in 5 il terzo polo risulterebbe decisivo per la sconfitta di Letta e compagni: a Roma, in Toscana e in Romagna.
Questo lo scenario realistico, prendendo per buoni gli attuali sondaggi e dando per scontato che una (buona) parte degli elettori che voterà Azione o Italia Viva sia di centrosinistra.
Ma gli analisti di YouTrend hanno voluto seguire il ragionamento ambizioso della coppia Calenda-Renzi, «un’ipotesi di scuola estrema e molto ottimistica», precisa Lorenzo Pregliasco: «Mettiamo che arrivano davvero al 10% e questi voti in più che prendono, circa un milione, li levano tutti a Forza Italia e al centrodestra».
Va bene, è praticamente impossibile. Ma, se anche accadesse il miracolo, tornerebbero contendibili solo 14 seggi alla Camera e 8 al Senato. In molti casi si tratta di collegi del Sud, da Bari a Palermo, da Potenza a Cagliari. Poi un paio di municipi di Roma, i collegi di Cologno Monzese e Sesto San Giovanni, quelli di Aosta e Parma, ma anche Rimini e Trieste.
Il punto è che, nella situazione attuale, ci sono 114 collegi con una chiara tendenza favorevole al centrodestra a Montecitorio e, con il terzo polo al 10%, diventerebbero 100: 3 collegi li vincerebbe il centrosinistra e in 11 i giochi sarebbero riaperti. Proporzione simile per palazzo Madama: il centrosinistra guadagnerebbe solo due seggi e altri 6 tornerebbero in bilico.
«Anche nella migliore delle ipotesi, riuscendo a sottrarre tutti quei voti a Berlusconi, Salvini e Meloni – spiega Pregliasco – il centrodestra resterebbe nettamente maggioritario, con 240 deputati e 120 senatori». Insomma, l’obiettivo della “non vittoria” di Meloni, del sostanziale pareggio senza una netta maggioranza in Parlamento, appare lontano. «Di fatto, in queste condizioni il disegno politico che punta a far tornare Draghi a Palazzo Chigi non regge».
Sia Renzi che Calenda, però, intervistati da La Stampa, hanno insistito sul fatto che la loro battaglia contro le destre sarà piuttosto sul terreno del proporzionale al Senato.
Una sfida che non convince Pregliasco, perché «in quel caso l’assegnazione è su base regionale e, nelle regioni medio piccole, la soglia di sbarramento implicito è più alta del 3% nazionale. Quindi, non vedo come il Terzo polo, anche con un ottimo risultato, possa essere determinante».
Senza contare che, nel caso, «toglierebbero seggi a chi è in vantaggio in quella regione – aggiunge Pregliasco – e loro andranno bene, ad esempio, in Toscana ed Emilia-Romagna, dove è più forte il centrosinistra». Secondo i calcoli di YouTrend, arrivando al 10%, Azione e Italia Viva otterrebbero 10 seggi a palazzo Madama: in Lombardia (2), Veneto, Piemonte, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio, Campania, Puglia, Sicilia. Di questi, solo due verrebbero tolti al centrodestra.
In sostanza, se pure sfondassero a destra, scippando a Forza Italia gran parte dei voti moderati, «riuscirebbero solo a frenare leggermente la destra al Senato, spostando qualche seggio, ma certo non a indirizzare diversamente la partita», conclude Pregliasco. Per renderla davvero contendibile, «è il Pd con i suoi alleati che deve recuperare almeno 6 punti». Giusto quelli del terzo polo
(da agenzie)

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PUR DI ACCHIAPPARE LA POLTRONA LA MELONI TOGLIERA’ LA FIAMMA DAL SIMBOLO

Agosto 12th, 2022 Riccardo Fucile

SAREBBE L’ORA: UNA REAZIONARIA LEGATA AI POTERI FORTI COME LEI NON C’ENTRA NULLA CON UN MOVIMENTO “SOCIALE”

