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SEGNATEVI QUESTA DATA, 24 AGOSTO: DRAGHI PARTECIPERÀ AL MEETING DI RIMINI DI “COMUNIONE E LIBERAZIONE”: FARA’ UN INTERVENTO MOLTO POLITICIZZATO, FONDAMENTALE ANCHE IN VISTA DEL VOTO

Agosto 19th, 2022 Riccardo Fucile

IL MESSAGGIO E’ TUTTO PER IL CENTRODESTRA: SE SI CAMBIA, IL PNRR SI SFASCIA. E VA RICONTRATTATO CON UN’EUROPA OSTILE AL CENTRODESTRA PUTINIAN-ORBANIANO… DRAGHI VOLA NEI SONDAGGI E NEL GRADIMENTO DEI CITTADINI

Segnatevi questa data: 24 agosto. Mario Draghi parteciperà al tradizionale meeting di Rimini organizzato da “Comunione e Liberazione”. Si preannuncia un intervento molto politicizzato da parte del premier uscente, fondamentale anche in vista del voto del 25 settembre (che da Washington seguono con grande attenzione). Sarà una sorta di testamento politico prima di lasciare la guida del governo.
Il discorso sarà improntato al realismo e alla concretezza, ben lontano da posizioni ideologiche. Rimarcherà i provvedimenti che sono stati attuati e quelli che dovranno essere fatti. Ricorderà che il nostro Paese è ultra-indebitato, esposto ai tumulti dei mercati, dipendente dalla Bce e dai soldi dell’Europa.
Il succo distillato del monito sarà cristallino: chi andrà al governo dopo il voto dovrà ponderare attentamente ogni decisione. Se il Centrodestra a guida Meloni si ritroverà alla guida del Paese dovrà prendere una decisione importante: continuità o discontinuità rispetto al Pnrr e agli accordi che Draghi ha siglato con l’Europa?
Nel programma elettorale della coalizione si parla chiaramente di “rinegoziare il Pnrr in funzione delle mutate condizioni, necessità e priorità”.
Ma tra rinegoziare e sfasciare il confine non è solo lessicale. Finora le proposte elettorali, soprattutto di Salvini e Berlusconi, vanno in direzione opposta a quella “Agenda Draghi” (sposata da Pd, Calenda e Renzi) che altro non è che il piano di riforme concordato da Draghi e la Commissione europea per dare legittimità ai 209 miliardi che Bruxelles ha stanziato per l’Italia.
Lega e Forza Italia straparlano di Flat Tax (Salvini la vuole al 15%, Berlusconi al 23%, la Meloni sui guadagni aggiuntivi) quando c’è una riforma fiscale, concordata con l’Europa, da portare a termine. Bisogna approvare il Ddl Concorrenza e invece la Lega intende candidare un esponente dei balneari (chiaro segno sarà rimbalzato ogni tentativo di riordino del settore).
La riforma della Giustizia by Cartabia ha scontentato tutti e già si annunciato “ritocchi”. Idem per il piano del ministro Giovannini sulle Infrastrutture e i trasporti (con la nazionalizzazione della compagnia aerea Ita). Infine si ipotizza di finanziare maggiormente le infrastrutture energetiche, anche a costo di rallentare la transizione verde.
Draghi farà capire che non si può modificare il Pnrr in modo unilaterale e che ogni cambiamento avrà dei costi enormi, politici e finanziari.
Se il Centrodestra vuole sfasciare quanto concordato con l’Ue, Giorgia Meloni sarà costretta a rinegoziare il piano. E dovrà farlo con un’Europa ostile: da Ursula von der Leyen (che pendeva dalle labbra di Mariopio) al falco lettone Dombrovskis e al commissario per l’economia il piddino Paolo Gentiloni, passando per il cancelliere tedesco Scholz e il presidente francese Macron, sono tutti insofferenti verso il centrodestra italiano putinian-orbaniano.
Le elezioni italiane hanno scombussolato il percorso europeo e Bruxelles non è predisposta ad accordare a un governo “anti-Sistema” modifiche e “discontinuità” rispetto all’azione di Draghi.
