Agosto 22nd, 2022 Riccardo Fucile
FIGLIO DI UN DIRIGENTE DEL KGB, HA COSTRUITO UNA TEORIA POLITICA CONTRO IL DISPREZZATO OCCIDENTE… FU SAVOINI A PORTARLO A MILANO GIÀ NEL 2015… L’INCONTRO NELLA SEDE DI CASA POUND, IL PROGETTO DI UNA RETE DI PARTITI DI ESTREMA DESTRA (LEGA, LE PEN, WILDERS) E EUROSCETTICI, CHIAMATA “ALTINTERN” (DUGIN PENSAVA ANCHE AL M5S) CON CUI MINARE L’UE
Nell’affaire Metropol, la trattativa in un hotel di Mosca per un presunto finanziamento russo di 65 milioni alla Lega – su cui è ancora in corso un’indagine a Milano per corruzione internazionale – assieme a un emissario della Lega, Gianluca Savoini, due dei russi identificati come parte della conversazione erano Andrey Kharchenko e Ilya Yakunin.
Kharchenko è uno dei collaboratori stretti di Alexandr Dugin, il filosofo del rossobrunismo eurasiano che probabilmente era il vero bersaglio dell’autobomba esplosa nella notte di sabato a Mosca. Dugin è stato in realtà dietro tutta quella partita, e dietro molte altre, in Europa e in Italia.
Non è solo un intellettuale, quell’uomo che vediamo nei fermo immagine davanti alla macchina esplosa della figlia, con le mani nei capelli, e Kharchenko non è solo il suo migliore allievo laureato.
Il filosofo è figlio di un dirigente del Kgb, e Karchenko – rivelò Bellingcat – viaggiava con un passaporto speciale che di solito viene rilasciato solo dagli Esteri russi, per lo più agli uomini dei servizi. Insomma, filosofo molto particolare, Dugin.
Non perché sia particolarmente vicino a Putin ma perché è stato coscientemente usato dal Cremlino per una serie di operazioni di propaganda e penetrazione nei partiti e nei media occidentali, proprio quell’Occidente che la sua “Quarta teoria politica” disprezza, cercando di congiungere separatismo etnico di estrema destra e anticapitalismo e anti Nato di estrema sinistra.
Fu così che Dugin è entrato in Italia. A metà tra agitatore culturale e servizi segreti. Savoini lo porta a Milano già nel 2015, plenipotenziario di Tsaargrad, il network dall’oligarca Malofeev. I libri come ottimo pretesto geopolitico.
Quel giorno Dugin ha accanto Maurizio Murelli, militante neofascista già condannato negli Anni 70. Anni dopo, nell’estate 2018 della nascita del governo Lega-M5S, un tour duginiano lanciato da Savoini vedrà Dugin approdare sulla terrazza di Casa Pound, con il segretaro Simone Di Stefano, ancora Murelli e, moderatore, Giulietto Chiesa. Estrema destra e estrema sinistra.
Nel marzo scorso fu fatta trapelare dal Dossier Center di Mikhail Khodorkovsky una mail che riferiva di un altro incontro, che i russi stavano organizzando nel novembre 2017, tra Salvini e il team di Malofeev e Dugin: «Per novembre, durante la visita di lavoro di Matteo a Mosca, il mio capo ha organizzato con lui un incontro privato, affittando una stanza allo stesso piano dell’Hotel Lotte per evitare che la stampa occidentale si accorgesse dell’incontro», scriveva Mikhail Yakushev, numero due di Malofeev, oligarca plurisanzionato fin dall’annessione illegale della Crimea nel 2014, che finanziò ampiamente.
In un’altra mail il team russo di Tsaargrad scrive che bisogna creare in Europa una rete di partiti, di estrema destra (Lega, Le Pen, Wilders) «ma anche euroscettici», chiamata “Altintern” (citazione del vecchio Comintern): «Senza il nostro impegno attivo e il sostegno tangibile ai partiti conservatori europei, la loro popolarità e influenza in Europa continueranno a diminuire».
Dugin pensava anche al M5S. E lo disse a chiare lettere al sito web di Defend Democracy Press. Se a italiani, tedeschi e francesi fosse stata data la possibilità di ritirarsi, affermò, «sarebbe successo il giorno dopo»: «Se lo chiedessimo oggi agli italiani, ovviamente se ne andrebbero anche loro.