La leader Giorgia Meloni pensa di togliere la Fiamma dal simbolo di Fratelli d’Italia? Il contrassegno che caratterizzava il “vecchio” Movimento Sociale Italiano guidato da Giorgio Almirante potrebbe avere i giorni contati. O forse i mesi.
Perché è vero che la presidente di Fdi sta lavorando per rassicurare l’elettorato, i mercati e gli altri paesi sull’abiura del fascismo. Ma per la definitiva operazione di pulizia ci vuole un Congresso. E quindi tutto è rimandato a dopo le elezioni del 25 settembre.
Come del resto fece colui che la volle ministra “della Gioventù” (sic), ovvero Gianfranco Fini. La “svolta di Fiuggi” con l’abbandono ufficiale del vecchio simbolo arrivò il 27 gennaio del 1995. Quando l’allora Msi aveva già partecipato al primo governo guidato da Silvio Berlusconi.
La svolta di Giorgia
Ad attaccare ieri sulla fiamma nel simbolo di Fratelli d’Italia è stato il centrosinistra. «Se la togliesse sarebbe meglio», ha detto il ministro del Lavoro Pd Andrea Orlando. «Meloni dovrebbe spiegare perché nel simbolo di Fratelli d’Italia compare la fiamma tricolore, raffigurazione del regime che risorge dalla tomba del dittatore. Non basta dichiararsi non-fascisti, la nostra Costituzione è antifascista. Non fate i furbi per un voto in più», ha aggiunto l’ex presidente della Camera Laura Boldrini.
E un invito alla svolta è arrivato anche da Roberto Jonghi Lavarini, il “Barone Nero“ dell’inchiesta di Fanpage un tempo apprezzatissimo dai leader del centrodestra: «Meloni ha cambiato idea, diventando molto velocemente liberale, conservatrice, europeista, atlantista? Legittimo, ci mancherebbe, allora tolga definitivamente la fiamma tricolore missina e neofascista dal simbolo del suo nuovo partitone sistemico moderato».
Va ricordato che all’epoca della nascita di Fratelli d’Italia la fiamma dell’Msi nel simbolo non c’era.
Repubblica racconta oggi che soltanto dopo un’operazione politica durata mesi e con la riconquista dello spazio di manovra nella fondazione di Alleanza Nazionale è tornata sul vessillo. Quel simbolo era nato nel 1947 insieme al Movimento Sociale di Almirante. Tra 1994 e 1995 arrivò l’operazione di Fini – ispirata dalle tesi del professor Domenico Fisichella – che voleva far uscire dallo stato di ghettizzazione politica gli eredi di Almirante. Il nome e il simbolo esordirono alle elezioni del 1994. Poi l’anno dopo il congresso della svolta, con l’uscita della corrente di Pino Rauti e la nascita del Movimento Sociale Fiamma Tricolore.
Via il simbolo della Fiamma?
Ora però è il momento dell’ultimo strappo. E Giorgia medita di togliere anche quel simbolo retaggio del passato. E a rischio critiche. Tutta la svolta parte dalla conferenza programmatica del partito dello scorso aprile. All’epoca Meloni annunciò il lancio del «grande partito dei Conservatori», di quelli che «non hanno mai creduto alla favoletta che per essere presentabili si deve andare a braccetto con la sinistra», quelli che non hanno «cambiato idea, bandiera, governo» per interesse rimanendo per l’intera legislatura all’opposizione. Il cambio del simbolo è l’ultimo passo.
Il Messaggero racconta che di toglierlo se ne parla all’interno del partito già da un po’. D’altro canto la leader è entrata in politica nel 1998, diventando a 21 anni consigliera provinciale proprio di An. Togliere la fiamma, secondo Mario Ajello, accelererebbe il percorso verso quel Partito dei Conservatori Italiani sull’impronta del gruppo europeo dei conservatori e dei riformisti (di cui Giorgia è presidente). Anche se un nome del genere avrebbe una sigla un po’ spiazzante. Ma aiuterebbe a saldare i legami con i Repubblicani degli Stati Uniti. A via della Scrofa hanno anche ben presente che un passo del genere non si può fare alla leggera. Per questo ci vuole un Congresso.
L’abito moderato e il Pnrr
La leader di Fdi da settimane sta vestendo l’abito moderato e atlantista di chi vuole rassicurare Washington e Bruxelles. Sul dossier ucraino non ha mai espresso dubbi nello schierarsi con l’Ue e l’Occidente. E a luglio aveva fatto tappa anche a Strasburgo per un faccia a faccia con la presidente Roberta Metsola.
Ma l’Ue, al momento, resta alla finestra. Nessuno nella Commissione ha la minima intenzione di entrare in tackle sulla campagna elettorale. Intanto però si apre anche la polemica sul Pnrr. Tra i Dem in queste ore rimbalzano i tre voti di astensione che, il 15 maggio e il 23 luglio del 2020 e il 9 febbraio del 2021 Fdi (a Strasburgo nel gruppo Ecr) espresse sul Next Generation Ue.
(da agenzie)