Come ricorda “Repubblica”: “Sono 55 gli obiettivi da raggiungere entro il 31 dicembre per ottenere 21,8 miliardi dall’Ue, 27 entro il 30 giugno 2023 per incassare altri 18,4 miliardi, ben 69 nella seconda metà del prossimo anno per 20,7 miliardi. E così via, di semestre in semestre, fino a fine 2026. Il Pnrr è in gran parte ancora da conquistare: incluso l’anticipo, finora Bruxelles ha staccato assegni per 66,9 miliardi su 191,5”.
Se si tocca, il Pnrr si sfascia. Non a caso l’erogazione dei fondi Pnrr è stata prevista in tranche, in modo da monitorare lo sviluppo delle riforme di ogni Paese e tenerlo sotto controllo.
In casa Fratelli d’Italia sono però bene attenti a dire che non è loro intenzione “buttare tutto al macero”. Si vogliono aggiustare le riforme, non bloccarle. Rivedere gli investimenti. “Niente di eversivo – ha spiegato una delle eminenze grigie Raffaele Fitto – la proposta lanciata da Meloni si basa sui regolamenti europei, sull’articolo 21”, che permette di presentare alla Commissione richiesta motivata di modificare o sostituire gli obiettivi del piano.
Ma chi garantisce che la Commissione abbia intenzione di sedersi al tavolo e rinegoziare il Pnrr, dando l’ok a modifiche magari non gradite? Anche perché gli alti funzionari europei sospettano che la riottosità del Centrodestra a dare seguito all’Agenda Draghi nasca sostanzialmente dal rifiuto di fondo del sostegno europeo, con la volontà di arrivare prima o poi a una rottura per poi attribuire a Bruxelles tutti i futuri problemi.
Al di là degli annunci, c’è una montagna da scalare, altro che ciance da campagna elettorale. E c’è dell’altro. Meloni, Salvini e Berlusconi si dovranno misurare su un territorio inesplorato con la Bce della Lagarde, tanto cara a Macron, pronta a chiudere i rubinetti quando i nostri Btp andranno a scadenza.
Anche il nuovo scudo anti-spread della Bce, infatti, è condizionato al rispetto della road map del Pnrr.
Chi rifinanzierà il nostro debito pubblico con una Banca centrale meno accomodante? Chi andrà a trattare sui tavoli che contano, da una posizione di evidente debolezza visto il debito pubblico italiano, per spuntare qualche margine d’azione?
Ecco perché gli “addetti ai livori”, che ben conoscono la macchina dello Stato e i suoi gangli vitali (ergo, Deep State), ragionano sull’ipotesi meno dannosa: l’economista ‘’di destra’’ Fabio Panetta, membro del board della Bce, come ministro dell’Economia o, addirittura, come presidente del Consiglio di un futuro governo di Centrodestra.
Sarebbe l’uomo “di Sistema” in grado di tenere buoni mercati e Commissione Ue, garantire la messa a terra del Pnrr come concordato con Draghi. (Panetta, comunque, ha smentito ogni suo coinvolgimento: “Resto alla Bce”).
Ps: nelle rilevazioni dei sondaggisti delle ultime settimane è cresciuto il gradimento e il consenso per Draghi. In vista di un autunno durissimo dal punto di vista energetico e economico, agli italiani avrebbe fatto comodo avere uno “scudo” con Mariopio in Europa
Ps-bis: nell’intervista a “il Foglio” Berlusconi, che ha capito che con un’Europa ostile non si va da nessuna parte e non si governa, ha teso una mano a Draghi (e quindi a Bruxelles): “Sono stato io a volerlo alla guida di Bankitalia e poi della Bce, superando la resistenza della signora Merkel. Sono stato ancora io il primo a indicarlo alla guida del governo di unità nazionale. Ovviamente non posso che essere favorevole al fatto che continui a svolgere un ruolo importante per l’Italia, anche dopo le elezioni. E in generale ho detto più volte che non disperderemo quanto di buono ha fatto il governo Draghi, anche nella scelta delle persone, naturalmente”. Il Cav, che dagli Euro-poteri e dai mercati fu triturato nel 2011 con la crisi dello spread, ha capito che non si governa “contro” l’Europa ma “con” essa. Lo avrà spiegato a Salvini?
(da Dagoreport)