E sappiamo che lo chiedono Lega Nord e Cinque Stelle. Dobbiamo affrontare la verità: l’Unione europea sta cadendo a pezzi; è la fine della Torre di Babele, basata sulla geopolitica atlantica e sul sistema di valori liberale». «L’Italia è oggi l’avanguardia geopolitica della Quarta Teoria Politica» spiegò Dugin lodando Giuseppe Conte e il suo primo governo: «L’unione tra Lega e Cinque Stelle è il primo passo storico verso l’affermazione irreversibile del populismo e il passaggio a un mondo multipolare».
Per questo, disse, quel governo italiano era un partner naturale del Cremlino. Di certo foto e amici imbarazzanti tornano a galla: ieri per esempio l’estremista di ultradestra americano James Porrazzo ha twittato una foto di Darya Dugina, chiamandola «una guerriera che sapeva che sarebbe potuto succedere», e in questa foto “Dari” è proprio accanto a Salvini.
(da agenzie)
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Agosto 22nd, 2022 Riccardo Fucile
LA COCCA TRA I SILENZI DEGLI INDAGATI (SI SONO AVVALSI DELLA FACOLTA’ DI NON RISPONDERE) E IL MURO DI GOMMA DI MOSCA DI FRONTE ALLE ROGATORIE DEI PM DI MILANO
Tra i silenzi degli indagati e il muro di gomma di Mosca di fronte alle
rogatorie dei pm di Milano, l’inchiesta sulla trattativa al Metropol rischia di concludersi, a dicembre, senza fare luce sulla compravendita di gas che avrebbe dovuto portare circa 65 milioni di dollari nelle casse della Lega.
Il 18 ottobre 2018 nella hall dell’hotel moscovita Gianluca Savoini, l’ex portavoce di Matteo Salvini e presidente dell’associazione Lombardia-Russia, l’avvocato Gianluca Meranda e il broker finanziario Francesco Vannucci incontrano tre emissari del Cremlino: Ilya Yakunin, vicino al parlamentare Vladimir Pligin e all’allora ministro dell’Energia Dmitry Kozak; Yury Burundukov, legato all’oligarca nazionalista russo Konstantin Malofeev; Andrey Kharchenko, ex agente dei servizi segreti.
Tutti e sei sono indagati ora a Milano per corruzione internazionale. Almeno due di loro, Yakunin e Kharchenko, sono considerati vicinissimi proprio ad Aleksandr Dugin, di cui parla Savoini nell’audio di Buzzfeed. «Abbiamo creato questo triumvirato, io, te e lui, che deve lavorare in questo modo – dice in maniera criptica a Miranda – . Solo noi tre. Un compartimento stagno. Anche ieri Aleksander ha detto che la cosa importante è che siamo solo noi. Tu, io, rappresentiamo il collegamento con entrambi, l’italiano e il loro “lato politico”. Solo noi. Nessun altro».
In effetti, il 17 ottobre Savoini incontra Dugin davanti al Metropol. E lo stesso giorno l’allora vicepremier Matteo Salvini, a Mosca per un evento di Confindustria Russia, avrebbe incontrato il suo omologo russo Dmitry Kozak. Coi pm i tre italiani si avvalgono della facoltà di non rispondere. E anche le rogatorie in Russia restano lettera morta. Dopo mesi di silenzio, Mosca risponde chiedendo quesiti più dettagliati. Poi la guerra in Ucraina chiude ogni comunicazione. E ora, dopo l’ultima proroga di due mesi fa, l’inchiesta rischia di essere archiviata a dicembre.
(da agenzie)
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Agosto 22nd, 2022 Riccardo Fucile
“ORA MOSCA È OBBLIGATA A DEDICARE PIÙ UOMINI E RISORSE ALLA DIFESA DI OBIETTIVI CHE NON RITENEVA A RISCHIO”… “SONO MOLTI I CONSIGLIERI, I POLITICI E I SOSTENITORI DEL GOVERNO CHE ADESSO SI SENTIRANNO IN PERICOLO”
«Chiunque ci sia dietro all’attentato contro Aleksandr Dugin, una cosa è comunque certa: questo attacco pone alla Russia un grave problema strategico, perché la obbliga a dedicare più uomini e risorse alla difesa di obiettivi che non riteneva a rischio. Sommandolo alle incursioni militari condotte dagli ucraini o dai sabotatori, in Crimea e in altri luoghi dietro le linee della guerra, diventa una sfida complessa da affrontare».