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ZAIA PREPARA IL DOPO SALVINI: “NON SI GOVERNA CON I SONDAGGI, BASTA TABU’ SULLA SESSUALITA'”

Agosto 12th, 2022 Riccardo Fucile

“L’OMOSESSUALITA’ NON E’ UNA PATOLOGIA, L’OMOFOBIA SI'”… MA INVECE CHE DIRLO AI GIORNALI, PERCHE’ NON LO DICE A SALVINI E A PILLON?

Il governatore del Veneto Luca Zaia fa sapere che non si candiderà alle elezioni del 25 settembre. Ma chiede al centrodestra di fare un passo avanti «rispetto a 30 anni fa» su diritti e sessualità.
E avverte: non si governa con i sondaggi, bisogna pensare alle prossime generazioni e non alle prossime elezioni.
In un’intervista rilasciata a Filippo Tosatto per La Stampa, il presidente dice che la prossima campagna elettorale sarà «atipica, intensa e brevissima». Poi avverte: «Non si governa sondaggi alla mano, bisogna pensare alle nuove generazioni non alle prossime elezioni. All’insorgere della pandemia, quando ho chiuso Vo’ e firmato le prime ordinanze, la maggioranza dell’opinione pubblica era contraria alle restrizioni, giudicava il Covid una banale influenza. Allora ho incassato critiche durissime ma ho fatto ciò che ritenevo giusto e necessario».
«L’omosessualità non è una patologia, l’omofobia sì»
E ancora: «Sul piano dei contenuti, mi dispiace che in questo avvio di campagna elettorale si parli poco dei giovani. Saranno anche minoritari in una popolazione di adulti e anziani ma rappresentano il nostro futuro. Chi prescinde da loro, o si limita a lisciarli con parole di circostanza, non favorisce il progresso ma il declino dell’Italia».
Poi, a sorpresa, la frase sull’omosessualità e i diritti: «Il centrodestra deve cambiare pelle rispetto a trent’anni fa, mi aspetto che sia più inclusivo e attento ai cambiamenti, libero dai complessi di inferiorità sul versante culturale e dai tabù in materia di diritti, nuove famiglia e sessualità. Lo dico in un altro modo: l’omosessualità non è una patologia, l’omofobia invece sì. Questione di libertà e di rispetto, chi non lo comprende è fuori dalla storia e offre agli avversari l’opportunità di imbastire battaglie ideologiche, magari con finalità diversive».
Infine, una battuta sull’autonomia, che non arriva anche se cambiano i governi: nomi a resta al palo. «Confido che in caso di successo il centrodestra attui la riforma federalista e lo faccia in tempi rapidi. Viceversa, non sarà più credibile. L’autonomia non è un cadeau al Nord bensì, l’ha ricordato il Capo dello Stato, una scelta di modernità e di legalità costituzionale. È il grimaldello più efficace per modernizzare il Paese».
(da agenzie)

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