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LE INFLUENZE RUSSE SULLE ELEZIONI ITALIANE: DALL’ATTIVISMO DELL’AMBASCIATA PER FAR CADERE IL GOVERNO DRAGHI ALLE PAROLE DI MEDVEDEV

Agosto 19th, 2022 Riccardo Fucile

L’ATTIVISMO DELL’AMBASCIATA RUSSA PER PROPORRE OSPITI RUSSI ALLE TV ITALIANE

In uno scenario elettorale già scosso dalle rivelazioni su azioni russe in Italia contro il governo di Mario Draghi, avvenute usando l’ambasciata russa come centro di interferenza in Italia, e politici amici di Mosca come possibili destinatari di pressioni e “suggerimenti” , ieri un nuovo caso ha riacutizzato i timori che il lavoro di Mosca sull’Italia sia in pieno corso. È indicativo – nell’economia delle operazioni russe in Italia – che sia toccato a Dmitry Medvedev innescarlo, un uomo che in questi anni è passato dal farsi le foto portato in braccio da Berlusconi o nella Sylicon Valley con Steve Jobs, alle invettive più radicali contro l’Occidente corrotto.
Mostrando una Russia ormai senza più infingimenti nelle operazioni di interferenza estera in Italia, Medvedev ha esortato in sostanza a punire i politici che hanno colpito Mosca con le sanzioni (Draghi in primis, ma tutti quelli che ne hanno sostenuto attivamente le politiche), e a premiare gli amici di Putin, a meno di voler passare un inverno al freddo.
«Vorremmo vedere i cittadini europei non solo esprimere il malcontento per le azioni dei loro governi», ha scritto su Telegram, «ma anche dire qualcosa di più coerente.
Ad esempio, che li chiamino a rendere conto, punendoli per la loro evidente stupidità. I voti degli elettori sono una potente leva di influenza. Chiamate i vostri idioti a rendere conto. E vi ascolteremo. Il vantaggio è evidente: l’inverno è molto più caldo e confortevole in compagnia della Russia che in uno splendido isolamento con la stufa a gas spenta».
Chi è Medvedev lo spiega meglio di tantii altri Maria Pevchik – capo del team investigativo della Fondazione Navalny – che ha indagato sulle sue presunte proprietà in Italia: «Quando ti senti una persona inutile e patetica, come Dmitry Medvedev, provi a reinventarti», dice Pevchik. «Avrebbe potuto radersi la testa o cominciare ad andare in palestra. Invece si è reinventato come un falco».
Medvedev negò di essere il beneficiario reale di una grande tenuta in Chianti, che la Fondazione Navalny ritiene invece sua, dietro un prestanome. Senza altri dubbi.
Secondo Ekaterina Schulmann, Medvedev «sta cercando di salvarsi dall’oblio politico sconfiggendo Erode e di conseguenza presentandosi come candidato nell’Apprentice show per il Cremlino».
Anche per questo si è posto come referente per le ops russe in Italia. E in questo sta usando il suo ruolo di vicepresidente del Consiglio di sicurezza nazionale russo, in grado dunque di parlare con i capi dei servizi – uno dei quali, Igor Kostyukov, capo del Gru, è a lungo stato di stanza a Roma, dove oggi c’è il figlio Oleg, il funzionario dei contatti con l’emissario di Salvini, e dell’operazione per indebolire Draghi.
Quando è caduto Draghi, è Medvedev che ha postato esultante la foto di Draghi e Boris Johnson caduti. È lui che viene mandato avanti per rivendicare le operazioni, senza neanche più nasconderle, uno degli yesmen più infaticabili della cerchia di Vladimir Putin fin dai tempi della cooperativa Ozero, gli amici di giovinezza di Putin con i quali lanciò l’assalto al potere e alle risorse della Russia post sovietica.
Naturalmente la cosa non può più passare inosservata. I servizi sono molto allertati. Il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, lavora da tempo per istituire una commissione d’inchiesta «su rapporti tra leader e partiti italiani e il mondo economico-finanziario russo».
La cosa è assai interessante perché Di Maio non solo conosce i dossier della Farnesina, ma conosce anche il M5S, una delle forze politiche che in questi anni sono state più vicine alla Russia, oltre ovviamente alla Lega e a Silvio Berlusconi, amico personale di Putin.
Non è sfuggito a chi monitora queste operazioni l’attivismo in questi mesi di Maria Zakharova, e anche dell’ambasciata russa, per proporre ospiti russi alle tv italiane. All’epoca dell’operazione “Dalla Russia con amore” , gli “aiuti” russi sul Covid, gestita direttamente dall’allora premier Conte con Putin, e collegati a una operazione di propaganda con presenza anche di intelligence militare russa su suolo di un Paese Nato, tutto fu gestito a Palazzo Chigi, bypassando la Farnesina e la Difesa.
E ieri il ministro Lorenzo Guerini ha risposto a Medvedev che «i’ consigli’ di chi tenta di interferire con i processi democratici saranno rispediti al mittente». Una Commissione potrebbe far emergere cose improprie avvenute? In un’intervista registrata a Mosca non molti giorni fa con Giorgio Bianchi, free lance italiano simpatetico con Mosca, Zakharova esordì ridendo compiaciuta per negare che Mosca avesse contribuito alla caduta di Draghi: «Che cosa abbiamo combinato adesso? ».
(da La Stampa)

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TORINO, IMBRATTATA LA TARGA DEDICATA A TINA ANSELMI

Agosto 19th, 2022 Riccardo Fucile

SVASTICA SUL NOME DELLA PRIMA MINISTRA DONNA DELLA REPUBBLICA

Svastica sulla targa intitolata a Tina Anselmi, prima ministra donna della Repubblica Italiana e partigiana.
Accade oggi, 19 agosto, a Torino, dove dei vandali hanno rovinato la pietra bianca dedicata ad Anselmi nel giardino Anselmi di Mirafiori Nord in via San Marino, vicino a Corso Cosenza, intitolato alla partigiana da aprile 2022.
Non tarda ad arrivare la condanna delle istituzioni al gesto. «Bisogna essere dei vigliacchi e degli ignoranti per imbrattare con il simbolo del male assoluto la targa a Mirafiori Nord di una donna mite e coraggiosa come Tina Anselmi. Vergognatevi», ha commentato Luca Rolandi, presidente della Circoscrizione 2, nel quale ricade il giardino di via San Marino.
«Un gesto vile e uno sfregio alla memoria»
Anche la vicesindaca di Torino, Michela Favaro, presente all’epoca all’intitolazione del parco e presidente del consiglio comunale, ha definito lo sfregio della targa un «gesto vile».
E ha aggiunto: «Viene lesa la memoria, il ricordo, di Tina Anselmi. Il 22 aprile abbiamo intitolato a lei il Giardino a Mirafiori Nord. Grazie a persone come lei l’Italia è un Paese libero e su questi valori e principi dobbiamo vigilare quotidianamente».
Concorde anche la vicepresidente del Senato e responsabile giustizia e diritti del Pd, Anna Rossomando, che su Facebook scrive: «Uno sfregio alla memoria di una delle madri costituenti simbolo dell’Italia repubblicana. Forse era questo l’intento, ma nessuno può scalfire ciò che per l’Italia è stata ed è Tina Anselmi».
(da agenzie)