Il politologo americano Edward Luttwak allarga lo sguardo oltre la bomba che ha ucciso la figlia dell’ideologo di Putin, per analizzare le implicazioni e gli effetti più ampi sul conflitto.
Ha idea di chi possa essere stato?
«Al momento si fanno solo ipotesi. Le più citate sono un’operazione organizzata direttamente da Kiev; un atto compiuto da qualche simpatizzante ucraino; o un’iniziativa interna, gestita da apparati dello Stato contrari alla guerra o da membri della dissidenza. Nessuno però sa davvero cosa sia successo».
L’attentato non dimostra comunque che il regime ha un controllo del territorio meno solido di quanto si pensasse?
«Putin non ha voluto proclamare la mobilitazione generale, per non urtare la popolazione e perdere consenso, ma ciò comporta che ha meno risorse e capacità anche per la sicurezza interna».
Perché prendere di mira Dugin?
«È il filosofo che ha costruito l’architettura intellettuale della guerra, sostenendo che questo è il ruolo storico della Russia. Quindi, pur non facendo ufficialmente parte del governo, è un obiettivo strategico».
Chi poteva avere interesse a colpirlo?
«Un’ipotesi è che Kiev, direttamente o attraverso i molti ucraini che vivono in Russia, voglia dimostrare di avere le mani lunghe. Di sicuro lo sta già facendo sul piano militare, con i recenti attacchi lanciati in Crimea e nelle retrovie. Questo crea a Mosca un serio problema strategico e logistico, perché deve aumentare gli uomini e le risorse dedicate alla difesa di obiettivi che riteneva sicuri, distraendole dal fronte dove ha già limitazioni significative. Ciò sta già avvenendo, è un dato di fatto. Ora si tratta di capire se l’attentato a Dugin si inquadra in questa strategia, ampliando il fronte degli attacchi domestici fino alla capitale, oppure se è stata un’operazione condotta dalla dissidenza interna contraria alla guerra, per aprire crepe nel regime. Qualunque sia la risposta, l’effetto non cambia».
Cioè?
«Così come sta già rafforzando le difese in Crimea, il Cremlino ora dovrà porsi il problema di potenziare la sicurezza interna. A Dugin verrà data una scorta, ma sono molti i consiglieri, i politici e i sostenitori del governo che adesso si sentiranno in pericolo. Tutto ciò destabilizza la società, rende più difficile la prosecuzione della guerra senza la mobilitazione generale, e distrae risorse necessarie al fronte».
Vede il rischio di attentati contro obiettivi civili?
«Non credo, perché produrrebbero una reazione opposta a quella desiderata. Adottando una linea tipo quella dei palestinesi, bombardando cinema, supermercati o matrimoni, si motiverebbe la gente a difendere il paese, rafforzando la mano di Putin. Chiunque sia il responsabile, è più probabile che continui a puntare su obiettivi militari o politici, cioè strategici e non civili».
(da agenzie)
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Agosto 22nd, 2022 Riccardo Fucile
SE FOSSE OPERA DI SABOTATORI UCRAINI VORREBBE DIRE UN SALTO DI LIVELLO ENORME… E’ SICURAMENTE OPERA DI PROFESSIONISTI ADDESTRATI
La Russia lancia un’accusa incompiuta contro l’Ucraina per l’attentato che
sabato sera ha ucciso Darya Dugina, figlia ventinovenne dell’ideologo russo Alexander Dugin, per bocca della portavoce degli Esteri Maria Zakharova: “Se troveremo tracce del coinvolgimento di Kiev, vuol dire che lo stato ucraino è uno stato terrorista”.
Gli ucraini smentiscono: “Non siamo stati noi”, dice Mikhailo Podolyak, consigliere del presidente ucraino Zelensky, per quel che vale una smentita in un campo – quello delle operazioni clandestine dei servizi segreti all’estero – che non ammette dichiarazioni ufficiali.
Il governatore filorusso di Donetsk, Denis Pushilin, accusa in termini secchi gli ucraini e quindi sostiene che la bomba sia stata piazzata da quel network di sabotatori che fin dall’inizio dell’invasione a febbraio ha cominciato a lanciare attacchi in territorio russo.