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PREMIO COERENZA A BERLUSCONI: “NON ABBIAMO NULLA A CHE VEDERE CON I SOVRANISTI, IN ITALIA SONO ININFLUENTI”

Agosto 19th, 2022 Riccardo Fucile

PER QUELLO SI ALLEA CON LORO, CHE COMICHE… SONO TALMENTE ININFLUENTI CHE SENZA I LORO VOTI FAREBBE ELEGGERE (FORSE) SOLO SE STESSO

Contro il populismo e per l’europeismo. Così Silvio Berlusconi, presidente di Forza Italia, prova a riposizionare il suo partito all’interno di un’alleanza di centrodestra che ha contribuito a far cadere il governo di Mario Draghi e che ha una recente eredità politica anti Ue.
Per l’ex premier, un elettore di centrodestra dovrebbe votare Fi piuttosto che Lega e Fratelli d’Italia perché la sua «vocazione europeista e atlantica, che è un garanzia per i paesi amici e alleati».
In un’intervista a Il Foglio, Berlusconi parla per rivendicare l’appartenenza passata al governo Draghi (e provare a non lasciarne l’eredità alla sinistra o al Terzo polo), indicando nel Movimento 5 Stelle l’unico responsabile della crisi.
Come il M5s, anche il partito di Berlusconi non ha votato la risoluzione per la fiducia in Senato all’esecutivo lo scorso mese, ma oggi dice: «Avrei preferito che in un momento così delicato il governo continuasse a lavorare fino alla fine naturale della legislatura. E’ il comportamento irresponsabile dei Cinque stelle che lo ha reso impossibile».
Per guadagnare consensi nell’area di centro, Berlusconi punta sulla rivendicazione dei traguardi raggiunti dal governo uscente: «Molti indicatori economici sono migliorati, negli ultimi mesi. Il governo di unità nazionale ha saputo, anche grazie alle sollecitazioni di Forza Italia, dare attuazione al Pnrr e fare ripartire il paese dopo la gravissima crisi legata alla pandemia».
Per quanto riguarda il presidente del Consiglio, Berlusconi dice: «Non posso che essere favorevole al fatto che continui a svolgere un ruolo importante per l’Italia, anche dopo le elezioni».
«Il sovranismo non fa parte della nostra storia»
Dietro a una possibile vittoria della coalizione di centrodestra si cela l’ombra del sovranismo e dell’anti-europeismo. Su questo, Berlusconi marca una differenza con i suoi alleati facendosi garante della vocazione europea: «Il nostro centrodestra non ha nulla a che vedere con le componenti di estrema destra che esistono in altri Paesi, mentre in Italia sono fortunatamente ininfluenti perché esiste una grande destra democratica. La nostra presenza è garanzia della vocazione democratica, europeista e atlantista della coalizione. Se così non fosse non potremmo farne parte».
«Cingolani potrebbe restare»
Berlusconi si è detto poi d’accordo con Matteo Salvini nell’ipotesi che il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani resti al suo posto: «Potrebbe essere una buona idea. Nel nostro governo dovranno essere presenti figure di alto profilo, anche prese fuori dai partiti, perché avremo bisogno del meglio che l’Italia possa offrire».
(da agenzie)

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LETTA ALLA CNN DICE QUELLO CHE PIU’ DELLA META’ DEGLI ITALIANI PENSA E LA FINTA PATRIOTA SI INNERVOSISCE

Agosto 19th, 2022 Riccardo Fucile

“SE VINCONO I SOVRANISTI ESULTANO TRUMP, PUTIN E ORBAN”… LA MELONI: “COSI’ SCREDITI L’ITALIA”, MA DIMENTICA CHE  LEI HA ATTACCATO TUTTI PER 5 ANNI: DAI SUOI ATTUALI ALLEATI A DRAGHI… UN CONSIGLIO: LA SMETTA DI PARLARE DI “PATRIOTI” CHE VIENE DA RIDERE

Un’intervista molto dura, quella in cui Enrico Letta alla Cnn prende posizione contro Giorgia Meloni, mettendo l’eventuale vittoria di Fratelli d’Italia come primo partito alle elezioni del 25 settembre in collegamento con il trionfo del fronte sovranista che include Donald Trump, Vladimir Putin e Viktor Orban.
Affermazioni che sembrano direttamente collegate anche alle parole con cui Dimitry Medvedev, ieri, ha chiesto agli europei (con chiaro riferimento all’Italia) di punire alle elezioni i leader che li hanno coinvolti nel sostegno all’Ucraina contro la Russia: «Le persone più felici a livello mondiale se vincesse Meloni, sarebbero Putin, Donald Trump e in Europa Orban – dice subito Letta che ha anche diffuso l’intervista sul suo canale Instagram – C’è il rischio di un profondo cambiamento di posizione dell’Italia sullo scenario internazionale. Le prossime elezioni saranno decisive per evitare questo esito».
Quindi, Letta ha criticato il centrodestra per aver fatto cadere il governo Draghi: «Il partito di Meloni, con i suoi alleati, ha rovesciato il governo Draghi che stava facendo scelte giuste ed efficaci usando i soldi europei per rendere il paese più forte e affidabile».
Immediata la reazione di Giorgia Meloni, che ha pure postato la sua replica su Instagram: «La differenza tra la sinistra italiana e i patrioti italiani? Semplice, i patrioti difendendo sempre l’Italia, la sinistra va in giro a screditare la Nazione per difendere il proprio tornaconto”.
(da agenzie)

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L’INTERFERENZA DI MEDVEDEV NELLE ELEZIONI ITALIANE CON L’INVITO AGLI ELETTORI A “PUNIRE I GOVERNI” DIMOSTRA CHE LA RUSSIA E’ IN DIFFICOLTA’ IN UCRAINA

Agosto 19th, 2022 Riccardo Fucile

MOSCA DEVE BUTTARSI SULLA “GUERRA IBRIDA”: USARE STRUMENTI ALTERNATIVI PER SEMINARE CAOS E INSTABILITÀ NELL’ALLEANZA OCCIDENTALE… SFILARE L’ITALIA DAL FRONTE AVVERSARIO SERVIREBBE A TRE SCOPI: OSTACOLARE LE SANZIONI ECONOMICHE, BLOCCARE LE FORNITURE DI ARMI ALL’UCRAINA E DERAGLIARE LA STRATEGIA PER L’INDIPENDENZA ENERGETICA DELL’EUROPA

La Russia non sta vincendo in Ucraina, e ormai sarà rassegnata all’evidenza che non raggiungerà mai per via militare tutti gli obiettivi posti da Putin all’inizio dell’invasione. Perciò, applicando la “guerra ibrida” perfezionata dal capo di Stato Maggiore Gerasimov, si adatta ad usare strumenti alternativi come seminare caos e instabilità nell’alleanza occidentale, sperando di staccarne gli anelli deboli.
Solo così si spiega la sfacciata interferenza politica dell’ex presidente Medvedev, che punta a trasformare anche le componenti a parole più atlantiste del centrodestra italiano, cominciando dalla premier in pectore Meloni, nei nuovi “utili idioti” di Mosca stavolta di destra.
I risultati militari russi, dall’umiliante ritirata da Kiev al sostanziale stallo nel Donbass, dimostrano che il Cremlino non sarebbe in grado di sostenere uno scontro aperto con la Nato, a parte le scellerate minacce di usare le armi atomiche. L’unica via d’uscita quindi diventa creare lo scompiglio fra gli avversari, sfruttando le caratteristiche della democrazia, ormai abrogata a Mosca dall’autocrazia.
Sfilare l’Italia servirebbe a tre scopi: ostacolare le sanzioni economiche, bloccare le forniture di armi, e deragliare la strategia per l’indipendenza energetica dell’Europa, che passa almeno in parte per il “reverse flow” del gas a cui sta lavorando con successo il governo Draghi. Sul primo punto le caratteristiche delle sanzioni limitano la capacità del prossimo esecutivo di fare marcia indietro, ma può ostacolarne di nuove. Sugli altri due Palazzo Chigi ha mano libera, almeno per le armi italiane e la politica energetica.
«I leader russi – dice a Repubblica Kurt Volker, inviato per l’Ucraina dell’amministrazione Trump non dicono cose vere, le dicono per influenzare le azioni degli altri. In questo caso, Mosca cerca di minare la stabilità politica in Italia perché vede un’Italia debole e semi filorussa come un’opportunità per bloccare le sanzioni della Ue, e i divieti di acquistare petrolio e gas russo in Europa. Il Cremlino preferisce di gran lunga una Ue e una Nato divise». Quindi si rivolge alla Casa Bianca: «Gli Stati Uniti devono intensificare il loro impegno diplomatico in tutta Europa, incitando gli alleati e sottolineando come la Russia stia cercando di esercitare influenza sul continente. Avere gli ambasciatori Usa sul campo, non ultima l’Italia, sarebbe un passo importante».§
Come ci ha spiegato l’ex direttore per l’Europa nella Casa Bianca di Obama, Charles Kupchan, «la leadership di Washington garantirà un continuo lavoro di squadra transatlantico per aiutare gli ucraini a difendersi. L’instabilità politica in Italia però invia un segnale preoccupante sulle sfide per mantenere la solidarietà dell’Occidente tra inflazione, carenza di energia e altre dislocazioni economiche esacerbate dalla guerra».
Il presidente di Eurasia Ian Bremmer aggiunge che «a peggiorare le cose, le elezioni porteranno probabilmente un governo euroscettico di estrema destra. Ciò indebolirà ulteriormente le prospettive di riforma e probabilmente produrrà un disavanzo più elevato, peggiorando l’inflazione e minando la fiducia degli investitori. Non sono preoccupato per l’uscita dall’euro e mi aspetto che il nuovo governo alla fine si allinei alle richieste della Ue, ma solo dopo un periodo di grave instabilità dei mercati finanziari».
Foreign Policy si è chiesta se col nuovo governo l’Italia indebolirà le sue posizioni verso la Russia e l’Ucraina. Meloni giura di no, ma si tratta di vedere se avrebbe la forza di tenere dritta la barra, quando la sopravvivenza del suo esecutivo dovesse dipendere dai senatori e deputati dei putiniani Salvini e Berlusconi.
Washington è preoccupata ma segue con discrezione la campagna elettorale, un po’ perché non ha un approccio sfrontato come Medvedev, e un po’ per non generare reazioni opposte a quelle desiderate. Il rischio più grosso però lo corre l’Italia, perché non è l’Ungheria, e staccandosi dalla sua storica alleanza occidentale andrebbe verso un isolamento che non può permettersi.
(da La Repubblica)