E in serata è arrivata anche la rivendicazione del cosiddetto Esercito repubblicano nazionale, un’oscura formazione partigiana – sconosciuta prima di ieri – che sostiene di avere come obiettivo la deposizione di Putin “usurpatore e criminale di guerra” e questa volta la fonte della rivendicazione è Ilya Ponomarev, ex membro della Duma russa e oppositore comunista di Putin che ha trovato rifugio a Kiev e da lì prosegue la sua attività.
Ponomarev ha parlato alle sette di sera in un programma trasmesso sulla sua televisione, ma non è considerato una fonte sempre impeccabile. “L’attacco apre un nuovo capitolo della resistenza a Putin”, ha detto il politico russo in esilio.
Gli investigatori russi dicono che la bomba che sabato sera ha ucciso Dugina era piazzata sotto il sedile del guidatore della Toyota Land Cruiser intestata a lei. L’esplosione ha sparso detriti per decine di metri, ha disintegrato il tettuccio e i due posti davanti, ha fatto saltare i finestrini, ha piegato la carrozzeria verso l’esterno e ha sbalzato il corpo sulla strada.
Non si trattava di una carica leggera che si poteva piazzare in fretta, magari una di quelle “bombe appiccicose” che i sicari in motocicletta possono attaccare con un magnete o con una sostanza adesiva alle portiere di una macchina e basta loro un gesto della mano, ma di un ordigno potente (forse più dei quattrocento grammi di tritolo dichiarati dalla polizia).
La Toyota era stata parcheggiata per almeno tre ore in un parcheggio incustodito e inquadrato da telecamere a circuito chiuso – che però avevano smesso di funzionare due settimane fa.
Dugin e figlia erano andati a un festival che si chiama “Tradizioni” e la loro partecipazione era nota da tempo. L’unica cosa che chi ha piazzato la bomba non poteva sapere è che all’ultimo momento l’ideologo ha scelto di salire su un’altra auto e non su quella guidata dalla figlia. L’esplosione è avvenuta dopo dieci minuti sul tratto di autostrada che attraversa Odintsovo, sobborgo a trenta chilometri dalla capitale dove Putin e molti altri membri dell’establishment hanno le loro residenze – e se l’attentato doveva essere un segnale contro il Cremlino non poteva esserci un posto più adatto.
Dugin è subito sceso dalla macchina che seguiva, ha guardato la carcassa della vettura in fiamme e si è messo le mani nei capelli ripreso da altri automobilisti – è un’immagine che diventerà iconica di questo periodo violento in Russia.
Dugin era un bersaglio particolare – sempre che fosse lui e non la figlia, partner di tutte le sue operazioni di propaganda – perché era molto conosciuto soprattutto all’estero come volto del putinismo e giocava molto su questa sua vicinanza al leader del Cremlino per fini autopromozionali, ma in realtà non era così connesso e per questo non godeva di protezioni speciali.
Il rapporto tra costo e ritorno, per così dire, in un attentato contro Dugin era molto più vantaggioso rispetto a quello di un attentato contro un dirigente qualsiasi del Cremlino di sicuro più vicino al vertice del potere ma anche meglio protetto e più difficile da colpire. Chi ha progettato questo attacco voleva colpire un simbolo del putinismo che scatenasse l’attenzione dei media internazionali, con uno sforzo relativamente piccolo.
Se fossero stati gli infiltrati ucraini che finora si erano dedicati a colpire ferrovie, depositi di carburante e agenti dei servizi russi sarebbe un salto di livello enorme. Il separatista Pushilin li accusa, ma a febbraio aveva detto lo stesso dopo un finto attentato con autobomba inscenato a Donetsk e viene il sospetto forte che anche in questo caso gli ucraini non c’entrino.
In queste ore si scommette molto sulla pista interna a Mosca.
Forse la bomba è parte di una strategia della tensione voluta dai servizi russi per rafforzare il partito della guerra, forse invece è un avvertimento da parte di quel blocco potente di poteri che è stato danneggiato in misura enorme dalla guerra di Putin e che non riesce a farsi ascoltare, oppure ancora l’ultranazionalista Dugin andava tolto di mezzo perché continua a parlare di guerra fallita e di debolezza russa. E da ieri c’è anche questa sigla, Esercito repubblicano nazionale, che si prende un posto fisso sulla scena.