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I GIOVANI MEDICI NON VOGLIONO ANDARE A LAVORARE NEGLI OSPEDALI CALABRESI E OCCHIUTO DEVE “ARRUOLARE” I DOTTORI CUBANI

Agosto 19th, 2022 Riccardo Fucile

IL MILIARDO STANZIATO PER RISANARE LA SANITÀ CALABRESE È RIMASTO ANCORA INUTILIZZATO… “NON SOLO ‘NGRANGHETA, MA ANCHE SOCIETA’ PRIVATE E FORNITORI, UNA GRANDE MANGIATOIA”

È bastata la pioggia, il 12 giugno del 2021, a far crollare il controsoffitto del pronto soccorso dell’ospedale di Locri, sulla costa ionica della Calabria. Solo per un caso fortunato nessun medico o paziente si trovava a passare in quel momento.
Eppure dal 1998 il governo ha assegnato oltre 14 milioni di euro per il restyling e la messa a norma di quella struttura. Soldi che in questi anni non sono mai stati spesi.
Da allora oltre un miliardo di euro stanziati per risanare una sanità calabrese mangiata dalla ‘ndrangheta e che cade a pezzi sono rimasti inutilizzati nonostante i piani di rientro.
Gli ultimi soldi sono arrivati quattro anni fa: 86 milioni per acquistare nuova strumentazione. Ma niente. «In dodici anni di commissariamento, di tagli senza senso, di malagestione, la situazione è solo peggiorata. Con 18 ospedali chiusi su 42, medici al collasso e liste di attesa infinite, che arrivano a 500 giorni per una visita oculistica a Cosenza per esempio», sottolinea Rubens Curia, portavoce di Comunità competente, un raggruppamento di sindacati e associazioni che lavorano sul territorio.
«In questi dodici anni non sono state fatte nuove assunzioni di personale medico, in vasti territori mancano le prestazioni essenziali», spiega il governatore della Regione, Roberto Occhiuto, ex capogruppo di Forza Italia alla Camera
«Non c’è un problema di deficit in questo momento ed è preoccupante: non c’è perché non vengono erogati i servizi. Ci sono zone in cui se chiami un’ambulanza devi attendere più di quaranta minuti. Potremmo assumere oltre duemila medici senza superare i tetti di spesa. Ma al mio arrivo – sottolinea il governatore – ho trovato aziende sanitarie che non avevano chiuso i bilanci e non riuscivano a procedere con i concorsi. Così ho velocizzato la burocrazia, ma anche all’esito, molte procedure di selezione per contratti a tempo indeterminato sono andate deserte». Il motivo è facilmente intuibile: «Il nostro sistema sanitario non è attrattivo per i giovani specializzati».
Tutti gli interventi strutturali in cantiere necessitano di tempi «che i calabresi non possono più aspettare». Così Occhiuto spiega la sua scelta di ricorrere «in base all’articolo 6 bis del decreto legge 105 del 2021» ai medici cubani «per garantire un po’ di ossigeno a un sistema al tracollo».
Come hanno fatto Lombardia e Piemonte nell’emergenza Covid, da giugno la Calabria ha iniziato una lunga interlocuzione con la Società di stato cubana per arrivare alla sigla di un accordo di tre anni: «Ci forniranno fino a 497 medici, quelli che mancano ai nostri reparti – sottolinea Occhiuto -. I primi 33 arriveranno a settembre: faranno subito corsi intensivi di italiano per essere inseriti nelle strutture». Un’operazione che costerà alla Calabria fino a 2, 3 milioni di euro al mese. Critica a cui Occhiuto risponde secco: «Un medico costa in media 6 mila 700 euro al mese, questo accordo consentirà di avere medici in distacco transnazionale con 4 mila 700 euro al mese più le spese di alloggio. Noi garantiamo un rimborso forfettizzato di 1. 200 euro, gli altri 3. 500 euro al mese li diamo alla Società del governo cubano che si occuperà di stabilire stipendi e contratti».
§Nel frattempo l’intenzione è quella di risolvere i problemi strutturali, usando le risorse inutilizzate, assumendo specializzandi, mantenendo in servizio i medici in pensione che fanno richiesta. Ma anche quantificando il debito della Sanità calabrese «con gruppi di lavoro in tutte le aziende sanitarie con l’ausilio della Gdf».
Occhiuto è convinto che il debito reale sia inferiore a quello raccontato, «perché molto spesso si tratta di doppi e tripli pagamenti effettuati agli stessi fornitori». Quantificare il debito è «impossibile» secondo Santo Gioffré, ex commissario dell’Asp di Reggio Calabria, fatto fuori a cinque mesi dalla nomina nel 2015 con un cavillo burocratico, che allora ci aveva provato. «Quando sono arrivato ho trovato un rapporto che parlava di 398 milioni di euro di pignoramenti non regolarizzati. All’epoca qualcosa si poteva fare ma oggi è passato troppo tempo: le carte non ci sono più, parliamo di fatture del 2008, del 2009, molti reati si sono prescritti».
La verità, secondo Gioffré, che lavora nell’unico ambulatorio ginecologico della Asp che fa ecografie in tutta l’area tirrenica del Reggino, è che «con la Sanità calabrese è stato finanziato ogni atto illecito in Italia, e non parlo solo della ‘ndrangheta, ma di società private, farmaceutiche, di fornitori. Io ci avevo messo le mani e per questo sono stato cacciato. Poi, anche minacciato di morte. Bisogna andare indietro almeno al 2005 se si vuole davvero capire qualcosa».
(da agenzie)

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GIORGETTI, IL “DON ABBONDIO” LEGHISTA CHE STREPITA, BRIGA, MA POI RIMANE SEMPRE SUL CARROCCIO

Agosto 19th, 2022 Riccardo Fucile

ORA CHE FARÀ? QUELLO CHE HA SEMPRE FATTO: SI CANDIDERÀ E AVRÀ PER L’ENNESIMA VOLTA UN POSTO IN PARLAMENTO…. È L’UNICO INSIEME A CALDEROLI AD AVER PASSATO INDENNE TUTTE LE STAGIONI DELLA LEGA

«Il Gianca non puoi cacciarlo – dice un leghista Docg che lo conosce bene -. L’unico che poteva dire basta, e che probabilmente questa volta ci ha anche pensato seriamente, era lui stesso. E invece».
E invece «il Gianca», che poi sarebbe il ministro dello Sviluppo economico e vice-segretario della Lega Giancarlo Giorgetti, ieri era ancora lì al suo posto, a partecipare per conto del suo partito al vertice tecnico del centrodestra per la compilazione delle liste. E a metterci la giacca stazzonata e la camicia bianca spiegazzata, oltre che la faccia, davanti ai microfoni e alle telecamere.
Con quell’estetica da Seconda Repubblica che già dice tutto del suo essere uno degli ultimi elefanti della politica politicata (ma lui la definirebbe «l’arte di rendere realizzabili i desideri» oppure «l’arte del possibile») in un mondo dominato dai consulenti marketing e dagli slogan sparati sui social o proiettati sui muri.
Una sistemata agli occhiali e una dichiarazione telegrafica ai giornalisti – «I nomi per le candidature? Servono ancora 24 ore» – e poi via di corsa senza perdere troppo tempo. Perché Giorgetti è così: sbrigativo quando c’è da parlare, meticoloso quando c’è da fare. Tutto molto lombardo e molto pragmatico, del resto è laureato in Economia aziendale alla Bocconi e sicuramente preferisce discutere di Made in Italy e piani di sviluppo con amministratori delegati e industriali piuttosto che partecipare a un talk show televisivo.
L’essere schivo è una caratteristica che gli ha fatto comodo anche in politica: insieme a Roberto Calderoli nella prossima legislatura potrebbe essere uno dei pochissimi parlamentari leghisti ad aver attraversato tutte le stagioni, dall’âge d’or el Senatur alla Lega per Salvini premier, passando per la stagione del «cerchio magico» di Bossi e per la gestione targata Bobo Maroni. «La politica è il mio mondo» è quanto lui stesso ha confidato nei giorni scorsi ad alcuni amici, come ad ammettere di non poterne fare a meno.
Figlio di un pescatore del lago di Varese, cresciuto insieme al governatore lombardo Attilio Fontana negli anni in cui Varese era una delle città più di destra d’Italia (lo stesso Giorgetti ha militato fra i giovani del Movimento sociale), nei primi anni Novanta si è iscritto alla Lega Lombarda. Giorgetti c’era, c’è e ci sarà.
E la domanda che si fanno in molti, in queste ore, riguarda proprio questo suo rimanere al suo posto, nel suo partito, nonostante tutto. Lui, il più draghiano fra i leghisti, ha dato battaglia dentro la Lega contro le sbandate sovraniste, ha combattuto per farla entrare nell’esecutivo Draghi e poi ha provato a difendere fino «ai supplementari» l’esistenza stessa del governo.
Eppure, anche dopo aver metabolizzato che quell’esperienza era terminata (giornata per la quale si è spinto a usare parole come «uno show poco dignitoso»), ha lasciato sbollire l’amarezza e dopo qualche giorno è tornato in pista. Il segretario Matteo Salvini gli ha chiesto di restare in squadra è vero, ma c’è modo e modo di esserci e di giocare: Giorgetti è tornato a farlo in prima fila.
C’è la sua firma, ad esempio, accanto a quelle di Giorgia Meloni e Antonio Tajani, sotto il foglio di bloc notes con cui il centrodestra il 28 luglio ha siglato un accordo per la spartizione dei candidati nei 221 collegi uninominali. In queste settimane, poi, ha partecipato a tutte le feste della Lega a cui era atteso.
Come pure, il 25 agosto, sarà sul palco del Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini per inaugurare di fatto la sua campagna elettorale. E pazienza se quest’anno, tra comizi, elezioni e successive consultazioni al Quirinale, dovrà aspettare almeno ottobre per volare in Inghilterra a vedere una partita del suo amato Southampton.
«Giancarlo è un democristiano vero, mastica tutto – racconta un amico con il quale spesso si scambia degli sms -. La verità è che ci aspetta una legislatura dura e che c’è bisogno di gente come lui, di colombe, perché sia a destra che a sinistra si vedono in giro troppi falchi. Sono rimasti in pochi quelli capaci di far ragionare la gente. E poi in qualche modo lui è l’unico esponente del centrodestra che può davvero dare all’Europa un segnale di continuità con il governo Draghi».
Un altro che lo conosce da sempre è Emilio Magni, primo cittadino di Cazzago Brabbia, il paese di 800 abitanti affacciato sul lago di Varese in cui Giorgetti è diventato grande e in cui tuttora è residente dopo esserne stato anche sindaco per due mandati.
«Ho qualche anno più di lui e me lo ricordo ragazzino che sbrogliava le reti da pesca in riva al lago e ancora oggi lo incrocio quando esce con la sua barchetta a remi o con il “barchett” da pesca di famiglia per andare a fare il bagno in mezzo al lago con suo fratello – ricorda Magni, alla guida di una lista civica ma iscritto al Pd –. Giancarlo avrebbe dovuto fare il pescatore, il lavoro si tramandava dai padri ai figli maschi, ma quando è arrivato il suo turno il lago era inquinato e così lui e tanti altri hanno studiato. Però ricordo bene quando ha dovuto lasciare la presidenza della cooperativa dei pescatori perché è venuto fuori che era incompatibile con il suo incarico di sottosegretario alla Presidenza del consiglio. Sembrava una barzelletta. In paese è stimato e benvoluto da tutti, anche perché da amministratore ha recuperato le vecchie ghiacciaie per conservare il pesce».
Quanto alla politica, il sindaco ammette di essere poco aggiornato sulle ultime mosse dell’illustre cittadino: «Di natura è uno che sguscia, che compare poco, un’anguilla. Con me, le poche volte che si è lasciato andare, mi ha confessato di non essersi mai fidato fino in fondo di Conte e di non approvare certe boutade di Salvini. Di sicuro è uno che è sempre stato capace di rimanere a galla. Quando lo si vede tanto in paese non è un buon segno: vuol dire che è tornato a casa a ricaricare le pile perché lo hanno fatto infuriare».
Quest’anno, a parte qualche giorno in montagna con la famiglia a camminare, pare che buona parte delle vacanze Giorgetti le abbia fatte proprio a Cazzago Brabbia.
(da La Stampa)