(da agenzie)
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Agosto 22nd, 2022 Riccardo Fucile
LA SCENA È STATA RIPRESA CON UNO SMARTPHONE TRA LE RISATE DEI PRESENTI… E L’AGGRESSORE MINACCIA ANCHE IL SINDACO: IN UN PAESE NORMALE SAREBBE GIA’ IN GALERA
Un aggressione in pieno centro, a Cosenza. La vittima è un venditore ambulante straniero, colpito da un ragazzo italiano con un ceffone. Uno schiaffo così forte da farlo stramazzare al suolo.
La scena viene ripresa con uno smartphone, tra le risate (fuori luogo) e l’incredulità dei presenti, e finisce sui social scatenando la polemica. L’episodio risale alla mattina del 19 agosto ed è avvenuto in corso Mazzini.
Cosa è successo
Il video dura pochi secondi, ma chiarisce bene la dinamica dell’accaduto. L’ambulante straniero corre dietro al ragazzo con una bottiglia di plastica in mano per farsi ridare un paio di auricolari, che il giovane aveva presumibilmente preso dalla sua bancarella pochi attimi prima (scena non ripresa, ndr). «Che ca**o fai… che ca**o fai…?! Non rubare, dammi gli auricolari», urla. Quando il giovane si ferma, lo straniero che lo stava inseguendo gli finisce addosso, così i due si ritrovano faccia a faccia.
Il venditore ambulante chiede che gli auricolari (ben visibili tra le mani del ragazzo) gli vengano restituiti. Mentre chi riprende con lo smartphone ride in sottofondo, la situazione degenera.
«Che stai facendo? Che stai facendo?», gli dice l’italiano, che di punto in bianco gli rifila un schiaffo in pieno volto, che fa stramazzare l’ambulante al suolo. Il video si interrompe. La polizia ha avviato un’indagine e ha acquisito le immagini per valutare l’accaduto.
«Non sono razzista»
Poche ore dopo, il giovane protagonista del gesto (si chiama Emanuele), si è giustificato sui social con un video messaggio: «Quello che ho fatto è stata una leggittima difesa», spiega il ragazzo. «Sono pronto a chiedere scusa, ma scusa di cosa? Sono stato aggredito, sono io la vittima, non lui», dice. «Da vittima sono diventato aggressore, solo perché ho le palle e gli ho dato uno schiaffo».
Poi, un messaggio al sindaco, che l’ha definito «razzista»: «Lo sai chi sono, se hai le palle vienimi a prendere, così vediamo chi è razzista. A me a Cosenza mi vogliono bene tutti, che siano bianchi, neri, rossi o gialli. Fosse stato tuo figlio l’avresti chiamato razzista?», ha concluso.
(da agenzie)
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Agosto 22nd, 2022 Riccardo Fucile
CONTRARI SOLO GLI ELETTORI DI LEGA E FDI, LARGO CONSENSO TRA QUELLI DI M5S E FORZA ITALIA… A DIMOSTRAZIONE CHE I RAZZISTI IN ITALIA SONO UNA MINORANZA
La questione migratoria non rientra più tra le principali preoccupazioni
dei cittadini italiani. Tra i temi che più catalizzano l’attenzione di chi il prossimo 25 settembre andrà a votare ci sono l’aumento dei prezzi, le tasse, la disoccupazione, la transizione energetica e il degrado ambientale.
Come riportato da la Repubblica, alcune indagini demoscopiche stanno registrando un consenso sul progetto dello Ius scholae che supera i due terzi della popolazione. Proprio come nel 2017 era accaduto allo Ius soli in vista delle elezioni del 2018.
Tuttavia, oggi solo il 4% degli italiani considera l’immigrazione un problema prioritario. Il progetto che prevede di concedere la cittadinanza ai figli di immigrati che sono nati o arrivati in Italia prima dei 12 anni e che hanno completato un percorso scolastico aveva già spaccato nei mesi scorsi la maggioranza del governo Draghi. In quei giorni, venne tracciato un profondo distacco non solo tra Fratelli d’Italia, unico grande partito d’opposizione, e l’esecutivo in carica, ma anche tra Lega e Pd–M5S.
Lo Ius soli nel 2017
I timori di chi sostiene lo Ius scholae sono pressoché identici a quelli che avevano i promotori dello Ius soli nella precedente campagna elettorale. Preoccupazioni che portarono al ritiro del disegno di legge che prevedeva la cittadinanza ai figli degli immigrati nati in Italia per paura che un tema potenzialmente divisivo potesse erodere i loro consensi. Le indagini di quei mesi parlavano di un 70% di italiani che condividevano quella proposta nella prima parte del 2017. Con l’avvicinarsi delle elezioni, il sostegno calò fino al 52% a settembre. E in questa campagna elettorale sembra ripetersi questa tendenza, con lo Ius scholae che, al momento, sta riscuotendo pareri positivi tra gli elettori.