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INTERVISTA A CARLO COTTARELLI: “SONO UN LIBERAL-DEMOCRATICO E MI CANDIDO CON IL PD”

Agosto 19th, 2022 Riccardo Fucile

“TREMONTI? SU ALCUNE COSE SIAMO VICINI, SU ALTRE NO, COME L’INTERPRETAZIONE DELLA CRISI DEL 2011, CHE LUI VEDE COME UNA CONGIURA INTERNAZIONALE MENTRE IO LA ATTRIBUISCO ANCHE AGLI ERRORI COMPIUTI NEGLI ANNI DUEMILA, QUANDO LUI ERA AL GOVERNO”

Professore perché si candida col centrosinistra?
«L’Italia – risponde l’economista Carlo Cottarelli – è arrivata a un punto di svolta e mi sembra giusto dare un contributo. Quando me l’hanno chiesto non ci ho messo molto a decidere. In campo ci sono due visioni molto diverse di come dovrebbe funzionare l’Italia. Entrambe legittime. E dico subito che per me non c’è il rischio di un ritorno del fascismo. Ma sulle priorità dell’economia e sul rapporto con l’Europa mi sento molto più vicino a una visione che non è quella del centrodestra» .
Ma lei non ha scritto il programma di Azione di Carlo Calenda? Perché allora si candida col Pd?
«Non ho scritto il programma di Azione, ma ho coordinato il gruppo di esperti che ha preparato gli 8 rapporti dai quali poi il partito ha scelto cosa prendere per il programma. Allo stesso tempo avevo partecipato al comitato dei garanti delle agorà democratiche per il Pd, iniziativa volta a far emergere dal basso i temi programmatici».
Molti si chiedono che c’entra un riformista come lei con il leader di Sinistra italiana Nicola Fratoianni.
«Appunto, è una questione di alleanze. Questa legge elettorale costringe ad accordi per aumentare le possibilità di vittoria».
Nell’uninominale potrebbe trovarsi a sfidare l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti.
«Su alcune cose siamo vicini, su altre no, come l’interpretazione della crisi del 2011, che Tremonti vede come una congiura internazionale mentre io la attribuisco anche agli errori compiuti negli anni Duemila, quando lui era al governo».
Dalle liste Pd sono stati esclusi molti riformisti. Dopo la rottura con Calenda il partito è più a sinistra?
«E allora perché avrebbero chiesto a Cottarelli di candidarsi? Io sono sempre stato nell’area liberal democratica. In passato ho votato anche il Pd, alle ultime elezioni +Europa. Credo di essere stato coinvolto anche per evitare uno sbilanciamento troppo a sinistra, tanto è vero che la mia candidatura è stata presentata da +Europa e dal Pd».
(da Il Corriere della Sera)

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