Il sostengo allo Ius scholae
Tra i sostenitori del Pd, il sostegno allo Ius scholae appare unanime e si conferma largamente maggioritario sia nel M5S che in Forza Italia. Il problema riguarda l’ala più a destra del parlamento, con i consensi che scivolano ben al disotto della maggioranza tra FdI e Lega.
(da agenzie)
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Agosto 22nd, 2022 Riccardo Fucile
UN OPERAIO SARDO DI 42 ANNI ARRESTATO A CAGLIARI: AVEVA ADESCATO UNA 12ENNE SU INSTAGRAM E LE AVEVA DATO APPUNTAMENTO SU UNA PANCHINA DI UN PARCO, PROMETTENDOLE SOLDI IN CAMBIO DI RAPPORTI SESSUALI. SOLO CHE AL POSTO DELLA RAGAZZINA SI È PRESENTATA UNA POLIZIOTTA SOTTO COPERTURA, CHE LO HA AMMANETTATO
Sabato scorso, a Cagliari, la Polizia di Stato ha arrestato in flagranza un operaio di 42 anni di Quartu Sant’Elena, incensurato, che undici giorni fa aveva adescato su Instagram una 12enne cagliaritana.
Di certo non si aspettava che ad attenderlo, seduta su una panchina del parco di Monte Urpinu, ci fosse una poliziotta sotto copertura della Squadra Mobile, che si era sostituita alla bambina adescata dall’uomo alcuni giorni prima. Il pedofilo conversava con la bambina per cercare di incontrarla ed avere rapporti sessuali in cambio di denaro.
Le aveva anche chiesto di inviargli alcune foto, ma non le aveva ottenute. La bambina, infatti, spaventata dai contenuti osceni delle conversazioni ha raccontato tutto al padre, che si è subito rivolto alla Squadra Mobile di Cagliari.
A questo punto una poliziotta della Sezione criminalità diffusa ha preso il controllo del cellulare della giovane e ha iniziato a chattare con il pedofilo. Le conversazioni oscene con la poliziotta sotto copertura sono andate avanti per nove giorni
Durante le conversazioni il pedofilo ha detto di avere 42 anni e ha domandato se la sua età fosse in qualche modo un problema. Poi ha cercato di nuovo di ottenere delle foto e ha proposto degli incontri in luoghi appartati della città. Infine, ha indicato per vedersi una panchina appartata nel parco di Monte Urpinu.
Nel primo pomeriggio di sabato scorso gli agenti della Mobile si sono nascosti in diversi punti del parco e vicino alla panchina nella quale si era seduta la poliziotta in incognito, in attesa dell’arrivo dell’uomo. Quando il pedofilo è arrivato, si è seduto accanto alla poliziotta e subito ha cercato di abbracciarla, ma è stato immediatamente immobilizzato e ammanetto dagli agenti appostati nelle vicinanze.
Da una prima analisi del cellulare sequestrato all’uomo, sono emerse numerose chat su Instagram con altre minorenni. Durante la perquisizione a casa del pedofilo è stato sequestrato un computer, che sarà analizzato dalla Polizia Scientifica.
Il 42enne ora si trova nel carcere di Uta (CA) in attesa dell’udienza di convalida dell’arresto prevista per domani. Dovrà rispondere del reato di prostituzione minorile e rischia dai sei ai dodici anni di carcere.
(da agenzie)
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Agosto 22nd, 2022 Riccardo Fucile
LETTA: “INDECENTE, FACCIO APPELLO PERCHE’ TUTTI STIANO DENTRO I LIMITI DELLA DIGNITA'”
Monta la polemica sulla scelta di Giorgia Meloni di condividere il video
con l’audio dello stupro avvenuto ieri a Piacenza, quando un richiedente asilo 27enne, originario della Guinea, è stato colto in flagrante mentre violentava una donna ucraina in pieno centro storico.
«Non si può rimanere in silenzio davanti a questo atroce episodio di violenza sessuale ai danni di una donna ucraina compiuto di giorno a Piacenza da un richiedente asilo», ha twittato la presidente di Fratelli d’Italia. Tra i commenti, molti parlano di «sciacallaggio», anche se non manca chi sostiene la decisione di condividere il video.
Non si è fatta attendere la reazione del segretario del Partito Democratico Enrico Letta: «Faccio un appello a tutti perché tutti stiamo dentro i limiti della dignità e della decenza. Il video postato da Giorgia Meloni su uno stupro è un video indecente e indecoroso» ha dichiarato l’ex premier a Radio24.
«C’è il rispetto delle persone che deve essere prima di tutto – ha aggiunto – quindi invito tutti a fare una campagna elettorale in cui si parli delle cose e ci si confronti anche animatamente. Ma non si può essere irrispettosi dei diritti delle persone», ha sottolineato.
La violenza era stata oggetto anche di un post del segretario della Lega Matteo Salvini, che aveva condiviso la notizia senza però includere il video, per poi chiedere «10.000 poliziotti e carabinieri in più nel 2023, più telecamere accese e blocco degli sbarchi clandestini».
Anche nei suoi confronti era arrivata la replica del Pd, affidata alle parole della senatrice Valeria Valente: «È davvero raccapricciante il tentativo di Fdi e Lega di strumentalizzare anche la violenza sulle donne a fini elettorali».
(da agenzie)
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Agosto 22nd, 2022 Riccardo Fucile
LA MELONI PUBBLICA UN VIDEO SOLO PERCHE’ IL VIOLENTATORE E’ UN RICHIEDENTE ASILO. PERCHE’ NON PARLI DEL 63ENNE ITALIANO CHE A PAVIA HA VIOLENTATO UNA RAGAZZINA DI 14 ANNI IN UN PARCO?
La campagna elettorale in vista del voto del 25 settembre ha toccato il punto più basso. Almeno per il momento.
La protagonista di questa vicenda è Giorgia Meloni che ha deciso di dare in pasto ai social il video di una violenza sessuale accaduta a Piacenza. Le immagini pubblicate dalla leader di Fratelli d’Italia (abbiamo deciso di non pubblicare il filmato che non aggiunge nulla al fatto di cronaca), sono l’esatto emblema di come la politica si spinga oltre i limiti della decenza per solleticare l’odio e le pance degli elettori contro “lo straniero”.
Partiamo dall’inizio. Denunciare un fatto di cronaca è sacrosanto e il responsabile di questo stupro a Piacenza deve essere incriminato, processato e condannato per quanto commesso. E questo a prescindere dalla sua nazionalità.
Ma Giorgia Meloni ha varcato quel limite tra la denuncia e la pornografia del dolore pubblicando quel video (già comparso su testate come Il Messaggero). E l’obiettivo è chiaro, il solito: il colpevole, che è stato fermato e arrestato, è un richiedente asilo. La vittima della violenza sessuale è una 55enne ucraina.
Questa la cronaca di un episodio che, purtroppo, non è una novità nelle pagine della cronaca nera nostrana. Spesso e volentieri, infatti, accadono vicende simili. A compierle sono uomini, anche italiani.
Ma Giorgia Meloni, ha deciso di condividere questo filmato. Perché il protagonista-colpevole è uno straniero.
Insomma, la classica arma per alimentare la propaganda contro i migranti e i richiedenti asilo. E lo stesso è stato fatto, ovviamente, anche da Matteo Salvini che – almeno stavolta – ha evitato di condividere quel video voyeuristico, ma ha condito questa vicenda con i classici cliché della propaganda leghista.
Prese di posizione di questo tipo, però, arrivano solamente quando il “colpevole” non è italiano. Perché, per rimanere su fatti di cronaca più recenti, nessuna denuncia di questo tipo è arrivata né da Matteo Salvini né da Giorgia Meloni sul caso di Pavia: un uomo di 63 anni, solo qualche giorno fa, ha violentato una 14enne in un parco.
Ma, in questo caso, il “colpevole” è un cittadino italiano e questa storia non fa comodo alla propaganda delle destre italiane. Lo stupro di Piacenza, invece, aveva tutti i connotati adatti per solleticare la rabbia e l’odio degli elettori di Fratelli d’Italia e Lega. Due fatti analoghi. Gravissimi, da condannare. Ma trattamenti differenti in base ai carnefici e all’elettorato di riferimento.
(da NextQuotidiano)
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